Chapter 8

Le truppe piemontesi disordinate buttansi a saccheggiare Novara: si sparge che Carlalberto tradì, che il Parlamento dichiarò scaduta Casa di Savoja, che Chrzanowsky mandò a morte i generali traditori, battè gli Austriaci, occupò Milano. Ma tutto era consumato. Carlalberto, invano desiderando che una palla il colpisse, abdica e fugge. Se, vinto un’altra volta, avesse subita la pace, rimanea vassallo dell’Austria, debitore di sua corona alla magnanimità del Radetzky, obbligato a espellere dal regno coloro, alle cui speranze avea dato tanti eccitamenti. D’altra parte, se la monarchia sarda fosse caduta, accorreva certamente, se non altro alla partigione della preda, la repubblica francese, portatrice o d’una guerra o d’un esempio che importava rimovere. Ecco perchè Radetzky non si fece difficile, e appena il figlio del re gli si presentò, concesse un armistizio (26 marzo), patto che l’esercito austriaco occuperebbe quant’è fin alla Sesia, e porrebbe presidio misto col piemontese in Alessandria; l’esercito sardo, congedati i corpi lombardi, si ridurrebbe in assetto di pace, e si solleciterebbe una conchiusione.

A Torino s’ignora tutto, e si fantasticano trionfi: confusamente udite le male nuove, il Parlamento chiacchera,fa mozioni e arringhe e invettive; accertate, si cambia il Ministero; notificata poi la mutazione del re, fra gli urli di piazza si dichiara incostituzionale l’armistizio, si chiedono gli estremi sforzi, si vuol guerra, si accusano d’inetti, di traditori i capitani.

È comune l’adoprare la parolatradimentoa coprire gli sbagli e impedire lo scoraggiamento; non è raro l’imputare ad uno le ruine sotto cui fu sepolto; ma perfino nella rabbia ripugna il credere a delitti inutili: eppure alcuni non esitarono a sanzionare que’ sospetti, in momenti ove sì facilmente il popolo li traduce in furore.

Da tutti i municipj arrivavano accuse e messi contro del Ministero, contro dei generali, contro del Parlamento. A Genova, in italiani fremiti torcendo la rabbia municipale, si divulga che i Piemontesi sono d’intesa cogli Austriaci per abolire lo statuto, e che marciano insieme sopra Genova (31 marzo), talchè si vogliono le fortezze; vien affidata la città all’Avezzana, esule del 21, con altri eccessivi; si assalta l’arsenale, che con molto sangue è ridotto a cedere; si grida il Governo provvisorio della Liguria; s’invitano i militi lombardi a difendere quella città e lo statuto dai traditori; e ai nemici d’Italia fu nuovamente imbandito il piacere di vedere torcersi contro Italiani le armi che non erano valse contro le straniere.

Il generale Lamarmora, accorrendo da Parma, sorprese i forti, e poichè l’avvicinarsi del corpo lombardo facea temere non ajutasse gl’insorti, si ricorse ai mezzi più terribili, lanciaronsi bombe, e Genova fu presa (11 aprile) per forza, trattata come nemica, principalmente dai soldati che vi stavano dapprima in guarnigione, e che voleansi vendicare degli oltraggi sofferti: sin le relazioni uffiziali confessano trattamenti peggiori di quelli che si attribuivano agli Austriaci: ma i caporioni eransi ritirati; agli altri ben presto si proclamò il perdono, cercando reciprocamentesi obliassero «fatti che furono, si direbbe quasi superiori alla volontà umana»[108].

Ad altri gridatori di tradimento, che poteano anche trucidare i Lombardi imputandoli d’avere sagrificato Carlalberto, si diede una soddisfazione, e si declinò il sospetto di complicità, dopo incondito processo fucilando il generale Ramorino (10 aprile), reo non d’avere tradito, ma di inettitudine o disobbedienza, colpa comune a tropp’altri, pei quali egli cadeva vittima espiatoria. Insieme ordinaronsi scrutinj sulle cause del disastro, che ognuno rimbrottava all’altro; e al Ghrzanowsky fu decretato il gran cordone mauriziano[109].

La Lombardia non erasi mossa, o diffidasse, o attendesse gli eventi. Como e Bergamo che aveano preso le armi, lasciaronle cascare al sinistro annunzio. Non così Brescia. Che tante promesse, tante speranze fosserosvanite in un battere d’occhio, che il Piemonte non notificasse ch’era impossibile il soccorrerla, parve improbabile: speriamo non fosse che illuso il Comitato di difesa allorchè ingannava il popolo con diversissime novelle di vittorie, per le quali entrò il furore di resistere. Nugent, che era accorso da Mantova, ed erasi già fatto ben volere dalla città, scese per dare le novelle certe, ma fu colpito a morte, e sul suo sepolcro leggesi:Oltre il rogo non vive ira nemica. Il terribile Haynau, venuto da Venezia, bombardò la città (31 marzo) che via per via si difese, e perpetuò col sangue e le lacrime la sua nominanza di prima amica del Piemonte.

Nel qual regno le bestemmie si mutarono presto in commiserazione, poi in inni pel re, il quale alle grandi intenzioni ebbe sproporzionate la potenza del consiglio e l’energia della volontà; sfortunato però anche di lodatori, i quali, col negarne i demeriti, le virtù disabbellirono, mentre degli uni e delle altre faceansi ancora arma a fraterni abbaruffamenti. Era egli fuggito all’estremità occidentale d’Europa, ove fra breve soccombette alle memorie e al crepacuore (28 luglio). Alla deputazione mandatagli dal senato a Oporto, rispondeva: — La Provvidenza non ha permesso che per ora si compisse la rigenerazione italiana. Confido non sarà che differita, e non riusciranno inutili tanti esempj virtuosi, tante prove di generosità e di valore, date dalla nazione; e l’avversità passeggiera ammonirà i popoli italiani ad essere un’altra volta più uniti, se vogliano essere invincibili».

Suo figlio Vittorio Emanuele II trattò della pace; e se era inevitabile quando persin gli amici non parlavano che de’ nostri errori[110], doleva il subire leesorbitanti condizioni che l’Austria imponeva, massimamente in denaro; le si ripeteva di non mettere il re ed i ministri in sospetto alle popolazioni, ma consolidare il principio monarchico, sventuratamente scassinato[111]: dopo lunghissime discussioni a Milano fu stipulata la pace (6 agosto), dove sono riconosciuti i limiti dei due paesi come erano avanti le ostilità, per linea di demarcazione presso Pavia fissando il filone del Gravellone, su cui si porrà a spese comuni un ponte; combinerassi al più presto un trattato di commercio, e per impedire il contrabbando; restano cassate la convenzione 11 marzo 1751, e il decreto aulico 1º maggio 1846 che rincariva il dazio de’ vini di Piemonte; questo pagherà settantacinque milioni per le spese di guerra all’Austria, la quale ritira dal regno le sue truppe. Parma e Piacenza, occupate dai Piemontesi, furono restituite al duca Carlo Lodovico, che ben presto le rinunziava al peggiore figlio Ferdinando Carlo: Modena tornò al giovane Francesco V. Il non essersi, nelle trattative e nella pace, fatto parola contro lo statuto, palesava il nuovo diritto internazionale, per cui nessuna Potenza deve mescolarsi dell’interno ordinamento dell’altra.

