CAPITOLO V.
Singolare fortuna ebbe Guglielmo II a raccogliere della tirannide paterna i frutti buoni, scansare l’odio, e tra la saviezza de’ tutori e la giustizia e mansuetudine dell’animo suo, guadagnar l’amore de’ contemporanei e le lodi dalla storia, in casa e fuori. Sia virtù o vizio del popolo, l’affetto in lui prevale sempre alla ragione; onde i posteri hanno perdonato a Guglielmo il Buono quella debolezza e levità di consiglio che alla sua morte fe’ aprire un abisso: la corte divisa, il reame insanguinato, l’Italia in preda all’impero, nonostante la vittoria di Legnago e la pace di Venezia. Il padre, al contrario, avea fiaccato in ogni modo il baronaggio, nemico massimo dello Stato; mantenuta l’amministrazione di Ruggiero, se non che vi mancava il re, e dopo la morte di Majone anco il primo ministro; poichè fu partita l’autorità tra un vescovo, un segretario ed un gaito, i quali personificavano le sole tre classi di sudditi favoriti a corte.
A que’ medesimi Guglielmo I aveva affidata la tutela del figliuolo; preposta loro la regina Margherita, la navarrese, nè inetta donna, nè debole, amica de’ ministri operosi: onde la dissero amante di Majone, poi di Stefano, e per poco non messero in lista l’eunuco Pietro. La reggenza fece opera, la prima cosa, a rabbonire le classi più offese: creò nuovi conti; die’ in feudo terre e villaggi; condonò debiti;abolì la tassa della “redenzione” che aggravava, com’e’ pare, i ribelli perdonati o i sospetti; concesse franchige ai cittadini; liberò schiavi della corte o del demanio.[334]Guglielmo II, biondo e soave in viso, giovanetto di quattordici anni, ben avviato alle lettere, fu coronato in Palermo tra speranze ch’ei non ismentì giammai volontariamente.
Posando dunque gli umori di ribellione, e perfino di scontento, scoppiò la discordia in corte: e tra le gare delle persone venne fuori l’antagonismo degli indigeni contro gli stranieri. Abbiam noi mostrato fin dal regno di Ruggiero, come la fazione cattolica d’occidente, monastica, francese e papalina, stendesse le trame fino alla corte musulmana di Palermo.[335]La provvedea di avventurieri ecclesiastici, dei quali non solamente veggiamo i nomi tra gli arcivescovi, i vescovi, i grossi prelati e i precettori dei re, ma scopriamo anco il linguaggio ne’ segretarii o copisti; poich’essi, ne’ diplomi, trascriveano il più delle volte i vocaboli arabici conforme alla pronunzia francese.[336]Le mandava anco avventurieri di spada, i quali occorrendo chiappassero qualche feudo.
Un parente, così, della regina Margherita, divenuto conte di Gravina, congiurò insieme con Riccardo Palmer inglese, vescovo eletto di Siracusa, contro l’eunuco Pietro, ch’era primo tra i ministri e forte nel favore della regina, nel seguito de’ cortigiani e de’ pretoriani e nella pratica dell’amministrazione. La briga si riscaldò tanto, che l’eunuco, uomo di poco animo, dice il Falcando, temendo per la propria vita, fuggì dalla corte e dal reame. Munita una buona saettia di marinai, d’armi e d’ogni cosa, e fattovi portar nottetempo gran copia di danaro, Pietro, la sera appresso, montò a cavallo con pochi eunuchi suoi fidati, pretestando di andare ad un nuovo palagio ch’egli avea fatto murare nel quartier della Kemonia;[337]e voltosi al porto, entrato in legno, riparò in Affrica, appo il re de’ Masmudi. Così il Falcando e, con poco divario, l’arcivescovo di Salerno.[338]
Scrive Ibn-Khaldûn che un Ahmed detto il Siciliano, nato nelle Gerbe della famiglia di Sadghiân ch’era ramo della tribù berbera di Seduikisc, preso dall’armata siciliana sulle costiere di quell’isola, educato in Sicilia, entrato al servigio particolare delre e fatto suo intimo, cadde in disgrazia appo il successore per suggestioni de’ suoi rivali; ond’egli, sentendosi in pericolo, fuggiva in Tunis, governata allora da un figliuolo di Abd-el-Mumen e passava indi in Marocco, appo il califo Jûsuf. Dal quale ei fu accolto con grande onoranza, arricchito di doni e preposto all’ordinamento dell’armata. E Ahmed la rese grande e possente, qual non era mai stata, nè fu poi; e con quella segnalossi contro i Cristiani per splendide fazioni e famose vittorie.[339]Ora Jusuf regnò dal millecensessantatrè al centottantaquattro. Al par che il tempo, coincidono le condizioni riferite al gaito Pietro e all’Ahmed Sikilli: l’uno ammiraglio siciliano dinanzi Mehdia e primo ministro alla corte di Palermo, accusato di pratiche con gli Almohadi; l’altro rifuggitosi appo quelli con gran tesoro, accolto a braccia aperte a Tunis e Marocco e immediatamente adoperato nelle cose navali; entrambi schiavi, saliti ad alto grado nella corte di Palermo e cacciati per nimistà di parte. E notisi che a Pietro apponeasi piuttosto tradimento che viltà pel fatto di Mehdia.[340]
Perduto appena il gaito Pietro o Ahmed Sikilli ch’ei fosse, la combriccola degli indigeni fortuneggiò gravemente, per novella irruzione di avventurieri che la fazione cattolica di Francia e d’Inghilterra mandava al conquisto della corte di Palermo: una trentina d’uomini, capitanati da un bel giovane congiunto della regina, Stefano Des Rotrous,[341]dei conti di Perche (1167). Premeva ai tutori oltramontani del papato che il governo di Sicilia fosse in mani sicure, mentre si decidea la gran lite d’Italia; nella quale il reame di Sicilia, co’ suoi tesori e le sue armi, avrebbe fatta piegare la bilancia, s’e’ si fosse gittato risolutamente alla parte d’Alessandro III, invece di baloccarsi, come fece la corte di Palermo per opera de’ consiglieri indigeni, sospettosi al par dell’imperatore e del papa. Con questa occasione si tentava anco un bel colpo di rimbalzo a pro del Becket, il celebre arcivescovo di Canterbury, il quale avendo attaccata briga col suo signore ed aspettandosene la decisione da Roma, la corte e il clero francese voleano che la corona di Sicilia proteggesse il turbolento arcivescovo appo il papa e i cardinali. Provan ciò le epistole di Pietro da Blois, Giovanni da Salisbury,Luigi VII re di Francia e del Becket stesso; il quale una volta scrisse alla regina Margherita, mandarle a nome suo proprio e del monastero di Cluny, un tale che le avrebbe palesata a voce “la mente di tutta la Chiesa occidentale.”[342]E bastin tai parole a svelare la sètta.
Il nobil giovane, audace e amante della giustizia, venne in Sicilia in compagnia d’uomini dotti, di satelliti valorosi ed anco di faccendieri affamati: accolto dalla regina come parente e campione e dicono più di questo; creato immantinente gran cancelliere del regno e non guari dopo arcivescovo di Palermo, con grande allegrezza del papa. Stefano si messe incontanente a ripulire i tribunali e gli ufizii pubblici, dove lo esercitato comando avea lasciate di molte sozzure. La giustizia allora diede occasioni e pretesti di vendetta contro i paggi e lor fautori, tanto più che, con le leggi giuste, si adoperaron anco le inique, condannando per apostasia, a sollecitazione de’ Cristiani di Palermo, parecchi Musulmani accusati di mentir la fede.[343]L’esempio di quegli sventuratiincoraggiò la cittadinanza a domandare il supplizio d’uno scellerato protetto a corte, Roberto di Calatabiano, incolpato di brutti eccessi e, tra quelli, d’avere ristorata una moschea nel Castello a mare e di tener bettole, dove fanciulle e giovanetti cristiani erano prostituiti a’ Musulmani. Poco mancò che per cagion di costui non si sfasciasse tutta la macchina del Becket; poichè i paggi s’eran gittati a’ pie’ della regina, scongiurandola non abbandonasse il fedel servidore ed ella avea resistito per la prima volta a Stefano e vietatogli di procedere. Il giovane di buona scuola, smesse allora le accuse capitali appartenenti alla giurisdizione laica; indossò i panni arcivescovili e tirò innanzi per le materie che la Chiesa avocava a sè nella confusione del medio evo. Adunata pubblicamente, con gran rumore, la curia ecclesiastica, Roberto fu convinto di spergiuro, incesto, adulterio e condannato alle verghe, al carcere ed alla confiscazione de’ beni; ond’ei morì negli stessi ergastoli dove solea tormentare altrui. Esempii di giustizia non meno strepitosi die’ Stefano a Messina: per ogni luogo ei soddisfece a’ clamori del popolo e ne cattò il favore. Benedivanlo i Lombardi di Randazzo, Vicari, Capizzi, Nicosia, Maniaci e d’altre castella di montagna; e poco appresso, quando fu uopo, gli offriano ventimila uomini in arme, per combattere le città e i baroni sollevati contro di lui.
