CAPITOLO X.Fortuneggiarono i Fatemiti in questa rivoluzione. Dicemmo noi che le sètte kharegite ardeano ab antico tra i Berberi, or covando, or divampando. Dal ramo degli Ibaditi si spiccò, com'egli avviene, novella affiliazione che prese nome di Nekkariti;[444]e contaminò la giustizia dello scopo con la stolta iniquità dei mezzi; insegnando legittimi, l'omicidio, lo stupro, la rapina su tutti i non Nekkariti; ch'era a dir quasi tutto il genere umano. Gli ultimi proseliti par che oggidì rimangano gente industre e tranquilla, nell'isola delle Gerbe; ove al certo fecero gran parte della popolazione e corpo politico dassè, infino al decimoquarto e al decimoquinto secolo.[445]La setta prese subitoaugumento, nei principii del decimo secolo, alla esaltazione dei Fatemiti; quando si vide per prova la efficacia di coteste trame nella schiatta berbera, e quando la servile superstizione ismaeliana insultò e provocò i liberi spiriti dei Kharegi. Surse allora nel Gerîd tunisino, o vogliam dire regione meridionale dell'odierno Stato di Tunis, un Abu-Iezid-Mokhalled-ibn-Keidâd della tribù d'Ifren e nazione di Zenata; uom povero, piccino, zoppo, deforme in volto, ma di grande intelletto e animo da bastare a qualunque impresa; il quale, noiato di stentar la vita insegnando il Corano ai giovanetti, si mescolò coi dottori nakkariti che volean fare e non sapeano; divenne dei principali della setta; osò allargarla e mutarla in cospirazione. A capo d'una ventina d'anni d'affaticamento e persecuzioni, imprigionato dal governatore di Tauzer, liberato da' suoi per audace colpo di mano, si rifuggiva all'altra estremità dell'impero fatemita, tra i monti Aurès; dove accozzatisi con esso altri rami di sètte kharegite ed alcune tribù della nazione di Howâra, l'anno trecentrentuno (942-43) si deliberò la ribellione: che Abu-Iezîd ne fosse capo, e che, cacciati i Fatemiti, l'Affrica si reggesse a repubblica. Abu-Iezîd s'intitolò democraticamente Sceikh dei Credenti; si mostrò alla testa degli eserciti, vestito d'un rozzo saio di lana; montato sur un asinello balzano; onde gli dissero “Il cavalier del ciuco.” E con centomila Berberi di varie tribù, di varie sètte, feroci tutti e indisciplinati, occupò l'Affrica propria. Delle molte battaglie ch'ei combattè con varia fortuna, sempre con valore e costanza, ricorderemosol due, nelle quali gli stette a fronte un Siciliano, probabilmente di schiatta greca, per nome Boscera,[446]schiavo di Kâim. Aveva il califo a un tempo mandato Khalîl-ibn-Ishak a Kairewân, e questo Boscera con un esercito a Begia, città dentro terra tra Tunis e Bona, perchè la difendesse contro il ribelle che s'avanzava a quella volta, l'anno quarantaquattro. Appiccata la zuffa andavano in volta i seguaci d'Abu-Iezîd, quand'ei corso addosso ai fuggenti, smontava dal destrier di battaglia, si facea recare il baston da pellegrino, e l'asinello balzano; lo cavalcava gridando: “Così fa chi vuol non fuggire, ma vincere o morire!” Li rattestò; girò di fianco, tanto che giunse dietro gli accampamenti di Boscera, minacciando tagliargli la ritirata. Alla quale mossa, il capitano fatemita fe' suonare a raccolta; precipitosamente prese la via di Tunis, inseguito da Abu-Iezîd; il quale gli uccise gran gente; prese e messe a sacco Begia; occupò Tunis, abbandonata anco da Boscera che indietreggiava a Susa. Quivi gli giunsero rinforzi di Mehdia, e ordini di Kâim che ripigliasse le offese. Onde uscito da Susa, trovandosi a fronte un luogotenente d'Abu-Iezîd per nome Aiûb-ibn-Kheirân,combatterono ad Herkla, com'or si chiama, in sul golfo di Hammamet; dove trionfò Boscera con grande strage dei nemici; ma ritirossi a Mehdia pria che lo sopraggiugnesse Abu-Iezîd, col grosso dell'esercito.[447]Così, facendo una punta quando si poteva, Kâim contese l'Affrica ai ribelli; senza impedire che il medesimo anno cacciassero i suoi d'ogni luogo, fuorchè Susa e Mehdia, e lo assediassero nella capitale (gennaio 945). Occuparono tosto i sobborghi; dettero assalti alla fortezza, un de' quali (luglio 945) recò tal paura; che grande numero di cittadini, massime i mercatanti, rifuggivansi chi in Tripoli, chi in Egitto, molti in Sicilia.Nondimeno le fortificazioni di Mehdia salvarono la dinastia, dando tempo alla dissoluzione delle forze d'Abu-Iezîd che si componeano d'elementi eterogenei. La cittadinanza di Kairewân, e, poco più poco meno, il rimanente della schiatta arabica, mal soffriva la eresia nekkarita, quantunque Abu-Iezîd per soddisfar loro avesse ristorato in pubblico il culto ortodosso. Peggio potean tollerare le licenze e rapine dell'esercito, e la dominazione dei Berberi. Però la municipalità di Kairewân, quando aprì le porte ad Abu-Iezîd, fece secolui un accordo che si chiamassero gli Omeiadi di Spagna; ai quali furono mandati veramente oratori: e gli Omeiadi promesser molto, ma non si venne a conchiusione.