CAPITOLO V.Moezz volle anco far prova a raccogliersi in mano il fren della Sicilia. Del trecencinquantotto (24 nov. 968, 12 nov. 969), mentre Giawher era in su le mosse per l'Egitto, si notò che, giunto in Mehdia un oratore bizantino con ricchi presenti, il califo comandava di smantellare Taormina e Rametta, ristorate poc'anzi. Il che fu sì grave ai Musulmani dell'isola[666]che l'appiccarono a consiglio degli Infedeli: come l'odio pubblico lascia sovente le giuste accuse, e va a trovare le più assurde. L'emiro Ahmed, temendo peggio che parole, mandovvi con genti il fratello Abu-l-Kasem e lo zio Gia'far; i quali, accampatisi tra le due città, le fecero diroccare ed ardere.[667]Era il preludio d'un colpo di stato; perchèMoezz lo stesso anno richiamò in Affrica Ahmed con tutti i suoi,[668]il quale volentieri ubbidì. Ei fu preposto al navilio,[669]ed il cugino Ibn-'Ammâr ad una schiera che si dovea mandare di rinforzo a Giawher;[670]Mohammed, fratello d'Ahmed, rimase a corte finch'ei visse, fidato e caro a Moezz sopra ogni altro amico.[671]Manifesto egli è dunque che ai Beni-abi-Hosein fu promesso alto stato appo il califo in Affrica o in Egitto; e che Taormina e Rametta furono spiantate perchè le tenean gli Arabi Siciliani, i quali era mestieri disarmare pria di offenderli. Ahmed se ne andava dopo sedici anni e nove mesi di governo, in su la fine del trecencinquattotto (ottobre o nov. 969). Fece uno sgombero di casa: figliuoli, fratelli, congiunti, famigliari, clientela, ricchezze, arredi, quanto si potea portar via; caricatone trenta navi salpò l'emiro per Mehdia. Lasciò un solo liberto del padre, per nome Ia'isc; al quale Moezz commise il reggimento della Sicilia.[672]Ma le tribù, leggiamo, assembrate nell'arsenale vennero a contesa coi liberti di Kotama, li combatterono e ne fecero strage.[673]Le tribù di certo significano i corpi del giund d'arabi siciliani, ordinati secondo loro schiatte. Liberti di Kotama, di certo gli stranieri Negri, Slavi, Berberi e d'altre tribù, e fors'anco rinnegati cristiani di Sicilia o di Terraferma, che i capi di Kotama aveano manomessi ed armati per rinforzar loro squadre, troppo poche ormai ai bisogni della dinastia. Nè parmi abusare il dritto d'interpretazione se aggiungo che il giund siciliano sì fieramente nimicasse i liberti di Kotama per cagione delfei, creduto suo proprio retaggio, del quale vedea partecipare quegli usciti di schiavitù; e forse lor erano stati concessi gli stipendii ricaduti per la partenza dei Kelbiti. Il tumulto par che fosse seguíto allo scorcio del novecensessantanove.[674]L'arsenal di Palermo sendo posto nella Khalesa,[675]e' si vede cheIa'isc, perduti i suoi sgherri entro la stessa cittadella, non ebbe difesa contro i sollevati.Com'avvenne sempre in Sicilia, il fuoco di Palermo si appigliò subito alle altre città: ammazzati nelle parti[676]di Siracusa i liberti kotamii; subbugli e zuffe per tutta l'isola; rotto il freno alle nimistà: indarno Ia'isc cercò di racchetare gli animi, sospetto com'egli era, senz'armi nè séguito, onde niuno lo ascoltò. Le milizie trascorsero a rapine e violenze sopra i terrazzani;[677]dettero addosso alle città cristiane assicurate:[678]difendendo lor proprii dritti, non ebbero rispetto agli altrui. La forza fatta ai Cristiani mostra che in fondo si dolessero della distribuzione delfei, e che pretendessero riparare l'ingiustizia prendendoselo dassè. Moezz, risaputo cotesto scompiglio quando forse non era spenta la ribellione della tribù di Zenata in Affrica,[679]ed i Karmati gli minacciavano il recente conquisto d'Egitto, non si ostinò contro i Siciliani. Deposto Ia'isc, mandò nell'isola Abu-l-Kasem-Ali-ibn-Hasan, con grado di vicario del fratello Ahmed; per dar a vedere che non avesse mai pensato a mutare nè gli ordini nè gli uomini. Al cui arrivo, che seguì il quindici scia'bân del cinquantanove (22 giugno970), posarono i tumulti; la colonia lietissima l'accolse e docile gli ubbidì.[680]Entro pochi mesi Ahmed, veleggiando con l'armata affricana alla volta d'Egitto, s'infermava a Tripoli, dove di corto morì. E in novembre del novecensettanta Moezz scriveva insieme ad Abu-l-Kasem lettere di condoglianza per la morte del fratello e il diploma d'investitura ad emir di Sicilia.[681]Lo stato si rassodò nelle mani di quel giusto e generoso.[682]Capitò in questo tempo (972-73) in Palermo Abu-l-Kasem-Mohammed-ibn-Haukal che ci ha lasciato una descrizione della città.[683]Ibn-Haukal nato aBagdad in mezzo all'anarchia pontificale, viaggiò trent'anni (943-76) per genio di studiare i paesi e gli uomini, e bisogno di mercatare; percorse la più parte degli stati musulmani, dall'Indo alle spiagge settentrionali d'Affrica;[684]e s'ei non passò in Spagna, toccò pure la terraferma italiana a Napoli, dove traean per loro traffichi i Musulmani d'ogni parte del Mediterraneo.[685]La geografia d'Ibn-Haukal, compilata in parte su gli altrui scritti ed in parte sul taccuino di viaggio, pecca al solito di preoccupazioni, giudizii precipitosi, fatti facilmente creduti all'altrui ignoranza o passione: opera d'ingegno non esercitato in scienze nè lettere; pur v'ha un tal senno mercantile che dà nel segno discorrendo le cose pubbliche; e se ne cavano genuini ragguagli su gli itinerarii, le usanze, le derrate, le entrate pubbliche e gli ordini amministrativi. Della Sicilia Ibn-Haukal altro non dice, se non essere lunga sette giornate di cammino e larga quattro, tutta abitata e coltivata, montuosa, coperta di rôcche e di fortezze, ed esserne Palermo metropoli e sola città importante per numero di abitatori e fama nel mondo. E di Palermo discorre più e meno del bisogno; tacendo i fatti economici che suol andar notando per paesi anco minori e che son forse perduti con un opuscolo ch'egli intitolò: “I Pregi deiSiciliani,” ovvero con un altro libercolo o capitolo della Geografia, del quale ci è sol rimaso qualche frammento.