CAPITOLO X.

CAPITOLO X.L'ultimo e men tristo sforzo dell'impero greco sopra la Sicilia, fu ordinato da un frate eunuco, per nome Giovanni, il quale pervenuto era al comando per magagna senza esempio: messo innanzi un garzonaccio fratel suo, che se ne invaghisse Zoe, vicina ai cinquant'anni; fattole avvelenare Romano Argirio, e, mentre spirava, gridar imperatore il drudo, sposarlo la dimane dinanzi il patriarca di Costantinopoli che benedisse le nozze. Michele Paflagone, salito al trono per tal via, mezzo scimunito e mezzo pentito, dava il nome; Zoe stava come prigione, e Giovanni reggea lo stato con fortezza, diligenza ed astuzia. Ritratto lo scompiglio ch'era in Sicilia, il monaco ministro adescò Akhal; deliberò l'impresa; ne fe' capitano Giorgio Maniace, il quale nelle guerre di Siria avea dato prove (1030, 1034) di grandissimo valore e pronto consiglio. Ma Giovanni, tra nipotismo e diffidenza, prepose al navilio uno Stefano, marito della sorella, nè uom di mare, nè di guerra, nè di alcuna virtù. Chiamato Maniace dai confini dell'Armenia,[926]passaron due anni tra andirivieni e preparamenti eridurre a disciplina, quanto si potesse, il nuovo esercito. Il quale ridondò al solito di stranieri: Russi,[927]Scandinavi,[928]Italiani di Puglia e Calabria e con essi una compagnia di ventura, di qualche cinquecento cavalli, mescolati Italiani e Normanni, la quale s'era condotta ai soldi del principe di Salerno e recavagli or comodo ed or molestia, sì ch'ei volentieri la diè in prestito a Maniace.[929]Le geste dei guerrieri scandinavi del Baltico e di lor colonia di Normandia, ci sono pervenute per due maniere di tradizione molto diverse. Gli Scaldi di Norvegia e d'Islanda, in lorsaghenon raccomandate alla scrittura innanzi il duodecimo secolo, raccontavano le vicende di casa loro in guisa da raffigurarsi la cronica in mezzo al rustico fogliame rettorico; ma, quanto ai fasti di lor gente in paesi lontani, ne prendeanoil tema e lo foggiavano in romanzo poco o punto storico. Sbrigliavansi tanto più nell'immaginare, quanto le saghe, dettate nel proprio idioma, si recitavano per diletto delle brigate e vi s'incastravan qua e là frammenti ritmici. I cronisti normanni, all'incontro, cresciuti in Francia sotto il giogo della letteratura latina, favoleggiavano con minore licenza entro que' che parean limiti conceduti dalla storia classica; se non che il romanzo francese di cavalleria, testè venuto in voga, li allettava ad aggiugnere qualche bel colpo di lancia. Tennero lo stesso metro i monaci italiani che vissero sotto i principi normanni; sì per mal vezzo e adulazione, e sì per non avere il più delle volte altri testimonii che quei principi e que' guerrieri: massimamente nelle prime imprese di ventura in Italia, scritte settanta o novanta anni dopo, su ricordi orali passati per due generazioni. Però è da far tara diversa alle tradizioni scandinave, ed alle normanne. Ed a ciò avremo riguardo or che ci occorrono per la prima volta le autorità settentrionali; studiandoci a cavarne il vero e addentellarlo nei ricordi greci e latini.Giorgio Maniace e il patrizio Michele Doceano soprannominato “il Fusaiolo,”[930]ch'avea dato lo scambio a Leone Opo, ragunate le genti a Reggio, passavano il Faro l'anno milletrentotto.[931]Narrano gli scrittori di parte normanna come l'esercito posto aterra non lungi da Messina, lentamente marciò in ordinanza vêr la città; donde impetuosi uscirono i Musulmani, nulla curando il numero dei nemici. Allo scontro balenavano i Greci, quando Guglielmo di Hauteville soprannominato Braccio di ferro, condottiero d'uno squadrone normanno, confortati i suoi con maschie parole, fece sonar la carica: e spronano stretti a schiera, spezzano i nemici, li volgono in fuga, li inseguono fino ai ripari; altri aggiugne che occupassero una porta. La città tantosto s'arrese a Maniace.