[448]Intanto Abu-Iezîd,inebbriato dell'aver che fare con gentiluomini, si vestì di seta, montò bei cavalli, e si alienò gli animi dei Kharegi più schietti o più rozzi; de' quali un gli surse contro con le armi; altri a poco a poco l'abbandonavano; nè gli valse allora ripigliar l'asinello e la casacca di lana. La difficoltà dell'impresa di Mehdia, accrebbe le discordie tra gli assedianti. Vi si aggiunse la virtù d'Ismaele figliuolo di Kâim, giovane animoso, eloquentissimo, attivo, dotato di sagacità politica e di gran vedere nelle cose di guerra, al quale il padre affidò il comando supremo.Donde Abu-Iezîd, ributtato in varii assalti, vedendo assottigliare l'esercito da' malcontenti che se ne andavano e da' masnadieri che correano qua e là per l'Affrica in busca di più facil preda, partitosi di Mehdia (gennaio 946), osteggiò Susa, cui sperava ridurre di leggieri; e gli fallì. Venuto intanto a morte Kâim (maggio 946), Ismaele l'occultò; poi, avuti segnalati avvantaggi sopra il ribelle, promulgò la esaltazione al trono; preso il soprannome di Mansûr-biamr-Illah, o diremmo “Vittorioso per voler di Dio.” Continuando la guerra in persona, incalzò Abu-Iezîd ritrattosi negli Aurès; dopo fieri combattimenti lo assediò in un castello tra i monti di Kiâna; donde il ribelle tentò una sortita: fu colpito in fronte e alle spalle; fuggì; lo presero; e dopo pochi giorni morì di sueferite (agosto 947). I Nekkariti intanto erano uccisi per tutta l'Affrica alla spicciolata. Fadhl, figliuolo di Abu-Iezîd, che rimase in su le armi dopo il padre, fu morto a tradimento e mandata la testa a Mansûr; morto a tradimento Aiûb, altro figliuolo rinomato scrittore di genealogie berbere; perseguitata fieramente tutta la tribù d'Ifren.Così ebbe fine dopo quattro anni la ribellione nekkarita. Kâim, serrato in Mahdia, non s'era trovati altri amici fedeli che la tribù di Kotâma e una parte della nazione di Sanhâgia che ubbidiva a Zîri-ibn-Menâd: e da ciò venne la grandezza della casa di Zîri, che regnò in Affrica per due secoli. Capitano e consigliere fidatissimo di Mansûr nella medesima guerra fu Abu-l-Kâsem-Hasan-ibn-Ali-ibn-Abi-Hosein, della tribù arabica di Kelb; rimunerato incontanente col governo della Sicilia, che rimase per un secolo a' suoi discendenti.[449]Aggiugne un diligente compilatore, essersi dato ad Hasan tal altro carico che parrebbe macchia ai nomi più infamati dei nostri dì; ma lo possiam credere al decimo secolo, sì come i posteri sarà forza che credano al secol decimonono il supplizio del bastone in Italia. Quel prode e colto Mansûr avea fatto scorticare il cadavere d'Abu-Iezîd, imbottir di bambagia la pelle e condurre il miserosembiante per cinque mesi per le città principali d'Affrica, legato sopra un camelo, in mezzo a due scimmie addestrate a schiaffeggiarlo e pelargli la barba. Or si narra che Hasan dovesse recarlo a spettacolo in Sicilia, con giunta della testa di Fadhl, ucciso di fresco. Se non che il legno fece naufragio; la pelle d'Abu-Iezîd fu salvata; e si tennero contenti d'appenderla a quella stessa porta di Mehdia, ov'egli era arrivato a piantare una lancia al tempo dell'assedio.[450]In Sicilia per sei anni non s'erano più udite nè guerre nè tumulti, ma furti, soprusi, violenze private: il forte, dice la cronica, si mangiava il debole;[451]accennando senza dubbio alle enormezze dei nobili e dei condottieri berberi e mercenarii che avea lasciato Khalîl. Nè l'abbondanza potea succedere alla fame, là dove mancavan le braccia a coltivare il suolo, dopo la orrenda cavata di sangue del novecenquaranta. In questo incontro un Crinite, armeno, stratego di Calabria,[452]incettava frumento a basso prezzo nella provincia e rivendealo a peso d'oro nella Sicilia oppressa (son le parole di Cedreno) dalla fame e dalla guerra che vi portarono i Cirenaici; nella quale guerra i Romani dettero asilo ai fuggitivi Cartaginesi, nè lor nazioneosò ridomandarli nè esigere il tributo, temendo non i Romani negassero le vittuaglie.[453]Traducendo cotesti nomi di storia antica che i Bizantini non sapeano smettere, si ha la confermazione di quanto ci narrano gli scrittori arabi. Si ritrae che il Crinite continuava suo traffico almen fino al novecenquarantacinque; poichè l'imperatore che lo spogliò dell'oficio e dei danari mal tolti, fu Costantino Porfirogenito.[454]Veramente la colonia di Sicilia in questo breve tratto era divenuta ludibrio delle genti vicine. Ibn-'Attâf e Ibn-Kufi preposti da Khalîl, quand'ei tornossi in Affrica, sembrano proprio il capo bargello e il capo riscotitore; nè alcuno avea titolo d'emir, come poc'anzi Sâlem:motewalli, in fatti, li chiama la cronica siciliana, che vuol dire “delegati” e litteralmente “pseudo-wâli.”