CAPITOLO II.

CAPITOLO II.In questo tempo la guerra civile posava appena nello stato aghlabita, nè era spenta per anco a Tunis, principal porto di quello; ma tal commozione, in luogo di portare spossamento e abbandono come in Sicilia, avea raddoppiato l'attività della giovane colonia. Tra gli uomini grandi che producea l'islamismo in sua virtù, segnalavasi allora Abu-Abd-Allah-Ased-ibn-Forât-ibn-Sinân, cadi della capitale, vecchio settuagenario. Oriundo di Nisapûr nel Khorassân, e però di sangue straniero, era cliente costui della tribù arabica dei Beni Soleim; era nato il centoquarantadue (759-60) ad Harrân in Mesopotamia; e 'l padre venendo con l'esercito dei Khorassaniti al racquisto dell'Affrica, l'avea recato bambino di due anni a Kairewân. Fatto soggiorno in quella città, e indi a Tunis, e divenuto colono, forse proprietario, Forât avea potuto dare al figliuolo la dispendiosa educazione che s'apparteneva a giureconsulto. Donde Ased, studiato il Corano in Affrica, ripartì a diciott'anni per l'Arabia; ascoltò a Medina le lezioni di Malek-ibn-Anas, famoso tra i dottori principi dell'islamismo; evenuto quegli a morte, passò in Irak appo i discepoli di Abu-Hanîfa; e compiè poi gli studii sotto Ibn-Kâsim, onor della scuola di Malek in Egitto.[409]Pieno la mente di quegli alti pensieri dei dottori orientali, fece ritorno Ased in Kairewân del settecento novantasette, e aprì scuola di dritto leggendovi il Mowattâ del primo suo maestro e un comento ch'ei par n'abbia fatto con la scorta d'Ibn-Kâsim; la quale opera, dal nome dell'autore, fu addimandata l'Asediìa. Crebbe la sua riputazione a tale, che in Affrica il tennero come dottore principe.[410]Donde nei moti dell'aristocrazia contro Ibrahim-ibn-Aghlab (810-811), un capo per nome Amrân-ibn-Mogiâled cercò di trarlo a sè con lusinghe, poi con minacce; ma Ased troncò le pratiche rispondendo ai messaggieri di Amrân, che s'egli fosse ito al campo dei sollevati avrebbe gridato: “l'uccisore e l'ucciso cadranno entrambi nel fuoco eterno.”[411]Da ciò si vede che, al par degli altri giureconsulti d'Affrica, abborriva sì la guerra civile, ma non parteggiava punto per Ibrahim. Ma quando Ziadet-Allah, tra' due bocconi amari che gli eran porti, amò meglio ingozzare l'opposizione legale dei dotti che la violenza delle milizie, chiamò Ased-ibn-Forât l'anno dugentotrè (818-19)a cadi di Kairewân; persuaso, dicono le biografie, dalle assidue esortazioni d'un Ali-ibn-Homeila; e non veggono che il motivo del consigliere e del principe era di dare un'arra di conciliazione alla parte moderata, nella quale primeggiava di certo Ased. Ziadet-Allah, non volendo punto deporre l'antico cadi, Abu-Mohriz-Mohammed, uom dotto e pio e particolarmente riverito da lui, sforzato quasi a dar la suprema magistratura ad Ased, glielo aggiunse nell'uficio; talchè si videro, con esempio unico o rarissimo, due cadi d'una medesima scuola nella stessa città.[412]Tal magistrato fu di grande momento nel nono secolo, quando lo innalzarono a splendore le riforme di Harun-Rascid[413]e la crescente civiltà; e quando i principi musulmani non avean per anco ministri di Stato ordinarii e permanenti, e gli interpreti della legge divina s'arrogavano di regolare tutte le umane faccende. Così veggiamo i due cadi del Kairewân fare or da giudici civili e criminali, or da padri spirituali di Ziadet-Allah; da assessori del santo ufizio che venía già in voga appo i Musulmani,[414]e daconsiglieri di stato. Ben avvenne che interrogati da Ziadet-Allah, sul caso di un zindîk, o, diremmo noi, miscredente che dovea sentenziarsi dal principe, Ased e Abu-Mohriz oppugnassero insieme l'avviso d'un terzo giureconsulto, il quale volea a dirittura la morte dell'accusato: e i due cadi vinsero appo Ziadet-Allah il partito di perdonargli, pentendosi; il che quel virtuoso scettico ricusò.