I calorosi di tutta Italia s’accoglievano a Roma; iprincipi spodestati rifuggivano a Gaeta. Il re di Napoli aveva riconvocate le Camere (1848 1 luglio), sconvolte però dal manifesto dissenso de’ ministri, dai tumulti de’ piazzeggianti che gridavano «Abbasso la Costituzione», e dall’esercito che professavasi sostenitore della Costituzione, ma stanco di quei che ne misusavano[112].

Il Parlamento fu prorogato al 1º novembre; e a quell’annunzio le turbe di Santa Lucia prorompono in urli di gioja (8 7bre), ed insultano i deputati; mentre altri lazzaroni gridano «Viva la Costituzione»: la truppa è costretta fare fuoco sugli uni e sugli altri. Eppure il Governo fa rinnovare le elezioni; libere a segno, che il massimo numero sortì avverso alla Corte; nè i giornali la risparmiavano: poi il Parlamento (1849 8 febb.) espose gravami contro il Ministero, che non furono ascoltati; fece leggi che non furono sancite dal re, il quale ben presto lo sciolse, e assunse il governo personale. Non vi resse il ministro Bozzelli, che aveva compilato la costituzione, e che fu proclamato vile e traditore, come chiunque in quel tempo accostò le labbra all’assenzio del potere.

Il re se ne rendeva sempre meno inclinato a condiscendere alle pretensioni de’ Siciliani, che mai non avea potuti sottomettere. Eransi essi tolto a presidente (1848 26 marzo) Ruggero Settimo, il quale si pose attorno i capi della rivoluzione, Mariano Stabile, Riso, Calvi, il principe di Butéra, l’avvocato Pisano, Michele Amari. Risoluti contro gli eccessi, chiudono i Circoli, valgonsi della guardia nazionale per ottenere quiete, mandano per farsi riconoscere dagli altri Governi, e lasciano partire La Masa con cento giovani per la guerra santa, i quali passarono come in trionfo dappertutto, bene accolti dai principi, regalati di filacce e bende dalla granduchessa, a Torino banchettati e arringati: allettati così a pellegrinarecantando anzichè combattere. Abbattute per decreto le statue regie, dichiararonsi scaduti i Borboni (1848 13 aprile); Inghilterra ed altri principi furono contenti dello stacco della Sicilia, purchè essa avacciasse a scegliersi un re, che forse riconoscerebbero; un re domandavano le soscrizioni e le guardie nazionali; e per poco che valesse una corona così incerta, trovava competitori. Era fra questi Luigi Buonaparte[113]. Ma non era ancora il suo giorno e il suo luogo; e poichè allora tutto ventava per Carlalberto, il Parlamento (10 luglio), seduta stante, proclamò Alberto Amedeo di Savoja, tacendo il suo nome usuale di Ferdinando per odio a quel di Napoli. Feste indicibili: ma fu un crescere i sospetti agli altri principi italiani; alfine, sopraggiunti i disastri, il duca di Genova ricusò.

Frattanto surrogano un Ministero (13 agosto), preseduto dal marchese di Torrearsa; quando, caduta Milano, le Potenze suggerivano di riconciliarsi, i Siciliani persistettero al niego; onde il re, non vedendo altra via che le armi, le ingrossò, affidandole al generale Filangieri. Messina avea resistito sempre, in sette mesi mostrando una costanza e un valore, che duole non fossero adoperati alla rigenerazione nazionale. Palermo vi mandava ajuti; ma Filangieri, dopo fiero bombardamento, fu costretto prendere casa per casa in un combattimento durato trent’ore, ove de’ regj rimasero quarantasei uffiziali e mille trentatre soldati. Messina, invano difesa da 15 mila soldati e 150 cannoni, dopo tre giorni di bombardamento e 29 ore di combattimento, cadeva per opera di 6000 soldati, fra cui il 3º reggimento svizzero, con 10 pezzi da 4; con gravi perdite dalla parte dei realisti e poche de’ Siciliani[114]. In Messina tutto andava afiamme ed eccidio (1849), se i consoli di Francia e Inghilterra non si fossero interposti, chiedendo e quasi imponendo sospensione d’armi, sinchè Francia e Inghilterra decidessero. Allora a torme, come i Lombardi da Milano, dalla desolata patria i cittadini si strascinano fin a Catania e a Palermo, dove il Parlamento rinforza di soscrizioni e decreti per vendicare Messina; ma scarso viene il denaro volontario, e forzarlo non si osa; cercansi gli argenti delle chiese, le cancellate, i candelabri, i tubi del gas, e prestiti forestieri; chiedonsi armati e generali stranieri. Ma le truppe mancano di uffiziali e di disciplina, ed essendo cernite sin dalle galere, sgomentano il paese con rapine ed assassinj; le finanze fanno pelo d’ogni parte; la discordia inviperisce fin tra l’alta e la bassa Camera; ciascun nuovo Ministero perde subito la fiducia, perchè o non reprime i colpevoli o vuole reprimere anche i non colpevoli, e riesce ben lontano da que’ titanici spedienti che ciascuno prometteva quando trattavasi soltanto di parole.

Nè le Potenze straniere ajutavano. La Corte di Torino avea ricusato la corona offerta al duca di Genova[115]; Francia sgradiva il distacco dal regno; Palmerston conchiudeva che non per questo moverebbe guerra al re di Napoli, nè impedirebbe ch’egli la recasse alla Sicilia, ma con parole dissonanti dai fatti, davano lusinghe agl’insorgenti; e gli ammiragli di Francia e Inghilterra sospesero le operazioni militari dell’esercito napoletano, a titolo di umanità e tutto profitto deisollevati, che poterono procacciarsi armi, vaporiere da guerra, e sistemare l’esercito. Il re mandò da Gaeta unultimatum(28 febb.), che portava piena amnistia, amplissima costituzione fondata su quella del 1812, salvo ad essi il poter modificarla; Parlamento a due Camere; necessaria la sanzione regia. Quegli ammiragli furono gridati traditori per averla diffusa lungo le coste, e il Ministero siciliano ricusò perfino presentarla al Parlamento «come emanante da un potere, non solo sconosciuto in Sicilia, ma condannato da solenni decreti del Parlamento medesimo»[116]; e «Guerra, guerra» fu l’unica risposta agli ammiragli. Si decreta la leva di quanti sono fra i diciotto e i trent’anni (19 marzo); si disdice l’armistizio, allora appunto che ricominciava la guerra in Lombardia; e cantari e amplessi e tripudj e fiori sugli arrolati; e cinquantamila braccia faticano a scavare un fosso attorno a Palermo.