[455]Forse fu surrogato, il novecentrentaquattro, un Ibn-Asci'ath a Ibn-Kufi, che tra i due sembra il riscotitore; forse Ibn-'Attâf, il bargello, ebbe autorità un po' più larga il novecentrentacinque, quando il califo fatemita pericolava in Affrica e ricominciavano le mormorazioni in Palermo.[456]Ma la debolezza che icompilatori appongono a Ibn-'Attâf era per vero la poca autorità dell'oficio, da non poter armare la gioventù, dare gli stipendii, osteggiare gli Infedeli, strappar loro il tributo o far colta di bottino e prigioni. Kâim, seguendo e rincalzando la pratica del padre, avea tanto accentrato il governo in Affrica e indebolito la colonia, da toglierle il principio vitale della società musulmana, ch'era la guerra: perpetuo errore dei despoti a tener il popolo tra morto e vivo per assicurarsi di lui. Il che nuoce al popolo, nuoce al despota e non impedisce le rivoluzioni; poichè e gli oppressi n'avran voglia sempre e l'oppressore non potrà prevenirle sempre. Di tutte le città musulmane, Palermo avea patito minor danno nella guerra di Khalîl. La nobiltà, i giuristi, la plebe, mal soffrendo tanta abiezione; suscitati dalle nuove d'Affrica, dove Abu-Iezîd tuttavia combattea, non seppero star cheti l'anno novecenquarantasette alla fine del ramadhan, quando le pratiche religiose e la frequenza del popolo in piazza riscaldan più le teste ai Musulmani.Nella festa che sorvenne del primo scewâl trecentrentacinque(24 aprile 947), i Beni-Tabari, nobil casato d'origine persiana ch'era dei primi nel consiglio municipale di Palermo, levano il romore contro Ibn-'Attâf, gridando che per la costui dappocaggine e viltà i Cristiani calpestano il nome musulmano, si ridon dei patti e da tanti anni non pagan tributo. Il popolo li seguì: uscito in piazza 'Attâf coi fanti del bargello, si vien alle mani; sbaragliati i fanti e molti uccisi; prese le bandiere e le taballe di 'Attâf; sì che a mala pena arrivò a chiudersi in castello. I cittadini se ne tornavano a lor case senza incalzarlo altrimenti. Attâf indi a scrivere i soliti letteroni al principe che mandasse stuoli di soldati subito subito. I capi del tumulto procacciaron dal canto loro di ritrar come andasse la guerra d'Abu-Iezîd e che intendesse di fare in Sicilia Mansûr. Saputo ch'egli fosse per commettere il governo dell'isola ad Hasan-ibn-Ali, partirono per Mehdia Ali-ibn-Tabari ed altri uomini di nota, a chiedere, in scambio di Hasan, un emiro di lor piacimento. Il qual fine si proponeano di conseguir per amore o per forza; raccomandando ai partigiani in Palermo che non lasciassero entrare in città Hasan-ibn-Ali, nè sbarcare i seguaci dalle navi; ma aspettassero le lettere ch'essi avrebbero scritto dall'Affrica dopo l'abboccamento con Mansûr.[457]Cotestapratica si dèe riferire alla state del novecenquarantotto, quando Mansûr, spenti gli ultimi avanzi della ribellione in Affrica, ebbe agio di pensare alla Sicilia.[458]Diverso dagli emiri che vennero per lo addietro a ripigliar lo stato in Sicilia, Hasan-ibn-Alî sciolse d'Affrica con poche navi: sbarcato a Mazara senza strepito, stettevi tutto il dì, come in quarantena; non facendosi anima vivente a dargli il benvenuto. A notte scura comparve una man di Kotamii, d'Arabi d'Affrica[459]e d'altre genti, scusandosi che non l'avessero osato prima per timore dei Beni-Tabari e di loro aderenti, e ragguagliandolo dell'ambasceria in Affrica e altre disposizioni della parte. Nè andò guari che giunse a Mazara una brigata della parte, a speculare le forze e intendimenti di Hasan. Vistolo sprovveduto, da poterlo menare com'e' voleano, gli contaron fole: ed e fe' le viste di beversele; promettendo che non moverebbeun passo da Mazara s'e' non andassero a Palermo e tornassero con la risposta: chè probabilmente avean pretestato doverne deliberare lagema'. Ma come prima seppeli partiti, cavalcò per altra via con picciolo stuolo per andare a guadagnar loro le mosse in Palermo; dove era manifesto che avrebbero adunato tutti i fautori e sollevato la città contro di lui. La parte dunque consultava comodamente e rideasi forse di Hasan, quando si sparge che il novello emiro è a Baida, alle porte della città. L'Hâkim,[460]gli oficiali pubblici, tutti coloro che bramavano il buono stato, scrive Ibn-el-Athîr, e par non significhi questa volta i vigliacchi e i pecoroni, tutti gli vanno all'incontro; ed Hasan ad onorarli, a informarsi delle condizioni e bisogni della città, senza quel cipiglio sbirresco che da tanti anni si solea vedere in volto ai governanti. Ismaele-ibn-Tabari, capo della fazione aristocratica, sapendo che tutta la città usciva ad accoglier l'emiro, non potè far che non andasse con gli altri; e al par che gli altri, o forse più, fu ricambiato di cortesie. Tornato alle sue case che si sentiva scappar di mano le fila della trama, peggio indispettì sapendo che Hasan se n'era ito bel bello in palagio, e che gli s'accostavano non solamente gli avversarii ma i partigiani stessi dei Beni-Tabari. Pensando ai modi di frastornare