CAPITOLO V.Dopo le raccontate scorrerie del secentocinquantadue e secentosessantanove la Sicilia ebbe a sentire il peso dei Musulmani, non più di Levante, ma dell'Affrica, ove la schiatta arabica si rinforzò d'una potente schiatta straniera e insieme con quella divenne sì formidabile in tutte le parti occidentali d'Europa. Però è mestieri toccare alquanto le condizioni di tal nuova provincia musulmana. Il tratto di terreno che serpeggia dai confini dell'Egitto fino allo stretto di Gibilterra tra il mare e la catena dell'Atlante o i deserti, ubbidiva al nome bizantino, o romano, come affettavan chiamarlo tuttavia. Distingueano gli antichi questa regione sotto variinomi, cominciando dalle due Mauritanie alla estremità di ponente, indi Numidia, Affrica propria che prendea lo Stato odierno di Tunis e la parte occidentale di quel di Tripoli fino al golfo della grande Sirte, e via seguitando, Cirenaica, Marmarica e la provincia Libica che confina con l'Egitto; Paese di vario aspetto; dove orrido e arso, come le più inospite regioni dell'Arabia, dove lieto di vegetazione, temperato di clima e vivificato dalla man dell'uomo. Perchè prima i Cartaginesi e poi i Romani vi avean recato il genio del lavoro, che creava più che la guerra e la barbarie non guastassero; e, pur dopo l'invasione dei Vandali, v'erano rimase importanti città e maggior tra tutte Cartagine, risorta dalle sue rovine; e vi fioriano ancora industrie e lucrosi commerci.Teneano l'Affrica settentrionale quattro generazioni d'uomini, diversissime d'origine e di numero. La più moderna era un pugno di gente germanica che alcuni autori arabi chiaman Franchi; e Leone Affricano, Goti: senza dubbio gli avanzi dei Vandali rimasti dopo l'impresa di Belisario.[182]Innanzi a loro per numero ed anzianità di soggiorno venian le popolazioni pelasgiche, d'Italia cioè e di Grecia, portate dalla dominazione romana: le quali gli scrittori arabi a lor modo chiamano i Rum. In terzo poteansi noverare gli altri stranieri gittati, direi quasi, dal mare su la costiera, forse in parte discendenti dei Fenicii, miscuglio di tante schiatte simile a quel che oggi dicesi nell'Algeria Mori, o Moreschi, non sapendosi qual altro nome dar loro che uno indefinito e antico; e forse per lamedesima ragione gli Arabi li chiamarono Afârik, o Afôrika, ossia Affricani, accorgendosi che non fossero nè Germani nè Pelasgi nè Berberi.[183]Ma i Berberi aborigeni, come debbon dirsi non vi essendo memoria di altri abitatori innanzi a loro, vinceane di gran lunga anche per lo numero e per la estensione del territorio tutte le razze intruse. Stendeansi dall'Atlantico ai deserti non esplorati che finiscono a Levante con la valle del Nilo; correano dal Mediterraneo agli altri deserti che arrivano al Tropico e al Sûdan, o vogliam dire paese dei Negri; dimodochè le tribù berbere più o meno sottomesse penetravano per ogni luogo il territorio romano; e le tribù, o meglio diremmo nazioni independenti, lo premeano dalla parte di mezzogiorno e di ponente. La gagliarda e fiera gente berbera, inaccessibile di tutti i tempi alla civiltà, mosse d'Oriente, come il mostra la stampa della schiatta caucasica che ha in volto, e come il portano le sue tradizioni serbateci dagli scrittori romani e dagli arabi. I libri punici in fatti, consultati da Sallustio, li diceano popoli della Media e dell'Armenia venuti in Occidente con Ercole; lo scrittore armeno Moisè di Corene e Procopioli credettero Cananei cacciati di lor terra da Giosuè; degli Arabi, chi li ha fatto Himiariti[184]o vogliam dire della schiatta dell'Arabia Meridionale; e chi ha appiccato la genealogia loro anche a Canaan; tradizioni mitiche, come ognun se ne accorge, tra le quali potran decidere i dotti quando si sarà studiata meglio la lingua berbera, e si conosceranno un poco certi altri antichi idiomi dell'Asia anteriore, come sarebbero gli ariani e gli himiariti. Intanto, dalla tradizione, al par che dal linguaggio, parecchie tribù berbere sembrano senza dubbio d'origine semitica; ovvero, se tutta la gente berbera il sia, quelle sembran passate in Occidente in tempi men rimoti, talchè il dialetto loro abbia ritenuto molto più delle voci e forme semitiche. Il nome generico di Berberi par sia stato messo in uso la prima volta dagli Arabi, poichè fino ai tempi del conquisto loro la appellazione generale di coteste schiatta fuMauri Barbari, come troviamo in Procopio; alla quale gli scrittori europei dei tempi più bassi ne aggiunsero altre, d'Affricani, e, con manifesto errore, di Punici, e fin anco Cartaginesi: oltrechè, ad accrescere la confusione, ricorre sempre negli scritti loro la indeterminata appellazione di Saraceni. Tra coteste false denominazioni etniche de' popoli primitivi dell'Affrica, quella di Mori, ch'è più antica, ci è divenuta anco familiare ne' romanzi,ne' poemi, in architettura e financo nelle storie; ma io preferirò, come assai più determinata, la voce Berberi, alla quale si son attenuti giustamente i dotti. È parso ad alcuni eruditi d'Europa che gli Arabi abbian tolto di peso tal voce dalla latinaBarbari; e al contrario gli scrittori arabi traggono la etimologia dal loro vocaboloberber, che significa borbottare, e diconlo anche di parlare in gergo rozzo e straniero. Gli uni e gli altri credo si appongano al vero; poichè gli Arabi conquistatori dell'Affrica settentrionale tanto più agevolmente doveano adottare il nome che trovarono in uso tra i popoli inciviliti del paese, quanto avea significato nel loro proprio linguaggio, e il significato si confaceva appunto al caso. Ma v'ha di più: il valore primitivo di questo vocabolo nell'idioma greco, che lo comunicò a tutti gli altri dell'Europa, è identico a quel che ritenne in arabico il verboberber. Come notollo il Gibbon,Barbaronell'Iliade non è detto che di favella rozza e aspra; nè pria de' tempi di Erodoto si vede usata cotesta voce com'appellazione dei popoli non parlanti il greco; donde poi si venne mutando il significato, come ognun sa, fino a quel che ha preso nelle lingue moderne. La stessa voceborbottare, che mi è occorsa testè traducendo il detto verbo arabico, vi consuona tanto e sì a capello ne rende il significato, che potrebbe riferirsi per avventura alla medesima origine[185].Tale essendo la divisione etnologica dell'Affrica Settentrionale, non è mestieri aggiungere che facean base al governo bizantino le schiatte nuove, frequenti nelle parti orientali più che nelle occidentali, industri, snervate e cristiane; anzi sì zelanti nella fede, che la Chiesa Africana ai tempi suoi levò quel grandissimo grido che ognun sa. Al contrario i Berberi, che aveano sì ostinatamente combattuto la dominazione di Cartagine, poi la romana, non lasciavan tranquilla la bizantina; ma non bastavano ad abbatterla per essere sì divisi, nimicantisi tra loro senza perchè; diversi anco di religione, adorando chi le stelle, chi un idolo, chi un altro; e qualche tribù giudea, altra cristiana di nome. Il reggimento bizantino resisteva a così fatti nemici mercè la ordinata amministrazione d'una provincia ricca, la disciplina militare, le molte fortezze, il navilio. E queste forze eran tali, che nei principii del settimo secolo Eraclio governatore dell'Affrica avea occupato il trono di Costantinopoli, e che il patrizio Gregorio, deputato da lui a regger la provincia, levossi in aperta ribellione (646) quando vide fortuneggiare l'impero assalito dagli Arabi.Gli Arabi non prima avean messo piè in Egitto che irruppero in Affrica. A'mr-ibn-A'si occupò Barca, Tripoli e Zuâgha (641-643), gli abitatori della quale si rifuggirono in Sicilia.[186]A'mr, levata di quei paesi una grossa taglia, ardea d'andar oltre: quando il califfo Omar gli comandò di ritrarsi; temendo di far troppo grande l'Impero, e come presago del gran sangue che dovea costare l'Affrica. Similmente parecchi compagni del Profeta, pochi anni appresso, dissentivano dall'impresa proposta dal novello capitano d'Egitto al califfo Othman, che gli era fratel di latte; ma questi, sendosela fitta in mente, pose di nuovo il partito nel consiglio, e, vintolo, affrettò i preparamenti in persona; li aiutò coi proprii danari; e avviò da Medina una eletta di guerrieri delle tribù modharite e del Iemen; i quali coi rinforzi presi in Egitto sommarono a ventimila tra cavalli e fanti. Condotti da Abd-Allah-ibn-Sa'd, quel medesimo che pochi anni appresso guadagnò la battaglia navale delle Colonne, mossero, non lungi dalla costiera, infino al golfo di Hammamet, e trovarono l'esercito di Gregorio, dentro terra, tra Sufetula e Cartagine (647). Per certo non combatteano sotto Gregorio centoventimila uomini, come scrissero alcuni cronisti arabi; per certo nè quegli avea promesso la man della figliuola e centomila monete di oro a chi uccidesse Abd-Allah-ibn-Sa'd; nè Abd-Allah-ibn-Zobeir con trenta cavalieri soli andò ad uccider lui nel bel mezzo delle file bizantine, e prendersi la figliuola che pugnavaa cavallo con un ombrello di penne di pavone; nè pare probabile che il pregio del bottino montasse a tal somma prodigiosa, che, toltane la quinta, ne toccò tremila dinar ad ogni cavaliere e mille a ogni pedone. Cotesti episodii, ignoti ai più antichi scrittori arabi, messi innanti da quei di tempi più bassi e accettati per necessità dagli storici europei, sono stati distrutti non è guari da un insigne orientalista.