[686]La pianta di Palermo, ch'agevolmente si può delineare con questa scorta e coi ricordi archeologici, ritrae le vicende essenziali della Sicilia fin dal conquisto musulmano e la sorte della colonia che si bilanciava tra una virtù e un vizio. Virtù di accentramento e civiltà; vizio di divisione: le schiatte, le classi, le religioni, per mutuo sospetto separate d'animi e di soggiorno; onde ne crescea tanto più la ruggine tra loro. Che se furon tali tutte le metropoli del medio evo, Palermo nè anco serrava i cittadini in un muro e una fossa. Spartivasi, dice Ibn-Haukal, in cinque regioni (hârât); ma poi chiama cittadi[687]due di quelle, come bastionate e vallate ciascuna dassè. L'una, detta Cassaro (Kasr); la vera, ei nota, ed antica Palermo, afforzata d'alte e robuste muraglie di pietra, fiancheggiata di torri, abitata dai mercatanti e dalla nobiltà municipale.[688]L'altra, la Khâlesa, cinta di minor muro, soggiorno del sultano e suoi seguaci, non avea mercati nè fondachi, ma bagni, oficii pubblici, l'arsenale,la prigione. Più popolosa e grossa che le due solenni città del municipio e del governo, la regione non murata detta delli Schiavoni, dava stanza alla marineria ed ai mercatanti stranieri che traeano in Palermo.[689]Eran altresì aperte, e non dissimili l'una dall'altra, le Regioni Nuova e della Moschea, le quali racchiudeano i mercati e le arti: cambiatori, oliandoli, venditori di frumento, droghieri, sarti, armaiuoli, calderai, e via dicendo ciascun mestiere dassè, diviso dal rimanente; se non che i macellai teneano oltre cencinquanta botteghe in città[690]e molte più fuori. Due contrade, ch'Ibn-Haukal intitola regioni senza porle nel novero delle cinque, si addimandavano dei Giudei e di Abu-Himâz. Similmente ilMe'sker, che suona Stanza di soldati, par fosse ricinto a parte.[691]I sobborghi che serbavan vestigia dei guasti durati nelle guerre dell'independenza, correano a scirocco frammezzo ai giardini fino all'Oreto, ove si sparpagliavano su la sponda; ed a libeccio salivano dalMe'skerin fila continua fino al villaggio di Baida.[692]La postura delle regioni si ravvisa di leggieri. Il Cassaroin mezzo, in forma di nave che volgesse la prora a tramontana. Come ancorata per traverso, a greco, la Khâlesa; da levante a libeccio la Regione della Moschea, la Regione nuova e ilMe'sker: gli Schiavoni, in linea paralella al Cassaro, dal lato di ponente.Il mare, sì come è manifesto, entrando per una stretta foce che non è punto mutata, disgiungea la Khâlesa dalla estremità settentrionale delli Schiavoni; e imbattendosi nella punta del Cassaro, si fendeva in due bacini o lagune; dei quali su l'occidentale era costruito nelli Schiavoni il porto di commercio; su quel di levante nella Khâlesa, l'arsenale. Se mai nell'antichità le lagune bagnarono tutti i fianchi della città, erano rattratte nel decimo secolo al tronco e ai due bacini; di che resta, dopo novecent'anni, il sol tronco detto la Cala.[693]Perchè scrive Ibn-Haukal che parecchi grossi rivi, ciascuno da far girare due macine,frastagliavano tutto il terreno tra il Cassaro e li Schiavoni; e dove offrian comodo ai mulini, dove si spandeano in laghetti, dove facean paduli che vi crescea la canna persiana o vi si coltivavan piante d'ortaggio.[694]“Tra così fatti luoghi, ei dice, è una fondura coperta del papiro da scrivere, ch'io pensai non venisse altrove che in Egitto, ma qui ne fabbricano cordame per le navi e quel po' di fogli che occorrono al sultano.” E però non sembra inverosimile che sia di Sicilia, anzi che d'Egitto, il gran papiro con lettere arabiche a mo' di marchio di manifattura, sul quale è scritta una bolla di Giovanni ottavo a pro dell'abbadia di Tournus in Francia, data il primo anno di Carlo il Calvo imperatore (875) e serbata nella Biblioteca di Parigi.[695]La pianta egiziana ministra dell'antico sapere, recata forse dai Greci a Siracusa e dagli Arabi in Palermo, crebbevi oziosa fino al secol decimo sesto, quando, prosciugato lo stagno, gli rimase il nome e si chiama anch'oggi il Papireto.Invece di paduli ed umili culture, la campagna di levante lussureggiava d'orti e giardini da diletto su le sponde dell'Oreto, che s'addimandavaWed-Abbâs, e così infino ai tempi normanni e svevi;[696]ma oggi ha ripigliato il nome classico. Salivano i giardini e si mesceano ai vigneti presso il villaggio di Balharâ,[697]voce indiana,[698]vinta adesso dalla latina appellazione di Monreale, presso il quale giaceva una miniera di ferro, posseduta prima da un di casa d'Aghlab ed or dal sultano che adoperava il metallo alle costruzioni navali. Il fiume volgea gli altri mulini abbisognevoli a sì gran popolo. E scende Ibn-Haukal a rassegnare le scaturigini d'acqua della città e dei dintorni, delle quali alcuna serba il nome;[699]ma egli ne tace due di nome arabico, onde sembrano scoperte nell'undecimo secolo.[700]Contro l'opinion comune, e' si vede che i Musulmani di Palermo sciupavantanto tesoro di acque. Ibn-Haukal, nato in sul Tigri, chiama pure il Wed-Abbâs gran riviera, onde fa supporre che lo ingrossassero tante polle oggi condotte ad uso della città.