CAPITOLO VII.

CAPITOLO VII.Basta a gittare uno sguardo su la carta geografica per comprendere come, occupata l'Affrica propria dai Musulmani, la Sicilia fu involta in continua guerra. Dapprima servì di scala alle spedizioni con che il governo bizantino provossi a difendere l'Affrica: in fatto s'adunavano in Sicilia le armate che ripigliarono Barca del seicento ottantotto, e Cartagine del seicento novantasette, come abbiamo narrato. Ma stanco l'Impero a sì pochi sforzi, e sconfitta da Hassân-ibn-No'mân la terribile reina dei Berberi, i Musulmani incontanente ripigliarono l'assalto, con infestar le isole italiane. Principiarono da Cossira, ch'oggi s'addimanda Pantellaria; isoletta ferace, spaziosa, comoda di porti, e situata, come pila d'un ponte che dovesse congiungere la Sicilia e l'Affrica, a sessanta miglia dalla prima e quaranta dalla seconda. Però Cossira fu, di tutti i tempi, luogo rinomato nelle guerre che si travagliarono tra i due paesi. Molti Cristiani d'Affrica vi s'erano rifuggiti, già il dicemmo, dalle armi musulmane, e, afforzatisinell'isola, vissero sicuri finchè gli Arabi di quelle parti non ebber agio di pensare alle cose del mare. Ma verso il settecento dell'era volgare, Abd-el-Melik-ibn-Katân, venendo forse d'Egitto, andò a gastigare que' sudditi contumaci, come al certo li chiamavano i Musulmani; s'insignorì dell'isola, e ne spianò le fortezze. Mandavalo, al dire di Bekri, il califo Abd-el-Melik-ibn-Merwân:[240]ed è evidente che questa fazione fosse il principio d'un gran disegno, attribuito da alcuni scrittori a Musa-ibn-Noseir.Ed era di rinnalzare la potenza che la schiatta semitica avea fondato in quelle medesime regioni quindici secoli innanzi, la quale non avea ceduto che alla virtù di Roma. Narra un de' primi cronisti arabi che Musa, venuto a Cartagine, sentendo dir dai paesani berberi delle antiche imprese navali di quel popolo, si deliberasse a ritentare tal via;[241]sì come poi occupata la Spagna gli lampeggiò alla mente di tornare in Oriente a traverso la terraferma di Europa; imitando e avanzando Annibale. Altri vuole che Hassân-ibn-No'mân, predecessore di Musa, avesse pensato già prima alla guerra navale; sì che per comando o assentimentodel califo s'era cominciato a sgomberare il canale tra il mare e la laguna di Tunis, per acconciar questa a porto da guerra e farvi un arsenale:[242]e avean messo mano a tai lavori, o alla costruzione delle navi, artigiani copti chiamati a posta d'Egitto,[243]indifferenti o forse lieti di lavorare ai danni de' lor antichi signori bizantini. Qual che si fosse l'autore del disegno, il tempo in cui vi si diè principio si può circoscrivere a quattro o cinque anni tra il seicento novantotto e 'l settecentotrè; e la opportunità della scelta è evidente, poichè quella laguna sì difendevole assicurava l'armata musulmana dalle superiori forze navali dei Greci; oltrechè a Tunis non v'era sospetto, come a Cartagine, d'una popolazione cristiana che desse aiuto o almeno avvisi al nemico. Musa, se non cominciò, affrettò l'opera al certo; comandò di fabbricar cento navi;[244]e non aspettò che fossero fornite,[245]per muovere un assalto contro la Sicilia; istigandolo invidiae cupidigia, che poteano pur troppo sul grande animo suo.Perchè un'armata egiziana era testè venuta, quasi sotto gli occhi del capitano d'Affrica, a far preda su le terre dei Cristiani. 'Atâ-ibn-Rafi', della tribù di Hudseil, condottiero dell'armata, proponendosi d'assalire la Sardegna, era entrato nel porto di Susa a far vettovaglie; quando ebbe lettere di Musa, che l'ammonivano ad aspettar la primavera e non affrontar le tempeste di quella stagione; ch'era, credo io, l'autunno del settecentotrè. Odorandovi l'invidia, 'Atâ non dette ascolto al consiglio, e salpò, e giunse ad un'isola di Silsila, come leggiamo nel MS. unico d'Ibn-Koteiba: sia che gli Arabi d'allora abbian dato tal nome a Lampedusa o altra isoletta vicina; sia, come parmi più probabile, che si tratti della Sicilia e i copisti n'abbian guasto il nome. Gli Arabi d'Egitto fecervi grosso bottino