[187]Ma piacemi di poter dare, in luogo di quelli, alcuni particolari, non pubblicati per anco, e autentici come io credo, ritraendosi da un discorso, che gli Arabi serbavano tra i lor modelli di eloquenza. Abd-Allah-ibn-Zobeir, che fu l'Ulisse di quella impresa, sopraccorso con rapidissimo viaggio a Medina, narrava la vittoria in pubblica concione, permettendolo il califfo: dicea che intimato agli Affricani l'islam o il tributo, e rifiutato l'un e l'altro, i Musulmani, temporeggiarono per due settimane in faccia all'esercito nemico: poi il capitano li esortò a combattere per la causa di Dio e guidolli alla battaglia; la quale aspramente si travagliò il primo giorno con molto sangue d'ambe le parti e avvantaggio di nessuna. “Venne la notte, proseguiva Abd-Allah, e i Musulmani a recitare il Corano, che s'udiva tra loro appena un susurro, come il ronzio delle api; i politeisti a sbevazzare e trastullarsi. La dimane, ripigliata la zuffa, Iddio ci fe' star saldi e ci accordò la vittoria,verso il tramonto del sole. Grandissimo è stato il bottino; la taglia pattuita sì grossa, che il quinto solo torna a cinquecentomila monete: ma forse n'avremo altri due tanti. E così io ho lasciato i Musulmani ricreati e sazii di preda, e son venuto nunzio al principe de' Credenti.”[188]Il patto cui si allude era stato chiesto da' vinti, quando videro sparse le gualdane a battere il paese e struggere e rapire ogni cosa. Raccolto quanto tesoro potè, l'esercito musulmano si ritrasse a capo di quindici mesi dal dì che avea passato la frontiera d'Egitto.[189]Un diligente scrittore porta che in questo tempo gli abitatori della penisola di Scerik, che guarda la Sicilia, si riparassero nella lor città di Kalibia (Clypea), e di lì a poco nella vicina isola di Pantellaria; ove alzaron fortezze e stettero lunga stagione, finchè nonandò a snidarli un'armata musulmana.[190]Ma più probabile mi sembra che la fuga in Pantellaria seguisse una ventina d'anni dopo, quando la infestagione si venne a mutare in conquisto.Perocchè gli Arabi saviamente audaci, non sendo per anco cresciuti di numero con assimilarsi i popoli vinti, tennero nelle prime vittorie uno di questi due modi. Ne' paesi ove parea loro di stanziare, poneano un grosso campo come i Romani, e occupavano qualche città: di che è esempio il disegno di A'mr-ibn-A'si, che si affortificò a Fostat, presso al Cairo d'oggi, e fece d'Alessandria unribat, o, a modo nostro di dire, una piazza di frontiera; ove lasciò in presidio la quarta parte delle genti da scambiarsi ogni sei mesi con un'altra quarta parte che scorrea la costiera, mentre le altre due quarte rimaneano col capitano.[191]Al contrario nelle regioni troppo lontane facean grosse correrie, movendo dalle piazze di frontiera e quivi tornavansene col bottino e le taglie, come abbiam detto di Cipro, della Sicilia e dell'Affrica. Ma sovente accadea che l'agevolezza della vittoria, le occasioni che nasceano, e il rigoglio delle tribù arabe presto ingrossate di clienti stranieri, allettassero ad occupar coteste provincie, come le altre di cui si è detto.E così appunto seguì in Affrica dopo quattro novelle guerre o scorrerie, che s'avvicendaronodal secentocinquantaquattro al secentosettanta,[192]una delle quali fu ordinata dal califo Mo'âwia a chiesta di popolazioni cristiane dell'Affrica, cui la tirannide di Costante avea mosso a ribellione. Il pensier del conquisto si dee riferire ad O'kba-ibn-Nafi', il quale in gioventù avea capitanato i primi cavalli arabi passati d'Egitto a infestar la terra d'Affrica, e, più maturo, comprese che la si potea tenere facendosi strumento delle popolazioni berbere. Mo'âwia il secondò con dargli comando independente dal governatore dell'Egitto, l'anno cinquanta dell'egira (670); ed ei poneasi con diecimila cavalli a Barca, ove fe' opera ad attirarsi i Berberi dei contorni. Risoluto poi andò a piantare in mezzo all'Affrica propria un alloggiamento che fu chiamato il Kairewân,[193]ove l'esercito musulmano stesse sicuro con le famiglie e lo avere. Elesse il sito dentro terra, a una giornata di cammino dal porto di Susa, in terreno boschivo esano, ove sorgea un picciol castello romano, che gli Arabi chiamano Kamunia. Della scelta si disputò a lungo tra il capitano e i principali dell'oste, con ragioni non da Barbari. Volean gli altri tirarsi verso le spiagge per stare più pronti alle offese; O'kba rispondea che era meglio assicurar la capitale da' subiti assalti delle armate bizantine. Temeano quelli da una vicina palude tristi esalazioni nella state e umidità nell'inverno; ma egli mostrò ch'era forza incontrare que' disagi, poichè la palude difendea un terreno da tenere in pascolo i cameli che servono a trasportare l'esercito nostro, diceva il capitano, e i Berberi e i Greci la prima cosa che farebbero, sarebbe di venirceli ad ammazzare alle porte proprio della città, con improvvisa scorreria.[194]Vinto così il partito e condotte le genti là dove ei pensava fondare Kairewan, O'kba solennemente n'espulse gli antichi ospiti. “Belve e serpenti,” gridò “noi siamo i compagni dell'Apostol di Dio; partitevi di qui o sarete sterminati.” E le bestie a sgombrare quetamente portando seco i lor nati, e i Berberi a convertirsi, dicon le croniche, nè v'ha ostacolo a crederlo. Con un'altra scena troncò le dubbiezze degli Arabi, che, messisi a fabbricar la Moschea, andavan cercando la dirittura della Mecca, lakibla, com'essi dicono, alla quale il Musulmano dee guardare quand'ei fa le preci. Mentre gli altri osservavan le stelle il meglio che poteano, egli ebbe un sogno; diè di piglio alla bandiera; seguì una voce sovrumana; e, dove quella gli disse “resta,” fisse in terra l'asta e fe' innalzar la Moschea cattedrale. Costruirono anche ilpalagio del governo, le case dei grandi, gli abituri della minor gente: di argilla la moschea, di canne le case, dice un antico scrittore;[195]nè pensarono per lungo tempo a mutare in lor uso gli avanzi d'architettura romana che offriva il luogo.[196]Oltre a ciò posero alberghi, o com'essi diconomenzil, pei viandanti, a giuste distanze lungo le strade della provincia.In cinque anni questi ordinamenti progrediano, e O'kba portava le armi sempre più verso ponente tra le tribù berbere; quando il califo il depose; unì di nuovo l'Affrica all'Egitto, e un novello capitano, per nome Abu-Mohâgir, imprigionò O'kba e smantellò il Kairewân: pensando forse che invano si sarebbe prodigato il sangue dei Musulmani nell'indomabile provincia, e che piuttosto era da pigliare i Berberi con le buone. In fatti egli avea tirato a professare l'islamismo un potente lor capo per nome Koseila, quando, salito al trono Iezîd, e tornato O'kba in credito a corte e resogli il governo d'Affrica (681-2), ristorò la sua città, ripigliò con tanto più ardore i suoi disegni e alla sua volta mise in catene Abu-Mohâgir. Con ciò fe' nuovi miracoli e nuove imprese: scaturir fontane quando l'esercito era per morir di sete; debellare eserciti bizantini e orde di Berberi; e altre ne convertì, com'ei credeva, e vittorioso trascorse infino a Tanger e Sus dell'Atlantico, ove, spinto il cavallo nelle acque, levando la mano versoil cielo, profferì que' noti detti che il mare solo rattenealo dal portare il culto del vero Iddio sino agli ultimi confini del mondo.Pur le gonfie parole accompagnan sì raro i savii fatti, che O'kba, pria d'andare a guazzare il cavallo nell'Oceano, non pensò a' Bizantini che stanziavano a Cartagine e nelle altre città del Mediterraneo troppo dure a intaccare; ma, scansandole, era ito per la regione a mezzodì dell'Aurès, donde passò a settentrione, forse nella provincia d'Algeri o d'Orano. Peggio fece a trattar come vinti quei Berberi, che cominciavano a parteggiare per lui dopo essere stati sgarati in battaglia, ma non voleano ingozzare gli oltraggi ch'ei facea loro per superbia, o sol perchè Abu-Mohâgir aveva usato umanamente con essi. Narrasi, tra gli altri fatti, ch'ei richiedesse Koseila di scannare e scorticare un montone; per la cucina, dicono i cronisti; probabilmente in sagrifizio per mangiarne e dispensarne ai poveri, com'è uso appo i Musulmani; il che ad O'kba dovea parere atto di carità e religione, e al principe convertito, servigio da beccaio. Rispose non mancargli servi che il facessero. Ma il capitan arabo persistè, minacciò e volle essere ubbidito per forza. Koseila ubbidì: quand'ebbe finito, senza fiatare, si astergea le insanguinate mani sulla barba, e, domandatogli il perchè, rispondea melenso: “fa bene al pelo.” Vi fu chi comprese la muta rabbia di quell'atto e ne ragguagliò O'kba; ma il fiero vecchio se ne rise. Koseila intanto, indettatosi coi Bizantini, si levò improvviso in arme; e corsogli addosso O'kba impetuosamente con le poche forzeche avea intorno, finse di fuggire finchè tirò gli Arabi a Tahuda a piè dei fatali monti Aurès, ove circondolli con infinita moltitudine di Berberi e aiuti bizantini. Già gli Arabi sentian suonar l'ora estrema. Era tra loro Abu-Mohâgir che O'kba traeasi dietro incatenato sospettandolo di tradimento o infingendosene; il quale proruppe a recitar due versi d'antico poeta, che avea pianto d'avere i ferri mentre i suoi s'apparecchiavano alla battaglia. O'kba, all'intenderlo, scorda le offese; lo fa sciorre; gli dice che salvisi con la fuga poichè non è tenuto a combattere: e Abu-Mohâgir risponde non bramar altro che di morire coi Musulmani; e s'arma, e ponsi al fianco del capitano. Spezzarono i foderi delle spade, imitandoli gli altri guerrieri: e avventatisi tra i Berberi virtuosamente caddero; campando pochissimi dalla strage (683). Koseila tra non guari s'insignorì di Kairewân; le reliquie degli Arabi si ritrassero di nuovo a Barca. Questo fine ebbe la prima prova di occupazione permanente dell'Affrica. O'kba seppe meglio imaginarla che mandarla ad effetto: uomo di costante proponimento, e prodigioso valore in guerra; ma poco atto a maneggiar le fila di un gran disegno, e meno a raffrenare le proprie passioni; troppo uso a fidarsi in quel piglio tra di fanatico e di commediante che ha accresciuto la sua fama appo i posteri.