La guerra trovavasi capitanata ai due estremi d’Italia da due capitani polacchi, Chrzanowsky e Miaroslawsky, il quale sollecitava i preparativi, tenea ben animate le truppe: ma con settemila settecento uomini far fronte a ventimila regolari che assalivano, era impossibile, quand’anche egli non fosse apparso inetto. Vinti dappertutto, la guardia nazionale ricusa persistere nell’inutile resistenza, tanto più dacchè il tracollo del Piemonte restituiva l’Italia alla supremazia austriaca. Il Parlamento adunque declina dai propositi di sepellirsi sotto le ruine della patria; quei che più aveano soffiato nel fuoco, fuggono, per poi dall’esiglio accusare di viltà e tradimento coloro che rimasero; è accettata la mediazione offerta da Baudin ammiraglio francese (26 aprile): ma il re proferisce che «la sua condotta colle città che si assoggettarono, basta a garantire del come tratterà le altre».Pertanto il Governo rivoluzionario rassegna i poteri al municipio; le navi napoletane entrate in porto, intimano sommessione; ne seguono sanguinosi tumulti; chi vuole ammazzare i traditori, già con tal nome indicando i capi rivoluzionarj; chi ancora resiste scompigliatamente. Filangieri acqueta, promette amnistia, eccettuandone quarantatre che lascia partire; condiscende a molte altre domande; infine introduce le truppe regie in città; e l’anniversario appunto della sollevazione di Napoli, l’autorità regia è restaurata (15 maggio). Un maggiorasco di ducenquarantamila ducati premia il Filangieri; e peste, carceri, processi, esecuzioni tengono in freno l’isola come la terraferma.

Piuttosto convulsa che febbricitante, la Toscana persisteva ribelle al granduca, ma il disordine invadeva ogni cosa: deplorabilmente povera la tesoreria; pochissime milizie e indisciplinate, confini indifesi; clero e nobiltà avversi, i democratici triumviri accapigliantisi fra loro; la plebe rompeva ai più insoliti eccessi, guastare la strada ferrata o i fili elettrici, buttare incendj; gli usuraj trafficavano sulle cedole di banco; la concessione comune dell’armi e le bande de’ profughi moltiplicavano prepotenze; intanto si temevano sollevazioni in senso principesco, al modo delle Aretine del 1799. Gli eroi del patriotismo sfogavanlo or calando le campane del bargello per fonderne un cannone; or levando dalla santissima Annunziata una lampada, perchè dono di re Ferdinando; ora minacciando il collegio delle figlie nobili come sconveniente a democrazia. Degli elettori, appena un decimo votarono a nominare i deputati alla Costituente: a Lucca neppur uno; Guerrazzi stesso non la voleva in quell’ampiezza, fosse antiveggenza de’ danni contingibili, fosse ambizione personale, come gli avversarj dicevano. E mentre Montanelli, tutto di Mazzini, volea si proclamasse la fusionecolla repubblica romana, Guerrazzi vi si oppose risoluto, nè sì gravi decisioni pareangli da prendersi fra schiamazzi di plebe.

La rotta di Novara dà nuova scossa; vuolsi una dittatura, ed è affidata al Guerrazzi, che arbitro di tutto, con proclami continui e ghiribizzosi opponeasi all’anarchia, frenò la vergognosa indisciplina del Parlamento, mostravasi operosissimo in preparare la difesa della patria, cassava le milizie inutili, spediva ai confini chiunque potesse portare le armi. Allora per accusa, dappoi per difesa si ripetè pensasse ripristinare il granduca: ma se così era, perchè nol fece quand’egli solo padrone? Realmente lo incalzava incessantemente la setta che voleva la repubblica e l’unione con Roma, o piuttosto voleva il disordine e profittarne. Morsicchiato virulentemente da que’ miserabili insetti che cacciansi nelle narici del leone, assalito in piazza con grida di morte, egli stesso nella suaApologiaassicura ch’era ridotto a fare tutto ciò che imponeagli la turba, e singolarmente i Lombardi armati.

Anche l’unico che mostrò vigore era dunque debole.

D’una squadra di Livornesi erasi egli fatto una specie di guardia pretoriana, esecrata per prepotenze e licenze. Alcuni di quella avendo ingiuriata un’ostiera, sono assaliti (11 aprile); presi a fucili, sassate, coltelli, mazze. A grande fatica il Guerrazzi riuscì a metter calma; ma già quei che erano stanchi delle prepotenze, palliate col nome del dittatore, erano prevalsi, e gridavano — Noi vogliamo i galantuomini»; contadini armati, accorrono in città, abbattono gli alberi e le insegne repubblicane; il Municipio, preseduto dal Digny, assume la direzione degli affari, aggregandosi Gino Capponi, Bettino Ricasoli, Carlo Torrigiani, Cesare Capoquadri; e si rintegra il principato (12 aprile). Prima loro cura fu imbrigliare le vendette e salvare il Guerrazzi da morte: tratto in fortezza insiemeco’ suoi, tutti vogliono un pelo del leone côlto nella rete.

Se dall’indagine apparve che i reggitori democratici non aveano usato misura nè senno nello spendere, si chiarì pure ch’erano mondi da latrocinj e concussioni[117]. Il Municipio atteggiatosi a Governo, pronunziava avere colla restaurazione voluto «non solo redimere lo Stato dal despotismo d’una fazione, ma salvare il paese dal non meritato dolore d’un’invasione, e il principato rinascente dall’infausto battesimo d’una protezione straniera». E poichè nell’universale adesione della Toscana a gridar viva a chi vince, solo Livorno resisteva, fino a dichiarare interrotta ogni comunicazione colla terraferma, si spedisce a Torino per chiedere un soccorso: e viene risposto, l’avranno se domandato dal duca. Il quale duca, più fortunato di tutti gli altri principi perchè ristabilito dal proprio popolo, per mezzo di Luigi Serristori rimandava proclamando, — Stiano sicuri i Toscani, che porrò ogni studio a risarcirli delle sofferte calamità, e restaurare il regime costituzionale in modo, da più non temere si rinnovino i passati disordini». Ma la spontanea ed unanime restaurazione non rattenne gli Austriaci, coi quali già prima era concertata l’occupazione; il generale D’Aspre invade i confini (24 aprile), e da Massa, Carrara, Pontremoli occupa Pisa, professando venire a rimettere l’ordine, e quella sicurezza «alla cui ombra le istituzioni costituzionali date dal sovrano legittimo potranno gettar forti radici, portare frutti buoni». Livorno che resisteva, fu occupata a forza (22 maggio), coi danni e i micidj inseparabili da un’invasione violenta[118]e dall’impostovistato d’assedio. E i Tedeschi rimasero nella Toscana in aspetto di conquistatori, fin quando la vergognosa convenzione del 22 aprile 1850 stabilì l’occupazione indeterminata del granducato, che durò fino al 1857. Poi D’Aspre occupava anche Firenze (15 maggio) «come amico, come alleato», ordinandovi il disarmo, e facendosi mantenere. Erasi sperato che le franchigie costituzionali spontaneamente largite dal granduca perchèpromesseemeritate(pag. 117), sarieno mantenute a una gente fedele da un principe cui toccava la rarissima fortuna d’una restaurazione popolare; e in fatti quando al Serristori successe un Ministero composto di Baldasseroni, Landucci, Corsini, Capoquadri, Laugier, Boccella, annunziava, governo della Toscana essere la monarchia temperata dallo statuto 16 febbraio 1848, che il principe era risoluto mantenere, sebbene da altri audacemente violato (circolare 1º giugno); al 6 maggio 1852 veniva abolito lo statuto. Non dimenticato.