[415]Ma del rimanente i due giuristi, poco diversi per età e dottrina e discepoli entrambi di Malek, discordavano sempre, forse per gelosia, certo per indole; per l'animo forte dell'uno e pauroso dell'altro; per lo veder chiaro e lontano del primo e gli scrupoli del secondo. Il dissoluto e crudele Ziadet-Allah richieseli una volta su la misura di voluttà che gli fosse lecita nel bagno; e Ased pensando che il Corano concedeva il più, non volle contendergli il meno; ma Abu-Mohriz, con una distinzione degna del Padre Sanchez, seppe trovar pronto il peccato e accrescere a sè medesimo la riputazione di santo.[416]Rifulse in ben altro caso la virtù di Ased.S'eran levate in arme contro Ziadet-Allah, come già narrammo (825), tutte le milizie d'Affrica; e capitanate da Mansûr Tonbodsi, avean messo il campo sotto Kairewân; chiamavano i cittadini a seguirle nella ribellione. Usciti allora a parlamentare i due cadi e condotti dinanzi a Mansûr che sedea tra i caporioni dell'esercito: “Su,” diss'egli ai cadi “siate con noi, s'egli è vero che questo tiranno vi sembri il flagello dei Musulmani!” “È vero: ed anco dei Giudei e dei Cristiani,” rispondeva tremando Abu-Mohriz. Ma Ased: “Non eravate voi stessi,” proruppe “non eravate poc'anzi i suoi partigiani e fratelli? Com'è che adesso ci richiedete di amistà contro di lui, quando nè egli nè voi avete mutato costumi? Ah no: se noi bastammo a tenerlo a segno quand'egli aveavi intorno, tanto meglio il faremo or ch'è solo.” A queste parole scoppiò una tempesta nel campo. I più feroci corsero addosso ad Ased e al compagno, sì che a mala pena rifuggironsi in città. E i cittadini non ascoltaron quel grande:[417]tra le ire della rivoluzione e i rancori del principe che la spense, par che Ased per brev'ora sia venuto in uggia agli arrabbiati delle fazioni estreme. E forse fu in questo tempo, e favellando per beffa a qualche sciocco il quale si credea da più di lui perchè più forte gridava, che Ased si vantò della eccellenza dei suoi nomi proprii. “Io son Ased” disse (che significa lione), “e quale belva non cede al lione? Figliuol son io di Forât” (così pronunziavano la voce Eufrate), “nè altro fiume ha miglior acqua. L'avol mio appellossi Sinân” (ch'è de'nomi della lancia), “e questa è in vero fortissima tra le armi.”[418]D'altronde, coteste millanterie erano in voga appo gli Arabi, e ve le manteneano le tradizioni poetiche di lor gente. E Ased, ancorchè d'origine straniera, n'era imbevuto, com'uom di lettere ed erudito ch'ei fu, anche meglio che giureconsulto, come pretende un biografo.[419]Più che la coltura e la dottrina, la storia dee notare in lui il gran pensiero di racchetare l'Affrica portando la guerra in Sicilia, e la forza d'ingegno e d'animo con che vinse tal partito, e lo mandò ad effetto ei medesimo, a prezzo della propria vita.[420]Giunto Eufemio su la costiera d'Affrica, mandava incontanente a Ziadet-Allah in Kairewân a chiedere aiuti, e offrirgli la sovranità della Sicilia;[421]in questi termini: ch'ei medesimo tenesse l'isola con titolo e insegne d'imperatore, e ne pagasse tributo al principe aghlabita.