1121.La piantagione di datteri a San Giovanni dei Leprosi fuori Palermo, posta accanto a un oliveto, è ricordata in un diploma del 1249 presso Mongitore,Sacræ domus Mansionis... Monumenta, cap. IV. Fu tagliata nel XIV secolo dall'esercito angioino che assediò Palermo.1122.Edrisi dà il nome diNahr-Tût“fiume Gelso” al fiume detto oggi Arena a mezzogiorno di Mazara, e dice dell'abbondanza della seta prodotta a San Marco in Val Demone.1123.Si scorge da due diplomi del 1284, e dalla Cronica di D'Esclot, cap. CX, dei quali ho fatto cenno nellaGuerra del Vespro Siciliano, edizione di Firenze, 1851, cap. X, p. 209.1124.Mo'gem, nellaBiblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 116.1125.Vita di San Filareto, presso Gaetani,Sanctorum Siculorum, tomo li, p. 113, e presso i Bollandisti, tomo I, di aprile, p. 607.1126.Mo'gem, l. c.1127.Vita di San Filareto, l. c. La versione latina del Padre Fiorito ha:ad vehicula trahenda aptissimi; ma mancando il testo greco, non siam certi se si tratti di carri o di lettighe.1128.Mo'gem, l. c.1129.Mo'gemeVita di San Filareto, ll. cc. Si ricordin anco i grandi armenti dell'emiro Iûsuf, cap. VIII del presente Libro, p. 354 del volume.1130.Vita di San Filareto, l. c.1131.Mo'gemeVita di San Filareto, ll. cc.1132.Vita di San Filareto, l. c.1133.Mo'gem, op. cit., p. 116 a 118. In Sicilia le vipere e gli scorpioni sono assai più rari e men letali che in Affrica, Egitto ed Oriente.1134.Libro de Agricultura, su autor.... ebn el Awam Sevillano, versione spagnuola di Banqueri, col testo arabico, Madrid, 1802, in folio, tomo II, p. 193 e 231. Si tratta d'una specie di popone, detta in arabicoNefâq, credo quel che in Sicilia si dicono meloni da tavola, ovvero i meloni d'inverno.1135.“Nuara” (in arabiconowâr, secondo Ibn-'Awwâm, tomo II, p. 213) si addimanda l'aja di poponi, zucche, cocomeri; “vaitali” (ar.batîl) il rigagnolo dei giardini: “gebbia” (ar.giâbia), un gran serbatoio d'acqua per irrigare gli orti ec.1136.La malvetta rosata, come la chiamiamo in Sicilia, è ilPelargonium radula roseumdei botanici.1137.Ibn-'Awwâm, op. cit., tomo II, p. 296.1138.Ibn-'Awwâm, op. cit., tomo II, p. 418.1139.Ibn-'Awwâm, op. cit., tomo II, p. 104.1140.Kitab-el-Felaha, d'Aba-abd-Allah-Mohammed-ibn-Hosein, citato da M. Cherbonneau in una Memoria su laCulture arabe au moyen-âgenegliAnnales de la Colonisation algérienne, giugno 1854.1141.Diploma del 1140, pel quale si concedono alla Chiesa di Catania “duas terras ad bombacea” presso De Grossis,Decacordum, tomo I, p. 77. Edrisi nota che il cotone si coltivava in gran copia a Partinico.1142.Ibn-Sa'id,Kitâb-el-Badi, nellaBiblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 137, eMokhtaser Gighrafia, op. cit., p. 134, con la correzione a p. 43 dell'introduzione, ove si tratta di Pantellaria.1143.Fazzello, Deca I, lib. I, cap. 1.1144.Abu-Mehasin,Storia d'Egitto, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 660, fog. 103 recto, facendo parola di Rascida e Abda figliuole di Moezz, nate innanzi il 972 e morte sotto il regno di Hâkem (996-1021), dice aver la prima lasciato il valsente d'1,700,000 di dinâr, in drappi di varie sorte e profumi, e la seconda un moggio di smeraldi, tanti quintali d'argento ec., e trentamilascikke(o sciukke) siciliane. Questa voce significa taglio d'abito, nè sappiam se sia nome generico ovvero appellazione speciale di questo drappo. Se in quelle cifre si sente l'odor delle mille e una notte, il cronista ch'ebbe alle mani Abu-Mehasin, non inventò quella maniera di drappo. D'altronde abbiam fatto cenno del gran lusso degli Zirîti in Affrica: e le ricchezze dei despoti son talvolta di quelle verità verissime che han sembiante di favola.1145.Si vegga il cap. XI del Lib. III, p. 230 di questo volume.1146.Si chiama volgarmente Calatrasi. Tirazi vuol dire artefice deltirâz, ossia opificio regio delle vesti di seta ricamata. Si vegga su questo indizio diKalat-et-Tiraziuna nota nell'erudita opera di M. Francisque-Michel,Récherches sur les étoffes de soie au moyen âge, Paris, 1852, in 4º, tomo I, p. 77, al quale io ho dato questa notizia e in cambio ne toglierò cento, spigolate nelle antiche poesie francesi, che serviranno a illustrare questa industria siciliana nel XII e XIII secolo.1147.Si vegga la p. 443.1148.Bekri,Notices et Extraits des MSS., tomo XII, p. 463.1149.Op. cit., p. 480, 488.1150.Si vegga il cap. II di questo Libro, p. 247, seg.1151.Ho dato il testo di quel paragrafo nellaBiblioteca Arabo-Sicula, p. 10.1152.Edrisi,Géographie, versione di M. Jaubert, tomo II, pag. 266 e 69. In quest'ultimo luogo M. Jaubert non so perchè abbia preferito la varianteFîlâna.1153.Keitûnnel dialetto, arabico di Siria ed Egitto, vuol dire,ripostiglioomagazzino. Viene dal greco Κοιτὼν che, dal significato primitivo diletto, passò a quelli dicamera,albergo, e, presso i Greci del medio evo,guardarobaestazione di navi: i quali si veggano nella nuova edizione delThesaurusdi Enrico Etienne.1154.Si vegga il fine del presente capitolo.1155.Presso Gaetani,Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 113, e presso i Bollandisti, tomo I, d'aprile, p, 607.1156.Presso Pirro,Sicilia Sacra, p. 842.1157.Io pubblicai questa iscrizione nellaRevue Archéologiquedi Parigi, del 1851, p. 669, seg. Alcuni eruditi palermitani vorrebbero mantenere alla Cuba un altro secolo o due d'antichità, supponendo l'iscrizione più moderna dell'edifizio. Ma non riflettono che la non è incisa in lapide, ma proprio scolpita in giro delle mura, senza vestigie di racconciamenti.1158.Girault de Prangey,Essai sur l'architecture arabe, Paris 1841, tavola XIII, nº 3, 4.1159.In una colonna della cattedrale di Palermo, presso il Di Gregorio,Rerum Arabicarum, p. 137.1160.In due iscrizioni sepolcrali presso Di Gregorio, op. cit., p. 146, 152.1161.V'ha l'eccezione delle effigie d'uomini e animali in qualche monumento, come i lioni dell'Alhambra ec. Ma in Sicilia non se ne vede alcun esempio. I mosaici d'animali nella sala della Zisa in Palermo, appartengono ai tempi normanni.1162.Si vegga il cap. V di questo Libro, p. 302, seg., del volume.1163.Si vegga il cap. IV di questo Libro, p. 274.1164.Il Di Gregorio,Rerum Arabicarum, p. 188, ne diè un disegno preso ad occhio, come si usava al suo tempo, e ridotto, nel quale ei confessò non poter leggere che qualche sillaba; ed io stento anche a questo. Si vegga, del resto, la nota della pagina precedente. Il disegno di poche lettere che veggiamo nell'opera citata di Girault de Prangey,Essaiec., mostra la bellezza dei caratteri e la trascuranza di chi li avea ritratti prima. L'amico Saverio Cavallari che mi ragguagliò qualche anno addietro della distruzione dei caratteri, n'avea fatto altra volta un disegno che fin qui non ci è riuscito di trovare.1165.Si ricordi che il miglior disegno è quel pubblicato dal Fazzello.1166.Il conte Annibale Maffei vicerè di Sicilia li tolse di Palermo e recò a Verona. Scipione Maffei pubblicò le iscrizioni nelMuseo Veronese, p. 187, e indi il Di Gregorio nelRerum Arabicarum, p. 146 a 149. Alla interpretazione attesero G. S. Assemani e il Tychsen. Son le solite formole e brani del Corano, coi nomi proprii; l'uno dei quali mi par vada lettoIbrahim-ibn-Khelef-Dibâgi(in vece diIbrahimi filii Holaf Aldinagi), morto il 464 (1072); e l'altro è Abd-el-Hamîd-ibn-Abd-er-Rahman-ibn-Scio'aïb, morto il 470 (1078). Secondo ilLobb-el-Lobâbdi Soiuti, l'appellazioneDibagi, vuol dire “operaio di seterie,” ed era anche nome patronimico nella discendenza del califo Othoman-ibn-'Affân.1167.Presso Di Gregorio, op. cit., p. 144 e 152, il quale tolse l'interpretazione da quelle pubblicate dall'abate De Longuerue e da Adriano Reland. La prima dà il nome dellosceikh e giurista sagacissimo Ahmed-ibn-Sa'd-ibn-Mâlek-(ibn-Abd?)el-'Azîz bisognoso(dell'aiuto)del Signore(non Gubernatoris jurisperiti sapientis Ahmedis filii Saad ben el Malak potentissimi qui pauperis instar est erga dominum suum), morto il 413, (1023); e la seconda diMohammed-ibn-Abi-Se'âda(nonfilii ebn Saadh) morto il 444 (1052 non 471, ossia 1079). Le quali iscrizioni non ben disegnate nè ben trascritte in caratteri arabici, e però male interpretate, o furon tolte di Sicilia o Reggio, o provano il soggiorno e morte nei dintorni di Napoli di due Musulmani di Sicilia, Affrica o Spagna, che vi fossero andati, il primo forse per faccende pubbliche o rifuggito, e il secondo per mercatura.1168.Presso di Gregorio, p. 164, 165, 166. I due primi non si possono interpretare senza più esatti disegni. Nell'ultimo, il secondo rigo, mal deciferato dal Di Gregorio, nè ben corretto da Fraehn,Antiquités Mohammed., tomo I, p. 15, va letto: (Iddio vivente) “stante” e poi la sentenza del Corano, sura XXXII, v. 21, (voi avete) “nell'inviato di Dio, un bel conforto. Questo è il sepolcro d'Abu-Bekr...”1169.Presso Di Gregorio, p. 171, il quale sbagliò tutto, fuorchè una formola e la data. Va letta così: ... (Benedica) Iddio al profeta Maometto e sua schiatta..... (Chi spende il proprio avere in servigio) di Dio, fa come l'acino di frumento, dal quale germoglian sette spighe....... (Iddio prospera) cui vuole: immenso egli è e sapiente [sura II, verso 263]........ (sepolcro di)...... ibn-Hosein, Rebe'i (?), Fâresi.... morto.... l'anno 417 (1026).1170.Presso il Di Gregorio, p. 141. La leggenda mal trascritta dal Di Gregorio è “Nè (spero) aiuto che in Dio,” sentenza tolta dal Corano, sura XI, verso 90.1171.Pubblicata da Lanci,Trattato delle simboliche rappresentanze, tomo II, p. 25.1172.Un lucido di questa iscrizione ch'era messa da architrave in una finestra, mi fu mandato il 1853 dai signori Agostino Gallo e Saverio Cavallari. Sendo inedita, mi par bene darne la versione: “In nome del Dio clemente e misericordioso; che Iddio benedica al profeta Mohammed e sua schiatta. “Ogni anima assaggerà la morte, nè avrete vostro guiderdone che il dì della Risurrezione. Chi sarà campato dal fuoco e introdotto nel Paradiso, sarà allor felice: perchè la vita di quaggiù non è altro che roba d'inganno.” [Sura III, v. 182.] Questo è il sepolcro di Oma-er-Rahman (cioè laserva di Dio) figliuola di Mohammed, figlio di Fâs; la quale morì il primo.....”1173.Presso Di Gregorio, op. cit., p. 138 e 140.1174.Op. cit., p. 141. Il Di Gregorio lesse male l'ultima frase, nè credo ben l'abbia corretta il Lanci,Trattato delle simboliche rappresentanzeec. Parigi, 1845, tomo II, p. 24, tavola XV. Parmi si debba leggerethikati Allah, “La mia fidanza (è) Dio.”1175.Presso Di Gregorio, op. cit., p. 131. Non si può deciferare sul rame che ne pubblicò il Di Gregorio con la interpretazione di Tychsen. Ma di certo non v'ha una sillaba del verso 55 (si corregga 52) della sura VII, che credette leggervi il professore di Rostock.1176.Mi fu mandata a Parigi il 1844 dal principe di Granatelli. Il lato leggibile è a dritta di cui guardi. Nei due primi righi son le formole; nel terzo, un frammento della sura XXXVIII, verso 67; nel quarto “.... sepolcro del cadi Kkidhr...;” il quinto e sesto non si scorgono bene; nel settimo “.... di Dio sopra di lui (morto) il venerdì cinque...;” nell'ultimo: “quattro e novanta e....” mancando il secolo che sarebbe il quarto o quinto della egira (1003, o 1100). A destra e sinistra corrono due righi perpendicolari a mo' di cornice, che non ho potuto leggere.1177.Presso il Di Gregorio, op. cit., p. 154. La lezione e interpretazione di Tychsen, date dal Di Gregorio, difettano in molte parti, e sbagliano la data ch'è pur chiarissima. Ecco come leggo questa iscrizione, mettendo tra parentesi le parole da supplirsi, e indicando con punti le altre che mancano: “(In nome di Dio) clemente e misericordioso, (e benedica Iddio ec.) (Dì loro: Grave annunzio; e voi ne ri-)fuggite [sura XXXVIII, verso 67, 68]. Questo è il sepolcro dello sceikh........ il Kâid egregio Abu-Hasan-Ali figliuolo del....... il giusto, e benedetto il trapassato Abu-Fadhl........ (figlio del).... e benedetto il trapassato Abd-Allah, figlio di Moha(mmed).... (figlio del).... e benedetto il trapassato Ali, figlio di Tâher.... (che sia benigno) Iddio a lui. Il quale morì la notte del giovedì, cinque del mese........ (e fu sepolto?) il venerdì, l'anno trecento cinquantanove (969-70)... (morì attestando non esservi altro Dio) che Allah ed essere Maometto l'inviato di Dio.” L'errore che notai nel testo è di porre il nominativoAbuin luogo del genitivoabinei due luoghi dove occorre.1178.Si ricordi l'avvertenza fatta nella Introduzione, p.XVIeXXIV.1179.Si vegga il Lib. I, cap. III, V e VI, ed il Lib. III, cap. I, p. 283, 284, 296, 297, 321 del volume I, p. 5, 6 di questo volume, e s'aggiungano le seguenti:Oro, anno 268, (881-2) di grammi 1,05 nel Museo di Parigi. In fin della leggenda del rovescio parmi leggere la vocerobâ'i. Si confronti con quella simile pubblicata da Castiglioni e notata da Mortillaro,Opere, tomo III, p. 352, nº IX.Oro, anno 295, (907-8) di grammi 4,25 nel Museo di Parigi col nome del parricida Abu-Modhar-Ziadet-Allah.In queste monete non si legge il nome di Sicilia, ma i dotti le credono siciliane dall'opera. Le altre monete aghlabite di Sicilia notansi dal Mortillaro,Opere, tomo III, p. 343, seg., nº I a XII.1180.Si vegga il catalogo nelle opere di Mortillaro, tomo III, p. 357, seg., dal nº XIII all'LXXXIX. Quivi l'ultima con data dell'anno e del paese è del 439, (1047-8).A queste 77 monete sono da aggiugnere le seguenti:Oro,anno343(954-5)di grammi1,05nel Museo di Parigi.id.”344(955-6)”1,05ibid.id.”1,05ibid. senza data, col nome del califo Moezz.id.”1,05id.”1,05id.”396(1005-6)indicata come quarto di dinâr da M. Soret,Lettre à S. E. etc. de Fraehn, Saint-Pétersbourg, 1851, p. 50 nº 121.id.”414(1023-4,ovv. 424)”1,00nel Museo di Parigi.id.”421(1030)”1,00ibid.id.”422(1031)”1,00id.”423(1031-2)”1,00id.Altre otto senza nome nè data”1,00ibid.id.”422indicata cometriensda M. Soret, p. 50, nº 122.id.”437(1045-6)id. p. 51, nº 124.id.”445(1053-4)id. p. 51, nº 125.1181.Il Mortillaro, vol. cit., p. 176, seg., 339, 340, citando il Tychsen ed altri, ha sostenuto quest'uso dei vetri improntati; e mi par s'apponga al vero. Ei nota, anche a ragione, la mancanza assoluta di monete arabiche di rame battute in Sicilia; alla quale non credo si possa opporre la moneta pubblicata dal principe di San Giorgio Spinelli,Monete cufiche dei principi longobardiec., p. 31, nº CXXX. Prima, perchè non v'ha data di anno nè di luogo; e secondo, per essere molto dubbia la leggendaEmir-el-Mumenînche l'autore credè scoprirvi. Resta a trovare il paese e l'età in che fu coniata questa e altre monete di rame, certamente musulmane, che il principe di San Giorgio dà nella tavola IV.1182.Nei varii MSS. questa voce è scritta senza mozioni. È da leggereola prima vocale, come in aggettivo numerale distributivo che nel nostro caso significa “di quei che vanno a quattro” (in un dinâr) proprio il latinoquaterni. Ho fatto già parola di questa sorta di moneta siciliana, nel cap. VII del presente libro, p. 334 del volume. Le autorità sono, in ordine cronologico: 1º Ibn-Haukal,Geografia, nellaBiblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 11, secolo X; 2º Ibn-Khallikân nel luogo che cito al cap. VIII, p. 334, il qual autore trascrive le parole d'Ibn-Rescik, che visse nell'XI secolo, ma riferiva un fatto del X; 3º Ibn-Giobair, stessa citazione, XII secolo; 4º diploma arabico di Sicilia del 1190 presso Di Gregorio,De supputandis apud arabes temporibus, p. 40, 42.Una trentina di dinâr d'oro, tra omeiadi e abbassidi, che ho pesati nel Museo di Parigi, sono per lo più di 4 grammi traboccanti. Diecidinârfatemiti d'Egitto mi han dato lo stesso risultamento: il migliore arriva a grammi 4,35, e il più scadente a grammi 3,45.1183.Ne diremo più distesamente nel sesto Libro.1184.Il singolare nei detti diplomi ètare.1185.Regii Neapolitani Archivii Monumenta, Napoli, 1845, seg., in 4º. Il tari vi occorre per la prima volta in un diploma di Gaeta del 909, tomo I, parte I, p. 9, dove si vegga l'erudita nota degli editori. Poi negli atti privati stipolati a Napoli infino al mille, i prezzi son pagati per lo più intarid'oro. Nel documento CCXL, anno 996, dato di Napoli, tomo II, p. 143, si legge “auri solidos XIII de tari ana quadtuor tari per unoquoque solidos,” la quale proporzione è replicata, con più o meno errori di grammatica, nei documenti CCXXXIII, anno 993, p. 129, e CCLV, anno 977, seg., 178. Si vegga anche il diploma del 1076 dell'Archivio della Cava, citato da M. Huillard-Breholles, nelleRecherches sur les Monuments et l'histoire des Normandsetc.dans l'Italie Méridionale, publiées par les soins de M. le duc de Luynes, p. 166, dove si fa menzione di soldi d'oro, ciascun dei quali tornava a quattro tari di moneta d'Amalfi.1186.Monete cufiche battute dai principi longobardiec.interpretate.... dal principe di San Giorgio Domenico Spinelli.Nella prefazione dell'erudito signor Michele Tafuri, p.XXII, seg., si accenna la lega inferiore a quella di Sicilia; e in una nota, p. 227, la differenza dei caratteri. Le monete di cui trattiamo son le prime trenta della raccolta. Il peso varia da 18 a 23 acini di Napoli, cioè da 0,80 ad un grammo. Debbo aggiugnere che, accettando le conchiusioni generali dei dotti editori, non son d'accordo in tutti i particolari. Per esempio, varie leggende non mi sembrano ben trascritte; non tengo punto provata la cronologia che distribuisce coteste monete ai principi di Salerno; nè che tutte sieno state coniate in Salerno. Ve n'ha forse d'Amalfi; e forse è di Napoli il nº XXVII.1187.Ildalarabico è suono partecipante dellade dellat; e trascrivendolo in latino o greco, si rendea sempre con lat: per esempio dadâr-es-sen'a, “tarsianatus,” donde noi abbiam fatto “arzana' e arsenale.”1188.Ildirhem, peso, parte aliquota dell'ukîa(uncia) e differente secondo i paesi, si adoperava esclusivamente per l'argento. Dal peso in argento nacque la denominazione di moneta ch'era usata fin dai tempi di Maometto; e rimase sola monetanisâb, ossia legale, in che si ragionava la decima, il prezzo del sangue ec. Il dirhem, moneta effettiva, fu poi diverso.Or ilrobâ'itornava a tre dirhemnisâb, poichè il dinâr si ragionò dodici. Naturalmente gli Arabi di Sicilia, nel commercio, chiamavan quella moneta d'oro “un tre dirhem,” e nell'uso bastava diretrâhîmal plurale. Il vocabolotari, introdotto in tal modo presso gl'Italiani di Napoli e poi presso i Normanni e Italiani di Sicilia, restò denominazione di moneta d'oro; mentre da un'altra mano i Normanni di Sicilia, usando il sistema degli Arabi, ebbero il dirhem moneta ed anche il dirhem, otari, peso di argento. Indi la vocetari-pesootrappeso. Spariti con la dinastia normanna i tari d'oro, la vocetarirestò come denominazione di peso e moneta d'argento. Gli eruditi del secolo passato arrivarono, dopo molti errori e ricerche, a distinguere itaridei diplomi antichi da quei che aveano alle mani e che valeano quasi la quarta parte dei primi, cui chiamarono per questo tari d'oro. Il dotto Conte Castiglioni sbagliò, come parmi, negando cosiffatta etimologia della vocetari.1189.Tarîkh-el-Hokemâ.Ho accennato nel Libro III, cap. V, p. 100 del volume, l'articolo sopra Empedocle. Il testo di tutti gli estratti di Zuzeni è ormai pubblicato nellaBiblioteca Arabo-Sicula, p. 613, seg. Nella biografia d'Archimede, si riferisce al gran Siracusano il disegno delle dighe e ponti che dettero abilità a coltivare gran tratto della valle del Nilo nelle inondazioni di che fecero cenno gli antichi (veggasi Harles,Bibliotheca Græca, tomo IV, p. 172); e gli si attribuiscono molte opere genuine o spurie, e tra le seconde, credo io, un “Discorso su gli orologi ad acqua con soneria” che Casiri erroneamente suppone significare il bindolo, (Bibliotheca Arabico-Hispana, tomo I, p. 383.) Di Corace si dà il noto aneddoto col discepolo non trascrivendo il nome, ma traducendoloGhorâb(Corbo, Κόραξ), e aggiugnendo che egli fu greco dell'Isola di Sicilia. Archimede ed Empedocle si dicono greci senz'altro.1190.Kitâb-el-Mewâ'iz, ediz. di Bulâk, tomo I, p, 127, e nellaBiblioteca Arabo-Sicula, p. 669. Una versione di questo squarcio, per M. Caussin de Perceval si legge nelleNotices et Extraits des MSS., tomo VIII, p. 33, segg.1191.Estratto dellaDorra-Khalíra(Perla Egregia ec.) d'Ibn-Kattâ', inserito nella Kharîda d'Imâd-ed-dîn,Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 596. I versi leggonsi nel MSS. dellaKharîda, di Parigi, Ancien Fonds, 1375, fog. 43 verso, e del British-Museum, Rich. 7593, fog. 35 recto. Ecco i tre dell'elegia ch'io cito, scritta non sappiamo per quale personaggio.“Alla morte (appartien) ciò che nasce, non alla vita: l'uomo non è che ostaggio di essa.Diresti gli anni suoi (foglio) di cui si spieghi un lembo, finchè sopravvien la morte e sel ravvolge.Chi impreca al tempo non l'intacca, no; ma quand'esso scocca (suo strale) non fallisce mai il colpo.”1192.Ovvero Kerni. L'uno e l'altro è nome di tribù; e il secondo anche etnico, da un villaggio presso Bagdad.1193.Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 395.1194.Mo'gem, nellaBiblioteca Arabo-Sicula, p. 149. Questo passo serbatoci da Iakût, manca, come tanti altri, nei MSS. d'Ibn-Haukal che abbiamo in Europa. La carta di Istakhri lo conferma pienamente.1195.Si vegga la tavola delle longitudini e latitudini pubblicata da Lelewel nell'Atlante dellaGéographie du moyen-âge, Bruxelles, 1850. Ibn-Iûnis, nella lista delle posizioni geografiche (p. 4) segna le seguenti:Sicilia (forse a Palermo)long.39°lat.39°Tunis29°33°Kairewân31°31° 40′Tripoli d'Affrica40° 40′33°1196.Mo'gem, nellaBiblioteca Arabo-Sicula, p. 115 del testo dove si dà allo Stretto il nome di Faro.1197.Op. cit., p. 114.1198.Ibn-Haukal, op. cit., p. 119, il qual passo si trova soltanto nelMo'gem. Ibn-Haukal non conoscea forse le carte greche rifatte dagli Arabi dopo Mamûn, poichè l'opera geografica ch'egli aumentò e corresse con le proprie osservazioni era quella d'Istakhri; della quale abbiamo il MS. pubblicato infac-similedal Dottor Moëller col titolo diLiber Climatum, Gothæ, 1839, in 4º. Quivi, a p. 39, si trova il disegno più primitivo che si possa immaginare del Mediterraneo: lo spaccato di un orciolo, nel quale il collo affigura lo stretto di Gibilterra e la pancia è piena di tre palle che rappresentano la Sicilia, Creta e Cipro. Il circolo della Sicilia s'avvicina alla curva che significa la costiera d'Affrica, ad un punto ove è scritto “Tabarca.” Questa figura ridotta alla metà, si ritrova anche nell'Atlante dellaGéographie au moyen-âge, del dotto Lelewel, tavola terza. Un'altra figura vieppiù strana, a p. 25 dell'edizione di Gotha, spinge la Sicilia a levante verso Tripoli.1199.Journal Asiatique, IVeserie, tomo V (1845), p. 91, eArchivio Storico Italiano, App. XVI, p. 21.1200.Squarcio riferito da Ibn-Scebbât, il cui testo si vegga nellaBiblioteca Arabo-Sicula, p. 210.1201.Mo'gem, op. cit., p. 114.1202.Op. cit., p. 115. Lamerhela, “cavalcata” ossia quel tratto di strada che si percorre d'un fiato, è misura itineraria degli Arabi, un po' vaga, e diversa secondo i luoghi. Edrisi nella descrizione dell'isola,Biblioteca Arabo-Sicula, p. 48 del testo, ragiona lamerhelaleggiera a diciotto miglia in circa. Così gli 11 rilievi da Messina a Trapani secondo il miglio di Sicilia del tempo di Edrisi che risponde al miglio romano e all'attuale di Sicilia, tornerebbero a 198 miglia. Ma ragionando lamerhelaa venti miglia, quella misura sarebbe quasi esatta, poichè gli itinerarii della posta di Sicilia del 1839, portavano 172 miglia a cavallo da Messina a Palermo per le Marine, e 68 da Palermo a Trapani per via rotabile, ch'è necessariamente più lunga. Secondo lo stesso Edrisi, la giornata di cammino, diversa dallamerhela, era da 24 a 36 miglia, e in media 30. Il miglio attuale di Sicilia risponde a 1487 metri; il romano si ragiona 1481 o 1475.1203.Catalogo della Bodlejana, nºDLXIV(Marsh. 