Restava la Repubblica romana. Abbiamo storie che dicono come tutto vi procedesse con calma, dignità, moderazione, magnanimità, e «implorare la benedizione del cielo sulla guerra della nazionale indipendenza» (La Farina): n’abbiamo altre che denunziano come indescrivibile il disordine nella metropoli (27 genn.), e peggio nel restante paese. Negli uffizj era bisognato collocare persone o senza cervello o senza fama, ritirandosi i migliori; e alle Potenze estere deputare ambasciadori forestieri: il che non poco screditava la repubblica, mostrando i nuovi essere peggiori de’ funzionarj contro cui si era declamato. Parole, discorsi, indirizzi infiniti, ma scarsi atti, e improvvide deliberazioni, prese col sigaro in bocca e fra un andare e venire di giovinastri. Le relazioni degli agenti esteri parlano di continui assassinj commessi in pubblico, al cospetto de’ soldati,talvolta dagli agenti stessi della Polizia: orribili atrocità sarebbersi commesse anche freddamente a Roma, da gente facinorosa: gli atti stessi con cui si tentava reprimerli, ne provano la moltiplicità. Alla nuova della disfatta di Novara, crebbero qui pure l’impero e la risoluzione d’accorrere a ripararvi, a salvare coi repubblicani l’Italia tradita dai re; e si affidarono poteri dittatorj a Mazzini, Saffi, Armellini. Il vulgo intanto ne prendeva occasione a inferocire; insorto ad Ancona trucidò molti, e non v’era chi lo punisse: colà e a Macerata, ad Osimo, a Sinigaglia, dove principalmente si perseguitò la famiglia Mastai, una setta che s’intitolavaInfernale, proponeasi di purgare lo Stato da tutte le persone avverse alla repubblica e che questa contaminassero coi vizj, e trucidò un cavaliere Baldelli, i marchesi Nembrini e Censolini, il capitano Del Pinto, il canonico Specchi ed altri «come inonesti ed immorali»[119].

L’indignazione arrivò al colmo da che si seppe avere il papa invocato gli stranieri. Il Ministero cercava modi di difesa; pose la guardia nazionale sotto alla commissione di guerra; creò altri ducencinquantamila scudi di boni del tesoro, iniquamente dichiarando infruttiferi quelli emessi dal Governo pontifizio; ingrossò del 25 per cento il prestito forzoso a coloro che fra sette giorni nol pagassero: ma le finanze erano nell’ultimosconquasso, che naturalmente attribuivasi ai precedenti Ministeri.

La Costituzione allora compilata (17 aprile), oltre le garanzie consuete, portava abolite la confisca e la pena di morte; il popolo fa le leggi mediante i suoi rappresentanti; il potere esecutivo è affidato a due consoli biennali; tutelano la Costituzione dodici tribuni quinquennali inviolabili e rieleggibili; il diritto di pace e guerra risiede nell’Assemblea, indissolubile, triennale, e dov’è elettore ed eleggibile ogni cittadino di oltre ventun anno; i consoli sono responsali anche l’uno per l’altro, hanno diritto di grazia e facoltà d’eleggere i funzionarj. Alle Potenze diramavansi manifesti, sfavillanti d’eloquenza, speciosi di ragioni; uditi, non ascoltati: e declamazioni contro il tradimento del Piemonte e le riazioni della Toscana.

Di rimpallo da Gaeta protestavasi contro ogni atto della Repubblica, e singolarmente contro l’usurpazione de’ beni ecclesiastici, e l’arresto dei vescovi di Fermo, d’Orvieto, di Civitavecchia, accusati di tramare una controrivoluzione; di frati, supposti autori di scritture sommovitrici, e condannati alle galere. In fatto molte terre rivoltavansi gridando il nome del pontefice, altrove cozzavansi papalini con repubblicani.

La rotta di Novara aveva elevate le pretensioni principesche, fin a domandare l’incondizionata rintegrazione del dominio papale; onde altro scioglimento non rimaneva che l’intervenzione forestiera. Ben merita si indaghi perchè, fra tanti troni scossi e principi sbalzati in quell’anno, solo il papa eccitasse l’universale interesse; scismatici ed eretici come cattolici, principi come repubbliche, Russia e Prussia come Spagna e Francia si offersero a ristabilirlo; da tutta Europa non solo, ma dalle altre parti del mondo, dalla Cina, dall’Oregon, vescovi, Governi, privati, spedivano condoglianze al pontefice ed esibizionedi ricovero[120]e sussidj di denaro quando i consueti gli erano mancati. In Francia la rivoluzione romana vi avea perduto le simpatie appena trascese, tutti vedendovi operare colà gli stessi che aveano sovvertito Parigi; molti dipartimenti fecero indirizzi al pontefice; Avignone gli rammentò l’antica residenza; ed essendosi sparso che egli arrivava in Francia, l’Assemblea nazionale interruppe i suoi lavori per decretare i modi di riceverlo, e lasciare campo di corrergli incontro; Marrast, che vi presedeva, «assicura il nunzio che la Repubblica si terrebbe fedele alle tradizioni che palesarono la Francia ospitale ai grandi infortunj, e ossequiosa alle più nobili»; Thiers e Montalembert all’assemblea francese, Donoso Cortes al congresso di Spagna, lord Lansdowne al Parlamento d’Inghilterra eccitavano a sostenere la più santa e rispettabile debolezza, quella dell’oppresso e dell’innocente.

Al primo annunzio della uccisione di Rossi, erasi in Francia pensato accorrere, e domandossi al Parlamento un milione e ducentomila lire. Che se Ledru-Rollin detestava questo spegnere una repubblica sorella, mentre l’articolo quarto della Costituzione portava: «La Repubblica francese rispetta le nazionalità forestiere, non adopera mai sue forze contro la libertà di verun popolo»; Thiers rispondeva essere follia sperar libera l’Italia senza guerra, e guerra non poteano assumersi i Francesi, tanto meno per unanazione che non combatte, e che sta in mano di ridicoli arruffapopolo. Odilon-Barrot ed altri in maggior fama di liberali incalorivano a una spedizione, non per istrozzare le istituzioni democratiche, anzi per consolidarle nella penisola, e farvi rispettare la sovranità del popolo, mettendolo in grado di governarsi da sè col sottrarlo a una fazione assassina,e per bilanciare coll’ingerenza francese l’illimitata austriaca[121]. Anzi il soccorrere o no l’Italia divenne occasione d’una nuova sommossa in Parigi, che vinta, crebbe solidità al Governo, e alla parte che, coll’affisso di cattolica, zelava il ricomponimento della quiete dentro e fuori.

