Chapter 40

1123.Si veggano i diplomi che abbiamo citati nel libro V, cap. x, pag. 330, di questo volume, nota 1. Ladomus setaeera ben de’ dritti antichi, cioè dell’epoca normanna, e similmente ladohana paliariorum.1124.In arabico si chiaman così i lavoranti o mercatanti di seta. Oggi trascriviamohariri; ma si può provare con molti esempii che nel medio evo si rendea più volentieri laharabica con lacnostra.Anche la vocefilugellovien d’Oriente. V.Journ. Asiat., di aprile e maggio 1857, pag. 547.1125.Si veggano i particolari, per l’origine delle manifatture francesi, e per la parte che v’ebbero gli Italiani, in Francisque Michel, op. cit., II, 270 segg. a 278; ed anco pel commercio di seta tra l’Italia e la Francia, nello stesso volume, pag. 261 segg.L’erudito autore cita, tra le altre autorità, un’antica traduzione francese delRerum Memorabiliumdi Guido Pancirolo; ma sbaglia in due punti, poichè attribuisce alla Calabria un fatto raccontato di Reggio dell’Emilia, ed all’erario di Venezia la somma che, secondo il Pancirolo, guadagnava il paese. Ecco la traduzione latina di Enrico Salmuth, che tien luogo del testo italiano, non mai pubblicato. Tolgo il passo dalla edizione di Amberg, 1608, vol. II, pag. 729. Nel capitolo “De textis sericis” il Pancirolo dice: “Annis abhinc 50 in tantum excrevit textura ista, ut Veneta duntaxat regio, singulis annis, 500 millia et vel sola mea patria, quae Rhegium est, 10,000 aureorum, plus vero etiam multo Sicilia inde lucratur: ac uno verbo dicam artificium hoc tamquam unicus jam mercatoribus nervus sit lucri et certissimum laborantium fulcimantum.”Il Pancirolo, eminente giureconsulto, segnalatosi anco per sana critica nella storia, nacque in Reggio dell’Emilia il 1523; morì professore a Padova il 1599; e scrisse, oltre tanti altri, quel trattato di erudizione per un principe della Casa di Savoia, dalla quale egli era stato chiamato all’Università di Torino.1126.Presso Gregorio,Considerazioni, libro I, cap. 4, nota 21, squarci di parecchi diplomi del 1266, 1270, 1274, 1280, 1309. La lezione “artis cuthonis,” ch’è nel diploma del 1309, troncherebbe ogni dubbio; ma contuttociò mi par migliore la prima. Secondo il diploma si pagavano in Palermo due dritti diversi,arca(arcus?)cuctonisecaha cuctonis. La vocekâ’ahera ed è usata in Egitto per significare sala, aula e “loggia” a terreno. Il Makrizi,Mowâ’iz, ediz. di B’ulâk, II, 48, dice dellakâ’ahdell’oro al Cairo, quella cioè dove si tirava il metallo per lavorare i drappi di seta e d’oro.1127.Gregorio, nota citata or ora, diploma del 1274.1128.Ibn-Giobair dice degli stivaletti dorati delle donne palermitane; e lacabella auripelliumsi legge nel diploma del 1274, citato poc’anzi.1129.Gregorio,DiscorsiVI e IX, a pag. 708 e 734, della citata edizione del 1853. Si confronti Boch,Kleinodien, citato dianzi, tavola VIII, fig. 10, pag. 37, 38.1130.Boch,Kleinodien, pag. 153; conf. pag. 144. Si confronti il Gregorio,DiscorsiVI, VIII, pag. 710, 711, 718, della citata edizione del 1853. Si avverta che gli ornamenti trovati sul teschio dell’imperatrice Costanza sono serbati adesso nel tesoro della Cattedrale. Il motto inciso nella gemma principale della corona, letto erroneamente dal Tychsen, ripetuto dal Gregorio e poi con poco divario dal Mortillaro,Opere, tomo IV, pag. 10, 11, va tradotto, secondo il Reinaud, “In Dio == ’Isa-ibn-Giâber == confida.” Onde ognun vede che quel gioiello fu fatto, in origine, per un musulmano.1131.Su questo argomento ilKitâb-el-Fihrist, testo, Lipsia, 1871, pag. 21, e nelleMémoires de l’Acad. des Inscript., 1ª serie, tomo L, pag. 434 segg.; i Prolegomeni d’Ibn-Khaldûn, ediz. di Parigi, II, 350; e ilMowâ’izdi Makrizi, ediz. di Bulak, I, 91, danno ampii ragguagli, ma incerti ed anche contradittorii. Tra le altre cose ritraggiamo che la carta della Cina si facea d’erbe (hascisc); che fu imitata in Samarkand con lino o, secondo altri, bambagia; e che ilkaghed, ossia carta di cotone, fu fabbricato nel Khorasân, ma non si adoperò nei registri dell’azienda musulmana, se non che al tempo di Harûn Rascid. Sembra che allora siasi incominciata a vedere in Europa questa maniera di fogli.Merita d’esser letta la dissertazione popolare che M. Louis Viardot pubblicò a Parigi, una ventina d’anni addietro, nellaLiberté de penser, sotto il titolo:L’Europe doit aux Arabes le papier, la boussole et la poudre à canon.1132.Edrîsi,Description de l’Afrique et de l’Espagne, pag. 492 del testo, de’ signori Dozy e De Goeje, e pag. 235 della traduzione. Si vegga inoltre nel Casiri,Bibl. arabo-hispanica, la descrizione di molti codici arabi di Spagna scritti in carta bombicina.1133.Si tenne a quest’effetto un parlamento in Palermo di marzo 1145, come si vede da un diploma pubblicato dal Mongitore,Bulla Privilegia, etc., pag. 32, del quale il testo greco leggesi presso il Mortillaro,Tabulariodella Chiesa di Palermo, pag. 26. Parecchi diplomi del vecchio conte Ruggiero e della Adelaide, reggente di Simone e poi di Ruggiero secondo, furono rinnovati “de carta cuttunea in pergamenum,” come si vede da’ nuovi diplomi, presso il Pirro,Sicilia Sacra, pag. 1027. Il testo greco d’uno di cotesti diplomi, dato il 1099 e rinnovato, com’e’ pare, il 1114, si legge presso Spata,Pergamene, pag. 237. Un altro diploma greco del 1097, rinnovato il 1110, fu pubblicato nelGiornale ecclesiastico di Sicilia, pag. 116.Da tre diplomi arabi, di settembre 1144, 3 febbraio e 24 marzo 1145, appartenenti alle Chiese di Catania, Cefalù e Morreale e gli ultimi due serbati in oggi nell’Archivio regio di Palermo, si scorge il medesimo fatto del rinnovamento dei diplomi di concessione “per essere logori e dileguatane la scrittura.” Spero che tra non guari i testi escano alla luce nella raccolta del professor Cusa.1134.NelTabulariumdella Cappella Palatina di Palermo si legge, a pag. 60, un testamento del 1213, transuntato il 1232, perchè si trovava scritto incarta bumbianachejam camulari inceperat.Il provvedimento di Federigo (1224) si legge nelle Costituzioni, lib. I, titolo 80, presso Bréholles,Hist. diplom., etc., II, 445, dove si adoperano come sinonimi le denominazioni dipapiri chartaeechartae bombycinae. L’uso grande che si faceva in Sicilia di questa maniera di carta, è attestato dal diploma del 3 gennaio 1329, presso De Vio,Privilegia urbis Panormi, pel quale è approvata la spesa di due once d’oro, già erogate per copiare in pergamena, secondo le leggi del regno, il volume delle Consuetudini della città, le quali “cum scriptae sint in cartis de papiro.... erant quodammodo quasi deletae et minus honorifice factae.”L’inventario della Cappella Palatina di Palermo, dato il 1309 e pubblicato nelTabularium, etc., n LXIII, fa menzione, a pag. 100, lin. 7, 27, 30 e pag. 103, lin. 11, di parecchi titoli di concessione, non che d’altre scritture incarta de papiro, dal XII al XIV secolo. E tralascio i due celebri diplomi della medesima Cappella, scritti a lettere d’oro, in carta bombicina: il primo dei quali, dato il 1139, fu pubblicato dal Montfaucon,Paleographia graeca, pag. 380, 408; poi, su le orme sue, dal Morso,Palermo antico, 2ª edizione, pag. 301, 397; e in ultimo ristampato nel detto Tabulario, n. IV, pag. 10. Noi n’abbiamo già fatta menzione nel cap. i di questo libro, pag. 354. L’altro, in carta bombicina azzurra, è dato dal 1140 e citato nello stesso Tabulario, n. V, pag. 11, nota 1.1135.Le prove di questo fatto si veggono nella erudita Dissertazione dell’Huillard-Bréholles, che uscì nelleMémoires de la Société impériale des Antiquaires de France, tomo XXIII, col titoloSur l’emploi du papier de coton, etc., Paris, 1856, in 8º pag. 13 segg., dell’estratto.1136.Il Bréholles, op cit., pag. 28, nota A, dicendo non aver trovate prove della esistenza di opificii di carta in Sicilia, ricorda, per mostrarne la probabilità, che il cotone si coltivava negli Stati italiani di Federigo.1137.Ibn-Haukal, nelJournal asiatique, di gennaio 1843, pag. 98.1138.Debbo qui correggere un errore corso nella traduzione del trattato che stipulò, il 1290, Kelaun, sultano d’Egitto, coi re di Sicilia e di Aragona. La versione italiana, che io ho pubblicata nellaGuerra del Vespro siciliano, ediz., del 1866, vol. II, pag. 335 segg., ha all’art. XI, che fosse lecito al sultano di trarre dagli Stati de’ principi contraenti “ferro, carta e legname.” Io seguii la rispettabile autorità di M. De Sacy, rendendo “carta” la voce arabicabiiâdh, ossia “bianco,” alla quale veramente i dizionarii arabi dan questo, tra molti altri significati. Ma, riflettendoci meglio, or mi pare che in questo patto i principi di Casa d’Aragona prometteano di contravvenire al divieto generale dell’esportazione del ferro, armi e legname ne’ paesi musulmani, divieto prescritto, come ognun sa, nel Concilio Laterano del 1179, e replicato da varii papi. Non è dubbio, dunque, chebiiâdhqui significhi armi o acciaio: e forse v’ha qualche relazione tra questo traslato e quello di “armi bianche,” che noi usiamo per opposizione ad “armi da fuoco.” Può servire d’interpretazione autentica a cotesto articolo del trattato del 1200, il provvedimento che di fatto lo abrogò, cioè il capitolo LXXXII di Federigo l’Aragonese re di Sicilia, promulgato dopo i noti accordi col papa e con Casa d’Angiò, per lo quale fu vietato di portar “armi, ferro e legname” nei paesi musulmani.1139.Si vegga il Gregorio,Considerazioni, lib. II, cap. ix e lib. III, cap. viij, e si riscontrino le relazioni con Venezia nelleFontes rerum Austriacarum, vol. XII, n. xxj seg.1140.Pietro il Venerabile abate di Cluny, tra le lodi che fa a re Ruggiero per la sicurezza di cui godeasi viaggiando e dimorando ne’ suoi dominii, cita gli “onustos pecuniis et diversibus mercibus mercatores,” presso Caruso,Bibl. sicula, pag. 977, 978.1141.Capitolo ij del presente libro, pag. 402, 403, 406, 410, 418; cap. iij, pag. 466; cap. ix, pag. 624, 629, 632, 640, 649, 651, 655. Si vegga anco il libro V, cap, vij, a pag. 189, di questo medesimo volume.1142.Leone Affricano, presso Ramusio,Navigationi et Viaggi, Venezia, 1563, vol. I, fog. 7, dice che gli Arabi della Barbaria occidentale davano i loro figliuoli in pegno a’ Siciliani per averne in credito del grano, e che que’ giovani, non soddisfatto a tempo il prezzo, diveniano schiavi.1143.Romualdo Salernitano, presso Caruso,Bibl. sicula, pag. 890, 891.1144.Edrîsi, citato qui sopra a pag. 790.1145.Edrîsi, citato qui sopra a pag. 784. Si veggan anco i trattati geografici di Ibn-Sa’id e di Zohri, nellaBibl. arabo-sicula, testo pag. 137, 159, e la nota 5, a pag. 787 di questo capitolo.1146.Bartolomeo De Pasi,Tariffa de’ pesi e misure, ec. Venezia, 1510, fog. 187 recto.1147.Si confronti il Zohri, testo citato nella pag. 787, nota 5, con Ibn-Sa’id,Bibl. arabo-sicula, pag. 134, capitolo di Pantellaria, dove la vocekitrânsi correggakutûn.1148.De Pasi, op. cit., fog. 42 verso, 60 verso, 187 recto.1149.Si veggano le citazioni fatte qui innanzi a pag. 803, nota 1.1150.Liber Jurium, diplomi del 1155, 1156, 1261, ni. 266, 304, 1167, nel tomo I, pag. 303, 326, 962, e per tutti i due volumi; Marangone, anni 1166, 1167, nell’Archivio storico italiano, tomo VI, parte II, pag. 42, 44.1151.Beniamino di Tudela, traduzione inglese di Asher. Londra, 1840, pag. 32 segg., 157.Si vegga anco, pel commercio della Sicilia con Barcellona ne’ principii del XIV secolo, Capmany,Memorias Historicas, etc., parte I, tomo I; parte II, pag. 34.1152.Si riscontrino i fatti citati in questo sesto libro, cap. iij, pag. 458, nota 3; cap. ix, pag. 651, 652.1153.Si veggano gliStatuti Pisani, vol. III, pag. 105, 373, 416, 423, 574, 577, 590.1154.Diploma di Tommaso conte di Savoia, del 1226, citato da Pouqueville,Mémoires.... sur le Commerce, etc., nelleMémoires de l’Acad. des Inscriptions, X, 538.1155.Basta citare il vico degli Amalfitani in Palermo, nel XII secolo.1156.Edrîsi, nellaBibl. arabo-sicula, pag. 37.1157.Non occorrono citazioni per questi fatti notissimi. Dirò soltanto che i pellegrini musulmani di Spagna e d’Affrica, nella seconda metà del XII secolo, toccavano per lo più la Sicilia. Si vegga il viaggio di Ibn-Giobair, edizione Wright, e particolarmente a pag. 62.1158.Edrîsi, citato qui innanzi a pag. 787, note 3, 4.1159.Edrîsi (1154) attesta che l’arsenale regio era allor, come prima, in Palermo. Ibn-Giobair (1185) lo trovò in Messina; e Falcando, presso Caruso,Bibl. sicula, pag. 405, afferma, con un po’ forse d’anacronismo, lo stesso fatto, dicendo che i Messinesi avean fiaccati i Greci, depredata l’Affrica e la Spagna e riportatone tanta preda.1160.Edrîsi, nellaBibl. arabo-sicula, testo, sotto que’ nomi.1161.Lib. V, cap. x, pag. 342 segg., e si riscontri il libro IV, cap. xiij, pag. 458 segg., del II volume.1162.Si vegga il capitolo iv del presente libro, a pag. 468 e 485 del volume.1163.In molti casi bastano a chiarir l’errore le stesse incisioni dello Spinelli: per esempio, nel n. 223, pag. 46, tavola VIII, 21, dove l’autore lesse l’anno 547, supponendo scritto il 40 senza la lettera ain, mentre si vede chiaro e corretto il numero 30. Nella stessa pagina, n. 212, tavola VI, 28, il nome di Messina è trascritto erroneamentemsânâ, in vece dimsîniche si legge nell’incisione, secondo la ortografia usata dagli Arabi: quest’errore torna in molti altri luoghi. Mi sembra poi molto dubbia, al n. 155, pag. 35, tavola V, 5 e altrove, la doppia data di zecca, cioè “Capitale della Sicilia” (Palermo) in una faccia, e “Messina” nell’altra. Così molte altre leggende o non possono stare, o si trovano diverse nell’incisione.1164.Le citazioni di altri trattati di numismatica si veggano nell’indice del Mortillaro, intitolatoIl Medagliere arabo-siculo, Palermo, 1861, pagina 39 segg. Io ho studiate nel gabinetto numismatico di Parigi da venti monete arabo-normanne e altrettante qua e là, e molte più ne ho viste senza aver tempo di studiarle. Debbo notare soprattutto due di Parigi, che hanno da una faccia il simbolo musulmano e dall’altra la T con un puntino sopra ed uno da ciascun lato, e portan le date, l’una del 503 e l’altra del 506 (1109, 1112), confermate dall’autorevole giudizio di M. De Longpérier, il quale con ospital premura m’iniziò nella numismatica arabica, correndo il 1843.1165.San Giorgio Spinelli, op. cit., pag. 41, 42, n. 183 a 191, tavola VIII.1166.Si vegga il libro V, cap. vij, e il cap. ij del presente libro, a pag. 185 e 392.1167.Lo Spinelli, senza trattare di proposito la permanenza della Zecca in Salerno sotto la signoria di Ruggiero II conte di Sicilia, l’ammette implicitamente, ed ha ragione. Si veggano i numeri 36 a 63, a pag. 15 e segg. del suo libro, e le note a pag. 251.1168.Le monete di rame latine, evidentemente battute in Terraferma, con la croce da una faccia, laTdall’altra e il nome di Ruggiero conte di Calabria e di Sicilia, si veggono nella vignetta a pag. 15 dello Spinelli, il quale giustamente le attribuisce a Ruggiero II.1169.Si vegga in Malaterra, lib. IV, cap. xxv, presso Caruso,Bibl. sicula, pag. 244, l’aneddoto di Arrigo vescovo di Leocastro, assalito dai pirati.1170.Monete cufiche, pag. 255, nota al n. 73.1171.Si veggano nell’op. cit. i numeri 226, 227.1172.Lo deduco dal peso delle monete d’oro che ho avute alle mani, e da quello costantemente notato nell’opera dello Spinelli. È da sapere che parecchi diplomi greci o latini di Sicilia del XII secolo contano i valsenti in tarì d’oro da un acino (κόκκος), ovvero “ad granum unum” e talvolta da due grani. Ma si tratta forse del peso, del quale si tollerava la mancanza in ciascun tarì. Altrimenti cotesto acino non risponderebbe affatto al peso chiamato oggi con lo stesso nome di grano ococciu, il quale, secondo il sistema metrico osservato in Sicilia fino al 1860, e poco diverso dall’antico sistema di Palermo, torna alla sedicesima parte d’un grammo. I tarì pesano sempre un grammo, scarso o traboccante.1173.Giovanni Villani, lib. VI, cap. 21, dice che Federigo, all’assedio di Faenza (1240), scarseggiando di danari fece fare “una stampa di cuoio di sua figura, stimandola in luogo di moneta siccome la valuta di uno agostaro,” ec. e che poi questa specie di cartamoneta fu cambiata in oro.1174.Presso Raynaldi,Annales Ecclesiastici(Lucca, 1747), anno 1239, § xij, tomo II, 213. Si confronti la Vita di Gregorio IX, pel Cardinal d’Aragona, presso Muratori,Rerum