CAPITOLO XII.
Ormai tra il libro di re Ruggiero e i diplomi suoi e de’ successori; tra Falcando, Ibn-Giobair e gli altri cronisti e geografi, si può delineare un prospetto delle condizioni topografiche ed economiche della Sicilia nell’ultimo periodo delle colonie Musulmane. Si posson anco particolareggiare alcuni compartimenti del quadro. A chi abbia sotto gli occhi la descrizione dell’Edrîsi, accurata com’essa è in alcune parti, viene in mente la prima cosa di cercare quali mutamenti siano accaduti nella geografia fisica dell’isola. E la curiosità delusa ci ricorda qual breve spazio siano sette secoli nella cronologia del globo. All’infuori di Panaria, la quale manca di certo per dimenticanza,[991]noi troviamo intorno la Sicilia le stesse isolette; delle quali, allora appunto com’oggi, ardean sole Stromboli eVulcano, e quest’ultima con rarissimi intervalli.[992]Sarebbe sì da notare, come vestigia d’antichi fatti geologici, la diversità di certi quadrupedi in diverse isolette; poichè Edrîsi dice che viveano in Pantellaria capre domestiche rinsalvatichite,[993]in Vulcano, capre selvatiche, e in Marettimo, capre e antilopi.[994]Ma non sappiamo quanta fede meritino così fatte distinzioni, nè se meglio sarebbe aggiugnere a quegli animali i cervi di Favignana che ricordansi nel decimottavo secolo,[995]e raccoglierli tutti quanti in unica specie, quella per lo appunto onde par sia venuto il nome di Egadi alle isole vicine a Trapani e quello di Capri, Caprera, Capraia ad altre più settentrionali.
Abbiam toccato in uno dei precedenti libri la quistione del menomato volume delle acque fluviali in Sicilia.[996]A quella or si rannoda la deteriorazione che parrebbe avvenuta in alcuni porti: ma è da ricordare che Edrîsi estende l’appellazione di marsa, ossia porto, a’ piccoli scali; e che in quella età, ancorchè non mancassero navi capaci al par delle nostre fregate, pure si adoperavano ordinariamente piccoli legni e soprattutto men cavi che i nostri. Contuttociò non è da negare assolutamente la differenza diprofondità che comparisce nel fiume di Lentini e nelle foci di que’ che prendono il nome da Mazara e da Ragusa, quando Edrîsi scrive che le navi arrivavano con tutto il carico entro la prima di quelle città, posta a sei miglia dentro terra;[997]che legni addetti al traffico con Calabria, Affrica ed altri paesi, caricavano e scaricavano alla imboccatura del fiume di Ragusa;[998]e che navi salpavano e barche svernavano presso la città, nel fiume Mazaro.[999]Indi possiamo supporre avvenuto in cotesti luoghi un interrimento o un sollevamento del suolo, di che abbiamo tanti esempii in Sicilia e fuori. Possiamo creder anco rimpiccioliti per simili cagioni i porti di Catania, Girgenti e Trapani, i quali or si lavora a ristorare, quando sappiam che al tempo di re Ruggiero erano i due primi gremiti sempre di navi;[1000]il terzo sicurissimo da tutti i venti e immune della risacca, onde vi si svernava.[1001]Dei due porti di Siracusa leggiamo che il piccolo fosse più frequentato che l’altro.[1002]
Edrîsi fa menzione della fonte intermittente, detta Donna Lucata,[1003]presso Scicli e dell’Amenano che scorre sotterraneo in Catania e talvolta irrompenelle strade.[1004]Dobbiam altresì, a chi raccolse le notizie topografiche, un abbozzo di statistica archeologica dell’isola, leggendosi col predicato diazali, che appo noi suonerebbe “aborigene,” le castella di Termini, Tusa, Kala’t-el-Kewârib (Santo Stefano), Caronia, Taormina, Noto, Ragusa, Girgenti, Marsala, Trapani, Kala’t-et-Tirâzi (Calatrasi presso Corleone), Battelari (presso Bisacquino) e Calatafimi; oltrechè son chiamatikadîm, ossia «antico» il castel di San Marco e Noto or or nominata: e si dice a Termini del teatro e de’ bagni; a Girgenti degli antichi avanzi che dimostrano la possanza alla quale arrivò un tempo il paese; a Taormina del ponte, del teatro romano, testimone della grandezza di chi edificollo, e di un colle che addimandavasi Tûr, celeberrimo per miracoli e pratiche di devozione.[1005]
Passando alla geografia politica, novello studio sul testo di Edrîsi e su le altre memorie di quei tempi, mi sforza a confessare che mancano ne’ documenti del duodecimo secolo le prove della tripartizione amministrativa della Sicilia, ch’io, seguendo il Gregorio, supponea ristorata da re Ruggiero.[1006]Se altre carte nonci daranno ragguagli più precisi, è da ritenere che sotto i Normanni la Sicilia sia stata divisa in varieprovince o distretti, di estensione assai disuguale e fors’anco mutabile.[1007]
Con maggiore certezza ritraggiamo da Edrîsi la distribuzione degli abitatori sul territorio dell’isola. Noveravansi in questa centrenta grossi paesi, escluse, com’espressamente ci avverte il compilatore, le ville, i casali e le terre minori. Percorrendo i centrenta, veggiamo che trentuno, posti la più parte su la marina, aveano de’ mercati, ossia, secondo l’uso dell’Oriente e dell’Europa del medio evo, delle contrade abitate da artigiani dello stesso mestiere o venditori della stessa merce. Undici paesi, de’ quali un solo dentro terra, vanta van de’ bagni;[1008]Palermo avea de’ magazzini di grandi mercatanti;[1009]Palermo stessa, Lentini e Marsala, de’ fondachi;[1010]Catania, Siracusa, Mazara e Marsala, de’khân:[1011]ed oltre Palermo, Messina, Catania e Siracusa, segnalavansi, per palagi e grandi edifizii, Castrogiovanni, Noto, Butera, Girgenti, Carini: e notavansi le larghe vie di Mazara, e le villette didelizia intorno i bagni Segestani.[1012]Delle isolette adjacenti, erano abitate per tutto l’anno Malta e Pantellaria; Lipari soltanto in certe stagioni, ma avea pure un castello:[1013]disabitate sembrano le altre, non facendovisi ricordo di popolazione nè di agricoltura, ancorchè quelle isolette fossero state esplorate diligentemente, come si argomenta dalla descrizione dei porti loro, delle acque dolci, della legna che vi si trovava, e della frequenza de’ navigli che soleano cercarvi asilo nelle fortune di mare.[1014]Leggiamo con maraviglia essere abbandonata, senza guardia d’armati nè pur d’un custode, la inespugnabile fortezza dell’Erice, chiamato allora Gebel-Hâmid;[1015]quando Ibn-Giobair, trent’anni appresso, la dicea vegliata sì gelosamente.[1016]Il libro di Ruggiero pone entro la fortezza di Giato una segreta pe’ rei di maestà;[1017]dice tramutata in Sciacca la popolazione di Caltabellotta, fuorchè un piccol presidio;[1018]e ci fa saper che la ròcca di Kala’t-es-Sirût, che torna al Golisano del medio evo, o Collesano, com’è piaciuto poi di scrivere, era stata spiantata, per comando del re, e tramutati i terrazzani in sito men difendevole.[1019]Del qual episodio non fanno menzione le croniche; ma sta bene nella tragedia che si travagliò per tanti anni tra re Ruggieroe Rainolfo conte d’Avellino, marito d’una sua sorella e nemico implacabile del cognato. De’ centrenta grossi paesi, poi, una trentina sono scomparsi oggidì dal novero de’ comuni, e ne riman appena il nome in qualche villa o in qualche castello abbandonato e sovente rovinoso. Giacciono, la più parte, nelle province di Palermo, Trapani, Girgenti, o vogliam dire in quello che fu val di Mazara.[1020]Guardando una carta geografica, si vede ancora la cicatrice della gran piaga che vi fu aperta alla fine del duodecimo e prima metà del secolo seguente.