[422]L'uscito faceva assegnamento sugli avanzi dell'armata siciliana che lo seguitavano, e su i molti partigiani lasciati nell'isola; e fidavasi spezzare le armi del Palata con le armi affricane, e di coteste poi disfarsi con quante magagne gli offrisseil caso o l'ingegno suo. E così pensan sempre i deboli mettendosi a scherzare coi forti; e i più avventurati, come fu Eufemio infino alla sua morte, riescon sì ad aggiustare qualche parte di lor macchina; ma, presto o tardi, necessariamente succede un contrattempo che fa rovinare il tutto, e dà l'acquisto a chi ha in mano la possanza. Da un altro canto, com'e' pare, sbarcavano in Affrica oratori del Palata, mandati a studiare il disegno del nemico:[423]e Ziadet-Allah pendeva irresoluto.Nondimeno adunò a parlamento i notabili del paese, tra i quali fu disputato a lungo su la giustizia e utilità di quella guerra. Ingiusta pareva ai più, reggendo tuttavia la tregua dell'ottocentotredici; ma rispondeasi essere stata violata da' governanti della Sicilia, ritenendo prigioni parecchi Musulmani, com'aveva affermato Eufemio a Ziadet-Allah. Consultati su tal dubbio i due cadi, Abu-Mohriz avvisava si pigliasse tempo a chiarir meglio il fatto; Ased, all'incontro, volea che lì lì se ne domandasse ai medesimi oratori di Sicilia. “E come crederemo” ripigliò Abu-Mohriz “a ciò che diran costoro a carico o a difesa di sè stessi?” E Ased a lui: “Su le parole degli ambasciatori fermossi già la tregua, e su lor parole si spezzerà.” E focoso continuava: “Non vi sbigottite, o Musulmani, ha detto il sommo Iddio, non vi sbigottite; chiamate le genti all'islam,e avrete il primato sopra di quelle! Ubbidiamo dunque al divin precetto, in vece d'appigliarne sì tenacemente alla tregua con gli Infedeli, e rimarremo al di sopra!” Mutato per tal modo da Ased il centro della quistione, e messo innanzi un argomento al quale niun Musulmano potea dir contro, Ziadet-Allah interrogò gli oratori, tra i quali si trovava, forse da interprete, un Musulmano; i quali risposero: “È vero, sono stati imprigionati i vostri in Sicilia, ma a ragione; poich'essi non se ne andarono a tempo debito.”[424]Così non sinceraronsi punto i dotti musulmani della infrazione della tregua, nè cessarono di ripugnare alla guerra di Sicilia:[425]ma il pretesto v'era; il fanatismo religioso e le cupidigie mondane gli dettero forza di ragione; e il principe, i guerrieri, il popolo trovarono, senza meno, che il solo Ased intendesse bene la legge.Fu discorsa insieme la utilità della impresa. Messo da altri il partito di infestare la Sicilia, senza farvistanza nè porvi colonie, levossi a contraddirlo un Sehnûn-ibn-Kâdim. “Quanto v'ha,” dimandava costui “tra la Sicilia e l'Italia?” “Si va e viene due o tre volte dal levare al tramonto del sole,” gli risposero. “E tra la Sicilia e l'Affrica?” ripigliò; e quelli: “V'ha un giorno e una notte di viaggio.” “Oh, se pur avessi l'ale, non vorrei volar su quest'isola,” conchiudea Sehnûn; scherzando sul proprio nome che si dà in Affrica a un uccello assai scaltrito. Quest'arguzia per altro non giovò. I più, a una voce, deliberarono la guerra; ma d'incursione, non di conquisto.[426]Allora Ased, che non si era tanto affaticato per una scorreria, pensò di portarla dassè al fine che si proponea, non ostanti tutti i dottori; e indi si fece, senza rispetti, a chiedere il comando dell'oste che ambivano parecchi altri uomini di maggior seguito per nobiltà di schiatta ed esperienza di guerra. E non curando Ziadet-Allah tal novella ambizione del giurista, forse facendosene beffe, quegli si volse al popolo, e andava brontolando: “Ve' che non mi vogliono, perchè mi tengono uom da nulla! Han saputo ben trovar nocchieri che governino le navi; che bisogno or hanno di chi le faccia andare secondo il Corano e la Sunna?”