la opinione pubblica, il migliore gli parve una calunnia.Un cittadino, cagnotto suo, gitta gli occhi addosso ad un negro della guardia d'Hasan ch'avea nome d'uomo valorosissimo e amato indi dall'emiro; gli si avvicina con bei modi; lo invita ad entrare nelle sue stanze; quando ve l'ebbe attirato, salta fuori gridando: “Accorrete, accorrete, questo masnadiere mi s'è ficcato in casa e vuole sforzarmi la moglie in faccia mia.” Il popolo trasse al romore. Ismaele non mancò di cacciarsi in mezzo borbottando: “Bel preludio! Non son padroni per anco del paese, e ci trattan così! Che dobbiamo aspettarci quando metteranno radice?” E suggeriva d'andare a chieder vendetta all'emiro; supponendo ch'ei non la farebbe, e che il popolo infiammato di sdegno romperebbesi al tumulto e ne sarebbe cacciato Hasan. La plebe, seguendo lo zimbello che non cessava dalli schiamazzi, trasse dinanzi all'emiro. Il quale ascolta pacatamente la querela; risponde a quell'uomo: “Se dici il vero, giuralo dinanzi a Dio;” e poichè lo sciagurato giurava, comandò incontanente di mozzar la testa allo schiavo. Al quale supplizio inaspettato, rallegrossi tutta la città: “Ecco la prima volta, sclamavano, che veggiam far la giustizia; or si può viver sicuri in Palermo.” Ismaele si rannicchiò.[461]Ed Hasan, come se nulla fosse stato, lo vezzeggiava al par che gli altri capi della parte; la qual commedia durò sino allo scorcio del novecenquarantotto. Dello scioglimento abbiamo due tradizioni: laprima, riferita da Ibn-el-Athîr e scritta evidentemente nelle croniche musulmane d'Affrica; la seconda, è immediata testimonianza d'un Siciliano, di professione o almen d'origine cristiano: e l'una rappresenta la sostanza del fatto; l'altra l'apparenza che gli diè il governo. Al dir della prima, il califo, che avea senza dubbio tenuto a bada gli ambasciatori della fazione, sapendo ben avviate le cose di Palermo, li fe' d'un subito catturare in Affrica: che furono Ali-ibn-Tabari, Mohammed-ibn-'Abdûn, Mohammed-ibn-Genâ e altri di minor nome; e scrisse ad Hasan che prendesse lor compagni; il quale, giudicando ardua cotesta impresa, la compiè a tradimento. La cronica del paese, narra in vece che quei di Palermo congiuravano contro Hasan; e ch'egli addandosene “li colse alla rete:” questa è proprio la parola, la quale si direbbe rubata ai liberti che scrivean le croniche degli Omeiadi di Spagna e ne palliavano i delitti.[462]Ma ognun vede che le due tradizioni s'addentellano come pezzi d'antica iscrizione che il caso abbia fatto trovare in tempi diversi. Il venticinque dicembre del quarantotto[463]Hasan mandava a dire da buon compagnonead Ismaele: “M'hai promesso di condurmi a diporto nel tuo giardino; vien dunque al castello e andremo insieme.” Somigliante messaggio inviò, a nome d'Ismaele, agli altri notabili della fazione. Entrati tutti senza sospetto, lasciando gli stuoli di lor séguito alle porte del palagio, l'emiro li intrattenne con bei ragionamenti e cortesie fino ad ora tarda; non traspirando fuor le mura altro che allegrezza: poi richiese la brigata di spender quella notte in festa secolui e che la dimane si cavalcherebbe alla villa dei Beni-Tabari e fe' dire ai seguaci di fuori, si ritirassero a casa e tornassero la dimane, poichè lor signorie rimanean ospiti dell'emiro. Al sacro nome d'ospitalità niuno pensò a male. E la dimane si videro appiccati ai pali tanti cadaveri mutili delle mani e dei piè. Erano Ismaele-ibn-Tabari, Regiâ-ibn-Genâ un Mohammed e parecchi altri di cui non si ricordano i nomi.[464]Tenne dietro al supplizio la confiscazion dei beni. Fatto il colpo, crebbero i partigiani di Hasan; il reggimento piacque all'universale dei cittadini; la colonia posò dai tumulti; ripigliò animo e forze: così litteralmente le croniche.[465]Ed e' si comprende come l'utile colpa sia stata approvata non solo da chi scrisse, ma ancoda chi vide e forse dalla più parte del popolo che ne fruì. Oltre i costumi dei tempi, oltre l'ammirazione volgare della vittoria, oltre l'invidia soddisfatta di questo e di quello, ei non si può negare che il misfatto di Hasan tornò utile al pubblico; poichè i Tabari, i Genâ, i nobili di Palermo e lor clientele non erano al certo tribuni zelanti del ben pubblico, ma tirannelli che disputavan tra loro e ad un tiranno più grande il dritto di sopraffare la gente minuta. Donde possiam dire anche noi: bene stia ai vinti. Nè però assolviamo il vincitore, il quale esordì a Mazara con la menzogna: rincalzò all'entrare in Palermo col supplizio del soldato innocente; compì l'opera con far trappola delle proprie case e arme della giustizia il tradimento. Come dovea navigare Hasan tra cotesti due scogli, lo lasciamo a risolvere ai casisti. L'insegnamento che vogliamo cavarne è che gli Stati non ordinati secondo uguaglianza e libertà, non hanno rimedio ai mali loro che sia scevro di colpa.