[197]Così mossi i Berberi a guerra nazionale contro gli invasori, cui da principio avean creduto nemici dei soli Romani, il contrasto si fe' ostinato, sanguinosissimo; ebbe fasi diverse: sospeso talvolta per stanchezza; ripigliato per novelle cagioni che si sviluppavano dalla conquista; continuato fin quando le due schiatte si unirono sotto una stessa fede e uno stesso vessillo di guerra; acceso anche in Spagna e in Sicilia; durato sei secoli: nè finì che quando gli Arabi di dominatori divennero soggetti. Nè l'impero dei califi, nel fior della sua potenza, incontrò in alcun'altra provincia popoli che più disperatamente gli resistessero: costretto suo malgrado al conquisto dell'Affrica; ove mandò cinque eserciti a far vendetta l'uno dell'altro e ad incontrar la medesima sorte.Dirò di questa lotta assai brevemente, astenendomi dai particolari il più che potrò. Entro pochi anni, gli Arabi vendicarono la strage di Tahuda; ruppero gli eserciti collegati de' Berberi e Bizantini e ammazzaron Koseila; ma intanto un'armata, allestita in Sicilia, occupò Barca, rimasa vota di difensori (688-9); e il capitano arabo vittorioso, Zoheir-ibn-Kais, affrettandosi alla riscossa con una picciola schiera, non guadagnò che l'onore di entrare nella città e morirvi con la spada alla mano.[198]Cinque anni appresso, escita appena lacasa Omeiade dalla guerra civile di Abd-Allah-ibn-Zobeir, il califo comandava al capitan d'Egitto Hassân-ibn-No'mân di pigliare tutte le entrate della provincia, tutta la gente e attrezzi da guerra, e andare a far dell'Affrica ciò che gli paresse. Il quale, messi insieme quarantamila uomini, tirò dritto a Cartagine (693-4); ruppe i terrazzani e il presidio usciti a combattere; e pose tale spavento nella città, che i principali cittadini se ne fuggirono su le navi, chi in Sicilia e chi in Spagna; ed egli, facilmente sforzati que' che rimaneano, saccheggiò, fe' prigioni, diè opera a tagliare li aquidotti e diroccare frettolosamente quanto si potea; e non tardò a tornare dentro terra contro i Berberi dell'Aurès. Tra i quali, come avvien sovente nei moti nazionali, correndo le eccitate imaginazioni alla superstizione, era surta una novella Zenobia, regina della tribù di Gerâwa, per nome Dihâ, più nota sotto l'appellazione di Kâhina che le dettero gli Arabi, che è a dire indovina; alla cui voce profetica e bizzarro furore, congeniale alla schiatta loro, s'erano unite le altre tribù. Scontratasi con l'esercito di Hassân su le rive del fiume Nini presso Bagaia, ch'oggi va nella provincia di Costantina, la Kâhina ruppe gli Arabi con memorabile strage: e di lì a poco un patrizio Giovanni, venuto con le forze navali di Costantinopoli e di Sicilia, ripigliò Cartagine; Hassân con le reliquie dell'esercito fu ricacciato di nuovo a Barca.La profetessa poi sciupò la vittoria. Da una mano rimandò liberi i prigioni arabi, fuorchè un solo che adottò per figliuolo, il quale la tradì mandando avvisi ad Hassân. Dall'altra mano scatenò i suoi a guastar le città e i colti dell'Affrica propria, per annichilare, diceva ella, que' futili beni che attiravano il nemico. Ma fe' contrario effetto, perchè le popolazioni industri delle altre schiatte, parte emigrarono in Spagna e nelle isole, parte mandarono a profferire aiuto agli Arabi, i quali s'apprestavano a nuovo sforzo di guerra.Donde tornato Hassân con una armata e un esercito, ruppe i Berberi, e uccisa la Kâhina nella sconfitta che avea vaticinato, com'è uso dei profeti senza poterla evitare, le tribù dell'Aurès, ormai spicciolate e sbigottite, si sottomessero; pattuirono di dar dodicimila ausiliari contro i Berberi non domi e contro i Greci. Indi movea Hassân per la seconda volta all'assedio di Cartagine; prostrava in parecchi scontri le forze bizantine; rimanea padrone del golfo; e sì stringea la città per mare e per terra, che il presidio finse di domandare l'accordo profferendo il tributo, e in mezzo alle trattative imbarcata ogni cosa di notte su le navi ch'erano in porto, quetamente se ne fuggì. Tentato invano di resistere in altri punti della costiera, il patrizio Giovanni con l'armata si allontanò per sempre dall'Affrica (698): Hassân, entrato in Cartagine, compiè l'opera della distruzione col ferro e col fuoco, lasciando picciol presidio, come per vedetta, e fabbricovvi, scrivon gli Arabi, una moschea, che è a dire serbò ed acconciò a quest'uso qualcheantico edifizio. Infine, tornato a Kairewân, si volse ad ordinar la provincia; posevi gli uficii d'azienda, e assoggettò al tributo fondiario gli abitatori di schiatte europee, e dei Berberi tutti quelli che non avean fatto la professione dell'islamismo;[199]ma ai Berberi convertiti diè la parte dei tributi e delle terre che lor toccava come a guerrieri musulmani. Così gli Arabi fermarono per la prima volta il dominio su quella parte dell'Affrica settentrionale che oggi è compresa nelle reggenze di Tripoli, Tunis, e provincia di Costantina, senza estendersi per anco più a ponente. Dal nomed'Affrica propria che davano i Romani alla parte più importante di questa regione, gli Arabi la dissero tutta Ifrikia; e secondo lor geografi si stende dalla grande Acaba che sorge tra Barca e Alessandria, infino a Bugia. Di lì all'Atlantico chiamarono Maghreb che suona appo noi occidente, e diviserlo in Maghreb del mezzo tra Bugia ed Orano, ed estremo Maghreb, da Orano in poi. E coteste loro denominazioni geografiche noi adopreremo per lo innanzi; se non che scriveremo a modo nostrale Affrica in luogo di Ifrikia.Con breve intervallo succedeva ad Hâssan un grande che rappattumò le due schiatte per qualche spazio di tempo, e legolle di tal vincolo che non si spezzò più mai, non ostante che si ricominciasse la lotta. Fu costui un vecchio settuagenario, Musa-ibn-Noseir, uom di origine straniera, liberto di casa Omeiade;[200]famosissimo per lo conquisto di Spagna, e degno di maggiore gloria per l'arte di stato e di guerra con che avea prima compiuto quel d'Affrica e del Maghreb. Esordì nel governo della provincia, come un sommo capitano del nostro secolo, con arringare l'esercito, accusando d'incapacità i predecessori, e dando certe le vittorie ch'ei vedea sì chiare nella sua mente. E pagò il debito con usura. Arrivò da Kairewân all'Oceano, domandò per ogni luogo le nazioni berbere, stringendosele in confederazione dopo la vittoria, pigliandosi ostaggi per guarentigia del patto; e, in vece di spingere il cavallo inmare come O'kba, fondò la città o campo di Tanger; posevi diciassettemila Arabi e dodicimila Berberi; e provvide a far apprendere il Corano ai Berberi, che lo ripetessero alle più rimote e salvatiche popolazioni di lor linguaggio. Così in breve tempo, dice l'autore delBaiân, si vide un mutar di chiese in moschee per tutta l'Affrica occidentale. La profession di fede era facile a fare; la partecipazione nel bottino si comprendea bene da' nuovi convertiti; le armi si tenean pronte a punire gli apostati. Musa le seppe rendere più possenti, ordinando un corpo di giannizzeri, come li diremmo dal nome che lor dettero i Turchi tanti secoli appresso; giovani robusti, e in gran parte di nobil sangue, ch'ei comperava da' suoi soldati, ai quali eran toccati nel partaggio del bottino; e li educava alle armi, alla religione, a cieca ubbidienza, per farne terribile strumento di dispotismo, e, se occorresse, d'usurpazione.Nel vasto suo disegno Musa non tralasciò di usare lo ingegno e le arti delle popolazioni cristiane dell'Affrica propria. La mercè di quelle, rifabbricava di pietre e di marmi il Kairewân, che trovò di canne e d'argilla; e intendendo, dice un cronista, da' vecchi del paese le grandi imprese marittime di Cartagine, faceva costruire a Tunis cento navi e pria scavare il canale dell'arsenale, con intendimento manifesto di tenervi sicuri i legni musulmani dagli assalti dell'armata bizantina, e da' tradimenti degli abitatori cristiani, che eran tornati certamente a Cartagine e negli altri antichi porti. Quando il navilio fu in punto, vi unì gli avanzi d'un'armata d'Egitto che avea fattonaufragio su le costiere d'Affrica; bandì la guerra sacra in sul mare; chiamovvi i più nobili guerrieri arabi, dando voce di volerla capitanare in persona; e poi affidolla al proprio figliuolo Abdallah (704). Per tal modo cominciò l'infestagione del Mediterraneo occidentale: furon corse, oltre le isole Baleari, la Sicilia e la Sardegna, come si dirà a suo luogo. Abbiamo da buone autorità che in coteste imprese del Mediterraneo e del continente d'Affrica fosser fatti trecentomila prigioni; incredibile cosa appo noi, e tal anco parve a corte del califo; ove capitata una lettera di Musa che dicea montare il quinto a trentamila, fu ridomandato se fossevi errore: “ed errore v'ha,” replicò Musa, “ma è che il segretario ha scritto trenta in luogo di sessanta migliaia.” Del rimanente la maraviglia cesserà ove si pensi che gli uomini eran forse il più lucroso bottino: gregge facile a prendere in tutti i tempi; se non che allora nol teneano in pastura, ma subito ne facean danaro rivendendolo, o co' riscatti.