APPENDICE IV.LE SIBILLE

APPENDICE IV.LE SIBILLE

(Vol. I, pag. 157).

Le Sibille, vergini conscie dell’avvenire e del modo di stornare le sventure e di esorare gli Dei, le quali palesavano i loro oracoli in versi, sono un altro problema dell’antichità profana; poi anche della ecclesiastica, dacchè parvero aggiungere un testimonio all’aspettazione giudaica del rinnovamento de’ tempi.

Quasi simultanei trovansi apparire questi esseri misteriosi in diversi luoghi del mondo civile: ma le tradizioni variano fin sul loro numero, che alcuni portano a dieci, altri riducono a quattro, altri anzi restringono alla sola Eritrea. Questa, secondo Pausania, scrittore d’un viaggio in Grecia, dicevasi or donna, or suora, or figlia d’Apollo, e che da Samo passò a Claro e a Delfo, indi nella Troade, ove la tomba sua vedevasi nel bosco d’Apollo, con epitafio che ne attestava l’ispirazione e la verginità: era anteriore alla guerra di Troja, della quale predisse l’esito. Va aggiunta la Sibilla Libica, forse identica con Erofile, figliuola di Giove e di Lamia; è la più antica di tutte, e un inno a lei attribuito era popolare fra gli abitanti di Delo al tempo di Pausania. La Sibilla di Samo era stata sacerdotessa nel tempiodi Apollo Sminteo, e talora è confusa colla Eritrea. Pausania applica il nome di Sibille a tutte le indovine antiche; già ai tempi d’Euripide e di Platone se ne avevano e veneravano gli oracoli a paro con quelli di Orfeo e Museo; onde possiamo crederle un eco di quelle tradizioni patriarcali, che per tutto il mondo risonarono con maggiore o minore mescolanza di favole.

De’ libri ad esse attribuiti l’esistenza è accertata, come qualsiasi fatto della storia antica. A Roma la Sibilla Cumana era venuta offrirli a Tarquinio il Superbo; ed avendo egli ricusato comprarli, essa ne arse tre dei nove che erano, e tornò al re chiedendone il prezzo stesso. Avutone ancora il rifiuto, bruciò tre altri libri, e tornò domandandone l’egual prezzo; ond’egli per curiosità li comprò, e trovò che conteneanofata urbis Romæ, come diceLattanzio, i. 6, appoggiandosi a Varrone. Vedi pureDionigi, iv;A. Gellio, i. 19. Ciò vuol dire ch’essi libri risalgono al tempo dei re; e scritti su tela o su foglie di palma, conservavansi entro urna di pietra in un sotterraneo del tempio del Campidoglio. In tempi che l’incredulità religiosa veniva di moda, Silla prepose quindici sacerdoti a custodirli; Augusto li fece in gran solennità trasferire dal Campidoglio al tempio d’Apollo Palatino. Quando si consultavano, i sacerdoti doveano prepararsi con riti ben diversi dai consueti, cioè col digiuno e colla preghiera: indizio che contenessero una dottrina più pura; e forse perchè questa combatteva il politeismo vulgare ed uffiziale, erano celati con tanta cura. In qual modo si consultassero non appare, ma sembra si facesse coll’aprire a caso il volume, e leggere le prime parole occorrenti. Le risposte che se ne traevano, riguardavano soltanto cose ed effetti religiosi, nè sembra che, ai tempi della repubblica, si consultassero per fini politici o per indovinare il futuro.