d'oro, argento e gemme; ma al ritorno, un turbine di vento li colse presso le costiere d'Affrica: onde molte navi perirono, tra le quali quella di 'Atâ; altre qua e là arenarono. E Musa, risaputolo, mandava incontanente una man di cavalli a percorrere le spiagge; prendere i legni e i marinai campati al naufragio; e condurre gli uni e gli altri nell'arsenale di Tunis[246]. Entrato poi l'anno ottantacinque dell'egira (13 gennaio a 31 dicembre 704) Musa bandisce la guerra sacra sul mare; dà voce ch'ei vi andrà in persona; trasceglie i più arrisicati e forti uomini dell'esercito e il fior della nobiltà araba, e li fa montare su l'armata; che niuno ne rimase in terra, al dir deicronisti. Quando le navi erano in punto di salpare, Musa si fe' recare l'insegna del comando, e inaspettatamente l'annodò alla lancia che tenea in mano Abd-Allah suo figliuolo; affidando alla fortuna del giovane questa che fu la prima impresa navale dei Musulmani d'Affrica, e che addimandossi la spedizione degli illustri, per la chiara fama de' guerrieri che v'andarono. Sbarcarono del settecentoquattro in Sicilia, ove presero una città della quale non sappiamo il nome; ma solo che, scompartito il bottino, toccassero cento dinâr d'oro a ciascuno, che vi si contavano tra novecento o mille uomini;[247]onde la somma, aggiuntavi la quinta del principe, torna quasi ad un milione e settecento mila lire.[248]Non andò guari che Musa fe' uscir di nuovo l'armata d'Affrica sotto A'iiâsci-ibn-Akhial, il quale irruppe in Siracusa (705), dicono i cronisti arabi, forse nella parte della città che rimaneva in terraferma, ovvero in qualche sobborgo, e tornossene sano e salvo e con gran preda.[249]L'anno poi che principiò la guerra di Spagna (710),Musa mandò le navi in Sardegna; all'arrivo delle quali gli abitatori della città capitale non trovaron altro riparo che di gittare in fondo al porto tutto il vasellame d'oro e d'argento, e nascondere il danaro e le minutaglie più preziose nella cattedrale, tra le tegole e il soffitto. Ma, occupata la città, un Musulmano, bagnandosi in mare, inciampava in un piatto d'argento; un altro, saettando una colomba che svolazzava nella chiesa, colse un'asse del soffitto, onde caddero alquante monete d'oro: così, al dir dei cronisti musulmani, si scopersero i tesori occultati. Stendonsi poi nel narrare le magagne dei soldati che saccheggiando frodavano la parte del califo, del capitano e dei compagni; onde, per timore d'esser frugati nei panni, chi spezzò la lama della scimitarra per nasconder l'oro nel fodero, rimettendo l'elsa al suo luogo; chi sparò la carogna d'un gatto e ripiena di danaro la gittò dalle finestre d'un palagio, per ripigliarla all'uscita. A tal corruzione generale mescolavansi i terrori religiosi, e non la frenavano. Rimontati in mare i predoni, dice Ibn-el-Athîr, udissi una spaventosa voce: “Sommergili, o Dio!” e incontanente il mare tranghiottiva que' ribaldi; e, come ad accusarli, rigettava su la spiaggia i cadaveri con le cinture zeppe di moneta.[250]Per dieci anni l'ardente cupidigia dei soldati e dei capitani si sfogò in Spagna; indi si volse di nuovo ai nostri paesi; poichè sappiamo che Mohammed-ibn-Aus, oriundo di Medina,[251]avea fatto preda e prigioni in Sicilia l'anno settecentoventi, quando, tornato in Affrica, fu preposto al governo in luogo di Iezîd, ucciso dai Berberi, come sopra accennammo. Il movimento poi di questi popoli ammorzò l'impeto degli Arabi contro la Sicilia. L'isola fu assalita il settecentoventisette da Biscir-ibn-Sefwân della tribù di Kelb, capitano d'Affrica, il quale tornò con gran copia di prigioni;[252]ma par trattasse col governatore bizantino un accordo che poi non si fermò, o non si osservò.