Perchè i cortigiani, acquattatisi ai primi romori di giustizia, aveano cominciato pian piano a malignare,calunniare, mormorare contro l’insolenza straniera, contro la rapacità dei famigliari, contro gli aggravii de’ cavalieri francesi, ai quali Stefano concedea qualche feudo per attirarli in Sicilia e ingrossar le schiere sue fidate, necessarie ogni dì più che l’altro a mantenergli il comando. Sospettavasi che il vicecancelliere Matteo d’Ajello, l’eunuco Riccardo e Gentile, vescovo di Girgenti, praticassero di farlo uccidere da sicarii; e più certo è che parecchi baroni di Terraferma, mettendo su un Arrigo fratello della regina, concertarono contro Stefano drammi parlamentarii, prepararono armi feudali, suscitarono sedizioni di plebe in Messina. Già, tra gli errori de’ Francesi e le arti degli indigeni, l’aura popolare per ogni luogo avea girato contro il Cancelliere. Ond’egli, ritornato in Palermo (marzo 1168), s’apprestava alla guerra civile, quando fu messo giù con un colpo di mano.
Al quale ajutarono i Musulmani. Scrive il Falcando[344]ch’essi, ne’ primi tempi, amarono il Cancelliere; nei primissimi forse, quando non s’era incominciato a lavorare co’ giudizii d’apostasia. Ed Abu-l-Kâsim, nobilissimo e potentissimo uomo, del quale or ora diremo più largamente, fattosi amico del Cancelliere, continua il Falcando, e presentatolo di molti doni, s’era poi dato a suscitare i Musulmani contr’esso, tenendosi ingiuriato perchè Stefano usava familiarmente con un gaito Sedicto (Siddîk?) musulmano ricchissimo, privato nemico d’Abu-l-Kâsim. Il Falcando ripete qui, come ognun vede, le parole di Stefanoo de’ suoi satelliti e scorda le principali cagioni, dico le persecuzioni religiose e le usurpazioni de’ feudatarii francesi sopra i vassalli.[345]
Tra queste disposizioni de’ Siciliani d’ogni origine e religione, Matteo e il gaito Riccardo, l’un prigione, l’altro confinato in palagio, tentarono di rapire o uccidere il primo ministro, proprio sotto gli occhi della regina e del re. Adoperarono i servi e gli arcieri stanziali della reggia, i quali, non potendo cogliere il Cancelliere entro lor mura, corrono a cercarlo fuori; si tiran dietro, con promessa di bottino, i facinorosi abitatori di via Coperta e della parte superiore di via Marmorea;[346]assalgono il palagio arcivescovile; e mentre i Francesi difendeansi col solito valore, i trombetti e i tamburini del re suonavano la chiamata contro il capo del governo. Trasse in arme tutto il popolo; Cristiani e Musulmani irruppero nel palagio. Rifuggito nel campanile, Stefano pattuì d’uscire di Sicilia con tutti i suoi seguaci (1168) e andò a Gerusalemme, dove non guari dopo morì.[347]
La regina senza partigiani, il re sempre fanciullo, non potean far che gli autori dell’attentato e i loro amici venuti di Messina con forze militari, non si appropriassero i frutti della vittoria. A nome di Guglielmo II, un decemvirato, se tal può dirsi, prese il reggimento della cosa pubblica; e furono: l’inglese Riccardo vescovo eletto di Siracusa, Gentile vescovo di Girgenti, Romualdo arcivescovo di Salerno, Giovanni vescovo di Malta, Ruggiero conte di Geraci, Riccardo conte di Molise, Arrigo conte di Montescaglioso fratello della Regina, Matteo d’Ajello salernitano, il gaito Riccardo e l’inglese Gualtiero Offamilio, decano di Girgenti e precettore del re. Ma poco appresso, avendo Guglielmo compiuto il diciottesim’anno, Gualtiero che in questo mezzo con pessime arti s’era fatto eleggere da’ canonici arcivescovo di Palermo, si fe’ fare dal re primo ministro; prese a compagni del governo Matteo e il Palmer, e congedò ogni altro. Il Falcando termina la storia con tali fatti e con queste gravissime parole: “che allora la potestà del regno e la somma degli affari cadde nelle mani di Gualtiero, attaccatosi al re con dimestichezza assai sospetta, sì che parea governasse non tanto la corte, quanto lo stesso monarca.”[348]
Pur Guglielmo fuggia talvolta di mano all’arcivescovo; al quale non venne fatto mai di allontanare il cancelliere Matteo, espertissimo nell’amministrazione pubblica e terribile maestro d’inganni. Era Matteo a corte capo della parte nazionale, nella quale noveravansi principi del sangue e nobili, con tutti igaiti, con l’arcivescovo di Salerno ed altri prelati. Cotesta parte avean seguita i due inglesi Offamilio e Palmer contro Stefano e i suoi Francesi; e nella divisione delle spoglie s’eran prese le due sedi arcivescovili della Sicilia. Ma separandosi i complici quand’ebbero fatto il colpo, si trovò dall’un de’ lati Matteo con gli indigeni; stettero dall’altro, capitanati oramai da Gualterio, gli oltramontani d’ogni linguaggio e qualche barone: e le parti rimasero quali erano state nei primi anni del regno; rinsavite pur tanto che non proruppero a sedizioni, nè a scandali fuor della reggia. La quale moderazione venne, com’io penso, dalla bassa estrazione dei capi, uomini nuovi e cortigiani entrambi; dalle disposizioni del popolo che non avrebbe sofferta sedizione contro il buon re; e dall’indole stessa di Guglielmo, il quale contentava a vicenda i due ministri e maneggiava bene le fazioni ch’ei non sapea reprimere: savio nelle piccole cose e insufficiente alle grandi. Dopo il suo matrimonio (1177) vedendo ch’ei non avea prole, studiossi ciascuna delle due parti a designar il successore: gli indigeni cercarono di tirar su il principe Tancredi, non ostante la nascita illegittima; gli oltramontani vollero assicurare i diritti della Costanza, maritandola a un gran principe, e piombasse poi il diluvio su l’Italia meridionale. Si scorgono vestigie di quel piato in alcuni avvenimenti che noi narreremo; poche o nessuna nell’amministrazione interna, la quale era sì ordinata e salda che le discordie della corte non la turbarono. E veramente del regno di Guglielmo il Buono si posson dare due giudizii altutto diversi, secondo che si consideri il governo in casa, o l’azione politica al di fuori. L’un comparisce giusto senza debolezza; ordinato senza avarizia nè severità; condotto secondo le leggi fondamentali, fuorchè nelle materie ecclesiastiche; sollecito della sicurezza de’ cittadini in casa e fuori: la quale fu piena e maravigliosa, come ai tempi di re Ruggiero, favorita anco ed accompagnata dalla prosperità economica. Al di fuori non si può chiamar Guglielmo nè pacifico, nè guerriero; poich’ei fece tante guerre che non dovea; scansò la sola che occorreagli, grande e necessaria; e vivendo ne’ suoi palagi e giardini, tra studii gentili e passatempi onesti, sciupò in imprese lontane forse più vite d’uomini e più tesori che non avessero mai consumati l’avolo e il bisavolo nei loro conquisti.