[932]Ma questa fazione, nella quale non abbiam cagione di ricusare la virtù normanna, sembra mero combattimento di vanguardia. I Musulmani in lor guerre di Sicilia non fecero mai assegnamento sopra Messina, città cristiana; nè mai l'afforzarono; nè tennervi presidio di momento.Il nodo della guerra era a Rametta, dove sopraccorso, com'e' pare, il grosso dell'esercito affricano, stava in sul collo a Maniace da vietargli di dare un passo nell'isola. Ond'egli andatili a trovare tra lor gole e precipizii, lor mostrò sè non essere Manuele Foca, nè alcun sito potersi dir forte senza la virtù degli uomini. Ruppeli con tanta strage che gli annalisti v'appiccicano l'antica metafora del campo dilagato dai rivi del sangue.[933]Pur la vittoria poco approdò, difendendosiostinatamente gli Arabi Siciliani in lor cittadi e castella; sì che Maniace non ne occupò più di tredici in due anni.[934]Della qual guerra spicciolata, non ci avanzano ricordi storici; ma dette argomento lì su le rive del Baltico a millanterie di veterani, invenzioni di scaldi e aggiunte di chi venne dopo. Dico dell'Eneide a lor modo che intesson le saghe con le imprese giovanili di Aroldo il Severo che poi fu re di Norvegia. Rimondata delle favole, la tradizione torna a questo: che Aroldo capitanò la squadra dei Varangi nell'esercito di Maniace; che a lungo combattè in Sicilia contro Arabi del paese e Berberi; che andò in nave a qualche fazione su la costiera, che prese qualche terra per impeto d'armi e stratagemmi; e sopratutto che fece fardello di ricco bottino, mandollo a serbare a corte di Russia e di lì portosselo a casa. E forse ne rimane qualche briciolo ne' musei di Copenhagen, Cristiania e Pietroburgo, tra le monete musulmane d'oro trovate intorno il Baltico, avanzo dei peculii che raccoglieano quegli svizzeri dell'impero bizantino.[935]A lungo si travagliò l'assedio di Siracusa, del quale ci si narra il solo episodio che un condottieroferocissimo uscito della città quando appresentossi l'oste di Maniace, fea strazio dei Greci e dei Longobardi,sì come il lupo suol delle pecore. Mosso a pietà dei fratelli cristiani, Guglielmo Braccio di ferro cerca nella mischia l'Ettore musulmano; prende del campo e lo passa fuor fuora con la lancia; al qual colpo allibbiti que' del presidio, si rifuggono entro le mura, amando meglio a scagliar sassi e frecce dall'alto, che venire alle strette coi guerrieri del Nord.[936]Che che ne sia della prova del Braccio di ferro, Siracusa resistè tanto che i Musulmani rifecero l'esercito e minacciarono gli assedianti.Con rinforzi d'Affrica Abd-Allah mise insieme parecchie migliaia, dicon sessanta, di soldati, bene o male armati;[937]coi quali si accampò nelle pianure di Traina a settentrione dell'Etna; donde potea correre per la valle dell'Alcantara a Taormina o per quella del Simeto a Catania e Siracusa. Fanti la più parte; poichè, venendo a giornata, Abd-Allah s'affidava nei triboli di ferro seminati a man piene in fronte dell'ordinanza, non sapendo che i cavalli nemici, ferrati a larghe piastre, poco o nulla ne sarebbero offesi.[938]Maniace ch'avea dinanzi la forte e munita Siracusa, nè signoreggiava dell'isola se non che la costiera orientale,[939]fu costretto tornare addietro per levarsi dalle spalle il nemico. Pose il campo ad una quindicina di miglia a levante di Traina, là dove furono nel duodecimo secolo una terra e un'abbadia addimandate da lui, e il nome vi dura finoggi.