[427]Ma tanta riputazione ebbe Ased nell'universale dei cittadini da lui esortati e infiammatialla guerra sacra, che Ziadet-Allah piegossi, con tutta quell'indole sua imperiosa, e fece ammenda della passata ripugnanza. Appresentatoglisi Ased, e chiestogli che, secondo, i sacri statuti, or che l'avea fatto capitano, lo deponesse dal magistrato: “Non fia mai” rispose il principe, “ch'io te ne rimuova. Ben v'aggiungo l'officio di capitano che è di più alto grado, ma vo' che tu ritenga anco il primo, e che sii detto cadi emiro.” E così fu fatto, continua il cronista contemporaneo Ahmed-ibn-Soleiman, nè mai s'è visto prima nè poi nello Stato d'Affrica cumulare in una persona quelle due dignità.[428]Si allestiva in questo mentre l'armata nel porto di Susa, ov'Eufemio fu mandato ad aspettare con le sue genti.[429]Quando ogni cosa trovossi in puntò, data la posta all'esercito a Kairewân, Ased movea con quello alla volta di Susa; e all'uscita della città l'accompagnavano, per fargli onore, i primarii tra i dotti con la gemâ', ossia municipalità, e tutta la corte del principe; che Ziadet-Allah non volle che rimanesse addietro alcun de' suoi famigliari. A Susa poi si fece la mostra dell'oste. Narra un testimonio di presenza che Ased, commosso dal nobile spettacolo, gli squadroni schierati in faccia, a tergo e ai fianchi, il volteggiare, delle bandiere al vento, l'annitrio dei cavalli, il frastuono dei tamburi, fatto silenzio, orò in queste parole: “Non v'ha altro Dio che il Dio uno, il Dio che non ha compagni. Affè di Dio, valorosi guerrieri, nè avolo nè padre ebbi io che mi lasciasserosignoria,[430]e pur uomo al mondo non fu mai onorato di eletto séguito al par di questo; nè lo spettacolo che ci sta dinanzi agli occhi io l'ho visto mai, fuorchè negli scritti. Su, dunque, sforzate alacremente gli animi, affaticate i corpi nel cercare scienza, e fatene tesoro, nè siatene sazii giammai, nè mai vinti da' travagli ch'ella v'arreca, e sappiate che ne conseguirete il guiderdone in questa vita, e in quella ch'è da venire.”[431]Nè ci danno altro della orazione di Ased i biografi, eruditi che ne presero quel tanto che lor pareva onorasse il mestiere; come i frati cronisti del medio evo notavan solo dei principi il bene o il male fatto al monastero. Duolmi pertanto non avere ricordi più larghi, e dover sopperire con gli sforzi delle generalità, le quali se bastano a tratteggiare i tempi, mal ci aiutano a delineare le fattezze degli uomini, in cui la natura è sì svariata e capricciosa. E veramente da quelle parole di Ased trapela la vanità dell'uomo nuovo e l'orgoglio del dotto, e par vedere Cicerone pavoneggiarsi con la corazza indosso; ma son soppressi al certo, come cosa di minor momento, gli alti sensi che resero sì potente Ased nel tumulto degli animi della colonia, dico il fervore religioso e militare, la virtù del primo secolo dell'islamismo, al quale tornavan sempre col pensiero i giureconsulti di quel tempo, e forse Ased sopra ognialtro. Notevol è che il conquisto di Sicilia, promosso da questo grande, fu l'ultimo al tutto della schiatta arabica, e l'ultimo dello islamismo in Ponente. In Levante, le insegne dell'islam s'eran anco soprattenute da cento anni, nè ripigliarono la via dei conquisti che lunga pezza appresso, in mano della schiatta turca: sopra l'India, cioè, nello undecimo secolo, coi Gaznevidi; sopra l'Europa, nel decimoquinto, con gli Ottomani.