Il qual fatto mi conduce a chiarirne un altro, assai più grande e funesto. Raccogliendo tutti i nomi de’ luoghi abitati che occorrono negli scritti geografici o storici e ne’ diplomi, dal principio dell’ottavo al principio del decimoquinto secolo, si notano in Sicilia più di mille nodi di popolazione, tra piccoli e grandi; dal qual numero si può togliere forse una dozzina per nomi raddoppiati, ma vanno aggiunte parecchie centinaia di nomi ignoti finadesso, operduti del tutto con tanti diplomi pubblici e privati. A fronte dei mille luoghi e più, che si debbono supporre abitati nel tempo più florido della Sicilia del medio evo, ossia nel regno di Guglielmo il Buono, mettiamo le cinquecensessanta abitazioni che si contavano, tra comuni e villaggi, alla fine della dinastia borbonica, e si vedrà la enorme mancanza d’una metà per lo meno.[1021]Or supponendo l’attuale popolazione della Sicilia uguale a quella del duodecimo secolo, e tale io la credo senza timor di grosso sbaglio, perchè il numero è cresciuto rapidamente da cento anni in qua, egli è evidente che gli uomini sparsi una volta nelle campagne si sono raccolti nelle grosse terre; il che vuol dir che l’agricoltura è andata a male. Notissima cosa ella èveramente che in Sicilia la più parte de’ contadini abita lungi dal suolo da coltivare, ossia che si sciupano molte ore della giornata o molti giorni della stagione propizia, e che la più parte delle terre di Sicilia rende assai meno di quel che potrebbe, serbate d’altronde tutte le altre condizioni attuali, che non sono al certo le migliori. Cotesta rovina economica principiò, a creder mio, con le molestie suscitate contro i Musulmani fin dagli ultimi anni di Guglielmo II; si accrebbe a volta a volta nelle vicende successive, e Federigo II, filosofo e buon massaio quant’ei si fosse, dievvi pure una dura spinta. Le guerre del Vespro siciliano non eran fatte al certo per guarir quella piaga; la quale squarciossi vieppiù nell’anarchia feudale del decimoquarto secolo, e gangrenì sotto la dominazione spagnuola, sotto le giurisdizioni baronali e la possessione di tante manimorte. Giova sperare che i cresciuti commerci dell’età nostra, lo aumentato valor delle terre, e con ciò il vigor di novella vita nazionale, l’aria libera che respiriamo, le savie leggi civili, gli studii promossi, e la sicurezza pubblica, s’e’ verrà fatto di ristorarla, riconducano a’ campi le popolazioni che ora stentan la vita nelle città.
La mutata proporzione tra cittadini e contadini che, certissima in fondo, ma senza particolari, abbiamo ritratta dal riscontro de’ nomi topografici, comparisce molto precisa ne’ territorii di Giato, Corleone e Calatrasi, che noveransi tra le centrenta città e castella descritte nel libro di Ruggiero. I quali essendo stati donati da Guglielmo II al monastero di Morreale (1182), ne abbiam noi ne’ diplomi di concessionele note catastali, onde si scorge che que’ tre territorii contigui conteneano cinquanta tra castella e casali. La superficie, la quale su per giù prende mille chilometri quadrati, è in oggi suddivisa ne’ territorii di dodici comuni, de’ quali il solo Corleone serba l’antico nome:[1022]il che basti a mostrare i rivolgimenti sociali di quelle parti dell’isola. La proporzione, poi, di tre grossi paesi a cinquanta piccoli nel duodecimo secolo, e de’ cinquanta castelli o casali d’allora, a’ dodici comuni della nostra età, non si può di certo applicare a tutte le altre regioni dell’isola: contuttociò si badi che, a quella stregua, tornerebbe scarso il numero de’ mille paesi abitati che abbiam trovati nelle memorie del medio evo, e dovrebbe raddoppiarsi, o accrescere almeno d’una metà.[1023]
Venendo in particolare alle sorgenti della pubblica ricchezza, e prima ai minerali, ci accorgiamo di non pochi mancamenti nel libro di Ruggiero. Il quale accenna al ferro cavato dalle montagne di Messina ed esportato ne’ paesi vicini,[1024]alle saline di Trapani,[1025]alle pietre molari del territorio di Calatubo;[1026]ma dimentica molti altri simili capi di commercio, che noi abbiamo ricordati nel periodo precedente, nè egli è verosimile, fossero mancati:[1027]e, quel ch’è più, tace dello zolfo e del petrolio. E qui si potrebbe credere studiato il silenzio della relazione ufiziale, per celare quanto più si potesse gli ingredienti del fuoco greco;[1028]perchè l’estrazione di quelle due produzioni minerali era stata descritta da Ahmed-ibn-Omar-el-’Odsri, o el-’Adsari, uno appunto degli autori di geografia citati nella Prefazione di Edrîsi.[1029]