[701]Nè dimentica che del territorio parte fosse adacquata con canali, parte delle sole piogge si come in Siria. Fecegli maggiore meraviglia che li abitatori della parte orientale del Cassare, della Khâlesa e dei quartieri di quella banda, bevessero la greve acqua di lor pozzi. Donde è manifesto che non si debba riferire alla dominazione musulmana quella egregia economia idraulica che in oggi dà acque correnti in tutte le parti della città, fino ai piani più alti delle case. Risguardando alle voci tecniche dei fontanieri di Palermo che son mescolate greche, latine ed arabiche, si scopre l'opera comune delle tre schiatte unite sotto i Normanni: e però differiamo a trattarne nell'ultimo libro.Venendo ai monumenti, Ibn-Haukal notava la Moscheagiâmi'del Cassaro, una volta tempio cristiano; nella quale serbavansi, al dire dei logici della città, le ossa d'Aristotile; ma ei non si fa mallevadore che d'aver visto il feretro, appeso in alto, e udita la tradizione che gli antichi Greci solessero impetrare miracoli dalle ceneri del filosofo in tempi di siccità, pestilenze o guerra civile. Donde è libero il campo a porre il mito e il monumento innanzi o dopo l'èra cristiana; richiamandoci il nome all'antichità,forse al culto d'Empedocle, ma la qualità ed uso del santuario s'adattan meglio alla pietà cristiana; e la medesima tradizione riferita da Bekri dà, invece d'Aristotile, il nome di Galeno, che da Roma andasse a trovare i Cristiani in Siria, e fosse morto, in viaggio, in Sicilia[702]. Nè sembra strano che alla dedizione di Palermo si fosse pattuito di lasciare in piè tutta o parte la chiesa; e che quando la fu mutata affatto in moschea, i nuovi padroni, tra credere e non credere, avesser lasciato sì comodo palladio in qualche cantuccio fuor l'edifizio; che esempii v'ha di chiese bipartite tra le due religioni nei primi conquisti; e non meno di superstizioni reciprocamente tolte in prestito non che tollerate, quando si rattiepidì lo zelo[703]. Il Cassaro, ovale, era tagliato nell'asse maggiore dalla strada dritta ch'oggi ne ritiene il nome, la quale s'appellavaSimâtdiremmo la “Fila:” chè tal era, di fondachi e botteghe, e, raro pregio nel medio evo, tutta selciata. Avea la città vecchia nove porte, delle quali si riconosce il sito;[704]ed una era quella che, in grazia d'esotiche lettere intagliate su l'arco e in un minaretto vicino, fu creduta infino al secol passato opera dei fondatori ebreio caldei di Palermo. Demolita la porta e il minaretto da un vicerè spagnuolo; serbati da dotti del paese i disegni dei caratteri che inghirlandavano il minaretto, ancorchè trasposti e mutili, come s'erano mescolate e perdute in parte le pietre, ognun vi scorge una bella e severa scrittura cufica, e se ne può accozzare la data del quarto secolo dell'egira e tre versetti del Corano, di quei soliti a porre nelle moschee.[705]LaKhâlisa avea mura senza altre porte che quattro dal lato di terra, a mezzogiorno. Sorgeano fuor le mura, credo del Cassaro, in sul bacino di levante iribât, come chiamavansi nelle città di confine le stanze dei volontarii spesati su le limosine legali o su lasciti pii, per uscire in guerra contro gli Infedeli; la quale genía, come si allargò e corruppe l'islamismo, somigliava ormai per la disciplina ai ribaldi negli eserciti feudali, e per l'ozio ai frati mendicanti nei paesi che n'han troppi. Moltiribât, dice Ibn-Haukal, sono in Palermo in riva al mare, pieni zeppi di sgherri, scostumati, gente di mal affare: vecchi e giovani, perversi e infingardi, mascherati di devozione per carpir la moneta e intanto svergognar le donne oneste, fare i mezzani e peggior brutture; riparati colà per non aver condizione nè pan nè tetto.A computare il numero degli abitatori, Ibn-Haukal ci dà questo bandolo: che la moschea de' beccai, un dì che v'erano ragunati tutti con lor famiglie e attenenti, racchiudea da settemila persone. La quale arte stando negli odierni censimenti della città a tutta la popolazione come uno a cento, il numero tornerebbe nel decimo secolo a settecentomila; e, fattavi pur grossa tara per le mutate condizioni, non si può ragionar meno di trecento o trecencinquanta milaanime.[706]A ciò ben s'adatta l'altro dato delle cinquecento moschee ch'erano in Palermo, delle quali tre quinti nella città vecchia e grosse regioni e due quinti nei sobborghi: moschee tutte acconce e frequentate, tra pubbliche, di corporazioni e di privati. Nè Ibn-Haukal tante ne avea viste mai in cittadi uguali e maggiori; nè sapea trovarne riscontro se non a Cordova, il numero delle cui moschee gli era stato raccontato, ma in Palermo l'avea ritratto con gli occhi suoi proprii e tutti i cittadini gliel confermavano. Cordova in vero, decaduta nel decimoquarto secolo, ebbe da settecento moschee[707]e poco meno Costantinopoli fino al decimosettimo secolo.[708]Dalla quale sovrabbondanza Ibn-Haukal cava argomento di riprendere i Palermitani che ciascuna famiglia per superbia e vanità volesse la sua cappella particolare, fin due fratelli che abitavan muro a muro. E narra che un Abu-Mohammed oriundo di Cafsa, giurista in materia di contratti,[709]arrivò a fabbricare vicino a venti passi alla propria una moschea pel figliuolo, affinchè vi desse lezioni di dritto. Notato poi che più di trecento pedagoghi insegnavan lettere ai giovanetti, v'appicca la chiosa che eleggean tal mestiere per iscusarsi dalla guerra sacra, anche in caso d'irruzione del nemico; ch'e' si vantavano di probità e di religione e facean da testimonii nei giudizii e nei contratti; ma in fondo nulla era in essi di bello nè di buono. Nè era in alcun altro. In fatti, il cadi Othman-ibn-Harrâr, uom timorato di Dio, conosciuti alla prova chi fossero i suoi concittadini, avea ricusato lor testimonianze, grave o leggiero che fosse il caso; onde s'era messo a terminar tutte le liti con accordi; e infermatosi gravemente ammonì chi dovea prendere il magistrato non si fidasse d'anima vivente. Al quale succedette, continua Ibn-Haukal, un Abu-Ibrahim-Ishak-ibn-Mâhili, che fece ridir di sè molte scempiaggini.