CAPITOLO V.Non bastando ormai alla storia il classico quadro dei fatti e delle passioni umane, se non siano anco divisati gli ordini e le opinioni che nascono da sorgenti assai remote, forza è ch'io interrompa nuovamente la cronica di Sicilia, e torni addietro parecchi secoli, per rintracciare in Asia le cagioni del mutamento di dinastia che s'apparecchiava alla morte d'Ibrahim-ibn-Ahmed. Lo apparecchiava la setta ismaeliana, della quale mi fo ad esporre l'origine, l'indole, i progressi.L'autorità dell'impero musulmano, si come portava sua natura mista, fu combattuta da tre maniere di nemici: le fazioni politiche, gli scismi religiosi, e le sètte partecipanti dell'uno e dell'altro. Fazioni chiamo quelle che agognavano a mutare il principe non le leggi; onde nè impugnarono durante la lotta, nè toccarono dopo la vittoria, quegli assiomi teologici e civili che costituivano l'islamismo ortodosso; cioè la fede che parea diritta al maggior numero. Parecchi Stati in fatti continuarono a rispettar come pontefice il califo, cui disubbidivano come principe. Fino gli Omeîadi di Spagna, con lor pretensioni di legittimità, esitarono per un secolo e mezzo a ripigliare il sacro titolo di Comandator dei Credenti, usurpato, dicean essi, dalla casa di Abbâs, ma pure assentitole dalla più parte dei popoli musulmani.Al contrario nacquero di molte eresie, i cui settatorinon si proposero dominazione politica, nè vollero sostener le opinioni con la forza delle armi; ma la ragione o l'errore, la coscienza o la superbia dell'intelletto, li spinsero a propagar, dottrine diverse dalle sunnite; affrontando spesso la crudeltà dei principi, il furor della plebe, i disagi delle persecuzioni, la fatica d'una continua lotta, il pesante biasimo delle moltitudini. Svilupossi tal movimento tra la metà del primo e la metà del terzo secolo dell'egira, nella Mesopotamia e province persiane; nelle quali regioni e nel qual tempo la schiatta arabica, venendo a contatto con genti più incivilite, apprese le speculazioni dell'umano intelletto accumulate per sessanta secoli da panteisti, politeisti, dualisti, unitarii, razionalisti. Dettero materia agli scismi maomettani quelle tesi che gli uomini in tutti i tempi han proposto sì facilmente e poi sonvisi avviluppati come in laberinto di spine: la natura dell'Ente supremo; la influenza di quello sopra le azioni umane e però predestinazione, libero arbitrio, grazia; il merito della Fede e delle opere; i gastighi serbati, a chi peccasse nell'una o nelle altre; e via discorrendo. Su cotesti argomenti l'autorità sunnita s'era appigliata sovente al partito più ripugnante alla ragione. Basti in esempio il domma ortodosso della eternità del Corano, negata dai Motazeliti; i quali furono perseguitati; finchè, persuaso alcun califo abbassida, a lor volta divennero persecutori. Ma gli scandali, i tumulti, il sangue sparso per questa e altre liti teologiche, non portarono a rivolgimenti politici. Dei settantadue scismi che novera la storia ecclesiastica dei Musulmani, una ventina si mantenneentro i detti limiti della disputa; come i Kaderiti sostenitori del libero arbitrio; i Geberiti dell'opera passiva dell'uomo; i Motazeliti che faceano eterna la sola sostanza della divinità; i Sefetiti che le accomunavano nella eternità i suoi accidenti o qualità; i pigri Morgii affidantisi tutti nella Fede; i Nizâmiti che negavano la libera volontà di Dio, e s'accostavano ai filosofi materialisti; e altre sètte i cui nomi e opinioni sarebbe superfluo a ripetere.[198]Avviati ch'e' furono a libero esame, i pensatori musulmani non poteano trattenere il piè, che dalle eresie non passassero ai razionalismo. A ciò li condusse la serena luce della scienza greca, la quale cominciò a splendere nell'impero dei califi più presto che non si crederebbe. Qualche libro di filosofia era stato voltato in arabico dal greco e dal copto verso la fine del settimo secolo dell'era cristiana, primo dell'era musulmana, per opera di Khâled-ibn-Iezîd-ibn-Moa'wia, principe del sangue omeîade, soprannominato il filosofo della casa di Merwan.[199]Ma accelerato l'incivilimento dai Persiani che esaltarono la casa di Abbâs,[200]si diè mano a volgarizzare i pochi libri che avanzavano in Persia della letteratura indiana e nazionale dei tempi sassanidi; si pose maggiore studio a interpretare i libri scientifici dei Greci:immenso beneficio che la civiltà riconosce dai califi Mansûr (754-755) e Mamûn (813-833), e da' costui ministri della schiatta persiana di Barmek. Le scienze greche penetrarono allora nella società musulmana per triplice via: di Siria, di Persia e dell'impero bizantino; perchè in quelle due province dei califi se ne serbavano le tradizioni e qualche scritto; e dalle province bizantine s'ebbero moltissimi libri per richiesta che ne fece Mamûn agli imperatori di CostantinopoliCosì fiorivano nella capitale abbassida, e poscia in altre città dell'impero, gli studii di medicina, astronomia, geografia, matematiche, storia naturale, logica, metafisica; e correano per le mani dei dotti le opere degli antichi filosofi, massime di Aristotile.[201]Vo dir di passaggio che quelle di Empedocle d'Agrigento o d'alcun suo discepolo furono anco studiate in Oriente; e che nei principii del decimo secolo un Musulmano di Spagna tentò di fondare con tai dottrine una scuola, la quale non resse alle persecuzioni.[202]La filosofia greca da una mano diè armi agli eresiarchi musulmani dei quali abbiam detto di sopra; dall'altramano fe' nascere varie scuole di liberi pensatori che combatteano, più o meno apertamente i principii d'ogni religione. Tali i Bâteni che presero il nome dal significato latente, o vogliam dire allegorico, supposto da loro nei libri sacri; ma alcuni arrivavano a pretto ateismo; per esempio, il cieco Abu-l-'Ala da Me'arra in Siria, il quale, in versi che parrebbero di Lucrezio, sferzava insieme Giudei, Magi, Cristiani, Musulmani; e conchiudea che l'uman genere va spartito in due: pensatori senza religione, e devoti senza cervello.[203]Le denominazioni delle scuole razionalistefurono sempre confuse appo i Musulmani, tra per cautela degli adetti, sforzati a nascondersi sotto i misteri e gli equivoci di sètte men radicali, e tra per la ignoranza della comune degli uomini e la pronta calunnia dei devoti. Appiccaron costoro malignamente a tutti i liberi pensatori l'appellazione dizindîk, perch'era abborrita in persona dei comunisti persiani e fatta sinonimo d'empio, com'or si dirà. Quando poi suonarono sì terribili in Oriente i nomi d'Ismaeliani, Karmati, Drusi, Assassini, novelle sètte miste aiutantisi con le spiegazioni allegoriche, i devoti colsero il destro di gridarli a gran voceBâteni; mettendo i filosofi a fascio con loro. E così è pervenuta la storia agli eruditi europei del nostro secolo; i quali, con loro preoccupazioni politiche e religiose, o non si sono accorti di quegli errori o non si sono affrettati a chiarirli. Indi si è esagerata la parte ch'ebbe la filosofia greca nelle sètte più odiose. Indi si è supposta tra varie sètte quell'analogìa di modi è d'intenti che di certo non ebbero.[204]E però è mestieri ch'io tratti questa materia più minutamente che non si addica a quadro generale; ma tra due scogli mi par meno male la digressione che l'errore.Gran tratto innanzi i dissentimenti speculativi, s erano mostrate nell'islamismo le sètte miste d'eresia e di fazione; i due ceppi delle quali, suddivisi in rami secondo le opinioni accessorie, si chiamarono Khâregi e Sciiti. Il nome dei primi s'intese quandoil califo Othmân cominciò a falsare la democrazia musulmana. Difenditori della democrazia, i Khâregi eran uomini di schiatte arabiche, e non pochi tra loro rinomati per virtù, sapere e pietà.[205]Collegaronsi con gli ottimati religiosi[206]e coi partigiani di Ali; e tutti insieme spensero Othmân: se non che l'accordo di tre fazioni, sì diverse negli intendimenti loro, si ruppe alla esaltazione di Ali, prima che fosse abbattuto il terribile nemico comune, ch'era l'antica nobiltà, capitanata da Mo'awia-ibn-abi-Sofiàn. La parte più turbolenta degli ottimati religiosi levossi contro Ali; fu sconfitta nella giornata che chiamarono del Camelo; e i Khâregi tuttavia seguirono il vincitore su i campi di Seffein, ov'ei si scontrò con Mo'awia. Ma posate le armi per lo noto compromesso, i Khâregi spiccavansi da Ali, vedendolo sospinto da' suoi partigiani alla monarchia assoluta di dritto divino. A rintuzzare sì pericolosi principii d'usurpazione, i Khâregi immantinente bandiscono non necessario nella repubblica musulmana il califo; se talvolta il popolo creda espediente di nominarne, possa sceglierlo di qualunque schiatta e condizione, coreiscita o no, libero o schiavo; sia tenuto il califo a governare secondo certi patti fondamentali; declinando lui dalle vie della giustizia, il popolo possa deporlo, combatterlo, metterlo a morte. Quanto ad Ali, per rispondere all'apoteosi che ne faceano i suoi, i Khâregi a dirittura lo incolparono di peccato per l'accettatocompromesso; e poco stante, per cagion di questo o d'altri atti di governo, lo chiarirono infedele in religione; alfine pubblicamente lo maledissero, per avere, combattendo contro di loro, messo a morte gli uomini da portar arme, fatto bottino dei beni e menato in cattività le donne e i fanciulli: crudel rigore di guerra, lecito solo contro Infedeli e non usato da Ali verso gli altri nemici musulmani. Quest'ultimo fatto prova che Ali tenne i Khâregi non solo ribelli, ma sì eretici. E veramente quei loro assiomi sì precisi di sovranità del popolo, tornavano a scisma secondo le idee musulmane; e a scisma tornava, secondo le idee di tutti i popoli, il dichiarar peccatore e infedele un pontefice, e affermare che le peccata gravi portassero a infedeltà.