Secondo il luogo di Ahmed, che raccattiamo dalle citazioni di due autori più moderni, lo zolfo giallo di Sicilia, miglior di quello di tutt’altro paese, trovavasi nell’Etna, ovvero, se preferiamo un’altra lezione, nell’isola di Vulcano; lo cavavano picconieri pratici in così fatto lavoro, ai quali talvolta accadea che lo zolfo scorresse liquefatto, onde lor bastava scavare de’ fossatelli, e quand’era rappreso lo tagliavano con le accette. A’ picconieri, aggiugne Ahmed, che solean cascare i capelli e le unghie, per la natura calda e secca di quel minerale, dice egli, con le idee fisiche del suo tempo.[1030]Più precise notizie dava Ahmed dell’”olio di nafta:” che questo sgorgava nel mese di scebbât[1031]e ne’ due seguenti, entro certi pozzi vicini a Siracusa; che scendeasi in quei pozzi per gradini; che l’uomo si cammuffava il volto e turava ben le narici, perchè se mai avesse respirato laggiù sarebbe morto all’istante; che raccolto da costui il liquido, lo si metteva a riposare in truogoli, e poscia l’olio che rimaneva a galla era riposto infiaschi e quindi adoperato.[1032]E parmi stia bene tal descrizione. Ma nel cavamento dello zolfo manca forse il principio, e si confonde la liquefazione col caso d’incendio d’alcuna miniera; oltrechè è corso, a creder mio, qualche errore nel designare la regione solforifera. Accenna Ibn-Ghalanda generalmente alle acque minerali della Sicilia;[1033]Edrîsi dice soltanto delle termali di Segesta[1034]e di Termini.[1035]
Alla scarsa industria delle miniere, possiamo contrapporre la grande prosperità dell’agricoltura, attestata da tutti gli scrittori e, meglio di loro, dal gran commercio che la Sicilia esercitò nel duodecimo e decimoterzo secolo. Nè Edrîsi è parco di frasi quand’ei tocca la fertilità dell’isola; nè sdegna i particolari, poichè, in ottanta dei centrenta contadi ch’ei rassegna, fa menzione espressamente degli estesi terreni da seminare. Vero egli è che non distingue la specie del raccolto, se frumento, o altre granaglie, o civaie; e che in alcuni luoghi rimane al tutto ne’ generali, ed usa, tra gli altri, un vocabolo tanto vago, quanto sarebbe appo noi a dir derrate. Ei nota che nelle campagne di Aci “il caldo temperamento del terreno” portava a mieter, pria che nel rimanentedella Sicilia.[1036]In più di trenta luoghi sparsi per tutta l’isola ei dice di orti, o giardini, e dell’abbondanza delle frutte. Fa menzione di vigne in cinque soli, Caronia, Oliveri, Hisn-el-Medârig (Castellamare), Paternò e Capizzi; il che mi par confermi che le piantagioni di vite fossero scarse anzi che no in Sicilia nel corso di quel secolo; ma non mi farà mai credere che si limitassero a’ luoghi nominati.[1037]Forse il compilatore intese dir anco della vite, quand’e’ ricordava genericamente i giardini: e lo stesso parmi dell’ulivo, poich’Edrîsi non ne fa ricordo se non che nella descrizione di Pantellaria.[1038]
D’altronde la coltura della vite e dell’ulivo, ricordata espressamente dal Falcando,[1039]si può ben supporre accresciuta, ma non incominciata appena nel mezzo secolo che separò quei due scrittori. Il Falcando ricorda anco gli ortaggi dell’agropalermitano e le macchine da adacquarli;[1040]e non contento al dir che i giardini “davano ogni maniera di frutte,” nomina singolarmente quelle che pareano più rare a un transalpino[1041]e non l’erano punto agli occhi di Edrîsi. Il quale, rimanendosi, com’io penso, a particoleggiare le specie preferite dal commercio, fa ricordo soltanto di Carini, dalla quale si esportavano per tanti paesi delle frutta secche: mandorle, fichi, carrube.[1042]Il territorio di San Marco producea della seta in abbondanza;[1043]s’imbarcava da Milazzo gran copia d’ottimo lino,[1044]e assai se ne coltivava in terre irrigue a Galati,[1045]al qual territorio noi possiamo aggiugnere quel di Ragusa.[1046]Frequentissime, dice Edrîsi, in quel di Partinico le piantagioni del cotone, dellahenna, pianta tintoria molto usata dagli Arabi, e di altre leguminose:[1047]e da un diploma si argomenta che il cotone sia stato coltivato anco nelle vicinanze di Catania al tempo di re Ruggiero.[1048]Della henna e dell’indago poisappiamo che al tempo dell’imperator Federigo si pensava di piantarne alla Favara presso Palermo.[1049]E forse Edrîsi, avvezzo a’ viaggi d’Affrica e di Levante, sdegnò di ricordare le palme dell’agro palermitano; ma supplisce al suo silenzio Ugo Falcando:[1050]e noi ben sappiamo che nel secolo decimoterzo si diè opera a far fruttare il palmeto, il quale dalla Favara stendeasi fino alla sponda dell’Oreto,[1051]e che il milletrecentosedici i soldati angioini venuti all’assedio della città tagliaron quel bosco,[1052]del quale avanza tuttora qua e là qualche pianta.