[253]Venuto a morte Biscir, e succedutogli 'Obeida-ibn-Abd-er-Rahmân della tribù di Soleim, tentava la Sicilia con parecchie spedizioni. L'anno medesimo ch'ei capitò in Affrica, che fu il centodieci dell'egira (15 aprile728 a 3 aprile 729), mandò in corso con l'armata un Othman-ibn-abi-Obeida; il quale sbarcato in Sicilia spiccava una schiera di settecento uomini, condotta dal proprio fratello Habîb; e questi, scontratosi col patrizio bizantino, lo ruppe e messe in fuga. Onde 'Obeida, con maggior disegno, l'anno appresso (4 aprile 729 a 24 marzo 730), allestiva centottanta barche, e inviavale a dirittura in Sicilia con Mostanîr-ibn-Habhâb; il quale per incapacità o sventura frustrò le speranze del capitano d'Affrica. Posto l'assedio ad alcuna città, tanto aspettò che sopravvenne l'inverno; e allora, partitosi con prosperi venti, ma assalito da una tempesta nel tragitto, perdè per naufragio tutta l'armata, da diciassette barche all'infuori; in una delle quali egli stesso approdava a Tripoli. Il che risapendo 'Obeida, volle dare, dice il suo biografo, un gastigo a Mostanîr e uno esempio agli altri. Commise a Iezîd-ibn-Moslim, governatore di Tripoli, di mandargli incatenato sotto buona scorta il condottiero che avea fatto perire per oscitanza i Musulmani; e avutolo in Kairewân, lo fece frustare sopra un'asina per la città; poi per lungo tempo vergheggiarlo ogni settimana; e sì il tenne in prigione finch'ei resse la provincia.[254]Thâbit-ibn-Hathîm di Ordûnn in Siria nel centododici (25 marzo 730 a 13 marzo 731), e Abd-el-Melik-ibn-Katan nel quattordici(2 marzo 732 a 19 febbraio 733), vennero anco a far bottino e prigioni in Sicilia, e salvi se ne tornarono in Affrica; al par che Abd-Allah-ibn-Ziâd, che infestò il quattordici stesso la Sardegna. Ma l'anno appresso (20 febbraio 733 a 8 febbraio 734), Abu-Bekr-ibn-Soweid, mandato da 'Obeida in Sicilia, perdeva alquante navi, distrutte dal fuoco che lanciaronvi i Bizantini.[255]Infelice al paro un'altra impresa, ordinata il cento sedici (9 febbraio 734 a 29 gennaio 735) da 'Obeid-Allah-ibn-Habhâb, il quale passò allora dal governo d'Egitto in Affrica, in luogo di 'Obeida che gli avea sì crudelmente svergognato il fratello. Le genti di 'Obeid-Allah che venivano sopra la Sicilia, imbattutesi nell'armata greca, ebbero dura battaglia e d'esito incerto; poichè i Greci sconfitti recaron seco loro molti prigioni musulmani; e tra gli altri un Abd-er-Rahmân-ibn-Ziâd, il quale non fu liberato innanzi il centoventuno (739). Del centodiciassette (735), 'Obeid-Allah facea depredar di nuovo la Sardegna da un nipote del famoso 'Okba-ibn-Nafi' per nome Habîb-ibn-'Obeida, chiaro anch'egli per vittorie su le remote rive dell'Atlantico e in cuor del continente affricano, nel Sudân.[256]Intanto, ingrandito l'arsenale di Tunis e apparecchiate assai maggiori forze che per l'addietro, e fattene venire anco di Spagna, 'Obeid-Allah le affidava ad Habîb, e scagliavale un'altra fiata su la Sicilia, con evidente disegno di conquisto. Sendo l'Affrica aspramente turbataa quel tempo, pare che il governatore musulmano si fosse deliberato alla impresa allettato da pratiche che avesse in Sicilia, ove Leone Isaurico tormentava troppo le coscienze e le borse dei popoli.Sbarcato Habîb del centoventidue (740), e afforzatosi com'ei pare in un campo, come soleano fare i Musulmani quando prendeano ad occupare alcun paese, mandava intorno i cavalli col proprio figliuolo Abd-er-Rahmân; il quale ruppe quanti gli veniano allo scontro, e corse vittorioso in Sicilia, dicono i cronisti musulmani, più largamente che niun altro condottiero. Appresentatosi sotto le mura di Siracusa, Abd-er-Rahmân sconfisse le genti uscite a combatterlo; strinse d'assedio la città, e spirovvi tanto terrore, che un dì potè cavalcare egli stesso fino ad una porta, e percossala con la spada in atto di minaccia, lasciovvi il segno. Calaronsi infine i cittadini a pagar una taglia. Doma la capitale, Habîb volgeasi a soggiogare il rimanente dell'isola; quando fu premurosamente richiamato in Affrica, ove i Berberi s'erano sollevati di nuovo, cogliendo appunto il destro di questa impresa di Sicilia.