[207]Del resto ognun vede quanto semplice, e, direi quasi, pratica sia stata cotesta eresia, nata dalla schiatta arabica, al paragon delle sottilità straniere. Sursero poi novelle sètte kharegite più feroci in lor teorie rivoluzionarie e più speculative e audaci in punto di eresia; come portava da una mano la rabbia della persecuzione e la coscienza della propria debolezza, dall'altra il miscuglio coi forastieri. Ognun sa che Ali cadea sotto il pugnale dei Khâregi e che due altri despoti in erba ne campavano a mala pena. Il ramo kharegita detto dagli Azrâkiti, che poi levò tanto romore in Oriente, disse infedele chi dissimulava in parole o in opere trovandosi in pericolo, e chi non correva alla guerra sacra, quella cioè dilor setta contro ogni altra; e fe' lecito di uccidere fin le donne e bambini dei dissidenti; ma altri rami non arrivarono a tali estremi. Quanto alle leggi estranee alla contesa politica, gli Azrâkiti abolirono la pena di morte per stupro; altri permessero il matrimonio con la figliuola della propria figlia e con la figlia di fratello o sorella, e alsì il matrimonio di Musulmana con uomo infedele; nei quali punti di scisma traspariscon le dottrine persiane. Altre sentenze teologiche e casuistiche tolsero or dai Motazeliti or da altri eterodossi.[208]Segnalaronsi le sètte kharegite per indomito ardire contro la tirannide, sì nel campo e sì in faccia al supplizio. Per due secoli accesero atrocissime guerre nelle province orientali e in Affrica; e molte dure scosse dettero allo Impero; ma alla fine gli eserciti dei califi trionfaron di loro. Tanto ardua impresa ella era di ristorare la democrazia di Abu-Bekr e di Omar tra masse di popolo eterogenee, ignoranti, superstiziose; e tanto nocquero all'intento quei mezzi rabbiosi ed efferati, che al certo discreditarono e assottigliarono i Khâregi più che non li rinforzassero col terrore.A un tempo con quei campioni della libertà erano comparsi i settatori più frenetici che abbian mai sostenuto l'autorità, gli Sciiti o Scî'i, come si dovrebbe scrivere, e significa Partigiani. L'erano di Ali. Teneano: il pontificato non procedere dalla comunità musulmana, nè potersi conferire da uomini; essere fondato su dritto divino, che il Profeta stesso non ebbe autorità di cancellare nè modificare; tramandarsiil pontificato per successione di sangue e designazione del predecessore; appartenere evidentemente ad Ali e sua schiatta. In ciò si accordavamo a un di presso tutti i rami di setta sciita. Dissentivano su l'ordine della successione d'Ali. Inoltre i Kaisaniti, ramo sciita, compendiavano stranamente la religione nella assoluta obbedienza al pontefice.[209]I Gholâ, altro ramo,[210]scoprirono nei pontefici alìdi non so che ipostasi divina, non so che spirito trasmigrante da persona a persona, e vi fu chi sostenne, dopo la morte di Ali, ch'ei fosse salito in cielo per tornare al mondo quando che fosse a ristorar la giustizia, e che aspettasse passeggiando su i nugoli; e sentian la sua voce nel tuono; e vedean guizzare nelle folgori la frusta dell'immortal cavaliero. Principii filosofici, miti, pensieri, imagini, estranei tutti alla schiatta arabica; nei quali non è chi non raffiguri il sogno indiano delle incarnazioni, la superstizione tibetana del pontefice Iddio, e la trasmigrazion delle anime, e l'aspettativa del Messia, e un mito eroico di vero conio indo-europeo. Coteste merci straniere entrarono nell'impero musulmano coi liberti che avean prima professato magismo, sabeismo, giudaismo, cristianesimo, o alcuna setta di esse religioni; e veramente un liberto di Ali per nome Kaisân diè origine e nome al ramo sciita ricordato di sopra; un Giudeo rinnegato, per nome Abd-Allah-ibn-Saba, fu il primo dei Gholâ; e, vivendo Ali, aveva osatodirgli “Tu sei tu” che volea significar “sei Dio.”[211]I barattieri che cercavano un capo di parte e gli sciocchi sì correvoli ad ogni maraviglia, avean trovato bello e pronto il soggetto del mito: Ali, cugino, fratello elettivo, genero, compagno dall'infanzia, e impavido difensore di Maometto; il guerriero dalla spada a due tagli, il quale mai non combattè uomo che nol vincesse; il novello Sansone che all'assalto di Khaibar avea schiantato la porta dai cardini e fattosene scudo; Ali nobilissimo, caritatevole, liberale, e con ciò ambizioso e leggiero. Indi l'apotéosi presto fu compiuta. Ali, che in su le prime avea lasciato fare, s'accorse della empietà alla quale il tiravano, e sbandì il giudeo Ibn-Saba;[212]poi, incalzandolo altri adoratori; inorridito, accese il fuoco e chiamò Kanbâr, come dicea poetando egli stesso, per significar che gli avesse fatto uccidere e ardere i cadaveri da quel suo liberto.[213]Ma la superstizione non si dileguò a tal esempio; non alla morte del semideo. La stirpe di Ali, atrocemente proscritta, forniva alla leggenda altre pagine spiranti tragica pietà: Hasan, avvelenato dagli Omeîadi per man della propria moglie, le perdona dal letto di morte; Hosein con un pugno di uomini fa testa a un esercito e cade, ultimo dei combattenti, tra i cadaveri dei congiunti, con un fanciullo figliuol suo trafittogli nelle braccia; i discendenti si segnalano,quali per dottrina o valore, quali per pietà e rassegnazione, e per lo più son vittima anch'essi dei sospetti di Stato; il glorioso nome di Ali per sessant'anni è maledetto nella pubblica preghiera dell'impero. Pertanto la compassione dei popoli accresceva e infocava i partigiani della sacra schiatta, i quali le attribuivano novelli miracoli, e correano al martirio per ristorarla in sul trono; ma prevalendo sempre sopra di loro le armi dei califi, si ordinarono alfine in società segreta. Fuori da quella congrega, continuò il fanatismo delle moltitudini ad esaltare gli eroi di casa alida; sfogossi in sedizioni contro i Sunniti; e fino a questi dì nostri ardentissimo si manifesta in Persia e nelle popolazioni musulmane dell'India.La società segreta che raccolse le forze popolari e le adoprò ad esaltare in Affrica i veri o supposti discendenti di Ali, ebbe origine da sodalizii più antichi. Esaminando i due elementi dei quali necessariamente si componea, cioè le dottrine e gli ordini, si trovano entrambi nella schiatta persiana. Le dottrine nacquero, o a dir meglio, presero forma propria e novella, nei principii dell'era volgare e in Persia; ove il magismo avea già cominciato ad ascoltare le teorie buddiste dell'Asia centrale, le avea trasmesso insieme con le proprie nell'Asia anteriore, e questa gli avea rimandato le une e le altre modificate dal cristianesimo. In fatti il gran riformatore della setta sciita, quegli che la ordinò in società segreta, seguiva tuttavia la scuola d'un eresiarca del secondo secolo, rimaso incerto tra il magismoe il cristianesimo, Ibn-Daisân, o Bardesane, come chiamasi con forma siriaca: dottore ascetico e dualista, il quale immaginò l'uomo mediatore tra la Luce e le Tenebre.[214]Ma i Daisaniti sono stati confusi spesso coi Manichei, setta analoga che levò assai maggior grido. Mani, come ognun sa, non contento di recar da mero profeta un libro dettato dal Cielo, osò affermare con idea buddista e linguaggio cristiano ch'ei chiudesse in petto lo spirito paracleto o divin consolatore del vangelo; predicò in Persia, Tartaria e India una novella religione accozzata di varie altre, soprattutto di magismo e cristianesimo; dove, tra molte assurdità teologiche e molti ottimi principii di morale, insegnò aver tutti gli uomini uguale diritto al godimento dei beni e piaceri del mondo.[215]Spento Mani dai monarchi sassanidi (272), e costretti i discepolia rifuggirsi nella Transoxiana, ricomparvero dopo il conquisto musulmano in Khorassân e altre province dell'impero, e fino a Bagdad; ove se ne contava trecento nella seconda metà del decimo secolo. Or ignorati or perseguitati, e una volta (908-932) tollerati per intervenzione dei principi dell'Asia centrale,[216]i Manichei dell'impero musulmano ordinarono una gerarchia occulta, la cui sede era per Io più in Babilonia e nei tempi difficili la trasportavano ove poteano.[217]Surse anche sotto i Sassanidi Mazdak,[218]sacerdote e teologo di scuola manichea; il quale, speculando novità su la teoria socialista del maestro, talmente la allargò, che ne venne a bandire il comunismo dei beni e delle donne e la licenza di soddisfare a ogni desiderio che non nuocesse alla persona altrui: esortando, del resto, i proseliti alla beneficenza, all'ospitalità, ad astenersi dall'uccisione e afflizione corporale degli uomini e fin degli animali. Per trent'anni (498-531 ) Mazdak sconvolgea l'ordine costituito in Persia: e. arrivò a impadronirsi della autorità pubblica e mettere in pratica alcuna di sue dottrine; finchè il principato e la nobiltà, uniti insieme, lospensero con uno spaventevole eccidio de' seguaci.