[710]Che più, se non usano la circoncisione, nèosservano le preghiere, nè pagan la limosina legale, nè vanno in pellegrinaggio; e appena avvien che digiunino il ramadhan e che facciano il lavacro in un sol caso! E scaglia la sentenza: non essere in Palermo begli ingegni, nè uomini dotti, nè sagaci, nè religiosi; non vedersi al mondo gente meno svegliata, nè più stravagante; men vaga di lodevoli azioni, nè più bramosa d'apprendere vizii.Ma si tradisce col filosofare: che la radice di tanto male è il gran mangiar che fanno di cipolle crude, mattina e sera, poveri e ricchi; ond'han guasto il cervello e ammorzato il senso.[711]In prova, ecco, bevon dei pozzi anzichè cercar le dolci acque correnti; al ragionar con essi t'accorgi c'han le traveggole; nel guardarli vedi alla cera la complessione intristita. Ghiottoni, che non si sgomentano a puzzo di cibi. Sudici di loro persone, da far parer mondi i Giudei. Allato al negrume di lor case diresti bigio un focolare. Nelle più splendide, vedi correre i polli e sconciare la stanza e fino i guanciali del padrone. Arroge che in Sicilia il frumento non si serba da un anno all'altro; e sovente, sì malvagio è l'aere, inverminisce su l'aia.Il tempo è passato che scrivendo la storia si prendea battaglia per simili argomenti, e che la carità patria, bamboleggiando, avvampava sol nelle inezie. Purnon debbo ricusare ai miei concittadini musulmani di nove secoli addietro il giusto giudicio, secondo parer mio, come farei pei Medi o i Cinesi. Dico dunque che la storia letteraria della Sicilia dalla metà del decimo alla metà del duodecimo secolo non mostra nè ingegni grossi nè studii negletti; e Ibn-Haukal medesimo cel dà a vedere quando ricorda i logici che favellavano d'Aristotile, i trecento maestri di scuola e le tante moschee, parte delle quali serviva, come ognun sa, agli studii ch'or diciamo universitarii. Certamente, nel secolo che corse da Ibn-Haukal alla guerra normanna la cultura progredì sotto i Kelbiti; ma non poteva giacer sì bassa al suo tempo. Lo stesso penso dell'incivilimento esteriore, che pur era sì notevole nella detta guerra e dopo, come l'attesta qualche poesia d'Ibn-Hamdîs, al par che una geografia anonima,[712]e Ibn-Giobair e Ugone Falcando e con essi tutta la storia della dominazione normanna. Quanto alle virtù religiose secondo lor setta, le meno importanti si son viste nelle biografie dei devoti: la primaria, ch'era il genio guerriero, splendè in due nobilissime vittorie riportate, l'una pochi anni innanzi a Rametta sopra l'impero bizantino, l'altra pochi anni appresso in Calabria sopra Otone secondo. Però l'aspra censura è accozzata, come per lo più avviene, d'errori e di verità. Errore fu d'Ibn-Haukal, che, praticando coimercatanti del paese, ritrasse la nobiltà, i dottori e la plebe con tutte le sembianze che quei lor davano per invidia di classe. Errore, ch'ei condannò come vizii fisici e morali tutte le qualità insolite ch'ei notava in quei Musulmani misti di sangue greco e latino; mezzo stranieri ai lineamenti del volto, alla carnagione, alla pronunzia, agli usi, nè ben domati a tutte pratiche dell'islamismo. Verità era il fermentar dei molti elementi eterogenei di che si componea la popolazione della Sicilia e sopratutto di Palermo: tante schiatte; islamismo e avanzi palesi o latenti di cristianesimo; diritti civili disuguali, ricchezza e miseria, violenza guerriera e industria; torre di Babele, in cui doveano pullulare superbia, rancori, abiezione e infinite piaghe sociali. Se molte n'esagerava nella sua mente il buon mercatante di Bagdad, molte pur ne toccava con mano.E in Sicilia non solo, ma in Spagna, ma in tutti gli stati musulmani del Mediterraneo. A leggere i suoi scritti lo si direbbe disingannato e dispettoso del non aver trovato in Ponente la virtù civile che mancava a Bagdad; come i mali proprii s'appongon sempre al destino, e gli altrui a chi li patisce. Similmente avviene che giudicando gli stranieri si vegga in molte cose la superficie, si sconoscano le virtù, ma s'imbercin diritto i vizii fondamentali; il che mi par abbia fatto Ibn-Haukal nella descrizione generale del Mediterraneo. Toccando quivi di Cipro e Creta: “Le tennero” ei dice “i Musulmani, i figliuoli dei combattenti della guerra sacra; ma l'invidia e la crudeltà invasaron cotesti popoli, al par che que' dei Confinidell'impero, della Mesopotamia e della Siria; proruppe tra loro il mal costume, la iniquità, l'ingordigia, la discordia, la perfidia, l'odio scambievole; sì che costoro apriron la strada ai nemici e serviranno d'ammonimento a chi ben consideri gli eventi.”[713]E pria di terminare il capitolo: “In oggi,” ripiglia, “i Rûm offendono i Musulmani con ogni maniera di scorrerie su le costiere di questo mare, e fan preda di nostre navi d'ogni banda; nè abbiam chi ci aiuti nè ci difenda. Abietti si calano i nostri principi, pieni d'avarizia e di superbia in casa; i dotti non curano nè intendono, ti danno responsi comentando come a lor piace, nè pensano a Dio nè alla vita futura; pessimi i mercatanti, non rifuggon da cosa illecita nè reo guadagno; i devoti balordi, pronti a voltar casacca, fanno cammino in ogni calamità e spiegan la vela ad ogni vento: e però i confini e le isole rimangono in balía dei nemici, e la terra si lagna con Dio della iniquità di cui la tiene.”[714]