Italic., III, parte prima, pag. 584.1175.Ho avute alle mani due monete musulmane di rame, ricoperte, l’una di foglia d’oro e l’altra d’argento. La prima, ch’io vidi nel 1868 presso il sig. Salvatore Struppa in Marsala, porta, con qualche interruzione, la stessa leggenda che il dinar di Harun Rascid del 177, presso Marsden, n. 37: e vi si legge il nome di Gia’far, come nell’incisione del Marsden, il quale poi lo tralasciò, non so perchè, nella descrizione. Ma notisi che il Marsden nella descrizione del n. 36, ch’egli dice simile al 37, fa menzione di un dinar di bronzo del medesimo lavoro. La moneta foderata di argento fu comperata da me in una vendita pubblica a Firenze, nel marzo 1869, per conto della Biblioteca comunale di Palermo, che or la possiede. Ha il nome del califo Mahdi, la data di Bagdad, anno 160, e la leggenda dei dirhem abbasidi, intera e in caratteri molto nitidi.Si ricordi che Ottone di San Biagio, cap. 42, presso Muratori,Rerum Italic., VI, pag. 899, narra che il 1195 i Musulmani comperarono il castello di Torolts da’ Cristiani che lo difendeano, dando loro “corruptum aurum metallo sophistico, auro in superficie colorato.”1176.Samperi,Iconografia della gloriosa Vergine, ec., Messina, 1644, pag. 615-622, dove è data la trascrizione e traduzione del Padre Kirker, corretta, a modo suo, dal Padre Magri da Malta. Il Gregorio ristampò l’epigrafe nelRerum Arabicarum, pag. 190, dopo aver dato a pag. 189 altri frammenti che sono murati in una finestra del Duomo di Messina stessa: ed avvertì che in quella città se ne trovava parecchi della medesima fattura. Il Gregorio non era uomo da ripetere la favola del Messala; ma nè egli nè il Tychsen indovinarono una parola de’ frammenti, sia dell’Annunziata o sia del Duomo.1177.Io ho letti alcuni squarci di cotesti versi nel 1868, e li ho pubblicati nelleIscrizioni arabiche di Sicilia, classe I, ni. 3, 4 (Rivista siculadi agosto 1869), aggiungendovi le fotografie. Si vegga nella stessa opera, classe I, n. 5, un frammento di tavola di marmo trovato nel palazzo regio di Palermo, nel quale era intarsiata, a caratteri neskhi di stile diverso, una iscrizione in versi, che somiglia molto, pel concetto e per l’andamento, a quella di Messina.Cotesta iscrizione dell’Annunziata de’ Catalani, messa lì per caso, ha tratti fuori di via alcuni scrittori di cose architettoniche, come il Gally-Knight,The Normans in Sicily, Londra, 1838, pag. 120 segg. Il Padre Gravina,Duomo di Morreale, pag. 33, ci ha applicato subito il suo supposto delle costruzioni siciliane del VI secolo: onde ha fatta sorgere l’Annunziata de’ Catalani a’ tempi di S. Gregorio e poi l’ha mutata in moschea e nuovamente in chiesa. Qual che sia stata l’origine, la forma attuale torna evidentemente al XIV secolo.1178.Iscrizioni arabiche di Sicilia, classe I, n. 11, nellaRivista siculadi ottobre 1870. Io lessi per lo primo cotesta iscrizione nell’aprile 1849 e la pubblicai nellaRevue Archéologique, Paris, 1851, pag. 669 segg.Essendo tutto l’edifizio della stessa pietra e fattura del coronamento, nel quale è intagliata la iscrizione, non mi metterò a combattere il supposto di alcuni eruditi palermitani, al quale si acconcia il dotto barone De Schack (Poesie und Kunst, etc., II, 269), cioè che il palagio fosse edificato assai prima, e che Guglielmo II l’avesse ristorato. Tal supposto non ha fondamento storico nè artistico. Debbo qui attestare che il Girault de Prangey, pochi anni dopo aver assentita dubbiamente la comune opinione dell’origine musulmana (Essai, etc., pag. 87 segg.), e due anni prima ch’io leggessi la iscrizione, pensò che la Cuba fosse opera del XII secolo. Trovandomi un giorno a Parigi con lui e col duca di Serradifalco nel 1847, cadde il discorso su la Cuba. Il Serradifalco sostenea con molto calore l’origine musulmana e tra le altre cose allegava l’iscrizione; e il Girault de Prangey, dopo che gli ebbe dette le sue ragioni in contrario, si messe a replicargli ogni volta “Oui, mais c’est normand!”1179.Ho toccato quest’argomento nel cap. iv del presente libro, pag. 491 del volume e più largamente nelleIscrizioni, ec., classe I, ni. 9, 10 (Rivista siculadi febbraio 1870). Si corregga dunque il supposto ch’io avea messo innanzi, nel libro IV, cap. xij, vol. II, pag. 451.Tra i molti autori che hanno scritto della Zisa, merita particolare menzione Leandro Alberti,Isole appartenenti all’Italia, Venezia, 1581, fog. 47 verso segg. Il Girault de Prangey,Essai, etc., dicendo a pag. 86 della sala terrena, aveva anche qui indovinata l’età, poich’egli accenna a Guglielmo II.1180.Si vegga il cap. iv del presente libro, pag. 463 del volume. Leandro Alberti, nell’opera citata, fog. 47 verso, ricordò per lo primo questo palagio senza scriverne il nome. “Sono oltre di ciò, egli dice, lunge un miglio da Palermo le ruine di due illustri palagi, col terzo pure in piedi, ma mal condotto per esser hora (prima metà del XVI secolo) habitatione di animali.” I due illustri palagi sono la Zisa e la Cuba, dei quali l’Alberti non descrive che il primo.Dopo questo viaggiatore, n’ha trattato il professore G. B. Basile dell’Università di Palermo, in due articoli del giornale palermitanoLa Ricerca, ni. 1, 2 (30 aprile e 9 maggio 1856), e il D. Marzo, op. cit., I, 269.Io credo s’abbia a dare a questo palagio il nome di Menâni più tosto che quello di Mimnernum, col quale l’hanno designato fin qui gli eruditi siciliani. Questo si legge per vero in alcuni codici, e nelle edizioni del Falcando (veggasi Caruso,Bibl. sicula, pag. 448), ma sembra un po’ strano a sentir presso Palermo un vocabolo che non ha altro significato se non che il nome proprio d’un antico poeta. Il vocabolo, all’incontro, diMineniumè scritto chiaramente nel vetusto e bel codice del Falcando, posseduto dalla Biblioteca di Parigi (Saint-Victor, 1604, fog. 45 recto) e si riconosce anco in un diploma arabico di aprile 1132, serbato nel tabulario del Duomo di Palermo, del quale il Gregorio pubblicò uno squarcio nel suo opuscoloDe supputandis apud Arabes siculos temporibus, pag. 44, ed ora l’intero testo è stampato correttamente dal professor Cusa, ne’ suoi diplomi greci ed arabi di Sicilia, vol. I (non ancor pubblicato), pag. 6 segg. Per cotesto atto un musulmano di Palermo permutava una parte dell’acqua dell’Ain-el-Menânicon le acque dell’Ain-el-Farkhe dell’Ain-el-Bottiah, possedute da un altro musulmano; le quali sorgenti eran tutte “nelle regioni occidentali di Palermo” e la prima irrigava la campagna dettaBurg-el-Battâi, della quale sappiamo altresì il sito da Ibn-Haukal, nellaBiblioteca arabo-sicula, testo pag. 9, e nelJournal Asiatiquedi gennaio 1845, pag. 29.È da notare che questo castello non comparisce tra’ siti reali dell’agro Palermitano, notati ne’ diplomi di Federigo imperatore, nè di Carlo d’Angiò. Direbbesi che fosse stato distrutto innanzi il XIII secolo: e forse nella battaglia del 21 luglio 1200, la quale cominciò per l’appunto in quei luoghi, come si vede dal cap. vij di questo libro, pag. 580.1181.V’ha buona ragione di credere che questo castello, col suo bagno, di cui rimangono gli avanzi, col suo parco e col lago artificiale or disseccato, sieno opera dell’emir kelbita Gia’far (997-1019). Si vegga il nostro libro IV, cap. vij, a pag. 350 del vol. 2, e il lib. V, cap. iv, a pag. 120 del presente volume. Eran proprio questi “il palagio e i deliziosi giardini irrigati d’acque e ricchi di frutta,” i quali, al dir dell’Amato, furono occupati dal conte Ruggiero, quando sboccò nell’agro Palermitano il 1071.Degli avanzi di Maredolce han trattato, nelle opere citate, il Gally-Knight, a pag. 305; l’Hittorf, a pag. 6 (tavola LXXIV, fig. 2); il Girault de Prangey, pag. 92; il Di Marzo, vol. I, pag. 270 e segg.1182.Il Gregorio,Rerum Arabicarum, pag. 188, pubblicò un pessimo disegno della iscrizione cufica che si vedeva al sommo delle mura e ch’ei non si provò a tradurre; nè io lo tenterò senz’altro aiuto che quella incisione. Il Gregorio aggiugne esser molto belli i caratteri ed aver l’edifizio l’apparenza di molta antichità; ma non dice che l’abbia veduto egli stesso. Il Girault de Prangey, op. cit., pag. 93, e tavole VII e XIII, n. 4, diè l’interno de’ bagni e una bella copia d’un brano della iscrizione, i cui caratteri direi molto antichi, se la paleografia cufica desse prove certe de’ tempi. Ma poichè mi si dice sia cascata giù, fin da molti anni, l’iscrizione, non possiamo sperare per ora, nè forse mai, di arrivare all’origine di quel monumento. Si vegga anco il Gally-Knight, op. cit., pagina 324. Del resto il disegno della sala principale del bagno somiglia molto a quello del bagno di Palma in Maiorca, che ci dà il Girault de Prangey, op. cit., tavola II: e le differenze sono gli archi, acuti a Cefalà ed a ferro di cavallo in Palma, e il lavoro assai più delicato nel primo che nel secondo di quegli edifizi.1183.Si è discorso degli avanzi di questa porta nel libro V, cap. iv, pagina 128 del presente volume, nota 2. Dopo avere scritto quel capitolo, mi è occorso di visitare io stesso nel 1868 la chiesa della Vittoria, in compagnia dell’architetto dottor Cavallari, e vi sono ritornato nel 1871. Io ho riconosciuta la esattezza delle notizie che me ne diè dapprima il dotto professore Salinas, le quali io usai nella nota. Ho veduta di più, mostratami dal Cavallari, la faccia esteriore di questa porta dal lato del vecchio muro della città, al quale è ora addossata una casuccia che risponde sulla piazzetta chiamata della Vittoria a’ Bianchi, e vi si distingue benissimo l’arco acuto, ora tutto ripieno e ragguagliato alla faccia della parete. Dall’altra parte del vecchio muro sta la chiesa della Vittoria; nella quale la prima cappella, a destra di chi entri dall’ingresso maggiore in piazza dello Spasimo, risponde per lo appunto all’antica porta. La metà superiore della qual cappella è occupata dall’affresco ch’io già descrissi, moderno e ritoccato in tempo ancor più recente. Ma nella metà inferiore, e per l’appunto dietro l’altare ch’ora è congegnato in guisa da scostarlo quando si voglia, veggiamo la metà inferiore d’una antica e robusta porta di legno, la quale è da supporre conservata fin dall’XI secolo; e tanto più lo dobbiam credere dell’arco acuto, il quale potrebbe anco risalire alla fondazione della Khalesa, cioè al X secolo. Avvertasi che rimangono avanzi robustissimi ed antichi di costruzione, tanto in altra parte della chiesa, quanto in una casipola attigua su la piazza dello Spasimo.1184.Ho riferite nel cap. iv del libro V, pag. 118 del presente volume, nota 3, le proprie parole di Amato, le quali fanno credere che il sito di San Giovanni de’ Lebbrosi sia lo stesso del Castello di Iehia, ossia Giovanni, preso dal conte Ruggiero dopo quello di Maredolce. Ma la chiesa attuale non v’era al certo; nè alcun documento prova che i Normanni l’abbiano fabbricata immediatamente.1185.Una veduta di questo castello rovinato, che sovrasta ad Alcamo, si trova nell’opera del Duca di Serradifalco,Del Duomo di Monreale e di altre chiese normanne, pag. 43, in vignetta. Vi si scorgono parecchie finestre ad arco acuto.1186.D’Entella si è fatta menzione nel libro V, cap. ij, pag. 86 di questo volume, nota 1. Era al certo castello fortissimo pria della guerra normanna. Un amico mio, che visitò quelle rovine quattordici anni addietro e n’abbozzò anco una pianta, vi osservò una cisterna con vòlta a sesto acuto, il quale nell’abbozzo ha le medesime proporzioni che negli edifizii normanni del XII secolo.Calatamauro non è nominato negli annali normanni; ma Edrîsi ne fa menzione e ne indica il sito. Andrebbe dunque riferito ai tempi musulmani, quando anche non attestasse quella origine il nome, composto di due notissimi vocaboli, arabico il primo e latino o greco il secondo, il quale fors’anco ci condurrebbe ai primi tempi del conquisto musulmano. Un documento ch’io allegai nella Guerra del Vespro Siciliano, cap. VI, edizione del 1866, tomo I, pag. 139, nota 2, prova l’importanza di questa fortezza nel XIII secolo. L’amico mio, che visitò Entella, esaminò anco Calatamauro, che giace in quelle stesse montagne ed era assai più vasto: nelle cui rovine egli osservò una gran cisterna, anch’essa con vòlta a sesto acuto, intonacata di cemento idraulico e molto ben conservata.1187.Il barone di Mandralisca da Cefalù, tolto immaturamente all’Italia ed agli studii, mi affermava nel 1861 aver vista, più di venti anni innanzi, una iscrizione arabica nella torre detta Li Gresti, che facea parte d’una masseria ed occorrea nel sentiero che mena da Piazza a Lentini, il quale allor si chiamava strada. L’iscrizione si vedeva in una scala della torre, parte fabbricata e parte tagliata nel sasso.Sarebbe da ricercare questa torre ed anco i due monumenti citati da Houel,Voyage pittoresque, etc., vol. III, pag. 69 e 122, l’un de’ quali sorgea nella via da Militello a Vizzini; e l’altro nel feudo della Falconara, a tre miglia da Noto.1188.Si veggano: Hittorf,Architecture moderne de la Sicile, Parigi, 1835, gr. in foglio, con rami.Gally-Knight,The Normans in Sicily, Londra, 1858, in-8º, con atlante in foglio.Serradifalco (Domenico Lo Faso, duca di)Del Duomo di Monreale e di altre chiese normanne, ec., Palermo, 1838, in foglio, con rami, eIl Castello della Zisa, nella raccolta intitolata:L’Olivuzza, ricordo del soggiorno della Corte imperiale russa, ec., Palermo, 1866, in 4º, con litografie.Girault de Prangey,Essai sur l’architecture des Arabes et des Mores, Parigi, 1841, in-8º gr., con litografie.Di Marzo,Delle Belle Arti in Sicilia, ec., Palermo, 1858, due vol. in-8º gr., con litografie.Buscemi,Notizie della basilica di San Pietro, detta la Cappella regia di Palermo, Palermo, 1840, in-4º, con litografie.Schack (A. F. von)Poesie und Kunst der Araber in Spanien und Sicilien, Berlino, 1865, due vol. in-12º.Springer,Die mittelalterische Kunst in Palermo, Bonn, 1869, in-4º.Gravina (Dom. Benedet. cassinese),Il Duomo di Monreale illustrato, Palermo, con la falsa data del 1859, da correggere 1871, gr. in foglio, con tavole cromolitografiche e fotografie.Si vegga ancora gli articoli critici sull’opera del Serradifalco, scritti dall’abate Niccolò Maggiore, nelleEffemeridi Siciliane, ni. 64, 65, 66 (Palermo, 1839) e da Giambattista Castiglia nelGiornale Letterario, n. CXCV, (Palermo, 1839).1189.Prolégomènes, traduzione francese del baron De Slane, parte II, 274. Nel testo, parte II, pag. 231, 239, della edizione di Parigi, leggesi il nome etnico di Fars, cioè popoli della Persia propriamente detta, escluse le province settentrionali ed orientali del reame attuale. Si veggano anco tutte le pag. 241 segg. e 365 segg.Nella stessa opera, traduzione francese, II, 375, l’autore scrive che il califo Walid-ibn-Abd-el-Melik fece venire architetti da Costantinopoli per costruire le moschee di Medina, Gerusalemme e Damasco. Par ch’egli contraddica così ciò che avea detto della origine persiana: e pure i due fatti stanno benissimo insieme. Come vedremo or ora, gli artisti bizantini furon chiamati pei lavori di mosaico e forse per altri ornamenti; e i persiani fabbricarono i primi edifizii. In ogni modo il racconto è manifestamente erroneo, poichè quelle moschee esistevano di già; onde non si trattava di fabbricarle di pianta. A me pare che Ibn-Khaldûn, al solito suo, abbia messi qui a fascio varii fatti. E così talvolta ei dava nel segno e talvolta lo sbagliava netto.1190.Caussin de Perceval,Essai sur l’Histoire des Arabes, II, 55.1191.Ibn-el-Athir, anno 17, testo del Tornberg, vol. II, pag. 411, 412.1192.Kela’i,El-Ikitfâ, ms. di Parigi,Ancien Fonds, n. 653, fog. 94 verso. Si confronti con Ibn-el-Athir, loc. cit.1193.Beladsori,Liber Expugnationis, etc., testo del De Goeje, pag. 286, e Ibn-el-Athîr, loc. cit.Notisi che la più parte de’ monumenti musulmani surti ne’ primi secoli dell’egira dallo Stretto di Gibilterra al Golfo Persico ed all’Oxus, furono costruiti con le spoglie degli antichi edifizii. Non occorrono citazioni per questo. Leggiamo anco in Beladsori, op. cit., pag. 290, che furon messe nella moschea cattedrale di Waset, in Mesopotamia, delle porte tolte da Zandewend e da altre città di quella regione; gli abitatori delle quali si querelarono di cotest’atto di violenza, contrario ai patti ch’essi aveano stipulati coi Musulmani.1194.Ibn-el-Athîr, loc. cit.