[940]Spartito l'esercito in tre schiere, gagliardamente ferì, aiutato da un vento che dava nel volto ai nemici, o secondo altri dall'impeto della compagnia normanna, talchè al primo scontro le turbe dei Musulmani sbaragliaronsi; furono orribilmente mietute dai vincitori. Abd-Allah campava a mala pena con pochi seguaci. Seguì questa battaglia nella primavera o nella state del millequaranta.[941]Poi s'intese nel campo un bisbiglio che mosseforse a riso i soldati. La compagnia normanna ubbidiva ad Ardoino lombardo, valvassoro dell'arcivescovo di Milano, nobil uomo,[942]grande d'intelletto e di cuore; il quale soggiornando poc'anzi in Puglia, vedendo la gente che parlava il suo medesimo linguaggio calpestata e mal soffrente il giogo e trovandosi allato milizia sì valorosa, tra carità ed ambizione, andava meditando novità contro i Bizantini aborriti e spregiati.[943]Al par di lui amava i Bizantini la compagnia, la quale in questa guerra era stata lodata sempre in parole da Maniace e messa innanzi neipericoli, ma lasciata addietro nei guiderdoni. Fattole torto nello spartir la preda dopo la battaglia di Traina, Ardoino andò a querelarsene appo il capitano, con aspre parole; e quegli che nulla soffriva nè temeva al mondo, risposegli con brutali fatti: comandò di spogliarlo ignudo e frustarlo per gli alloggiamenti con corregge di cuoio. Patì l'ignominia Ardoino; tornossene alle stanze della compagnia; e rattenne chi volea sciupar la vendetta pigliando l'arme immantinenti contro tutta l'oste greca. Al contrario, s'infinge rassegnato, ma ch'ei non può rimanere nello esercito dopo tal onta; e così impetra da un segretario di Maniace la licenza di tornarsi, egli solo in Terraferma. Avuto in mano lo scritto, cavalca con tutta la gente; fa diligenza nel cammino; arriva a Messina; passa lo Stretto, mostrando l'ordine di Maniace;, va a trovare gli altri condottieri normanni ch'erano rimasi in Terraferma; grida libertà ai popoli; e attacca il fuoco ch'arse come stoppie la dominazione bizantina in Italia.[944]Intanto era surta un'altra discordia. Per mala guardia del navilio bizantino, Abd-Allah imbarcatosi a Caronia o Cefalù avea riparato in Palermo, donde potea ricominciare la guerra.[945]Maniace ne salì in tantacollera che venutogli tra i piè l'ammiraglio, il chiamò poltrone, vigliacco, traditor dell'impero; gli diè in sul capo due e tre volte d'un suo bastone. E Stefano se n'andò a comporre lettere all'eunuco Giovanni: questo piglio di principe assoluto, questa violenza contro i proprii parenti dell'imperatore, mostrar chiaro l'animo ribelle di Maniace: badasseci o sel vedrebbe piombare a Costantinopoli con l'esercito pronto a seguirlo in ogni attentato.[946]Era già caduta Siracusa, dove par che Maniace desse opera a ristorare le fortificazioni, il culto e gli ordini pubblici; rimanendo fin oggi il suo nome al castello della punta estrema di Ortigia.[947]Si narra inoltre ch'ei mandasse in un'arca d'argento a Costantinopoli il corpo di santa Lucia, additatogli da un vecchio cristiano; disseppellito in presenza della compagnia normanna; e trovato intero e fresco doposettecent'anni: come raccontava a capo d'un altro mezzo secolo qualche veterano normanno a' monaci di Monte Cassino, o almen quei lo scrissero.[948]Similmente nelle altre città occupate, Maniace ordinò castella con forti presidii, per cavar la voglia ai terrazzani di scuotere il giogo. Gli acquisti si rassodavano; poco avanzava ormai perchè tutta l'isola tornasse all'impero e al cristianesimo. Ma repente per segreto comando della corte, il capitano vincitore fu preso, imbarcato per Costantinopoli, gittato in fondo d'un carcere; e commesso di ultimare la guerra a quel medesimo Stefano ed all'eunuco Basilio Pediadite.