A dimenticanza manifesta è da apporre il silenzio del compilatore su le piantagioni di cannamele e sull’opificio dello zucchero. Perchè lo zucchero di Sicilia si consumava nella capitale dell’Affrica propria fin dalla prima metà del decimo secolo;[1053]e, nella seconda del duodecimo, il Falcando fa menzione non sol delle cannamele, ma anche della cottura del melazzo e del raffinamento dello zucchero.[1054]Un diploma del secolo duodecimo fa ricordo dei frantoi o strettoi da cannamele;[1055]uno del decimoterzo mostra la sollecitudine che si prendea l’imperator Federigo per ristorare le raffinerie di zucchero in Palermo.[1056]La coltivazione poi delle cannamele e la manipolazione dello zucchero continuarono in Sicilia fino alle età più malaugurate della sua storia economica;[1057]e non è punto verosimile che così fatte industrie sieno state intermesse al tempo di Ruggiero. Poco dice Edrîsi de’ boschi: nomina labinîtdi Buccheri, e spiega come torni in arabico apineta;[1058]fa menzione del catrame e della pece che si esportava da Aci,[1059]del gran traffico di legname che faceasi a Randazzo,[1060]delle navi che costruivansi a San Marco con gli alberi tagliati in quei monti.[1061]Vi si può aggiungere, secondo un geografo del duodecimo secolo ed uno del decimoterzo, il mastice di Pantellaria cavato da’ lentischi e lo storace odorifero.[1062]La coltura degli aranci e altri agrumi, della quale non fa motto Edrîsi, è attestata ampiamente dal Falcando, da un diploma dell’undecimo secolo e dai poeti arabi che cantarono le lodi di re Ruggiero.[1063]
Della pastorizia, come dell’agricoltura, è forza confessare che quel compilatore, o trascurò le notizie, o gli bastò accennarvi da lungi; poichè non fa menzione di pascoli nè di greggi nè d’armenti, se non che nei capitoli di Malta,[1064]Rahl-el-Merat,[1065]Mineo,[1066]Golesano,[1067]Montalbano, Mangiaba[1068]e Galati.[1069]Ma parmi superfluo dimostrare che questo ramo d’industria agraria sia stato importante in Sicilia nel duodecimo secolo: basti ricordare il diploma dell’imperator Federigo che attesta come, ai tempi di Guglielmo II, il fisco dava in fitto a’ Musulmani grandissimo numero di buoi, tra indomiti e mansi.[1070]Da un’altra mano supplisce Pietro d’Eboli al libro di Ruggiero, lodando nel suo carme i cavalli trinacrii, montati in una grande solennità da’ nobili di Salerno:[1071]onde veggiamo nel duodecimo secolo la continuazione delle razze lodate già nell’undecimo.[1072]E la cura che prendea l’imperator Federigo per mantenere de’ cameli in Malta, ci conduce a supporre che quegli animali v’attecchissero ancora.[1073]Si facea del miele, a detta di Edrîsi, in Malta, Caltagirone e Montalbano.[1074]
Tra i prodotti del mare primeggiava l’ottimo corallo di Trapani, e notavasi l’abbondante, anzi, dice Edrîsi, “strabocchevole copia di pesci che si prendeanoin quelle acque,” non escluso il tonno grande, così lo chiama, al quale si tendean ampie reti.[1075]E similmente ei fa ricordo delle reti da tonno nella marina dei Bagni Segestani;[1076]delli ordegni con che lo si pescava a Milazzo;[1077]della quantità grande che se ne prendea ad Oliveri;[1078]della rete messa in mare dinanzi Caronia,[1079]e del tonno che si pescava anco nel porto, non so se di Termini o di Trabìa.[1080]Ei non fa menzione di tonnare su la costiera di Levante nè di mezzogiorno, nè della pescagione minuta in altri mari che di Trapani e Catania. Dice pur delrei, il quale compariva in primavera nel fiume di Termini;[1081]de’ pescigrossi e squisiti che dava il Simeto;[1082]degli svariati e copiosissimi che si prendeano nel fiume di Lentini e si mandavano per ogni luogo,[1083]e di quei del fiume Salso, pingui e saporosi.[1084]Il povero Oreto anch’esso par sia stato più pescoso che in oggi, quando l’imperator Federigo rivendicava al demanio regio una pescaia che v’avean fatta, cheti cheti, i monaci della Trinità di Palermo.[1085]
Tarbi’a, che suona la “quadrangolare” e noi n’abbiam fattoTrabìa, era amena villa, al dire di Edrîsi: le grosse polle d’acqua, che sgorgan quivi a piè della roccia, movean di molti molini; e vasti casamenti erano addetti a lavorare l’itria, o vogliam dir le paste e particolarmente i vermicelli,[1086]de’ quali si caricavano bastimenti e spedivansi in Calabria e in tanti altri paesi di Cristiani e di Musulmani:[1087]onde si vede come l’industria cittadina raddoppiava il valore prodotto dall’industria agraria, e apprestava materia di nuovi guadagni alla navigazione e al commercio.
Pochi altri ragguagli possiam cavare da Edrîsi intorno l’industria cittadina, appartenendo tanto agli artigiani quanto a’ bottegai, i mercati ch’egli va notando in varie città e terre.[1088]Fa menzione poi, in Girgenti, Mazara, Alcamo, Naro, Castrogiovanni e Randazzo, d’altri artefici, tra i quali credo sian di quelli che in oggi chiameremmo artisti:[1089]e ognuno intende che se il compilatore non ne parla nella descrizione delle città primarie, è forse che gli parea superfluo; nè dobbiamo dimenticare ch’egli non bramava già di tirar con regola e compasso degli specchietti statistici a modo nostro, ma volea soprattutto fare sfoggio d’eleganza nella lingua e nello stile. Donde noi cercheremo i particolari in altri scritti, o in qualche avanzo di manifatture che è pervenuto per buona ventura infino all’età nostra. Al punto stesso in cui i Musulmani sgombravano dalla Sicilia, noi veggiamo in Melfi, Canosa e Lucera, legnaioli, intarsiatori, armaiuoli, magnani ed “altri maestri” saraceni, salariati dall’imperator Federigo, insieme col fattore d’un suo vivaio, e co’ famigli addetti ai cameli, alla lonza da caccia ed ai mangani, s’io ben leggo.[1090]Di cotesti oaltri intarsiatori abbiamo anco i nomi proprii e sembran tutti siciliani.