173), MS. del 1034 dell'egira (1624-5). La voce che traduco “Ausiliare” significa propriamente “Colui che rende prospero un successo.” La voce “acciacchi” è trascritta, non che tradotta. Il testo ha il plurale diSciakwa, con l'articoloas-sciakwa, donde parmi derivatoacciacco.1204.Trascrivo anche questa voce.Takwîm, in arabo vuol dire designazione di prezzo, annotazione precisa e indi libretto di appunti. Questo MS. anche moderno, ma senza data, è segnato nella Biblioteca Parigina, Ancien Fonds, 1027. Di certo s'è perduto nella nuova legatura, una trentina d'anni fa, il titolo che si legge nel catalogo stampato e in un foglio di mano del maronita Ascari: “Takwîm al Adouiat al Mofredat.” Il nome dell'autore è scritto diverso da quello di Oxford:Ibrahim-ben-abi-Said-al-Magrebi-al-Olaij; ma forse portava Ibn-Ibrahim e Sikilli in vece di Olaij, come lesse Ascari.Del rimanente non solo i due MSS. sono identici al modo di prima e seconda edizione corretta, ma la seconda edizione corse anche sotto il titolo di “Ausiliare pei medicamenti semplici,” poichè Hagi-Khalfa, edizione Flüegel, tomo IV, p. 182, nº 13, 145, dà appunto questo ad un'opera di cui ignorava l'autore, la quale comincia con le stesse parole del MS. di Parigi. Il principio dell'introduzione con le varianti dei due MSS. si legge nellaBiblioteca Arabo-Sicula, p. 694, seg., del testo.1205.Abbiccio meglio il greco α, β, γ, δ, che era l'ordine antico degli Arabi, e in fatti presero da quello le notazioni numerali in lettere.1206.Ecco le rubriche delle colonne verticali nel MS. di Parigi. — 1. Nome del medicamento. — 2. Qualità (se vegetabile ec.). — 3. Specie diverse. — 4. Quale specie sia da scegliere. — 5. Natura (se caldo, freddo, secco ec.). — 6. Forza. — 7. Indicazione nelle malattie del capo. — 8. Id. degli organi respiratorii. — 9. Id. degli organi digestivi. — 10. Id. generali del corpo. — 11. Modo di adoperare il medicamento. — 12. Dosi. — 13. Effetti nocivi. — 14. Come ripararvi. — 15. Surrogati. — 16. Numero progressivo. — Le colonne 7, 8, 9, 10, sono molto più larghe che le altre. Nel MS. di Parigi le sedici colonne prendono ambe le facciate del libro aperto e v'ha cinque semplici, ossia cinque divisioni orizzontali, in ciascuna. Il MS., che finisce al fog. 122 recto, ha l'ultima pagina in bianco, sì che vi manca la conchiusione e forse alcuno degli ultimi articoli.1207.Si vegga la bellissima edizione d'Avicenna fatta a Roma il 1593, coi caratteri Medicei, p. 124, segg. Avicenna dà 800 semplici, Abu-Sa'îd 545. Entrambi li pongono nell'ordine alfabetico dell'Abuged; ma l'ordine secondario in ciascuna lettera iniziale è diverso. Del resto Avicenna compose questo capitolo in tavole, come Abu-Sa'îd, ancorchè nella edizione romana, per guadagnare spazio, i cenni ch'erano in colonne sian messi in continuazione.1208.MS. della Biblioteca pubblica di Leyde, dell'anno 899 dell'egira, (1493), nº 41, segnato nel Catalogo del 1716, nº 727, p. 440. Il titolo in arabico che leggiamo nel catalogo non si trova più nel MS. Io l'ho pubblicato con la introduzione e la tavola dei capitoli nellaBiblioteca Arabo-Sicula, p. 697 del testo.Ecco la tavola dei capitoli: 1. Medicamenti semplici giovevoli contro la cefalgia; 2.... contro le malattie degli occhi; 3.... degli orecchi; 4.... del naso; 5.... della bocca; 6.... della gola e del collo; 7.... del fegato e dello stomaco; 8.... degli intestini e purgativi; 9.... del sedere e tumori che vi nascono; 10.... delle reni; 11.... della vescica; 12.... degli organi maschili; 13.... della matrice; 14.... delle articolazioni; 15.... ferite; 16.... tumori e pustole (buthûr, donde ibutteridel vaiolo); 17.... malattie polmonari; 18.... Febbri e mal'aria; 19.... Veleni e morsicature di animali; 20.... Sostanze proficue alla sanità generale della persona.1209.Hagi-Khalfa,Dizionario Bibliografico, edizione di Flüegel, tomo V, p. 75, nº 10,057.1210.Il mecenate ricordato da Hagi-Khalfa non si trova tra i principi d'Affrica nè di Spagna; ma quel soprannome e quel nome proprio, spesseggiavano nella dinastia hafsita di Tunis che surse in principio del XIII secolo. Si potrebbe dunque supporre uom di quella famiglia che non avesse regnato nè lasciato memoria di sè negli annali politici.1211.Imâd-ed-dîn,Kharîda, nellaBiblioteca Arabo-Sicula, p. 589, del testo. Questa notizia trovandosi nell'Antologia d'Ibn-Kattâ', il poeta fu anteriore al principio del XII secolo.1212.Soiuti,Tabakât-el-Loghewîn, nellaBiblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 674. Almanzor tenne l'oficio di primo ministro o piuttosto lo scettro della Spagna dal 976 al 1001.1213.Ognun sa che molte consonanti non si distinguono altrimenti che pei punti messivi sopra o sotto; e che la scrittura monumentale chiamata Cufica non ha punti, il che la rende spesso sì incerta. Ma il carattereneskhipunteggiato si usò fin dal primo secolo dell'egira, com'or lo provano varii monumenti; nè par che negli esemplari del Corano sia caduto mai equivoco su le consonanti.1214.Questi si accennano con vocali e anche consonanti. Ma molte consonanti prescritte dalle forme grammaticali non si notavano allora, come il provano gli antichi esemplari del Corano. Si veggano i lavori di M. De Sacy,Notices et Extraits des MSS., tomo VIII, p. 290 segg., 355 seg., e tomo IX, p. 76, seg. La lista delle lezioni arcaiche o erronee che voglian dirsi, delle copie primitive del Corano, è molto più lunga, come si vede nei frammenti su Pergamena che possiede la Biblioteca di Parigi, Suppl. Arabe.1215.Si riscontrino: Imâd-ed-dîn,Kharîda, squarcio tolto da Ibn-Kattâ', nellaBiblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 598; Dsehebi,Anbâ-en-Nohâr, op. cit., p. 645, ed Hagi-Khalfa, edizione di Flüegel, tomo II, p, 209, nº 2472, tomo VI, p. 36, nº 12,632, e p. 70, nº 12,752. Il nome è dato diversamente, ma si vede l'identità della persona.NellaKharîdatroviamo dodici versi di questo autore. I primi quattro son cavati da una elegia d'ignoto argomento; se non che vi leggiamo:“Ed entra (il nemico o l'esercitoec.) in un deserto che ha abitatori: entra come il mare; se non che gli manca l'onda amara.“Vedresti lor lettighe da camelo piene di nemici che portan via la preda, navigar quasi galee su le teste degli abitatori.” MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1375, fog. 49, v. 7, e del British Museum, fog. 37, v. 7.1216.“Le gitto uno sguardo furtivo, temendo per lei gli appuntatori e le spie.“E vorrei lamentarmi seco di questo immenso affetto, ma non oso; tanto è il mio pudore!“Quantunque ella sembri avara dell'amor suo, tutto io le dono il mio e la candida amistà.“E nasconderolle, quand'anco ne dovessi morire, l'incendio di dolore che m'ha messo (in seno).” MSS. cit.1217.“Non domandar agli uomini del secolo che operino secondo giustizia: da ciò li scusano i costumi del secolo e degli uomini.“E se vuoi che duri l'amistà col tuo compagno, studiati a chiudere gli occhi su quel ch'ei fa.” MSS. cit.1218.'Irâb, è la dottrina delle mutazioni grammaticali dei vocaboli, astrazion fatta della sintassi che si chiamaNakw.1219.Si confrontino: Soiuti,Tabakât-el-LoghewînnellaBiblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 673, 674; Hagi-Khalfa, edizione Flüegel, tomo I, p. 356, nº 926, e IV, p. 284, nº 8398; e Ibn-Khallikân, edizione del Wüstenfeld. Avvertasi che Ibn-Besckowâl, secondo il MS, dellaSociété Asiatiquedi Parigi, il solo che io abbia potuto consultare, nol dice di Saragozza, ma soltanto spagnuolo; nè fa menzione dell'origine di Medina. Potrebbero esser dunque due Ismail-ibn-Khelef, l'uno spagnuolo e l'altro siciliano.1220.Così la chiamano gli Europei. Si pronunzierebbe più correttamenteAmr.1221.Si confrontino: Dsehebi,Anbâ-en-NohânellaBiblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 647, e Soiuti,Tabakât-el-Loghewîn, op. cit., p. 676. Ho corretto secondo Soiuti il nome che in Dsehebi si legge Omar-ibn-Ali ec. Argomento l'età da quella del suo maestro Ibh-Fehhâm, lodato di sopra, e del celebre tradizionista Silefi, morto il 1180, il quale al dir di Dsehebi conobbe Omar-ibn-Ali al Cairo Vecchio.1222.Casiri,Bibliotheca Arabico-Hispana, tomo I, p. 501, trascritto dal Di Gregorio,Rerum Arabicarum, p. 237. Ma Casiri non dà in arabico nè il nome dell'autore, nè il titolo del libro. Dice il primo oriundo siciliano e nato a Ceuta, avendo letto al certoSikillieSibti; che potrebbe significare “Siciliano stanziato a Centa” o al rovescio. Duolmi che le difficoltà dell'Escuriale e le mie, mi abbian tolto di andare a studiar questo Manoscritto, come ho fatto di tutte le altre opere d'Arabi siciliani.1223.Op. cit., p. 644.1224.Imâd-ed-din,Kharîda, estratti dallaDorrad'Ibn-Kattâ', nellaBiblioteca Arabo-Sicula, p. 597 e 592. Del primo abbiam due versi tolti da un'elegia ed un epigramma in altri due versi; del secondo due soli versi; ed altrettanti del terzo.Ecco l'epigramma di 'Atîk, nellaKharîda, MS. di Parigi, fog. 46 verso, e del British Museum, f. 35 verso.“Non temer (il soggiorno) di un poderetto presso picciol paese; chè là dove si respira, si mangerà.”“Iddio scompartisce il nutrimento a tutte le creature, e il tribolarsene è da stolto.”1225.Ibn-Besckowâl, op. cit. all'articolo: Khelef-ibn-Ibrahim-ibn-Khelef, soprannominato Ibn-Hassâr, il quale nacque il 427 e morì il 511 (1036-1117).1226.Ancorchè le due sorgenti della sua biografia lo chiamino entrambe Sikilli, pure Imâd-ed-dîn lo mette tra i poeti dell'Africa propria, senza spiegare il perchè.1227.Si riscontrino: Imâd-ed-dîn,Kharida, estratto dellaDorrad'Ibn-Kattà', nellaBiblioteca Arabo-Sicula, p. 604 del testo, e Dsehebi,Anbâ-en-Nohâ, op. cit., p. 647. Il primo dà il nome di Mohammed Ibn-Abi-Bekr, il secondo di Abu-Bekr-Mohammed-ibn-Abd-Allah; ma la supposta causa della morte, raccontata da entrambi con poco divario, non lascia dubbio su l'identità della persona. I versi, che son sette, si leggono nellaKharîda. Il misero pazzo dice che versava a un tempo lagrime e sangue; e finisce così:“Oh! sventura, amici miei, fui ferito; e non v'accorgeste che mi fiedean le spade di due pupille.”“Il fegato mi si è versato nel petto. E fino a quando vedrò alternar la mattina e la sera, cruciato sempre dall'amore?” MS. di Parigi, fog. 133 recto, e del British Museum, fog. 100 recto.1228.Si vegga la pregevole monografia malekita di M. Vincent, intitolataÉtudes sur la loi musulmane, Paris, 1842, in 8º.1229.Mo'gem-el-BoldânnellaBiblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 123, ed Aggiunte a p. 40 della Introduzione. Iakût, non so su qual fondamento, vuol che il nome “Calabria” si legga in arabicoKillawria.1230.Makrizi,Mokaffa', nellaBiblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 663, il quale non porta data; ma ce l'additano i nomi di Gioneid e Nûri, ricordati da Giami nelle Vite dei Sufiti. Abu-l-Kasim-Gioneid da Bagdad, tenuto in suo tempo il primo veggente o visionario dell'Irâk, sagace al certo e sentenzioso, morì il 297, 298 o 299 (909-911); ed Abu-Hosein-Ahmed-ibn-Mohammed-Nûri, che si credea secondo solo a Gioneid, era trapassato pochi anni innanzi. Si vegga la biografia di Gioneid, tradotta dal persiano di Giami per M. De Sacy,Notices et Extraits des MSS., tomo XII, p. 426 a 429 con le note corrispondenti.1231.Par desso l'Abu-Bekr Sikilli che Giami pone in lista, op. cit. p. 409. D'altronde Makrizi nel cenno biografico non dimenticò l'appellazione di Sufita.1232.Perchè Makrizi lo chiama Misri e Sikilli. Non è mica probabile ch'ei fosse nato in Egitto e venuto in Sicilia.1233.Hagi-Khalfa, edizione Flüegel, tomo IV, p. 474, nº 9271.1234.Ibn-Besckowâl, op. cit., al nome: Derrâg. L'età si scorge da quella d'un suo maestro in Spagna, per nome Abu-Gia'far-Ibn-'Awn-Allah, che andò in pellegrinaggio il 342 (953).1235.Ibn-Besckowâl, op. cit. a questo nome. Un discepolo di Râik, per nome Sa'Id-ibn-Iûsuf da Calatayud, morì il 395 (1004).1236.Imâd-ed-dîn,Kharîda, estratto dallaDorrad'Ibn-Kattâ nellaBiblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 595. Il titol di emiro si diè per cortesia a tutti i rampolli di famiglie principesche. Mi par bene tradurre tutti i versi che abbiamo di lui, alle allusioni dei quali non troviamo riscontro nelle croniche; ma vanno naturalmente tra l'abdicazione di Iusûf, 998, e la caduta della dinastia.