Moezz volle anco far prova a raccogliersi in mano il fren della Sicilia. Del trecencinquantotto (24 nov. 968, 12 nov. 969), mentre Giawher era in su le mosse per l'Egitto, si notò che, giunto in Mehdia un oratore bizantino con ricchi presenti, il califo comandava di smantellare Taormina e Rametta, ristorate poc'anzi. Il che fu sì grave ai Musulmani dell'isola[666]che l'appiccarono a consiglio degli Infedeli: come l'odio pubblico lascia sovente le giuste accuse, e va a trovare le più assurde. L'emiro Ahmed, temendo peggio che parole, mandovvi con genti il fratello Abu-l-Kasem e lo zio Gia'far; i quali, accampatisi tra le due città, le fecero diroccare ed ardere.[667]Era il preludio d'un colpo di stato; perchèMoezz lo stesso anno richiamò in Affrica Ahmed con tutti i suoi,[668]il quale volentieri ubbidì. Ei fu preposto al navilio,[669]ed il cugino Ibn-'Ammâr ad una schiera che si dovea mandare di rinforzo a Giawher;[670]Mohammed, fratello d'Ahmed, rimase a corte finch'ei visse, fidato e caro a Moezz sopra ogni altro amico.[671]Manifesto egli è dunque che ai Beni-abi-Hosein fu promesso alto stato appo il califo in Affrica o in Egitto; e che Taormina e Rametta furono spiantate perchè le tenean gli Arabi Siciliani, i quali era mestieri disarmare pria di offenderli. Ahmed se ne andava dopo sedici anni e nove mesi di governo, in su la fine del trecencinquattotto (ottobre o nov. 969). Fece uno sgombero di casa: figliuoli, fratelli, congiunti, famigliari, clientela, ricchezze, arredi, quanto si potea portar via; caricatone trenta navi salpò l'emiro per Mehdia. Lasciò un solo liberto del padre, per nome Ia'isc; al quale Moezz commise il reggimento della Sicilia.[672]
Ma le tribù, leggiamo, assembrate nell'arsenale vennero a contesa coi liberti di Kotama, li combatterono e ne fecero strage.[673]Le tribù di certo significano i corpi del giund d'arabi siciliani, ordinati secondo loro schiatte. Liberti di Kotama, di certo gli stranieri Negri, Slavi, Berberi e d'altre tribù, e fors'anco rinnegati cristiani di Sicilia o di Terraferma, che i capi di Kotama aveano manomessi ed armati per rinforzar loro squadre, troppo poche ormai ai bisogni della dinastia. Nè parmi abusare il dritto d'interpretazione se aggiungo che il giund siciliano sì fieramente nimicasse i liberti di Kotama per cagione delfei, creduto suo proprio retaggio, del quale vedea partecipare quegli usciti di schiavitù; e forse lor erano stati concessi gli stipendii ricaduti per la partenza dei Kelbiti. Il tumulto par che fosse seguíto allo scorcio del novecensessantanove.[674]L'arsenal di Palermo sendo posto nella Khalesa,[675]e' si vede cheIa'isc, perduti i suoi sgherri entro la stessa cittadella, non ebbe difesa contro i sollevati.
Com'avvenne sempre in Sicilia, il fuoco di Palermo si appigliò subito alle altre città: ammazzati nelle parti[676]di Siracusa i liberti kotamii; subbugli e zuffe per tutta l'isola; rotto il freno alle nimistà: indarno Ia'isc cercò di racchetare gli animi, sospetto com'egli era, senz'armi nè séguito, onde niuno lo ascoltò. Le milizie trascorsero a rapine e violenze sopra i terrazzani;[677]dettero addosso alle città cristiane assicurate:[678]difendendo lor proprii dritti, non ebbero rispetto agli altrui. La forza fatta ai Cristiani mostra che in fondo si dolessero della distribuzione delfei, e che pretendessero riparare l'ingiustizia prendendoselo dassè. Moezz, risaputo cotesto scompiglio quando forse non era spenta la ribellione della tribù di Zenata in Affrica,[679]ed i Karmati gli minacciavano il recente conquisto d'Egitto, non si ostinò contro i Siciliani. Deposto Ia'isc, mandò nell'isola Abu-l-Kasem-Ali-ibn-Hasan, con grado di vicario del fratello Ahmed; per dar a vedere che non avesse mai pensato a mutare nè gli ordini nè gli uomini. Al cui arrivo, che seguì il quindici scia'bân del cinquantanove (22 giugno970), posarono i tumulti; la colonia lietissima l'accolse e docile gli ubbidì.[680]
Entro pochi mesi Ahmed, veleggiando con l'armata affricana alla volta d'Egitto, s'infermava a Tripoli, dove di corto morì. E in novembre del novecensettanta Moezz scriveva insieme ad Abu-l-Kasem lettere di condoglianza per la morte del fratello e il diploma d'investitura ad emir di Sicilia.[681]Lo stato si rassodò nelle mani di quel giusto e generoso.[682]
Capitò in questo tempo (972-73) in Palermo Abu-l-Kasem-Mohammed-ibn-Haukal che ci ha lasciato una descrizione della città.[683]Ibn-Haukal nato aBagdad in mezzo all'anarchia pontificale, viaggiò trent'anni (943-76) per genio di studiare i paesi e gli uomini, e bisogno di mercatare; percorse la più parte degli stati musulmani, dall'Indo alle spiagge settentrionali d'Affrica;[684]e s'ei non passò in Spagna, toccò pure la terraferma italiana a Napoli, dove traean per loro traffichi i Musulmani d'ogni parte del Mediterraneo.[685]La geografia d'Ibn-Haukal, compilata in parte su gli altrui scritti ed in parte sul taccuino di viaggio, pecca al solito di preoccupazioni, giudizii precipitosi, fatti facilmente creduti all'altrui ignoranza o passione: opera d'ingegno non esercitato in scienze nè lettere; pur v'ha un tal senno mercantile che dà nel segno discorrendo le cose pubbliche; e se ne cavano genuini ragguagli su gli itinerarii, le usanze, le derrate, le entrate pubbliche e gli ordini amministrativi. Della Sicilia Ibn-Haukal altro non dice, se non essere lunga sette giornate di cammino e larga quattro, tutta abitata e coltivata, montuosa, coperta di rôcche e di fortezze, ed esserne Palermo metropoli e sola città importante per numero di abitatori e fama nel mondo. E di Palermo discorre più e meno del bisogno; tacendo i fatti economici che suol andar notando per paesi anco minori e che son forse perduti con un opuscolo ch'egli intitolò: “I Pregi deiSiciliani,” ovvero con un altro libercolo o capitolo della Geografia, del quale ci è sol rimaso qualche frammento.[686]