In questo tempo la guerra civile posava appena nello stato aghlabita, nè era spenta per anco a Tunis, principal porto di quello; ma tal commozione, in luogo di portare spossamento e abbandono come in Sicilia, avea raddoppiato l'attività della giovane colonia. Tra gli uomini grandi che producea l'islamismo in sua virtù, segnalavasi allora Abu-Abd-Allah-Ased-ibn-Forât-ibn-Sinân, cadi della capitale, vecchio settuagenario. Oriundo di Nisapûr nel Khorassân, e però di sangue straniero, era cliente costui della tribù arabica dei Beni Soleim; era nato il centoquarantadue (759-60) ad Harrân in Mesopotamia; e 'l padre venendo con l'esercito dei Khorassaniti al racquisto dell'Affrica, l'avea recato bambino di due anni a Kairewân. Fatto soggiorno in quella città, e indi a Tunis, e divenuto colono, forse proprietario, Forât avea potuto dare al figliuolo la dispendiosa educazione che s'apparteneva a giureconsulto. Donde Ased, studiato il Corano in Affrica, ripartì a diciott'anni per l'Arabia; ascoltò a Medina le lezioni di Malek-ibn-Anas, famoso tra i dottori principi dell'islamismo; evenuto quegli a morte, passò in Irak appo i discepoli di Abu-Hanîfa; e compiè poi gli studii sotto Ibn-Kâsim, onor della scuola di Malek in Egitto.[409]

Pieno la mente di quegli alti pensieri dei dottori orientali, fece ritorno Ased in Kairewân del settecento novantasette, e aprì scuola di dritto leggendovi il Mowattâ del primo suo maestro e un comento ch'ei par n'abbia fatto con la scorta d'Ibn-Kâsim; la quale opera, dal nome dell'autore, fu addimandata l'Asediìa. Crebbe la sua riputazione a tale, che in Affrica il tennero come dottore principe.[410]Donde nei moti dell'aristocrazia contro Ibrahim-ibn-Aghlab (810-811), un capo per nome Amrân-ibn-Mogiâled cercò di trarlo a sè con lusinghe, poi con minacce; ma Ased troncò le pratiche rispondendo ai messaggieri di Amrân, che s'egli fosse ito al campo dei sollevati avrebbe gridato: “l'uccisore e l'ucciso cadranno entrambi nel fuoco eterno.”[411]Da ciò si vede che, al par degli altri giureconsulti d'Affrica, abborriva sì la guerra civile, ma non parteggiava punto per Ibrahim. Ma quando Ziadet-Allah, tra' due bocconi amari che gli eran porti, amò meglio ingozzare l'opposizione legale dei dotti che la violenza delle milizie, chiamò Ased-ibn-Forât l'anno dugentotrè (818-19)a cadi di Kairewân; persuaso, dicono le biografie, dalle assidue esortazioni d'un Ali-ibn-Homeila; e non veggono che il motivo del consigliere e del principe era di dare un'arra di conciliazione alla parte moderata, nella quale primeggiava di certo Ased. Ziadet-Allah, non volendo punto deporre l'antico cadi, Abu-Mohriz-Mohammed, uom dotto e pio e particolarmente riverito da lui, sforzato quasi a dar la suprema magistratura ad Ased, glielo aggiunse nell'uficio; talchè si videro, con esempio unico o rarissimo, due cadi d'una medesima scuola nella stessa città.[412]Tal magistrato fu di grande momento nel nono secolo, quando lo innalzarono a splendore le riforme di Harun-Rascid[413]e la crescente civiltà; e quando i principi musulmani non avean per anco ministri di Stato ordinarii e permanenti, e gli interpreti della legge divina s'arrogavano di regolare tutte le umane faccende. Così veggiamo i due cadi del Kairewân fare or da giudici civili e criminali, or da padri spirituali di Ziadet-Allah; da assessori del santo ufizio che venía già in voga appo i Musulmani,[414]e daconsiglieri di stato. Ben avvenne che interrogati da Ziadet-Allah, sul caso di un zindîk, o, diremmo noi, miscredente che dovea sentenziarsi dal principe, Ased e Abu-Mohriz oppugnassero insieme l'avviso d'un terzo giureconsulto, il quale volea a dirittura la morte dell'accusato: e i due cadi vinsero appo Ziadet-Allah il partito di perdonargli, pentendosi; il che quel virtuoso scettico ricusò.