Continuando il disegno di narrar quelle sole azioni esteriori, che toccarono Stati musulmani, dobbiamo ricordar che Guglielmo il Buono, per bocca degli oratori mandati al congresso di Venezia (1177) si vantò di non aver mai fatta guerra a principi cristiani; e che tra quelli, ei solo ormai perseguitasse per terra e per mare i nemici di Cristo, sì che ogni anno, senza perdonare a spesa, mandava “sue triremi” con milizie a combattere gli Infedeli e assicurar il mare a’ Pellegrini de’ Luoghi Santi.[349]Le quali protestazioni se dovessero tenersi fronde oratorie e se lo scopo delle imprese fosse stato di favorire il commercio del reame in Affrica e in Levante, parrebbe assai più savia la corte di Palermo. Il vero èche Guglielmo prendea sul serio le Crociate, ancorch’ei fosse in sua schiatta il primo che fuggì i pericoli e le fatiche del campo e che vide il più delle volte ritornare malconci i suoi soldati. I Musulmani, a lor volta, risero dell’insolito zelo della corte di Palermo. Abbiamo una epistola di Saladino, il quale, scrivendo al califo di Bagdad per man di un retore arabo, compiangea quel ragazzo di quindici anni che avea dato fondo al suo tesoro nella spedizione contro Alessandria, per mera vanagloria e ticchio di mostrare al mondo ch’ei pur sapesse provarsi contro un nemico il quale avea respinte poc’anzi da Damiata le prime spade di cristianità.[350]
Nè le armi di Guglielmo eran rimase addietro in questa impresa di Damiata, con la quale Manuele Comneno ed Amerigo re di Gerusalemme aveano sperato aprirsi la via al conquisto dell’Egitto, nel primo scompiglio della usurpazione di Saladino. Ritraggiamo dagli storici musulmani che i collegati, venuti con mille dugento legni, assediarono Damiata per cinquantacinque giorni, nei mesi di novembre e dicembre del millecensessantanove; ch’ebbero ajuti di Sicilia e d’altre terre cristiane; ma ch’e’ si ritrassero con perdita di trecento legni, essendo stata soccorsa la città da Saladino con uomini, danari e vittuaglie, e da Norandino con una impetuosa diversione in Siria.[351]
Il quale esempio non bastò ad ammonire la corte di Palermo che non si gittasse ad un’impresa assai più temeraria, quando Saladino avea già spento l’ultimo califo fatemita, rinnalzato in Egitto il pontificato degli Abbasidi, spartiti i beneficii militari a’ suoi Curdi e Turchi e mostrato al mondo che sorgeva tra i Musulmani un nuovo conquistatore. Uomini d’alto stato, mossi da un ardente sciita del Jemen, per nome Omâra-îbn-Abi-l-Hasan, giurista e poeta di nome in quel tempo, cospirarono a ristorare la dinastia fatemita; trovaron seguaci tra i cortigiani, e le milizie d’Egitto, tra i Negri mercenarii e tra gli emiri stessi di Saladino; e pur non fidando nelle proprie forze, chiamarono in aiuto il re di Gerusalemme e quel di Sicilia, profferendo e danari e cessione di territorii. Omâra intanto, sendosi insinuato nella corte di Saladino, spinse Turan-Sciah fratello di lui ad una impresa nel Jemen, per allontanarlo dall’Egitto; ma il perfido consiglio tornò a gloria di casa ajubita, poichè quegli insignorissi di Zobeir, di Aden e di tutto il paese.[352]L’ordine della congiura in Egitto era che, sbarcati i Cristiani, se il Saladino correva a combatterli con l’esercito, i partigiani al Cairo sollevassero il popolo e rimettessero in trono i Fatemiti; e s’egli, mandate le genti contro il nemico, rimanea con pochi soldati al Cairo, s’impadronissero i congiurati della sua persona. Designato il nuovo califoe gli ufiziali della corte fuorchè il primo ministro, altro non s’aspettava che l’assalto de’ Cristiani, quando Alì-ibn-Nagia, predicatore d’una moschea, scoprì la trama a Saladino e rimase, per costui comando, tra’ congiurati a far la spia. Saladino poi seppe da’ suoi rapportatori in Gerusalemme che dovea venir un ambasciatore di Amerigo a negoziare in apparenza con lui e in realtà con Omâra e i consorti; onde arrivato l’ambasciatore, gli pose addosso un cristiano suo fidato ed ebbe i nomi de’ congiurati. Dissimulò il tradimento degli emiri suoi, allora e sempre; mandò gli altri capi al supplizio, il due di ramadhan del cinquecensessantanove (6 aprile 1174) e gli parve finita ogni cosa.[353]
E veramente il re di Gerusalemme abbandonò l’impresa. Ma quel di Sicilia tirò innanzi ed apprestò sì grande armamento, che tenne in sospetto il califo almohade, e l’imperatore bizantino. I reggitori soli d’Alessandria non ci badarono, nè seppero il pericolo pria che il nemico s’affacciasse al porto, il ventisette dsu-l-higgia[354]del cinquecensessantanove (28 luglio 1174). Erano dugento sessanta galee, montate da cencinquanta uomini ciascuna, trentasei teride pei cavalli, sei grosse navi per gli ordegni da guerra e quaranta legni da carico per le vittuaglie: e recavano cinquantamila uomini, dei quali trentamila combattenti,tra fanti e marinai, mille uomini d’arme, cinquecento cavalleggieri Turcopoli[355]ch’erano, com’io penso, musulmani di Sicilia; e il resto gente di servigio, mozzi di stalla, carpentieri navali e manifattori d’artiglierie.[356]Tra queste notarono gli Alessandrini tre mangani di mole non più vista, che lanciavano con gran forza di tiro immani massi di pietra negra recati a bella posta dalla Sicilia, e tre torri mobili, piene d’armati e munite in piè d’un ariete, come si chiamava la ponderosa testa di ferro messa al capo d’una trave.[357]Delle macchine minori, si ricorda ilgerkh, da trar grossi dardi.[358]Capitanava l’oste, dice Ibn-el-Athîr, un cugino del re: forse quel Tancredi conte di Lecce, che salì sul trono alla morte di Guglielmo.
Approdate le prime navi poco appresso mezzodì, cominciarono a sbarcare le genti presso il faro;[359]e nelle ultime ore del giorno i Siciliani caricavano gli Alessandrini, usciti a impedire lo sbarco, contro il divieto del wâli della città che ammonivali a combattere dalle mura. E veramente e’ furono respinti, con perdita, a’ ripari. L’armata intanto sforzò l’entrata del porto, ch’era pieno di navi mercantesche e da guerra e appiccovvi il fuoco; se non che i Musulmani, accorgendosi della mossa, corsero per terra e arrivati a tempo, affondarono la più parte dei legni loro. Fatto buio tra coteste scaramucce, i Siciliani rimasero sul terreno occupato, dove rizzarono trecento tende.
Al nuovo giorno avean già piantati i mangani; messe su le torri, appressatole alle forti mura della città,[360]le quali furono fortemente difese dal popolo e da’ pochissimi soldati del presidio. Respinti anco gli assalitori il martedì trenta luglio, ricominciavano il mercoledì la tempesta di lor tiri co’ mangani, riconduceano le torri verso il muro; ed erano arrivati a unagittata d’arco, quando si videro piombare addosso i Musulmani, rinforzati dalle milizie de’ contorni le quali, il secondo giorno, erano accorse in città da lor terre di beneficio militare e ne vennero anco dal Cairo. Chetamente aveano gli Alessandrini disserrate le porte più vicine alle macchine nemiche, lasciando chiuse le imposte di fuori;[361]gli emiri delle milizie aveano ordinati lor cavalli dentro dalle porte e il popolo armato s’affollava a tergo. Spalancate d’un subito le imposte, si gettarono disperatamente d’ogni lato cavalli e fanti, sopra i Siciliani; irruppero infino alle macchine; vi poser fuoco e sostennero il combattimento tanto che le videro consumate. Lieti rientravano in città a far la preghiera del vespro, quando trovarono tal nunzio che li risospinse immediatamente alle armi.[362]
Fin dallo sbarco de’ Siciliani, il wâli d’Alessandria avea mandato a Saladino uno spaccio per colombi. Era egli attendato con l’esercito a Fâkûs, su i confini orientali del Basso Egitto; dove ricapitato lo spaccio il martedì, ei mandava immantinenti unaschiera a rinforzare il presidio di Damiata, temendo anco per questa; partiva ei medesimo col grosso delle genti alla volta d’Alessandria e spacciava innanzi, a dar l’avviso, un fido schiavo con tre cavalli menati a guinzaglio, da ricambiarsi via via. Il quale giunse il mercoledì a vespro, percorsi in men di ventiquattr’ore, a un di presso dugento chilometri.[363]Assembrato il popolo, si bandisce il prossimo arrivo di Saladino: ed ecco, scrive Ibn-el-Athîr, che dimenticandosi la fatica e le ferite, parendo ad ognuno di avere allato, testimone del proprio valore, il gran capitano, riaprono le porte e tornano addosso a’ Cristiani.