“Ella mi dicea: Ho visto uomini prodi, ma nessuna (spada) del Iemen agguagliò mai la tua.“Uso tanto ai tumulti della plebe, che ormai ti credi invulnerabile a lor sassi.“Ma fino a quando affronterai temerario i fati, offrirai il petto alle lance?“Ed io le risposi: Di tutto ho sentito parlare fin qui, fuorchè d'un Kelbita vigliacco.”E scrisse ad un suo cugino questo rimbrotto:“Ti credei spada ch'io sguainassi contro il nemico, non che volgessila contro me medesimo.“Mi affaticai ad innalzarti ed onorarti; ed eccomi alfine sgarato (chiuso) in un carcere, non lungi dalle tue stanze.”1237.Homaidi,Geswat-el-MoktabisnellaBiblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 578. L'autore, che nacque il 1029 e morì il 1097, trascrive due versi di Ahmed-ibn-Abi-Mokâ ch'eran passati per la bocca di Abbas-ibn-Amr nel seguente modo: 1 Abu-Mohammed-Ali; 2 il cadi Ibn-Soffâr; 3 Abbas-ibn-Amr; 4 Thâbit da Saragozza, ec. Però il soggiorno di quel Siciliano in Spagna par si debba riferire ai primi trent'anni del secolo.1238.Ibn-Besckowâl,Silet, nellaBiblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 578. Le cagioni che lo avessero distolto dal tornare in Sicilia e dal rimanere in Granata, non son dette dal biografo ma supposte da me.1239.Makrizi dà il nome d'Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Mosallim, (secondo, altri, aggiugne, Moslim) ibn-Mohammed, Koreiscita. Degli altri scrittori che facciano parola di lui, Hagi-Khalfa segue il nome dato da Ibn-Khallikân, Soiuti quel che ai trova in Makrizi, i rimanenti lo chiamano Mazari, o Abu-Abd-Allah-Mohammed-Mazari.1240.Il testo d'Ibn-Khallikan dice “la memoria delle tradizioni e ilKelâm, sopra quelle.”Kelâm, come abbiam notato altrove, era la “scolastica” il metodo delle scuole teologiche. Però mi sono discostato dalla versione di M. De Slane “the Manner in which be lectured on that subject.”1241.Qui anche mi è parso che la voce “dottrine” renda il testofewâid, più precisamente che la versione litterale inglese “good passages.” Di quest'opera fan parola Ibn-Khallikân, e Makrizi; e la nota Hagi-Khalfa, edizione Flüegel, tomo II, p. 545, nº 3908.1242.Ibn-Khallikân e Makrizi, il quale la dice positivamente di subietto teologico.1243.Makrizi.1244.Iakût, nelMoseterik, edizione di Wüstenfeld all'articolo: “Mazara.”1245.Appendice anonima ad Hagi-Khalfa, nella edizione di Flüegel, tomo VI, p. 650, nº 93.1246.Adab, dicono gli Arabi in una parola.L'Encyclopédie des Gens du monde, sarebbe appo loro un'opera diAdab, la qual voce racchiude la buona educazione.1247.Ibn-Khallikân lo diceMotefennin, ossia dotto in varii rami di sapere; il furioso teologo Ibn-Mo'allim, MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 200, fog. 100 verso, aggiugne: “e primeggiò nella scienza del detto e dello speculato.”1248.Kharesci,Comentoal Compendio di Khalîl-ibn-Ishak, Ms. di Parigi, Sup. Ar. 405. foglio 5 verso. Debbo avvertire che simile notizia, con poco divario, mi è stata data dall'erudito e svegliato Soleiman-Kurdi da Tunis, che ho conosciuto a Parigi, il quale ricordava benissimo il fatto della sepoltura di Mazari a Monastir, cavato, credo io, da Ibn-Khallikân.1249.Kharesci, l. c. Si vegga anche la versione del Khalîl,Précis de jurisprudence musulmaneetc., traduit par M. Perron, tomo I, p. 5, e la nota del traduttore a pag. 511. DellaModawwanaabbiam fatto cenno nel Libro III, capitolo XI, p. 222 di questo volume.1250.Makrizi.1251.Makrizi, il quale dà nomi d'un Ahmed-ibn-Ibrahim-Razi, maestro suo al Cairo vecchio, e di parecchi discepoli ch'ebbe Mazari ad Alessandria.1252.Zerkescl,Storia degli Almohadi, nellaBiblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 522. Argomento la data del soggiorno a Mehdia da quella che si assegna al passaggio del giovane Ibn-Tûmert in detta città, cioè la fine del quinto secolo dell'egira. Si veggano Ibn-Khaldûn,Histoire des Berbères, versione di M. De Slane, tomo II, p. 163, e ilKartâs, versione del professore Tornberg, intitolataAnnales Regum Mauritaniæ, tomo II, p. 150. Ibn-Tûmert comparve più zelante asci'arita che il suo maestro Mazari; ma il maestro era dotto e galantuomo; il discepolo spezzava strumenti di musica, sgridava nobili donne per le strade, architettava miracoli; e suscitò nella schiatta berbera una delle più importanti rivoluzioni che mai vi fossero avvenute.1253.Ibn-Khallikân dice che alcuni riferissero la morte di Mazari il 18 rebi' primo del 536, altri il lunedì 2 dello stesso mese. Questo giorno di settimana non va bene secondo i nostri calendarii. Nel conto civile, rebi' primo di quell'anno cominciò di sabato, e nel conto astronomico di venerdì; il che s'aggiunga alle tante prove che i Musulmani nel medio evo contavano i mesi non sul calendario, ma su le testimonianze legali di chi avesse vista primo la luna nuova.IlBaiân, testo, tomo I, p. 322, dà la morte di Mazari il 536; Makrizi il 530, Kâresci, l. c., il 536.1254.Villaggio ad otto miglia, O. S. O., da Tunis.1255.Penisola alla estremità meridionale del Golfo di Hammamet, non lungi da Mehdia. Sapendosi che Mazari morì in Mehdia, e che il cimitero di questa città era inMonastir, non ho dubbio a leggere così in vece diMenasciin, che nella edizione dei Wüstenfeld si dà come luogo della sepoltura di questo insigne giurista.1256.Si confrontino: Ibn-Khallikân,Biographical Dictionary, versione di M. De Slane, tomo III, p. 4, e testo, tomo I, p. 681, e nella edizione del Wüstenfeld, fascicolo VII, p. 12, biografia 628; Makrizi,Mokaffa', nellaBiblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 667, 668; Soiuti nel cenno biografico di Abd-el-Kerîm-Iehia-ibn-Othman,Biblioteca Arabo-Sicula, p. 676; Zerkesci, Hagi-Khalfa ed Ibn-Mo'allim, ll. cc. Il libro di quest'ultimo, venutomi alle mani dopo la pubblicazione dellaBiblioteca Arabo-Sicula, fu scritto tra il 701 e 708 dell'egira (1302-1308) a Damasco: una furibonda polemica asci'arita, nella quale son levati a cielo gli ortodossi e s'invoca la spada dei principi contro chi differisse d'un pelo dalla loro credenza. Il titolo dell'opera d'Ibn Mo'allim èStella del ben diretto, elapidazione del traviato.Debbo avvertire in ultimo che si potrebbero supporre due scrittori contemporanei nati a Mazara entrambi e nominati Mohammed; cioè il figlio di Alì e li figlio di Mosellim; Makrizi non solamente dà al suo Mazari questo nome patronimico ma anche altro nome di tribù, e lo dice morto di scia'bân 530 (maggio 1136); le quali particolarità tutte differiscono da quelle che leggiamo in Ibn-Khallikân e negli altri autori citati. Makrizi avrebbe dunque confuso il Mazari tradizionista domiciliato in Alessandria con quello assai più rinomato che morì in Affrica.1257.Zerkesci, l. c.1258.Si vegga il cap. XI del Lib. III, p. 219, segg.1259.Karesci, l. c., il quale aggiugne che secondo altri Ibn-Iûnis mori allo stesso giorno di rebi' secondo, cioè 20 giorni appresso.Probabilmente è questi loSceikh Sicilianoche veggiamo nell'antica compilazione malekita anonima, intitolataSciarh-el-Ahkâm, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 480, fog. 85 verso; e ilSicilianocitato da Agihûri nell'altro Commentario sopra Khalîl, MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 397, vol. I, fog. 390 recto. Secondo una lista messa a capo delle glose di Ahmed Zurkani all'opera di Khalîl, MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 402, fog. 1 recto, la citazioneSikilliindicava sempre Mohammed-ibn-Iûnis.1260.Si vegga sopra la nota a pag. 478.1261.Ibn-Besckowâl, op. cit., nell'articolo di Soleiman-ibn-Iehia. Costui, tornato a Cordova, vi professava dritto malekita nel 478 (1085). Credo Abd-el-Hakk discepolo d'Ibn-Iûnis, perchè loSciarh-el-Ahkâm, dà su l'autorità sua una sentenza d'Ibn-Iûnis, l. c.1262.Hagi-Khalfa, edizione Flüegel, tomo II, p. 479, nº 3785.1263.Makkari,Analectes sur l'histoireec.d'Espagne, testo arabico, tomo I, p. 917. IDetti argutison tra le venti opere celebri che accennò in cinque versi il letterato spagnuolo Ibn-Giâbir, morto in Aleppo il 780 (1378), delle quali Makkari dà i titoli compiuti.1264.Ibn-Besckowâl, op. cit. all'articolo: Thâbit, Sikilli.1265.Makrizi,Mokaffa', nellaBiblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 664. Rebe'i è nome etnico che si riferisce a famiglie di varii ceppi arabici: Nizâr, Azd, Temîm, Kelb, ec. V'ha nella raccolta del Di Gregorio, p. 171, la iscrizione sepolcrale d'un Rebe'i, morto il 1026.1266.Ibn-Besckowâl, op. cit., al nome d'Ali-ibn-Othmân: Il titolo dell'opera èLoma'-fi-Asl-el-Fikh. Il nome etnico dell'autore forse va letto “Adserbi” e significherebbe “oriundo dell'Aderbaigiân.” Ali potrebbe per avventura essere il medesimo di cui rimanea nel Museo di Daniele l'iscrizione sepolcrale citata nella nota precedente; dove la voce Rebe'i è preceduta da altre che mancano, fuorchè la sillabaan, ch'è appunto la desinenza del nome patronimico Othmân. In tal supposto, l'andata in Spagna tornerebbe nei primi venticinque anni dell'XI secolo; nè parrebbe inverosimile che l'erudito mercatante fosse ito a morire a Napoli, o Salerno.1267.Ibn-Besckowâi, op. cit., a questo nome. Il titolo dell'opera èTebsira-fil-Fikh; la quale manca in Hagi-Khalfa, al par che la precedente.1268.Makrizi, citato da Sacy,Chrestomathie Arabe, tomo I, p. 196. Su l'officio dimohtesib, si vegga qui sopra la p. 8, Lib. III, cap. I.1269.Kharîda, d'Imâd-ed-dîn, nellaBiblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 604. Un giorno il cadi entrando nella stanza del primo ministro Afdhal, vistogli dinanzi un calamaio d'avorio intarsiato di corallo, improvvisò:“Per divina possanza si ammollì il ferro nelle mani di David, sì che il filò in maglie come gli piacque.“Ed ecco arrendevole a te il corallo, pietra che l'è, forte e schiva al tratto.”Un'altra volta, avendo fatto Afdhal condurre un canale infino al villaggio di Karâfa presso il Cairo, il cadi che possedea quivi una casa ed un orto, gli domandò l'acqua per la casa. Il fece in sette versi, nei quali descrivendo gli alberi intristiti del suo giardino, conchiude così:“All'udire il lamento del bindoli (sul canale, gli alberi) dicono con favella d'afflitto innamorato:“Veggo l'acqua ed ardo di sete, ma ahimè non ho modo di andarvi a bere.”V'han di lui pochi altri versi erotici.1270.Hagi-Khalfa, edizione Flüegel, tomo IV, p. 398, nº 8978. Ibn-Ge'd è chiamatosceikh, cioè dottore, eimâm, cioè principe, onoranza che già dai capi di scuola scendeva ai dotti di minor nota.1271.Mo'gemnellaBiblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 114.1272.Hagi-Khalfa, edizione di Flüegel, tomo VI, nº 13,437, p. 265.1273.Si vegga il cap. XIII di questo Libro, p. 433, nota 6.1274.Mogtehid, come si è detto altrove, significa “dottore che cava dall'analogia e dalla ragione novelli assiomi o corollarii dì giurisprudenza.”1275.Così traducorekâik, plurale direkîka, litteralmente “sottilità.” Il significato tecnico è: “virtù di intelletto, di studio e di costumi che innalza l'uomo sì che s'avvicini alla divinità.”1276.Citato da Iakût, nelMo'gem, articoloSementârche si vegga nellaBiblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 113, 114. Oltre Ibn-Kattâ', l'autore delMo'gemsi riferisce ad un Mohibb-ed-dîn-ibn-Niggiâr, che alla sua volta allegava Abn-Hasan da Gerusalemme.1277.Mo'gem, l.c.1278.“Discordie civili incalzanti; popolo dimentico (di sè stesso); secolo che infierisce sul genere umano:“Quelle soggiornano in questo a lor agio; nè accennano d'andar via: coprono (il mondo) tutto d'iniquità e d'errore.“O sconsigliato procacciator di male, seguace d'ogni colpa, che mi dirai tu?“Hai venduto la tua casa dell'eternità a vilissimo prezzo, di ben mondano che svanirà quanto prima.”Si vegga il testo di Oxford nellaBibl. Arabo-Sicula, p. 36 della Introd.1279.Mo'gem, nellaBiblioteca Arabo-Sicula, p. 114.1280.Il biografo scrive che costuiietekallam, cioè litteralmente “ragionava;” ma il significato proprio è “ragionava secondo la scuola teologica detta degli ArabiKelâm, che torna quasi alla nostra teologia scolastica.” Si vegga Renan,Averroës et l'Averroïsme, p. 79-80.