[1091]Il vocabolo stesso ditarsîa, arabico puro, sembra passato di Sicilia nella Terraferma italiana, e prova meglio che il dir di qualunque scrittore come quell’arte sia fiorita dapprima nell’isola. S’altro attestato occorresse, avremmo delli scrigni intarsiati con epigrafi arabiche che si conservano tuttavia in Sicilia;[1092]e se dubbio rimanesse ancora, mostrar potremmo gli avanzi di due grandi e magnifiche iscrizioni, intarsiate su marmo bianco, in pietre dure di colore, a quel modo che in oggi si chiama mosaico fiorentino,[1093]tra il quale e l’intarsiatura in legno o avorio non è altra differenza che la materia. Si ritrova in Sicilia nel duodecimo secolo, come ognun sa, l’arte di lavorare il porfido, attestata nonsolamente dagli avelli regii del duomo di Palermo, ma altresì dagli ornati sì frequenti nelle chiese normanne, ai quali si deve aggiungere un lavorìo minuto e difficilissimo: una profonda coppa da bere, fornita di anse, che serbavasi nella Cappella Palatina di Palermo infino a’ principii del decimoquarto secolo.[1094]
Chi sa quanto sia moderno il gusto di far collezioni delle stoviglie del medio evo, mi condonerà se in questo capitolo dell’industria siciliana io tocco, semino dubbii e passo. Palermitani e senza alcun dubbio siciliani sono gli orci e le brocche di terra cotta, varii per la grandezza e per la forma, grossolani di fattura, e alcuni con tappo fisso, bucherato, e la più parte sciupati al forno, dei quali si trovò, com’io ritraggo, un piccol numero nel demolire la chiesa di San Giacomo la Marina in Palermo (1864), e poi se n’è cavato parecchie centinaia sopra le vòlte della Martorana, ponendo mano (1870) alla ristorazione di questo prezioso edifizio, che torna alla prima metà del secolo duodecimo. Credono i periti che questo insolito materiale s’abbia a tenere contemporaneo delle prime fabbriche. Che che ne sia, si scorge in quel vasellame una grossiera imitazione di motti e ornati arabi; onde non andrebbe riferito a’ tempi in cui le colonie musulmane serbavan lalingua loro, e potrebbe scendere alla seconda metà del duodecimo o fors’anco del decimoterzo secolo.[1095]
Ammetto io volentieri, coi trattatisti di ceramica medievale e moderna, che sia stata in Sicilia, fin dai tempi musulmani, una scuola di maioliche; ancorchè io non mi affidi del tutto alla pratica di quegli antiquarii che battezzano, con data e patria, questo o quell’altro lavoro.[1096]Pur oso dir che i più preziosi ch’io abbia mai visti, i due stupendi vasi di Mazara, mi sembrano spagnuoli, sia delle isole o della terraferma.[1097]È forza poi che io ricusi la cittadinanza di certielegantissimi orcioletti arabi da armadio e da salotto, i quali a prima giunta si potrebbero dir siciliani, essendo frequentissimi nelle collezioni della Sicilia e rari nelle altre d’Europa. Ma la data segnata nella più parte di siffatte stoviglie par che torni a’ principii del decimoquarto secolo, quando gli ultimi residui de’ Musulmani erano usciti di Sicilia fin da tre o quattro generazioni, e se rimaneano le tradizioni delle industrie ed arti loro, la lingua era perduta e dimentica o celata la origine.[1098]
Si veggono ne’ musei di Sicilia, come in tutti gli altri d’Europa, delle ciotole di bronzo o rame, di quelle che i Musulmani usano per bere, e alcune grandi catinelle o dischi degli stessi metalli, ma nessuno indizio ci porta a rivendicarli all’industria siciliana; anzi, tornando comunemente così fatti lavori al decimoterzo, decimoquarto o decimoquinto secolo, e somigliando perfettamente a quei notissimi di Siria e di Egitto, è da supporre che li abbia recati in Sicilia il commercio, sì come fece in altre parti d’Italia, e più che ogni altra in Toscana.[1099]Pur si ritrae che i Musulmani di Sicilia lavoravano egregiamente i metalli. Il museo del Louvre possiede un piccolo mesciacqua di rame, in forma d’un pavone, in petto al quale si legge, preceduto da una croce, il mottoOpus Salomonis erat, e sotto quello in arabico,Fattura di Abd-el-Melik-en Nasrâni, ossia il Cristiano. Il dotto archeologo, che ha illustrato cotesto vaso, lo riferisce al duodecimo secolo ed alla Sicilia, sì per la forma de’ caratteri, per la coincidenza de’ due idiomi e perl’apostasia dell’artefice musulmano, e sì per la somiglianza di quest’opera con altre dell’arte arabo-sicula. Dimostra inoltre l’autore con molti esempii, che “opera di Salomone” significava allora “sottil congegno;” e sostiene che un cannellino, del quale rimane ancora vestigia, era adattato sul dorso del pavone affinchè, mescendosi l’acqua dal becco, l’aria entrata dal cannellino rendesse un sibilo.[1100]Nel gabinetto poi delle antichità in Parigi è esposta una coppa di bronzo, ageminata in argento con figure d’animali e rabeschi di stile arabico, la quale, ne’ tre soliti cartelli tondi, invece di motti arabi, porta lo stemma d’un arcivescovo di Morreale del decimoquarto secolo; onde l’erudito autore del catalogo ha ben’aggiudicata quest’altra opera alla scuola arabica di Sicilia.[1101]Abbiamo in cotesti bronzi parigini il simbolo de’ due ultimi stadii dell’industria arabo-siciliana: l’uno, cioè, quando i Musulmani si convertirono alla religione de’ vincitori e appresero la loro lingua oficiale, senza smettere la propria; e l’altro quando, mutata lingua e religione, ritenner pure le tradizioni di lor arte: finchè nel decimosesto secolo furono attirati dal maggior astro che risorgea nella terraferma d’Italia.
Abbiam già fatta menzione deltirâzregio di Palermo,[1102]nel quale, si tesseano e ricamavansi i drappidi seta, come afferma precisamente il Falcando.[1103]E però non ne daremmo or che un cenno, se non fosse uscita alla luce, dopo il secondo volume della presente istoria, una erudita e sontuosa illustrazione delle insegne dell’antico Impero germanico, serbate in Vienna; la qual collezione è composta in gran parte di ricami e drappi siciliani.[1104]L’abbondante materia vuol che si tratti separatamente di quelle due manifatture, e si torni anco addietro al periodo al quale arrivammo nel quarto libro.