[949]Mancò Maniace all'esercito nel fortunoso momento, che Ardoino e i Normanni levarono l'insegna della ribellione in Puglia; donde il catapano Michele Doceano fu necessitato ripassarvi con parte dell'esercito nell'autunno del millequaranta.[950]I Musulmani di Palermo, che non era stata mai occupata,[951]ripigliarono allora gli assalti. Stefano e l'eunuco, inetti entrambi e ladri, nè seppero combattere alla campagna, nè mantenere i presidii ordinati da Maniace; e il catapano, toccate dai Normanni due sanguinose sconfitte (17 marzo e 4 maggio 1041), richiamò di Sicilia, com'ultima speranza, i Calabresi, i Macedoni e iPauliciani.[952]Pertanto dei presidii bizantini qual non fu cacciato se ne andò dassè.[953]Crebbe il disordine per la mutazione di stato e incertezza di consigli a Costantinopoli, dove, morto Michele Paflagone (dicembre 1041), era salito al trono un altro giovinastro che sol pensava a disfarsi di Zoe e dei ministri del predecessore: e così Stefano e il Pediadite furono richiamati e mandato senza forze a ristorar la guerra in Sicilia Doceano che l'avea sì infelicemente governata in Terraferma;[954]il quale fece quel si doveva aspettare da lui. All'entrar del millequarantadue, l'impero avea riperduto l'isola, da Messina in fuori.Tenea Messina un protospatario Catacalone, soprannominato l'Arsiccio,[955]con trecento cavalli e cinquecento pedoni del tema d'Armenia; quando venne ad osteggiarlo (1042 marzo?) una massa di Musulmani levata popolarmente in tutta la Sicilia, condotta, a quel ch'e' pare, da un principe kelbita, forse Simsâm.[956]L'Arsiccio si serrò per tre dì nelle mura, senza dar segno di vita, lasciando il nemico a predare e gavazzareall'intorno e persuadersi ch'egli avesse paura. Al quarto dì, occorrendo una festa,[957]raguna il presidio in chiesa; fa esortarlo dal pulpito a combattere fortemente per la fede e l'impero; fa celebrar la messa; si comunica con tutti i suoi, ed in su l'ora di pranzo, apponendosi che gli Infedeli stessero a mala guardia, schiuse le porte, li assaltò. Soprappresi non poterono dar di piglio alle armi, non che ordinarsi: Catacalone li sbaragliò, ne fe' macello, saccheggiò l'accampamento; e tornò glorioso in città, mentre gli avanzi degli assedianti fuggivano a precipizio verso Palermo.[958]La quale vittoria giovò soltanto a differir di qualche anno, o di qualche mese, chè l'appunto non si sa, la perdita di Messina e con quella d'ogni speranza su la Sicilia. Perchè la rivoluzione dei popoli e la compagnia di ventura ingrossata ogni dì più che l'altro di Normanni e d'Italiani dell'Italia di sopra,[959]irresistibilmente scacciavano i Bizantini dalla Terraferma.Maniace stesso, liberato di prigione in un lucido intervallo della corte e rimandato in Italia (aprile 1042) segnalossi per prudente valore in guerra, s'infamò per crudeltà efferate contro i terrazzani, ripigliò qualche città, ma non arrivò a vincere i Normanni. In questo, un terzo marito di Zoe lo provocò o piuttosto sforzò a ribellarsi; tantochè fattosi gridar imperatore, passò con l'esercito in Grecia (febbraio 1043), azzuffossi con le genti di Costantino Monomaco, e le avea messe in rotta, quando un colpo tirato a caso lo freddò in sul cavallo. Pochi dì appresso Costantinopoli applaudiva ai codardi che portavano in giro, confitta a una lancia, la testa di Maniace.[960]