[219]Le teorie, che sopravvissero, divamparon di nuovo, due secoli appresso, in quelle medesime regioni signoreggiate ormai dai Musulmani.Perchè le sètte dell'antica religione dei Persiani, incoraggiate dall'antagonismo nazionale contro i vincitori, tentarono una serie di movimenti religiosi a insieme politici e sociali; nei quali apparisce sovente il lavoro di società segrete, e sempre vi primeggia la superstizione indiana dell'ipostasi. Volle dapprima un Khawâf, verso la metà dell'ottavo secolo, innestare il manicheismo sull'islam; e, denunziato, com'e' pare, da una setta rivale, fu messo a morte dal governatore musulmano a Nisapûr: se non che i suoi proseliti lo vider salire in cielo sopra un bel cavallo baio dorato, e lungamente poi aspettarono che tornasse giù a far vendetta.[220]Nel medesimo anno o poco innanzi, Abu-Moslim,[221]anch'egli del Khorassân, metteva in trono gli Abbassidi con una cospirazione, tramata sotto forme di società segreta: il quale ucciso poi a tradimento dagli Abbassidi (754), moltissimi uomini delKhorâssan lo tennero non morto nè mortale; e formarono un novello ramo di setta Mazdakiana, che fa detto degli Abumuslimiti.[222]Un altro ramo si chiamò dei Rawendi; i quali pensarono adorar come iddio il califo abbassida Mansûr (758), ed egli molti ne imprigionò; gli altri apertamente sollevaronsi contro il nuovo lor nume.[223]Non andò guari che Mokanna, come l'appellarono gli Arabi dall'uso di andar coperto d'una maschera di metallo, spacciava in Khorassân che lo spirito di Dio, trasmigrando di profeta in profeta, e, poc'anzi, in persona d'Abu-Moslim, fosse venuto per ultimo ad albergare in lui; e raggirava i proseliti con tiri da saltimbanco; accendeali di fanatismo; resisteva alle armi del califo; ridotto allo stremo in una fortezza (776), dava la morte a sè e ai compagni.[224]Le quali repressioni non interruppero la propaganda occulta di tutte queste sètte del magismo, dei Zindîk, come furono detti, con voce generica che credesi derivata dal noto nome di Zend. Mehdi, di casa abbassida, fieramente li perseguitava (784-785); istituiva contro di essi un magistrato speciale detto il Preposto degli Zindîk,[225]e, nell'atto di mandarne alcuno al supplizio, esortava il figliuolo Hadi a continuare la proscrizione, succedendogli nel califato,per essere i Zindîk, com'ei diceva, Manichei, scellerati che vietavano di mangiar carne, viveano in ippocrita astinenza, credeano a due principii Luce e Tenebre, praticavano schife abluzioni, permetteano il matrimonio con le figliuole e sorelle, e andavano rubando i bambini altrui per educarli al culto della Luce.[226]Il poeta Besciâr-ibn-Bord, cieco e vecchio di novant'anni, era stato messo a morte da Mehdi (782) nella medesima persecuzione, la crudeltà della quale par consigliata da sospetto di Stato, più che da fanatismo religioso.[227]Poi un Giândewân[228]aspirò agli onori divini; tenne la fortezza di Bedsds[229]nell'Aderbaigiân; ebbevi adoratori e soldati; e spianò la via a Babek oriundo di Medâin, assai più terribile impostore. Perchè alla morte di Giândewân, la moglie attestava ai partigiani aver visto raccogliere dal giovane Babek il soffio divino reso dal moribondo; ed essi, avendo mestieri d'un capo, credean queste e tante altre favole. Babek seguì necessariamente i dommi della trasmigrazion delle anime e della divinità dei ciurmadori antecedenti; seguì le dottrine comuniste di Mazdak, trascorrendo sino all'incesto; ma a quel vergognoso epicureismo aggiunse i furori dei Khâregi, il dovere di far guerra, la licenza di commettere guasti, rapine, omicidii sopra i seguaci d'altre credenze. La loro fu chiamata dagli Arabi la religionedel libertinaggio, e ai settatori dieron anco il nome di Khorramii, o diremmo noi gli Sfrenati. Traendo alle bandiere di Bâbek uomini rotti ad ogni scelleratezza, costui per venti anni (816-836) affrontò e sovente sconfisse gli eserciti abbassidi nelle regioni settentrionali della Persia, ove si dice abbia fatto incredibili carnificine. In ultimo, presagli la cittadella di Bedsds, inseguito, raggiunto in Armenia, condotto a Bagdad, messo ad orribili supplizii, li durò fino alla morte con fortezza da eroe.[230]Non guari dopo cotesti estremi sforzi della schiatta persiana, veggiamo cominciare il movimento con altre forme nella schiatta arabica. Ne fu autore un Abd-Allah-ibn-Meimûn, detto ilKaddâhossia l'Oculista, della gente di Kuzeh[231]presso Ahwâz nel Kuzistân, uom di setta deisanita al par che il padre, come sopra accennammo.[232]Meimûn avea promosso un novello ramo che prese nome da lui. Il figlio salì in maggior fama, per arte d'indovino e prestigii di fisica e destrezza di mano;[233]imbeccando alla gente che gli bastava l'animo di passare in un baleno da un capo all'altro del mondo; e s'indettò con astrologie intriganti e con qualche tardo discepolo di Babek e altri rottami delle sètte dei magi:[234]che par leggere le memorie di Cagliostro a quel congegno di scienze naturali, imposture d'ogni maniera e cospirazioni; a quel sì lontano scopo politico, pazientemente apparecchiato ai figli dei figli. Lo scopo di Abd-Allah sembra di far ubbidire, se non a sè medesimo almeno a sua gente e a sue dottrine, la schiatta vincitrice, invano combattuta con le armi persiane da Mokanna e da Babek. Perciò volle impadronirsi della fazione sciita, sì grossa e zelante e fin allora disordinata; volle innestar su quel robusto ceppo gli ordinamenti misteriosi dei Persiani; onde i capi della setta lo sarebbero stati anche di una gran parte della società arabica, e avrebbero rivoltato lo impero e mutato la dinastia. Tra gli Sciiti, come accennammo, si notavano varii rami, ciascun dei quali tenea legittima una diversa linea di imâm, o vogliam dire califi, del sangue di Ali; chi i successori di Mohammed figliuolo di Ali e di Hanefia; chi quelli di Hasan e chi di Hosein figli di Ali e di Fatima; e nella discendenza di Hosein si correa d'accordo infinoa Gia'far, detto il Verace (a. 765), ma poscia altri riconoscea Musa, quarto figliuolo lui, altri i figli d'Ismaele, secondogenito premorto a Gia'far: onde i partigiani di cotesta linea furon chiamati Ismaeliani.[235]Costoro par non avessero in pronto chi mettere in trono, poichè o spacciavan vivente tuttavia Mohammed figlio d'Ismaele, o favoleggiavano in sua stirpe una serie diimâm mestûr, o, diremmo noi, pontefici nascosi, che il volgo non dovea saperne nè anco i nomi. Per la comodità di tal mistero o per altra cagione che fosse, lo straniero Ibn-Kaddâh elesse a suoi disegni questo ramo della fazione sciita.Dalla Persia meridionale venuto a Bassora, Ibn-Kaddâh comínciavi sue mene; scoperto indi e costretto a fuggire, tramutasi in Selamîa presso Emesa; vi compera poderi, e, infingendosi d'attendere all'agricoltura, va spacciando qua e làdâ'î, o vogliam dire missionarii, un dei quali, nel distretto di Cufa, indettava Hamdan-ibn-Asci'ath, soprannominato il Kirmit, uom di schiatta arabica, che parve ottimo strumento ad Abd-Allah. Ma l'Arabo, rubatagli l'arte, si fe' capo d'una setta novella che da lui si addimandò dei Karmati, o meglio direbbesi Kirmiti.[236]Dopo venti anni (899) levaron la testa inBahrein, provincia d'Arabia, ove la setta s'era agevolmente propagata tra fiera e libera gente, che poco temeva il califato lontano. Negli ordini loro si scerne il miscuglio delle superstizioni e dottrine persiane col genio independente della schiatta arabica: da una mano la ipostasi dello imâm, e novelle pratiche religiose, manichee anzi che musulmane; dall'altra qualche eccesso di comunismo mazdakiano e tutte le virtù e i vizii della democrazia kharegita. Sembrami error manifesto degli eruditi di noverare i Karmati tra gli Ismaeliani, coi quali non ebbero altra comunanza che le pratiche condotte e poi spezzate tra il Kirmit e Ibn-Kaddâh; nè altra somiglianza che di qualche forma e qualche mistero. Del rimanente correano per due vie opposte e come a due poli del mondo. Gli Ismaeliani, ritennero gli ordini di associazione segreta quando non n'era mestieri, dopo la esaltazione cioè della dinastia fatemita (910), e dopo la ribellione di Hasan-ibn-Sabbah ad Alamût (1090); nè disdissero mai il nome maomettano; e s'abbian promosso il dispotismo e la superstizione lo mostrano i lor discepoli Drusi e Assassini. I Karmati al contrario, non contenti di calpestare l'islamismo, si risero d'ogni domma e rito, e si tediarono di star nelle tenebre dell'associazione occulta: costituirono uno Stato libero e forse licenzioso; ebbero non principe semideo, ma capo politico, non altrimenti chiamato cheKabîr, ossia superiore; e talvolta, in luogo d'uno, ubbidirono a sei magistrati con titolo disâidche suona signori, come que' della Mecca avanti Maomettoe delle nostre repubbliche del medio evo.