[201]Musa poi sguinzagliò i suoi Arabi e Berberi su la Spagna (711); vi sopraccorse ei medesimo, non ostante il peso degli anni, a rivaleggiare colproprio liberto Tarik: ed avea forse valicato i Pirenei, i suoi aveano al certo infestato la Linguadoca, ed egli parlando de' suoi smisurati disegni correva a compierli, quando lo raggiunse un messaggio del califo, afferrò il freno della mula ch'ei montava, e intimògli di voltar cammino e andare a scolparsi a Damasco. Lo accusavano di peculato. Solimano, ch'ei trovò sul trono quando giunse alla capitale, non fe' gran caso dei discorsi del conquistatore, che si vantava non essersi giammai, nel lungo corso di sua milizia, chiuso in castella, nè trinceato in campo; e parlando del valor dei soldati esaltava, sopra tutti gli Arabi, que' del Iemen; dicea i Bizantini lioni ne' lor castelli, aquile a cavallo e donne nelle navi; sagaci a spiar le occasioni in guerra, vilissimi dopo la rotta; i Berberi somiglianti molto agli Arabi per forza del corpo, impeto e ordine nel combattere, ma traditori sopra ogni altro popolo. Nè ottenne maggior grazia mostrando al califo le primizie dei trionfi: gli ottimati fatti prigioni in Majorca, Minorca, Sicilia e Sardegna, vestiti de' lor più solenni addobbamenti; e donzelle spagnuole a migliaia; e gemme preziosissime, tra le quali aveano scoperto non so che tavola di Salomone. Il califo, picciolo d'animo, sospettoso, avaro, governato da invidi cortigiani, non perdonò la gloria a Musa. Dopo prigionia e brutali maltratti, condannollo in quattro milioni di dinar che quegli non ebbe poter di pagare; fece ammazzare a tradimento il figliuolo, lasciato da lui a regger la Spagna; e affrettò la morte del misero vecchio asmatico (716) con mostrargli la testa del figliuolo imbalsamatadi canfora, e domandargli se la conoscesse.[202]Mancato un tant'uomo, le cose d'Affrica andavan per pochi anni com'ei da principio le avviò; e quasi tutte le nazioni berbere aveano accettato l'islam, quando si raccese la lite loro con gli Arabi. Al che dette occasione la rapacità fiscale, sofisticando e facendo opera di assoggettare ai tributi come Infedeli i Berberi fatti Musulmani. Ucciser essi il prefetto ch'era venuto d'Oriente con tal vezzo (720), e il califo lor diè ragione; ma dopo alquanto tempo, ritentata la prova da altri oficiali, nè potendosi sempre spegner questi senza ribellione, i Berberi vi corsero audacemente. E forza fu di dare un altro passo a che portava la rivoluzione contro un re pontefice. I padri loro, seguaci di Koseila e della Kâhina, avean gittato il Corano in faccia ai dominatori stranieri. La generazione presente cresciuta in quegli ordini che si poteano dir civili rispetto all'antica barbarie, non sapea vivere ormai senza i conforti reali ed immaginarii dell'islamismo. Avvezza a riconoscere da Allah, giorno per giorno, un beneficio ovvero una staffilata, la pioggia, i frutti del suolo e degli armenti, la vittoria e la preda, ovvero la carestia, le morie, le sconfitte; avvezza a far tante genuflessioni ogni dì ripetendo qualche parola del Corano, o almeno il nome di Maometto, pensò di mantenersi a un tempo gli aiuti del Cielo e sciogliersi da chi tiranneggiava la terra innome di quello: corse, in vece dell'apostasia, all'eresia.Trovò bella e fatta la riforma presso i dominatori stessi. Fin dalle guerre civili di Alî e Mo'âwia, erano seguiti in Oriente i primi urti della ragione con l'autorità; e la ragione, come suol fare, camminando lenta e incerta, avea dato origine alle sètte che si dissero deiKharegi, ossiano uscenti; i quali negavano l'autorità assoluta dei califi in punto di civil governo e impugnavano anco alcuni dommi di religione, non potendosi far l'uno senza l'altro. Tra quelle sètte se ne notavan due, dette, dai nomi de' fondatori, gli Ibaditi e i Sifriti; concordi tra loro nel tener necessarie qualità del Musulmano la fede e le opere, e però non noverare più tra i Musulmani i colpevoli di gravi peccati, fosser anco i compagni di Maometto e i califi stessi. A così fatti principii aggiugneano entrambe una feroce intolleranza; e nei gradi di quella si distingueano gli Ibaditi dai Sifriti, risguardando i primi come Infedeli, e però rei di morte, tutti i Musulmani che non militassero nella guerra sacra, e le loro famiglie passibili di schiavitù, e rompersi anco i legami del sangue per cagione d'infedeltà. Così fatte opinioni passarono con gli eserciti arabi in Occidente, ove s'appreser tosto ai Berberi selvatici e malcontenti. I Sifriti, côlta l'occasione che il fior della milizia araba fosse andato ad osteggiar la Sicilia (740), levaronsi nel Maghreb, condotti da un Maisar che avea fatto l'acquaiolo a Kairewân; presero Tanger; gridaron califo l'acquaiolo; e accolte senza scrupolo sotto lor bandiere alcune tribù che non professavanol'islamismo, combatterono insieme la causa nazionale contro gli Arabi. Dettero a costoro due sanguinosissime sconfitte, la seconda delle quali fu chiamata dagli Arabi la giornata dei Nobili, dal grande numero che ne rimasero morti sul campo di battaglia. Tutta la provincia si scompigliò. I Berberi presero le armi per ogni luogo da ponente a levante, infino a Cabès. Gli Arabi si ridussero in due sole città, Kairewân e Telemsen. E il precipizio si sentì anco in Spagna, e vi produsse altre rivoluzioni.A questi avvisi il califo Hesciâm, avvampando contro Berberi ed Arabi d'Occidente, chè i secondi con loro divisioni aveano accresciuto la calamità pubblica, minacciava farebbe sentir loro la collera d'un Arabo di buona schiatta; porrebbe sotto ogni castello berbero un campo di guerrieri delle tribù modharite di Kais o di Temîm; manderebbe un esercito da toccare con la vanguardia il Maghreb, mentre il retroguardo stesse ancora in Siria. Accozzò in tutto trentamila uomini: gente sì faziosa e discorde, che si abbottinò prima di venire alle mani coi Berberi, e che, messa insieme con l'esercito d'Affrica, n'accrebbe le discordie; onde venuti gli Arabi alla battaglia presso Tanger (741), qual fuggì, qual fu tagliato a pezzi dal nemico. Ma un novello capitano per nome Hanzala-ibn-Sefwân, ebbe tanta riputazione da unire gli Arabi; tanta fortuna o arte da guerreggiare nell'Affrica propria presso le colonie di sua schiatta, piuttosto che nel Maghreb. Dispersa parte delle forze nemiche in una prima battaglia e circondato dalle altre in Kairewân, armò i cittadini, accese in tutti il fervore religioso; passòuna notte a pregare, e la dimane, spezzato il fodero della spada con migliori auspicii che O'kba-ibn-Nafi', uscì contro le miriadi dei Berberi. Li vinse ad Asnam, tre miglia discosto dalla città: la quale battaglia ricordossi tra le più strepitose dell'islamismo, e vi perirono, al dir dei cronisti, centottantamila Berberi; al certo uno spaventevole numero tra que' che caddero sul campo e gli uccisi di sangue freddo, com'eretici e barbari che vincendo non soleano dar quartiere (742).Con tal supremo sforzo la schiatta arabica ripigliò il dominio della provincia. Fu in punto di riperderlo in due altre vaste sollevazioni (757-771), senza, contar le minori; e lo mantenne col pondo di due novelli eserciti, l'un di quarantamila, l'altro di sessanta o secondo alcuni scrittori di novantamila uomini, che era il settimo venuto in Affrica nello spazio di novant'anni, contando per primo quello che perì con O'kba.[203]Alfine la popolazione de' Musulmani orientali passata in Affrica tra cotesti travagli, le forti colonie poste in luoghi opportuni, e gli altri ordinamenti dei vincitori, prevennero i moti generali de' Berberi infino ai principii del decimo secolo; se non che alcune tribù berbere fondarono tre stati indipendenti, cioè: Fez nell'estremo occidente; sotto la dinastia araba degli Edrisiti (788); Segelmessa a mezzodì dell'Atlante, sotto i Midrariti, gente berbera (783); eTaiort (che scrivon anco Tahert e Tuggurt e oggi va nel Sahra dell'Algeria), sotto i Rostemidi, famiglia, come sembra, di origine persiana[204](754). Le altre tribù sfogarono parteggiando nelle guerre civili degli Arabi; finchè, affievolita la costoro schiatta, gli indigeni rialzaron la testa e mutaron di nuovo lo stato politico dell'Affrica e del Maghreb, sì come ci occorrerà di dire nei libri seguenti.