L'ultimo e men tristo sforzo dell'impero greco sopra la Sicilia, fu ordinato da un frate eunuco, per nome Giovanni, il quale pervenuto era al comando per magagna senza esempio: messo innanzi un garzonaccio fratel suo, che se ne invaghisse Zoe, vicina ai cinquant'anni; fattole avvelenare Romano Argirio, e, mentre spirava, gridar imperatore il drudo, sposarlo la dimane dinanzi il patriarca di Costantinopoli che benedisse le nozze. Michele Paflagone, salito al trono per tal via, mezzo scimunito e mezzo pentito, dava il nome; Zoe stava come prigione, e Giovanni reggea lo stato con fortezza, diligenza ed astuzia. Ritratto lo scompiglio ch'era in Sicilia, il monaco ministro adescò Akhal; deliberò l'impresa; ne fe' capitano Giorgio Maniace, il quale nelle guerre di Siria avea dato prove (1030, 1034) di grandissimo valore e pronto consiglio. Ma Giovanni, tra nipotismo e diffidenza, prepose al navilio uno Stefano, marito della sorella, nè uom di mare, nè di guerra, nè di alcuna virtù. Chiamato Maniace dai confini dell'Armenia,[926]passaron due anni tra andirivieni e preparamenti eridurre a disciplina, quanto si potesse, il nuovo esercito. Il quale ridondò al solito di stranieri: Russi,[927]Scandinavi,[928]Italiani di Puglia e Calabria e con essi una compagnia di ventura, di qualche cinquecento cavalli, mescolati Italiani e Normanni, la quale s'era condotta ai soldi del principe di Salerno e recavagli or comodo ed or molestia, sì ch'ei volentieri la diè in prestito a Maniace.[929]

Le geste dei guerrieri scandinavi del Baltico e di lor colonia di Normandia, ci sono pervenute per due maniere di tradizione molto diverse. Gli Scaldi di Norvegia e d'Islanda, in lorsaghenon raccomandate alla scrittura innanzi il duodecimo secolo, raccontavano le vicende di casa loro in guisa da raffigurarsi la cronica in mezzo al rustico fogliame rettorico; ma, quanto ai fasti di lor gente in paesi lontani, ne prendeanoil tema e lo foggiavano in romanzo poco o punto storico. Sbrigliavansi tanto più nell'immaginare, quanto le saghe, dettate nel proprio idioma, si recitavano per diletto delle brigate e vi s'incastravan qua e là frammenti ritmici. I cronisti normanni, all'incontro, cresciuti in Francia sotto il giogo della letteratura latina, favoleggiavano con minore licenza entro que' che parean limiti conceduti dalla storia classica; se non che il romanzo francese di cavalleria, testè venuto in voga, li allettava ad aggiugnere qualche bel colpo di lancia. Tennero lo stesso metro i monaci italiani che vissero sotto i principi normanni; sì per mal vezzo e adulazione, e sì per non avere il più delle volte altri testimonii che quei principi e que' guerrieri: massimamente nelle prime imprese di ventura in Italia, scritte settanta o novanta anni dopo, su ricordi orali passati per due generazioni. Però è da far tara diversa alle tradizioni scandinave, ed alle normanne. Ed a ciò avremo riguardo or che ci occorrono per la prima volta le autorità settentrionali; studiandoci a cavarne il vero e addentellarlo nei ricordi greci e latini.

Giorgio Maniace e il patrizio Michele Doceano soprannominato “il Fusaiolo,”[930]ch'avea dato lo scambio a Leone Opo, ragunate le genti a Reggio, passavano il Faro l'anno milletrentotto.[931]Narrano gli scrittori di parte normanna come l'esercito posto aterra non lungi da Messina, lentamente marciò in ordinanza vêr la città; donde impetuosi uscirono i Musulmani, nulla curando il numero dei nemici. Allo scontro balenavano i Greci, quando Guglielmo di Hauteville soprannominato Braccio di ferro, condottiero d'uno squadrone normanno, confortati i suoi con maschie parole, fece sonar la carica: e spronano stretti a schiera, spezzano i nemici, li volgono in fuga, li inseguono fino ai ripari; altri aggiugne che occupassero una porta. La città tantosto s'arrese a Maniace.[932]Ma questa fazione, nella quale non abbiam cagione di ricusare la virtù normanna, sembra mero combattimento di vanguardia. I Musulmani in lor guerre di Sicilia non fecero mai assegnamento sopra Messina, città cristiana; nè mai l'afforzarono; nè tennervi presidio di momento.