[237]Ognun sa che i Karmati, per tutto il decimo secolo, fieramente combatterono dall'Arabia fino all'Egitto il califato abbassida e poi anco il fatemita; che sparsero fiumi di sangue; che presero la Mecca, e portaron via la sacra pietra nera della Caaba, per rivenderla a carissimo prezzo ai devoti Musulmani; e che da lor venne, in parte, la rovina dello impero musulmano.La società segreta degli Ismaeliani per una trentina d'anni lenta camminò, sotto parecchi gran maestri della schiatta di Abd-Allah-ibn-Kaddâh, succeduti l'uno all'altro fino a Sa'îd-ibn-Hosein (874-883) il quale incalzò la propaganda in Persia, Arabia, Siria,[238]e par abbia compiuto l'ordinamento. Era stretta gerarchia: undâ'îsupremo, o gran maestro che noi diremmo; sotto di lui altridâ'îdi provincia e altri di distretti, città, villaggi, che ciascuno eleggeva il subordinato e non conosceva altri che costui e l'immediatosuperiore. Idâ'îaffiliavano. Una contribuzione forniva il danaro ai bisogni della associazione de' capi; e quando gittavan la maschera, teneano apparecchiata una fortezza, “Casa del Rifugio” la chiamavano in lor gergo; e quando regnarono, apriron adunanze pubbliche in una “Casa della Sapienza” ove ildâ'îleggea sermoni su i misteri e la morale. Tanto si ritrae con certezza storica. Sembra che abbiano avuto varii gradi d'iniziazione; dicono nove, dal primo vestibolo ai penetrali di un ultimo mistero, o piuttosto fin di mistero; cioè svelar che imami e religione e morale, tutto fosse una burla. Ildâ'îcominciava a tentare il neofito con dubbii sopra alcuni punti dell'islamismo; si facea giurar segreto e ubbidienza; lo conducea successivamente fino al grado di che gli parea capace: passando dalla confermazione dei dommi e precetti dell'islamismo, alla eredità dello imamato negli Alidi e nella linea d'Ismaele; alla dottrina dell'imam nascoso, noto aldâ'îsupremo; alla spiegazione allegorica del Corano: e le allegorie si assottigliavano a mano a mano, e in ultimo si dileguavano nella incredulità. Ma quest'ultimo stadio parmi quello del Gran Maestro, il quale spacciando di tenere in serbo un Messia non potea veramente credere all'islamismo nè a religione che fosse al mondo. Gli altri gradi d'iniziazione delineano esattamente la piramide che si volea fabbricare: tutti i Musulmani alla base; sovrappostivi gli Sciiti; a questi i partigiani d'Ismaele; ad essi i dottori in miti manichei; e sul vertice la famiglia persiana d'Ibn-Kaddah.[239]Sa'îd-ibn-Hosein, di questa gente, tenea la fila della gran trama in Selamîa, quando Ibn-Hausceb, dâ'î del Iemen, pensò mandar nell'Affrica Settentrionale chi dissodasse il terreno, come diceasi nel gergo della setta. Lavoraronvi prima un Ibn-Sofiân, indi un Holwâni; alla morte del quale, Ibn-Hausceb gli surrogò uomo di maggior polso, che per antonomasia fu detto lo Sciita. Ebbe nome Abu-Abd-Allah-Hosein-ibn-Ahmed, da Sana'a nel Iemen; ardente partigiano degli Alidi; stato una volta Mohtesib, ossia magistrato di polizia, degli Abbassidi presso Bagdad; audace, dotto e pratichissimo d'ogni via coperta ed obbliqua. Con danari della setta, costui si reca (893) dal Iemen alla Mecca, a far proseliti tra gli Affricani che vi attirava il pellegrinaggio; e adòcchiavi, uno sceikh della gente di Kotâma e l'onorevole brigata che lo seguiva. Facendo le viste d'imbattersi per caso tra costoro, Abu-Abd-Allah si insinua, li tenta e comincia a fare e ricever visite; e conosciutili Ibaditi, setta kharegita, come dicemmo, a poco a poco si scopre anch'egli nemico dei califi: aver lasciato il servigio loro perchè nulla v'era di bene; voler vivere ormai spiegando il Corano ai giovanetti; amerebbe a farlo in Occidente, ove non gli parean disperate le sorti del popolo musulmano. Tra lusinghe e dotto parlare e apparenza di pietà, austerità e liberi sentimenti, si cattivò gli animi di quegli stranieri, sìbene che il pregavano di accompagnarli in Affrica ed aprirvi scuola; ma non rispose nè sì nè no, lasciandosi trarre, quasi contro voglia, alle capitali dello Egitto e dell'Affrica; ove indagò profondamente le condizioni delle tribù berbere; e Kotâma gli parve proprio il caso. Allor, come vinto da' preghi dei Kotamii, accetta la ospitalità e gli oficii di imâm d'una loro moschea e di pubblico professore; ma ricusa lo stipendio; fa vedere ai più intrinsechi un gruppo di cinquemila dinâr; accenna alla sorgente misteriosa e inesauribile di quell'oro; alla sacra schiatta d'Ali; alle migliaia di migliaia che cospiravano per essa in tutta musulmanità; ai premii maravigliosi che dovea aspettarsi in questa vita e nell'altra chiunque aiutasse alla esaltazione del pontefice nascoso. Le quali pratiche non piacquero a tutti tra quella gente ibadita e però nimica all'autocrazia di Ali; ma il maggior numero odiava mille volte più Ibrahim-ibn-Ahmed vivo, che Ali sepolto da secoli; più la dominazione straniera, che il dispotismo; e il giogo stesso del dispotismo tanto lor parea duro a portarlo sul collo, quanto comodo e piacevole a metterlo addosso altrui. Ebbe dunque gran séguito Abu-Abd-Allah; gli proffersero avere e sangue; i misteri quanto più assurdi, tanto più furibondo accendeano lo zelo; un capo uccise di propria mano il fratello che andava gridando impostore Abu-Abd-Allah. A capo di sette anni, correndo il novecento dell'era volgare, costui cominciava a scoprirsi[240]presso Setif, nei monti dettidi Ikgiân, sede d'una tribù della gente di Kotâma.[241]La gente di Kotâma tenea la più parte della odierna provincia di Costantina: un quadrilatero da Bugia e Bona su la costiera, a Belezma e Baghaia nella catena degli Aurès: territorio montuoso, dove coltivato dalle tribù stanziali, dove abbandonato a pascolo e corso dalle tribù nomadi della medesima gente. Si distinguea questa dagli altri Berberi per non so che divario di tradizioni, usanze, dialetto; tanto che gli eruditi vi trovarono appicco a consanguineità con la schiatta arabica. Che che ne fosse, i Kotamii non si affratellarono punto coi vincitori, nè lor ubbidiron altrimenti che di nome, nè si piegarono a tributo, non che smettere lor costumi aborigeni. Com'ogni altra nazione berbera, i Kotamii par sian vissuti in rozza confederazione, vincolo di schiatta più che di legge; il quale se non bastava a campar le tribù loro dalla guerra civile nè dalla dominazione straniera, potea stringerle insieme ad un tratto in brevi ma gagliardi sforzi. Allo entrar del decimo secolo, fortissima era la nazione kotamia per numero totale degli uomini o relativo degli armati; poichè la tradizione esagerando portò che ne andassero trecentomila ad assalire Kairewân; e da più certi ricordi sappiamo quanti eserciti kotamii corsero in quel secolo fino all'Atlantico e oltre il Nilo sotto le bandiere dei Fatemiti: nelle quali imprese la nazione kotamia si dissanguò; si trovò menomata a quattromila uomini verso la metà del duodecimo secolo;nel decimoquarto, qualche tribù che ne rimanea soffriva il giogo di Tunis, e in oggi se n'è dileguato il nome.[242]Non primeggiava per vero nella confederazione la tribù stanziata a Ikgiân. Ma la mente di Abu-Abd-Allah, l'accentramento e ardore della setta ismaeliana le dettero tal vigore, da soggiogare qualche tribù rivale, tirarsi dietro le altre, e unire la nazion kotamia, anzi una gran parte della schiatta berbera, contro i vincitori Arabi. Ibrahim-ibn-Ahmed dal suo canto aveva arato quel terreno più che i mistici agricoltori ismaeliani; fin avea liberato la nazione kotamia del disagio che le davano i bellicosi Arabi di Belezma.Ed egli stesso gittò la prima scintilla. Risaputo dal governator di Mila come l'oscuro professore d'Ikgiân osasse accusare d'eresia Abu-Bekr e Omar, mandò ad ammonirlo di frenare la lingua; e, se no, vedrebbe. Abu-Abd-Allah, invece di rispondere, si mostrò in campo (901) con giusto esercito, con simboli non più visti, scritti su le bandiere, nei suggelli delle lettere e nel marchio dei cavalli; ordinò gli oficii d'amministrazione militare; afforzò la casa del rifugio a Ikgiân; diè il motto di guerra “In sella, cavalieri di Dio;” apertamente bandì la rivoluzione politica e religiosa. Così la società ismaeliana, compiuti i lavori a suo bell'agio tra genti guerriere e luoghi inaccessibili alla vigilanza dei governanti, uscia dalle tenebre improvvisamente in sembianza di Stato anticoche facesse guerra, non di moltitudine tumultuante e confusa. Sbigottì Ibrahim a quel terribil segno. Comprese che la viva forza da lui sciupata si stoltamente, ormai non bastava contro la ribellione sciita: pertanto si provò a suscitar la guerra civile tra i Kotamii; a calmare gli altri popoli con le riforme; e si affrettò all'abdicazione. Scendendo dal trono raccomandò al figliuolo che non assalisse mai primo gli Sciiti, si difendesse, e abbandonato dalla fortuna si ritraesse in Sicilia.[243]
Non bastando ormai alla storia il classico quadro dei fatti e delle passioni umane, se non siano anco divisati gli ordini e le opinioni che nascono da sorgenti assai remote, forza è ch'io interrompa nuovamente la cronica di Sicilia, e torni addietro parecchi secoli, per rintracciare in Asia le cagioni del mutamento di dinastia che s'apparecchiava alla morte d'Ibrahim-ibn-Ahmed. Lo apparecchiava la setta ismaeliana, della quale mi fo ad esporre l'origine, l'indole, i progressi.