Dopo le raccontate scorrerie del secentocinquantadue e secentosessantanove la Sicilia ebbe a sentire il peso dei Musulmani, non più di Levante, ma dell'Affrica, ove la schiatta arabica si rinforzò d'una potente schiatta straniera e insieme con quella divenne sì formidabile in tutte le parti occidentali d'Europa. Però è mestieri toccare alquanto le condizioni di tal nuova provincia musulmana. Il tratto di terreno che serpeggia dai confini dell'Egitto fino allo stretto di Gibilterra tra il mare e la catena dell'Atlante o i deserti, ubbidiva al nome bizantino, o romano, come affettavan chiamarlo tuttavia. Distingueano gli antichi questa regione sotto variinomi, cominciando dalle due Mauritanie alla estremità di ponente, indi Numidia, Affrica propria che prendea lo Stato odierno di Tunis e la parte occidentale di quel di Tripoli fino al golfo della grande Sirte, e via seguitando, Cirenaica, Marmarica e la provincia Libica che confina con l'Egitto; Paese di vario aspetto; dove orrido e arso, come le più inospite regioni dell'Arabia, dove lieto di vegetazione, temperato di clima e vivificato dalla man dell'uomo. Perchè prima i Cartaginesi e poi i Romani vi avean recato il genio del lavoro, che creava più che la guerra e la barbarie non guastassero; e, pur dopo l'invasione dei Vandali, v'erano rimase importanti città e maggior tra tutte Cartagine, risorta dalle sue rovine; e vi fioriano ancora industrie e lucrosi commerci.
Teneano l'Affrica settentrionale quattro generazioni d'uomini, diversissime d'origine e di numero. La più moderna era un pugno di gente germanica che alcuni autori arabi chiaman Franchi; e Leone Affricano, Goti: senza dubbio gli avanzi dei Vandali rimasti dopo l'impresa di Belisario.[182]Innanzi a loro per numero ed anzianità di soggiorno venian le popolazioni pelasgiche, d'Italia cioè e di Grecia, portate dalla dominazione romana: le quali gli scrittori arabi a lor modo chiamano i Rum. In terzo poteansi noverare gli altri stranieri gittati, direi quasi, dal mare su la costiera, forse in parte discendenti dei Fenicii, miscuglio di tante schiatte simile a quel che oggi dicesi nell'Algeria Mori, o Moreschi, non sapendosi qual altro nome dar loro che uno indefinito e antico; e forse per lamedesima ragione gli Arabi li chiamarono Afârik, o Afôrika, ossia Affricani, accorgendosi che non fossero nè Germani nè Pelasgi nè Berberi.[183]
Ma i Berberi aborigeni, come debbon dirsi non vi essendo memoria di altri abitatori innanzi a loro, vinceane di gran lunga anche per lo numero e per la estensione del territorio tutte le razze intruse. Stendeansi dall'Atlantico ai deserti non esplorati che finiscono a Levante con la valle del Nilo; correano dal Mediterraneo agli altri deserti che arrivano al Tropico e al Sûdan, o vogliam dire paese dei Negri; dimodochè le tribù berbere più o meno sottomesse penetravano per ogni luogo il territorio romano; e le tribù, o meglio diremmo nazioni independenti, lo premeano dalla parte di mezzogiorno e di ponente. La gagliarda e fiera gente berbera, inaccessibile di tutti i tempi alla civiltà, mosse d'Oriente, come il mostra la stampa della schiatta caucasica che ha in volto, e come il portano le sue tradizioni serbateci dagli scrittori romani e dagli arabi. I libri punici in fatti, consultati da Sallustio, li diceano popoli della Media e dell'Armenia venuti in Occidente con Ercole; lo scrittore armeno Moisè di Corene e Procopioli credettero Cananei cacciati di lor terra da Giosuè; degli Arabi, chi li ha fatto Himiariti[184]o vogliam dire della schiatta dell'Arabia Meridionale; e chi ha appiccato la genealogia loro anche a Canaan; tradizioni mitiche, come ognun se ne accorge, tra le quali potran decidere i dotti quando si sarà studiata meglio la lingua berbera, e si conosceranno un poco certi altri antichi idiomi dell'Asia anteriore, come sarebbero gli ariani e gli himiariti. Intanto, dalla tradizione, al par che dal linguaggio, parecchie tribù berbere sembrano senza dubbio d'origine semitica; ovvero, se tutta la gente berbera il sia, quelle sembran passate in Occidente in tempi men rimoti, talchè il dialetto loro abbia ritenuto molto più delle voci e forme semitiche. Il nome generico di Berberi par sia stato messo in uso la prima volta dagli Arabi, poichè fino ai tempi del conquisto loro la appellazione generale di coteste schiatta fuMauri Barbari, come troviamo in Procopio; alla quale gli scrittori europei dei tempi più bassi ne aggiunsero altre, d'Affricani, e, con manifesto errore, di Punici, e fin anco Cartaginesi: oltrechè, ad accrescere la confusione, ricorre sempre negli scritti loro la indeterminata appellazione di Saraceni. Tra coteste false denominazioni etniche de' popoli primitivi dell'Affrica, quella di Mori, ch'è più antica, ci è divenuta anco familiare ne' romanzi,ne' poemi, in architettura e financo nelle storie; ma io preferirò, come assai più determinata, la voce Berberi, alla quale si son attenuti giustamente i dotti. È parso ad alcuni eruditi d'Europa che gli Arabi abbian tolto di peso tal voce dalla latinaBarbari; e al contrario gli scrittori arabi traggono la etimologia dal loro vocaboloberber, che significa borbottare, e diconlo anche di parlare in gergo rozzo e straniero. Gli uni e gli altri credo si appongano al vero; poichè gli Arabi conquistatori dell'Affrica settentrionale tanto più agevolmente doveano adottare il nome che trovarono in uso tra i popoli inciviliti del paese, quanto avea significato nel loro proprio linguaggio, e il significato si confaceva appunto al caso. Ma v'ha di più: il valore primitivo di questo vocabolo nell'idioma greco, che lo comunicò a tutti gli altri dell'Europa, è identico a quel che ritenne in arabico il verboberber. Come notollo il Gibbon,Barbaronell'Iliade non è detto che di favella rozza e aspra; nè pria de' tempi di Erodoto si vede usata cotesta voce com'appellazione dei popoli non parlanti il greco; donde poi si venne mutando il significato, come ognun sa, fino a quel che ha preso nelle lingue moderne. La stessa voceborbottare, che mi è occorsa testè traducendo il detto verbo arabico, vi consuona tanto e sì a capello ne rende il significato, che potrebbe riferirsi per avventura alla medesima origine[185].
Tale essendo la divisione etnologica dell'Affrica Settentrionale, non è mestieri aggiungere che facean base al governo bizantino le schiatte nuove, frequenti nelle parti orientali più che nelle occidentali, industri, snervate e cristiane; anzi sì zelanti nella fede, che la Chiesa Africana ai tempi suoi levò quel grandissimo grido che ognun sa. Al contrario i Berberi, che aveano sì ostinatamente combattuto la dominazione di Cartagine, poi la romana, non lasciavan tranquilla la bizantina; ma non bastavano ad abbatterla per essere sì divisi, nimicantisi tra loro senza perchè; diversi anco di religione, adorando chi le stelle, chi un idolo, chi un altro; e qualche tribù giudea, altra cristiana di nome. Il reggimento bizantino resisteva a così fatti nemici mercè la ordinata amministrazione d'una provincia ricca, la disciplina militare, le molte fortezze, il navilio. E queste forze eran tali, che nei principii del settimo secolo Eraclio governatore dell'Affrica avea occupato il trono di Costantinopoli, e che il patrizio Gregorio, deputato da lui a regger la provincia, levossi in aperta ribellione (646) quando vide fortuneggiare l'impero assalito dagli Arabi.