1123.Si veggano i diplomi che abbiamo citati nel libro V, cap. x, pag. 330, di questo volume, nota 1. Ladomus setaeera ben de’ dritti antichi, cioè dell’epoca normanna, e similmente ladohana paliariorum.

1123.Si veggano i diplomi che abbiamo citati nel libro V, cap. x, pag. 330, di questo volume, nota 1. Ladomus setaeera ben de’ dritti antichi, cioè dell’epoca normanna, e similmente ladohana paliariorum.

1124.In arabico si chiaman così i lavoranti o mercatanti di seta. Oggi trascriviamohariri; ma si può provare con molti esempii che nel medio evo si rendea più volentieri laharabica con lacnostra.Anche la vocefilugellovien d’Oriente. V.Journ. Asiat., di aprile e maggio 1857, pag. 547.

1124.In arabico si chiaman così i lavoranti o mercatanti di seta. Oggi trascriviamohariri; ma si può provare con molti esempii che nel medio evo si rendea più volentieri laharabica con lacnostra.

Anche la vocefilugellovien d’Oriente. V.Journ. Asiat., di aprile e maggio 1857, pag. 547.

1125.Si veggano i particolari, per l’origine delle manifatture francesi, e per la parte che v’ebbero gli Italiani, in Francisque Michel, op. cit., II, 270 segg. a 278; ed anco pel commercio di seta tra l’Italia e la Francia, nello stesso volume, pag. 261 segg.L’erudito autore cita, tra le altre autorità, un’antica traduzione francese delRerum Memorabiliumdi Guido Pancirolo; ma sbaglia in due punti, poichè attribuisce alla Calabria un fatto raccontato di Reggio dell’Emilia, ed all’erario di Venezia la somma che, secondo il Pancirolo, guadagnava il paese. Ecco la traduzione latina di Enrico Salmuth, che tien luogo del testo italiano, non mai pubblicato. Tolgo il passo dalla edizione di Amberg, 1608, vol. II, pag. 729. Nel capitolo “De textis sericis” il Pancirolo dice: “Annis abhinc 50 in tantum excrevit textura ista, ut Veneta duntaxat regio, singulis annis, 500 millia et vel sola mea patria, quae Rhegium est, 10,000 aureorum, plus vero etiam multo Sicilia inde lucratur: ac uno verbo dicam artificium hoc tamquam unicus jam mercatoribus nervus sit lucri et certissimum laborantium fulcimantum.”Il Pancirolo, eminente giureconsulto, segnalatosi anco per sana critica nella storia, nacque in Reggio dell’Emilia il 1523; morì professore a Padova il 1599; e scrisse, oltre tanti altri, quel trattato di erudizione per un principe della Casa di Savoia, dalla quale egli era stato chiamato all’Università di Torino.

1125.Si veggano i particolari, per l’origine delle manifatture francesi, e per la parte che v’ebbero gli Italiani, in Francisque Michel, op. cit., II, 270 segg. a 278; ed anco pel commercio di seta tra l’Italia e la Francia, nello stesso volume, pag. 261 segg.

L’erudito autore cita, tra le altre autorità, un’antica traduzione francese delRerum Memorabiliumdi Guido Pancirolo; ma sbaglia in due punti, poichè attribuisce alla Calabria un fatto raccontato di Reggio dell’Emilia, ed all’erario di Venezia la somma che, secondo il Pancirolo, guadagnava il paese. Ecco la traduzione latina di Enrico Salmuth, che tien luogo del testo italiano, non mai pubblicato. Tolgo il passo dalla edizione di Amberg, 1608, vol. II, pag. 729. Nel capitolo “De textis sericis” il Pancirolo dice: “Annis abhinc 50 in tantum excrevit textura ista, ut Veneta duntaxat regio, singulis annis, 500 millia et vel sola mea patria, quae Rhegium est, 10,000 aureorum, plus vero etiam multo Sicilia inde lucratur: ac uno verbo dicam artificium hoc tamquam unicus jam mercatoribus nervus sit lucri et certissimum laborantium fulcimantum.”

Il Pancirolo, eminente giureconsulto, segnalatosi anco per sana critica nella storia, nacque in Reggio dell’Emilia il 1523; morì professore a Padova il 1599; e scrisse, oltre tanti altri, quel trattato di erudizione per un principe della Casa di Savoia, dalla quale egli era stato chiamato all’Università di Torino.

1126.Presso Gregorio,Considerazioni, libro I, cap. 4, nota 21, squarci di parecchi diplomi del 1266, 1270, 1274, 1280, 1309. La lezione “artis cuthonis,” ch’è nel diploma del 1309, troncherebbe ogni dubbio; ma contuttociò mi par migliore la prima. Secondo il diploma si pagavano in Palermo due dritti diversi,arca(arcus?)cuctonisecaha cuctonis. La vocekâ’ahera ed è usata in Egitto per significare sala, aula e “loggia” a terreno. Il Makrizi,Mowâ’iz, ediz. di B’ulâk, II, 48, dice dellakâ’ahdell’oro al Cairo, quella cioè dove si tirava il metallo per lavorare i drappi di seta e d’oro.