[415]Ma del rimanente i due giuristi, poco diversi per età e dottrina e discepoli entrambi di Malek, discordavano sempre, forse per gelosia, certo per indole; per l'animo forte dell'uno e pauroso dell'altro; per lo veder chiaro e lontano del primo e gli scrupoli del secondo. Il dissoluto e crudele Ziadet-Allah richieseli una volta su la misura di voluttà che gli fosse lecita nel bagno; e Ased pensando che il Corano concedeva il più, non volle contendergli il meno; ma Abu-Mohriz, con una distinzione degna del Padre Sanchez, seppe trovar pronto il peccato e accrescere a sè medesimo la riputazione di santo.[416]

Rifulse in ben altro caso la virtù di Ased.S'eran levate in arme contro Ziadet-Allah, come già narrammo (825), tutte le milizie d'Affrica; e capitanate da Mansûr Tonbodsi, avean messo il campo sotto Kairewân; chiamavano i cittadini a seguirle nella ribellione. Usciti allora a parlamentare i due cadi e condotti dinanzi a Mansûr che sedea tra i caporioni dell'esercito: “Su,” diss'egli ai cadi “siate con noi, s'egli è vero che questo tiranno vi sembri il flagello dei Musulmani!” “È vero: ed anco dei Giudei e dei Cristiani,” rispondeva tremando Abu-Mohriz. Ma Ased: “Non eravate voi stessi,” proruppe “non eravate poc'anzi i suoi partigiani e fratelli? Com'è che adesso ci richiedete di amistà contro di lui, quando nè egli nè voi avete mutato costumi? Ah no: se noi bastammo a tenerlo a segno quand'egli aveavi intorno, tanto meglio il faremo or ch'è solo.” A queste parole scoppiò una tempesta nel campo. I più feroci corsero addosso ad Ased e al compagno, sì che a mala pena rifuggironsi in città. E i cittadini non ascoltaron quel grande:[417]tra le ire della rivoluzione e i rancori del principe che la spense, par che Ased per brev'ora sia venuto in uggia agli arrabbiati delle fazioni estreme. E forse fu in questo tempo, e favellando per beffa a qualche sciocco il quale si credea da più di lui perchè più forte gridava, che Ased si vantò della eccellenza dei suoi nomi proprii. “Io son Ased” disse (che significa lione), “e quale belva non cede al lione? Figliuol son io di Forât” (così pronunziavano la voce Eufrate), “nè altro fiume ha miglior acqua. L'avol mio appellossi Sinân” (ch'è de'nomi della lancia), “e questa è in vero fortissima tra le armi.”[418]D'altronde, coteste millanterie erano in voga appo gli Arabi, e ve le manteneano le tradizioni poetiche di lor gente. E Ased, ancorchè d'origine straniera, n'era imbevuto, com'uom di lettere ed erudito ch'ei fu, anche meglio che giureconsulto, come pretende un biografo.[419]Più che la coltura e la dottrina, la storia dee notare in lui il gran pensiero di racchetare l'Affrica portando la guerra in Sicilia, e la forza d'ingegno e d'animo con che vinse tal partito, e lo mandò ad effetto ei medesimo, a prezzo della propria vita.[420]

Giunto Eufemio su la costiera d'Affrica, mandava incontanente a Ziadet-Allah in Kairewân a chiedere aiuti, e offrirgli la sovranità della Sicilia;[421]in questi termini: ch'ei medesimo tenesse l'isola con titolo e insegne d'imperatore, e ne pagasse tributo al principe aghlabita.[422]L'uscito faceva assegnamento sugli avanzi dell'armata siciliana che lo seguitavano, e su i molti partigiani lasciati nell'isola; e fidavasi spezzare le armi del Palata con le armi affricane, e di coteste poi disfarsi con quante magagne gli offrisseil caso o l'ingegno suo. E così pensan sempre i deboli mettendosi a scherzare coi forti; e i più avventurati, come fu Eufemio infino alla sua morte, riescon sì ad aggiustare qualche parte di lor macchina; ma, presto o tardi, necessariamente succede un contrattempo che fa rovinare il tutto, e dà l'acquisto a chi ha in mano la possanza. Da un altro canto, com'e' pare, sbarcavano in Affrica oratori del Palata, mandati a studiare il disegno del nemico:[423]e Ziadet-Allah pendeva irresoluto.