[257]L'isola dunque fu salva mercè quella ribellione.In mezzo alle fiere vicende che poscia intervennero in Affrica, Abd-er-Rahmân, occupata questa provincia, come altrove s'è detto, ripensò alla Sicilia. L'anno centotrentacinque (17 lug. 752 a 5 lug. 753), allestita un'armata e gastigati i Berberi di Telemsên, andò in persona, o, com'altri vuole, mandò il proprio fratello Abd-Allah all'impresa di Sicilia e poi di Sardegna; nelle quali fu fatto molto guasto e stragi e preda e prigioni: durevoli acquisti no; non concedendolo le deboli fondamenta della dominazione d'Abd-er-Rahmân in Affrica. Il governo bizantino potè quindi, avvertito da tal nuova minaccia, afforzare validamente le due isole, e massime la Sicilia che più gli premea; rizzare un castello, così scrivono i Musulmani, sopra ogni roccia atta a difesa; e ordinare un'armata che guardava que' mari, e quando il potea, corseggiava sopra i mercatanti musulmani.[258]Tra così fatti provvedimenti e le turbolenze che non cessavano in Affrica, la Sicilia ebbe respitto dai Musulmani più di mezzo secolo.Le ultime incursioni erano state aggravate da una crudele pestilenza. Già fino dal settecentodiciotto avea menato strage nell'armata del califo che assediava Costantinopoli.[259]Proruppe indi in Affrica dal settecentoquarantaquattro al settecentocinquanta,[260]e verso il medesimo tempo in Sicilia e Calabria, donde si credè che si appigliasse alla Grecia; e del settecentoquarantotto spopolò Costantinopoli e il Peloponneso,[261]mentre non men fiera ardea tra il Tigri e l'Eufrate.[262]Nei paesi cristiani commossi allora dalla lite delle immagini, non si potea far che cotesta calamità non le fosse apposta. E perchè gli Iconoclasti, distruggendo ogni altro obietto di culto, serbavan la sola croce, il volgo ortodosso la prese in uggia: vide apparire, su le vestimenta, le case e i tempii, crocette negre a migliaia, non più simbolo di riscatto, ma segno di pestilenza e marchio dell'ira divina.[263]Si rannoda infine alle scorrerie de' Musulmani nel bacino centrale del Mediterraneo un episodio distoria letteraria, di assai momento nella penuria di quella età. Narra una leggenda che tratta a Damasco una torma di prigioni cristiani delle isole, mentre altri era venduto, altri, non sappiamo perchè, serbato al patibolo, notavasi tra loro un bel giovane italiano per nome Cosimo, al quale i miseri compagni si gettavano ai piè, chiedendo li raccomandasse a Dio. I Barbari, che non comprendeano perchè tanto si onorasse un uomo di sì poca età e povero aspetto, maravigliati lo interrogavano dell'esser suo; ai quali rispondea, sè esser frate e dotto in filosofia cristiana ed antica: e in ciò dire gli si empiean gli occhi di lagrime. “E perchè piangi, tu, che hai ripudiato ogni bene di quaggiù?” domandollo allora un cittadino fattosi innanzi. E Cosimo a lui: “Altro non m'accora,” rispose, “che d'avere studiato indarno. Ho speso la gioventù,” continuava, “ad apprendere rettorica, dialettica, morale, fisica, aritmetica, geometria, musica, astronomia, teologia greca e teologia nostrale: ma a che pro, se or debbo morire oscuro, senza che abbia a chi lasciare tal retaggio?” — “Datti pace, o fratello, che ti troverò io gli eredi” replicò il cittadino, ch'era cristiano, facoltoso, grato al califo, e padre del giovanetto Mansur, notissimo poi sotto il nome di San Giovanni Damasceno. E il buon uomo, comperato immantinente il prigione, lo emancipò, e affidògli il figliuolo e un altro fanciullo che avea adottato; i quali felicemente apparavano le dottrine del maestro, e il primo ne salì a quella fama che ognuno sa. Tanto leggiamo nella vita del Damasceno stesa due secoli appresso, sopra certi ricordiarabici;[264]e, stralciando gli ornamenti del compilatore, non v'ha ostacolo ad accettare il fatto. Secondo la ragion dei tempi, torna ai primi anni dell'ottavo secolo; ond'ei pare che il monaco Cosimo fosse caduto in man dei Musulmani in Sicilia, forse nella spedizione degli illustri ricordata di sopra; dopo la quale ei sarebbe stato condotto al califo, tra i sessantamila prigioni che gli mandava Musa conquistatore dell'Occidente. Rinforzano tal supposto le frequenti comunicazioni, e potremmo dire la promiscuità che correa tra i monasteri di Sicilia e que' della terraferma independente dai Longobardi, negli ultimi venticinque anni del settimo secolo.