Fortuneggiarono i Fatemiti in questa rivoluzione. Dicemmo noi che le sètte kharegite ardeano ab antico tra i Berberi, or covando, or divampando. Dal ramo degli Ibaditi si spiccò, com'egli avviene, novella affiliazione che prese nome di Nekkariti;[444]e contaminò la giustizia dello scopo con la stolta iniquità dei mezzi; insegnando legittimi, l'omicidio, lo stupro, la rapina su tutti i non Nekkariti; ch'era a dir quasi tutto il genere umano. Gli ultimi proseliti par che oggidì rimangano gente industre e tranquilla, nell'isola delle Gerbe; ove al certo fecero gran parte della popolazione e corpo politico dassè, infino al decimoquarto e al decimoquinto secolo.[445]La setta prese subitoaugumento, nei principii del decimo secolo, alla esaltazione dei Fatemiti; quando si vide per prova la efficacia di coteste trame nella schiatta berbera, e quando la servile superstizione ismaeliana insultò e provocò i liberi spiriti dei Kharegi. Surse allora nel Gerîd tunisino, o vogliam dire regione meridionale dell'odierno Stato di Tunis, un Abu-Iezid-Mokhalled-ibn-Keidâd della tribù d'Ifren e nazione di Zenata; uom povero, piccino, zoppo, deforme in volto, ma di grande intelletto e animo da bastare a qualunque impresa; il quale, noiato di stentar la vita insegnando il Corano ai giovanetti, si mescolò coi dottori nakkariti che volean fare e non sapeano; divenne dei principali della setta; osò allargarla e mutarla in cospirazione. A capo d'una ventina d'anni d'affaticamento e persecuzioni, imprigionato dal governatore di Tauzer, liberato da' suoi per audace colpo di mano, si rifuggiva all'altra estremità dell'impero fatemita, tra i monti Aurès; dove accozzatisi con esso altri rami di sètte kharegite ed alcune tribù della nazione di Howâra, l'anno trecentrentuno (942-43) si deliberò la ribellione: che Abu-Iezîd ne fosse capo, e che, cacciati i Fatemiti, l'Affrica si reggesse a repubblica. Abu-Iezîd s'intitolò democraticamente Sceikh dei Credenti; si mostrò alla testa degli eserciti, vestito d'un rozzo saio di lana; montato sur un asinello balzano; onde gli dissero “Il cavalier del ciuco.” E con centomila Berberi di varie tribù, di varie sètte, feroci tutti e indisciplinati, occupò l'Affrica propria. Delle molte battaglie ch'ei combattè con varia fortuna, sempre con valore e costanza, ricorderemosol due, nelle quali gli stette a fronte un Siciliano, probabilmente di schiatta greca, per nome Boscera,[446]schiavo di Kâim. Aveva il califo a un tempo mandato Khalîl-ibn-Ishak a Kairewân, e questo Boscera con un esercito a Begia, città dentro terra tra Tunis e Bona, perchè la difendesse contro il ribelle che s'avanzava a quella volta, l'anno quarantaquattro. Appiccata la zuffa andavano in volta i seguaci d'Abu-Iezîd, quand'ei corso addosso ai fuggenti, smontava dal destrier di battaglia, si facea recare il baston da pellegrino, e l'asinello balzano; lo cavalcava gridando: “Così fa chi vuol non fuggire, ma vincere o morire!” Li rattestò; girò di fianco, tanto che giunse dietro gli accampamenti di Boscera, minacciando tagliargli la ritirata. Alla quale mossa, il capitano fatemita fe' suonare a raccolta; precipitosamente prese la via di Tunis, inseguito da Abu-Iezîd; il quale gli uccise gran gente; prese e messe a sacco Begia; occupò Tunis, abbandonata anco da Boscera che indietreggiava a Susa. Quivi gli giunsero rinforzi di Mehdia, e ordini di Kâim che ripigliasse le offese. Onde uscito da Susa, trovandosi a fronte un luogotenente d'Abu-Iezîd per nome Aiûb-ibn-Kheirân,combatterono ad Herkla, com'or si chiama, in sul golfo di Hammamet; dove trionfò Boscera con grande strage dei nemici; ma ritirossi a Mehdia pria che lo sopraggiugnesse Abu-Iezîd, col grosso dell'esercito.[447]Così, facendo una punta quando si poteva, Kâim contese l'Affrica ai ribelli; senza impedire che il medesimo anno cacciassero i suoi d'ogni luogo, fuorchè Susa e Mehdia, e lo assediassero nella capitale (gennaio 945). Occuparono tosto i sobborghi; dettero assalti alla fortezza, un de' quali (luglio 945) recò tal paura; che grande numero di cittadini, massime i mercatanti, rifuggivansi chi in Tripoli, chi in Egitto, molti in Sicilia.