Quando, nelle guerre civili, incendiatosi il Campidoglio 83 anni avanti Cristo, que’ libri bruciarono, parve pubblica sciagura; si diede opera a procacciarne una copia; i consoli Ottavio e Curione adunarono sopra tal bisogna il senato, che mandò tre deputati nella Grecia, in Sicilia, a Eritrea, a Delfo, a Cuma, per raccorre quanto fosse rimasto di quelle vecchie predizioni. Tali frammenti formavano più di mille versi, e furono cerniti e ordinati con uno studio, che attesta l’importanza attribuita a siffatte profezie, e all’opinione d’un rinnovamento de’ tempi in esse annunziato, e che, secondo Plutarco, doveva essere una palingenesi del mondo antico, il termine del periodo umanitario. Queste forse erano soltanto idee popolari, non volute dal Governo, che tosto rinserrò e ascose que’ frammenti, fra’ quali molti spurj si erano insinuati, e da cui il vulgo traeva augurj ed altre superstizioni. Augusto, fatto pontefice massimo 13 anni avanti Cristo, temendo che la pace pubblica non venisse sommossa da cotesta aspettanza d’un nuovo ordine di cose, comandò che in un dato giorno fossero consegnati al pretore urbano tutti i libri o versi Sibillini che alcuno possedesse, e più di duemila ne mandò al fuoco; fece rivedere gli autentici, sigillare in doppia cassa dorata, e riporre sotto l’altissima base dell’Apollo Palatino. Tiberio imperatore ne decretò poi un nuovo esame, molti espungendone. Poco stante vi fu aggiunto un nuovo volume. Sotto Nerone andarono in fiamme, ma ancora furono restaurati. Arsero di nuovo al tempo di Giuliano apostata, poi sotto Onorio nel 395 dopo Cristo, e sempre furono ripristinati. Finalmente, nel 405, Stilicone bruciò il codice delle Sibille, nè più si cercò serbarne traccia, attesochè le profezie erano adempite.

La raccolta dei versi Sibillini fu pubblicata da Galleo ad Amsterdam nel 1689, con moltissimi falsi, specialmentequelli che riguardano Cristo. Il Maj nel 1817 diè fuori altri frammenti, e Struve ne fece la raccolta più compita,Sibyllinorum librorum fragmenta, Königsberg 1818. Ma a quanto or ne possediamo manca ogni carattere di autenticità. Pure Giuseppe Ebreo, nell’Archeologia giudaica, cita un pezzo dei libri Sibillini, ove si raccontano quasi come nella Genesi la confusione delle lingue e la torre di Babele; e il citarli mostra fossero conosciuti al suo tempo. Poco dopo, san Giustino e Teofilo d’Antiochia adducono versi delle Sibille a favore del cristianesimo. Altri Padri se ne valgono nelle controversie, cioè dove poteano essere impugnati se finti fossero o recenti. San Clemente Alessandrino mette in bocca all’apostolo Paolo un appello ai versi della Sibilla.

Non conchiuderemo per questo che le Sibille fossero ispirate dallo Spirito Santo e vere profetesse. Forse aveano esse raccolto con maggior attenzione e minori mescolanze quelle verità, che al paganesimo erano rimaste dalla rivelazione primitiva, e che insegnavansi ai mistagogi in grande segretezza, e le aveano deposte in libri. In questi sembra si contenessero teogonie molto più precise ed elevate che non le diffuse nelle scuole e nei tempj; e profezie, i cui punti principali erano il fine delle cose,finem ævi, e il Dio re,Deum regem. Fine delle cose, per gli uomini di sangue e di gloria, non poteva essere che il termine del sistema delle conquiste e della nimicizia universale. Seneca stesso trae da questa aspettazione qualche tinta melanconica, e vi si premunisce col suo stoicismo.

Il più insigne interprete degl’insegnamenti delle Sibille è Virgilio, il quale, nel libroVIdell’Eneide, dalla Cumana fa esporre una filosofia, che la più elevata non aveva mai inteso il paganesimo; quasi già il Verbo divino sifosse accostato alla terra, tanto da balenare a qualche intelletto privilegiato. Poi, nell’EglogaIV, dipinge con colori mitologici e pastorali un’imminente età dell’oro, una rinnovazione del secolo, attribuendo ancora la predizione alla Sibilla Cumana. — Vedi l’Appendice VII.


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