Il nodo della guerra era a Rametta, dove sopraccorso, com'e' pare, il grosso dell'esercito affricano, stava in sul collo a Maniace da vietargli di dare un passo nell'isola. Ond'egli andatili a trovare tra lor gole e precipizii, lor mostrò sè non essere Manuele Foca, nè alcun sito potersi dir forte senza la virtù degli uomini. Ruppeli con tanta strage che gli annalisti v'appiccicano l'antica metafora del campo dilagato dai rivi del sangue.[933]Pur la vittoria poco approdò, difendendosiostinatamente gli Arabi Siciliani in lor cittadi e castella; sì che Maniace non ne occupò più di tredici in due anni.[934]Della qual guerra spicciolata, non ci avanzano ricordi storici; ma dette argomento lì su le rive del Baltico a millanterie di veterani, invenzioni di scaldi e aggiunte di chi venne dopo. Dico dell'Eneide a lor modo che intesson le saghe con le imprese giovanili di Aroldo il Severo che poi fu re di Norvegia. Rimondata delle favole, la tradizione torna a questo: che Aroldo capitanò la squadra dei Varangi nell'esercito di Maniace; che a lungo combattè in Sicilia contro Arabi del paese e Berberi; che andò in nave a qualche fazione su la costiera, che prese qualche terra per impeto d'armi e stratagemmi; e sopratutto che fece fardello di ricco bottino, mandollo a serbare a corte di Russia e di lì portosselo a casa. E forse ne rimane qualche briciolo ne' musei di Copenhagen, Cristiania e Pietroburgo, tra le monete musulmane d'oro trovate intorno il Baltico, avanzo dei peculii che raccoglieano quegli svizzeri dell'impero bizantino.[935]

A lungo si travagliò l'assedio di Siracusa, del quale ci si narra il solo episodio che un condottieroferocissimo uscito della città quando appresentossi l'oste di Maniace, fea strazio dei Greci e dei Longobardi,sì come il lupo suol delle pecore. Mosso a pietà dei fratelli cristiani, Guglielmo Braccio di ferro cerca nella mischia l'Ettore musulmano; prende del campo e lo passa fuor fuora con la lancia; al qual colpo allibbiti que' del presidio, si rifuggono entro le mura, amando meglio a scagliar sassi e frecce dall'alto, che venire alle strette coi guerrieri del Nord.[936]Che che ne sia della prova del Braccio di ferro, Siracusa resistè tanto che i Musulmani rifecero l'esercito e minacciarono gli assedianti.