Nondimeno adunò a parlamento i notabili del paese, tra i quali fu disputato a lungo su la giustizia e utilità di quella guerra. Ingiusta pareva ai più, reggendo tuttavia la tregua dell'ottocentotredici; ma rispondeasi essere stata violata da' governanti della Sicilia, ritenendo prigioni parecchi Musulmani, com'aveva affermato Eufemio a Ziadet-Allah. Consultati su tal dubbio i due cadi, Abu-Mohriz avvisava si pigliasse tempo a chiarir meglio il fatto; Ased, all'incontro, volea che lì lì se ne domandasse ai medesimi oratori di Sicilia. “E come crederemo” ripigliò Abu-Mohriz “a ciò che diran costoro a carico o a difesa di sè stessi?” E Ased a lui: “Su le parole degli ambasciatori fermossi già la tregua, e su lor parole si spezzerà.” E focoso continuava: “Non vi sbigottite, o Musulmani, ha detto il sommo Iddio, non vi sbigottite; chiamate le genti all'islam,e avrete il primato sopra di quelle! Ubbidiamo dunque al divin precetto, in vece d'appigliarne sì tenacemente alla tregua con gli Infedeli, e rimarremo al di sopra!” Mutato per tal modo da Ased il centro della quistione, e messo innanzi un argomento al quale niun Musulmano potea dir contro, Ziadet-Allah interrogò gli oratori, tra i quali si trovava, forse da interprete, un Musulmano; i quali risposero: “È vero, sono stati imprigionati i vostri in Sicilia, ma a ragione; poich'essi non se ne andarono a tempo debito.”[424]Così non sinceraronsi punto i dotti musulmani della infrazione della tregua, nè cessarono di ripugnare alla guerra di Sicilia:[425]ma il pretesto v'era; il fanatismo religioso e le cupidigie mondane gli dettero forza di ragione; e il principe, i guerrieri, il popolo trovarono, senza meno, che il solo Ased intendesse bene la legge.

Fu discorsa insieme la utilità della impresa. Messo da altri il partito di infestare la Sicilia, senza farvistanza nè porvi colonie, levossi a contraddirlo un Sehnûn-ibn-Kâdim. “Quanto v'ha,” dimandava costui “tra la Sicilia e l'Italia?” “Si va e viene due o tre volte dal levare al tramonto del sole,” gli risposero. “E tra la Sicilia e l'Affrica?” ripigliò; e quelli: “V'ha un giorno e una notte di viaggio.” “Oh, se pur avessi l'ale, non vorrei volar su quest'isola,” conchiudea Sehnûn; scherzando sul proprio nome che si dà in Affrica a un uccello assai scaltrito. Quest'arguzia per altro non giovò. I più, a una voce, deliberarono la guerra; ma d'incursione, non di conquisto.[426]

Allora Ased, che non si era tanto affaticato per una scorreria, pensò di portarla dassè al fine che si proponea, non ostanti tutti i dottori; e indi si fece, senza rispetti, a chiedere il comando dell'oste che ambivano parecchi altri uomini di maggior seguito per nobiltà di schiatta ed esperienza di guerra. E non curando Ziadet-Allah tal novella ambizione del giurista, forse facendosene beffe, quegli si volse al popolo, e andava brontolando: “Ve' che non mi vogliono, perchè mi tengono uom da nulla! Han saputo ben trovar nocchieri che governino le navi; che bisogno or hanno di chi le faccia andare secondo il Corano e la Sunna?”