Stracchi dalla prima battaglia, colti quando men se l’aspettavano, in sull’imbrunire del giorno, sentendo quel frastuono d’un popolo impazzato e gridare il nome di Saladino, i Siciliani mal difesero il campo. Entrovvi il nemico; fe’ macello dei fanti; fece bottino d’ogni maniera d’armi e ricche suppellettili: mentre nobili e vassalli, capitani e soldati correano confusamente al mare; accostavano a terra le galee; montavano come ciascun potea: chi trattasi l’armatura gittasi a nuoto, chi arrampicandosi casca in mare. E i Musulmani a’ fianchi loro, inseguonli entro le stesse galee, o tuffan sotto con ferri a sfondarle, o v’appiccano il fuoco; sì che più d’una perì. Il navilio, riordinato alla meglio la notte, salpava la dimane, primo agosto, recando in Sicilia i miseri avanzi dell’esercito. Trecento cavalieri chenella rotta si erano ritratti in un’altura, pugnaron tutta la notte e la mattina appresso, contro le turbe musulmane crescenti di numero e di furore; ma infine la moltitudine sgomenò quel nodo di prodi: tutti li uccise o fe’ prigionieri, che non ne campò un solo. Così dalle sorgenti musulmane. Le pisane che qui son tronche, riferiscono con poco divario il numero delle navi, senza dir l’esito dell’impresa. Vi accenna un po’ Guglielmo di Tiro, cronista delle crociate. Il Falcando e Romualdo Salernitano avean tronco il racconto pria di quell’anno. Un anonimo contemporaneo suppone sbarcato Guglielmo in persona ad Alessandria e dopo sette dì tornato addietro con vergogna. E la magra cronica di Monte Cassino dice che il 1174 l’armata del re andava in Alessandria e nulla più.[364]Ciò nondimeno alcuni moderni, volendodare al buon re anco gli onori del trionfo, han fatta espugnare Alessandria e riportarne in Sicilia preda ricchissima.[365]
Abbandonati da’ proprii testimonii, cotesti scrittori trovano insperato soccorso ne’ musulmani. Dai quali sappiamo che un anno appresso la sconfitta, ossia il cinquecensettantuno (22 luglio 1175 a 9 luglio 1176), quaranta galee di Sicilia assediavano Tinnis per due giorni e andavan via. Del settantatrè (30 giugno 1177 a 18 giugno 1178) l’armata siciliana combattè più gloriosa fazione. Una quarantina di navi riassalirono Tinnis e dopo due giorni di combattimenti se ne insignorirono. L’ammiraglio musulmano, Mohammed-ibn-Ishak, al quale il nemico avea tagliata la via di ritornare al navilio, si ritrasse allora chetamente con una sua schiera almosalla, o vogliam dire pianura aperta dove si fa la preghiera; e al cader della notte piombò in città sopra i Siciliani, che non s’aspettavano assalti; prese centoventi uomini e lor mozzò il capo. Ricacciato al mosalla e combattuto aspramente, lasciò sul terreno settanta de’ suoi: col rimanente ei si rifuggì a Damiata. I Siciliani rientrati in città, la saccheggiavano, ardeanla e cariche le navi di preda, zeppe di prigioni, ripartiano alla volta d’Alessandria. Durò quattro giorni cotesta fazione di Tinnis.[366]Che facesse l’armata ad Alessandria non sappiam punto.
Nelle note frettolose con che si chiude la prima parte delBaiân-el-Moghrib, leggiamo che il medesimo anno cinquecensettantatrè (1177-8) Mehdia era afflitta da un’irruzione di Cristiani, la quale fu detta il caso del venerdì: sì come i cittadini aveano designati con altri giorni della settimana gli assalti del milleottantasette, del cenquarantotto e del censessantatrè.[367]Questo del settantotto è da apporre a Genovesi o Pisani, non essendo verosimile che l’armata di Sicilia tentasse a un tempo una grossa fazione nel golfo di Kâbes ed una alle bocche del Nilo.[368]Pare al contrario che la corte di Palermo bramasse la pace con gli Almohadi, a fin di ristorare il commercio dell’Affrica propria, decaduto o spento dopo i fatti del cinquantasei. Nè poteva la Sicilia aspettar altro che male da’ novelli turbamenti nati in que’ paesi: nella parte orientale, dico, le imprese de’ masnadieri turchi venuti d’Egitto a tentar la sorte a nome di Saladino;[369]e qua e là capi berberi e tribù arabiche immansuete che disdiceano la signoria almohade, vedendo il nuovo califo Abu-Iakûb troppo avviluppato nelleguerre di Spagna. Pure, quando la rivolta messe radice in Kafsa, Abu Iakûb mosse di Marocco con l’esercito; sostò a Bugia, sede del suo luogotenente nell’Affrica propria; andò poi a Kafsa e se ne insignorì, il primo giorno del cinquecensettantasei (28 maggio 1180) dopo tre mesi di assedio.[370]Nel ritorno, soffermatosi a Mehdia, ei vi trovò ambasciatori di Guglielmo II.
Se meritasse piena fede Roberto abate del Monte a San Michele, si direbbe che Abu Iakûb fu vinto dalla cortesia del re Guglielmo, il quale gli avea rimandata libera una sua figliuola, presa dall’armata siciliana sopra un legno almohade che la conducea sposa a certo re saraceno. Ma il fine del racconto scema autorità al cominciamento, portando che l’Almohade alla sua volta restituisse al re di Sicilia le due città di Affrica e Zawila; il che non fu, nè poteva essere.[371]Secondo il Marrekosci, Guglielmo chiese la pace ad Abu-Iakûb per la gran paura ch’avea di lui e si obbligò a pagargli tributo, oltre i doni ricchissimi che gli fece e, tra gli altri, un rubino detto l’unghia di cavallo, per la forma e la grandezza; il quale gioiello, trascendente ogni prezzo, si vedea fino alla prima metà del decimoterzo secolo spiccaresopra tante altre gemme incastonate nella rilegatura d’un corano, di que’ che il califo Othman mandò nelle province quand’ei promulgò il testo ortodosso.[372]Ed anco in questo racconto è manifesto errore, poichè i Normanni di Sicilia non si abbassarono di certo a comprar la pace; si può supporre anzi che alcuna città dell’Affrica propria abbia pagato tributo a loro, sì come sarà detto a suo luogo.