1126.Presso Gregorio,Considerazioni, libro I, cap. 4, nota 21, squarci di parecchi diplomi del 1266, 1270, 1274, 1280, 1309. La lezione “artis cuthonis,” ch’è nel diploma del 1309, troncherebbe ogni dubbio; ma contuttociò mi par migliore la prima. Secondo il diploma si pagavano in Palermo due dritti diversi,arca(arcus?)cuctonisecaha cuctonis. La vocekâ’ahera ed è usata in Egitto per significare sala, aula e “loggia” a terreno. Il Makrizi,Mowâ’iz, ediz. di B’ulâk, II, 48, dice dellakâ’ahdell’oro al Cairo, quella cioè dove si tirava il metallo per lavorare i drappi di seta e d’oro.

1127.Gregorio, nota citata or ora, diploma del 1274.

1127.Gregorio, nota citata or ora, diploma del 1274.

1128.Ibn-Giobair dice degli stivaletti dorati delle donne palermitane; e lacabella auripelliumsi legge nel diploma del 1274, citato poc’anzi.

1128.Ibn-Giobair dice degli stivaletti dorati delle donne palermitane; e lacabella auripelliumsi legge nel diploma del 1274, citato poc’anzi.

1129.Gregorio,DiscorsiVI e IX, a pag. 708 e 734, della citata edizione del 1853. Si confronti Boch,Kleinodien, citato dianzi, tavola VIII, fig. 10, pag. 37, 38.

1129.Gregorio,DiscorsiVI e IX, a pag. 708 e 734, della citata edizione del 1853. Si confronti Boch,Kleinodien, citato dianzi, tavola VIII, fig. 10, pag. 37, 38.

1130.Boch,Kleinodien, pag. 153; conf. pag. 144. Si confronti il Gregorio,DiscorsiVI, VIII, pag. 710, 711, 718, della citata edizione del 1853. Si avverta che gli ornamenti trovati sul teschio dell’imperatrice Costanza sono serbati adesso nel tesoro della Cattedrale. Il motto inciso nella gemma principale della corona, letto erroneamente dal Tychsen, ripetuto dal Gregorio e poi con poco divario dal Mortillaro,Opere, tomo IV, pag. 10, 11, va tradotto, secondo il Reinaud, “In Dio == ’Isa-ibn-Giâber == confida.” Onde ognun vede che quel gioiello fu fatto, in origine, per un musulmano.

1130.Boch,Kleinodien, pag. 153; conf. pag. 144. Si confronti il Gregorio,DiscorsiVI, VIII, pag. 710, 711, 718, della citata edizione del 1853. Si avverta che gli ornamenti trovati sul teschio dell’imperatrice Costanza sono serbati adesso nel tesoro della Cattedrale. Il motto inciso nella gemma principale della corona, letto erroneamente dal Tychsen, ripetuto dal Gregorio e poi con poco divario dal Mortillaro,Opere, tomo IV, pag. 10, 11, va tradotto, secondo il Reinaud, “In Dio == ’Isa-ibn-Giâber == confida.” Onde ognun vede che quel gioiello fu fatto, in origine, per un musulmano.

1131.Su questo argomento ilKitâb-el-Fihrist, testo, Lipsia, 1871, pag. 21, e nelleMémoires de l’Acad. des Inscript., 1ª serie, tomo L, pag. 434 segg.; i Prolegomeni d’Ibn-Khaldûn, ediz. di Parigi, II, 350; e ilMowâ’izdi Makrizi, ediz. di Bulak, I, 91, danno ampii ragguagli, ma incerti ed anche contradittorii. Tra le altre cose ritraggiamo che la carta della Cina si facea d’erbe (hascisc); che fu imitata in Samarkand con lino o, secondo altri, bambagia; e che ilkaghed, ossia carta di cotone, fu fabbricato nel Khorasân, ma non si adoperò nei registri dell’azienda musulmana, se non che al tempo di Harûn Rascid. Sembra che allora siasi incominciata a vedere in Europa questa maniera di fogli.Merita d’esser letta la dissertazione popolare che M. Louis Viardot pubblicò a Parigi, una ventina d’anni addietro, nellaLiberté de penser, sotto il titolo:L’Europe doit aux Arabes le papier, la boussole et la poudre à canon.

1131.Su questo argomento ilKitâb-el-Fihrist, testo, Lipsia, 1871, pag. 21, e nelleMémoires de l’Acad. des Inscript., 1ª serie, tomo L, pag. 434 segg.; i Prolegomeni d’Ibn-Khaldûn, ediz. di Parigi, II, 350; e ilMowâ’izdi Makrizi, ediz. di Bulak, I, 91, danno ampii ragguagli, ma incerti ed anche contradittorii. Tra le altre cose ritraggiamo che la carta della Cina si facea d’erbe (hascisc); che fu imitata in Samarkand con lino o, secondo altri, bambagia; e che ilkaghed, ossia carta di cotone, fu fabbricato nel Khorasân, ma non si adoperò nei registri dell’azienda musulmana, se non che al tempo di Harûn Rascid. Sembra che allora siasi incominciata a vedere in Europa questa maniera di fogli.

Merita d’esser letta la dissertazione popolare che M. Louis Viardot pubblicò a Parigi, una ventina d’anni addietro, nellaLiberté de penser, sotto il titolo:L’Europe doit aux Arabes le papier, la boussole et la poudre à canon.

1132.Edrîsi,Description de l’Afrique et de l’Espagne, pag. 492 del testo, de’ signori Dozy e De Goeje, e pag. 235 della traduzione. Si vegga inoltre nel Casiri,Bibl. arabo-hispanica, la descrizione di molti codici arabi di Spagna scritti in carta bombicina.

1132.Edrîsi,Description de l’Afrique et de l’Espagne, pag. 492 del testo, de’ signori Dozy e De Goeje, e pag. 235 della traduzione. Si vegga inoltre nel Casiri,Bibl. arabo-hispanica, la descrizione di molti codici arabi di Spagna scritti in carta bombicina.

1133.Si tenne a quest’effetto un parlamento in Palermo di marzo 1145, come si vede da un diploma pubblicato dal Mongitore,Bulla Privilegia, etc., pag. 32, del quale il testo greco leggesi presso il Mortillaro,Tabulariodella Chiesa di Palermo, pag. 26. Parecchi diplomi del vecchio conte Ruggiero e della Adelaide, reggente di Simone e poi di Ruggiero secondo, furono rinnovati “de carta cuttunea in pergamenum,” come si vede da’ nuovi diplomi, presso il Pirro,Sicilia Sacra, pag. 1027. Il testo greco d’uno di cotesti diplomi, dato il 1099 e rinnovato, com’e’ pare, il 1114, si legge presso Spata,Pergamene, pag. 237. Un altro diploma greco del 1097, rinnovato il 1110, fu pubblicato nelGiornale ecclesiastico di Sicilia, pag. 116.Da tre diplomi arabi, di settembre 1144, 3 febbraio e 24 marzo 1145, appartenenti alle Chiese di Catania, Cefalù e Morreale e gli ultimi due serbati in oggi nell’Archivio regio di Palermo, si scorge il medesimo fatto del rinnovamento dei diplomi di concessione “per essere logori e dileguatane la scrittura.” Spero che tra non guari i testi escano alla luce nella raccolta del professor Cusa.

1133.Si tenne a quest’effetto un parlamento in Palermo di marzo 1145, come si vede da un diploma pubblicato dal Mongitore,Bulla Privilegia, etc., pag. 32, del quale il testo greco leggesi presso il Mortillaro,Tabulariodella Chiesa di Palermo, pag. 26. Parecchi diplomi del vecchio conte Ruggiero e della Adelaide, reggente di Simone e poi di Ruggiero secondo, furono rinnovati “de carta cuttunea in pergamenum,” come si vede da’ nuovi diplomi, presso il Pirro,Sicilia Sacra, pag. 1027. Il testo greco d’uno di cotesti diplomi, dato il 1099 e rinnovato, com’e’ pare, il 1114, si legge presso Spata,Pergamene, pag. 237. Un altro diploma greco del 1097, rinnovato il 1110, fu pubblicato nelGiornale ecclesiastico di Sicilia, pag. 116.

Da tre diplomi arabi, di settembre 1144, 3 febbraio e 24 marzo 1145, appartenenti alle Chiese di Catania, Cefalù e Morreale e gli ultimi due serbati in oggi nell’Archivio regio di Palermo, si scorge il medesimo fatto del rinnovamento dei diplomi di concessione “per essere logori e dileguatane la scrittura.” Spero che tra non guari i testi escano alla luce nella raccolta del professor Cusa.

1134.NelTabulariumdella Cappella Palatina di Palermo si legge, a pag. 60, un testamento del 1213, transuntato il 1232, perchè si trovava scritto incarta bumbianachejam camulari inceperat.Il provvedimento di Federigo (1224) si legge nelle Costituzioni, lib. I, titolo 80, presso Bréholles,Hist. diplom., etc., II, 445, dove si adoperano come sinonimi le denominazioni dipapiri chartaeechartae bombycinae. L’uso grande che si faceva in Sicilia di questa maniera di carta, è attestato dal diploma del 3 gennaio 1329, presso De Vio,Privilegia urbis Panormi, pel quale è approvata la spesa di due once d’oro, già erogate per copiare in pergamena, secondo le leggi del regno, il volume delle Consuetudini della città, le quali “cum scriptae sint in cartis de papiro.... erant quodammodo quasi deletae et minus honorifice factae.”L’inventario della Cappella Palatina di Palermo, dato il 1309 e pubblicato nelTabularium, etc., n LXIII, fa menzione, a pag. 100, lin. 7, 27, 30 e pag. 103, lin. 11, di parecchi titoli di concessione, non che d’altre scritture incarta de papiro, dal XII al XIV secolo. E tralascio i due celebri diplomi della medesima Cappella, scritti a lettere d’oro, in carta bombicina: il primo dei quali, dato il 1139, fu pubblicato dal Montfaucon,Paleographia graeca, pag. 380, 408; poi, su le orme sue, dal Morso,Palermo antico, 2ª edizione, pag. 301, 397; e in ultimo ristampato nel detto Tabulario, n. IV, pag. 10. Noi n’abbiamo già fatta menzione nel cap. i di questo libro, pag. 354. L’altro, in carta bombicina azzurra, è dato dal 1140 e citato nello stesso Tabulario, n. V, pag. 11, nota 1.

1134.NelTabulariumdella Cappella Palatina di Palermo si legge, a pag. 60, un testamento del 1213, transuntato il 1232, perchè si trovava scritto incarta bumbianachejam camulari inceperat.

Il provvedimento di Federigo (1224) si legge nelle Costituzioni, lib. I, titolo 80, presso Bréholles,Hist. diplom., etc., II, 445, dove si adoperano come sinonimi le denominazioni dipapiri chartaeechartae bombycinae. L’uso grande che si faceva in Sicilia di questa maniera di carta, è attestato dal diploma del 3 gennaio 1329, presso De Vio,Privilegia urbis Panormi, pel quale è approvata la spesa di due once d’oro, già erogate per copiare in pergamena, secondo le leggi del regno, il volume delle Consuetudini della città, le quali “cum scriptae sint in cartis de papiro.... erant quodammodo quasi deletae et minus honorifice factae.”

L’inventario della Cappella Palatina di Palermo, dato il 1309 e pubblicato nelTabularium, etc., n LXIII, fa menzione, a pag. 100, lin. 7, 27, 30 e pag. 103, lin. 11, di parecchi titoli di concessione, non che d’altre scritture incarta de papiro, dal XII al XIV secolo. E tralascio i due celebri diplomi della medesima Cappella, scritti a lettere d’oro, in carta bombicina: il primo dei quali, dato il 1139, fu pubblicato dal Montfaucon,Paleographia graeca, pag. 380, 408; poi, su le orme sue, dal Morso,Palermo antico, 2ª edizione, pag. 301, 397; e in ultimo ristampato nel detto Tabulario, n. IV, pag. 10. Noi n’abbiamo già fatta menzione nel cap. i di questo libro, pag. 354. L’altro, in carta bombicina azzurra, è dato dal 1140 e citato nello stesso Tabulario, n. V, pag. 11, nota 1.

1135.Le prove di questo fatto si veggono nella erudita Dissertazione dell’Huillard-Bréholles, che uscì nelleMémoires de la Société impériale des Antiquaires de France, tomo XXIII, col titoloSur l’emploi du papier de coton, etc., Paris, 1856, in 8º pag. 13 segg., dell’estratto.

1135.Le prove di questo fatto si veggono nella erudita Dissertazione dell’Huillard-Bréholles, che uscì nelleMémoires de la Société impériale des Antiquaires de France, tomo XXIII, col titoloSur l’emploi du papier de coton, etc., Paris, 1856, in 8º pag. 13 segg., dell’estratto.

1136.Il Bréholles, op cit., pag. 28, nota A, dicendo non aver trovate prove della esistenza di opificii di carta in Sicilia, ricorda, per mostrarne la probabilità, che il cotone si coltivava negli Stati italiani di Federigo.

1136.Il Bréholles, op cit., pag. 28, nota A, dicendo non aver trovate prove della esistenza di opificii di carta in Sicilia, ricorda, per mostrarne la probabilità, che il cotone si coltivava negli Stati italiani di Federigo.

1137.Ibn-Haukal, nelJournal asiatique, di gennaio 1843, pag. 98.

1137.Ibn-Haukal, nelJournal asiatique, di gennaio 1843, pag. 98.