Il Buonaparte, munito dalle antiche aderenze di sua casa e da un nome storicamente famoso, ottenne col suffragio universale la presidenza della Repubblica francese; e professatosi restauratore dell’ordine e della pace, mandò assicurazioni ed offerte al papa, e propose d’intervenire coll’armi, unico modo d’assestare la media Italia, e impedire che ivi pure onnipotessero gli Austriaci.

Questi, comandati da Wimpfen, entrano in Ferrara e in Bologna che di nuovo oppose resistenza, e postone a governo militare il Gorgowsky, dissipate una resistenza coraggiosa del Garibaldi e le inette del Zambeccari non secondate dalla popolazione, occupano senza fatica tutte le altre città di Romagna, ripristinandovi il dominio papale e la legge stataria: e il ministro d’Austria dichiarava proporsi unicamente di soddisfare ai voti del santo padre, identici con quelli del mondo civile, il quale non può soffrire che la libertà e indipendenza ne siano distrutte da una anarchica fazione.

Il presidio d’Ancona resistette ben venticinque giorni, finchè la popolazione domandò la resa, stanca di vedersi insanguinata da civili assassinj. Altri Austriaci dalla Toscana, occupata senza difficoltà, accennavano ingrossarsi a Foligno, e per Val di Tevere congiungersi negli Abruzzi coi Napoletani. Questi avanzarono grossi verso Velletri, e se non era un duro cozzo opposto dalle bande di Garibaldi, arrivavano sopra Roma, munita solo difrasi. Gli Spagnuoli sbarcati a Fiumicino, mossero per l’Umbria superiore; ma nè questi nè quelli contarono nel decorso de’ fatti, tutti dovuti alla Francia.

Questa conservava ancora il nome di repubblica, sicchè sapeva di strano che intervenisse a spegnere una Repubblica, e parve ella stessa vergognarsene col parlare benevolo mentre operava ostile. Oudinot, comandante la spedizione di solo ottomila uomini, da Marsiglia proclamava (20 aprile): «Il Governo, risoluto a mantenere dappertutto la nostra antica e legittima influenza, non ha voluto che i destini italiani possano essere in balìa d’una Potenza straniera, e d’una fazione in minorità. Soldati, inalberate la bandiera di Francia sul territorio romano, affinchè l’Italia deva a voi quel che la Francia seppe conquistare per se stessa, l’ordine nella libertà».

E giunge a Civitavecchia (25 aprile), non dissimulando di volere stabilire il Governo pontifizio, rinettato come già era dagli abusi, e sbarca fra le grida miste di «Viva la Repubblica francese, viva la Repubblica romana»; ma subito dichiara non essere venuto a sorreggere un Governo non riconosciuto, bensì a rannodare tutti gli amici dell’ordine e della libertà: parole inefficaci, come le pompose con cui i repubblicani cercavano insinuare ai soldati francesi di far causa con loro, vedendo l’ordine e la felicità che regnava nello Stato. Qui un turpe intralcio di promesse e negazioni e contraddittorj manifesti, la cui necessità non iscagiona Oudinot, il quale mettea fuori un proclama.

E cresciuto di truppe, batte la marcia su Roma (21 maggio). Ma dodicimila Romani irregolari affrontano i sedicimila Francesi, e per nove ore sostengonsi tanto, che questi «reputano prudente ritirarsi la notte». Tale vittoria di genteche non combatte, acquistò rispetto e migliorò la situazione del Governo[122]; nell’Assemblea di Franciasi imprecò ai ministri, che i soldati di Francia mutavano in gendarmi dei despoti, e faceano esecrare la nazione quanto i Croati: ma i ministri trovarono scappatoje, e spedirono Lesseps a proporre che i Romani invocassero la protezione de’ Francesi, riservando al popolo libertà di risolvere sulla forma di governo, e garantendo da ogn’altra invasione straniera. L’Assemblea romana rispondeva, dolerle non sia ne’ suoi poteri di accettare i termini proposti; lunghi furono i parlari: Lesseps consentì forse più che non portasse il suo mandato; Oudinot disdisse gli accordi: perocchè quello teneva sue istruzioni dal Ministero, questo da Luigi Buonaparte[123]. Il quale l’8 maggio aveagli scritto: — Io sperava che gli abitanti di Roma, aprendo gli occhi all’evidenza, riceverebbero un esercito che veniva con una missione benevola e disinteressata. In quella vece i nostri soldati furono ricevuti nemicamente: l’onor nostro militare è impegnato, nè soffrirò che sopporti smacco». Così per punto d’onore la Repubblica francese impegnavasi in una guerra di popolo, deplorabilissima per l’Italia. Ben presto seppesi che una nuova Assemblea aveva approvato la spedizione di Roma, e detto di voler ripristinarvi il principato ecclesiastico. «Coll’uccidere la Repubblica romana vogliono farsi scala a uccidere la francese», gridarono i sommovitori, e spinsero il popolo di Parigi ad un subbuglio; ma assaliti senza pietà, resta affogato nel sangue l’ultimo grido che si levasse a favor di Roma.

L’esercito francese presto ebbe occupato Monte Mario e la villa Pamfili, con cinque batterie di campagna, una d’assedio; ricevette rinforzi e minatori, sin a contare trentaseimila uomini, otto squadroni di cavalli, sessantasei bocche d’artiglieria. I Romani armavano quattromila novecento uomini di fanteria regolare, seimila settecento d’irregolare, ottocentottanta cavalli, centotto bocche d’artiglieria, ma molte inservibili e con esse doveano difendere una mura che gira venti miglia. Lisabe, Sterbini, Cernuschi, lepido e intrepido commissario delle barricate, non requiavano da ordini e decreti, demolire e munire, far dal popolo e dalla guardia civica giurare di morire piuttosto che cedere. Il padre Ventura, filosofo e religioso men accomodante del Gioberti, studiava le guise di conciliare la democrazia col papato, allegando che prima del 1796 il papa non era che patrono d’un aggregato di liberi municipj, talchè diceasi «La santa Chiesa di Dio e la Repubblica dei Romani»: ma il padre Gavazzi e l’abate Dall’Ongaro eccitavano alla difesa della Repubblica come ad opera santa; la principessa Belgiojoso allestiva spedali, a cui le monache somministravano filacce e bende; i declamatori, che allora diceansi missionarj, apostolavano la guerra di Dio e del popolo: e chi potrà ripetere quante si prodigassero parole e mozioni da que’ che non voleano combattere? quanto si spingesse a infocolar l’odio contro il papa? Ciciruacchio andava pei palazzi in cerca delle preziosità, anche di quelle che non poteano servire a fare moneta per Dio e il popolo; oggi progettavasi di bruciare tutti i confessionali; domani, a pretesto di difesa, correasi a disertar le ville, e nella Borghese abbattere quegli alberi secolari, sotto cui la plebe romana solea venire a ricrearsi a spese dell’odiata aristocrazia. Qual tripudio quando in una casa stanavasi un Gesuita, vestito d’altre divise perchè le sue erangli proibite! Fuvolta che si colsero alquanti vignajuoli, e come gesuiti mascherati vennero dal popolo fatti in minuzzoli: un prete, per accusa d’avere sparato contro il popolo, fu trucidato a furia: ai vescovi era colpa il carteggiare con Gaeta, quasi là non fosse il loro capo spirituale: un Zambianchi forlivese arrestò nelle provincie quei che credeva avversi alla Repubblica, e chiusili nelle catacombe di San Calisto, ivi li processava e uccideva compendiosamente, finchè i triumviri mandarono a sospendere quel macello, e liberarne dodici frati e preti. Se gli uccisi fossero centinaia o soli sette è varia fama; ma basta pel vituperio suo, e di chi non sapea che «offrirlo all’esecrazione della patria».