Il fatto certo è che una tregua per dieci anni fu fermata tra Abu-Iakûb e Guglielmo II, il millecentottanta, stipulata a Mehdia dagli ambasciatori di Sicilia nel giugno o luglio, e ratificata da Guglielmo in Palermo, nell’agosto.[373]Della quale tregua fa menzione Ibn-Giobair, quattro anni appresso, nel diario del suo viaggio.[374]Gli interessi commerciali de’ due paesi danno il motivo del trattato, senza che s’abbia ricorso alle vaghe voci raccolte dall’abate Roberto in Francia, e dal Marrekosci nel Maghreb. Tanto più che in quella state l’Affrica propria avea mestieri più che mai de’ frumenti di Sicilia; sapendosi chemancassero le vittuaglie e lo strame perfino nell’esercito almohade, onde Abu-Iakûb, come prima e’ fermò l’accordo, ritornò frettoloso in Marocco.[375]
E’ fu di certo a protezione dei naviganti siciliani, che Guglielmo, nell’inverno dal millecentottanta al centottantuno, mandò l’armata alle Baleari; le quali per mutar signori non ismettevano la pirateria. Dopo i discendenti di Mugeto e l’effimera dominazione messa su dai Pisani (1115), aveano occupate quelle isole gli Almoravidi; e cadendo tal dinastia, se n’erano insignoriti i Beni-Ghania, della tribù berbera di Mussufa. Un valente scellerato di quella famiglia, per nome Ishak-ibn Mohammed, usurpato lo Stato (1151), seppe ordinar sì bene il corso contro Cristiani, ch’egli arricchissi e divenne potente come un re, scrive il Marrekosci.[376]L’armamento siciliano, fortissimo di galee e di uscieri per la cavalleria che doveva occupare Majorca, andato prima a Genova con Gualtiero di Modica grande ammiraglio del reame, passò tutto l’inverno a Vado: così gli Annali genovesi e più non ne dicono; ma aggiungono che la città in quella stagione fu afflitta fieramente da una morìa.[377]Forse fu questa che distolse i Genovesidal mandare lor navi insieme con le siciliane, come par fosse già fermato tra le due parti, poichè l’armata siciliana entrò nel porto di Genova e svernò nel dominio. Sembra che il morbo stesso abbia sforzato Gualtiero a ritrarsi in Vado. Ma non andò guari che l’arcivescovo e i Consoli di Genova, seguendo l’esempio dei Pisani,[378]nel mese di sefer del cinquecensettantasette (17 giugno a 15 luglio 1181) stipulavano tregua per dieci anni col signore di Majorca.[379]Guglielmo, l’anno appresso, reiterò la spedizione con tanto strepito che mentre la s’apparecchiava, Saladino, temendo nuovo insulto in Egitto, vi sopraccorse dalle parti orientali di Siria, non ostante la brama ch’egli avea di soggiogar tutti que’ regoli. Le navi siciliane non arrivarono poi alle Baleari; disperse da una tempesta; affondate, quali a Savona, quali ad Albenga, quali a Ventimiglia, alcune forse su la costiera di Spagna: e fu scritto che ne perì quaranta all’incirca.[380]Ritraggiamo che pochi anniappresso, quando Alì-Ibn-Ghania assalì l’Affrica settentrionale con una mano di Almoravidi, avendo saputo in Tripoli che i partigiani degli Almohadi gli avessero ritolte le Baleari, ei mandò in Sicilia il fratello Abd-allah; il quale imbarcatosi per Majorca, ripigliò lo Stato.[381]Non dicono i cronisti, nè mi par verosimile, che la corte di Palermo abbialo aiutato in questa seconda impresa. Forse niun seppe che costui fosse venuto tra’ molti Musulmani che dall’Affrica riparavano continuamente in Sicilia, fuggendo la fame rincrudita e la rapacità dei ladroni arabi, turchi e berberi, messi insieme da’ Beni Ghania.[382]
Ferveano allora in Sicilia preparamenti di gran guerra, dei quali fu testimone Ibn-Giobair e da lui sappiamo le voci che corsero in Trapani nel gennaio millecentottantacinque, quando si riteneano nei porti tutte le navi mercantesche, per adoperarle al servigio dello Stato: chè cento onerarie volea re Guglielmo aggiugnere alle trecento galee e teride dell’armata. La quale, altri dicea dovesse osteggiare Alessandria, altri Majorca ed altri l’Affrica propria, dond’era testè giunta la nuova dello sbarco di Alì-ibn-Ghania a Bugia. Ma pensava Ibn-Giobair che il re volesse mantenerela tregua con gli Almohadi e ch’ei piuttosto disegnasse di rimettere sul trono di Costantinopoli Alessio II, campato, come si favoleggiò, da’ sicarii di Andronico.[383]E veramente piombava, non guari dopo, su la Grecia questo sforzo di guerra, condotto in apparenza dal principe Tancredi. Cinquemila cavalli, dugento legni di corso, ottantamila uomini, scrivea con esagerazione un testimonio oculare, salparono l’undici giugno millecentottantacinque; occuparono Durazzo (24 giugno); presero per assedio Tessalonica (24 agosto); se non che i capitani indugiarono a muover sopra la capitale dell’impero; e rotti a Monopoli, poi traditi (7 novembre), si ritrassero in Italia, scemati di diecimila morti e quattromila prigioni. I Musulmani di Sicilia militarono in questa infelice impresa come diremo più innanzi.[384]
Saladino intanto stendea l’impero su tutti i paesi musulmani dal Nilo al Tigri, dove signore immediato,dove protettore o sovrano feudale; lasciando pure al misero califo di Bagdad i vani onori di pontefice e imperatore. Così accentrate le forze, ei prese a compier l’opera di Norandino contro i Cristiani. Occupata Gerusalemme (23 ottobre 1187) e tutta la Palestina, fuorchè quattro castella; provatosi indarno contro le fortezze di Tiro e il valore italiano che difendeale, Saladino ripigliò la guerra in primavera del millecentottantotto; e trovò, tra i primi, su la costiera, il navilio siciliano.
Perchè il caso di Gerusalemme avea commossa l’Europa: mentre la Germania, la Francia e l’Inghilterra apparecchiavano eserciti, l’Italia, avendo pronte le armate e aperto il mare, die’ principio alla terza Crociata. A secondare l’audace proposito di Corrado di Monferrato, correano gli Italiani sobrii, disciplinati, liberi e forti, scrisse allora l’abate di Ursperg.[385]Nella epistola indirizzata pochi anni innanzi al califo di Bagdad in nome di Saladino, si legge che i Veneziani, i Genovesi e i Pisani soleano bazzicare assidui in Levante; ove or accendeano un fuoco da non si spegnere di leggieri, or offrivano presenti, recavano le merci più elette de’ loro paesi e vendeano perfino le armi ed ogni altra cosa necessaria alla guerra; stringeano amistà, dice l’epistola, del tutto a comodo nostro e danno di cristianità.[386]
Parteciparono i popoli meridionali in quello sforzo comune dell’Italia. Guglielmo, disposto pur troppo a così fatte imprese, fu sollecitato a viva voce dall’arcivescovo di Tiro, e rampognato del danno ch’egli avea recato ai Latini di Terrasanta, trattenendo per la sua sciagurata impresa di Grecia i pellegrini e le navi che facean sosta in Sicilia. Per ammenda, egli ora fornì a Corrado di Monferrato copia di vittuaglie, con cinquanta galee, dicono i cronisti occidentali, e cinquecento uomini d’arme, capitanati da due conti; le quali forze rincoravano Antiochia, difendeano Tripoli, mantenean Tiro. Giovò, sopra ogni altro, all’eroico presidio di questa città, l’armata che fece sgomberare i corsari musulmani e assicurò la via a’ soccorsi spicciolati d’uomini e di vivanda. L’ammiraglio di Sicilia, per nome Margarito da Brindisi, impadronitosi di alcune isole, tenne sì ostinatamente le acque di Siria, ad onta delle tempeste e de’ nemici, che maraviglionne la Cristianità tutta e chi chiamollo Nettuno, chi re o lione del Mare. Corrado di Monferrato lo mandò con gente da Tiro a Tripoli; dove i Cristiani, credendolo nemico, s’apprestavano alla difesa, ma poi distinsero le insegne della croce e l’armamento europeo; e la città ne fu talmente rinforzata che Saladino non osò assalirla.[387]