Gli Arabi non prima avean messo piè in Egitto che irruppero in Affrica. A'mr-ibn-A'si occupò Barca, Tripoli e Zuâgha (641-643), gli abitatori della quale si rifuggirono in Sicilia.[186]A'mr, levata di quei paesi una grossa taglia, ardea d'andar oltre: quando il califfo Omar gli comandò di ritrarsi; temendo di far troppo grande l'Impero, e come presago del gran sangue che dovea costare l'Affrica. Similmente parecchi compagni del Profeta, pochi anni appresso, dissentivano dall'impresa proposta dal novello capitano d'Egitto al califfo Othman, che gli era fratel di latte; ma questi, sendosela fitta in mente, pose di nuovo il partito nel consiglio, e, vintolo, affrettò i preparamenti in persona; li aiutò coi proprii danari; e avviò da Medina una eletta di guerrieri delle tribù modharite e del Iemen; i quali coi rinforzi presi in Egitto sommarono a ventimila tra cavalli e fanti. Condotti da Abd-Allah-ibn-Sa'd, quel medesimo che pochi anni appresso guadagnò la battaglia navale delle Colonne, mossero, non lungi dalla costiera, infino al golfo di Hammamet, e trovarono l'esercito di Gregorio, dentro terra, tra Sufetula e Cartagine (647). Per certo non combatteano sotto Gregorio centoventimila uomini, come scrissero alcuni cronisti arabi; per certo nè quegli avea promesso la man della figliuola e centomila monete di oro a chi uccidesse Abd-Allah-ibn-Sa'd; nè Abd-Allah-ibn-Zobeir con trenta cavalieri soli andò ad uccider lui nel bel mezzo delle file bizantine, e prendersi la figliuola che pugnavaa cavallo con un ombrello di penne di pavone; nè pare probabile che il pregio del bottino montasse a tal somma prodigiosa, che, toltane la quinta, ne toccò tremila dinar ad ogni cavaliere e mille a ogni pedone. Cotesti episodii, ignoti ai più antichi scrittori arabi, messi innanti da quei di tempi più bassi e accettati per necessità dagli storici europei, sono stati distrutti non è guari da un insigne orientalista.[187]Ma piacemi di poter dare, in luogo di quelli, alcuni particolari, non pubblicati per anco, e autentici come io credo, ritraendosi da un discorso, che gli Arabi serbavano tra i lor modelli di eloquenza. Abd-Allah-ibn-Zobeir, che fu l'Ulisse di quella impresa, sopraccorso con rapidissimo viaggio a Medina, narrava la vittoria in pubblica concione, permettendolo il califfo: dicea che intimato agli Affricani l'islam o il tributo, e rifiutato l'un e l'altro, i Musulmani, temporeggiarono per due settimane in faccia all'esercito nemico: poi il capitano li esortò a combattere per la causa di Dio e guidolli alla battaglia; la quale aspramente si travagliò il primo giorno con molto sangue d'ambe le parti e avvantaggio di nessuna. “Venne la notte, proseguiva Abd-Allah, e i Musulmani a recitare il Corano, che s'udiva tra loro appena un susurro, come il ronzio delle api; i politeisti a sbevazzare e trastullarsi. La dimane, ripigliata la zuffa, Iddio ci fe' star saldi e ci accordò la vittoria,verso il tramonto del sole. Grandissimo è stato il bottino; la taglia pattuita sì grossa, che il quinto solo torna a cinquecentomila monete: ma forse n'avremo altri due tanti. E così io ho lasciato i Musulmani ricreati e sazii di preda, e son venuto nunzio al principe de' Credenti.”[188]Il patto cui si allude era stato chiesto da' vinti, quando videro sparse le gualdane a battere il paese e struggere e rapire ogni cosa. Raccolto quanto tesoro potè, l'esercito musulmano si ritrasse a capo di quindici mesi dal dì che avea passato la frontiera d'Egitto.[189]Un diligente scrittore porta che in questo tempo gli abitatori della penisola di Scerik, che guarda la Sicilia, si riparassero nella lor città di Kalibia (Clypea), e di lì a poco nella vicina isola di Pantellaria; ove alzaron fortezze e stettero lunga stagione, finchè nonandò a snidarli un'armata musulmana.[190]Ma più probabile mi sembra che la fuga in Pantellaria seguisse una ventina d'anni dopo, quando la infestagione si venne a mutare in conquisto.
Perocchè gli Arabi saviamente audaci, non sendo per anco cresciuti di numero con assimilarsi i popoli vinti, tennero nelle prime vittorie uno di questi due modi. Ne' paesi ove parea loro di stanziare, poneano un grosso campo come i Romani, e occupavano qualche città: di che è esempio il disegno di A'mr-ibn-A'si, che si affortificò a Fostat, presso al Cairo d'oggi, e fece d'Alessandria unribat, o, a modo nostro di dire, una piazza di frontiera; ove lasciò in presidio la quarta parte delle genti da scambiarsi ogni sei mesi con un'altra quarta parte che scorrea la costiera, mentre le altre due quarte rimaneano col capitano.[191]Al contrario nelle regioni troppo lontane facean grosse correrie, movendo dalle piazze di frontiera e quivi tornavansene col bottino e le taglie, come abbiam detto di Cipro, della Sicilia e dell'Affrica. Ma sovente accadea che l'agevolezza della vittoria, le occasioni che nasceano, e il rigoglio delle tribù arabe presto ingrossate di clienti stranieri, allettassero ad occupar coteste provincie, come le altre di cui si è detto.
E così appunto seguì in Affrica dopo quattro novelle guerre o scorrerie, che s'avvicendaronodal secentocinquantaquattro al secentosettanta,[192]una delle quali fu ordinata dal califo Mo'âwia a chiesta di popolazioni cristiane dell'Affrica, cui la tirannide di Costante avea mosso a ribellione. Il pensier del conquisto si dee riferire ad O'kba-ibn-Nafi', il quale in gioventù avea capitanato i primi cavalli arabi passati d'Egitto a infestar la terra d'Affrica, e, più maturo, comprese che la si potea tenere facendosi strumento delle popolazioni berbere. Mo'âwia il secondò con dargli comando independente dal governatore dell'Egitto, l'anno cinquanta dell'egira (670); ed ei poneasi con diecimila cavalli a Barca, ove fe' opera ad attirarsi i Berberi dei contorni. Risoluto poi andò a piantare in mezzo all'Affrica propria un alloggiamento che fu chiamato il Kairewân,[193]ove l'esercito musulmano stesse sicuro con le famiglie e lo avere. Elesse il sito dentro terra, a una giornata di cammino dal porto di Susa, in terreno boschivo esano, ove sorgea un picciol castello romano, che gli Arabi chiamano Kamunia. Della scelta si disputò a lungo tra il capitano e i principali dell'oste, con ragioni non da Barbari. Volean gli altri tirarsi verso le spiagge per stare più pronti alle offese; O'kba rispondea che era meglio assicurar la capitale da' subiti assalti delle armate bizantine. Temeano quelli da una vicina palude tristi esalazioni nella state e umidità nell'inverno; ma egli mostrò ch'era forza incontrare que' disagi, poichè la palude difendea un terreno da tenere in pascolo i cameli che servono a trasportare l'esercito nostro, diceva il capitano, e i Berberi e i Greci la prima cosa che farebbero, sarebbe di venirceli ad ammazzare alle porte proprio della città, con improvvisa scorreria.[194]Vinto così il partito e condotte le genti là dove ei pensava fondare Kairewan, O'kba solennemente n'espulse gli antichi ospiti. “Belve e serpenti,” gridò “noi siamo i compagni dell'Apostol di Dio; partitevi di qui o sarete sterminati.” E le bestie a sgombrare quetamente portando seco i lor nati, e i Berberi a convertirsi, dicon le croniche, nè v'ha ostacolo a crederlo. Con un'altra scena troncò le dubbiezze degli Arabi, che, messisi a fabbricar la Moschea, andavan cercando la dirittura della Mecca, lakibla, com'essi dicono, alla quale il Musulmano dee guardare quand'ei fa le preci. Mentre gli altri osservavan le stelle il meglio che poteano, egli ebbe un sogno; diè di piglio alla bandiera; seguì una voce sovrumana; e, dove quella gli disse “resta,” fisse in terra l'asta e fe' innalzar la Moschea cattedrale. Costruirono anche ilpalagio del governo, le case dei grandi, gli abituri della minor gente: di argilla la moschea, di canne le case, dice un antico scrittore;[195]nè pensarono per lungo tempo a mutare in lor uso gli avanzi d'architettura romana che offriva il luogo.[196]Oltre a ciò posero alberghi, o com'essi diconomenzil, pei viandanti, a giuste distanze lungo le strade della provincia.
In cinque anni questi ordinamenti progrediano, e O'kba portava le armi sempre più verso ponente tra le tribù berbere; quando il califo il depose; unì di nuovo l'Affrica all'Egitto, e un novello capitano, per nome Abu-Mohâgir, imprigionò O'kba e smantellò il Kairewân: pensando forse che invano si sarebbe prodigato il sangue dei Musulmani nell'indomabile provincia, e che piuttosto era da pigliare i Berberi con le buone. In fatti egli avea tirato a professare l'islamismo un potente lor capo per nome Koseila, quando, salito al trono Iezîd, e tornato O'kba in credito a corte e resogli il governo d'Affrica (681-2), ristorò la sua città, ripigliò con tanto più ardore i suoi disegni e alla sua volta mise in catene Abu-Mohâgir. Con ciò fe' nuovi miracoli e nuove imprese: scaturir fontane quando l'esercito era per morir di sete; debellare eserciti bizantini e orde di Berberi; e altre ne convertì, com'ei credeva, e vittorioso trascorse infino a Tanger e Sus dell'Atlantico, ove, spinto il cavallo nelle acque, levando la mano versoil cielo, profferì que' noti detti che il mare solo rattenealo dal portare il culto del vero Iddio sino agli ultimi confini del mondo.
Pur le gonfie parole accompagnan sì raro i savii fatti, che O'kba, pria d'andare a guazzare il cavallo nell'Oceano, non pensò a' Bizantini che stanziavano a Cartagine e nelle altre città del Mediterraneo troppo dure a intaccare; ma, scansandole, era ito per la regione a mezzodì dell'Aurès, donde passò a settentrione, forse nella provincia d'Algeri o d'Orano. Peggio fece a trattar come vinti quei Berberi, che cominciavano a parteggiare per lui dopo essere stati sgarati in battaglia, ma non voleano ingozzare gli oltraggi ch'ei facea loro per superbia, o sol perchè Abu-Mohâgir aveva usato umanamente con essi. Narrasi, tra gli altri fatti, ch'ei richiedesse Koseila di scannare e scorticare un montone; per la cucina, dicono i cronisti; probabilmente in sagrifizio per mangiarne e dispensarne ai poveri, com'è uso appo i Musulmani; il che ad O'kba dovea parere atto di carità e religione, e al principe convertito, servigio da beccaio. Rispose non mancargli servi che il facessero. Ma il capitan arabo persistè, minacciò e volle essere ubbidito per forza. Koseila ubbidì: quand'ebbe finito, senza fiatare, si astergea le insanguinate mani sulla barba, e, domandatogli il perchè, rispondea melenso: “fa bene al pelo.” Vi fu chi comprese la muta rabbia di quell'atto e ne ragguagliò O'kba; ma il fiero vecchio se ne rise. Koseila intanto, indettatosi coi Bizantini, si levò improvviso in arme; e corsogli addosso O'kba impetuosamente con le poche forzeche avea intorno, finse di fuggire finchè tirò gli Arabi a Tahuda a piè dei fatali monti Aurès, ove circondolli con infinita moltitudine di Berberi e aiuti bizantini. Già gli Arabi sentian suonar l'ora estrema. Era tra loro Abu-Mohâgir che O'kba traeasi dietro incatenato sospettandolo di tradimento o infingendosene; il quale proruppe a recitar due versi d'antico poeta, che avea pianto d'avere i ferri mentre i suoi s'apparecchiavano alla battaglia. O'kba, all'intenderlo, scorda le offese; lo fa sciorre; gli dice che salvisi con la fuga poichè non è tenuto a combattere: e Abu-Mohâgir risponde non bramar altro che di morire coi Musulmani; e s'arma, e ponsi al fianco del capitano. Spezzarono i foderi delle spade, imitandoli gli altri guerrieri: e avventatisi tra i Berberi virtuosamente caddero; campando pochissimi dalla strage (683). Koseila tra non guari s'insignorì di Kairewân; le reliquie degli Arabi si ritrassero di nuovo a Barca. Questo fine ebbe la prima prova di occupazione permanente dell'Affrica. O'kba seppe meglio imaginarla che mandarla ad effetto: uomo di costante proponimento, e prodigioso valore in guerra; ma poco atto a maneggiar le fila di un gran disegno, e meno a raffrenare le proprie passioni; troppo uso a fidarsi in quel piglio tra di fanatico e di commediante che ha accresciuto la sua fama appo i posteri.[197]
Così mossi i Berberi a guerra nazionale contro gli invasori, cui da principio avean creduto nemici dei soli Romani, il contrasto si fe' ostinato, sanguinosissimo; ebbe fasi diverse: sospeso talvolta per stanchezza; ripigliato per novelle cagioni che si sviluppavano dalla conquista; continuato fin quando le due schiatte si unirono sotto una stessa fede e uno stesso vessillo di guerra; acceso anche in Spagna e in Sicilia; durato sei secoli: nè finì che quando gli Arabi di dominatori divennero soggetti. Nè l'impero dei califi, nel fior della sua potenza, incontrò in alcun'altra provincia popoli che più disperatamente gli resistessero: costretto suo malgrado al conquisto dell'Affrica; ove mandò cinque eserciti a far vendetta l'uno dell'altro e ad incontrar la medesima sorte.