La pianta di Palermo, ch'agevolmente si può delineare con questa scorta e coi ricordi archeologici, ritrae le vicende essenziali della Sicilia fin dal conquisto musulmano e la sorte della colonia che si bilanciava tra una virtù e un vizio. Virtù di accentramento e civiltà; vizio di divisione: le schiatte, le classi, le religioni, per mutuo sospetto separate d'animi e di soggiorno; onde ne crescea tanto più la ruggine tra loro. Che se furon tali tutte le metropoli del medio evo, Palermo nè anco serrava i cittadini in un muro e una fossa. Spartivasi, dice Ibn-Haukal, in cinque regioni (hârât); ma poi chiama cittadi[687]due di quelle, come bastionate e vallate ciascuna dassè. L'una, detta Cassaro (Kasr); la vera, ei nota, ed antica Palermo, afforzata d'alte e robuste muraglie di pietra, fiancheggiata di torri, abitata dai mercatanti e dalla nobiltà municipale.[688]L'altra, la Khâlesa, cinta di minor muro, soggiorno del sultano e suoi seguaci, non avea mercati nè fondachi, ma bagni, oficii pubblici, l'arsenale,la prigione. Più popolosa e grossa che le due solenni città del municipio e del governo, la regione non murata detta delli Schiavoni, dava stanza alla marineria ed ai mercatanti stranieri che traeano in Palermo.[689]Eran altresì aperte, e non dissimili l'una dall'altra, le Regioni Nuova e della Moschea, le quali racchiudeano i mercati e le arti: cambiatori, oliandoli, venditori di frumento, droghieri, sarti, armaiuoli, calderai, e via dicendo ciascun mestiere dassè, diviso dal rimanente; se non che i macellai teneano oltre cencinquanta botteghe in città[690]e molte più fuori. Due contrade, ch'Ibn-Haukal intitola regioni senza porle nel novero delle cinque, si addimandavano dei Giudei e di Abu-Himâz. Similmente ilMe'sker, che suona Stanza di soldati, par fosse ricinto a parte.[691]I sobborghi che serbavan vestigia dei guasti durati nelle guerre dell'independenza, correano a scirocco frammezzo ai giardini fino all'Oreto, ove si sparpagliavano su la sponda; ed a libeccio salivano dalMe'skerin fila continua fino al villaggio di Baida.[692]La postura delle regioni si ravvisa di leggieri. Il Cassaroin mezzo, in forma di nave che volgesse la prora a tramontana. Come ancorata per traverso, a greco, la Khâlesa; da levante a libeccio la Regione della Moschea, la Regione nuova e ilMe'sker: gli Schiavoni, in linea paralella al Cassaro, dal lato di ponente.
Il mare, sì come è manifesto, entrando per una stretta foce che non è punto mutata, disgiungea la Khâlesa dalla estremità settentrionale delli Schiavoni; e imbattendosi nella punta del Cassaro, si fendeva in due bacini o lagune; dei quali su l'occidentale era costruito nelli Schiavoni il porto di commercio; su quel di levante nella Khâlesa, l'arsenale. Se mai nell'antichità le lagune bagnarono tutti i fianchi della città, erano rattratte nel decimo secolo al tronco e ai due bacini; di che resta, dopo novecent'anni, il sol tronco detto la Cala.[693]Perchè scrive Ibn-Haukal che parecchi grossi rivi, ciascuno da far girare due macine,frastagliavano tutto il terreno tra il Cassaro e li Schiavoni; e dove offrian comodo ai mulini, dove si spandeano in laghetti, dove facean paduli che vi crescea la canna persiana o vi si coltivavan piante d'ortaggio.[694]“Tra così fatti luoghi, ei dice, è una fondura coperta del papiro da scrivere, ch'io pensai non venisse altrove che in Egitto, ma qui ne fabbricano cordame per le navi e quel po' di fogli che occorrono al sultano.” E però non sembra inverosimile che sia di Sicilia, anzi che d'Egitto, il gran papiro con lettere arabiche a mo' di marchio di manifattura, sul quale è scritta una bolla di Giovanni ottavo a pro dell'abbadia di Tournus in Francia, data il primo anno di Carlo il Calvo imperatore (875) e serbata nella Biblioteca di Parigi.[695]La pianta egiziana ministra dell'antico sapere, recata forse dai Greci a Siracusa e dagli Arabi in Palermo, crebbevi oziosa fino al secol decimo sesto, quando, prosciugato lo stagno, gli rimase il nome e si chiama anch'oggi il Papireto.
Invece di paduli ed umili culture, la campagna di levante lussureggiava d'orti e giardini da diletto su le sponde dell'Oreto, che s'addimandavaWed-Abbâs, e così infino ai tempi normanni e svevi;[696]ma oggi ha ripigliato il nome classico. Salivano i giardini e si mesceano ai vigneti presso il villaggio di Balharâ,[697]voce indiana,[698]vinta adesso dalla latina appellazione di Monreale, presso il quale giaceva una miniera di ferro, posseduta prima da un di casa d'Aghlab ed or dal sultano che adoperava il metallo alle costruzioni navali. Il fiume volgea gli altri mulini abbisognevoli a sì gran popolo. E scende Ibn-Haukal a rassegnare le scaturigini d'acqua della città e dei dintorni, delle quali alcuna serba il nome;[699]ma egli ne tace due di nome arabico, onde sembrano scoperte nell'undecimo secolo.[700]Contro l'opinion comune, e' si vede che i Musulmani di Palermo sciupavantanto tesoro di acque. Ibn-Haukal, nato in sul Tigri, chiama pure il Wed-Abbâs gran riviera, onde fa supporre che lo ingrossassero tante polle oggi condotte ad uso della città.[701]Nè dimentica che del territorio parte fosse adacquata con canali, parte delle sole piogge si come in Siria. Fecegli maggiore meraviglia che li abitatori della parte orientale del Cassare, della Khâlesa e dei quartieri di quella banda, bevessero la greve acqua di lor pozzi. Donde è manifesto che non si debba riferire alla dominazione musulmana quella egregia economia idraulica che in oggi dà acque correnti in tutte le parti della città, fino ai piani più alti delle case. Risguardando alle voci tecniche dei fontanieri di Palermo che son mescolate greche, latine ed arabiche, si scopre l'opera comune delle tre schiatte unite sotto i Normanni: e però differiamo a trattarne nell'ultimo libro.