Gli scrittori musulmani giudicano altrimenti questo “tiranno Margarit, preposto al navilio del tiranno di Sicilia:[388]sessanta galee, ciascuna delle quali pareva una rôcca o una roccia[389], montate da diecimila uomini avvezzi a scorazzare e desolare i paesi. Ma questo famigeratissimo tra i più fieri oppressori e i più brutti demonii, entrato con gran fracasso nel porto di Tripoli, non seppe di miele nè di fiele, non giovò nè nocque, e com’egli aprì bottega di sue vittuaglie, così rinacque in Tripoli la carestia. Tirò verso Tiro e tornò a Tripoli; guazzò per quelle acque, avanti e dietro, a dritta e a manca per parecchi mesi, senza saper che si facesse; finchè il suo navilio si sparpagliò, il suo valore tramutossi in codardia, la sua gente fuggì alla sfilata ed ei se ne tornò a casa, con poca gente e molte miserie.” Così un contemporaneo, prendendo a celebrare i fatti di Saladino, straziava la rettorica ed anco un po’ la storia, narrando dell’ammiragliosiciliano le imprese fallite, non quelle compiute e tacendo sopratutto la cacciata de’ corsari musulmani.[390]Del rimanente, l’autore attesta la fama di Margarito; il nome di tiranno ch’ei gli dà, s’accorda con quel di potente principe che leggiamo in Marino Sanudo;[391]e il predicato di pessimo demonio non differisce tanto da’ titoli di pirata, archipirata e principe de’ pirati, con che lo chiamano gli scrittori bizantini, gli italiani e’ tedeschi.[392]Par che la corte di Palermo, dopo le sventure dell’impresa di Grecia, abbia affidata l’armata a questo valente uomo di mare, il quale prese in Cipro settanta galee bizantine andate a soggiogar quell’isola.[393]Sappiamo da scrittori inglesi contemporanei ch’egli possedea le isole di Scarpanto, Cefalonia e Zante;[394]nè sembra inverosimilech’egli abbia lasciato col mestiere anco un soprannome datogli dapprima e che Margarito, conte di Malta, sia lo stesso Sifanto, corsaro ausiliare del re di Sicilia, entrato innanzi ogni altro per la breccia di Tessalonica (24 agosto 1185), ricordato con gratitudine dall’arcivescovo Eustazio che fu suo prigione.[395]
Nei due episodii nei quali Margarito si trovò a fronte di Saladino, meritano fede ’Imad-ed-dîn e Ibn-el-Athîr, i quali militavano entrambi nell’esercito musulmano. Il sultano, ragunato l’esercito presso Emesa, andò con una gualdana a far la scoperta a Tripoli, guastò il contado, differì l’assedio e tornando addietro, si volse al principato di Antiochia. Occupata Tortosa il sei giumadi primo (3 luglio 1188), indi Marakia, movea alla volta di Gebala, costretto a passare a randa a randa del mare, per iscansar la montagna e il fortissimo castello di Markab, ch’era tenuto dagli Spedalieri. Angustissima con ciò e malagevole la via; talch’era forza valicarla ad uno ad uno. L’armata siciliana allora salpando da Tripoli, attelossi lungo la spiaggia: con catapulte e balestre[396]facea grandinare dardi e saette sulla strada. Saladino a questo, fatti recare i mantelletti e altri ordegni d’assedio,[397]dispose dietro quelli le catapulte e gliarcieri; sì che a lor volta le navi siciliane furono costrette ad allontanarsi e tutto lo esercito passò. Presa Gebala senza contrasto a’ diciotto del mese (15 luglio), egli entrò a capo di due settimane in Laodicea; dove trovò abbandonate le case, rifuggiti i Franchi in due castella, e surto di faccia al porto il navilio siciliano.
Il quale, venuto ad ajutare e trovato perduta ogni cosa, cominciava a prender chiunque fuggisse per mare. Erano i Siciliani adirati contro i cittadini per la viltà di sgomberare sì presto la terra, non aspettando gli amici, nè i nemici. Ma l’effetto dei mali trattamenti fu che que’ di Laodicea si affrettarono a scendere dalle castella e ritornare a lor case, stipulando di pagare lagezîa. Saladino, ordinato il reggimento della terra, era già in su le mosse con tutto l’esercito, quando l’ammiraglio siciliano, volendo abboccarsi con lui, mandò a chiedergli salvocondotto ed ei lo diè. Sopraffatto, dice un testimone oculare, dall’aspetto del principe, s’inchinò Margarito, all’uso orientale, in atto di baciar laterra; raccolse gli spiriti, pensò, e alfin prese a parlare per mezzo del turcimanno. Fatto un esordio di lodi, egli ammonì Saladino a dar piena sicurtà a’ Cristiani, tanto gli indigeni, com’e’ parmi, quanto gli europei, mostrandogli che, se il principe li ascrivesse al suogiund, lo aiuterebbero a conquistare i paesi vicini e i lontani. E finì con la minaccia che se, al contrario, fossero maltrattati i Cristiani di Siria, verrebbero di là dal mare le migliaia di guerrieri congregati d’ogni terra di cristianità, con tanto sforzo di guerra, che niuno lor potrebbe far testa. Saladino rispondeagli, avere Iddio comandato ai Musulmani di ridurre tutto l’orbe alla vera fede; ch’egli combattea per osservare questo precetto; che Iddio l’aveva aiutato e l’aiuterebbe: onde se tutto il resto del genere umano, dagli estremi gradi di longitudine e di latitudine, si adunasse contro i Musulmani, ei non conterebbe i nemici, sì li combatterebbe; e forse che lor farebbe provar di nuovo le sciabole e le catene de’ Musulmani. Vedendo accolti in tal modo i suoi consigli, Margarito si fe’ il segno della croce e andò via. Così, con parole poco diverse, ’Imad-ed-dîn e Ibn-el-Athîr, testimoni oculari forse entrambi, il primo di certo.[398]Nè parrà inverosimile la somma del dialogo, quando si consideri che Margarito non poteva ignorare le ambizioni di Saladino contro varii principi musulmani, nè le disposizioni d’animo chei Crociati attribuivano al formidabile nemico loro; onde i cronisti affermarono ch’egli, del millecentonovantadue, avesse proposta ai re di Francia e d’Inghilterra una lega contro gli eredi di Norandino.[399]
Guglielmo venne a morte (18 novembre 1189) mentre apparecchiava assai maggiore armamento, per mandarlo o menarlo egli stesso in Levante, insieme con Filippo Augusto e Riccardo cuor di Leone; avendo già stipulato con Arrigo II di fornire gran copia di vino, orzo e frumento e cento galee armate e provvedute per due anni.[400]Pria di quel funesto evento che par abbia costretta l’armata a tornare immantinente in Sicilia, Margarito avea cominciato a sciogliere le promesse di Laodicea. Uno scrittore anonimo, contemporaneo sì e benissimo informato, narra che l’ammiraglio siciliano avea, da vero maestro dell’arte, chiuse le vie del mare a’ presidii musulmani di San Giovanni d’Acri e d’altre fortezze di Palestina; e che un giorno, colte le navi di Saladino che recavano armi e vivanda in Acri, ei le combattè e vinse e messe a morte quanti le montavano.[401]Van riferiti questi avvenimenti allo autunnodell’ottantanove, sendo cominciato l’assedio d’Acri ne’ primi di settembre.