L'autorità dell'impero musulmano, si come portava sua natura mista, fu combattuta da tre maniere di nemici: le fazioni politiche, gli scismi religiosi, e le sètte partecipanti dell'uno e dell'altro. Fazioni chiamo quelle che agognavano a mutare il principe non le leggi; onde nè impugnarono durante la lotta, nè toccarono dopo la vittoria, quegli assiomi teologici e civili che costituivano l'islamismo ortodosso; cioè la fede che parea diritta al maggior numero. Parecchi Stati in fatti continuarono a rispettar come pontefice il califo, cui disubbidivano come principe. Fino gli Omeîadi di Spagna, con lor pretensioni di legittimità, esitarono per un secolo e mezzo a ripigliare il sacro titolo di Comandator dei Credenti, usurpato, dicean essi, dalla casa di Abbâs, ma pure assentitole dalla più parte dei popoli musulmani.
Al contrario nacquero di molte eresie, i cui settatorinon si proposero dominazione politica, nè vollero sostener le opinioni con la forza delle armi; ma la ragione o l'errore, la coscienza o la superbia dell'intelletto, li spinsero a propagar, dottrine diverse dalle sunnite; affrontando spesso la crudeltà dei principi, il furor della plebe, i disagi delle persecuzioni, la fatica d'una continua lotta, il pesante biasimo delle moltitudini. Svilupossi tal movimento tra la metà del primo e la metà del terzo secolo dell'egira, nella Mesopotamia e province persiane; nelle quali regioni e nel qual tempo la schiatta arabica, venendo a contatto con genti più incivilite, apprese le speculazioni dell'umano intelletto accumulate per sessanta secoli da panteisti, politeisti, dualisti, unitarii, razionalisti. Dettero materia agli scismi maomettani quelle tesi che gli uomini in tutti i tempi han proposto sì facilmente e poi sonvisi avviluppati come in laberinto di spine: la natura dell'Ente supremo; la influenza di quello sopra le azioni umane e però predestinazione, libero arbitrio, grazia; il merito della Fede e delle opere; i gastighi serbati, a chi peccasse nell'una o nelle altre; e via discorrendo. Su cotesti argomenti l'autorità sunnita s'era appigliata sovente al partito più ripugnante alla ragione. Basti in esempio il domma ortodosso della eternità del Corano, negata dai Motazeliti; i quali furono perseguitati; finchè, persuaso alcun califo abbassida, a lor volta divennero persecutori. Ma gli scandali, i tumulti, il sangue sparso per questa e altre liti teologiche, non portarono a rivolgimenti politici. Dei settantadue scismi che novera la storia ecclesiastica dei Musulmani, una ventina si mantenneentro i detti limiti della disputa; come i Kaderiti sostenitori del libero arbitrio; i Geberiti dell'opera passiva dell'uomo; i Motazeliti che faceano eterna la sola sostanza della divinità; i Sefetiti che le accomunavano nella eternità i suoi accidenti o qualità; i pigri Morgii affidantisi tutti nella Fede; i Nizâmiti che negavano la libera volontà di Dio, e s'accostavano ai filosofi materialisti; e altre sètte i cui nomi e opinioni sarebbe superfluo a ripetere.[198]
Avviati ch'e' furono a libero esame, i pensatori musulmani non poteano trattenere il piè, che dalle eresie non passassero ai razionalismo. A ciò li condusse la serena luce della scienza greca, la quale cominciò a splendere nell'impero dei califi più presto che non si crederebbe. Qualche libro di filosofia era stato voltato in arabico dal greco e dal copto verso la fine del settimo secolo dell'era cristiana, primo dell'era musulmana, per opera di Khâled-ibn-Iezîd-ibn-Moa'wia, principe del sangue omeîade, soprannominato il filosofo della casa di Merwan.[199]Ma accelerato l'incivilimento dai Persiani che esaltarono la casa di Abbâs,[200]si diè mano a volgarizzare i pochi libri che avanzavano in Persia della letteratura indiana e nazionale dei tempi sassanidi; si pose maggiore studio a interpretare i libri scientifici dei Greci:immenso beneficio che la civiltà riconosce dai califi Mansûr (754-755) e Mamûn (813-833), e da' costui ministri della schiatta persiana di Barmek. Le scienze greche penetrarono allora nella società musulmana per triplice via: di Siria, di Persia e dell'impero bizantino; perchè in quelle due province dei califi se ne serbavano le tradizioni e qualche scritto; e dalle province bizantine s'ebbero moltissimi libri per richiesta che ne fece Mamûn agli imperatori di Costantinopoli
Così fiorivano nella capitale abbassida, e poscia in altre città dell'impero, gli studii di medicina, astronomia, geografia, matematiche, storia naturale, logica, metafisica; e correano per le mani dei dotti le opere degli antichi filosofi, massime di Aristotile.[201]Vo dir di passaggio che quelle di Empedocle d'Agrigento o d'alcun suo discepolo furono anco studiate in Oriente; e che nei principii del decimo secolo un Musulmano di Spagna tentò di fondare con tai dottrine una scuola, la quale non resse alle persecuzioni.[202]La filosofia greca da una mano diè armi agli eresiarchi musulmani dei quali abbiam detto di sopra; dall'altramano fe' nascere varie scuole di liberi pensatori che combatteano, più o meno apertamente i principii d'ogni religione. Tali i Bâteni che presero il nome dal significato latente, o vogliam dire allegorico, supposto da loro nei libri sacri; ma alcuni arrivavano a pretto ateismo; per esempio, il cieco Abu-l-'Ala da Me'arra in Siria, il quale, in versi che parrebbero di Lucrezio, sferzava insieme Giudei, Magi, Cristiani, Musulmani; e conchiudea che l'uman genere va spartito in due: pensatori senza religione, e devoti senza cervello.[203]Le denominazioni delle scuole razionalistefurono sempre confuse appo i Musulmani, tra per cautela degli adetti, sforzati a nascondersi sotto i misteri e gli equivoci di sètte men radicali, e tra per la ignoranza della comune degli uomini e la pronta calunnia dei devoti. Appiccaron costoro malignamente a tutti i liberi pensatori l'appellazione dizindîk, perch'era abborrita in persona dei comunisti persiani e fatta sinonimo d'empio, com'or si dirà. Quando poi suonarono sì terribili in Oriente i nomi d'Ismaeliani, Karmati, Drusi, Assassini, novelle sètte miste aiutantisi con le spiegazioni allegoriche, i devoti colsero il destro di gridarli a gran voceBâteni; mettendo i filosofi a fascio con loro. E così è pervenuta la storia agli eruditi europei del nostro secolo; i quali, con loro preoccupazioni politiche e religiose, o non si sono accorti di quegli errori o non si sono affrettati a chiarirli. Indi si è esagerata la parte ch'ebbe la filosofia greca nelle sètte più odiose. Indi si è supposta tra varie sètte quell'analogìa di modi è d'intenti che di certo non ebbero.[204]E però è mestieri ch'io tratti questa materia più minutamente che non si addica a quadro generale; ma tra due scogli mi par meno male la digressione che l'errore.