Venendo ai monumenti, Ibn-Haukal notava la Moscheagiâmi'del Cassaro, una volta tempio cristiano; nella quale serbavansi, al dire dei logici della città, le ossa d'Aristotile; ma ei non si fa mallevadore che d'aver visto il feretro, appeso in alto, e udita la tradizione che gli antichi Greci solessero impetrare miracoli dalle ceneri del filosofo in tempi di siccità, pestilenze o guerra civile. Donde è libero il campo a porre il mito e il monumento innanzi o dopo l'èra cristiana; richiamandoci il nome all'antichità,forse al culto d'Empedocle, ma la qualità ed uso del santuario s'adattan meglio alla pietà cristiana; e la medesima tradizione riferita da Bekri dà, invece d'Aristotile, il nome di Galeno, che da Roma andasse a trovare i Cristiani in Siria, e fosse morto, in viaggio, in Sicilia[702]. Nè sembra strano che alla dedizione di Palermo si fosse pattuito di lasciare in piè tutta o parte la chiesa; e che quando la fu mutata affatto in moschea, i nuovi padroni, tra credere e non credere, avesser lasciato sì comodo palladio in qualche cantuccio fuor l'edifizio; che esempii v'ha di chiese bipartite tra le due religioni nei primi conquisti; e non meno di superstizioni reciprocamente tolte in prestito non che tollerate, quando si rattiepidì lo zelo[703]. Il Cassaro, ovale, era tagliato nell'asse maggiore dalla strada dritta ch'oggi ne ritiene il nome, la quale s'appellavaSimâtdiremmo la “Fila:” chè tal era, di fondachi e botteghe, e, raro pregio nel medio evo, tutta selciata. Avea la città vecchia nove porte, delle quali si riconosce il sito;[704]ed una era quella che, in grazia d'esotiche lettere intagliate su l'arco e in un minaretto vicino, fu creduta infino al secol passato opera dei fondatori ebreio caldei di Palermo. Demolita la porta e il minaretto da un vicerè spagnuolo; serbati da dotti del paese i disegni dei caratteri che inghirlandavano il minaretto, ancorchè trasposti e mutili, come s'erano mescolate e perdute in parte le pietre, ognun vi scorge una bella e severa scrittura cufica, e se ne può accozzare la data del quarto secolo dell'egira e tre versetti del Corano, di quei soliti a porre nelle moschee.[705]LaKhâlisa avea mura senza altre porte che quattro dal lato di terra, a mezzogiorno. Sorgeano fuor le mura, credo del Cassaro, in sul bacino di levante iribât, come chiamavansi nelle città di confine le stanze dei volontarii spesati su le limosine legali o su lasciti pii, per uscire in guerra contro gli Infedeli; la quale genía, come si allargò e corruppe l'islamismo, somigliava ormai per la disciplina ai ribaldi negli eserciti feudali, e per l'ozio ai frati mendicanti nei paesi che n'han troppi. Moltiribât, dice Ibn-Haukal, sono in Palermo in riva al mare, pieni zeppi di sgherri, scostumati, gente di mal affare: vecchi e giovani, perversi e infingardi, mascherati di devozione per carpir la moneta e intanto svergognar le donne oneste, fare i mezzani e peggior brutture; riparati colà per non aver condizione nè pan nè tetto.
A computare il numero degli abitatori, Ibn-Haukal ci dà questo bandolo: che la moschea de' beccai, un dì che v'erano ragunati tutti con lor famiglie e attenenti, racchiudea da settemila persone. La quale arte stando negli odierni censimenti della città a tutta la popolazione come uno a cento, il numero tornerebbe nel decimo secolo a settecentomila; e, fattavi pur grossa tara per le mutate condizioni, non si può ragionar meno di trecento o trecencinquanta milaanime.[706]A ciò ben s'adatta l'altro dato delle cinquecento moschee ch'erano in Palermo, delle quali tre quinti nella città vecchia e grosse regioni e due quinti nei sobborghi: moschee tutte acconce e frequentate, tra pubbliche, di corporazioni e di privati. Nè Ibn-Haukal tante ne avea viste mai in cittadi uguali e maggiori; nè sapea trovarne riscontro se non a Cordova, il numero delle cui moschee gli era stato raccontato, ma in Palermo l'avea ritratto con gli occhi suoi proprii e tutti i cittadini gliel confermavano. Cordova in vero, decaduta nel decimoquarto secolo, ebbe da settecento moschee[707]e poco meno Costantinopoli fino al decimosettimo secolo.[708]
Dalla quale sovrabbondanza Ibn-Haukal cava argomento di riprendere i Palermitani che ciascuna famiglia per superbia e vanità volesse la sua cappella particolare, fin due fratelli che abitavan muro a muro. E narra che un Abu-Mohammed oriundo di Cafsa, giurista in materia di contratti,[709]arrivò a fabbricare vicino a venti passi alla propria una moschea pel figliuolo, affinchè vi desse lezioni di dritto. Notato poi che più di trecento pedagoghi insegnavan lettere ai giovanetti, v'appicca la chiosa che eleggean tal mestiere per iscusarsi dalla guerra sacra, anche in caso d'irruzione del nemico; ch'e' si vantavano di probità e di religione e facean da testimonii nei giudizii e nei contratti; ma in fondo nulla era in essi di bello nè di buono. Nè era in alcun altro. In fatti, il cadi Othman-ibn-Harrâr, uom timorato di Dio, conosciuti alla prova chi fossero i suoi concittadini, avea ricusato lor testimonianze, grave o leggiero che fosse il caso; onde s'era messo a terminar tutte le liti con accordi; e infermatosi gravemente ammonì chi dovea prendere il magistrato non si fidasse d'anima vivente. Al quale succedette, continua Ibn-Haukal, un Abu-Ibrahim-Ishak-ibn-Mâhili, che fece ridir di sè molte scempiaggini.[710]Che più, se non usano la circoncisione, nèosservano le preghiere, nè pagan la limosina legale, nè vanno in pellegrinaggio; e appena avvien che digiunino il ramadhan e che facciano il lavacro in un sol caso! E scaglia la sentenza: non essere in Palermo begli ingegni, nè uomini dotti, nè sagaci, nè religiosi; non vedersi al mondo gente meno svegliata, nè più stravagante; men vaga di lodevoli azioni, nè più bramosa d'apprendere vizii.