Guglielmo secondo, voglio io qui replicarlo, merita tanto biasimo nelle cose di fuori, quanta lode nell’interna amministrazione dello Stato. Fuorchè la pace con gli Almohadi e il gastigo dato a quando a quando ai pirati musulmani, non va commendato nel suo regno alcun atto di politica esteriore. Fece Guglielmo sempre guerre disutili e infelici; nelle vicende della Lega Lombarda ei non seguì consigli nè savii, nè generosi, nè coerenti; ed annullò gli effetti della Lega per quanto uomo il poteva, con un partito pessimo e stoltissimo: il matrimonio della Costanza nella casa di Svevia, nemica naturale degli Hauteville, del papato e dell’Italia tutta. Quand’anco non cel affermassero i contemporanei, vedremmo ad ogni respiro di Guglielmo ch’ei tentennò sempre tra i due ministri Gualtiero Offamilio e Matteo d’Ajello.Matteo per far dispetto, come dicono, al rivale, avea consigliato Guglielmo a fondare l’arcivescovato di Morreale, alle porte proprio di Palermo (1182). Pria di ciò, l’impresa d’Alessandria, affidata al principe Tancredi (1174) era stata, com’e’ sembra, opera del Cancelliere, bramoso di dare riputazione e potenza di capitano al candidato ch’ei destinava al trono. Con minor dubbio il diciamo della spedizione di Grecia, la quale sappiam fatta contro l’avviso di Gualtiero e di Riccardo Palmer.[402]E fu appunto nella catastrofe di quello esercito (autunno del 1185) che riuscì Gualtiero a fermare il parentado con casa di Hohenstaufen, celebrato indi in gran fretta (27 gennaio 1186); nel quale alcuni contemporanei ravvisarono la vendetta del metropolitano di Palermo per la mutilata diocesi.[403]
Sotto un principe sì mansueto e benigno, i Musulmani di Sicilia non durarono aspre persecuzioni, ma non furon sicuri dalle occulte e lente. Conferma questo fatto Ibn-Giobair, il dotto pellegrino spagnuolo, capitato in Sicilia con molta riputazione di pietà, il quale solea scrivere ogni dì le cose viste, o udite, e in quattro mesi di soggiorno, visitò i centri principali delle popolazioni musulmane, conversò con uomini d’ogni ordine, dai servitori di corte infino al primo nobile dell’isola, rampollo della sacra schiatta d’Alì. Ne’ principii, quand’egli non avea visti se non che gli eunuchi della corte, Ibn-Giobair loda il giovanere, tollerante, amico anzi de’ Musulmani. Dice ch’ei parlava l’arabico, che usava ne’ rescritti l’alâma, che vivea tra’ Musulmani, convertiti in apparenza; e che, non ignorando la occulta fede loro, solea chiudere gli occhi quando, all’ora della preghiera, li vedea scantonare ad uno ad uno. Racconta Ibn-Giobair che nel tremuoto di febbraio millecensessantanove, Guglielmo giovanetto, girando attonito per la reggia, udì le donne e i paggi invocare Allah e il Profeta, e vedendoli sbigottiti al suo arrivo, li confortò con queste auree parole: «Che ciascuno preghi il Dio ch’egli adora! Chi avrà fede nel suo Dio, sentirà la pace in cuore.» Intenerito della gran bontà del principe, Ibn-Giobair prega Iddio che lo serbi in vita per lunghissimi anni. Ma a capo di due mesi, risaputa meglio la condizione de’ suoi correligionarii, il viaggiatore dà del tiranno a Guglielmo; l’accusa d’avere afflitto e umiliato Ibn-Hammûd, d’avere sforzato all’apostasia il giureconsulto Ibn-Zura’; e raccapricciando narra che costui, fatto giudice, rendea ragione, or secondo il vangelo, or secondo il Corano e perfino avea mutata in chiesa una sua moschea.[404]In quel torno (1179) veggiam anco una moschea di Catania destinata al culto cristiano da un Giovanni da Messina e consacrata con la invocazione del novello santo, Tommaso di Canterbury.[405]
Ancorchè l’indole di Guglielmo non renda inverosimilile contraddizioni, ognun vede come quel molesto proselitismo piuttosto che a lui, sia da apporre al clero, impaziente di stendere l’autorità sopra tanta parte della popolazione, di accrescere le decime, i casuali, i lasciti. Era imbaldanzito il clero per la potenza dell’arcivescovo di Palermo; e armavasi già dei fasci della giustizia, se non delle scuri. Perchè Guglielmo, tirato alle dottrine oltramontane, cominciava ad abbandonar quelle seguite da’ suoi maggiori; ponea le cause de’ chierici sotto la giurisdizione delle curie ecclesiastiche;[406]facea tradurre dinanzi a queste i Musulmani accusati di ratto in persona di donne cristiane. Contro i quali egli è vero che i vescovi non pronunziavano sentenze di morte, nè mutilazione; ma poteano condannar sì a multe e battiture, com’è detto in un rescritto di papa Alessandro III, indirizzato all’arcivescovo di Palermo.[407]Ed egli è da supporre assai frequenti le condanne, per la interpretazione larghissima che si dava a quel capo d’accusa e per lo guadagno che ne tornava ai giudici. Ma i Cristiani impunemente strappavano i figliuoli, maschi e femmine, alle famiglie musulmane, sotto specie di convertirli; aggravavan di multe i ricchi; rendeano loro insopportabile il soggiorno in Sicilia: talchè i più timorati pensavano a vendere ogni cosa e andar via; i padri davano le figliuole a’ pellegrini di Spagna o d’Affrica senza richiedere dotario; e i savii già prevedeano che l’islamismotra non guari sarebbe stato spento in Sicilia, sì com’era testè avvenuto in Candia.
E pur l’universale della popolazione non aborriva per anco dai Musulmani. In viaggio erano salutati cortesemente; la voce del muezzin non facea ribrezzo nelle grandi città; i Cristiani di Trapani tranquillamente vedeano passare le turbe de’ Musulmani, che al suon di corni e taballe, preceduti dall’hâkim, andavano al mosalla a far la preghiera pubblica del Beiram.[408]Che se guardiamo alla reggia, vi troviam l’una accanto all’altra, le sorgenti della persecuzione e del favore: da una parte le sollecitazioni de’ prelati oltramontani; dall’altra le consuetudini, spesso più forti che la volontà, onde gli eunuchi, gaiti o paggi che dir si vogliano, esercitavano gli uffici di corte sotto quel velo sottilissimo d’ipocrisia che li facea parere cristiani.[409]Splendean costoro per lusso di vestimenta e di cavalli. Guglielmo accogliea con onore i Musulmani stranieri, medici e astrologhi[410]e largìa danaro a’ poeti.[411]Afferma altresì Ibn-Giobair che le donne musulmane della reggia talvolta guadagnassero a Maometto alcuna lor compagna cristiana. E le dame franche o italiane di Palermo, riconosceano tacitamente la superiorità dell’incivilimento orientale, vestendo a foggia delle musulmane.[412]
Nè era mica rallentato il legame morale tra gliabitatori musulmani dell’isola. I cittadini, egli è vero, aiutavan poco o nulla i correligionarii loro servi della gleba, uomini di varie schiatte, lontani dall’occhio e dal cuore; ma nel grembo delle popolazioni urbane fervea la carità musulmana e ne davano l’esempio, non senza rischio loro, i finti cristiani della corte. La quale carità di setta, di stirpe e di patria, che ormai tornava ad un sentimento solo, si mantenea tanto più calda in Palermo, la città, come chiamavanla per antonomasia i Musulmani di Sicilia. Quivi i Musulmani soggiornavano in alcuni sobborghi senza compagnia di Cristiani; un cadì amministrava loro la giustizia; frequentavan essi le moschee e ciascuna era anco scuola; fiorivano i loro mercati ne’ quali, come fu uso generale nel medio evo e dell’Oriente in tutti i tempi, dimoravano gli artigiani, divisi per contrade, secondo i mestieri. Dalle parole d’Ibn-Giobair possiamo argomentare che i mercatanti della città fossero, la più parte, musulmani. Il culto pubblico era tuttavia liberissimo in Palermo; se non che la preghiera solenne si faceva nella moschea cattedrale con la invocazione pei califi abbasidi, vietata solamente l’adunanza del piano aperto o vogliam dire il mosalla;[413]parendo pericoloso, com’io penso, di mettere insieme le migliaia degli Infedeli.