1121.La piantagione di datteri a San Giovanni dei Leprosi fuori Palermo, posta accanto a un oliveto, è ricordata in un diploma del 1249 presso Mongitore,Sacræ domus Mansionis... Monumenta, cap. IV. Fu tagliata nel XIV secolo dall'esercito angioino che assediò Palermo.
1122.Edrisi dà il nome diNahr-Tût“fiume Gelso” al fiume detto oggi Arena a mezzogiorno di Mazara, e dice dell'abbondanza della seta prodotta a San Marco in Val Demone.
1123.Si scorge da due diplomi del 1284, e dalla Cronica di D'Esclot, cap. CX, dei quali ho fatto cenno nellaGuerra del Vespro Siciliano, edizione di Firenze, 1851, cap. X, p. 209.
1124.Mo'gem, nellaBiblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 116.
1125.Vita di San Filareto, presso Gaetani,Sanctorum Siculorum, tomo li, p. 113, e presso i Bollandisti, tomo I, di aprile, p. 607.
1126.Mo'gem, l. c.
1127.Vita di San Filareto, l. c. La versione latina del Padre Fiorito ha:ad vehicula trahenda aptissimi; ma mancando il testo greco, non siam certi se si tratti di carri o di lettighe.
1128.Mo'gem, l. c.
1129.Mo'gemeVita di San Filareto, ll. cc. Si ricordin anco i grandi armenti dell'emiro Iûsuf, cap. VIII del presente Libro, p. 354 del volume.
1130.Vita di San Filareto, l. c.
1131.Mo'gemeVita di San Filareto, ll. cc.
1132.Vita di San Filareto, l. c.
1133.Mo'gem, op. cit., p. 116 a 118. In Sicilia le vipere e gli scorpioni sono assai più rari e men letali che in Affrica, Egitto ed Oriente.
1134.Libro de Agricultura, su autor.... ebn el Awam Sevillano, versione spagnuola di Banqueri, col testo arabico, Madrid, 1802, in folio, tomo II, p. 193 e 231. Si tratta d'una specie di popone, detta in arabicoNefâq, credo quel che in Sicilia si dicono meloni da tavola, ovvero i meloni d'inverno.
1135.“Nuara” (in arabiconowâr, secondo Ibn-'Awwâm, tomo II, p. 213) si addimanda l'aja di poponi, zucche, cocomeri; “vaitali” (ar.batîl) il rigagnolo dei giardini: “gebbia” (ar.giâbia), un gran serbatoio d'acqua per irrigare gli orti ec.
1136.La malvetta rosata, come la chiamiamo in Sicilia, è ilPelargonium radula roseumdei botanici.
1137.Ibn-'Awwâm, op. cit., tomo II, p. 296.
1138.Ibn-'Awwâm, op. cit., tomo II, p. 418.
1139.Ibn-'Awwâm, op. cit., tomo II, p. 104.
1140.Kitab-el-Felaha, d'Aba-abd-Allah-Mohammed-ibn-Hosein, citato da M. Cherbonneau in una Memoria su laCulture arabe au moyen-âgenegliAnnales de la Colonisation algérienne, giugno 1854.
1141.Diploma del 1140, pel quale si concedono alla Chiesa di Catania “duas terras ad bombacea” presso De Grossis,Decacordum, tomo I, p. 77. Edrisi nota che il cotone si coltivava in gran copia a Partinico.
1142.Ibn-Sa'id,Kitâb-el-Badi, nellaBiblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 137, eMokhtaser Gighrafia, op. cit., p. 134, con la correzione a p. 43 dell'introduzione, ove si tratta di Pantellaria.
1143.Fazzello, Deca I, lib. I, cap. 1.
1144.Abu-Mehasin,Storia d'Egitto, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 660, fog. 103 recto, facendo parola di Rascida e Abda figliuole di Moezz, nate innanzi il 972 e morte sotto il regno di Hâkem (996-1021), dice aver la prima lasciato il valsente d'1,700,000 di dinâr, in drappi di varie sorte e profumi, e la seconda un moggio di smeraldi, tanti quintali d'argento ec., e trentamilascikke(o sciukke) siciliane. Questa voce significa taglio d'abito, nè sappiam se sia nome generico ovvero appellazione speciale di questo drappo. Se in quelle cifre si sente l'odor delle mille e una notte, il cronista ch'ebbe alle mani Abu-Mehasin, non inventò quella maniera di drappo. D'altronde abbiam fatto cenno del gran lusso degli Zirîti in Affrica: e le ricchezze dei despoti son talvolta di quelle verità verissime che han sembiante di favola.
1145.Si vegga il cap. XI del Lib. III, p. 230 di questo volume.
1146.Si chiama volgarmente Calatrasi. Tirazi vuol dire artefice deltirâz, ossia opificio regio delle vesti di seta ricamata. Si vegga su questo indizio diKalat-et-Tiraziuna nota nell'erudita opera di M. Francisque-Michel,Récherches sur les étoffes de soie au moyen âge, Paris, 1852, in 4º, tomo I, p. 77, al quale io ho dato questa notizia e in cambio ne toglierò cento, spigolate nelle antiche poesie francesi, che serviranno a illustrare questa industria siciliana nel XII e XIII secolo.
1147.Si vegga la p. 443.
1148.Bekri,Notices et Extraits des MSS., tomo XII, p. 463.
1149.Op. cit., p. 480, 488.
1150.Si vegga il cap. II di questo Libro, p. 247, seg.
1151.Ho dato il testo di quel paragrafo nellaBiblioteca Arabo-Sicula, p. 10.
1152.Edrisi,Géographie, versione di M. Jaubert, tomo II, pag. 266 e 69. In quest'ultimo luogo M. Jaubert non so perchè abbia preferito la varianteFîlâna.
1153.Keitûnnel dialetto, arabico di Siria ed Egitto, vuol dire,ripostiglioomagazzino. Viene dal greco Κοιτὼν che, dal significato primitivo diletto, passò a quelli dicamera,albergo, e, presso i Greci del medio evo,guardarobaestazione di navi: i quali si veggano nella nuova edizione delThesaurusdi Enrico Etienne.
1154.Si vegga il fine del presente capitolo.
1155.Presso Gaetani,Sanctorum Siculorum, tomo II, p. 113, e presso i Bollandisti, tomo I, d'aprile, p, 607.
1156.Presso Pirro,Sicilia Sacra, p. 842.
1157.Io pubblicai questa iscrizione nellaRevue Archéologiquedi Parigi, del 1851, p. 669, seg. Alcuni eruditi palermitani vorrebbero mantenere alla Cuba un altro secolo o due d'antichità, supponendo l'iscrizione più moderna dell'edifizio. Ma non riflettono che la non è incisa in lapide, ma proprio scolpita in giro delle mura, senza vestigie di racconciamenti.
1158.Girault de Prangey,Essai sur l'architecture arabe, Paris 1841, tavola XIII, nº 3, 4.
1159.In una colonna della cattedrale di Palermo, presso il Di Gregorio,Rerum Arabicarum, p. 137.
1160.In due iscrizioni sepolcrali presso Di Gregorio, op. cit., p. 146, 152.
1161.V'ha l'eccezione delle effigie d'uomini e animali in qualche monumento, come i lioni dell'Alhambra ec. Ma in Sicilia non se ne vede alcun esempio. I mosaici d'animali nella sala della Zisa in Palermo, appartengono ai tempi normanni.
1162.Si vegga il cap. V di questo Libro, p. 302, seg., del volume.
1163.Si vegga il cap. IV di questo Libro, p. 274.
1164.Il Di Gregorio,Rerum Arabicarum, p. 188, ne diè un disegno preso ad occhio, come si usava al suo tempo, e ridotto, nel quale ei confessò non poter leggere che qualche sillaba; ed io stento anche a questo. Si vegga, del resto, la nota della pagina precedente. Il disegno di poche lettere che veggiamo nell'opera citata di Girault de Prangey,Essaiec., mostra la bellezza dei caratteri e la trascuranza di chi li avea ritratti prima. L'amico Saverio Cavallari che mi ragguagliò qualche anno addietro della distruzione dei caratteri, n'avea fatto altra volta un disegno che fin qui non ci è riuscito di trovare.
1165.Si ricordi che il miglior disegno è quel pubblicato dal Fazzello.
1166.Il conte Annibale Maffei vicerè di Sicilia li tolse di Palermo e recò a Verona. Scipione Maffei pubblicò le iscrizioni nelMuseo Veronese, p. 187, e indi il Di Gregorio nelRerum Arabicarum, p. 146 a 149. Alla interpretazione attesero G. S. Assemani e il Tychsen. Son le solite formole e brani del Corano, coi nomi proprii; l'uno dei quali mi par vada lettoIbrahim-ibn-Khelef-Dibâgi(in vece diIbrahimi filii Holaf Aldinagi), morto il 464 (1072); e l'altro è Abd-el-Hamîd-ibn-Abd-er-Rahman-ibn-Scio'aïb, morto il 470 (1078). Secondo ilLobb-el-Lobâbdi Soiuti, l'appellazioneDibagi, vuol dire “operaio di seterie,” ed era anche nome patronimico nella discendenza del califo Othoman-ibn-'Affân.
1167.Presso Di Gregorio, op. cit., p. 144 e 152, il quale tolse l'interpretazione da quelle pubblicate dall'abate De Longuerue e da Adriano Reland. La prima dà il nome dellosceikh e giurista sagacissimo Ahmed-ibn-Sa'd-ibn-Mâlek-(ibn-Abd?)el-'Azîz bisognoso(dell'aiuto)del Signore(non Gubernatoris jurisperiti sapientis Ahmedis filii Saad ben el Malak potentissimi qui pauperis instar est erga dominum suum), morto il 413, (1023); e la seconda diMohammed-ibn-Abi-Se'âda(nonfilii ebn Saadh) morto il 444 (1052 non 471, ossia 1079). Le quali iscrizioni non ben disegnate nè ben trascritte in caratteri arabici, e però male interpretate, o furon tolte di Sicilia o Reggio, o provano il soggiorno e morte nei dintorni di Napoli di due Musulmani di Sicilia, Affrica o Spagna, che vi fossero andati, il primo forse per faccende pubbliche o rifuggito, e il secondo per mercatura.
1168.Presso di Gregorio, p. 164, 165, 166. I due primi non si possono interpretare senza più esatti disegni. Nell'ultimo, il secondo rigo, mal deciferato dal Di Gregorio, nè ben corretto da Fraehn,Antiquités Mohammed., tomo I, p. 15, va letto: (Iddio vivente) “stante” e poi la sentenza del Corano, sura XXXII, v. 21, (voi avete) “nell'inviato di Dio, un bel conforto. Questo è il sepolcro d'Abu-Bekr...”
1169.Presso Di Gregorio, p. 171, il quale sbagliò tutto, fuorchè una formola e la data. Va letta così: ... (Benedica) Iddio al profeta Maometto e sua schiatta..... (Chi spende il proprio avere in servigio) di Dio, fa come l'acino di frumento, dal quale germoglian sette spighe....... (Iddio prospera) cui vuole: immenso egli è e sapiente [sura II, verso 263]........ (sepolcro di)...... ibn-Hosein, Rebe'i (?), Fâresi.... morto.... l'anno 417 (1026).
1170.Presso il Di Gregorio, p. 141. La leggenda mal trascritta dal Di Gregorio è “Nè (spero) aiuto che in Dio,” sentenza tolta dal Corano, sura XI, verso 90.
1171.Pubblicata da Lanci,Trattato delle simboliche rappresentanze, tomo II, p. 25.
1172.Un lucido di questa iscrizione ch'era messa da architrave in una finestra, mi fu mandato il 1853 dai signori Agostino Gallo e Saverio Cavallari. Sendo inedita, mi par bene darne la versione: “In nome del Dio clemente e misericordioso; che Iddio benedica al profeta Mohammed e sua schiatta. “Ogni anima assaggerà la morte, nè avrete vostro guiderdone che il dì della Risurrezione. Chi sarà campato dal fuoco e introdotto nel Paradiso, sarà allor felice: perchè la vita di quaggiù non è altro che roba d'inganno.” [Sura III, v. 182.] Questo è il sepolcro di Oma-er-Rahman (cioè laserva di Dio) figliuola di Mohammed, figlio di Fâs; la quale morì il primo.....”
1173.Presso Di Gregorio, op. cit., p. 138 e 140.
1174.Op. cit., p. 141. Il Di Gregorio lesse male l'ultima frase, nè credo ben l'abbia corretta il Lanci,Trattato delle simboliche rappresentanzeec. Parigi, 1845, tomo II, p. 24, tavola XV. Parmi si debba leggerethikati Allah, “La mia fidanza (è) Dio.”
1175.Presso Di Gregorio, op. cit., p. 131. Non si può deciferare sul rame che ne pubblicò il Di Gregorio con la interpretazione di Tychsen. Ma di certo non v'ha una sillaba del verso 55 (si corregga 52) della sura VII, che credette leggervi il professore di Rostock.
1176.Mi fu mandata a Parigi il 1844 dal principe di Granatelli. Il lato leggibile è a dritta di cui guardi. Nei due primi righi son le formole; nel terzo, un frammento della sura XXXVIII, verso 67; nel quarto “.... sepolcro del cadi Kkidhr...;” il quinto e sesto non si scorgono bene; nel settimo “.... di Dio sopra di lui (morto) il venerdì cinque...;” nell'ultimo: “quattro e novanta e....” mancando il secolo che sarebbe il quarto o quinto della egira (1003, o 1100). A destra e sinistra corrono due righi perpendicolari a mo' di cornice, che non ho potuto leggere.
1177.Presso il Di Gregorio, op. cit., p. 154. La lezione e interpretazione di Tychsen, date dal Di Gregorio, difettano in molte parti, e sbagliano la data ch'è pur chiarissima. Ecco come leggo questa iscrizione, mettendo tra parentesi le parole da supplirsi, e indicando con punti le altre che mancano: “(In nome di Dio) clemente e misericordioso, (e benedica Iddio ec.) (Dì loro: Grave annunzio; e voi ne ri-)fuggite [sura XXXVIII, verso 67, 68]. Questo è il sepolcro dello sceikh........ il Kâid egregio Abu-Hasan-Ali figliuolo del....... il giusto, e benedetto il trapassato Abu-Fadhl........ (figlio del).... e benedetto il trapassato Abd-Allah, figlio di Moha(mmed).... (figlio del).... e benedetto il trapassato Ali, figlio di Tâher.... (che sia benigno) Iddio a lui. Il quale morì la notte del giovedì, cinque del mese........ (e fu sepolto?) il venerdì, l'anno trecento cinquantanove (969-70)... (morì attestando non esservi altro Dio) che Allah ed essere Maometto l'inviato di Dio.” L'errore che notai nel testo è di porre il nominativoAbuin luogo del genitivoabinei due luoghi dove occorre.