1138.Debbo qui correggere un errore corso nella traduzione del trattato che stipulò, il 1290, Kelaun, sultano d’Egitto, coi re di Sicilia e di Aragona. La versione italiana, che io ho pubblicata nellaGuerra del Vespro siciliano, ediz., del 1866, vol. II, pag. 335 segg., ha all’art. XI, che fosse lecito al sultano di trarre dagli Stati de’ principi contraenti “ferro, carta e legname.” Io seguii la rispettabile autorità di M. De Sacy, rendendo “carta” la voce arabicabiiâdh, ossia “bianco,” alla quale veramente i dizionarii arabi dan questo, tra molti altri significati. Ma, riflettendoci meglio, or mi pare che in questo patto i principi di Casa d’Aragona prometteano di contravvenire al divieto generale dell’esportazione del ferro, armi e legname ne’ paesi musulmani, divieto prescritto, come ognun sa, nel Concilio Laterano del 1179, e replicato da varii papi. Non è dubbio, dunque, chebiiâdhqui significhi armi o acciaio: e forse v’ha qualche relazione tra questo traslato e quello di “armi bianche,” che noi usiamo per opposizione ad “armi da fuoco.” Può servire d’interpretazione autentica a cotesto articolo del trattato del 1200, il provvedimento che di fatto lo abrogò, cioè il capitolo LXXXII di Federigo l’Aragonese re di Sicilia, promulgato dopo i noti accordi col papa e con Casa d’Angiò, per lo quale fu vietato di portar “armi, ferro e legname” nei paesi musulmani.

1138.Debbo qui correggere un errore corso nella traduzione del trattato che stipulò, il 1290, Kelaun, sultano d’Egitto, coi re di Sicilia e di Aragona. La versione italiana, che io ho pubblicata nellaGuerra del Vespro siciliano, ediz., del 1866, vol. II, pag. 335 segg., ha all’art. XI, che fosse lecito al sultano di trarre dagli Stati de’ principi contraenti “ferro, carta e legname.” Io seguii la rispettabile autorità di M. De Sacy, rendendo “carta” la voce arabicabiiâdh, ossia “bianco,” alla quale veramente i dizionarii arabi dan questo, tra molti altri significati. Ma, riflettendoci meglio, or mi pare che in questo patto i principi di Casa d’Aragona prometteano di contravvenire al divieto generale dell’esportazione del ferro, armi e legname ne’ paesi musulmani, divieto prescritto, come ognun sa, nel Concilio Laterano del 1179, e replicato da varii papi. Non è dubbio, dunque, chebiiâdhqui significhi armi o acciaio: e forse v’ha qualche relazione tra questo traslato e quello di “armi bianche,” che noi usiamo per opposizione ad “armi da fuoco.” Può servire d’interpretazione autentica a cotesto articolo del trattato del 1200, il provvedimento che di fatto lo abrogò, cioè il capitolo LXXXII di Federigo l’Aragonese re di Sicilia, promulgato dopo i noti accordi col papa e con Casa d’Angiò, per lo quale fu vietato di portar “armi, ferro e legname” nei paesi musulmani.

1139.Si vegga il Gregorio,Considerazioni, lib. II, cap. ix e lib. III, cap. viij, e si riscontrino le relazioni con Venezia nelleFontes rerum Austriacarum, vol. XII, n. xxj seg.

1139.Si vegga il Gregorio,Considerazioni, lib. II, cap. ix e lib. III, cap. viij, e si riscontrino le relazioni con Venezia nelleFontes rerum Austriacarum, vol. XII, n. xxj seg.

1140.Pietro il Venerabile abate di Cluny, tra le lodi che fa a re Ruggiero per la sicurezza di cui godeasi viaggiando e dimorando ne’ suoi dominii, cita gli “onustos pecuniis et diversibus mercibus mercatores,” presso Caruso,Bibl. sicula, pag. 977, 978.

1140.Pietro il Venerabile abate di Cluny, tra le lodi che fa a re Ruggiero per la sicurezza di cui godeasi viaggiando e dimorando ne’ suoi dominii, cita gli “onustos pecuniis et diversibus mercibus mercatores,” presso Caruso,Bibl. sicula, pag. 977, 978.

1141.Capitolo ij del presente libro, pag. 402, 403, 406, 410, 418; cap. iij, pag. 466; cap. ix, pag. 624, 629, 632, 640, 649, 651, 655. Si vegga anco il libro V, cap, vij, a pag. 189, di questo medesimo volume.

1141.Capitolo ij del presente libro, pag. 402, 403, 406, 410, 418; cap. iij, pag. 466; cap. ix, pag. 624, 629, 632, 640, 649, 651, 655. Si vegga anco il libro V, cap, vij, a pag. 189, di questo medesimo volume.

1142.Leone Affricano, presso Ramusio,Navigationi et Viaggi, Venezia, 1563, vol. I, fog. 7, dice che gli Arabi della Barbaria occidentale davano i loro figliuoli in pegno a’ Siciliani per averne in credito del grano, e che que’ giovani, non soddisfatto a tempo il prezzo, diveniano schiavi.

1142.Leone Affricano, presso Ramusio,Navigationi et Viaggi, Venezia, 1563, vol. I, fog. 7, dice che gli Arabi della Barbaria occidentale davano i loro figliuoli in pegno a’ Siciliani per averne in credito del grano, e che que’ giovani, non soddisfatto a tempo il prezzo, diveniano schiavi.

1143.Romualdo Salernitano, presso Caruso,Bibl. sicula, pag. 890, 891.

1143.Romualdo Salernitano, presso Caruso,Bibl. sicula, pag. 890, 891.

1144.Edrîsi, citato qui sopra a pag. 790.

1144.Edrîsi, citato qui sopra a pag. 790.

1145.Edrîsi, citato qui sopra a pag. 784. Si veggan anco i trattati geografici di Ibn-Sa’id e di Zohri, nellaBibl. arabo-sicula, testo pag. 137, 159, e la nota 5, a pag. 787 di questo capitolo.

1145.Edrîsi, citato qui sopra a pag. 784. Si veggan anco i trattati geografici di Ibn-Sa’id e di Zohri, nellaBibl. arabo-sicula, testo pag. 137, 159, e la nota 5, a pag. 787 di questo capitolo.

1146.Bartolomeo De Pasi,Tariffa de’ pesi e misure, ec. Venezia, 1510, fog. 187 recto.

1146.Bartolomeo De Pasi,Tariffa de’ pesi e misure, ec. Venezia, 1510, fog. 187 recto.

1147.Si confronti il Zohri, testo citato nella pag. 787, nota 5, con Ibn-Sa’id,Bibl. arabo-sicula, pag. 134, capitolo di Pantellaria, dove la vocekitrânsi correggakutûn.

1147.Si confronti il Zohri, testo citato nella pag. 787, nota 5, con Ibn-Sa’id,Bibl. arabo-sicula, pag. 134, capitolo di Pantellaria, dove la vocekitrânsi correggakutûn.

1148.De Pasi, op. cit., fog. 42 verso, 60 verso, 187 recto.

1148.De Pasi, op. cit., fog. 42 verso, 60 verso, 187 recto.

1149.Si veggano le citazioni fatte qui innanzi a pag. 803, nota 1.

1149.Si veggano le citazioni fatte qui innanzi a pag. 803, nota 1.

1150.Liber Jurium, diplomi del 1155, 1156, 1261, ni. 266, 304, 1167, nel tomo I, pag. 303, 326, 962, e per tutti i due volumi; Marangone, anni 1166, 1167, nell’Archivio storico italiano, tomo VI, parte II, pag. 42, 44.

1150.Liber Jurium, diplomi del 1155, 1156, 1261, ni. 266, 304, 1167, nel tomo I, pag. 303, 326, 962, e per tutti i due volumi; Marangone, anni 1166, 1167, nell’Archivio storico italiano, tomo VI, parte II, pag. 42, 44.

1151.Beniamino di Tudela, traduzione inglese di Asher. Londra, 1840, pag. 32 segg., 157.Si vegga anco, pel commercio della Sicilia con Barcellona ne’ principii del XIV secolo, Capmany,Memorias Historicas, etc., parte I, tomo I; parte II, pag. 34.

1151.Beniamino di Tudela, traduzione inglese di Asher. Londra, 1840, pag. 32 segg., 157.

Si vegga anco, pel commercio della Sicilia con Barcellona ne’ principii del XIV secolo, Capmany,Memorias Historicas, etc., parte I, tomo I; parte II, pag. 34.

1152.Si riscontrino i fatti citati in questo sesto libro, cap. iij, pag. 458, nota 3; cap. ix, pag. 651, 652.

1152.Si riscontrino i fatti citati in questo sesto libro, cap. iij, pag. 458, nota 3; cap. ix, pag. 651, 652.

1153.Si veggano gliStatuti Pisani, vol. III, pag. 105, 373, 416, 423, 574, 577, 590.

1153.Si veggano gliStatuti Pisani, vol. III, pag. 105, 373, 416, 423, 574, 577, 590.

1154.Diploma di Tommaso conte di Savoia, del 1226, citato da Pouqueville,Mémoires.... sur le Commerce, etc., nelleMémoires de l’Acad. des Inscriptions, X, 538.

1154.Diploma di Tommaso conte di Savoia, del 1226, citato da Pouqueville,Mémoires.... sur le Commerce, etc., nelleMémoires de l’Acad. des Inscriptions, X, 538.

1155.Basta citare il vico degli Amalfitani in Palermo, nel XII secolo.

1155.Basta citare il vico degli Amalfitani in Palermo, nel XII secolo.

1156.Edrîsi, nellaBibl. arabo-sicula, pag. 37.

1156.Edrîsi, nellaBibl. arabo-sicula, pag. 37.

1157.Non occorrono citazioni per questi fatti notissimi. Dirò soltanto che i pellegrini musulmani di Spagna e d’Affrica, nella seconda metà del XII secolo, toccavano per lo più la Sicilia. Si vegga il viaggio di Ibn-Giobair, edizione Wright, e particolarmente a pag. 62.

1157.Non occorrono citazioni per questi fatti notissimi. Dirò soltanto che i pellegrini musulmani di Spagna e d’Affrica, nella seconda metà del XII secolo, toccavano per lo più la Sicilia. Si vegga il viaggio di Ibn-Giobair, edizione Wright, e particolarmente a pag. 62.

1158.Edrîsi, citato qui innanzi a pag. 787, note 3, 4.

1158.Edrîsi, citato qui innanzi a pag. 787, note 3, 4.

1159.Edrîsi (1154) attesta che l’arsenale regio era allor, come prima, in Palermo. Ibn-Giobair (1185) lo trovò in Messina; e Falcando, presso Caruso,Bibl. sicula, pag. 405, afferma, con un po’ forse d’anacronismo, lo stesso fatto, dicendo che i Messinesi avean fiaccati i Greci, depredata l’Affrica e la Spagna e riportatone tanta preda.

1159.Edrîsi (1154) attesta che l’arsenale regio era allor, come prima, in Palermo. Ibn-Giobair (1185) lo trovò in Messina; e Falcando, presso Caruso,Bibl. sicula, pag. 405, afferma, con un po’ forse d’anacronismo, lo stesso fatto, dicendo che i Messinesi avean fiaccati i Greci, depredata l’Affrica e la Spagna e riportatone tanta preda.

1160.Edrîsi, nellaBibl. arabo-sicula, testo, sotto que’ nomi.

1160.Edrîsi, nellaBibl. arabo-sicula, testo, sotto que’ nomi.

1161.Lib. V, cap. x, pag. 342 segg., e si riscontri il libro IV, cap. xiij, pag. 458 segg., del II volume.

1161.Lib. V, cap. x, pag. 342 segg., e si riscontri il libro IV, cap. xiij, pag. 458 segg., del II volume.

1162.Si vegga il capitolo iv del presente libro, a pag. 468 e 485 del volume.

1162.Si vegga il capitolo iv del presente libro, a pag. 468 e 485 del volume.

1163.In molti casi bastano a chiarir l’errore le stesse incisioni dello Spinelli: per esempio, nel n. 223, pag. 46, tavola VIII, 21, dove l’autore lesse l’anno 547, supponendo scritto il 40 senza la lettera ain, mentre si vede chiaro e corretto il numero 30. Nella stessa pagina, n. 212, tavola VI, 28, il nome di Messina è trascritto erroneamentemsânâ, in vece dimsîniche si legge nell’incisione, secondo la ortografia usata dagli Arabi: quest’errore torna in molti altri luoghi. Mi sembra poi molto dubbia, al n. 155, pag. 35, tavola V, 5 e altrove, la doppia data di zecca, cioè “Capitale della Sicilia” (Palermo) in una faccia, e “Messina” nell’altra. Così molte altre leggende o non possono stare, o si trovano diverse nell’incisione.

1163.In molti casi bastano a chiarir l’errore le stesse incisioni dello Spinelli: per esempio, nel n. 223, pag. 46, tavola VIII, 21, dove l’autore lesse l’anno 547, supponendo scritto il 40 senza la lettera ain, mentre si vede chiaro e corretto il numero 30. Nella stessa pagina, n. 212, tavola VI, 28, il nome di Messina è trascritto erroneamentemsânâ, in vece dimsîniche si legge nell’incisione, secondo la ortografia usata dagli Arabi: quest’errore torna in molti altri luoghi. Mi sembra poi molto dubbia, al n. 155, pag. 35, tavola V, 5 e altrove, la doppia data di zecca, cioè “Capitale della Sicilia” (Palermo) in una faccia, e “Messina” nell’altra. Così molte altre leggende o non possono stare, o si trovano diverse nell’incisione.

1164.Le citazioni di altri trattati di numismatica si veggano nell’indice del Mortillaro, intitolatoIl Medagliere arabo-siculo, Palermo, 1861, pagina 39 segg. Io ho studiate nel gabinetto numismatico di Parigi da venti monete arabo-normanne e altrettante qua e là, e molte più ne ho viste senza aver tempo di studiarle. Debbo notare soprattutto due di Parigi, che hanno da una faccia il simbolo musulmano e dall’altra la T con un puntino sopra ed uno da ciascun lato, e portan le date, l’una del 503 e l’altra del 506 (1109, 1112), confermate dall’autorevole giudizio di M. De Longpérier, il quale con ospital premura m’iniziò nella numismatica arabica, correndo il 1843.