Senza esercito regolare nè sperimentati capitani nè buoni artiglieri, eroi improvvisati fecero costar caro l’acquisto della città eterna: fu ammirato uno stuolo di giovani lombardi, che, sebbene alieni dal dogma di Mazzini, pure credettero dell’onor nazionale il combattere e morire; e vi perirono Luciano Manara che li capitanava, il poeta Mameli genovese, il vicentino Zampieri, i milanesi Emilio Morosini, Enrico Dandolo, il cui fratello narrò le loro imprese con quella calma affettuosa che persuade e guadagna gli spiriti.

Mentre questi faticavano, combattevano, morivano, i triumviri e l’assemblea, per far anch’essi qualche cosa, peroravano, decretavano, riformavano, faceano provvedimenti, che atteggiavansi da eroici anche quando insinuati da paura o adulazione della plebe tumultuante; come di dispensare i giovani da esami e studj per ottenere i gradi accademici, di spartire fra’ poveri tutti i beni ecclesiastici, di attenuare il prezzo del sale, di ricoverare la plebe ne’ conventi, restringendo in modeste abitazioni i frati e le monache, le cui masserizie erano date agli asili dell’infanzia; e al popolo dicevano: — Perseverate, voi difendete in Roma l’Italia e la causarepubblicana del mondo». Fra ciò anatemizzavano il papa, la Francia, i traditori, e proseguivano «con calma e dignità maravigliosa l’opera legislativa» (La Farina), come Dio sul Sinai dava la legge tra il fragore delle procelle.

Oudinot, compiti i preparativi dell’assedio (13 giugno), invita ad accettare l’amicizia di Francia; ed ha per risposta «preferirsi la morte all’oppressione». Allora comincia il fuoco, e palle e bombe colpiscono i monumenti sacri all’arte ed alla religione, invano reclamando i consoli esteri, invano esclamando il Governo, — I giovani uffiziali, i nostri improvvisati militi, i nostri uomini del popolo cadono sotto il vostro fuoco gridando,Viva la Repubblica!I prodi di Francia cadono sotto il nostro, senza grido, quasi disonorati; non uno che, morendo, non dica ciò che uno de’ vostri disertori ci diceva quest’oggi:Proviamo in noi stessi qualche cosa, come se combattessimo contro fratelli».

Infervorata l’oppugnazione, la mura fu superata; eppure si continuò a combattere, pronunziando, «Roma rovini piuttosto, ma si difenda in Roma la dignità della stirpe italiana»[124]; poi fu dato l’assalto generale dopo trenta giorni d’assedio, ove i Francesi perdettero mille uomini (30 giugno), fra cui cinquantasei uffiziali, e forse il triplo noi. Il Triumvirato rassegnava i poteri all’assemblea: questa dichiarava cessare da una difesa divenuta impossibile, ma si radunò in Campidoglio a proclamare la allora compita Costituzione, ad ogni articolo urlando «Viva la Repubblica», intanto che i Francesi entravano (3 luglio), ricevuti dalle grida di «Morte a Pio IX! via gli stranieri! morte alcardinaleOudinot!» Perocchè quel che cogli Austriaci non osavasi, qui si continuò, di far proteste e dimostrazioni e sciorinare bandiere: un prete che applause, fu lì lì ucciso e sventrato.

Alfine vi è stabilito il governo militare e il disarmo di tutti, giacchè non finivasi di assassinare Francesi; insiemeTedeum, e panegirici a Oudinot «stromento della Provvidenza, che avea compito un’opera sociale e religiosa, liberalo Roma dalla tirannide straniera»[125]; e il titolo di cittadino romano per parte del Municipio, e una spada per parte degli amici dell’ordine, e il gran cordone dell’ordine Piano per parte del papa immortalarono il capitano, che le bandiere repubblicane sospese in Nostra Donna di Parigi. Colà l’Assemblea nazionale votava ringraziamenti all’esercito e ai capi di esso, che hanno saputo sì bene conciliare i doveri della guerra col rispetto dovuto alla capitale del mondo cristiano: e Luigi Buonaparte, inviando ricompense a Oudinot, l’incaricava di esprimere alle truppe com’egli «n’avesse ammirato la perseveranza e il coraggio nel conservare il prestigio della bandiera francese»: il ministro della guerra assicurava quei soldati che «i loro compagni rimasti in Francia invidiavano il posto d’onore che ad essi era toccato in sorte».

I triumviri ritesserono il viaggio dell’esiglio e le lunghe trame: i conti della finanza trovaronsi limpidi; nelle casse cinquecennovantasettemila scudi; la carta rilasciata dal Governo repubblicano non sommava neppure alla metà di quella decretatagli. Anche gli altri capi passarono in Isvizzera, in Francia, in Inghilterra; Canino da principe romano ben presto mutavasi in principe imperiale: Garibaldi invitava a seguirlo chi fosse disposto a fame, stenti, battaglie per trasportare la guerra nella campagna; e formato un grosso corpo, tentò aprirsi la via per l’Appennino sino a Venezia; ma rincacciato in Toscana dagli Austriaci, sgomentava sin quei che l’amavano con quella banda d’ogni gente, età efigure, lacera, lorda, a colori e foggie strane, carichi d’armi, di pennacchi, di barbe; scioltala poi e travestitosi, fu assai s’egli riuscì a camparsi alla riviera genovese. De’ suoi, molti furono presi, com’anche il padre Bassi, che a Bologna fu passato per le armi, dicesi con segni di gran pentimento: e pare in quella ritirata perisse anche Ciciruacchio. Molti de’ congedati piantarono una colonia a Bahía Bianca fra i Patagoni, con una Roma e il Tevere e il Pincio e l’Aventino, e non senza i delitti della nascente Roma, perocchè assassinarono fin il loro capo Salvino Olivieri.