Dirò di questa lotta assai brevemente, astenendomi dai particolari il più che potrò. Entro pochi anni, gli Arabi vendicarono la strage di Tahuda; ruppero gli eserciti collegati de' Berberi e Bizantini e ammazzaron Koseila; ma intanto un'armata, allestita in Sicilia, occupò Barca, rimasa vota di difensori (688-9); e il capitano arabo vittorioso, Zoheir-ibn-Kais, affrettandosi alla riscossa con una picciola schiera, non guadagnò che l'onore di entrare nella città e morirvi con la spada alla mano.[198]Cinque anni appresso, escita appena lacasa Omeiade dalla guerra civile di Abd-Allah-ibn-Zobeir, il califo comandava al capitan d'Egitto Hassân-ibn-No'mân di pigliare tutte le entrate della provincia, tutta la gente e attrezzi da guerra, e andare a far dell'Affrica ciò che gli paresse. Il quale, messi insieme quarantamila uomini, tirò dritto a Cartagine (693-4); ruppe i terrazzani e il presidio usciti a combattere; e pose tale spavento nella città, che i principali cittadini se ne fuggirono su le navi, chi in Sicilia e chi in Spagna; ed egli, facilmente sforzati que' che rimaneano, saccheggiò, fe' prigioni, diè opera a tagliare li aquidotti e diroccare frettolosamente quanto si potea; e non tardò a tornare dentro terra contro i Berberi dell'Aurès. Tra i quali, come avvien sovente nei moti nazionali, correndo le eccitate imaginazioni alla superstizione, era surta una novella Zenobia, regina della tribù di Gerâwa, per nome Dihâ, più nota sotto l'appellazione di Kâhina che le dettero gli Arabi, che è a dire indovina; alla cui voce profetica e bizzarro furore, congeniale alla schiatta loro, s'erano unite le altre tribù. Scontratasi con l'esercito di Hassân su le rive del fiume Nini presso Bagaia, ch'oggi va nella provincia di Costantina, la Kâhina ruppe gli Arabi con memorabile strage: e di lì a poco un patrizio Giovanni, venuto con le forze navali di Costantinopoli e di Sicilia, ripigliò Cartagine; Hassân con le reliquie dell'esercito fu ricacciato di nuovo a Barca.La profetessa poi sciupò la vittoria. Da una mano rimandò liberi i prigioni arabi, fuorchè un solo che adottò per figliuolo, il quale la tradì mandando avvisi ad Hassân. Dall'altra mano scatenò i suoi a guastar le città e i colti dell'Affrica propria, per annichilare, diceva ella, que' futili beni che attiravano il nemico. Ma fe' contrario effetto, perchè le popolazioni industri delle altre schiatte, parte emigrarono in Spagna e nelle isole, parte mandarono a profferire aiuto agli Arabi, i quali s'apprestavano a nuovo sforzo di guerra.
Donde tornato Hassân con una armata e un esercito, ruppe i Berberi, e uccisa la Kâhina nella sconfitta che avea vaticinato, com'è uso dei profeti senza poterla evitare, le tribù dell'Aurès, ormai spicciolate e sbigottite, si sottomessero; pattuirono di dar dodicimila ausiliari contro i Berberi non domi e contro i Greci. Indi movea Hassân per la seconda volta all'assedio di Cartagine; prostrava in parecchi scontri le forze bizantine; rimanea padrone del golfo; e sì stringea la città per mare e per terra, che il presidio finse di domandare l'accordo profferendo il tributo, e in mezzo alle trattative imbarcata ogni cosa di notte su le navi ch'erano in porto, quetamente se ne fuggì. Tentato invano di resistere in altri punti della costiera, il patrizio Giovanni con l'armata si allontanò per sempre dall'Affrica (698): Hassân, entrato in Cartagine, compiè l'opera della distruzione col ferro e col fuoco, lasciando picciol presidio, come per vedetta, e fabbricovvi, scrivon gli Arabi, una moschea, che è a dire serbò ed acconciò a quest'uso qualcheantico edifizio. Infine, tornato a Kairewân, si volse ad ordinar la provincia; posevi gli uficii d'azienda, e assoggettò al tributo fondiario gli abitatori di schiatte europee, e dei Berberi tutti quelli che non avean fatto la professione dell'islamismo;[199]ma ai Berberi convertiti diè la parte dei tributi e delle terre che lor toccava come a guerrieri musulmani. Così gli Arabi fermarono per la prima volta il dominio su quella parte dell'Affrica settentrionale che oggi è compresa nelle reggenze di Tripoli, Tunis, e provincia di Costantina, senza estendersi per anco più a ponente. Dal nomed'Affrica propria che davano i Romani alla parte più importante di questa regione, gli Arabi la dissero tutta Ifrikia; e secondo lor geografi si stende dalla grande Acaba che sorge tra Barca e Alessandria, infino a Bugia. Di lì all'Atlantico chiamarono Maghreb che suona appo noi occidente, e diviserlo in Maghreb del mezzo tra Bugia ed Orano, ed estremo Maghreb, da Orano in poi. E coteste loro denominazioni geografiche noi adopreremo per lo innanzi; se non che scriveremo a modo nostrale Affrica in luogo di Ifrikia.
Con breve intervallo succedeva ad Hâssan un grande che rappattumò le due schiatte per qualche spazio di tempo, e legolle di tal vincolo che non si spezzò più mai, non ostante che si ricominciasse la lotta. Fu costui un vecchio settuagenario, Musa-ibn-Noseir, uom di origine straniera, liberto di casa Omeiade;[200]famosissimo per lo conquisto di Spagna, e degno di maggiore gloria per l'arte di stato e di guerra con che avea prima compiuto quel d'Affrica e del Maghreb. Esordì nel governo della provincia, come un sommo capitano del nostro secolo, con arringare l'esercito, accusando d'incapacità i predecessori, e dando certe le vittorie ch'ei vedea sì chiare nella sua mente. E pagò il debito con usura. Arrivò da Kairewân all'Oceano, domandò per ogni luogo le nazioni berbere, stringendosele in confederazione dopo la vittoria, pigliandosi ostaggi per guarentigia del patto; e, in vece di spingere il cavallo inmare come O'kba, fondò la città o campo di Tanger; posevi diciassettemila Arabi e dodicimila Berberi; e provvide a far apprendere il Corano ai Berberi, che lo ripetessero alle più rimote e salvatiche popolazioni di lor linguaggio. Così in breve tempo, dice l'autore delBaiân, si vide un mutar di chiese in moschee per tutta l'Affrica occidentale. La profession di fede era facile a fare; la partecipazione nel bottino si comprendea bene da' nuovi convertiti; le armi si tenean pronte a punire gli apostati. Musa le seppe rendere più possenti, ordinando un corpo di giannizzeri, come li diremmo dal nome che lor dettero i Turchi tanti secoli appresso; giovani robusti, e in gran parte di nobil sangue, ch'ei comperava da' suoi soldati, ai quali eran toccati nel partaggio del bottino; e li educava alle armi, alla religione, a cieca ubbidienza, per farne terribile strumento di dispotismo, e, se occorresse, d'usurpazione.