1178.Si ricordi l'avvertenza fatta nella Introduzione, p.XVIeXXIV.
1179.Si vegga il Lib. I, cap. III, V e VI, ed il Lib. III, cap. I, p. 283, 284, 296, 297, 321 del volume I, p. 5, 6 di questo volume, e s'aggiungano le seguenti:
Oro, anno 268, (881-2) di grammi 1,05 nel Museo di Parigi. In fin della leggenda del rovescio parmi leggere la vocerobâ'i. Si confronti con quella simile pubblicata da Castiglioni e notata da Mortillaro,Opere, tomo III, p. 352, nº IX.Oro, anno 295, (907-8) di grammi 4,25 nel Museo di Parigi col nome del parricida Abu-Modhar-Ziadet-Allah.
Oro, anno 268, (881-2) di grammi 1,05 nel Museo di Parigi. In fin della leggenda del rovescio parmi leggere la vocerobâ'i. Si confronti con quella simile pubblicata da Castiglioni e notata da Mortillaro,Opere, tomo III, p. 352, nº IX.
Oro, anno 295, (907-8) di grammi 4,25 nel Museo di Parigi col nome del parricida Abu-Modhar-Ziadet-Allah.
In queste monete non si legge il nome di Sicilia, ma i dotti le credono siciliane dall'opera. Le altre monete aghlabite di Sicilia notansi dal Mortillaro,Opere, tomo III, p. 343, seg., nº I a XII.
1180.Si vegga il catalogo nelle opere di Mortillaro, tomo III, p. 357, seg., dal nº XIII all'LXXXIX. Quivi l'ultima con data dell'anno e del paese è del 439, (1047-8).
A queste 77 monete sono da aggiugnere le seguenti:
1181.Il Mortillaro, vol. cit., p. 176, seg., 339, 340, citando il Tychsen ed altri, ha sostenuto quest'uso dei vetri improntati; e mi par s'apponga al vero. Ei nota, anche a ragione, la mancanza assoluta di monete arabiche di rame battute in Sicilia; alla quale non credo si possa opporre la moneta pubblicata dal principe di San Giorgio Spinelli,Monete cufiche dei principi longobardiec., p. 31, nº CXXX. Prima, perchè non v'ha data di anno nè di luogo; e secondo, per essere molto dubbia la leggendaEmir-el-Mumenînche l'autore credè scoprirvi. Resta a trovare il paese e l'età in che fu coniata questa e altre monete di rame, certamente musulmane, che il principe di San Giorgio dà nella tavola IV.
1182.Nei varii MSS. questa voce è scritta senza mozioni. È da leggereola prima vocale, come in aggettivo numerale distributivo che nel nostro caso significa “di quei che vanno a quattro” (in un dinâr) proprio il latinoquaterni. Ho fatto già parola di questa sorta di moneta siciliana, nel cap. VII del presente libro, p. 334 del volume. Le autorità sono, in ordine cronologico: 1º Ibn-Haukal,Geografia, nellaBiblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 11, secolo X; 2º Ibn-Khallikân nel luogo che cito al cap. VIII, p. 334, il qual autore trascrive le parole d'Ibn-Rescik, che visse nell'XI secolo, ma riferiva un fatto del X; 3º Ibn-Giobair, stessa citazione, XII secolo; 4º diploma arabico di Sicilia del 1190 presso Di Gregorio,De supputandis apud arabes temporibus, p. 40, 42.
Una trentina di dinâr d'oro, tra omeiadi e abbassidi, che ho pesati nel Museo di Parigi, sono per lo più di 4 grammi traboccanti. Diecidinârfatemiti d'Egitto mi han dato lo stesso risultamento: il migliore arriva a grammi 4,35, e il più scadente a grammi 3,45.
1183.Ne diremo più distesamente nel sesto Libro.
1184.Il singolare nei detti diplomi ètare.
1185.Regii Neapolitani Archivii Monumenta, Napoli, 1845, seg., in 4º. Il tari vi occorre per la prima volta in un diploma di Gaeta del 909, tomo I, parte I, p. 9, dove si vegga l'erudita nota degli editori. Poi negli atti privati stipolati a Napoli infino al mille, i prezzi son pagati per lo più intarid'oro. Nel documento CCXL, anno 996, dato di Napoli, tomo II, p. 143, si legge “auri solidos XIII de tari ana quadtuor tari per unoquoque solidos,” la quale proporzione è replicata, con più o meno errori di grammatica, nei documenti CCXXXIII, anno 993, p. 129, e CCLV, anno 977, seg., 178. Si vegga anche il diploma del 1076 dell'Archivio della Cava, citato da M. Huillard-Breholles, nelleRecherches sur les Monuments et l'histoire des Normandsetc.dans l'Italie Méridionale, publiées par les soins de M. le duc de Luynes, p. 166, dove si fa menzione di soldi d'oro, ciascun dei quali tornava a quattro tari di moneta d'Amalfi.
1186.Monete cufiche battute dai principi longobardiec.interpretate.... dal principe di San Giorgio Domenico Spinelli.Nella prefazione dell'erudito signor Michele Tafuri, p.XXII, seg., si accenna la lega inferiore a quella di Sicilia; e in una nota, p. 227, la differenza dei caratteri. Le monete di cui trattiamo son le prime trenta della raccolta. Il peso varia da 18 a 23 acini di Napoli, cioè da 0,80 ad un grammo. Debbo aggiugnere che, accettando le conchiusioni generali dei dotti editori, non son d'accordo in tutti i particolari. Per esempio, varie leggende non mi sembrano ben trascritte; non tengo punto provata la cronologia che distribuisce coteste monete ai principi di Salerno; nè che tutte sieno state coniate in Salerno. Ve n'ha forse d'Amalfi; e forse è di Napoli il nº XXVII.
1187.Ildalarabico è suono partecipante dellade dellat; e trascrivendolo in latino o greco, si rendea sempre con lat: per esempio dadâr-es-sen'a, “tarsianatus,” donde noi abbiam fatto “arzana' e arsenale.”
1188.Ildirhem, peso, parte aliquota dell'ukîa(uncia) e differente secondo i paesi, si adoperava esclusivamente per l'argento. Dal peso in argento nacque la denominazione di moneta ch'era usata fin dai tempi di Maometto; e rimase sola monetanisâb, ossia legale, in che si ragionava la decima, il prezzo del sangue ec. Il dirhem, moneta effettiva, fu poi diverso.
Or ilrobâ'itornava a tre dirhemnisâb, poichè il dinâr si ragionò dodici. Naturalmente gli Arabi di Sicilia, nel commercio, chiamavan quella moneta d'oro “un tre dirhem,” e nell'uso bastava diretrâhîmal plurale. Il vocabolotari, introdotto in tal modo presso gl'Italiani di Napoli e poi presso i Normanni e Italiani di Sicilia, restò denominazione di moneta d'oro; mentre da un'altra mano i Normanni di Sicilia, usando il sistema degli Arabi, ebbero il dirhem moneta ed anche il dirhem, otari, peso di argento. Indi la vocetari-pesootrappeso. Spariti con la dinastia normanna i tari d'oro, la vocetarirestò come denominazione di peso e moneta d'argento. Gli eruditi del secolo passato arrivarono, dopo molti errori e ricerche, a distinguere itaridei diplomi antichi da quei che aveano alle mani e che valeano quasi la quarta parte dei primi, cui chiamarono per questo tari d'oro. Il dotto Conte Castiglioni sbagliò, come parmi, negando cosiffatta etimologia della vocetari.
1189.Tarîkh-el-Hokemâ.Ho accennato nel Libro III, cap. V, p. 100 del volume, l'articolo sopra Empedocle. Il testo di tutti gli estratti di Zuzeni è ormai pubblicato nellaBiblioteca Arabo-Sicula, p. 613, seg. Nella biografia d'Archimede, si riferisce al gran Siracusano il disegno delle dighe e ponti che dettero abilità a coltivare gran tratto della valle del Nilo nelle inondazioni di che fecero cenno gli antichi (veggasi Harles,Bibliotheca Græca, tomo IV, p. 172); e gli si attribuiscono molte opere genuine o spurie, e tra le seconde, credo io, un “Discorso su gli orologi ad acqua con soneria” che Casiri erroneamente suppone significare il bindolo, (Bibliotheca Arabico-Hispana, tomo I, p. 383.) Di Corace si dà il noto aneddoto col discepolo non trascrivendo il nome, ma traducendoloGhorâb(Corbo, Κόραξ), e aggiugnendo che egli fu greco dell'Isola di Sicilia. Archimede ed Empedocle si dicono greci senz'altro.
1190.Kitâb-el-Mewâ'iz, ediz. di Bulâk, tomo I, p, 127, e nellaBiblioteca Arabo-Sicula, p. 669. Una versione di questo squarcio, per M. Caussin de Perceval si legge nelleNotices et Extraits des MSS., tomo VIII, p. 33, segg.
1191.Estratto dellaDorra-Khalíra(Perla Egregia ec.) d'Ibn-Kattâ', inserito nella Kharîda d'Imâd-ed-dîn,Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 596. I versi leggonsi nel MSS. dellaKharîda, di Parigi, Ancien Fonds, 1375, fog. 43 verso, e del British-Museum, Rich. 7593, fog. 35 recto. Ecco i tre dell'elegia ch'io cito, scritta non sappiamo per quale personaggio.
“Alla morte (appartien) ciò che nasce, non alla vita: l'uomo non è che ostaggio di essa.
Diresti gli anni suoi (foglio) di cui si spieghi un lembo, finchè sopravvien la morte e sel ravvolge.
Chi impreca al tempo non l'intacca, no; ma quand'esso scocca (suo strale) non fallisce mai il colpo.”
1192.Ovvero Kerni. L'uno e l'altro è nome di tribù; e il secondo anche etnico, da un villaggio presso Bagdad.
1193.Biblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 395.
1194.Mo'gem, nellaBiblioteca Arabo-Sicula, p. 149. Questo passo serbatoci da Iakût, manca, come tanti altri, nei MSS. d'Ibn-Haukal che abbiamo in Europa. La carta di Istakhri lo conferma pienamente.
1195.Si vegga la tavola delle longitudini e latitudini pubblicata da Lelewel nell'Atlante dellaGéographie du moyen-âge, Bruxelles, 1850. Ibn-Iûnis, nella lista delle posizioni geografiche (p. 4) segna le seguenti:
1196.Mo'gem, nellaBiblioteca Arabo-Sicula, p. 115 del testo dove si dà allo Stretto il nome di Faro.
1197.Op. cit., p. 114.
1198.Ibn-Haukal, op. cit., p. 119, il qual passo si trova soltanto nelMo'gem. Ibn-Haukal non conoscea forse le carte greche rifatte dagli Arabi dopo Mamûn, poichè l'opera geografica ch'egli aumentò e corresse con le proprie osservazioni era quella d'Istakhri; della quale abbiamo il MS. pubblicato infac-similedal Dottor Moëller col titolo diLiber Climatum, Gothæ, 1839, in 4º. Quivi, a p. 39, si trova il disegno più primitivo che si possa immaginare del Mediterraneo: lo spaccato di un orciolo, nel quale il collo affigura lo stretto di Gibilterra e la pancia è piena di tre palle che rappresentano la Sicilia, Creta e Cipro. Il circolo della Sicilia s'avvicina alla curva che significa la costiera d'Affrica, ad un punto ove è scritto “Tabarca.” Questa figura ridotta alla metà, si ritrova anche nell'Atlante dellaGéographie au moyen-âge, del dotto Lelewel, tavola terza. Un'altra figura vieppiù strana, a p. 25 dell'edizione di Gotha, spinge la Sicilia a levante verso Tripoli.
1199.Journal Asiatique, IVeserie, tomo V (1845), p. 91, eArchivio Storico Italiano, App. XVI, p. 21.
1200.Squarcio riferito da Ibn-Scebbât, il cui testo si vegga nellaBiblioteca Arabo-Sicula, p. 210.
1201.Mo'gem, op. cit., p. 114.
1202.Op. cit., p. 115. Lamerhela, “cavalcata” ossia quel tratto di strada che si percorre d'un fiato, è misura itineraria degli Arabi, un po' vaga, e diversa secondo i luoghi. Edrisi nella descrizione dell'isola,Biblioteca Arabo-Sicula, p. 48 del testo, ragiona lamerhelaleggiera a diciotto miglia in circa. Così gli 11 rilievi da Messina a Trapani secondo il miglio di Sicilia del tempo di Edrisi che risponde al miglio romano e all'attuale di Sicilia, tornerebbero a 198 miglia. Ma ragionando lamerhelaa venti miglia, quella misura sarebbe quasi esatta, poichè gli itinerarii della posta di Sicilia del 1839, portavano 172 miglia a cavallo da Messina a Palermo per le Marine, e 68 da Palermo a Trapani per via rotabile, ch'è necessariamente più lunga. Secondo lo stesso Edrisi, la giornata di cammino, diversa dallamerhela, era da 24 a 36 miglia, e in media 30. Il miglio attuale di Sicilia risponde a 1487 metri; il romano si ragiona 1481 o 1475.
1203.Catalogo della Bodlejana, nºDLXIV(Marsh. 173), MS. del 1034 dell'egira (1624-5). La voce che traduco “Ausiliare” significa propriamente “Colui che rende prospero un successo.” La voce “acciacchi” è trascritta, non che tradotta. Il testo ha il plurale diSciakwa, con l'articoloas-sciakwa, donde parmi derivatoacciacco.