Tu sola ormai, povera Venezia, tu sola reggevi; eppure, come all’altra tua caduta, t’insultarono, non già i nemici che appresero a rispettarti, ma i sedicenti amici d’Italia, perchè portasti il nome di repubblica senza contaminarlo, perchè meno di tutte le altre insorte avesti delitti e disordini: chi altro non potea rinfacciarti, t’apponeva d’esserti mostrata veneziana più che italiana, municipale più che nazionale. Ma in tempo di rivoluzione chi si cura d’appurare la verità? chi ancor meno di sostenerla?

L’armistizio di Milano non faceva cenno di Venezia se non come di città appartenuta all’Austria; dimenticando che s’era redenta con regolare convenzione, poi liberamente fusa col Piemonte. Per questo abbandono proruppe il malcontento, e dichiarando rotto ogni legame colla Sardegna, un’altra volta Venezia si trovò libera di sè, e un’altra volta (20 agosto) scelse il Governo a repubblica; e Manin, assumendo i pieni poteri col colonnello Cavedalis e l’ammiraglio Graziani, proferiva non doversi avere alcun colore politico, ma occuparsi solo della quiete interna e della difesa esterna. Era dunque un Governo di mera conservazione; e Manin (21 agosto), in una memoria a Palmerston, capolavoro di limpida, calma e piena esposizione, annoverava il diritto storico di Veneziaalla propria indipendenza, e come l’avesse acquistata nel marzo: «non avendo tradizioni monarchiche, non aristocrazia ricca, istrutta e possente, proclamò la repubblica democratica, cioè quel governo che legalmente esisteva quando l’iniquo trattato di Campoformio costituiva di fatto l’austriaca dominazione. Ma Venezia intendeva operare, non secondo interessi e ambizioni municipali, bensì per l’interesse comune di tutta Italia; perciò ripetutamente dichiarava che il reggimento da lei proclamato era affatto provvisorio, e che, finita la guerra d’indipendenza, i rappresentanti di tutte le popolazioni italiane avrebbero deciso sul compartimento territoriale e le forme governative, secondo che dal comune italiano interesse fosse richiesto».

Ma oggimai il punto non stava nel liberare l’Italia, bensì nel tenersi a galla tra il naufragio universale, e forse aver buoni patti nelle conferenze di Brusselle. Bastide, il più liberale fra i ministri della Repubblica francese, avea preso appiglio dall’Italia farà da sè, per non soccorrerla, dicendo che, se fossero stati richiesti in tempo, i Francesi sarebbero accorsi, mentre non se n’era mostrato che paura[126]. Venezia invece era incolpata dagli Italianissimi d’avere fin dall’origine sperato nella Francia; ora essa Repubblica ricorreva ad una Repubblica; il Governo di Francia, sollecitato da Tommaseo e Mengaldo, vedea volentieri un’occasione di far contrappeso al funesto armistizio, e di mostrareche non era finito tutto, serbando così titolo d’interporsi[127]. Ma essendosi intanto suggerita la mediazione pacifica, si richiamarono i tremila uomini, de’ quali erasi ordinato l’imbarco.

Il barone Wessenberg (6 7bre) al signor La Tour incaricato degli affari di Francia, mostrava il diritto che, malgradol’armistizio, all’Austria competeva di sottomettere Venezia: pure prometteva che, se questa e qualunque altra parte del Veneto non ancor occupata ritornassero al dominio austriaco, avrebbero intera amnistia, e le istituzioni liberali, fondate e calcolate sulla nazionalità, che l’imperatore si obbligò di dare alle provincie lombardo-venete. E il 10 settembre insistendo presso il visconte di Ponsonby, ambasciadore inglese, perchè il Governo sardo cominciasse le trattative di pace, soggiunse: — L’Austria, limitando le proprie esigenze allo stretto diritto, allo stato di possesso garantitole dai trattati, e obbligandosi di dare alle sue provincie italiane le istituzioni più liberali, fondate sulla nazionalità della loro popolazione, offerse tutte le agevolezze che se le poteano chiedere per giungere alla pacificazione».

A Venezia trovavano bel campo quelli che voleano fare l’eroe con poco rischio, sebbene i veri prodi sapessero cogliere occasioni di mostrare valore nelle sortite. Mentre questi mostravansi disposti a sostenere il giuramento di perire abbracciati all’ultimo cannone che sparasse contro lo stendardo giallo e nero, si arrabattavano gl’irrequieti e gli appaltoni di tumulti e dimostrazioni; moltiplicavano feste per tutte le vittorie che si sapeano o fingeano, feste per dedicare i vecchi caffè al nome del padre Bassi, del padre Gavazzi, dell’avvocato Zannini, feste pel vicino arrivo di centomila Ungheresi, che, sparpagliato l’esercito austriaco, accorreano a liberare l’Italia. Alcuni de’ più fervorosi, come i poeti Revere e Dall’Ongaro veneti, Maestri lombardo, Mordini toscano, clamorosamente insistevano perchè il Governo s’intitolasse lombardo-veneto; Correnti predicava il Piemonte. Proclamatasi la Costituente italiana, davasi aggravio al Manin di non secondarla, di comprimere, anzichè eccitare gli spiriti: cartelli sediziosi e giornali virulenti l’attaccavano: stanco de’ quali, il popolo gridava viva aManin, e morte al Sirtori, animoso lombardo, che credeasi consigliatore di estremi: i caffè denunziavano come spie gli scalmanati; certo rendeano impossibile il governare, finchè Manin osò quel che nessun altro, mandarli via, e subirsi le taccie di tiranno, d’inquisitore di Stato.

All’annunzio che il Piemonte tirava di bel nuovo la spada, Manin rispose lietamente, cercando accorressero al campo quei che inutilmente sbraveggiavano per piazza; Pepe proponeva che l’esercito sardo si dividesse in due, e mentre l’uno proteggeva da Alessandria i confini, l’altro volgesse a Padova, e si congiungesse col veneto, ch’egli in fatto dispose per raggiungerli a Rovigo, e prendere gli Austriaci di fianco: ma si seppe all’istante medesimo la mossa e la rotta. Haynau, grondante del sangue di Brescia, corse a intimare a Venezia che omai cessasse da un’inutile resistenza, quando ogni speranza era caduta; ma l’Assemblea decretò (2 aprile): — Venezia resisterà ad ogni costo. Manin è investito di poteri illimitati». Il decreto fu impresso in medaglie; e di fatto la Donna adriaca mostrò l’eroismo degli ultimi giorni, come Milano avea mostrato quello dei primi. Radetzky, vincitore del Piemonte, venne a posta a Mestre «per esortarvi un’ultima volta, coll’olivo in una mano se date ascolto alla voce della ragione, colla spada nell’altra per infliggervi la guerra sino allo sterminio se persistete nella ribellione»: ma il presidente non potè che notificargli il decreto dell’Assemblea.