Gran tratto innanzi i dissentimenti speculativi, s erano mostrate nell'islamismo le sètte miste d'eresia e di fazione; i due ceppi delle quali, suddivisi in rami secondo le opinioni accessorie, si chiamarono Khâregi e Sciiti. Il nome dei primi s'intese quandoil califo Othmân cominciò a falsare la democrazia musulmana. Difenditori della democrazia, i Khâregi eran uomini di schiatte arabiche, e non pochi tra loro rinomati per virtù, sapere e pietà.[205]Collegaronsi con gli ottimati religiosi[206]e coi partigiani di Ali; e tutti insieme spensero Othmân: se non che l'accordo di tre fazioni, sì diverse negli intendimenti loro, si ruppe alla esaltazione di Ali, prima che fosse abbattuto il terribile nemico comune, ch'era l'antica nobiltà, capitanata da Mo'awia-ibn-abi-Sofiàn. La parte più turbolenta degli ottimati religiosi levossi contro Ali; fu sconfitta nella giornata che chiamarono del Camelo; e i Khâregi tuttavia seguirono il vincitore su i campi di Seffein, ov'ei si scontrò con Mo'awia. Ma posate le armi per lo noto compromesso, i Khâregi spiccavansi da Ali, vedendolo sospinto da' suoi partigiani alla monarchia assoluta di dritto divino. A rintuzzare sì pericolosi principii d'usurpazione, i Khâregi immantinente bandiscono non necessario nella repubblica musulmana il califo; se talvolta il popolo creda espediente di nominarne, possa sceglierlo di qualunque schiatta e condizione, coreiscita o no, libero o schiavo; sia tenuto il califo a governare secondo certi patti fondamentali; declinando lui dalle vie della giustizia, il popolo possa deporlo, combatterlo, metterlo a morte. Quanto ad Ali, per rispondere all'apoteosi che ne faceano i suoi, i Khâregi a dirittura lo incolparono di peccato per l'accettatocompromesso; e poco stante, per cagion di questo o d'altri atti di governo, lo chiarirono infedele in religione; alfine pubblicamente lo maledissero, per avere, combattendo contro di loro, messo a morte gli uomini da portar arme, fatto bottino dei beni e menato in cattività le donne e i fanciulli: crudel rigore di guerra, lecito solo contro Infedeli e non usato da Ali verso gli altri nemici musulmani. Quest'ultimo fatto prova che Ali tenne i Khâregi non solo ribelli, ma sì eretici. E veramente quei loro assiomi sì precisi di sovranità del popolo, tornavano a scisma secondo le idee musulmane; e a scisma tornava, secondo le idee di tutti i popoli, il dichiarar peccatore e infedele un pontefice, e affermare che le peccata gravi portassero a infedeltà.[207]Del resto ognun vede quanto semplice, e, direi quasi, pratica sia stata cotesta eresia, nata dalla schiatta arabica, al paragon delle sottilità straniere. Sursero poi novelle sètte kharegite più feroci in lor teorie rivoluzionarie e più speculative e audaci in punto di eresia; come portava da una mano la rabbia della persecuzione e la coscienza della propria debolezza, dall'altra il miscuglio coi forastieri. Ognun sa che Ali cadea sotto il pugnale dei Khâregi e che due altri despoti in erba ne campavano a mala pena. Il ramo kharegita detto dagli Azrâkiti, che poi levò tanto romore in Oriente, disse infedele chi dissimulava in parole o in opere trovandosi in pericolo, e chi non correva alla guerra sacra, quella cioè dilor setta contro ogni altra; e fe' lecito di uccidere fin le donne e bambini dei dissidenti; ma altri rami non arrivarono a tali estremi. Quanto alle leggi estranee alla contesa politica, gli Azrâkiti abolirono la pena di morte per stupro; altri permessero il matrimonio con la figliuola della propria figlia e con la figlia di fratello o sorella, e alsì il matrimonio di Musulmana con uomo infedele; nei quali punti di scisma traspariscon le dottrine persiane. Altre sentenze teologiche e casuistiche tolsero or dai Motazeliti or da altri eterodossi.[208]Segnalaronsi le sètte kharegite per indomito ardire contro la tirannide, sì nel campo e sì in faccia al supplizio. Per due secoli accesero atrocissime guerre nelle province orientali e in Affrica; e molte dure scosse dettero allo Impero; ma alla fine gli eserciti dei califi trionfaron di loro. Tanto ardua impresa ella era di ristorare la democrazia di Abu-Bekr e di Omar tra masse di popolo eterogenee, ignoranti, superstiziose; e tanto nocquero all'intento quei mezzi rabbiosi ed efferati, che al certo discreditarono e assottigliarono i Khâregi più che non li rinforzassero col terrore.
A un tempo con quei campioni della libertà erano comparsi i settatori più frenetici che abbian mai sostenuto l'autorità, gli Sciiti o Scî'i, come si dovrebbe scrivere, e significa Partigiani. L'erano di Ali. Teneano: il pontificato non procedere dalla comunità musulmana, nè potersi conferire da uomini; essere fondato su dritto divino, che il Profeta stesso non ebbe autorità di cancellare nè modificare; tramandarsiil pontificato per successione di sangue e designazione del predecessore; appartenere evidentemente ad Ali e sua schiatta. In ciò si accordavamo a un di presso tutti i rami di setta sciita. Dissentivano su l'ordine della successione d'Ali. Inoltre i Kaisaniti, ramo sciita, compendiavano stranamente la religione nella assoluta obbedienza al pontefice.[209]I Gholâ, altro ramo,[210]scoprirono nei pontefici alìdi non so che ipostasi divina, non so che spirito trasmigrante da persona a persona, e vi fu chi sostenne, dopo la morte di Ali, ch'ei fosse salito in cielo per tornare al mondo quando che fosse a ristorar la giustizia, e che aspettasse passeggiando su i nugoli; e sentian la sua voce nel tuono; e vedean guizzare nelle folgori la frusta dell'immortal cavaliero. Principii filosofici, miti, pensieri, imagini, estranei tutti alla schiatta arabica; nei quali non è chi non raffiguri il sogno indiano delle incarnazioni, la superstizione tibetana del pontefice Iddio, e la trasmigrazion delle anime, e l'aspettativa del Messia, e un mito eroico di vero conio indo-europeo. Coteste merci straniere entrarono nell'impero musulmano coi liberti che avean prima professato magismo, sabeismo, giudaismo, cristianesimo, o alcuna setta di esse religioni; e veramente un liberto di Ali per nome Kaisân diè origine e nome al ramo sciita ricordato di sopra; un Giudeo rinnegato, per nome Abd-Allah-ibn-Saba, fu il primo dei Gholâ; e, vivendo Ali, aveva osatodirgli “Tu sei tu” che volea significar “sei Dio.”[211]I barattieri che cercavano un capo di parte e gli sciocchi sì correvoli ad ogni maraviglia, avean trovato bello e pronto il soggetto del mito: Ali, cugino, fratello elettivo, genero, compagno dall'infanzia, e impavido difensore di Maometto; il guerriero dalla spada a due tagli, il quale mai non combattè uomo che nol vincesse; il novello Sansone che all'assalto di Khaibar avea schiantato la porta dai cardini e fattosene scudo; Ali nobilissimo, caritatevole, liberale, e con ciò ambizioso e leggiero. Indi l'apotéosi presto fu compiuta. Ali, che in su le prime avea lasciato fare, s'accorse della empietà alla quale il tiravano, e sbandì il giudeo Ibn-Saba;[212]poi, incalzandolo altri adoratori; inorridito, accese il fuoco e chiamò Kanbâr, come dicea poetando egli stesso, per significar che gli avesse fatto uccidere e ardere i cadaveri da quel suo liberto.[213]Ma la superstizione non si dileguò a tal esempio; non alla morte del semideo. La stirpe di Ali, atrocemente proscritta, forniva alla leggenda altre pagine spiranti tragica pietà: Hasan, avvelenato dagli Omeîadi per man della propria moglie, le perdona dal letto di morte; Hosein con un pugno di uomini fa testa a un esercito e cade, ultimo dei combattenti, tra i cadaveri dei congiunti, con un fanciullo figliuol suo trafittogli nelle braccia; i discendenti si segnalano,quali per dottrina o valore, quali per pietà e rassegnazione, e per lo più son vittima anch'essi dei sospetti di Stato; il glorioso nome di Ali per sessant'anni è maledetto nella pubblica preghiera dell'impero. Pertanto la compassione dei popoli accresceva e infocava i partigiani della sacra schiatta, i quali le attribuivano novelli miracoli, e correano al martirio per ristorarla in sul trono; ma prevalendo sempre sopra di loro le armi dei califi, si ordinarono alfine in società segreta. Fuori da quella congrega, continuò il fanatismo delle moltitudini ad esaltare gli eroi di casa alida; sfogossi in sedizioni contro i Sunniti; e fino a questi dì nostri ardentissimo si manifesta in Persia e nelle popolazioni musulmane dell'India.
La società segreta che raccolse le forze popolari e le adoprò ad esaltare in Affrica i veri o supposti discendenti di Ali, ebbe origine da sodalizii più antichi. Esaminando i due elementi dei quali necessariamente si componea, cioè le dottrine e gli ordini, si trovano entrambi nella schiatta persiana. Le dottrine nacquero, o a dir meglio, presero forma propria e novella, nei principii dell'era volgare e in Persia; ove il magismo avea già cominciato ad ascoltare le teorie buddiste dell'Asia centrale, le avea trasmesso insieme con le proprie nell'Asia anteriore, e questa gli avea rimandato le une e le altre modificate dal cristianesimo. In fatti il gran riformatore della setta sciita, quegli che la ordinò in società segreta, seguiva tuttavia la scuola d'un eresiarca del secondo secolo, rimaso incerto tra il magismoe il cristianesimo, Ibn-Daisân, o Bardesane, come chiamasi con forma siriaca: dottore ascetico e dualista, il quale immaginò l'uomo mediatore tra la Luce e le Tenebre.[214]Ma i Daisaniti sono stati confusi spesso coi Manichei, setta analoga che levò assai maggior grido. Mani, come ognun sa, non contento di recar da mero profeta un libro dettato dal Cielo, osò affermare con idea buddista e linguaggio cristiano ch'ei chiudesse in petto lo spirito paracleto o divin consolatore del vangelo; predicò in Persia, Tartaria e India una novella religione accozzata di varie altre, soprattutto di magismo e cristianesimo; dove, tra molte assurdità teologiche e molti ottimi principii di morale, insegnò aver tutti gli uomini uguale diritto al godimento dei beni e piaceri del mondo.[215]Spento Mani dai monarchi sassanidi (272), e costretti i discepolia rifuggirsi nella Transoxiana, ricomparvero dopo il conquisto musulmano in Khorassân e altre province dell'impero, e fino a Bagdad; ove se ne contava trecento nella seconda metà del decimo secolo. Or ignorati or perseguitati, e una volta (908-932) tollerati per intervenzione dei principi dell'Asia centrale,[216]i Manichei dell'impero musulmano ordinarono una gerarchia occulta, la cui sede era per Io più in Babilonia e nei tempi difficili la trasportavano ove poteano.[217]
Surse anche sotto i Sassanidi Mazdak,[218]sacerdote e teologo di scuola manichea; il quale, speculando novità su la teoria socialista del maestro, talmente la allargò, che ne venne a bandire il comunismo dei beni e delle donne e la licenza di soddisfare a ogni desiderio che non nuocesse alla persona altrui: esortando, del resto, i proseliti alla beneficenza, all'ospitalità, ad astenersi dall'uccisione e afflizione corporale degli uomini e fin degli animali. Per trent'anni (498-531 ) Mazdak sconvolgea l'ordine costituito in Persia: e. arrivò a impadronirsi della autorità pubblica e mettere in pratica alcuna di sue dottrine; finchè il principato e la nobiltà, uniti insieme, lospensero con uno spaventevole eccidio de' seguaci.[219]Le teorie, che sopravvissero, divamparon di nuovo, due secoli appresso, in quelle medesime regioni signoreggiate ormai dai Musulmani.