Nondimeno le fortificazioni di Mehdia salvarono la dinastia, dando tempo alla dissoluzione delle forze d'Abu-Iezîd che si componeano d'elementi eterogenei. La cittadinanza di Kairewân, e, poco più poco meno, il rimanente della schiatta arabica, mal soffriva la eresia nekkarita, quantunque Abu-Iezîd per soddisfar loro avesse ristorato in pubblico il culto ortodosso. Peggio potean tollerare le licenze e rapine dell'esercito, e la dominazione dei Berberi. Però la municipalità di Kairewân, quando aprì le porte ad Abu-Iezîd, fece secolui un accordo che si chiamassero gli Omeiadi di Spagna; ai quali furono mandati veramente oratori: e gli Omeiadi promesser molto, ma non si venne a conchiusione.[448]Intanto Abu-Iezîd,inebbriato dell'aver che fare con gentiluomini, si vestì di seta, montò bei cavalli, e si alienò gli animi dei Kharegi più schietti o più rozzi; de' quali un gli surse contro con le armi; altri a poco a poco l'abbandonavano; nè gli valse allora ripigliar l'asinello e la casacca di lana. La difficoltà dell'impresa di Mehdia, accrebbe le discordie tra gli assedianti. Vi si aggiunse la virtù d'Ismaele figliuolo di Kâim, giovane animoso, eloquentissimo, attivo, dotato di sagacità politica e di gran vedere nelle cose di guerra, al quale il padre affidò il comando supremo.
Donde Abu-Iezîd, ributtato in varii assalti, vedendo assottigliare l'esercito da' malcontenti che se ne andavano e da' masnadieri che correano qua e là per l'Affrica in busca di più facil preda, partitosi di Mehdia (gennaio 946), osteggiò Susa, cui sperava ridurre di leggieri; e gli fallì. Venuto intanto a morte Kâim (maggio 946), Ismaele l'occultò; poi, avuti segnalati avvantaggi sopra il ribelle, promulgò la esaltazione al trono; preso il soprannome di Mansûr-biamr-Illah, o diremmo “Vittorioso per voler di Dio.” Continuando la guerra in persona, incalzò Abu-Iezîd ritrattosi negli Aurès; dopo fieri combattimenti lo assediò in un castello tra i monti di Kiâna; donde il ribelle tentò una sortita: fu colpito in fronte e alle spalle; fuggì; lo presero; e dopo pochi giorni morì di sueferite (agosto 947). I Nekkariti intanto erano uccisi per tutta l'Affrica alla spicciolata. Fadhl, figliuolo di Abu-Iezîd, che rimase in su le armi dopo il padre, fu morto a tradimento e mandata la testa a Mansûr; morto a tradimento Aiûb, altro figliuolo rinomato scrittore di genealogie berbere; perseguitata fieramente tutta la tribù d'Ifren.
Così ebbe fine dopo quattro anni la ribellione nekkarita. Kâim, serrato in Mahdia, non s'era trovati altri amici fedeli che la tribù di Kotâma e una parte della nazione di Sanhâgia che ubbidiva a Zîri-ibn-Menâd: e da ciò venne la grandezza della casa di Zîri, che regnò in Affrica per due secoli. Capitano e consigliere fidatissimo di Mansûr nella medesima guerra fu Abu-l-Kâsem-Hasan-ibn-Ali-ibn-Abi-Hosein, della tribù arabica di Kelb; rimunerato incontanente col governo della Sicilia, che rimase per un secolo a' suoi discendenti.[449]Aggiugne un diligente compilatore, essersi dato ad Hasan tal altro carico che parrebbe macchia ai nomi più infamati dei nostri dì; ma lo possiam credere al decimo secolo, sì come i posteri sarà forza che credano al secol decimonono il supplizio del bastone in Italia. Quel prode e colto Mansûr avea fatto scorticare il cadavere d'Abu-Iezîd, imbottir di bambagia la pelle e condurre il miserosembiante per cinque mesi per le città principali d'Affrica, legato sopra un camelo, in mezzo a due scimmie addestrate a schiaffeggiarlo e pelargli la barba. Or si narra che Hasan dovesse recarlo a spettacolo in Sicilia, con giunta della testa di Fadhl, ucciso di fresco. Se non che il legno fece naufragio; la pelle d'Abu-Iezîd fu salvata; e si tennero contenti d'appenderla a quella stessa porta di Mehdia, ov'egli era arrivato a piantare una lancia al tempo dell'assedio.[450]
In Sicilia per sei anni non s'erano più udite nè guerre nè tumulti, ma furti, soprusi, violenze private: il forte, dice la cronica, si mangiava il debole;[451]accennando senza dubbio alle enormezze dei nobili e dei condottieri berberi e mercenarii che avea lasciato Khalîl. Nè l'abbondanza potea succedere alla fame, là dove mancavan le braccia a coltivare il suolo, dopo la orrenda cavata di sangue del novecenquaranta. In questo incontro un Crinite, armeno, stratego di Calabria,[452]incettava frumento a basso prezzo nella provincia e rivendealo a peso d'oro nella Sicilia oppressa (son le parole di Cedreno) dalla fame e dalla guerra che vi portarono i Cirenaici; nella quale guerra i Romani dettero asilo ai fuggitivi Cartaginesi, nè lor nazioneosò ridomandarli nè esigere il tributo, temendo non i Romani negassero le vittuaglie.[453]Traducendo cotesti nomi di storia antica che i Bizantini non sapeano smettere, si ha la confermazione di quanto ci narrano gli scrittori arabi. Si ritrae che il Crinite continuava suo traffico almen fino al novecenquarantacinque; poichè l'imperatore che lo spogliò dell'oficio e dei danari mal tolti, fu Costantino Porfirogenito.[454]
Veramente la colonia di Sicilia in questo breve tratto era divenuta ludibrio delle genti vicine. Ibn-'Attâf e Ibn-Kufi preposti da Khalîl, quand'ei tornossi in Affrica, sembrano proprio il capo bargello e il capo riscotitore; nè alcuno avea titolo d'emir, come poc'anzi Sâlem:motewalli, in fatti, li chiama la cronica siciliana, che vuol dire “delegati” e litteralmente “pseudo-wâli.”[455]Forse fu surrogato, il novecentrentaquattro, un Ibn-Asci'ath a Ibn-Kufi, che tra i due sembra il riscotitore; forse Ibn-'Attâf, il bargello, ebbe autorità un po' più larga il novecentrentacinque, quando il califo fatemita pericolava in Affrica e ricominciavano le mormorazioni in Palermo.[456]Ma la debolezza che icompilatori appongono a Ibn-'Attâf era per vero la poca autorità dell'oficio, da non poter armare la gioventù, dare gli stipendii, osteggiare gli Infedeli, strappar loro il tributo o far colta di bottino e prigioni. Kâim, seguendo e rincalzando la pratica del padre, avea tanto accentrato il governo in Affrica e indebolito la colonia, da toglierle il principio vitale della società musulmana, ch'era la guerra: perpetuo errore dei despoti a tener il popolo tra morto e vivo per assicurarsi di lui. Il che nuoce al popolo, nuoce al despota e non impedisce le rivoluzioni; poichè e gli oppressi n'avran voglia sempre e l'oppressore non potrà prevenirle sempre. Di tutte le città musulmane, Palermo avea patito minor danno nella guerra di Khalîl. La nobiltà, i giuristi, la plebe, mal soffrendo tanta abiezione; suscitati dalle nuove d'Affrica, dove Abu-Iezîd tuttavia combattea, non seppero star cheti l'anno novecenquarantasette alla fine del ramadhan, quando le pratiche religiose e la frequenza del popolo in piazza riscaldan più le teste ai Musulmani.