Con rinforzi d'Affrica Abd-Allah mise insieme parecchie migliaia, dicon sessanta, di soldati, bene o male armati;[937]coi quali si accampò nelle pianure di Traina a settentrione dell'Etna; donde potea correre per la valle dell'Alcantara a Taormina o per quella del Simeto a Catania e Siracusa. Fanti la più parte; poichè, venendo a giornata, Abd-Allah s'affidava nei triboli di ferro seminati a man piene in fronte dell'ordinanza, non sapendo che i cavalli nemici, ferrati a larghe piastre, poco o nulla ne sarebbero offesi.[938]Maniace ch'avea dinanzi la forte e munita Siracusa, nè signoreggiava dell'isola se non che la costiera orientale,[939]fu costretto tornare addietro per levarsi dalle spalle il nemico. Pose il campo ad una quindicina di miglia a levante di Traina, là dove furono nel duodecimo secolo una terra e un'abbadia addimandate da lui, e il nome vi dura finoggi.[940]Spartito l'esercito in tre schiere, gagliardamente ferì, aiutato da un vento che dava nel volto ai nemici, o secondo altri dall'impeto della compagnia normanna, talchè al primo scontro le turbe dei Musulmani sbaragliaronsi; furono orribilmente mietute dai vincitori. Abd-Allah campava a mala pena con pochi seguaci. Seguì questa battaglia nella primavera o nella state del millequaranta.[941]

Poi s'intese nel campo un bisbiglio che mosseforse a riso i soldati. La compagnia normanna ubbidiva ad Ardoino lombardo, valvassoro dell'arcivescovo di Milano, nobil uomo,[942]grande d'intelletto e di cuore; il quale soggiornando poc'anzi in Puglia, vedendo la gente che parlava il suo medesimo linguaggio calpestata e mal soffrente il giogo e trovandosi allato milizia sì valorosa, tra carità ed ambizione, andava meditando novità contro i Bizantini aborriti e spregiati.[943]Al par di lui amava i Bizantini la compagnia, la quale in questa guerra era stata lodata sempre in parole da Maniace e messa innanzi neipericoli, ma lasciata addietro nei guiderdoni. Fattole torto nello spartir la preda dopo la battaglia di Traina, Ardoino andò a querelarsene appo il capitano, con aspre parole; e quegli che nulla soffriva nè temeva al mondo, risposegli con brutali fatti: comandò di spogliarlo ignudo e frustarlo per gli alloggiamenti con corregge di cuoio. Patì l'ignominia Ardoino; tornossene alle stanze della compagnia; e rattenne chi volea sciupar la vendetta pigliando l'arme immantinenti contro tutta l'oste greca. Al contrario, s'infinge rassegnato, ma ch'ei non può rimanere nello esercito dopo tal onta; e così impetra da un segretario di Maniace la licenza di tornarsi, egli solo in Terraferma. Avuto in mano lo scritto, cavalca con tutta la gente; fa diligenza nel cammino; arriva a Messina; passa lo Stretto, mostrando l'ordine di Maniace;, va a trovare gli altri condottieri normanni ch'erano rimasi in Terraferma; grida libertà ai popoli; e attacca il fuoco ch'arse come stoppie la dominazione bizantina in Italia.[944]

Intanto era surta un'altra discordia. Per mala guardia del navilio bizantino, Abd-Allah imbarcatosi a Caronia o Cefalù avea riparato in Palermo, donde potea ricominciare la guerra.[945]Maniace ne salì in tantacollera che venutogli tra i piè l'ammiraglio, il chiamò poltrone, vigliacco, traditor dell'impero; gli diè in sul capo due e tre volte d'un suo bastone. E Stefano se n'andò a comporre lettere all'eunuco Giovanni: questo piglio di principe assoluto, questa violenza contro i proprii parenti dell'imperatore, mostrar chiaro l'animo ribelle di Maniace: badasseci o sel vedrebbe piombare a Costantinopoli con l'esercito pronto a seguirlo in ogni attentato.[946]