1164.Le citazioni di altri trattati di numismatica si veggano nell’indice del Mortillaro, intitolatoIl Medagliere arabo-siculo, Palermo, 1861, pagina 39 segg. Io ho studiate nel gabinetto numismatico di Parigi da venti monete arabo-normanne e altrettante qua e là, e molte più ne ho viste senza aver tempo di studiarle. Debbo notare soprattutto due di Parigi, che hanno da una faccia il simbolo musulmano e dall’altra la T con un puntino sopra ed uno da ciascun lato, e portan le date, l’una del 503 e l’altra del 506 (1109, 1112), confermate dall’autorevole giudizio di M. De Longpérier, il quale con ospital premura m’iniziò nella numismatica arabica, correndo il 1843.

1165.San Giorgio Spinelli, op. cit., pag. 41, 42, n. 183 a 191, tavola VIII.

1165.San Giorgio Spinelli, op. cit., pag. 41, 42, n. 183 a 191, tavola VIII.

1166.Si vegga il libro V, cap. vij, e il cap. ij del presente libro, a pag. 185 e 392.

1166.Si vegga il libro V, cap. vij, e il cap. ij del presente libro, a pag. 185 e 392.

1167.Lo Spinelli, senza trattare di proposito la permanenza della Zecca in Salerno sotto la signoria di Ruggiero II conte di Sicilia, l’ammette implicitamente, ed ha ragione. Si veggano i numeri 36 a 63, a pag. 15 e segg. del suo libro, e le note a pag. 251.

1167.Lo Spinelli, senza trattare di proposito la permanenza della Zecca in Salerno sotto la signoria di Ruggiero II conte di Sicilia, l’ammette implicitamente, ed ha ragione. Si veggano i numeri 36 a 63, a pag. 15 e segg. del suo libro, e le note a pag. 251.

1168.Le monete di rame latine, evidentemente battute in Terraferma, con la croce da una faccia, laTdall’altra e il nome di Ruggiero conte di Calabria e di Sicilia, si veggono nella vignetta a pag. 15 dello Spinelli, il quale giustamente le attribuisce a Ruggiero II.

1168.Le monete di rame latine, evidentemente battute in Terraferma, con la croce da una faccia, laTdall’altra e il nome di Ruggiero conte di Calabria e di Sicilia, si veggono nella vignetta a pag. 15 dello Spinelli, il quale giustamente le attribuisce a Ruggiero II.

1169.Si vegga in Malaterra, lib. IV, cap. xxv, presso Caruso,Bibl. sicula, pag. 244, l’aneddoto di Arrigo vescovo di Leocastro, assalito dai pirati.

1169.Si vegga in Malaterra, lib. IV, cap. xxv, presso Caruso,Bibl. sicula, pag. 244, l’aneddoto di Arrigo vescovo di Leocastro, assalito dai pirati.

1170.Monete cufiche, pag. 255, nota al n. 73.

1170.Monete cufiche, pag. 255, nota al n. 73.

1171.Si veggano nell’op. cit. i numeri 226, 227.

1171.Si veggano nell’op. cit. i numeri 226, 227.

1172.Lo deduco dal peso delle monete d’oro che ho avute alle mani, e da quello costantemente notato nell’opera dello Spinelli. È da sapere che parecchi diplomi greci o latini di Sicilia del XII secolo contano i valsenti in tarì d’oro da un acino (κόκκος), ovvero “ad granum unum” e talvolta da due grani. Ma si tratta forse del peso, del quale si tollerava la mancanza in ciascun tarì. Altrimenti cotesto acino non risponderebbe affatto al peso chiamato oggi con lo stesso nome di grano ococciu, il quale, secondo il sistema metrico osservato in Sicilia fino al 1860, e poco diverso dall’antico sistema di Palermo, torna alla sedicesima parte d’un grammo. I tarì pesano sempre un grammo, scarso o traboccante.

1172.Lo deduco dal peso delle monete d’oro che ho avute alle mani, e da quello costantemente notato nell’opera dello Spinelli. È da sapere che parecchi diplomi greci o latini di Sicilia del XII secolo contano i valsenti in tarì d’oro da un acino (κόκκος), ovvero “ad granum unum” e talvolta da due grani. Ma si tratta forse del peso, del quale si tollerava la mancanza in ciascun tarì. Altrimenti cotesto acino non risponderebbe affatto al peso chiamato oggi con lo stesso nome di grano ococciu, il quale, secondo il sistema metrico osservato in Sicilia fino al 1860, e poco diverso dall’antico sistema di Palermo, torna alla sedicesima parte d’un grammo. I tarì pesano sempre un grammo, scarso o traboccante.

1173.Giovanni Villani, lib. VI, cap. 21, dice che Federigo, all’assedio di Faenza (1240), scarseggiando di danari fece fare “una stampa di cuoio di sua figura, stimandola in luogo di moneta siccome la valuta di uno agostaro,” ec. e che poi questa specie di cartamoneta fu cambiata in oro.

1173.Giovanni Villani, lib. VI, cap. 21, dice che Federigo, all’assedio di Faenza (1240), scarseggiando di danari fece fare “una stampa di cuoio di sua figura, stimandola in luogo di moneta siccome la valuta di uno agostaro,” ec. e che poi questa specie di cartamoneta fu cambiata in oro.

1174.Presso Raynaldi,Annales Ecclesiastici(Lucca, 1747), anno 1239, § xij, tomo II, 213. Si confronti la Vita di Gregorio IX, pel Cardinal d’Aragona, presso Muratori,Rerum Italic., III, parte prima, pag. 584.

1174.Presso Raynaldi,Annales Ecclesiastici(Lucca, 1747), anno 1239, § xij, tomo II, 213. Si confronti la Vita di Gregorio IX, pel Cardinal d’Aragona, presso Muratori,Rerum Italic., III, parte prima, pag. 584.

1175.Ho avute alle mani due monete musulmane di rame, ricoperte, l’una di foglia d’oro e l’altra d’argento. La prima, ch’io vidi nel 1868 presso il sig. Salvatore Struppa in Marsala, porta, con qualche interruzione, la stessa leggenda che il dinar di Harun Rascid del 177, presso Marsden, n. 37: e vi si legge il nome di Gia’far, come nell’incisione del Marsden, il quale poi lo tralasciò, non so perchè, nella descrizione. Ma notisi che il Marsden nella descrizione del n. 36, ch’egli dice simile al 37, fa menzione di un dinar di bronzo del medesimo lavoro. La moneta foderata di argento fu comperata da me in una vendita pubblica a Firenze, nel marzo 1869, per conto della Biblioteca comunale di Palermo, che or la possiede. Ha il nome del califo Mahdi, la data di Bagdad, anno 160, e la leggenda dei dirhem abbasidi, intera e in caratteri molto nitidi.Si ricordi che Ottone di San Biagio, cap. 42, presso Muratori,Rerum Italic., VI, pag. 899, narra che il 1195 i Musulmani comperarono il castello di Torolts da’ Cristiani che lo difendeano, dando loro “corruptum aurum metallo sophistico, auro in superficie colorato.”

1175.Ho avute alle mani due monete musulmane di rame, ricoperte, l’una di foglia d’oro e l’altra d’argento. La prima, ch’io vidi nel 1868 presso il sig. Salvatore Struppa in Marsala, porta, con qualche interruzione, la stessa leggenda che il dinar di Harun Rascid del 177, presso Marsden, n. 37: e vi si legge il nome di Gia’far, come nell’incisione del Marsden, il quale poi lo tralasciò, non so perchè, nella descrizione. Ma notisi che il Marsden nella descrizione del n. 36, ch’egli dice simile al 37, fa menzione di un dinar di bronzo del medesimo lavoro. La moneta foderata di argento fu comperata da me in una vendita pubblica a Firenze, nel marzo 1869, per conto della Biblioteca comunale di Palermo, che or la possiede. Ha il nome del califo Mahdi, la data di Bagdad, anno 160, e la leggenda dei dirhem abbasidi, intera e in caratteri molto nitidi.

Si ricordi che Ottone di San Biagio, cap. 42, presso Muratori,Rerum Italic., VI, pag. 899, narra che il 1195 i Musulmani comperarono il castello di Torolts da’ Cristiani che lo difendeano, dando loro “corruptum aurum metallo sophistico, auro in superficie colorato.”

1176.Samperi,Iconografia della gloriosa Vergine, ec., Messina, 1644, pag. 615-622, dove è data la trascrizione e traduzione del Padre Kirker, corretta, a modo suo, dal Padre Magri da Malta. Il Gregorio ristampò l’epigrafe nelRerum Arabicarum, pag. 190, dopo aver dato a pag. 189 altri frammenti che sono murati in una finestra del Duomo di Messina stessa: ed avvertì che in quella città se ne trovava parecchi della medesima fattura. Il Gregorio non era uomo da ripetere la favola del Messala; ma nè egli nè il Tychsen indovinarono una parola de’ frammenti, sia dell’Annunziata o sia del Duomo.

1176.Samperi,Iconografia della gloriosa Vergine, ec., Messina, 1644, pag. 615-622, dove è data la trascrizione e traduzione del Padre Kirker, corretta, a modo suo, dal Padre Magri da Malta. Il Gregorio ristampò l’epigrafe nelRerum Arabicarum, pag. 190, dopo aver dato a pag. 189 altri frammenti che sono murati in una finestra del Duomo di Messina stessa: ed avvertì che in quella città se ne trovava parecchi della medesima fattura. Il Gregorio non era uomo da ripetere la favola del Messala; ma nè egli nè il Tychsen indovinarono una parola de’ frammenti, sia dell’Annunziata o sia del Duomo.

1177.Io ho letti alcuni squarci di cotesti versi nel 1868, e li ho pubblicati nelleIscrizioni arabiche di Sicilia, classe I, ni. 3, 4 (Rivista siculadi agosto 1869), aggiungendovi le fotografie. Si vegga nella stessa opera, classe I, n. 5, un frammento di tavola di marmo trovato nel palazzo regio di Palermo, nel quale era intarsiata, a caratteri neskhi di stile diverso, una iscrizione in versi, che somiglia molto, pel concetto e per l’andamento, a quella di Messina.Cotesta iscrizione dell’Annunziata de’ Catalani, messa lì per caso, ha tratti fuori di via alcuni scrittori di cose architettoniche, come il Gally-Knight,The Normans in Sicily, Londra, 1838, pag. 120 segg. Il Padre Gravina,Duomo di Morreale, pag. 33, ci ha applicato subito il suo supposto delle costruzioni siciliane del VI secolo: onde ha fatta sorgere l’Annunziata de’ Catalani a’ tempi di S. Gregorio e poi l’ha mutata in moschea e nuovamente in chiesa. Qual che sia stata l’origine, la forma attuale torna evidentemente al XIV secolo.

1177.Io ho letti alcuni squarci di cotesti versi nel 1868, e li ho pubblicati nelleIscrizioni arabiche di Sicilia, classe I, ni. 3, 4 (Rivista siculadi agosto 1869), aggiungendovi le fotografie. Si vegga nella stessa opera, classe I, n. 5, un frammento di tavola di marmo trovato nel palazzo regio di Palermo, nel quale era intarsiata, a caratteri neskhi di stile diverso, una iscrizione in versi, che somiglia molto, pel concetto e per l’andamento, a quella di Messina.

Cotesta iscrizione dell’Annunziata de’ Catalani, messa lì per caso, ha tratti fuori di via alcuni scrittori di cose architettoniche, come il Gally-Knight,The Normans in Sicily, Londra, 1838, pag. 120 segg. Il Padre Gravina,Duomo di Morreale, pag. 33, ci ha applicato subito il suo supposto delle costruzioni siciliane del VI secolo: onde ha fatta sorgere l’Annunziata de’ Catalani a’ tempi di S. Gregorio e poi l’ha mutata in moschea e nuovamente in chiesa. Qual che sia stata l’origine, la forma attuale torna evidentemente al XIV secolo.

1178.Iscrizioni arabiche di Sicilia, classe I, n. 11, nellaRivista siculadi ottobre 1870. Io lessi per lo primo cotesta iscrizione nell’aprile 1849 e la pubblicai nellaRevue Archéologique, Paris, 1851, pag. 669 segg.Essendo tutto l’edifizio della stessa pietra e fattura del coronamento, nel quale è intagliata la iscrizione, non mi metterò a combattere il supposto di alcuni eruditi palermitani, al quale si acconcia il dotto barone De Schack (Poesie und Kunst, etc., II, 269), cioè che il palagio fosse edificato assai prima, e che Guglielmo II l’avesse ristorato. Tal supposto non ha fondamento storico nè artistico. Debbo qui attestare che il Girault de Prangey, pochi anni dopo aver assentita dubbiamente la comune opinione dell’origine musulmana (Essai, etc., pag. 87 segg.), e due anni prima ch’io leggessi la iscrizione, pensò che la Cuba fosse opera del XII secolo. Trovandomi un giorno a Parigi con lui e col duca di Serradifalco nel 1847, cadde il discorso su la Cuba. Il Serradifalco sostenea con molto calore l’origine musulmana e tra le altre cose allegava l’iscrizione; e il Girault de Prangey, dopo che gli ebbe dette le sue ragioni in contrario, si messe a replicargli ogni volta “Oui, mais c’est normand!”

1178.Iscrizioni arabiche di Sicilia, classe I, n. 11, nellaRivista siculadi ottobre 1870. Io lessi per lo primo cotesta iscrizione nell’aprile 1849 e la pubblicai nellaRevue Archéologique, Paris, 1851, pag. 669 segg.

Essendo tutto l’edifizio della stessa pietra e fattura del coronamento, nel quale è intagliata la iscrizione, non mi metterò a combattere il supposto di alcuni eruditi palermitani, al quale si acconcia il dotto barone De Schack (Poesie und Kunst, etc., II, 269), cioè che il palagio fosse edificato assai prima, e che Guglielmo II l’avesse ristorato. Tal supposto non ha fondamento storico nè artistico. Debbo qui attestare che il Girault de Prangey, pochi anni dopo aver assentita dubbiamente la comune opinione dell’origine musulmana (Essai, etc., pag. 87 segg.), e due anni prima ch’io leggessi la iscrizione, pensò che la Cuba fosse opera del XII secolo. Trovandomi un giorno a Parigi con lui e col duca di Serradifalco nel 1847, cadde il discorso su la Cuba. Il Serradifalco sostenea con molto calore l’origine musulmana e tra le altre cose allegava l’iscrizione; e il Girault de Prangey, dopo che gli ebbe dette le sue ragioni in contrario, si messe a replicargli ogni volta “Oui, mais c’est normand!”