Nella festa che sorvenne del primo scewâl trecentrentacinque(24 aprile 947), i Beni-Tabari, nobil casato d'origine persiana ch'era dei primi nel consiglio municipale di Palermo, levano il romore contro Ibn-'Attâf, gridando che per la costui dappocaggine e viltà i Cristiani calpestano il nome musulmano, si ridon dei patti e da tanti anni non pagan tributo. Il popolo li seguì: uscito in piazza 'Attâf coi fanti del bargello, si vien alle mani; sbaragliati i fanti e molti uccisi; prese le bandiere e le taballe di 'Attâf; sì che a mala pena arrivò a chiudersi in castello. I cittadini se ne tornavano a lor case senza incalzarlo altrimenti. Attâf indi a scrivere i soliti letteroni al principe che mandasse stuoli di soldati subito subito. I capi del tumulto procacciaron dal canto loro di ritrar come andasse la guerra d'Abu-Iezîd e che intendesse di fare in Sicilia Mansûr. Saputo ch'egli fosse per commettere il governo dell'isola ad Hasan-ibn-Ali, partirono per Mehdia Ali-ibn-Tabari ed altri uomini di nota, a chiedere, in scambio di Hasan, un emiro di lor piacimento. Il qual fine si proponeano di conseguir per amore o per forza; raccomandando ai partigiani in Palermo che non lasciassero entrare in città Hasan-ibn-Ali, nè sbarcare i seguaci dalle navi; ma aspettassero le lettere ch'essi avrebbero scritto dall'Affrica dopo l'abboccamento con Mansûr.[457]Cotestapratica si dèe riferire alla state del novecenquarantotto, quando Mansûr, spenti gli ultimi avanzi della ribellione in Affrica, ebbe agio di pensare alla Sicilia.[458]
Diverso dagli emiri che vennero per lo addietro a ripigliar lo stato in Sicilia, Hasan-ibn-Alî sciolse d'Affrica con poche navi: sbarcato a Mazara senza strepito, stettevi tutto il dì, come in quarantena; non facendosi anima vivente a dargli il benvenuto. A notte scura comparve una man di Kotamii, d'Arabi d'Affrica[459]e d'altre genti, scusandosi che non l'avessero osato prima per timore dei Beni-Tabari e di loro aderenti, e ragguagliandolo dell'ambasceria in Affrica e altre disposizioni della parte. Nè andò guari che giunse a Mazara una brigata della parte, a speculare le forze e intendimenti di Hasan. Vistolo sprovveduto, da poterlo menare com'e' voleano, gli contaron fole: ed e fe' le viste di beversele; promettendo che non moverebbeun passo da Mazara s'e' non andassero a Palermo e tornassero con la risposta: chè probabilmente avean pretestato doverne deliberare lagema'. Ma come prima seppeli partiti, cavalcò per altra via con picciolo stuolo per andare a guadagnar loro le mosse in Palermo; dove era manifesto che avrebbero adunato tutti i fautori e sollevato la città contro di lui. La parte dunque consultava comodamente e rideasi forse di Hasan, quando si sparge che il novello emiro è a Baida, alle porte della città. L'Hâkim,[460]gli oficiali pubblici, tutti coloro che bramavano il buono stato, scrive Ibn-el-Athîr, e par non significhi questa volta i vigliacchi e i pecoroni, tutti gli vanno all'incontro; ed Hasan ad onorarli, a informarsi delle condizioni e bisogni della città, senza quel cipiglio sbirresco che da tanti anni si solea vedere in volto ai governanti. Ismaele-ibn-Tabari, capo della fazione aristocratica, sapendo che tutta la città usciva ad accoglier l'emiro, non potè far che non andasse con gli altri; e al par che gli altri, o forse più, fu ricambiato di cortesie. Tornato alle sue case che si sentiva scappar di mano le fila della trama, peggio indispettì sapendo che Hasan se n'era ito bel bello in palagio, e che gli s'accostavano non solamente gli avversarii ma i partigiani stessi dei Beni-Tabari. Pensando ai modi di frastornare la opinione pubblica, il migliore gli parve una calunnia.