Poichè ci sembra con molta verosimiglianza lavoro deltirâzdi Palermo, il pallio che il gran ribelle di Puglia donò all’imperatore Arrigo II; il qual cimelio si ammira oggidì nel duomo di Bamberg.[1105]E veramente il disegno somiglia in generale a quello del manto di re Ruggiero; e il planisfero celeste, ch’evvi raffigurato con qualche nota astrologica, torna per l’appunto agli studii ed a’ gusti musulmani di quel secolo, non ostante le figure di santi, tramezzati alle costellazioni in grazia del pio personaggio pel quale era fatto il pallio. Si scorge anco la mano straniera nelle iscrizioni latine con lettere trasposte e alcuna capovolta.[1106]Oltre a ciò manca ognifondamento a supporre untirâzin altra città d’Italia;[1107]nè è mestieri andarlo a cercare in Affrica o Spagna, quando l’abbiamo in Sicilia e sappiam la lega di que’ Musulmani (1011) con Melo o Ismaele, come or non si può esitare a chiamarlo, leggendo il nome nel pallio.[1108]Seguono nell’ordine de’ tempi il notissimo pallio di re Ruggiero,[1109]con la data del cinquecenventotto dell’egira (1133); il camice di seta bianca, ornato con larga fimbria di porpora e d’oro e con lunga iscrizione bilingue, che porta in latino e in arabico i titoli di Guglielmo II e l’anno millecentottantuno;[1110]le gambiere col nome e i titoli dello stesso principe ricamati inlettere arabiche.[1111]L’editore, il quale ha studiati, meglio che niun altro erudito europeo, i paramenti ecclesiastici del medio evo, attribuisce anco agli artefici musulmani di Sicilia i guanti di seta rossa trapunti in oro; due cinti da spada; un paio di ricchi sandali; il manto chiamato d’Ottone IV, e altri lavori che non hanno data nè lettere arabiche, ma gli ornamenti e lo stile di essi confrontano con que’ deltirâzpalermitano[1112]. Contro il qual giudizio non abbiam che dire: se non che il merito del lavoro va scompartito tra’ Musulmani di Sicilia e i Greci, quando si sa dalle croniche il fatto de’ lavoranti di Tebe e Corinto, uomini e donne, menati prigioni in Palermo; i quali di certo non dettero principio a quell’opificio, ma non si può ammettere neanco che non abbiano giovato nulla a perfezionare i lavori.[1113]Vanno ricordati infine i ricami in lettere e disegni arabici della veste con la quale fu sepolto l’imperator Federigo: onde le prove materiali di quell’arte arrivano infino alla metà del decimoterzo secolo.[1114]
Circa i drappi fabbricati in Palermo, le provemateriali e gli attestati scritti forniscono particolari sì copiosi da convenire più tosto ad apposito e tecnico trattato, che alla presente rassegna. Basti dunque citare i drappi de’ pallii ricamati, de’ quali testè abbiamo discorso e i soppanni di quelli, tutti opera siciliana, a giudizio dell’autore della descrizione; i quali sono tessuti con bell’artifizio a figure di animali e di piante, rilevati ad oro ed a colori diversi; e rassomigliano per la fattura agli scampoli rimasi nelle cattedrali di Palermo e di Cefalù, dei quali l’autore pubblica qualche disegno.[1115]Vengon poi i vestiti che si osservarono nelle tombe regie del duomo di Palermo, quando la ristorazione del monumento die’ occasione ad aprirle.[1116]Leggiamo nella cronica dell’Abate di Telese che, nelle feste dell’incoronazione di re Ruggiero, le mura del palagio eran parate di pallii e per fino gli infimi servitori vestiti di seta.[1117]Nella seconda metà del medesimo secolo, il Falcando attesta la varietà de’ drappi di seta tessuti nel palazzo reale e ricamati ad oro e perle, e la copia altresì de’ drappi stranieri e de’ pannilani che vendeansi nel vico degli Amalfitani entro il Cassaro di Palermo;[1118]e Ibn-Giobair nota il lusso di vestimenta delle dame cristiane di quella capitale ed anco delle musulmane che davano, com’or direbbesi, il figurino.[1119]V’ha memoria d’un gran padiglione di seta da sedervi a mensa dugento persone, cheRiccardo Cuor di Leone pretese da re Tancredi, insieme con altri tesori, dopo la baruffa di Messina.[1120]Le antiche poesie francesi ricordano lo sciamito e il zendado di Palermo.[1121]I diplomi siciliani, citando quelle e tante altre maniere di drappi operati o ricamati, mostrano la grande attività del commercio e dell’industria indigena.[1122]Danno simile testimonianza le denominazioni de’ dazii ordinati dai re normanni e svevi;[1123]e perfino il dialetto siciliano attesta l’origine e la importanza di quella industria, chiamando i tessitori in generale col vocabolo arabicocareri.[1124]Gli opificii della seta decaddero in Sicilia, al par che tante altre sorgentidi pubblica ricchezza, nella seconda metà del decimoterzo secolo, per le varie cagioni a che abbiamo accennato; tra le quali non è da dimenticare la emigrazione de’ Musulmani. Delle città di Terraferma, Lucca fu la prima a raccogliere la eredità della Sicilia. Rivaleggiarono poi con quella città, Firenze, Venezia, Genova: e artisti italiani recarono tal ricca industria a Lione, a Tours e in altre città della Francia. Pur la esportazione de’ drappi di seta rimase bel capo di commercio in Sicilia infino al decimosesto secolo.[1125]
E nessuna maniera d’opificii, necessarii al vestire ed anco al lusso, potea mancare in Sicilia nel duodecimo e decimoterzo secolo, s’egli è vero che le industrie si rannodan tra loro, e che una ne favorisce un’altra e sovente la porta con seco necessariamente. Così, in un paese celebrato pe’ drappi di seta, lagabella su l’arco del cotone,[1126]che parmi voglia dire la battitura de’ bocciuoli per cavar la bambagia, fa supporre i telai da tesserne il filo. Abbiamo precise testimonianze per le tintorie[1127]e per gli opificii di pelli dorate, che si adopravano in varie manifatture e segnatamente negli stivaletti da donna.[1128]I guanti di seta tessuti a maglia, che si rinvennero nell’avello di Arrigo VI, sono da riferire anch’essi all’industria siciliana.[1129]Nè può dubitarsi che i fermagli smaltati e gli ornamenti gittati in oro, che furon cuciti in alcune delle vestimenta imperiali, non siano opera degli orefici palermitani; que’ medesimi a’ quali sono da attribuir le corone dell’imperator Federigo e della sua prima moglie Costanza d’Aragona.[1130]