Era già caduta Siracusa, dove par che Maniace desse opera a ristorare le fortificazioni, il culto e gli ordini pubblici; rimanendo fin oggi il suo nome al castello della punta estrema di Ortigia.[947]Si narra inoltre ch'ei mandasse in un'arca d'argento a Costantinopoli il corpo di santa Lucia, additatogli da un vecchio cristiano; disseppellito in presenza della compagnia normanna; e trovato intero e fresco doposettecent'anni: come raccontava a capo d'un altro mezzo secolo qualche veterano normanno a' monaci di Monte Cassino, o almen quei lo scrissero.[948]Similmente nelle altre città occupate, Maniace ordinò castella con forti presidii, per cavar la voglia ai terrazzani di scuotere il giogo. Gli acquisti si rassodavano; poco avanzava ormai perchè tutta l'isola tornasse all'impero e al cristianesimo. Ma repente per segreto comando della corte, il capitano vincitore fu preso, imbarcato per Costantinopoli, gittato in fondo d'un carcere; e commesso di ultimare la guerra a quel medesimo Stefano ed all'eunuco Basilio Pediadite.[949]

Mancò Maniace all'esercito nel fortunoso momento, che Ardoino e i Normanni levarono l'insegna della ribellione in Puglia; donde il catapano Michele Doceano fu necessitato ripassarvi con parte dell'esercito nell'autunno del millequaranta.[950]I Musulmani di Palermo, che non era stata mai occupata,[951]ripigliarono allora gli assalti. Stefano e l'eunuco, inetti entrambi e ladri, nè seppero combattere alla campagna, nè mantenere i presidii ordinati da Maniace; e il catapano, toccate dai Normanni due sanguinose sconfitte (17 marzo e 4 maggio 1041), richiamò di Sicilia, com'ultima speranza, i Calabresi, i Macedoni e iPauliciani.[952]Pertanto dei presidii bizantini qual non fu cacciato se ne andò dassè.[953]Crebbe il disordine per la mutazione di stato e incertezza di consigli a Costantinopoli, dove, morto Michele Paflagone (dicembre 1041), era salito al trono un altro giovinastro che sol pensava a disfarsi di Zoe e dei ministri del predecessore: e così Stefano e il Pediadite furono richiamati e mandato senza forze a ristorar la guerra in Sicilia Doceano che l'avea sì infelicemente governata in Terraferma;[954]il quale fece quel si doveva aspettare da lui. All'entrar del millequarantadue, l'impero avea riperduto l'isola, da Messina in fuori.

Tenea Messina un protospatario Catacalone, soprannominato l'Arsiccio,[955]con trecento cavalli e cinquecento pedoni del tema d'Armenia; quando venne ad osteggiarlo (1042 marzo?) una massa di Musulmani levata popolarmente in tutta la Sicilia, condotta, a quel ch'e' pare, da un principe kelbita, forse Simsâm.[956]L'Arsiccio si serrò per tre dì nelle mura, senza dar segno di vita, lasciando il nemico a predare e gavazzareall'intorno e persuadersi ch'egli avesse paura. Al quarto dì, occorrendo una festa,[957]raguna il presidio in chiesa; fa esortarlo dal pulpito a combattere fortemente per la fede e l'impero; fa celebrar la messa; si comunica con tutti i suoi, ed in su l'ora di pranzo, apponendosi che gli Infedeli stessero a mala guardia, schiuse le porte, li assaltò. Soprappresi non poterono dar di piglio alle armi, non che ordinarsi: Catacalone li sbaragliò, ne fe' macello, saccheggiò l'accampamento; e tornò glorioso in città, mentre gli avanzi degli assedianti fuggivano a precipizio verso Palermo.[958]

La quale vittoria giovò soltanto a differir di qualche anno, o di qualche mese, chè l'appunto non si sa, la perdita di Messina e con quella d'ogni speranza su la Sicilia. Perchè la rivoluzione dei popoli e la compagnia di ventura ingrossata ogni dì più che l'altro di Normanni e d'Italiani dell'Italia di sopra,[959]irresistibilmente scacciavano i Bizantini dalla Terraferma.Maniace stesso, liberato di prigione in un lucido intervallo della corte e rimandato in Italia (aprile 1042) segnalossi per prudente valore in guerra, s'infamò per crudeltà efferate contro i terrazzani, ripigliò qualche città, ma non arrivò a vincere i Normanni. In questo, un terzo marito di Zoe lo provocò o piuttosto sforzò a ribellarsi; tantochè fattosi gridar imperatore, passò con l'esercito in Grecia (febbraio 1043), azzuffossi con le genti di Costantino Monomaco, e le avea messe in rotta, quando un colpo tirato a caso lo freddò in sul cavallo. Pochi dì appresso Costantinopoli applaudiva ai codardi che portavano in giro, confitta a una lancia, la testa di Maniace.[960]


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