Nel vasto suo disegno Musa non tralasciò di usare lo ingegno e le arti delle popolazioni cristiane dell'Affrica propria. La mercè di quelle, rifabbricava di pietre e di marmi il Kairewân, che trovò di canne e d'argilla; e intendendo, dice un cronista, da' vecchi del paese le grandi imprese marittime di Cartagine, faceva costruire a Tunis cento navi e pria scavare il canale dell'arsenale, con intendimento manifesto di tenervi sicuri i legni musulmani dagli assalti dell'armata bizantina, e da' tradimenti degli abitatori cristiani, che eran tornati certamente a Cartagine e negli altri antichi porti. Quando il navilio fu in punto, vi unì gli avanzi d'un'armata d'Egitto che avea fattonaufragio su le costiere d'Affrica; bandì la guerra sacra in sul mare; chiamovvi i più nobili guerrieri arabi, dando voce di volerla capitanare in persona; e poi affidolla al proprio figliuolo Abdallah (704). Per tal modo cominciò l'infestagione del Mediterraneo occidentale: furon corse, oltre le isole Baleari, la Sicilia e la Sardegna, come si dirà a suo luogo. Abbiamo da buone autorità che in coteste imprese del Mediterraneo e del continente d'Affrica fosser fatti trecentomila prigioni; incredibile cosa appo noi, e tal anco parve a corte del califo; ove capitata una lettera di Musa che dicea montare il quinto a trentamila, fu ridomandato se fossevi errore: “ed errore v'ha,” replicò Musa, “ma è che il segretario ha scritto trenta in luogo di sessanta migliaia.” Del rimanente la maraviglia cesserà ove si pensi che gli uomini eran forse il più lucroso bottino: gregge facile a prendere in tutti i tempi; se non che allora nol teneano in pastura, ma subito ne facean danaro rivendendolo, o co' riscatti.[201]
Musa poi sguinzagliò i suoi Arabi e Berberi su la Spagna (711); vi sopraccorse ei medesimo, non ostante il peso degli anni, a rivaleggiare colproprio liberto Tarik: ed avea forse valicato i Pirenei, i suoi aveano al certo infestato la Linguadoca, ed egli parlando de' suoi smisurati disegni correva a compierli, quando lo raggiunse un messaggio del califo, afferrò il freno della mula ch'ei montava, e intimògli di voltar cammino e andare a scolparsi a Damasco. Lo accusavano di peculato. Solimano, ch'ei trovò sul trono quando giunse alla capitale, non fe' gran caso dei discorsi del conquistatore, che si vantava non essersi giammai, nel lungo corso di sua milizia, chiuso in castella, nè trinceato in campo; e parlando del valor dei soldati esaltava, sopra tutti gli Arabi, que' del Iemen; dicea i Bizantini lioni ne' lor castelli, aquile a cavallo e donne nelle navi; sagaci a spiar le occasioni in guerra, vilissimi dopo la rotta; i Berberi somiglianti molto agli Arabi per forza del corpo, impeto e ordine nel combattere, ma traditori sopra ogni altro popolo. Nè ottenne maggior grazia mostrando al califo le primizie dei trionfi: gli ottimati fatti prigioni in Majorca, Minorca, Sicilia e Sardegna, vestiti de' lor più solenni addobbamenti; e donzelle spagnuole a migliaia; e gemme preziosissime, tra le quali aveano scoperto non so che tavola di Salomone. Il califo, picciolo d'animo, sospettoso, avaro, governato da invidi cortigiani, non perdonò la gloria a Musa. Dopo prigionia e brutali maltratti, condannollo in quattro milioni di dinar che quegli non ebbe poter di pagare; fece ammazzare a tradimento il figliuolo, lasciato da lui a regger la Spagna; e affrettò la morte del misero vecchio asmatico (716) con mostrargli la testa del figliuolo imbalsamatadi canfora, e domandargli se la conoscesse.[202]
Mancato un tant'uomo, le cose d'Affrica andavan per pochi anni com'ei da principio le avviò; e quasi tutte le nazioni berbere aveano accettato l'islam, quando si raccese la lite loro con gli Arabi. Al che dette occasione la rapacità fiscale, sofisticando e facendo opera di assoggettare ai tributi come Infedeli i Berberi fatti Musulmani. Ucciser essi il prefetto ch'era venuto d'Oriente con tal vezzo (720), e il califo lor diè ragione; ma dopo alquanto tempo, ritentata la prova da altri oficiali, nè potendosi sempre spegner questi senza ribellione, i Berberi vi corsero audacemente. E forza fu di dare un altro passo a che portava la rivoluzione contro un re pontefice. I padri loro, seguaci di Koseila e della Kâhina, avean gittato il Corano in faccia ai dominatori stranieri. La generazione presente cresciuta in quegli ordini che si poteano dir civili rispetto all'antica barbarie, non sapea vivere ormai senza i conforti reali ed immaginarii dell'islamismo. Avvezza a riconoscere da Allah, giorno per giorno, un beneficio ovvero una staffilata, la pioggia, i frutti del suolo e degli armenti, la vittoria e la preda, ovvero la carestia, le morie, le sconfitte; avvezza a far tante genuflessioni ogni dì ripetendo qualche parola del Corano, o almeno il nome di Maometto, pensò di mantenersi a un tempo gli aiuti del Cielo e sciogliersi da chi tiranneggiava la terra innome di quello: corse, in vece dell'apostasia, all'eresia.
Trovò bella e fatta la riforma presso i dominatori stessi. Fin dalle guerre civili di Alî e Mo'âwia, erano seguiti in Oriente i primi urti della ragione con l'autorità; e la ragione, come suol fare, camminando lenta e incerta, avea dato origine alle sètte che si dissero deiKharegi, ossiano uscenti; i quali negavano l'autorità assoluta dei califi in punto di civil governo e impugnavano anco alcuni dommi di religione, non potendosi far l'uno senza l'altro. Tra quelle sètte se ne notavan due, dette, dai nomi de' fondatori, gli Ibaditi e i Sifriti; concordi tra loro nel tener necessarie qualità del Musulmano la fede e le opere, e però non noverare più tra i Musulmani i colpevoli di gravi peccati, fosser anco i compagni di Maometto e i califi stessi. A così fatti principii aggiugneano entrambe una feroce intolleranza; e nei gradi di quella si distingueano gli Ibaditi dai Sifriti, risguardando i primi come Infedeli, e però rei di morte, tutti i Musulmani che non militassero nella guerra sacra, e le loro famiglie passibili di schiavitù, e rompersi anco i legami del sangue per cagione d'infedeltà. Così fatte opinioni passarono con gli eserciti arabi in Occidente, ove s'appreser tosto ai Berberi selvatici e malcontenti. I Sifriti, côlta l'occasione che il fior della milizia araba fosse andato ad osteggiar la Sicilia (740), levaronsi nel Maghreb, condotti da un Maisar che avea fatto l'acquaiolo a Kairewân; presero Tanger; gridaron califo l'acquaiolo; e accolte senza scrupolo sotto lor bandiere alcune tribù che non professavanol'islamismo, combatterono insieme la causa nazionale contro gli Arabi. Dettero a costoro due sanguinosissime sconfitte, la seconda delle quali fu chiamata dagli Arabi la giornata dei Nobili, dal grande numero che ne rimasero morti sul campo di battaglia. Tutta la provincia si scompigliò. I Berberi presero le armi per ogni luogo da ponente a levante, infino a Cabès. Gli Arabi si ridussero in due sole città, Kairewân e Telemsen. E il precipizio si sentì anco in Spagna, e vi produsse altre rivoluzioni.
A questi avvisi il califo Hesciâm, avvampando contro Berberi ed Arabi d'Occidente, chè i secondi con loro divisioni aveano accresciuto la calamità pubblica, minacciava farebbe sentir loro la collera d'un Arabo di buona schiatta; porrebbe sotto ogni castello berbero un campo di guerrieri delle tribù modharite di Kais o di Temîm; manderebbe un esercito da toccare con la vanguardia il Maghreb, mentre il retroguardo stesse ancora in Siria. Accozzò in tutto trentamila uomini: gente sì faziosa e discorde, che si abbottinò prima di venire alle mani coi Berberi, e che, messa insieme con l'esercito d'Affrica, n'accrebbe le discordie; onde venuti gli Arabi alla battaglia presso Tanger (741), qual fuggì, qual fu tagliato a pezzi dal nemico. Ma un novello capitano per nome Hanzala-ibn-Sefwân, ebbe tanta riputazione da unire gli Arabi; tanta fortuna o arte da guerreggiare nell'Affrica propria presso le colonie di sua schiatta, piuttosto che nel Maghreb. Dispersa parte delle forze nemiche in una prima battaglia e circondato dalle altre in Kairewân, armò i cittadini, accese in tutti il fervore religioso; passòuna notte a pregare, e la dimane, spezzato il fodero della spada con migliori auspicii che O'kba-ibn-Nafi', uscì contro le miriadi dei Berberi. Li vinse ad Asnam, tre miglia discosto dalla città: la quale battaglia ricordossi tra le più strepitose dell'islamismo, e vi perirono, al dir dei cronisti, centottantamila Berberi; al certo uno spaventevole numero tra que' che caddero sul campo e gli uccisi di sangue freddo, com'eretici e barbari che vincendo non soleano dar quartiere (742).
Con tal supremo sforzo la schiatta arabica ripigliò il dominio della provincia. Fu in punto di riperderlo in due altre vaste sollevazioni (757-771), senza, contar le minori; e lo mantenne col pondo di due novelli eserciti, l'un di quarantamila, l'altro di sessanta o secondo alcuni scrittori di novantamila uomini, che era il settimo venuto in Affrica nello spazio di novant'anni, contando per primo quello che perì con O'kba.[203]Alfine la popolazione de' Musulmani orientali passata in Affrica tra cotesti travagli, le forti colonie poste in luoghi opportuni, e gli altri ordinamenti dei vincitori, prevennero i moti generali de' Berberi infino ai principii del decimo secolo; se non che alcune tribù berbere fondarono tre stati indipendenti, cioè: Fez nell'estremo occidente; sotto la dinastia araba degli Edrisiti (788); Segelmessa a mezzodì dell'Atlante, sotto i Midrariti, gente berbera (783); eTaiort (che scrivon anco Tahert e Tuggurt e oggi va nel Sahra dell'Algeria), sotto i Rostemidi, famiglia, come sembra, di origine persiana[204](754). Le altre tribù sfogarono parteggiando nelle guerre civili degli Arabi; finchè, affievolita la costoro schiatta, gli indigeni rialzaron la testa e mutaron di nuovo lo stato politico dell'Affrica e del Maghreb, sì come ci occorrerà di dire nei libri seguenti.