Perchè le sètte dell'antica religione dei Persiani, incoraggiate dall'antagonismo nazionale contro i vincitori, tentarono una serie di movimenti religiosi a insieme politici e sociali; nei quali apparisce sovente il lavoro di società segrete, e sempre vi primeggia la superstizione indiana dell'ipostasi. Volle dapprima un Khawâf, verso la metà dell'ottavo secolo, innestare il manicheismo sull'islam; e, denunziato, com'e' pare, da una setta rivale, fu messo a morte dal governatore musulmano a Nisapûr: se non che i suoi proseliti lo vider salire in cielo sopra un bel cavallo baio dorato, e lungamente poi aspettarono che tornasse giù a far vendetta.[220]Nel medesimo anno o poco innanzi, Abu-Moslim,[221]anch'egli del Khorassân, metteva in trono gli Abbassidi con una cospirazione, tramata sotto forme di società segreta: il quale ucciso poi a tradimento dagli Abbassidi (754), moltissimi uomini delKhorâssan lo tennero non morto nè mortale; e formarono un novello ramo di setta Mazdakiana, che fa detto degli Abumuslimiti.[222]Un altro ramo si chiamò dei Rawendi; i quali pensarono adorar come iddio il califo abbassida Mansûr (758), ed egli molti ne imprigionò; gli altri apertamente sollevaronsi contro il nuovo lor nume.[223]Non andò guari che Mokanna, come l'appellarono gli Arabi dall'uso di andar coperto d'una maschera di metallo, spacciava in Khorassân che lo spirito di Dio, trasmigrando di profeta in profeta, e, poc'anzi, in persona d'Abu-Moslim, fosse venuto per ultimo ad albergare in lui; e raggirava i proseliti con tiri da saltimbanco; accendeali di fanatismo; resisteva alle armi del califo; ridotto allo stremo in una fortezza (776), dava la morte a sè e ai compagni.[224]Le quali repressioni non interruppero la propaganda occulta di tutte queste sètte del magismo, dei Zindîk, come furono detti, con voce generica che credesi derivata dal noto nome di Zend. Mehdi, di casa abbassida, fieramente li perseguitava (784-785); istituiva contro di essi un magistrato speciale detto il Preposto degli Zindîk,[225]e, nell'atto di mandarne alcuno al supplizio, esortava il figliuolo Hadi a continuare la proscrizione, succedendogli nel califato,per essere i Zindîk, com'ei diceva, Manichei, scellerati che vietavano di mangiar carne, viveano in ippocrita astinenza, credeano a due principii Luce e Tenebre, praticavano schife abluzioni, permetteano il matrimonio con le figliuole e sorelle, e andavano rubando i bambini altrui per educarli al culto della Luce.[226]Il poeta Besciâr-ibn-Bord, cieco e vecchio di novant'anni, era stato messo a morte da Mehdi (782) nella medesima persecuzione, la crudeltà della quale par consigliata da sospetto di Stato, più che da fanatismo religioso.[227]Poi un Giândewân[228]aspirò agli onori divini; tenne la fortezza di Bedsds[229]nell'Aderbaigiân; ebbevi adoratori e soldati; e spianò la via a Babek oriundo di Medâin, assai più terribile impostore. Perchè alla morte di Giândewân, la moglie attestava ai partigiani aver visto raccogliere dal giovane Babek il soffio divino reso dal moribondo; ed essi, avendo mestieri d'un capo, credean queste e tante altre favole. Babek seguì necessariamente i dommi della trasmigrazion delle anime e della divinità dei ciurmadori antecedenti; seguì le dottrine comuniste di Mazdak, trascorrendo sino all'incesto; ma a quel vergognoso epicureismo aggiunse i furori dei Khâregi, il dovere di far guerra, la licenza di commettere guasti, rapine, omicidii sopra i seguaci d'altre credenze. La loro fu chiamata dagli Arabi la religionedel libertinaggio, e ai settatori dieron anco il nome di Khorramii, o diremmo noi gli Sfrenati. Traendo alle bandiere di Bâbek uomini rotti ad ogni scelleratezza, costui per venti anni (816-836) affrontò e sovente sconfisse gli eserciti abbassidi nelle regioni settentrionali della Persia, ove si dice abbia fatto incredibili carnificine. In ultimo, presagli la cittadella di Bedsds, inseguito, raggiunto in Armenia, condotto a Bagdad, messo ad orribili supplizii, li durò fino alla morte con fortezza da eroe.[230]
Non guari dopo cotesti estremi sforzi della schiatta persiana, veggiamo cominciare il movimento con altre forme nella schiatta arabica. Ne fu autore un Abd-Allah-ibn-Meimûn, detto ilKaddâhossia l'Oculista, della gente di Kuzeh[231]presso Ahwâz nel Kuzistân, uom di setta deisanita al par che il padre, come sopra accennammo.[232]Meimûn avea promosso un novello ramo che prese nome da lui. Il figlio salì in maggior fama, per arte d'indovino e prestigii di fisica e destrezza di mano;[233]imbeccando alla gente che gli bastava l'animo di passare in un baleno da un capo all'altro del mondo; e s'indettò con astrologie intriganti e con qualche tardo discepolo di Babek e altri rottami delle sètte dei magi:[234]che par leggere le memorie di Cagliostro a quel congegno di scienze naturali, imposture d'ogni maniera e cospirazioni; a quel sì lontano scopo politico, pazientemente apparecchiato ai figli dei figli. Lo scopo di Abd-Allah sembra di far ubbidire, se non a sè medesimo almeno a sua gente e a sue dottrine, la schiatta vincitrice, invano combattuta con le armi persiane da Mokanna e da Babek. Perciò volle impadronirsi della fazione sciita, sì grossa e zelante e fin allora disordinata; volle innestar su quel robusto ceppo gli ordinamenti misteriosi dei Persiani; onde i capi della setta lo sarebbero stati anche di una gran parte della società arabica, e avrebbero rivoltato lo impero e mutato la dinastia. Tra gli Sciiti, come accennammo, si notavano varii rami, ciascun dei quali tenea legittima una diversa linea di imâm, o vogliam dire califi, del sangue di Ali; chi i successori di Mohammed figliuolo di Ali e di Hanefia; chi quelli di Hasan e chi di Hosein figli di Ali e di Fatima; e nella discendenza di Hosein si correa d'accordo infinoa Gia'far, detto il Verace (a. 765), ma poscia altri riconoscea Musa, quarto figliuolo lui, altri i figli d'Ismaele, secondogenito premorto a Gia'far: onde i partigiani di cotesta linea furon chiamati Ismaeliani.[235]Costoro par non avessero in pronto chi mettere in trono, poichè o spacciavan vivente tuttavia Mohammed figlio d'Ismaele, o favoleggiavano in sua stirpe una serie diimâm mestûr, o, diremmo noi, pontefici nascosi, che il volgo non dovea saperne nè anco i nomi. Per la comodità di tal mistero o per altra cagione che fosse, lo straniero Ibn-Kaddâh elesse a suoi disegni questo ramo della fazione sciita.
Dalla Persia meridionale venuto a Bassora, Ibn-Kaddâh comínciavi sue mene; scoperto indi e costretto a fuggire, tramutasi in Selamîa presso Emesa; vi compera poderi, e, infingendosi d'attendere all'agricoltura, va spacciando qua e làdâ'î, o vogliam dire missionarii, un dei quali, nel distretto di Cufa, indettava Hamdan-ibn-Asci'ath, soprannominato il Kirmit, uom di schiatta arabica, che parve ottimo strumento ad Abd-Allah. Ma l'Arabo, rubatagli l'arte, si fe' capo d'una setta novella che da lui si addimandò dei Karmati, o meglio direbbesi Kirmiti.[236]Dopo venti anni (899) levaron la testa inBahrein, provincia d'Arabia, ove la setta s'era agevolmente propagata tra fiera e libera gente, che poco temeva il califato lontano. Negli ordini loro si scerne il miscuglio delle superstizioni e dottrine persiane col genio independente della schiatta arabica: da una mano la ipostasi dello imâm, e novelle pratiche religiose, manichee anzi che musulmane; dall'altra qualche eccesso di comunismo mazdakiano e tutte le virtù e i vizii della democrazia kharegita. Sembrami error manifesto degli eruditi di noverare i Karmati tra gli Ismaeliani, coi quali non ebbero altra comunanza che le pratiche condotte e poi spezzate tra il Kirmit e Ibn-Kaddâh; nè altra somiglianza che di qualche forma e qualche mistero. Del rimanente correano per due vie opposte e come a due poli del mondo. Gli Ismaeliani, ritennero gli ordini di associazione segreta quando non n'era mestieri, dopo la esaltazione cioè della dinastia fatemita (910), e dopo la ribellione di Hasan-ibn-Sabbah ad Alamût (1090); nè disdissero mai il nome maomettano; e s'abbian promosso il dispotismo e la superstizione lo mostrano i lor discepoli Drusi e Assassini. I Karmati al contrario, non contenti di calpestare l'islamismo, si risero d'ogni domma e rito, e si tediarono di star nelle tenebre dell'associazione occulta: costituirono uno Stato libero e forse licenzioso; ebbero non principe semideo, ma capo politico, non altrimenti chiamato cheKabîr, ossia superiore; e talvolta, in luogo d'uno, ubbidirono a sei magistrati con titolo disâidche suona signori, come que' della Mecca avanti Maomettoe delle nostre repubbliche del medio evo.[237]Ognun sa che i Karmati, per tutto il decimo secolo, fieramente combatterono dall'Arabia fino all'Egitto il califato abbassida e poi anco il fatemita; che sparsero fiumi di sangue; che presero la Mecca, e portaron via la sacra pietra nera della Caaba, per rivenderla a carissimo prezzo ai devoti Musulmani; e che da lor venne, in parte, la rovina dello impero musulmano.