1204.Trascrivo anche questa voce.Takwîm, in arabo vuol dire designazione di prezzo, annotazione precisa e indi libretto di appunti. Questo MS. anche moderno, ma senza data, è segnato nella Biblioteca Parigina, Ancien Fonds, 1027. Di certo s'è perduto nella nuova legatura, una trentina d'anni fa, il titolo che si legge nel catalogo stampato e in un foglio di mano del maronita Ascari: “Takwîm al Adouiat al Mofredat.” Il nome dell'autore è scritto diverso da quello di Oxford:Ibrahim-ben-abi-Said-al-Magrebi-al-Olaij; ma forse portava Ibn-Ibrahim e Sikilli in vece di Olaij, come lesse Ascari.
Del rimanente non solo i due MSS. sono identici al modo di prima e seconda edizione corretta, ma la seconda edizione corse anche sotto il titolo di “Ausiliare pei medicamenti semplici,” poichè Hagi-Khalfa, edizione Flüegel, tomo IV, p. 182, nº 13, 145, dà appunto questo ad un'opera di cui ignorava l'autore, la quale comincia con le stesse parole del MS. di Parigi. Il principio dell'introduzione con le varianti dei due MSS. si legge nellaBiblioteca Arabo-Sicula, p. 694, seg., del testo.
1205.Abbiccio meglio il greco α, β, γ, δ, che era l'ordine antico degli Arabi, e in fatti presero da quello le notazioni numerali in lettere.
1206.Ecco le rubriche delle colonne verticali nel MS. di Parigi. — 1. Nome del medicamento. — 2. Qualità (se vegetabile ec.). — 3. Specie diverse. — 4. Quale specie sia da scegliere. — 5. Natura (se caldo, freddo, secco ec.). — 6. Forza. — 7. Indicazione nelle malattie del capo. — 8. Id. degli organi respiratorii. — 9. Id. degli organi digestivi. — 10. Id. generali del corpo. — 11. Modo di adoperare il medicamento. — 12. Dosi. — 13. Effetti nocivi. — 14. Come ripararvi. — 15. Surrogati. — 16. Numero progressivo. — Le colonne 7, 8, 9, 10, sono molto più larghe che le altre. Nel MS. di Parigi le sedici colonne prendono ambe le facciate del libro aperto e v'ha cinque semplici, ossia cinque divisioni orizzontali, in ciascuna. Il MS., che finisce al fog. 122 recto, ha l'ultima pagina in bianco, sì che vi manca la conchiusione e forse alcuno degli ultimi articoli.
1207.Si vegga la bellissima edizione d'Avicenna fatta a Roma il 1593, coi caratteri Medicei, p. 124, segg. Avicenna dà 800 semplici, Abu-Sa'îd 545. Entrambi li pongono nell'ordine alfabetico dell'Abuged; ma l'ordine secondario in ciascuna lettera iniziale è diverso. Del resto Avicenna compose questo capitolo in tavole, come Abu-Sa'îd, ancorchè nella edizione romana, per guadagnare spazio, i cenni ch'erano in colonne sian messi in continuazione.
1208.MS. della Biblioteca pubblica di Leyde, dell'anno 899 dell'egira, (1493), nº 41, segnato nel Catalogo del 1716, nº 727, p. 440. Il titolo in arabico che leggiamo nel catalogo non si trova più nel MS. Io l'ho pubblicato con la introduzione e la tavola dei capitoli nellaBiblioteca Arabo-Sicula, p. 697 del testo.
Ecco la tavola dei capitoli: 1. Medicamenti semplici giovevoli contro la cefalgia; 2.... contro le malattie degli occhi; 3.... degli orecchi; 4.... del naso; 5.... della bocca; 6.... della gola e del collo; 7.... del fegato e dello stomaco; 8.... degli intestini e purgativi; 9.... del sedere e tumori che vi nascono; 10.... delle reni; 11.... della vescica; 12.... degli organi maschili; 13.... della matrice; 14.... delle articolazioni; 15.... ferite; 16.... tumori e pustole (buthûr, donde ibutteridel vaiolo); 17.... malattie polmonari; 18.... Febbri e mal'aria; 19.... Veleni e morsicature di animali; 20.... Sostanze proficue alla sanità generale della persona.
1209.Hagi-Khalfa,Dizionario Bibliografico, edizione di Flüegel, tomo V, p. 75, nº 10,057.
1210.Il mecenate ricordato da Hagi-Khalfa non si trova tra i principi d'Affrica nè di Spagna; ma quel soprannome e quel nome proprio, spesseggiavano nella dinastia hafsita di Tunis che surse in principio del XIII secolo. Si potrebbe dunque supporre uom di quella famiglia che non avesse regnato nè lasciato memoria di sè negli annali politici.
1211.Imâd-ed-dîn,Kharîda, nellaBiblioteca Arabo-Sicula, p. 589, del testo. Questa notizia trovandosi nell'Antologia d'Ibn-Kattâ', il poeta fu anteriore al principio del XII secolo.
1212.Soiuti,Tabakât-el-Loghewîn, nellaBiblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 674. Almanzor tenne l'oficio di primo ministro o piuttosto lo scettro della Spagna dal 976 al 1001.
1213.Ognun sa che molte consonanti non si distinguono altrimenti che pei punti messivi sopra o sotto; e che la scrittura monumentale chiamata Cufica non ha punti, il che la rende spesso sì incerta. Ma il carattereneskhipunteggiato si usò fin dal primo secolo dell'egira, com'or lo provano varii monumenti; nè par che negli esemplari del Corano sia caduto mai equivoco su le consonanti.
1214.Questi si accennano con vocali e anche consonanti. Ma molte consonanti prescritte dalle forme grammaticali non si notavano allora, come il provano gli antichi esemplari del Corano. Si veggano i lavori di M. De Sacy,Notices et Extraits des MSS., tomo VIII, p. 290 segg., 355 seg., e tomo IX, p. 76, seg. La lista delle lezioni arcaiche o erronee che voglian dirsi, delle copie primitive del Corano, è molto più lunga, come si vede nei frammenti su Pergamena che possiede la Biblioteca di Parigi, Suppl. Arabe.
1215.Si riscontrino: Imâd-ed-dîn,Kharîda, squarcio tolto da Ibn-Kattâ', nellaBiblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 598; Dsehebi,Anbâ-en-Nohâr, op. cit., p. 645, ed Hagi-Khalfa, edizione di Flüegel, tomo II, p, 209, nº 2472, tomo VI, p. 36, nº 12,632, e p. 70, nº 12,752. Il nome è dato diversamente, ma si vede l'identità della persona.
NellaKharîdatroviamo dodici versi di questo autore. I primi quattro son cavati da una elegia d'ignoto argomento; se non che vi leggiamo:
“Ed entra (il nemico o l'esercitoec.) in un deserto che ha abitatori: entra come il mare; se non che gli manca l'onda amara.
“Vedresti lor lettighe da camelo piene di nemici che portan via la preda, navigar quasi galee su le teste degli abitatori.” MS. di Parigi, Ancien Fonds, 1375, fog. 49, v. 7, e del British Museum, fog. 37, v. 7.
1216.“Le gitto uno sguardo furtivo, temendo per lei gli appuntatori e le spie.
“E vorrei lamentarmi seco di questo immenso affetto, ma non oso; tanto è il mio pudore!
“Quantunque ella sembri avara dell'amor suo, tutto io le dono il mio e la candida amistà.
“E nasconderolle, quand'anco ne dovessi morire, l'incendio di dolore che m'ha messo (in seno).” MSS. cit.
1217.“Non domandar agli uomini del secolo che operino secondo giustizia: da ciò li scusano i costumi del secolo e degli uomini.
“E se vuoi che duri l'amistà col tuo compagno, studiati a chiudere gli occhi su quel ch'ei fa.” MSS. cit.
1218.'Irâb, è la dottrina delle mutazioni grammaticali dei vocaboli, astrazion fatta della sintassi che si chiamaNakw.
1219.Si confrontino: Soiuti,Tabakât-el-LoghewînnellaBiblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 673, 674; Hagi-Khalfa, edizione Flüegel, tomo I, p. 356, nº 926, e IV, p. 284, nº 8398; e Ibn-Khallikân, edizione del Wüstenfeld. Avvertasi che Ibn-Besckowâl, secondo il MS, dellaSociété Asiatiquedi Parigi, il solo che io abbia potuto consultare, nol dice di Saragozza, ma soltanto spagnuolo; nè fa menzione dell'origine di Medina. Potrebbero esser dunque due Ismail-ibn-Khelef, l'uno spagnuolo e l'altro siciliano.
1220.Così la chiamano gli Europei. Si pronunzierebbe più correttamenteAmr.
1221.Si confrontino: Dsehebi,Anbâ-en-NohânellaBiblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 647, e Soiuti,Tabakât-el-Loghewîn, op. cit., p. 676. Ho corretto secondo Soiuti il nome che in Dsehebi si legge Omar-ibn-Ali ec. Argomento l'età da quella del suo maestro Ibh-Fehhâm, lodato di sopra, e del celebre tradizionista Silefi, morto il 1180, il quale al dir di Dsehebi conobbe Omar-ibn-Ali al Cairo Vecchio.
1222.Casiri,Bibliotheca Arabico-Hispana, tomo I, p. 501, trascritto dal Di Gregorio,Rerum Arabicarum, p. 237. Ma Casiri non dà in arabico nè il nome dell'autore, nè il titolo del libro. Dice il primo oriundo siciliano e nato a Ceuta, avendo letto al certoSikillieSibti; che potrebbe significare “Siciliano stanziato a Centa” o al rovescio. Duolmi che le difficoltà dell'Escuriale e le mie, mi abbian tolto di andare a studiar questo Manoscritto, come ho fatto di tutte le altre opere d'Arabi siciliani.
1223.Op. cit., p. 644.
1224.Imâd-ed-din,Kharîda, estratti dallaDorrad'Ibn-Kattâ', nellaBiblioteca Arabo-Sicula, p. 597 e 592. Del primo abbiam due versi tolti da un'elegia ed un epigramma in altri due versi; del secondo due soli versi; ed altrettanti del terzo.
Ecco l'epigramma di 'Atîk, nellaKharîda, MS. di Parigi, fog. 46 verso, e del British Museum, f. 35 verso.
“Non temer (il soggiorno) di un poderetto presso picciol paese; chè là dove si respira, si mangerà.”
“Iddio scompartisce il nutrimento a tutte le creature, e il tribolarsene è da stolto.”
1225.Ibn-Besckowâl, op. cit. all'articolo: Khelef-ibn-Ibrahim-ibn-Khelef, soprannominato Ibn-Hassâr, il quale nacque il 427 e morì il 511 (1036-1117).
1226.Ancorchè le due sorgenti della sua biografia lo chiamino entrambe Sikilli, pure Imâd-ed-dîn lo mette tra i poeti dell'Africa propria, senza spiegare il perchè.
1227.Si riscontrino: Imâd-ed-dîn,Kharida, estratto dellaDorrad'Ibn-Kattà', nellaBiblioteca Arabo-Sicula, p. 604 del testo, e Dsehebi,Anbâ-en-Nohâ, op. cit., p. 647. Il primo dà il nome di Mohammed Ibn-Abi-Bekr, il secondo di Abu-Bekr-Mohammed-ibn-Abd-Allah; ma la supposta causa della morte, raccontata da entrambi con poco divario, non lascia dubbio su l'identità della persona. I versi, che son sette, si leggono nellaKharîda. Il misero pazzo dice che versava a un tempo lagrime e sangue; e finisce così:
“Oh! sventura, amici miei, fui ferito; e non v'accorgeste che mi fiedean le spade di due pupille.”
“Il fegato mi si è versato nel petto. E fino a quando vedrò alternar la mattina e la sera, cruciato sempre dall'amore?” MS. di Parigi, fog. 133 recto, e del British Museum, fog. 100 recto.
1228.Si vegga la pregevole monografia malekita di M. Vincent, intitolataÉtudes sur la loi musulmane, Paris, 1842, in 8º.
1229.Mo'gem-el-BoldânnellaBiblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 123, ed Aggiunte a p. 40 della Introduzione. Iakût, non so su qual fondamento, vuol che il nome “Calabria” si legga in arabicoKillawria.
1230.Makrizi,Mokaffa', nellaBiblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 663, il quale non porta data; ma ce l'additano i nomi di Gioneid e Nûri, ricordati da Giami nelle Vite dei Sufiti. Abu-l-Kasim-Gioneid da Bagdad, tenuto in suo tempo il primo veggente o visionario dell'Irâk, sagace al certo e sentenzioso, morì il 297, 298 o 299 (909-911); ed Abu-Hosein-Ahmed-ibn-Mohammed-Nûri, che si credea secondo solo a Gioneid, era trapassato pochi anni innanzi. Si vegga la biografia di Gioneid, tradotta dal persiano di Giami per M. De Sacy,Notices et Extraits des MSS., tomo XII, p. 426 a 429 con le note corrispondenti.
1231.Par desso l'Abu-Bekr Sikilli che Giami pone in lista, op. cit. p. 409. D'altronde Makrizi nel cenno biografico non dimenticò l'appellazione di Sufita.
1232.Perchè Makrizi lo chiama Misri e Sikilli. Non è mica probabile ch'ei fosse nato in Egitto e venuto in Sicilia.
1233.Hagi-Khalfa, edizione Flüegel, tomo IV, p. 474, nº 9271.
1234.Ibn-Besckowâl, op. cit., al nome: Derrâg. L'età si scorge da quella d'un suo maestro in Spagna, per nome Abu-Gia'far-Ibn-'Awn-Allah, che andò in pellegrinaggio il 342 (953).
1235.Ibn-Besckowâl, op. cit. a questo nome. Un discepolo di Râik, per nome Sa'Id-ibn-Iûsuf da Calatayud, morì il 395 (1004).
1236.Imâd-ed-dîn,Kharîda, estratto dallaDorrad'Ibn-Kattâ nellaBiblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 595. Il titol di emiro si diè per cortesia a tutti i rampolli di famiglie principesche. Mi par bene tradurre tutti i versi che abbiamo di lui, alle allusioni dei quali non troviamo riscontro nelle croniche; ma vanno naturalmente tra l'abdicazione di Iusûf, 998, e la caduta della dinastia.
“Ella mi dicea: Ho visto uomini prodi, ma nessuna (spada) del Iemen agguagliò mai la tua.