Ma si tradisce col filosofare: che la radice di tanto male è il gran mangiar che fanno di cipolle crude, mattina e sera, poveri e ricchi; ond'han guasto il cervello e ammorzato il senso.[711]In prova, ecco, bevon dei pozzi anzichè cercar le dolci acque correnti; al ragionar con essi t'accorgi c'han le traveggole; nel guardarli vedi alla cera la complessione intristita. Ghiottoni, che non si sgomentano a puzzo di cibi. Sudici di loro persone, da far parer mondi i Giudei. Allato al negrume di lor case diresti bigio un focolare. Nelle più splendide, vedi correre i polli e sconciare la stanza e fino i guanciali del padrone. Arroge che in Sicilia il frumento non si serba da un anno all'altro; e sovente, sì malvagio è l'aere, inverminisce su l'aia.
Il tempo è passato che scrivendo la storia si prendea battaglia per simili argomenti, e che la carità patria, bamboleggiando, avvampava sol nelle inezie. Purnon debbo ricusare ai miei concittadini musulmani di nove secoli addietro il giusto giudicio, secondo parer mio, come farei pei Medi o i Cinesi. Dico dunque che la storia letteraria della Sicilia dalla metà del decimo alla metà del duodecimo secolo non mostra nè ingegni grossi nè studii negletti; e Ibn-Haukal medesimo cel dà a vedere quando ricorda i logici che favellavano d'Aristotile, i trecento maestri di scuola e le tante moschee, parte delle quali serviva, come ognun sa, agli studii ch'or diciamo universitarii. Certamente, nel secolo che corse da Ibn-Haukal alla guerra normanna la cultura progredì sotto i Kelbiti; ma non poteva giacer sì bassa al suo tempo. Lo stesso penso dell'incivilimento esteriore, che pur era sì notevole nella detta guerra e dopo, come l'attesta qualche poesia d'Ibn-Hamdîs, al par che una geografia anonima,[712]e Ibn-Giobair e Ugone Falcando e con essi tutta la storia della dominazione normanna. Quanto alle virtù religiose secondo lor setta, le meno importanti si son viste nelle biografie dei devoti: la primaria, ch'era il genio guerriero, splendè in due nobilissime vittorie riportate, l'una pochi anni innanzi a Rametta sopra l'impero bizantino, l'altra pochi anni appresso in Calabria sopra Otone secondo. Però l'aspra censura è accozzata, come per lo più avviene, d'errori e di verità. Errore fu d'Ibn-Haukal, che, praticando coimercatanti del paese, ritrasse la nobiltà, i dottori e la plebe con tutte le sembianze che quei lor davano per invidia di classe. Errore, ch'ei condannò come vizii fisici e morali tutte le qualità insolite ch'ei notava in quei Musulmani misti di sangue greco e latino; mezzo stranieri ai lineamenti del volto, alla carnagione, alla pronunzia, agli usi, nè ben domati a tutte pratiche dell'islamismo. Verità era il fermentar dei molti elementi eterogenei di che si componea la popolazione della Sicilia e sopratutto di Palermo: tante schiatte; islamismo e avanzi palesi o latenti di cristianesimo; diritti civili disuguali, ricchezza e miseria, violenza guerriera e industria; torre di Babele, in cui doveano pullulare superbia, rancori, abiezione e infinite piaghe sociali. Se molte n'esagerava nella sua mente il buon mercatante di Bagdad, molte pur ne toccava con mano.
E in Sicilia non solo, ma in Spagna, ma in tutti gli stati musulmani del Mediterraneo. A leggere i suoi scritti lo si direbbe disingannato e dispettoso del non aver trovato in Ponente la virtù civile che mancava a Bagdad; come i mali proprii s'appongon sempre al destino, e gli altrui a chi li patisce. Similmente avviene che giudicando gli stranieri si vegga in molte cose la superficie, si sconoscano le virtù, ma s'imbercin diritto i vizii fondamentali; il che mi par abbia fatto Ibn-Haukal nella descrizione generale del Mediterraneo. Toccando quivi di Cipro e Creta: “Le tennero” ei dice “i Musulmani, i figliuoli dei combattenti della guerra sacra; ma l'invidia e la crudeltà invasaron cotesti popoli, al par che que' dei Confinidell'impero, della Mesopotamia e della Siria; proruppe tra loro il mal costume, la iniquità, l'ingordigia, la discordia, la perfidia, l'odio scambievole; sì che costoro apriron la strada ai nemici e serviranno d'ammonimento a chi ben consideri gli eventi.”[713]E pria di terminare il capitolo: “In oggi,” ripiglia, “i Rûm offendono i Musulmani con ogni maniera di scorrerie su le costiere di questo mare, e fan preda di nostre navi d'ogni banda; nè abbiam chi ci aiuti nè ci difenda. Abietti si calano i nostri principi, pieni d'avarizia e di superbia in casa; i dotti non curano nè intendono, ti danno responsi comentando come a lor piace, nè pensano a Dio nè alla vita futura; pessimi i mercatanti, non rifuggon da cosa illecita nè reo guadagno; i devoti balordi, pronti a voltar casacca, fanno cammino in ogni calamità e spiegan la vela ad ogni vento: e però i confini e le isole rimangono in balía dei nemici, e la terra si lagna con Dio della iniquità di cui la tiene.”[714]