1179.Ho toccato quest’argomento nel cap. iv del presente libro, pag. 491 del volume e più largamente nelleIscrizioni, ec., classe I, ni. 9, 10 (Rivista siculadi febbraio 1870). Si corregga dunque il supposto ch’io avea messo innanzi, nel libro IV, cap. xij, vol. II, pag. 451.Tra i molti autori che hanno scritto della Zisa, merita particolare menzione Leandro Alberti,Isole appartenenti all’Italia, Venezia, 1581, fog. 47 verso segg. Il Girault de Prangey,Essai, etc., dicendo a pag. 86 della sala terrena, aveva anche qui indovinata l’età, poich’egli accenna a Guglielmo II.

1179.Ho toccato quest’argomento nel cap. iv del presente libro, pag. 491 del volume e più largamente nelleIscrizioni, ec., classe I, ni. 9, 10 (Rivista siculadi febbraio 1870). Si corregga dunque il supposto ch’io avea messo innanzi, nel libro IV, cap. xij, vol. II, pag. 451.

Tra i molti autori che hanno scritto della Zisa, merita particolare menzione Leandro Alberti,Isole appartenenti all’Italia, Venezia, 1581, fog. 47 verso segg. Il Girault de Prangey,Essai, etc., dicendo a pag. 86 della sala terrena, aveva anche qui indovinata l’età, poich’egli accenna a Guglielmo II.

1180.Si vegga il cap. iv del presente libro, pag. 463 del volume. Leandro Alberti, nell’opera citata, fog. 47 verso, ricordò per lo primo questo palagio senza scriverne il nome. “Sono oltre di ciò, egli dice, lunge un miglio da Palermo le ruine di due illustri palagi, col terzo pure in piedi, ma mal condotto per esser hora (prima metà del XVI secolo) habitatione di animali.” I due illustri palagi sono la Zisa e la Cuba, dei quali l’Alberti non descrive che il primo.Dopo questo viaggiatore, n’ha trattato il professore G. B. Basile dell’Università di Palermo, in due articoli del giornale palermitanoLa Ricerca, ni. 1, 2 (30 aprile e 9 maggio 1856), e il D. Marzo, op. cit., I, 269.Io credo s’abbia a dare a questo palagio il nome di Menâni più tosto che quello di Mimnernum, col quale l’hanno designato fin qui gli eruditi siciliani. Questo si legge per vero in alcuni codici, e nelle edizioni del Falcando (veggasi Caruso,Bibl. sicula, pag. 448), ma sembra un po’ strano a sentir presso Palermo un vocabolo che non ha altro significato se non che il nome proprio d’un antico poeta. Il vocabolo, all’incontro, diMineniumè scritto chiaramente nel vetusto e bel codice del Falcando, posseduto dalla Biblioteca di Parigi (Saint-Victor, 1604, fog. 45 recto) e si riconosce anco in un diploma arabico di aprile 1132, serbato nel tabulario del Duomo di Palermo, del quale il Gregorio pubblicò uno squarcio nel suo opuscoloDe supputandis apud Arabes siculos temporibus, pag. 44, ed ora l’intero testo è stampato correttamente dal professor Cusa, ne’ suoi diplomi greci ed arabi di Sicilia, vol. I (non ancor pubblicato), pag. 6 segg. Per cotesto atto un musulmano di Palermo permutava una parte dell’acqua dell’Ain-el-Menânicon le acque dell’Ain-el-Farkhe dell’Ain-el-Bottiah, possedute da un altro musulmano; le quali sorgenti eran tutte “nelle regioni occidentali di Palermo” e la prima irrigava la campagna dettaBurg-el-Battâi, della quale sappiamo altresì il sito da Ibn-Haukal, nellaBiblioteca arabo-sicula, testo pag. 9, e nelJournal Asiatiquedi gennaio 1845, pag. 29.È da notare che questo castello non comparisce tra’ siti reali dell’agro Palermitano, notati ne’ diplomi di Federigo imperatore, nè di Carlo d’Angiò. Direbbesi che fosse stato distrutto innanzi il XIII secolo: e forse nella battaglia del 21 luglio 1200, la quale cominciò per l’appunto in quei luoghi, come si vede dal cap. vij di questo libro, pag. 580.

1180.Si vegga il cap. iv del presente libro, pag. 463 del volume. Leandro Alberti, nell’opera citata, fog. 47 verso, ricordò per lo primo questo palagio senza scriverne il nome. “Sono oltre di ciò, egli dice, lunge un miglio da Palermo le ruine di due illustri palagi, col terzo pure in piedi, ma mal condotto per esser hora (prima metà del XVI secolo) habitatione di animali.” I due illustri palagi sono la Zisa e la Cuba, dei quali l’Alberti non descrive che il primo.

Dopo questo viaggiatore, n’ha trattato il professore G. B. Basile dell’Università di Palermo, in due articoli del giornale palermitanoLa Ricerca, ni. 1, 2 (30 aprile e 9 maggio 1856), e il D. Marzo, op. cit., I, 269.

Io credo s’abbia a dare a questo palagio il nome di Menâni più tosto che quello di Mimnernum, col quale l’hanno designato fin qui gli eruditi siciliani. Questo si legge per vero in alcuni codici, e nelle edizioni del Falcando (veggasi Caruso,Bibl. sicula, pag. 448), ma sembra un po’ strano a sentir presso Palermo un vocabolo che non ha altro significato se non che il nome proprio d’un antico poeta. Il vocabolo, all’incontro, diMineniumè scritto chiaramente nel vetusto e bel codice del Falcando, posseduto dalla Biblioteca di Parigi (Saint-Victor, 1604, fog. 45 recto) e si riconosce anco in un diploma arabico di aprile 1132, serbato nel tabulario del Duomo di Palermo, del quale il Gregorio pubblicò uno squarcio nel suo opuscoloDe supputandis apud Arabes siculos temporibus, pag. 44, ed ora l’intero testo è stampato correttamente dal professor Cusa, ne’ suoi diplomi greci ed arabi di Sicilia, vol. I (non ancor pubblicato), pag. 6 segg. Per cotesto atto un musulmano di Palermo permutava una parte dell’acqua dell’Ain-el-Menânicon le acque dell’Ain-el-Farkhe dell’Ain-el-Bottiah, possedute da un altro musulmano; le quali sorgenti eran tutte “nelle regioni occidentali di Palermo” e la prima irrigava la campagna dettaBurg-el-Battâi, della quale sappiamo altresì il sito da Ibn-Haukal, nellaBiblioteca arabo-sicula, testo pag. 9, e nelJournal Asiatiquedi gennaio 1845, pag. 29.

È da notare che questo castello non comparisce tra’ siti reali dell’agro Palermitano, notati ne’ diplomi di Federigo imperatore, nè di Carlo d’Angiò. Direbbesi che fosse stato distrutto innanzi il XIII secolo: e forse nella battaglia del 21 luglio 1200, la quale cominciò per l’appunto in quei luoghi, come si vede dal cap. vij di questo libro, pag. 580.

1181.V’ha buona ragione di credere che questo castello, col suo bagno, di cui rimangono gli avanzi, col suo parco e col lago artificiale or disseccato, sieno opera dell’emir kelbita Gia’far (997-1019). Si vegga il nostro libro IV, cap. vij, a pag. 350 del vol. 2, e il lib. V, cap. iv, a pag. 120 del presente volume. Eran proprio questi “il palagio e i deliziosi giardini irrigati d’acque e ricchi di frutta,” i quali, al dir dell’Amato, furono occupati dal conte Ruggiero, quando sboccò nell’agro Palermitano il 1071.Degli avanzi di Maredolce han trattato, nelle opere citate, il Gally-Knight, a pag. 305; l’Hittorf, a pag. 6 (tavola LXXIV, fig. 2); il Girault de Prangey, pag. 92; il Di Marzo, vol. I, pag. 270 e segg.

1181.V’ha buona ragione di credere che questo castello, col suo bagno, di cui rimangono gli avanzi, col suo parco e col lago artificiale or disseccato, sieno opera dell’emir kelbita Gia’far (997-1019). Si vegga il nostro libro IV, cap. vij, a pag. 350 del vol. 2, e il lib. V, cap. iv, a pag. 120 del presente volume. Eran proprio questi “il palagio e i deliziosi giardini irrigati d’acque e ricchi di frutta,” i quali, al dir dell’Amato, furono occupati dal conte Ruggiero, quando sboccò nell’agro Palermitano il 1071.

Degli avanzi di Maredolce han trattato, nelle opere citate, il Gally-Knight, a pag. 305; l’Hittorf, a pag. 6 (tavola LXXIV, fig. 2); il Girault de Prangey, pag. 92; il Di Marzo, vol. I, pag. 270 e segg.

1182.Il Gregorio,Rerum Arabicarum, pag. 188, pubblicò un pessimo disegno della iscrizione cufica che si vedeva al sommo delle mura e ch’ei non si provò a tradurre; nè io lo tenterò senz’altro aiuto che quella incisione. Il Gregorio aggiugne esser molto belli i caratteri ed aver l’edifizio l’apparenza di molta antichità; ma non dice che l’abbia veduto egli stesso. Il Girault de Prangey, op. cit., pag. 93, e tavole VII e XIII, n. 4, diè l’interno de’ bagni e una bella copia d’un brano della iscrizione, i cui caratteri direi molto antichi, se la paleografia cufica desse prove certe de’ tempi. Ma poichè mi si dice sia cascata giù, fin da molti anni, l’iscrizione, non possiamo sperare per ora, nè forse mai, di arrivare all’origine di quel monumento. Si vegga anco il Gally-Knight, op. cit., pagina 324. Del resto il disegno della sala principale del bagno somiglia molto a quello del bagno di Palma in Maiorca, che ci dà il Girault de Prangey, op. cit., tavola II: e le differenze sono gli archi, acuti a Cefalà ed a ferro di cavallo in Palma, e il lavoro assai più delicato nel primo che nel secondo di quegli edifizi.

1182.Il Gregorio,Rerum Arabicarum, pag. 188, pubblicò un pessimo disegno della iscrizione cufica che si vedeva al sommo delle mura e ch’ei non si provò a tradurre; nè io lo tenterò senz’altro aiuto che quella incisione. Il Gregorio aggiugne esser molto belli i caratteri ed aver l’edifizio l’apparenza di molta antichità; ma non dice che l’abbia veduto egli stesso. Il Girault de Prangey, op. cit., pag. 93, e tavole VII e XIII, n. 4, diè l’interno de’ bagni e una bella copia d’un brano della iscrizione, i cui caratteri direi molto antichi, se la paleografia cufica desse prove certe de’ tempi. Ma poichè mi si dice sia cascata giù, fin da molti anni, l’iscrizione, non possiamo sperare per ora, nè forse mai, di arrivare all’origine di quel monumento. Si vegga anco il Gally-Knight, op. cit., pagina 324. Del resto il disegno della sala principale del bagno somiglia molto a quello del bagno di Palma in Maiorca, che ci dà il Girault de Prangey, op. cit., tavola II: e le differenze sono gli archi, acuti a Cefalà ed a ferro di cavallo in Palma, e il lavoro assai più delicato nel primo che nel secondo di quegli edifizi.

1183.Si è discorso degli avanzi di questa porta nel libro V, cap. iv, pagina 128 del presente volume, nota 2. Dopo avere scritto quel capitolo, mi è occorso di visitare io stesso nel 1868 la chiesa della Vittoria, in compagnia dell’architetto dottor Cavallari, e vi sono ritornato nel 1871. Io ho riconosciuta la esattezza delle notizie che me ne diè dapprima il dotto professore Salinas, le quali io usai nella nota. Ho veduta di più, mostratami dal Cavallari, la faccia esteriore di questa porta dal lato del vecchio muro della città, al quale è ora addossata una casuccia che risponde sulla piazzetta chiamata della Vittoria a’ Bianchi, e vi si distingue benissimo l’arco acuto, ora tutto ripieno e ragguagliato alla faccia della parete. Dall’altra parte del vecchio muro sta la chiesa della Vittoria; nella quale la prima cappella, a destra di chi entri dall’ingresso maggiore in piazza dello Spasimo, risponde per lo appunto all’antica porta. La metà superiore della qual cappella è occupata dall’affresco ch’io già descrissi, moderno e ritoccato in tempo ancor più recente. Ma nella metà inferiore, e per l’appunto dietro l’altare ch’ora è congegnato in guisa da scostarlo quando si voglia, veggiamo la metà inferiore d’una antica e robusta porta di legno, la quale è da supporre conservata fin dall’XI secolo; e tanto più lo dobbiam credere dell’arco acuto, il quale potrebbe anco risalire alla fondazione della Khalesa, cioè al X secolo. Avvertasi che rimangono avanzi robustissimi ed antichi di costruzione, tanto in altra parte della chiesa, quanto in una casipola attigua su la piazza dello Spasimo.

1183.Si è discorso degli avanzi di questa porta nel libro V, cap. iv, pagina 128 del presente volume, nota 2. Dopo avere scritto quel capitolo, mi è occorso di visitare io stesso nel 1868 la chiesa della Vittoria, in compagnia dell’architetto dottor Cavallari, e vi sono ritornato nel 1871. Io ho riconosciuta la esattezza delle notizie che me ne diè dapprima il dotto professore Salinas, le quali io usai nella nota. Ho veduta di più, mostratami dal Cavallari, la faccia esteriore di questa porta dal lato del vecchio muro della città, al quale è ora addossata una casuccia che risponde sulla piazzetta chiamata della Vittoria a’ Bianchi, e vi si distingue benissimo l’arco acuto, ora tutto ripieno e ragguagliato alla faccia della parete. Dall’altra parte del vecchio muro sta la chiesa della Vittoria; nella quale la prima cappella, a destra di chi entri dall’ingresso maggiore in piazza dello Spasimo, risponde per lo appunto all’antica porta. La metà superiore della qual cappella è occupata dall’affresco ch’io già descrissi, moderno e ritoccato in tempo ancor più recente. Ma nella metà inferiore, e per l’appunto dietro l’altare ch’ora è congegnato in guisa da scostarlo quando si voglia, veggiamo la metà inferiore d’una antica e robusta porta di legno, la quale è da supporre conservata fin dall’XI secolo; e tanto più lo dobbiam credere dell’arco acuto, il quale potrebbe anco risalire alla fondazione della Khalesa, cioè al X secolo. Avvertasi che rimangono avanzi robustissimi ed antichi di costruzione, tanto in altra parte della chiesa, quanto in una casipola attigua su la piazza dello Spasimo.