La società segreta degli Ismaeliani per una trentina d'anni lenta camminò, sotto parecchi gran maestri della schiatta di Abd-Allah-ibn-Kaddâh, succeduti l'uno all'altro fino a Sa'îd-ibn-Hosein (874-883) il quale incalzò la propaganda in Persia, Arabia, Siria,[238]e par abbia compiuto l'ordinamento. Era stretta gerarchia: undâ'îsupremo, o gran maestro che noi diremmo; sotto di lui altridâ'îdi provincia e altri di distretti, città, villaggi, che ciascuno eleggeva il subordinato e non conosceva altri che costui e l'immediatosuperiore. Idâ'îaffiliavano. Una contribuzione forniva il danaro ai bisogni della associazione de' capi; e quando gittavan la maschera, teneano apparecchiata una fortezza, “Casa del Rifugio” la chiamavano in lor gergo; e quando regnarono, apriron adunanze pubbliche in una “Casa della Sapienza” ove ildâ'îleggea sermoni su i misteri e la morale. Tanto si ritrae con certezza storica. Sembra che abbiano avuto varii gradi d'iniziazione; dicono nove, dal primo vestibolo ai penetrali di un ultimo mistero, o piuttosto fin di mistero; cioè svelar che imami e religione e morale, tutto fosse una burla. Ildâ'îcominciava a tentare il neofito con dubbii sopra alcuni punti dell'islamismo; si facea giurar segreto e ubbidienza; lo conducea successivamente fino al grado di che gli parea capace: passando dalla confermazione dei dommi e precetti dell'islamismo, alla eredità dello imamato negli Alidi e nella linea d'Ismaele; alla dottrina dell'imam nascoso, noto aldâ'îsupremo; alla spiegazione allegorica del Corano: e le allegorie si assottigliavano a mano a mano, e in ultimo si dileguavano nella incredulità. Ma quest'ultimo stadio parmi quello del Gran Maestro, il quale spacciando di tenere in serbo un Messia non potea veramente credere all'islamismo nè a religione che fosse al mondo. Gli altri gradi d'iniziazione delineano esattamente la piramide che si volea fabbricare: tutti i Musulmani alla base; sovrappostivi gli Sciiti; a questi i partigiani d'Ismaele; ad essi i dottori in miti manichei; e sul vertice la famiglia persiana d'Ibn-Kaddah.[239]
Sa'îd-ibn-Hosein, di questa gente, tenea la fila della gran trama in Selamîa, quando Ibn-Hausceb, dâ'î del Iemen, pensò mandar nell'Affrica Settentrionale chi dissodasse il terreno, come diceasi nel gergo della setta. Lavoraronvi prima un Ibn-Sofiân, indi un Holwâni; alla morte del quale, Ibn-Hausceb gli surrogò uomo di maggior polso, che per antonomasia fu detto lo Sciita. Ebbe nome Abu-Abd-Allah-Hosein-ibn-Ahmed, da Sana'a nel Iemen; ardente partigiano degli Alidi; stato una volta Mohtesib, ossia magistrato di polizia, degli Abbassidi presso Bagdad; audace, dotto e pratichissimo d'ogni via coperta ed obbliqua. Con danari della setta, costui si reca (893) dal Iemen alla Mecca, a far proseliti tra gli Affricani che vi attirava il pellegrinaggio; e adòcchiavi, uno sceikh della gente di Kotâma e l'onorevole brigata che lo seguiva. Facendo le viste d'imbattersi per caso tra costoro, Abu-Abd-Allah si insinua, li tenta e comincia a fare e ricever visite; e conosciutili Ibaditi, setta kharegita, come dicemmo, a poco a poco si scopre anch'egli nemico dei califi: aver lasciato il servigio loro perchè nulla v'era di bene; voler vivere ormai spiegando il Corano ai giovanetti; amerebbe a farlo in Occidente, ove non gli parean disperate le sorti del popolo musulmano. Tra lusinghe e dotto parlare e apparenza di pietà, austerità e liberi sentimenti, si cattivò gli animi di quegli stranieri, sìbene che il pregavano di accompagnarli in Affrica ed aprirvi scuola; ma non rispose nè sì nè no, lasciandosi trarre, quasi contro voglia, alle capitali dello Egitto e dell'Affrica; ove indagò profondamente le condizioni delle tribù berbere; e Kotâma gli parve proprio il caso. Allor, come vinto da' preghi dei Kotamii, accetta la ospitalità e gli oficii di imâm d'una loro moschea e di pubblico professore; ma ricusa lo stipendio; fa vedere ai più intrinsechi un gruppo di cinquemila dinâr; accenna alla sorgente misteriosa e inesauribile di quell'oro; alla sacra schiatta d'Ali; alle migliaia di migliaia che cospiravano per essa in tutta musulmanità; ai premii maravigliosi che dovea aspettarsi in questa vita e nell'altra chiunque aiutasse alla esaltazione del pontefice nascoso. Le quali pratiche non piacquero a tutti tra quella gente ibadita e però nimica all'autocrazia di Ali; ma il maggior numero odiava mille volte più Ibrahim-ibn-Ahmed vivo, che Ali sepolto da secoli; più la dominazione straniera, che il dispotismo; e il giogo stesso del dispotismo tanto lor parea duro a portarlo sul collo, quanto comodo e piacevole a metterlo addosso altrui. Ebbe dunque gran séguito Abu-Abd-Allah; gli proffersero avere e sangue; i misteri quanto più assurdi, tanto più furibondo accendeano lo zelo; un capo uccise di propria mano il fratello che andava gridando impostore Abu-Abd-Allah. A capo di sette anni, correndo il novecento dell'era volgare, costui cominciava a scoprirsi[240]presso Setif, nei monti dettidi Ikgiân, sede d'una tribù della gente di Kotâma.[241]
La gente di Kotâma tenea la più parte della odierna provincia di Costantina: un quadrilatero da Bugia e Bona su la costiera, a Belezma e Baghaia nella catena degli Aurès: territorio montuoso, dove coltivato dalle tribù stanziali, dove abbandonato a pascolo e corso dalle tribù nomadi della medesima gente. Si distinguea questa dagli altri Berberi per non so che divario di tradizioni, usanze, dialetto; tanto che gli eruditi vi trovarono appicco a consanguineità con la schiatta arabica. Che che ne fosse, i Kotamii non si affratellarono punto coi vincitori, nè lor ubbidiron altrimenti che di nome, nè si piegarono a tributo, non che smettere lor costumi aborigeni. Com'ogni altra nazione berbera, i Kotamii par sian vissuti in rozza confederazione, vincolo di schiatta più che di legge; il quale se non bastava a campar le tribù loro dalla guerra civile nè dalla dominazione straniera, potea stringerle insieme ad un tratto in brevi ma gagliardi sforzi. Allo entrar del decimo secolo, fortissima era la nazione kotamia per numero totale degli uomini o relativo degli armati; poichè la tradizione esagerando portò che ne andassero trecentomila ad assalire Kairewân; e da più certi ricordi sappiamo quanti eserciti kotamii corsero in quel secolo fino all'Atlantico e oltre il Nilo sotto le bandiere dei Fatemiti: nelle quali imprese la nazione kotamia si dissanguò; si trovò menomata a quattromila uomini verso la metà del duodecimo secolo;nel decimoquarto, qualche tribù che ne rimanea soffriva il giogo di Tunis, e in oggi se n'è dileguato il nome.[242]Non primeggiava per vero nella confederazione la tribù stanziata a Ikgiân. Ma la mente di Abu-Abd-Allah, l'accentramento e ardore della setta ismaeliana le dettero tal vigore, da soggiogare qualche tribù rivale, tirarsi dietro le altre, e unire la nazion kotamia, anzi una gran parte della schiatta berbera, contro i vincitori Arabi. Ibrahim-ibn-Ahmed dal suo canto aveva arato quel terreno più che i mistici agricoltori ismaeliani; fin avea liberato la nazione kotamia del disagio che le davano i bellicosi Arabi di Belezma.
Ed egli stesso gittò la prima scintilla. Risaputo dal governator di Mila come l'oscuro professore d'Ikgiân osasse accusare d'eresia Abu-Bekr e Omar, mandò ad ammonirlo di frenare la lingua; e, se no, vedrebbe. Abu-Abd-Allah, invece di rispondere, si mostrò in campo (901) con giusto esercito, con simboli non più visti, scritti su le bandiere, nei suggelli delle lettere e nel marchio dei cavalli; ordinò gli oficii d'amministrazione militare; afforzò la casa del rifugio a Ikgiân; diè il motto di guerra “In sella, cavalieri di Dio;” apertamente bandì la rivoluzione politica e religiosa. Così la società ismaeliana, compiuti i lavori a suo bell'agio tra genti guerriere e luoghi inaccessibili alla vigilanza dei governanti, uscia dalle tenebre improvvisamente in sembianza di Stato anticoche facesse guerra, non di moltitudine tumultuante e confusa. Sbigottì Ibrahim a quel terribil segno. Comprese che la viva forza da lui sciupata si stoltamente, ormai non bastava contro la ribellione sciita: pertanto si provò a suscitar la guerra civile tra i Kotamii; a calmare gli altri popoli con le riforme; e si affrettò all'abdicazione. Scendendo dal trono raccomandò al figliuolo che non assalisse mai primo gli Sciiti, si difendesse, e abbandonato dalla fortuna si ritraesse in Sicilia.[243]