Verosimil cosa è, ma punto provata, che nelperiodo, del quale trattiamo, si fosse lavorata in Sicilia della carta da scrivere. Furon gli Arabi, come ognun sa, que’ che recarono in Occidente la carta di cotone, fabbricata nel Khorasân ad imitazione di quella della Cina, ch’era fatta di seta o d’erbe;[1131]nè cade in dubbio che opificii di carta siano surti in Spagna e particolarmente a Xativa, donde, nella prima metà del duodecimo secolo, se ne mandava in Levante e in Ponente, al dir di Edrîsi.[1132]Il silenzio del quale, nella descrizione della Sicilia, sarebbe grave argomento contro il mio supposto, se in questo medesimo capitolo non avessimo trovate più volte fallaci le prove negative fondate su quel libro. Ritraggiam noi che, allo scorcio dell’undecimo secolo, i diplomi normanni di Sicilia, perfino que’ che portavano concessioni territoriali, furono scritti in carta di cotone; onde, in men di mezzo secolo, re Ruggiero volle rinnovare tutti i titoli di proprietà, con l’occasione o il pretesto che moltioriginali fossero logori, cancellati o corrosi dalle tarme.[1133]Continuossi, ciò nonostante, a copiare in carta di cotone gli atti privati ed anco i pubblici, finchè, a capo d’un secolo, l’imperator Federigo dichiarò nulli que’ di certe classi che non fossero scritti in cartapecora;[1134]ma la sua cancelleria, in Sicilia e nellaterraferma d’Italia, usò tuttavia la carta negli atti che parea non dovessero passare alla posterità.[1135]Il basso prezzo della materia, provato da cotesti fatti, fa credere più tosto a fabbricazione indigena che ad importazione dalla Spagna o dall’Oriente.[1136]S’aggiunga che la denominazione di carta di papiro, occorrendo per la prima volta nelle Costituzioni di Federigo, sembra nata in Sicilia, per essere questo il solo paese d’Europa che produce quella pianta, e che l’usò comunemente nella cancelleria dello Stato fino alla seconda metà del decimo secolo;[1137]quando egli è probabile che la carta di cotone a poco a poco sia stata surrogata al papiro, e con l’ufizio ne abbia preso anco il nome.[1138]
La narrazione de’ fatti politici in questo e nel precedente libro, e la rassegna delle produzioni del suolo nel presente capitolo, ci ha condotti a toccare le notizie commerciali, in guisa che, volendo or trattarne appositamente, basterà di accennare alle cose già dette, le quali sono confermate da’ trattati di commercio[1139]dalle generalità che affermano alcuni scrittori.[1140]Hanno avuta i lettori occasione di riflettere che i principi della Sicilia, massime re Ruggiero e Federigo, indirizzarono spesso le pratiche e imprese loro a scopo di utilità mercantile; e che poservi zelo tanto maggiore, quanto eran essi i primi mercatanti del paese. E veramente le vaste possessioni demaniali, la riscossione delle gabelle in derrate, l’esempio degli Ziriti di Mehdia, e da un’altra mano la forma del principato feudale, sospingeano a quell’errore economico, il quale pur fruttava gran parte dell’entrata dello Stato, o della Corte che dir si voglia.
Principalissimo capo del commercio siciliano furono i grani, nel duodecimo secolo,[1141]al par che ne’seguenti infino al decimottavo, e continuo sbocco di quelli fino al secolo decimosesto, fu la costiera di Barbaria, travagliata sempre dalla fame.[1142]Mandava la Sicilia in Venezia de’ grani ed altre vittuaglie e, con rammarico d’un uomo di Stato di que’ tempi, ne traeva gran copia di merci e poco denaro.[1143]Si è già detto delle paste lavorate della Trabia, imbarcate per varii paesi cristiani e musulmani.[1144]Dopo le granaglie, erano capi d’esportazione, importanti nel duodecimo secolo, ed, a quanto parrebbe, assai più nel seguente, le frutte secche e il cotone;[1145]il quale ritraggiamo che sino ai principii del decimosesto secolo si mandava perfino in Inghilterra grezzo e filato:[1146]ed è anco da mettere in conto il corallo, il mastice di Pantellaria e lo storace odorifero.[1147]Nè possiam supporre scarso a’ tempi normanni il traffico dello zucchero, poichè quello di prima coltura e le frutte giulebbate andarono sino al decimoquinto secolo dalla Sicilia in Costantinopoli, Alessandria d’Egitto e Inghilterra, non che ne’ mercati della nostra Penisola[1148]. Da un’altra manoesportavansi dei drappi di seta per le regioni occidentali d’Europa.[1149]Documenti del duodecimo secolo attestano l’associazione di mercatanti genovesi e siciliani per intraprese commerciali in varii paesi.[1150]Sappiamo delle navi siciliane ancorate ne’ porti di Barcellona e di Alessandria d’Egitto:[1151]e ritraggiamo da altre sorgenti il traffico della Sicilia in que’ due grandi emporii[1152]e in quelli di Pisa,[1153]Marsiglia[1154]Amalfi,[1155]Calabria e Malta.[1156]Di certo le navi genovesi conduceano gran parte di que’ commerci in Sicilia come in tutto il Mediterraneo;[1157]pure gli altri navigatori italiani rivaleggiavano sempre con essi, ed anco i Siciliani; poichè sappiamo delle costruzioni navali di San Marco e del gran traffico di legname che faceasi a Randazzo, per trasportarlo, com’e’ sembra verosimile, nelporto di Messina.[1158]Il quale ritolse a Palermo il primato della navigazione, in quel gran movimento che per tutto il duodecimo secolo spinse l’Occidente, a traverso il Faro, in Palestina e in Siria: onde Messina nella seconda metà del secolo divenne la stazione principale del navilio da guerra, in vece di Palermo.[1159]Nè son pochi gli emporii minori nominati da Edrîsi: Termini, Cefalù,Kala’t-el-Kewâreb(Santo Stefano), Milazzo, Taormina (ossia Giardini), Aci, Catania, Siracusa, Scicli, Ragusa,Olimpiade(Licata), Girgenti, Sciacca, Mazara, Marsala, Trapani,Kala’t-el-Hamma,Calatubo, Carini, San Marco.[1160]