[427]Ma tanta riputazione ebbe Ased nell'universale dei cittadini da lui esortati e infiammatialla guerra sacra, che Ziadet-Allah piegossi, con tutta quell'indole sua imperiosa, e fece ammenda della passata ripugnanza. Appresentatoglisi Ased, e chiestogli che, secondo, i sacri statuti, or che l'avea fatto capitano, lo deponesse dal magistrato: “Non fia mai” rispose il principe, “ch'io te ne rimuova. Ben v'aggiungo l'officio di capitano che è di più alto grado, ma vo' che tu ritenga anco il primo, e che sii detto cadi emiro.” E così fu fatto, continua il cronista contemporaneo Ahmed-ibn-Soleiman, nè mai s'è visto prima nè poi nello Stato d'Affrica cumulare in una persona quelle due dignità.[428]

Si allestiva in questo mentre l'armata nel porto di Susa, ov'Eufemio fu mandato ad aspettare con le sue genti.[429]Quando ogni cosa trovossi in puntò, data la posta all'esercito a Kairewân, Ased movea con quello alla volta di Susa; e all'uscita della città l'accompagnavano, per fargli onore, i primarii tra i dotti con la gemâ', ossia municipalità, e tutta la corte del principe; che Ziadet-Allah non volle che rimanesse addietro alcun de' suoi famigliari. A Susa poi si fece la mostra dell'oste. Narra un testimonio di presenza che Ased, commosso dal nobile spettacolo, gli squadroni schierati in faccia, a tergo e ai fianchi, il volteggiare, delle bandiere al vento, l'annitrio dei cavalli, il frastuono dei tamburi, fatto silenzio, orò in queste parole: “Non v'ha altro Dio che il Dio uno, il Dio che non ha compagni. Affè di Dio, valorosi guerrieri, nè avolo nè padre ebbi io che mi lasciasserosignoria,[430]e pur uomo al mondo non fu mai onorato di eletto séguito al par di questo; nè lo spettacolo che ci sta dinanzi agli occhi io l'ho visto mai, fuorchè negli scritti. Su, dunque, sforzate alacremente gli animi, affaticate i corpi nel cercare scienza, e fatene tesoro, nè siatene sazii giammai, nè mai vinti da' travagli ch'ella v'arreca, e sappiate che ne conseguirete il guiderdone in questa vita, e in quella ch'è da venire.”[431]Nè ci danno altro della orazione di Ased i biografi, eruditi che ne presero quel tanto che lor pareva onorasse il mestiere; come i frati cronisti del medio evo notavan solo dei principi il bene o il male fatto al monastero. Duolmi pertanto non avere ricordi più larghi, e dover sopperire con gli sforzi delle generalità, le quali se bastano a tratteggiare i tempi, mal ci aiutano a delineare le fattezze degli uomini, in cui la natura è sì svariata e capricciosa. E veramente da quelle parole di Ased trapela la vanità dell'uomo nuovo e l'orgoglio del dotto, e par vedere Cicerone pavoneggiarsi con la corazza indosso; ma son soppressi al certo, come cosa di minor momento, gli alti sensi che resero sì potente Ased nel tumulto degli animi della colonia, dico il fervore religioso e militare, la virtù del primo secolo dell'islamismo, al quale tornavan sempre col pensiero i giureconsulti di quel tempo, e forse Ased sopra ognialtro. Notevol è che il conquisto di Sicilia, promosso da questo grande, fu l'ultimo al tutto della schiatta arabica, e l'ultimo dello islamismo in Ponente. In Levante, le insegne dell'islam s'eran anco soprattenute da cento anni, nè ripigliarono la via dei conquisti che lunga pezza appresso, in mano della schiatta turca: sopra l'India, cioè, nello undecimo secolo, coi Gaznevidi; sopra l'Europa, nel decimoquinto, con gli Ottomani.


Back to IndexNext