Perchè non fossero sole parole, bisognò pensare seriamente alla difesa. In ottocentomila lire consistea tutta la ricchezza della Repubblica quando fu proclamata, nè proventi offriva una città senza territorio, senza commercio: eppure tre milioni al mese voleansi per le spese. Si chiesero gli ori, e volenterosi li diedero i signori: nè fu mestieri di provvedimenti, quali fece la grassa Lombardia, di sospendere i pagamenti del Monte e toccareil deposito dei pupilli; si aperse un prestito di dieci milioni con ipoteca sui palazzi pubblici; ma sebbene per le terre italiche si facesse un gran parlarne in prosa e in versi[128], e un gran sottoscrivere centinaja di migliaja di lire, appena mezzo milione vi arrivò: stabilita una banca, che emise biglietti di corso forzato; il Comune venne a sussidio o garanzia, mentre i privati offrivano cambiali, letti, vesti, biancherie; dipoi il Piemonte vi decretò seicentomila lire al mese, ma presto dovettero cessare.

Europa ammirava quella magnanima, pure non la soccorreva. Le difese di Venezia abbracciano da settanta miglia, divise in tre circondarj: il primo dalla città va a Fusina, poi per Malghera giunge alle Porte grandi del Sile, girasi a Treporti, finisce a Sant’Erasmo, con diciannove forti sopra quarantadue miglia: il secondo è la linea di Lido, dalla punta San Nicola a Malamocco, Alberoni e fin all’estremità de’ Murazzi di Palestrina, per venti miglia con tredici forti: il terzo abbraccia Chioggia e Brondolo sin alla foce della Brenta con sei porti. È dunque tenuta inespugnabile da chi non sia provveduto di buona flotta: il ponte meraviglioso, che con ducenventidue archi unisce Venezia al continente, opera appena finita l’anno avanti, fu rotto e fortificato[129]: i pozzi artesiani di recente trivellati, supplirono al difetto d’acqua.

Trentamila Tedeschi, liberi omai da ogn’altro nemico, circondavano la laguna col generale Haynau econ tremendo materiale d’assedio, mentre la flotta austriaca si affacciava ai Murazzi. Il genio, l’artiglieria, gli zappatori austriaci ebbero a sostenere sforzi portentosi onde macchinare via via i mezzi di attacco: intanto che gli eroi improvvisati di Venezia profittavano della docilità della popolazione e della conoscenza dei luoghi per respingerli; e se la flottiglia avesse ella pure messo altrettanto d’ardore e di costanza, forse non bastavano i tesori e le ventimila vite che l’Austria dovette scialacquare per recuperare Venezia, a più caro prezzo che non le fossero costate le due campagne di Piemonte.

Il forte di Malghera, difeso con perseveranza eroica, fu forza abbandonarlo (27 maggio): e rotte le trattative, e dissipata ogni speranza su forestieri, pure si volle resistere, sovrapponendo alla guerra il generale Ulloa napoletano, il Sirtori milanese, il veneto Baldisserotto. La nuova dittatura pareva elidere la prisca, ma l’amor patrio evitava gli urti, e Manin seppe imbrigliare gli scalmanati, affrontava non solo le bajonette, ma che, più costa, le ingiurie e i vituperj de’ falsi patrioti: egli solo fra i governanti dell’Italia conservossi non soltanto, ma ricuperò la devozione del popolo; i barcajuoli gettavano i berretti e se medesimi sotto a’ suoi passi quando andava all’arsenale; e mentre tutt’altrove il potere sbolzonavasi da una mano all’altra, egli il tenne fino all’estremo.

Il ministro De Bruck, notissimo ai Veneziani perchè anima e testa della società triestina del Lloyd, venne a trattare[130]: e i nunzj di Venezia vollero conoscere la costituzione che l’imperatore d’Austria prometteva aiLombardo-Veneti; e la dispettarono, perchè le cariche amministrative non erano tutte serbate a Italiani: perchè i diritti fondamentali poteano essere aboliti in tempo di guerra o sommossa; perchè la parte più importante della legislazione veniva riservata al Parlamento viennese, anzichè all’Italico; perchè non creavansi eserciti nè flotta italiani, nè si stabiliva rimarrebbero in paese.

Così Venezia, incolpata allora e poi di municipalismo, fu la sola che, quantunque abbandonata dalla flotta sarda e dai sussidj fraterni, e bloccata sempre più strettamente, in quegli estremi trovasse coraggio per discutere sulle franchigie, promesse al regno lombardo-veneto.

Ma il tempo dei patti era passato; e compresse tutte le rivolte e tutte le speranze, Radetzky intimava d’arrendersi a discrezione. Al 28 luglio arrivarono le palle fin presso la piazza, lanciate dalla distanza, fin allora insuperabile, di cinquemila ducento metri. Dal quartiere di là da Rialto si stivò allora la gente in quel di Castello, serenando sotto le procuratie, e principalmente ne’ giardini pubblici; la fame s’incrudiva, dovendo misurarsi a miccino un miserabile e schifoso alimento: poi più non restava un tozzo di pane, non un sacco di farina, e il mare era chiuso. Gli animi conservavansi tranquilli e fin sereni: ma nei corpi illanguiditi imperversò il cholera, che straziava i feriti nello spedale e la plebe accumulata, e in un mese seimila seicentrentaquattro persone colpì, n’uccise tremila ottocentrentanove. Di fuori giungevano notizie sempre più sconsolanti; caduta la Sicilia, caduta Roma, agonizzante la repubblica francese negli abbracci napoleonici: erasi sperato nell’Ungheria, poi, mentre s’aspettavano gli eserciti promessi da Behm e Kossuth, si seppe anche quella rivoluzione soccombuta alla fortuna dell’Austria e, solita canzone, ai tradimenti. Non era più costanzama ostinazione il resistere, e l’Assemblea decretò si trattasse col nemico (22 agosto). Radetzky consentiva piena amnistia, solo obbligando alcuni a partire; si conserverebbe valore alla carta moneta comunale, spegnendola a carico della città stessa[131]; nessuna multa di guerra.

I disfrenati che suscitavano tumulti quand’era bisogno di ordine e calma, cercarono insozzare quell’agonia col volgere l’ira del popolo e fin i cannoni contro Manin, gridato traditore; ma egli potè ancor una volta, mediante il popolo, imporre alla ciurma battagliera e scrivacchiante; e arringato dal solito balcone del palazzo ducale verso Piazzetta, scende colla spada in pugno, e dissipa i tumultuanti; essi rannodansi a Santa Lucia, ed egli con pochi gendarmi e Svizzeri, di cui erasi fatta una guardia, va a disperderli senza sangue. Allora, rassegnati i poteri, avviossi all’esiglio, dopo perduta una ricchissima clientela e i pochi averi suoi: ventimila lire gli furono decretate dal municipio, in benemerenza della mantenuta quiete; or vive di fare scuola, e gli eroi gli ammanniscono il pane dell’insulto.

Il 28 agosto l’aquila bicipite sventolava ancora dai pili di San Marco.


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