Continuando a ciò che abbiam detto intorno le monete del primo conte di Sicilia,[1161]è da notare che sotto Ruggiero e i due Guglielmi furono coniati in grandissima copia dei quartigli d’oro, volgarmente detti Tarì, e citati con tal denominazione negli atti pubblici di quel tempo. De’ quali son pieni i musei pubblici e privati d’Europa, e se ne trova sempre qualcuno presso gli orafi e i rivenduglioli in Sicilia ed anche fuori; oltrechè sappiamo come e’ corsero per le contrade in due grandi rapine, una volta in Palermo e una volta in Roma.[1162]
L’ampia collezione pubblicata dal principe di San Giorgio Spinelli ci aiuta a conoscere le monete normanne di cotesto periodo, meglio che la non abbia fatto per quelle dell’undecimo secolo; quantunque non ci spiri, nè anche qui, piena fiducia per le date ed altri amminicoli.[1163]Userò io, dunque, cotesto libro per quel ch’e’ vale, col sussidio di altre opere e delle monete che ho vedute con gli occhi miei.[1164]
Lascio addietro, perchè non battuta in Sicilia, nè, a quanto parmi, col fine di soddisfare a bisogno economico, la moneta di rame, che ha da una faccia la protome di San Niccolò con iscrizione greca e dall’altra, in caratteri cufici, la data di Bari, anno cinquecenquarantaquattro dell’egira (1149).[1165]Le altre monete arabiche de’ Normanni di Sicilia coniavansi in Palermo e in Messina, talvolta con leggendebilingui, cioè arabico e latino, ovvero arabico e greco. Quelle di Ruggiero secondo hanno, la più parte, nel rovescio un segno, che altri ha creduto figura della croce tronca in cima, altri iniziale del classico nome di Trinacria. E per vero l’è sigla, secondo l’uso dei tempi e delle dinastie normanne d’Italia; ma compendia, a creder mio, il nome di Tancredi, padre di Roberto Guiscardo e del primo conte Ruggiero: Tancredi di Hauteville, ceppo della dinastia, della quale i due rami sovrani regnarono insieme in Palermo dal millenovantuno al millecenventitrè, e governarono la città con unica amministrazione.[1166]Ognuno intende che non vi tenean essi al certo due zecche, nè poteano trovare miglior simbolo, per l’unica moneta loro, che la sigla di Tancredi. Ciò non togliea che il vecchio conte Ruggiero e i due successori immediati battessero moneta per conto proprio loro in Messina, nè che Ruggiero duca di Puglia tenesse in opera la zecca di Salerno.[1167]E si ricordi che laTdi varie forme, e variamente rabescata e ornata di puntini, comparisce più sovente nelle monete d’oro, quelle cioè che doveano avere corso più largo ne’ dominii normanni e fuori.[1168]Noi sappiam che allo scorciodell’undecimo secolo i grandi della corte di Sicilia invocarono talvolta la buona fortuna della progenie di Tancredi,[1169]e che re Ruggiero si vantò sempre erede non men del padre che dello zio; ond’e’ par ch’abbia potuto usare molto volentieri la sigla di Tancredi. Mi conferma in tal concetto l’ornato bizzarro, dato ai due rami dellaTin alcune monete e nel gran pallio di Nuremberg: il quale è diviso in due quadranti dalla medesima lettera, se non che l’asta perpendicolare, grossa e rabescata, rassomiglia ad un tronco di palma.
Afferma lo Spinelli[1170]che Ruggiero, assunto il titol di re, abbia mutato cotesto tipo monetario, prendendo quello che fu serbato da’ due Guglielmi, nel quale rimase da una faccia il nome del principe, ma fu sostituito nell’altra alla formola musulmana il noto motto greco “Gesù Cristo vince.” Ma l’autore stesso ci fa veder pure l’antico tipo dopo il millecentrenta:[1171]e il vero è che un fatto di sì gran momento non si potrà accertare se pria non saranno rivedute da occhi più pratici tutte le date e le leggende. Aggiungo aver osservata io stesso nel Museo di Napoli una moneta che ha da una faccia la formola musulmana e dall’altra laTrabescata, con la leggenda arabica “Per comando — del re — Ruggiero.” Io ritengo che la formola musulmana era già disusata negli ultimi anni di Ruggiero; ma che l’aveano abbandonata a poco a poco, e adoperata per molti anni promiscuamente col tipo che portava la croce e ilmotto bizantino. Chi voglia, poi, applicarsi all’iconografia delle varie monete arabiche dell’epoca normanna e sveva, e soprattutto di quelle figurate con immagini sacre, o d’animali e di piante, troverà campo larghissimo nell’opera dello Spinelli.
Non si alterò sotto i tre primi re normanni la forma, nè, a quel che parmi, il valore intrinseco de’ tarì orobâ’ifatemiti. Di raro par si fossero coniati de’ dînâr o mezzi dinar,[1172]nè ci avanza gran copia di monete d’argento con iscrizioni arabe o bilingui; ma si rinvengono spesso delle monete di rame. Per cagion del breve regno e delle popolazioni musulmane, che sempre più si dileguavano, coniò poche monete arabiche Tancredi, poche Arrigo VI; e scarseggiano similmente quelle di Federigo, il quale mutò il sistema monetario, surrogando coll’agostale le frazioni del dinar. Ma ancorchè sieno estranee al nostro argomento le monete latine dei re di Sicilia, non vogliam passare sotto silenzio che i Guelfi, tra le altre singolarità attribuite all’imperator Federigo, narrarono ch’egli avesse data fuori della moneta di cuoio,[1173]come la tradizione popolare di Sicilia dice di Guglielmo il Malo. Ed ancorchè nessuno antiquario n’abbia vista fin qui la prova materiale, non ripugna al vero la imitazione di tal trovato, quando noi sappiam che i Cinesi, precorrendoci anche nelle teorie del credito, adoperaron moneta di cartone fin dal settimo secolo dell’èra volgare. La corte di Roma, nella gran salmeria de’ motivi che accompagnavano la scomunica del milledugentrentanove, chiamò Federigo “falsario di nuovo genere,” apponendogli d’aver fatto coniare del rame coperto di sottile foglia d’argento:[1174]e io debbo dire che, non ostante la nota audacia di tali accusatori, mi sembra anco verosimile questo fatto, perchè n’abbiamo esempii nella numismatica antica ed anco nella musulmana,[1175]e perchè l’imputazione è di quelle che niun osa fare quando manca il corpo del delitto.