“Uso tanto ai tumulti della plebe, che ormai ti credi invulnerabile a lor sassi.
“Ma fino a quando affronterai temerario i fati, offrirai il petto alle lance?
“Ed io le risposi: Di tutto ho sentito parlare fin qui, fuorchè d'un Kelbita vigliacco.”
E scrisse ad un suo cugino questo rimbrotto:
“Ti credei spada ch'io sguainassi contro il nemico, non che volgessila contro me medesimo.
“Mi affaticai ad innalzarti ed onorarti; ed eccomi alfine sgarato (chiuso) in un carcere, non lungi dalle tue stanze.”
1237.Homaidi,Geswat-el-MoktabisnellaBiblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 578. L'autore, che nacque il 1029 e morì il 1097, trascrive due versi di Ahmed-ibn-Abi-Mokâ ch'eran passati per la bocca di Abbas-ibn-Amr nel seguente modo: 1 Abu-Mohammed-Ali; 2 il cadi Ibn-Soffâr; 3 Abbas-ibn-Amr; 4 Thâbit da Saragozza, ec. Però il soggiorno di quel Siciliano in Spagna par si debba riferire ai primi trent'anni del secolo.
1238.Ibn-Besckowâl,Silet, nellaBiblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 578. Le cagioni che lo avessero distolto dal tornare in Sicilia e dal rimanere in Granata, non son dette dal biografo ma supposte da me.
1239.Makrizi dà il nome d'Abu-Abd-Allah-Mohammed-ibn-Mosallim, (secondo, altri, aggiugne, Moslim) ibn-Mohammed, Koreiscita. Degli altri scrittori che facciano parola di lui, Hagi-Khalfa segue il nome dato da Ibn-Khallikân, Soiuti quel che ai trova in Makrizi, i rimanenti lo chiamano Mazari, o Abu-Abd-Allah-Mohammed-Mazari.
1240.Il testo d'Ibn-Khallikan dice “la memoria delle tradizioni e ilKelâm, sopra quelle.”Kelâm, come abbiam notato altrove, era la “scolastica” il metodo delle scuole teologiche. Però mi sono discostato dalla versione di M. De Slane “the Manner in which be lectured on that subject.”
1241.Qui anche mi è parso che la voce “dottrine” renda il testofewâid, più precisamente che la versione litterale inglese “good passages.” Di quest'opera fan parola Ibn-Khallikân, e Makrizi; e la nota Hagi-Khalfa, edizione Flüegel, tomo II, p. 545, nº 3908.
1242.Ibn-Khallikân e Makrizi, il quale la dice positivamente di subietto teologico.
1243.Makrizi.
1244.Iakût, nelMoseterik, edizione di Wüstenfeld all'articolo: “Mazara.”
1245.Appendice anonima ad Hagi-Khalfa, nella edizione di Flüegel, tomo VI, p. 650, nº 93.
1246.Adab, dicono gli Arabi in una parola.L'Encyclopédie des Gens du monde, sarebbe appo loro un'opera diAdab, la qual voce racchiude la buona educazione.
1247.Ibn-Khallikân lo diceMotefennin, ossia dotto in varii rami di sapere; il furioso teologo Ibn-Mo'allim, MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 200, fog. 100 verso, aggiugne: “e primeggiò nella scienza del detto e dello speculato.”
1248.Kharesci,Comentoal Compendio di Khalîl-ibn-Ishak, Ms. di Parigi, Sup. Ar. 405. foglio 5 verso. Debbo avvertire che simile notizia, con poco divario, mi è stata data dall'erudito e svegliato Soleiman-Kurdi da Tunis, che ho conosciuto a Parigi, il quale ricordava benissimo il fatto della sepoltura di Mazari a Monastir, cavato, credo io, da Ibn-Khallikân.
1249.Kharesci, l. c. Si vegga anche la versione del Khalîl,Précis de jurisprudence musulmaneetc., traduit par M. Perron, tomo I, p. 5, e la nota del traduttore a pag. 511. DellaModawwanaabbiam fatto cenno nel Libro III, capitolo XI, p. 222 di questo volume.
1250.Makrizi.
1251.Makrizi, il quale dà nomi d'un Ahmed-ibn-Ibrahim-Razi, maestro suo al Cairo vecchio, e di parecchi discepoli ch'ebbe Mazari ad Alessandria.
1252.Zerkescl,Storia degli Almohadi, nellaBiblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 522. Argomento la data del soggiorno a Mehdia da quella che si assegna al passaggio del giovane Ibn-Tûmert in detta città, cioè la fine del quinto secolo dell'egira. Si veggano Ibn-Khaldûn,Histoire des Berbères, versione di M. De Slane, tomo II, p. 163, e ilKartâs, versione del professore Tornberg, intitolataAnnales Regum Mauritaniæ, tomo II, p. 150. Ibn-Tûmert comparve più zelante asci'arita che il suo maestro Mazari; ma il maestro era dotto e galantuomo; il discepolo spezzava strumenti di musica, sgridava nobili donne per le strade, architettava miracoli; e suscitò nella schiatta berbera una delle più importanti rivoluzioni che mai vi fossero avvenute.
1253.Ibn-Khallikân dice che alcuni riferissero la morte di Mazari il 18 rebi' primo del 536, altri il lunedì 2 dello stesso mese. Questo giorno di settimana non va bene secondo i nostri calendarii. Nel conto civile, rebi' primo di quell'anno cominciò di sabato, e nel conto astronomico di venerdì; il che s'aggiunga alle tante prove che i Musulmani nel medio evo contavano i mesi non sul calendario, ma su le testimonianze legali di chi avesse vista primo la luna nuova.
IlBaiân, testo, tomo I, p. 322, dà la morte di Mazari il 536; Makrizi il 530, Kâresci, l. c., il 536.
1254.Villaggio ad otto miglia, O. S. O., da Tunis.
1255.Penisola alla estremità meridionale del Golfo di Hammamet, non lungi da Mehdia. Sapendosi che Mazari morì in Mehdia, e che il cimitero di questa città era inMonastir, non ho dubbio a leggere così in vece diMenasciin, che nella edizione dei Wüstenfeld si dà come luogo della sepoltura di questo insigne giurista.
1256.Si confrontino: Ibn-Khallikân,Biographical Dictionary, versione di M. De Slane, tomo III, p. 4, e testo, tomo I, p. 681, e nella edizione del Wüstenfeld, fascicolo VII, p. 12, biografia 628; Makrizi,Mokaffa', nellaBiblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 667, 668; Soiuti nel cenno biografico di Abd-el-Kerîm-Iehia-ibn-Othman,Biblioteca Arabo-Sicula, p. 676; Zerkesci, Hagi-Khalfa ed Ibn-Mo'allim, ll. cc. Il libro di quest'ultimo, venutomi alle mani dopo la pubblicazione dellaBiblioteca Arabo-Sicula, fu scritto tra il 701 e 708 dell'egira (1302-1308) a Damasco: una furibonda polemica asci'arita, nella quale son levati a cielo gli ortodossi e s'invoca la spada dei principi contro chi differisse d'un pelo dalla loro credenza. Il titolo dell'opera d'Ibn Mo'allim èStella del ben diretto, elapidazione del traviato.
Debbo avvertire in ultimo che si potrebbero supporre due scrittori contemporanei nati a Mazara entrambi e nominati Mohammed; cioè il figlio di Alì e li figlio di Mosellim; Makrizi non solamente dà al suo Mazari questo nome patronimico ma anche altro nome di tribù, e lo dice morto di scia'bân 530 (maggio 1136); le quali particolarità tutte differiscono da quelle che leggiamo in Ibn-Khallikân e negli altri autori citati. Makrizi avrebbe dunque confuso il Mazari tradizionista domiciliato in Alessandria con quello assai più rinomato che morì in Affrica.
1257.Zerkesci, l. c.
1258.Si vegga il cap. XI del Lib. III, p. 219, segg.
1259.Karesci, l. c., il quale aggiugne che secondo altri Ibn-Iûnis mori allo stesso giorno di rebi' secondo, cioè 20 giorni appresso.
Probabilmente è questi loSceikh Sicilianoche veggiamo nell'antica compilazione malekita anonima, intitolataSciarh-el-Ahkâm, MS. di Parigi, Ancien Fonds, 480, fog. 85 verso; e ilSicilianocitato da Agihûri nell'altro Commentario sopra Khalîl, MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 397, vol. I, fog. 390 recto. Secondo una lista messa a capo delle glose di Ahmed Zurkani all'opera di Khalîl, MS. di Parigi, Suppl. Arabe, 402, fog. 1 recto, la citazioneSikilliindicava sempre Mohammed-ibn-Iûnis.
1260.Si vegga sopra la nota a pag. 478.
1261.Ibn-Besckowâl, op. cit., nell'articolo di Soleiman-ibn-Iehia. Costui, tornato a Cordova, vi professava dritto malekita nel 478 (1085). Credo Abd-el-Hakk discepolo d'Ibn-Iûnis, perchè loSciarh-el-Ahkâm, dà su l'autorità sua una sentenza d'Ibn-Iûnis, l. c.
1262.Hagi-Khalfa, edizione Flüegel, tomo II, p. 479, nº 3785.
1263.Makkari,Analectes sur l'histoireec.d'Espagne, testo arabico, tomo I, p. 917. IDetti argutison tra le venti opere celebri che accennò in cinque versi il letterato spagnuolo Ibn-Giâbir, morto in Aleppo il 780 (1378), delle quali Makkari dà i titoli compiuti.
1264.Ibn-Besckowâl, op. cit. all'articolo: Thâbit, Sikilli.
1265.Makrizi,Mokaffa', nellaBiblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 664. Rebe'i è nome etnico che si riferisce a famiglie di varii ceppi arabici: Nizâr, Azd, Temîm, Kelb, ec. V'ha nella raccolta del Di Gregorio, p. 171, la iscrizione sepolcrale d'un Rebe'i, morto il 1026.
1266.Ibn-Besckowâl, op. cit., al nome d'Ali-ibn-Othmân: Il titolo dell'opera èLoma'-fi-Asl-el-Fikh. Il nome etnico dell'autore forse va letto “Adserbi” e significherebbe “oriundo dell'Aderbaigiân.” Ali potrebbe per avventura essere il medesimo di cui rimanea nel Museo di Daniele l'iscrizione sepolcrale citata nella nota precedente; dove la voce Rebe'i è preceduta da altre che mancano, fuorchè la sillabaan, ch'è appunto la desinenza del nome patronimico Othmân. In tal supposto, l'andata in Spagna tornerebbe nei primi venticinque anni dell'XI secolo; nè parrebbe inverosimile che l'erudito mercatante fosse ito a morire a Napoli, o Salerno.
1267.Ibn-Besckowâi, op. cit., a questo nome. Il titolo dell'opera èTebsira-fil-Fikh; la quale manca in Hagi-Khalfa, al par che la precedente.
1268.Makrizi, citato da Sacy,Chrestomathie Arabe, tomo I, p. 196. Su l'officio dimohtesib, si vegga qui sopra la p. 8, Lib. III, cap. I.
1269.Kharîda, d'Imâd-ed-dîn, nellaBiblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 604. Un giorno il cadi entrando nella stanza del primo ministro Afdhal, vistogli dinanzi un calamaio d'avorio intarsiato di corallo, improvvisò:
“Per divina possanza si ammollì il ferro nelle mani di David, sì che il filò in maglie come gli piacque.
“Ed ecco arrendevole a te il corallo, pietra che l'è, forte e schiva al tratto.”
Un'altra volta, avendo fatto Afdhal condurre un canale infino al villaggio di Karâfa presso il Cairo, il cadi che possedea quivi una casa ed un orto, gli domandò l'acqua per la casa. Il fece in sette versi, nei quali descrivendo gli alberi intristiti del suo giardino, conchiude così:
“All'udire il lamento del bindoli (sul canale, gli alberi) dicono con favella d'afflitto innamorato:
“Veggo l'acqua ed ardo di sete, ma ahimè non ho modo di andarvi a bere.”
V'han di lui pochi altri versi erotici.
1270.Hagi-Khalfa, edizione Flüegel, tomo IV, p. 398, nº 8978. Ibn-Ge'd è chiamatosceikh, cioè dottore, eimâm, cioè principe, onoranza che già dai capi di scuola scendeva ai dotti di minor nota.
1271.Mo'gemnellaBiblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 114.
1272.Hagi-Khalfa, edizione di Flüegel, tomo VI, nº 13,437, p. 265.
1273.Si vegga il cap. XIII di questo Libro, p. 433, nota 6.
1274.Mogtehid, come si è detto altrove, significa “dottore che cava dall'analogia e dalla ragione novelli assiomi o corollarii dì giurisprudenza.”
1275.Così traducorekâik, plurale direkîka, litteralmente “sottilità.” Il significato tecnico è: “virtù di intelletto, di studio e di costumi che innalza l'uomo sì che s'avvicini alla divinità.”
1276.Citato da Iakût, nelMo'gem, articoloSementârche si vegga nellaBiblioteca Arabo-Sicula, testo, p. 113, 114. Oltre Ibn-Kattâ', l'autore delMo'gemsi riferisce ad un Mohibb-ed-dîn-ibn-Niggiâr, che alla sua volta allegava Abn-Hasan da Gerusalemme.
1277.Mo'gem, l.c.
1278.“Discordie civili incalzanti; popolo dimentico (di sè stesso); secolo che infierisce sul genere umano:
“Quelle soggiornano in questo a lor agio; nè accennano d'andar via: coprono (il mondo) tutto d'iniquità e d'errore.
“O sconsigliato procacciator di male, seguace d'ogni colpa, che mi dirai tu?
“Hai venduto la tua casa dell'eternità a vilissimo prezzo, di ben mondano che svanirà quanto prima.”
Si vegga il testo di Oxford nellaBibl. Arabo-Sicula, p. 36 della Introd.
1279.Mo'gem, nellaBiblioteca Arabo-Sicula, p. 114.
1280.Il biografo scrive che costuiietekallam, cioè litteralmente “ragionava;” ma il significato proprio è “ragionava secondo la scuola teologica detta degli ArabiKelâm, che torna quasi alla nostra teologia scolastica.” Si vegga Renan,Averroës et l'Averroïsme, p. 79-80.