1184.Ho riferite nel cap. iv del libro V, pag. 118 del presente volume, nota 3, le proprie parole di Amato, le quali fanno credere che il sito di San Giovanni de’ Lebbrosi sia lo stesso del Castello di Iehia, ossia Giovanni, preso dal conte Ruggiero dopo quello di Maredolce. Ma la chiesa attuale non v’era al certo; nè alcun documento prova che i Normanni l’abbiano fabbricata immediatamente.

1184.Ho riferite nel cap. iv del libro V, pag. 118 del presente volume, nota 3, le proprie parole di Amato, le quali fanno credere che il sito di San Giovanni de’ Lebbrosi sia lo stesso del Castello di Iehia, ossia Giovanni, preso dal conte Ruggiero dopo quello di Maredolce. Ma la chiesa attuale non v’era al certo; nè alcun documento prova che i Normanni l’abbiano fabbricata immediatamente.

1185.Una veduta di questo castello rovinato, che sovrasta ad Alcamo, si trova nell’opera del Duca di Serradifalco,Del Duomo di Monreale e di altre chiese normanne, pag. 43, in vignetta. Vi si scorgono parecchie finestre ad arco acuto.

1185.Una veduta di questo castello rovinato, che sovrasta ad Alcamo, si trova nell’opera del Duca di Serradifalco,Del Duomo di Monreale e di altre chiese normanne, pag. 43, in vignetta. Vi si scorgono parecchie finestre ad arco acuto.

1186.D’Entella si è fatta menzione nel libro V, cap. ij, pag. 86 di questo volume, nota 1. Era al certo castello fortissimo pria della guerra normanna. Un amico mio, che visitò quelle rovine quattordici anni addietro e n’abbozzò anco una pianta, vi osservò una cisterna con vòlta a sesto acuto, il quale nell’abbozzo ha le medesime proporzioni che negli edifizii normanni del XII secolo.Calatamauro non è nominato negli annali normanni; ma Edrîsi ne fa menzione e ne indica il sito. Andrebbe dunque riferito ai tempi musulmani, quando anche non attestasse quella origine il nome, composto di due notissimi vocaboli, arabico il primo e latino o greco il secondo, il quale fors’anco ci condurrebbe ai primi tempi del conquisto musulmano. Un documento ch’io allegai nella Guerra del Vespro Siciliano, cap. VI, edizione del 1866, tomo I, pag. 139, nota 2, prova l’importanza di questa fortezza nel XIII secolo. L’amico mio, che visitò Entella, esaminò anco Calatamauro, che giace in quelle stesse montagne ed era assai più vasto: nelle cui rovine egli osservò una gran cisterna, anch’essa con vòlta a sesto acuto, intonacata di cemento idraulico e molto ben conservata.

1186.D’Entella si è fatta menzione nel libro V, cap. ij, pag. 86 di questo volume, nota 1. Era al certo castello fortissimo pria della guerra normanna. Un amico mio, che visitò quelle rovine quattordici anni addietro e n’abbozzò anco una pianta, vi osservò una cisterna con vòlta a sesto acuto, il quale nell’abbozzo ha le medesime proporzioni che negli edifizii normanni del XII secolo.

Calatamauro non è nominato negli annali normanni; ma Edrîsi ne fa menzione e ne indica il sito. Andrebbe dunque riferito ai tempi musulmani, quando anche non attestasse quella origine il nome, composto di due notissimi vocaboli, arabico il primo e latino o greco il secondo, il quale fors’anco ci condurrebbe ai primi tempi del conquisto musulmano. Un documento ch’io allegai nella Guerra del Vespro Siciliano, cap. VI, edizione del 1866, tomo I, pag. 139, nota 2, prova l’importanza di questa fortezza nel XIII secolo. L’amico mio, che visitò Entella, esaminò anco Calatamauro, che giace in quelle stesse montagne ed era assai più vasto: nelle cui rovine egli osservò una gran cisterna, anch’essa con vòlta a sesto acuto, intonacata di cemento idraulico e molto ben conservata.

1187.Il barone di Mandralisca da Cefalù, tolto immaturamente all’Italia ed agli studii, mi affermava nel 1861 aver vista, più di venti anni innanzi, una iscrizione arabica nella torre detta Li Gresti, che facea parte d’una masseria ed occorrea nel sentiero che mena da Piazza a Lentini, il quale allor si chiamava strada. L’iscrizione si vedeva in una scala della torre, parte fabbricata e parte tagliata nel sasso.Sarebbe da ricercare questa torre ed anco i due monumenti citati da Houel,Voyage pittoresque, etc., vol. III, pag. 69 e 122, l’un de’ quali sorgea nella via da Militello a Vizzini; e l’altro nel feudo della Falconara, a tre miglia da Noto.

1187.Il barone di Mandralisca da Cefalù, tolto immaturamente all’Italia ed agli studii, mi affermava nel 1861 aver vista, più di venti anni innanzi, una iscrizione arabica nella torre detta Li Gresti, che facea parte d’una masseria ed occorrea nel sentiero che mena da Piazza a Lentini, il quale allor si chiamava strada. L’iscrizione si vedeva in una scala della torre, parte fabbricata e parte tagliata nel sasso.

Sarebbe da ricercare questa torre ed anco i due monumenti citati da Houel,Voyage pittoresque, etc., vol. III, pag. 69 e 122, l’un de’ quali sorgea nella via da Militello a Vizzini; e l’altro nel feudo della Falconara, a tre miglia da Noto.

1188.Si veggano: Hittorf,Architecture moderne de la Sicile, Parigi, 1835, gr. in foglio, con rami.Gally-Knight,The Normans in Sicily, Londra, 1858, in-8º, con atlante in foglio.Serradifalco (Domenico Lo Faso, duca di)Del Duomo di Monreale e di altre chiese normanne, ec., Palermo, 1838, in foglio, con rami, eIl Castello della Zisa, nella raccolta intitolata:L’Olivuzza, ricordo del soggiorno della Corte imperiale russa, ec., Palermo, 1866, in 4º, con litografie.Girault de Prangey,Essai sur l’architecture des Arabes et des Mores, Parigi, 1841, in-8º gr., con litografie.Di Marzo,Delle Belle Arti in Sicilia, ec., Palermo, 1858, due vol. in-8º gr., con litografie.Buscemi,Notizie della basilica di San Pietro, detta la Cappella regia di Palermo, Palermo, 1840, in-4º, con litografie.Schack (A. F. von)Poesie und Kunst der Araber in Spanien und Sicilien, Berlino, 1865, due vol. in-12º.Springer,Die mittelalterische Kunst in Palermo, Bonn, 1869, in-4º.Gravina (Dom. Benedet. cassinese),Il Duomo di Monreale illustrato, Palermo, con la falsa data del 1859, da correggere 1871, gr. in foglio, con tavole cromolitografiche e fotografie.Si vegga ancora gli articoli critici sull’opera del Serradifalco, scritti dall’abate Niccolò Maggiore, nelleEffemeridi Siciliane, ni. 64, 65, 66 (Palermo, 1839) e da Giambattista Castiglia nelGiornale Letterario, n. CXCV, (Palermo, 1839).

1188.Si veggano: Hittorf,Architecture moderne de la Sicile, Parigi, 1835, gr. in foglio, con rami.

Gally-Knight,The Normans in Sicily, Londra, 1858, in-8º, con atlante in foglio.

Serradifalco (Domenico Lo Faso, duca di)Del Duomo di Monreale e di altre chiese normanne, ec., Palermo, 1838, in foglio, con rami, eIl Castello della Zisa, nella raccolta intitolata:L’Olivuzza, ricordo del soggiorno della Corte imperiale russa, ec., Palermo, 1866, in 4º, con litografie.

Girault de Prangey,Essai sur l’architecture des Arabes et des Mores, Parigi, 1841, in-8º gr., con litografie.

Di Marzo,Delle Belle Arti in Sicilia, ec., Palermo, 1858, due vol. in-8º gr., con litografie.

Buscemi,Notizie della basilica di San Pietro, detta la Cappella regia di Palermo, Palermo, 1840, in-4º, con litografie.

Schack (A. F. von)Poesie und Kunst der Araber in Spanien und Sicilien, Berlino, 1865, due vol. in-12º.

Springer,Die mittelalterische Kunst in Palermo, Bonn, 1869, in-4º.

Gravina (Dom. Benedet. cassinese),Il Duomo di Monreale illustrato, Palermo, con la falsa data del 1859, da correggere 1871, gr. in foglio, con tavole cromolitografiche e fotografie.

Si vegga ancora gli articoli critici sull’opera del Serradifalco, scritti dall’abate Niccolò Maggiore, nelleEffemeridi Siciliane, ni. 64, 65, 66 (Palermo, 1839) e da Giambattista Castiglia nelGiornale Letterario, n. CXCV, (Palermo, 1839).

1189.Prolégomènes, traduzione francese del baron De Slane, parte II, 274. Nel testo, parte II, pag. 231, 239, della edizione di Parigi, leggesi il nome etnico di Fars, cioè popoli della Persia propriamente detta, escluse le province settentrionali ed orientali del reame attuale. Si veggano anco tutte le pag. 241 segg. e 365 segg.Nella stessa opera, traduzione francese, II, 375, l’autore scrive che il califo Walid-ibn-Abd-el-Melik fece venire architetti da Costantinopoli per costruire le moschee di Medina, Gerusalemme e Damasco. Par ch’egli contraddica così ciò che avea detto della origine persiana: e pure i due fatti stanno benissimo insieme. Come vedremo or ora, gli artisti bizantini furon chiamati pei lavori di mosaico e forse per altri ornamenti; e i persiani fabbricarono i primi edifizii. In ogni modo il racconto è manifestamente erroneo, poichè quelle moschee esistevano di già; onde non si trattava di fabbricarle di pianta. A me pare che Ibn-Khaldûn, al solito suo, abbia messi qui a fascio varii fatti. E così talvolta ei dava nel segno e talvolta lo sbagliava netto.

1189.Prolégomènes, traduzione francese del baron De Slane, parte II, 274. Nel testo, parte II, pag. 231, 239, della edizione di Parigi, leggesi il nome etnico di Fars, cioè popoli della Persia propriamente detta, escluse le province settentrionali ed orientali del reame attuale. Si veggano anco tutte le pag. 241 segg. e 365 segg.

Nella stessa opera, traduzione francese, II, 375, l’autore scrive che il califo Walid-ibn-Abd-el-Melik fece venire architetti da Costantinopoli per costruire le moschee di Medina, Gerusalemme e Damasco. Par ch’egli contraddica così ciò che avea detto della origine persiana: e pure i due fatti stanno benissimo insieme. Come vedremo or ora, gli artisti bizantini furon chiamati pei lavori di mosaico e forse per altri ornamenti; e i persiani fabbricarono i primi edifizii. In ogni modo il racconto è manifestamente erroneo, poichè quelle moschee esistevano di già; onde non si trattava di fabbricarle di pianta. A me pare che Ibn-Khaldûn, al solito suo, abbia messi qui a fascio varii fatti. E così talvolta ei dava nel segno e talvolta lo sbagliava netto.

1190.Caussin de Perceval,Essai sur l’Histoire des Arabes, II, 55.

1190.Caussin de Perceval,Essai sur l’Histoire des Arabes, II, 55.

1191.Ibn-el-Athir, anno 17, testo del Tornberg, vol. II, pag. 411, 412.

1191.Ibn-el-Athir, anno 17, testo del Tornberg, vol. II, pag. 411, 412.

1192.Kela’i,El-Ikitfâ, ms. di Parigi,Ancien Fonds, n. 653, fog. 94 verso. Si confronti con Ibn-el-Athir, loc. cit.

1192.Kela’i,El-Ikitfâ, ms. di Parigi,Ancien Fonds, n. 653, fog. 94 verso. Si confronti con Ibn-el-Athir, loc. cit.

1193.Beladsori,Liber Expugnationis, etc., testo del De Goeje, pag. 286, e Ibn-el-Athîr, loc. cit.Notisi che la più parte de’ monumenti musulmani surti ne’ primi secoli dell’egira dallo Stretto di Gibilterra al Golfo Persico ed all’Oxus, furono costruiti con le spoglie degli antichi edifizii. Non occorrono citazioni per questo. Leggiamo anco in Beladsori, op. cit., pag. 290, che furon messe nella moschea cattedrale di Waset, in Mesopotamia, delle porte tolte da Zandewend e da altre città di quella regione; gli abitatori delle quali si querelarono di cotest’atto di violenza, contrario ai patti ch’essi aveano stipulati coi Musulmani.

1193.Beladsori,Liber Expugnationis, etc., testo del De Goeje, pag. 286, e Ibn-el-Athîr, loc. cit.

Notisi che la più parte de’ monumenti musulmani surti ne’ primi secoli dell’egira dallo Stretto di Gibilterra al Golfo Persico ed all’Oxus, furono costruiti con le spoglie degli antichi edifizii. Non occorrono citazioni per questo. Leggiamo anco in Beladsori, op. cit., pag. 290, che furon messe nella moschea cattedrale di Waset, in Mesopotamia, delle porte tolte da Zandewend e da altre città di quella regione; gli abitatori delle quali si querelarono di cotest’atto di violenza, contrario ai patti ch’essi aveano stipulati coi Musulmani.

1194.Ibn-el-Athîr, loc. cit.

1194.Ibn-el-Athîr, loc. cit.


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