Un cittadino, cagnotto suo, gitta gli occhi addosso ad un negro della guardia d'Hasan ch'avea nome d'uomo valorosissimo e amato indi dall'emiro; gli si avvicina con bei modi; lo invita ad entrare nelle sue stanze; quando ve l'ebbe attirato, salta fuori gridando: “Accorrete, accorrete, questo masnadiere mi s'è ficcato in casa e vuole sforzarmi la moglie in faccia mia.” Il popolo trasse al romore. Ismaele non mancò di cacciarsi in mezzo borbottando: “Bel preludio! Non son padroni per anco del paese, e ci trattan così! Che dobbiamo aspettarci quando metteranno radice?” E suggeriva d'andare a chieder vendetta all'emiro; supponendo ch'ei non la farebbe, e che il popolo infiammato di sdegno romperebbesi al tumulto e ne sarebbe cacciato Hasan. La plebe, seguendo lo zimbello che non cessava dalli schiamazzi, trasse dinanzi all'emiro. Il quale ascolta pacatamente la querela; risponde a quell'uomo: “Se dici il vero, giuralo dinanzi a Dio;” e poichè lo sciagurato giurava, comandò incontanente di mozzar la testa allo schiavo. Al quale supplizio inaspettato, rallegrossi tutta la città: “Ecco la prima volta, sclamavano, che veggiam far la giustizia; or si può viver sicuri in Palermo.” Ismaele si rannicchiò.[461]
Ed Hasan, come se nulla fosse stato, lo vezzeggiava al par che gli altri capi della parte; la qual commedia durò sino allo scorcio del novecenquarantotto. Dello scioglimento abbiamo due tradizioni: laprima, riferita da Ibn-el-Athîr e scritta evidentemente nelle croniche musulmane d'Affrica; la seconda, è immediata testimonianza d'un Siciliano, di professione o almen d'origine cristiano: e l'una rappresenta la sostanza del fatto; l'altra l'apparenza che gli diè il governo. Al dir della prima, il califo, che avea senza dubbio tenuto a bada gli ambasciatori della fazione, sapendo ben avviate le cose di Palermo, li fe' d'un subito catturare in Affrica: che furono Ali-ibn-Tabari, Mohammed-ibn-'Abdûn, Mohammed-ibn-Genâ e altri di minor nome; e scrisse ad Hasan che prendesse lor compagni; il quale, giudicando ardua cotesta impresa, la compiè a tradimento. La cronica del paese, narra in vece che quei di Palermo congiuravano contro Hasan; e ch'egli addandosene “li colse alla rete:” questa è proprio la parola, la quale si direbbe rubata ai liberti che scrivean le croniche degli Omeiadi di Spagna e ne palliavano i delitti.[462]Ma ognun vede che le due tradizioni s'addentellano come pezzi d'antica iscrizione che il caso abbia fatto trovare in tempi diversi. Il venticinque dicembre del quarantotto[463]Hasan mandava a dire da buon compagnonead Ismaele: “M'hai promesso di condurmi a diporto nel tuo giardino; vien dunque al castello e andremo insieme.” Somigliante messaggio inviò, a nome d'Ismaele, agli altri notabili della fazione. Entrati tutti senza sospetto, lasciando gli stuoli di lor séguito alle porte del palagio, l'emiro li intrattenne con bei ragionamenti e cortesie fino ad ora tarda; non traspirando fuor le mura altro che allegrezza: poi richiese la brigata di spender quella notte in festa secolui e che la dimane si cavalcherebbe alla villa dei Beni-Tabari e fe' dire ai seguaci di fuori, si ritirassero a casa e tornassero la dimane, poichè lor signorie rimanean ospiti dell'emiro. Al sacro nome d'ospitalità niuno pensò a male. E la dimane si videro appiccati ai pali tanti cadaveri mutili delle mani e dei piè. Erano Ismaele-ibn-Tabari, Regiâ-ibn-Genâ un Mohammed e parecchi altri di cui non si ricordano i nomi.[464]Tenne dietro al supplizio la confiscazion dei beni. Fatto il colpo, crebbero i partigiani di Hasan; il reggimento piacque all'universale dei cittadini; la colonia posò dai tumulti; ripigliò animo e forze: così litteralmente le croniche.[465]Ed e' si comprende come l'utile colpa sia stata approvata non solo da chi scrisse, ma ancoda chi vide e forse dalla più parte del popolo che ne fruì. Oltre i costumi dei tempi, oltre l'ammirazione volgare della vittoria, oltre l'invidia soddisfatta di questo e di quello, ei non si può negare che il misfatto di Hasan tornò utile al pubblico; poichè i Tabari, i Genâ, i nobili di Palermo e lor clientele non erano al certo tribuni zelanti del ben pubblico, ma tirannelli che disputavan tra loro e ad un tiranno più grande il dritto di sopraffare la gente minuta. Donde possiam dire anche noi: bene stia ai vinti. Nè però assolviamo il vincitore, il quale esordì a Mazara con la menzogna: rincalzò all'entrare in Palermo col supplizio del soldato innocente; compì l'opera con far trappola delle proprie case e arme della giustizia il tradimento. Come dovea navigare Hasan tra cotesti due scogli, lo lasciamo a risolvere ai casisti. L'insegnamento che vogliamo cavarne è che gli Stati non ordinati secondo uguaglianza e libertà, non hanno rimedio ai mali loro che sia scevro di colpa.