Le quali migliaia quante fossero nella capitale e nelle province, non sappiamo; ma tutta insieme la popolazione musulmana, uomini e donne, passava di certo il numero di centomila che dà uno scrittore contemporaneo, come si vedrà in quest’altro capitolo. Il seguitodei fatti anco mostrerà come, allo scorcio del duodecimo secolo, i Musulmani di Sicilia fossero ridotti in Val di Mazara, e come gran parte di loro coltivassero il suolo in quelle cento miglia quadrate di territorio che l’improvvido Guglielmo donò, insieme con gli abitatori, al Monastero di Morreale, chiudendo gli occhi alle conseguenze politiche, non meno che al danno economico dello Stato.[414]I nomi delle città e villaggi recati da Ibn-Giobair occorrono, eccetto sol Siracusa, nella costiera da Messina a Palermo, e su la strada dalla capitale a Trapani. Un pugno di Musulmani in Messina; maggior numero in Cefalù; in Termini un borgo abitato al tutto da loro; un paesello intero a Kasr-Sa’d, il quale parmi risponda al monticciuolo che or si addimanda la Cannita, presso Villabate; gran popolazione in Palermo; tutti gli abitanti in Alcamo e ne’ villaggi e ville ond’eran gremiti i fertili terreni, e allora ben coltivati, che si stendono dalla capitale a Trapani: e in questa, gran parte della popolazione, professava l’islamismo.[415]Professavanlo forse alcuni abitatori di Catania.[416]Al dir di Burchardo, vescovo di Strasburgo, ambasciatore del Barbarossa appo Saladino, Malta e Pantellaria erano in questo tempo abitate al tutto da Musulmani; e ubbidia la prima al re di Sicilia, a nessuno la seconda, la quale producea poco grano; talchè gli uomini viveano di pastorizia, mezzo selvatichi, pronti a rintanarsi nelle caverne, quando sbarcasse gente più forte di loro.[417]
Partecipavano tuttavia i Musulmani degli ufizii civili e militari, come abbiam già detto trattando dei gaiti, poichè le testimonianze citate tornano la più parte al regno di Guglielmo il Buono.[418]Alle quali è da aggiugner quella di Eustazio, arcivescovo di Tessalonica, studiosissimo a descrivere le genti che disertarono il suo paese (1185), le quali eran chiamate siciliane, dice egli, perchè le accozzò Guglielmo, conte, re, o tiranno della Sicilia, e votò l’erario per fornire la spesa, maggiore assai delle scarse entrate dell’isola.[419]Erano in quell’oste uomini d’arme e arcieri a cavallo, fanti leggieri e di grave armatura e compagnie franche, dette delrizico, le quali senza caposoldo nè stipendio, combatteano per la sola preda.[420]I Musulmani di Sicilia, noverati forse tra gli arcieri a cavallo, facean l’ufizio ch’or è dato a carabinieri o gendarmi negli eserciti europei. Perocchè narra Eustazio che nella prima licenza del saccheggio, mentre una mano di soldati insanguinava e profanava sozzamente la chiesa di San Demetrio e commetteva ogni maniera di oltraggio sopra i Greci che vi s’eranorifuggiti, un eunuco, ammiraglio[421]del re, entrò a cavallo nel tempio, brandendo una mazza di ferro, seguito da prodi sergenti, e fece sgombrar que’ masnadieri.[422]Ma durante l’occupazione della città, continuando i Latini a sfogar l’odio su i vinti, i Saraceni di Sicilia giravano per le strade la notte a far la scolta; entravano nelle case ov’era acceso, contro il divieto, lume o fuoco; sforzavan le porte; menavan via le donne e le fanciulle adocchiate nel giorno; e prendean talvolta i danari per dote.[423]In una orazione recitata dopo quel gran flagello, Eustazio, prorompendo contro un sacrilego, dicea che gli atti suoi somigliassero a que’ degli Affricani di Sicilia.[424]A’ Musulmani io riferirei volentieri l’artifizio dei due mangani smisurati, chiamati da lui “le figlie del tremuoto” i quali aprirono la breccia nel muro di Tessalonica:[425]ond’e’ si vede che facean tiri diretti, come le artiglierie moderne; e vanno per conseguenza identificati con quelli che abbiamo descritti nell’assedio di Siracusa dell’ottocentosettantotto e testè nell’impresa di Alessandria,[426]e fors’anco con gli altri che Carlo d’Angiò apparecchiava (1284) contro la Sicilia, maneggiati da’ Saraceni di Lucera.[427]Dopoli artiglieri de’ mangani, Eustazio fa menzione “di quelli che lavoravano a riempir di polveraccio le insidiose fosse, per iscuoter e abbattere i muri”: nel qual luogo la voce insolita greca ch’io rendo a bella posta con una voce oscura del nostro linguaggio, se la non denotasse i minuzzoli di combustibili da appiccar fuoco a’ sostegni de cuniculi, sarebbe forse da riferire a quella composizione di fuochi da guerra che condusse alla invenzione della polvere, ma non essendo per anco sì perfetta, in vece di scoppiare, schizzava, operando con la sola forza del rincalcio. Il quale ingegno tornerebbe anco ai Musulmani di Sicilia, poichè simili fuochi, in questo tempo, erano in uso appo i lor fratelli d’Affrica e di Levante.[428]
Il numero dunque, le ricchezze, la cultura intellettuale, la ingerenza ne’ servigii pubblici, il favoredella corte, davano forze a’ Musulmani di Sicilia, molestati com’essi erano dal clero e da qualche ministro del re, e persuasi che loro sovrastassero gravi calamità. Con ciò le bandiere almohadi sventolavano a vista quasi della Sicilia; nè mancavano nell’isola i capi d’un movimento. Le vestigia che scopronsi negli scrittori cristiani e ne’ musulmani, conducono a un gran personaggio di casa Edrisita, del ramo de’ Beni Hammûd, e com’io credo della stessa famiglia di quello sciagurato signore che die’ Castrogiovanni al conte Ruggiero. Era chiamato dai più, secondo l’uso arabo, col keniet o diremmo noi nomignolo, Abu-l-Kâsim e talvolta col keniet d’uno de’ suoi progenitori, Ibn-abi-l-Kâsim, o infine, col nome del casato, Ibn-Hammûd. Ai tempi di Guglielmo il Buono primeggiava costui nell’aristocrazia ereditaria;[429]e della sua ricchezza e seguito tra i Musulmani di Sicilia ci ragguaglia anco il Falcando, che lo nota tra i più possenti nemici del cancelliere Stefano, come s’è detto.[430]Similmente Ibn-Giobair, pochi anni appresso, narrò ch’egli era stato perseguitato per supposte pratiche con gli Almohadi; confiscatigli i beni ed espilati trentamila dinar; condotto indi alla povertà ed a vivere d’uno stipendio a corte: uomo per nascita, liberalità, beneficenza,ingegno e costumi, sì riverito appo i Musulmani di Sicilia, che s’egli avesse abiurato, tutti si sarebber fatti cristiani, dice il viaggiatore spagnuolo.[431]Ritraggiamo che Ibn-Kalakis d’Alessandria, giureconsulto e poeta di nome, venuto a corte di Guglielmo nel cinquecentosessantacinque (25 settembre 1169-13 sett. 1170), dopo aver lodato il re in un poemetto e averne ottenuto alcun dono, dedicò a questo Hammûdita un’opera intitolata «Il fior che sorride mirando le virtù d’Ibn-el-Kâsim» e n’ebbe splendido guiderdone e sì grato rimase al Mecenate siciliano, che ripartendo per l’Egitto gli indirizzò altri versi. Per la liberalità sua, com’e’ sembra, gli avean dato il nome d’Ibn-el-hagiar.[432]Ritornò in Sicilia nello stesso tempo Ibn-Zafer, nato nell’isola, emigrato in Oriente, erudito, poeta, filologo ed elegante scrittore; il quale nella sua povertà, sovvenuto e consolato da quel nobil uomo, gli dedicava tre opere inedite e la seconda edizione della più popolare di tutte le sue compilazioni, ilSolwân-el-Motâ’.[433]Nella cui prefazione, tramezzate a luoghi comuni, leggiam parole che non sembrano gittate a caso: l’augurio «che Iddio conduca questo signor de’ signori e condottiero dei condottieri, a compiere i proponimenti ispiratigli da Lui stesso.... chelo esalti sempre nei seggi del potere e renda vane le frodi de’ suoi nemici;» la lode che «l’animo suo bastava ad ogni fortuna.... che i popoli non avean da temere disastri seguendo uom di proposito così saldo.»[434]Costui non potea vivere tranquillo in quelle condizioni de’ compatriotti suoi musulmani. Com’egli parteggiò contro il cancelliere Stefano, così è da supporlo favorito da Matteo, e tanto più sospetto a Gualtiero Offamilio, quando questi prese la bandiera di parte oltramontana. Abu-l-Kâsim, o altri della famiglia dicerto, si trovò avvolto nelle rivoluzioni contro il principato cristiano, ritraendosi che i suoi beni fossero stati confiscati. Abbiamo infatti nel milledugento un diploma della reggenza per lo quale, compiendo al comune di Genova la promessa falsata da Arrigo VI, gli erano fatte concessioni larghissime, e tra le altre cose gli si donava il palagio posseduto un tempo in Trapani dal Gaito Bulcasimo.[435]E sedici anni appresso, Federigo già emancipato, concedeva alla chiesa di Palermo certi beni di Ruggiero Hamuto, che par sia stato, nell’undecimo secolo, lo stipite di quella nobil casa in Sicilia.[436]