Basta a gittare uno sguardo su la carta geografica per comprendere come, occupata l'Affrica propria dai Musulmani, la Sicilia fu involta in continua guerra. Dapprima servì di scala alle spedizioni con che il governo bizantino provossi a difendere l'Affrica: in fatto s'adunavano in Sicilia le armate che ripigliarono Barca del seicento ottantotto, e Cartagine del seicento novantasette, come abbiamo narrato. Ma stanco l'Impero a sì pochi sforzi, e sconfitta da Hassân-ibn-No'mân la terribile reina dei Berberi, i Musulmani incontanente ripigliarono l'assalto, con infestar le isole italiane. Principiarono da Cossira, ch'oggi s'addimanda Pantellaria; isoletta ferace, spaziosa, comoda di porti, e situata, come pila d'un ponte che dovesse congiungere la Sicilia e l'Affrica, a sessanta miglia dalla prima e quaranta dalla seconda. Però Cossira fu, di tutti i tempi, luogo rinomato nelle guerre che si travagliarono tra i due paesi. Molti Cristiani d'Affrica vi s'erano rifuggiti, già il dicemmo, dalle armi musulmane, e, afforzatisinell'isola, vissero sicuri finchè gli Arabi di quelle parti non ebber agio di pensare alle cose del mare. Ma verso il settecento dell'era volgare, Abd-el-Melik-ibn-Katân, venendo forse d'Egitto, andò a gastigare que' sudditi contumaci, come al certo li chiamavano i Musulmani; s'insignorì dell'isola, e ne spianò le fortezze. Mandavalo, al dire di Bekri, il califo Abd-el-Melik-ibn-Merwân:[240]ed è evidente che questa fazione fosse il principio d'un gran disegno, attribuito da alcuni scrittori a Musa-ibn-Noseir.

Ed era di rinnalzare la potenza che la schiatta semitica avea fondato in quelle medesime regioni quindici secoli innanzi, la quale non avea ceduto che alla virtù di Roma. Narra un de' primi cronisti arabi che Musa, venuto a Cartagine, sentendo dir dai paesani berberi delle antiche imprese navali di quel popolo, si deliberasse a ritentare tal via;[241]sì come poi occupata la Spagna gli lampeggiò alla mente di tornare in Oriente a traverso la terraferma di Europa; imitando e avanzando Annibale. Altri vuole che Hassân-ibn-No'mân, predecessore di Musa, avesse pensato già prima alla guerra navale; sì che per comando o assentimentodel califo s'era cominciato a sgomberare il canale tra il mare e la laguna di Tunis, per acconciar questa a porto da guerra e farvi un arsenale:[242]e avean messo mano a tai lavori, o alla costruzione delle navi, artigiani copti chiamati a posta d'Egitto,[243]indifferenti o forse lieti di lavorare ai danni de' lor antichi signori bizantini. Qual che si fosse l'autore del disegno, il tempo in cui vi si diè principio si può circoscrivere a quattro o cinque anni tra il seicento novantotto e 'l settecentotrè; e la opportunità della scelta è evidente, poichè quella laguna sì difendevole assicurava l'armata musulmana dalle superiori forze navali dei Greci; oltrechè a Tunis non v'era sospetto, come a Cartagine, d'una popolazione cristiana che desse aiuto o almeno avvisi al nemico. Musa, se non cominciò, affrettò l'opera al certo; comandò di fabbricar cento navi;[244]e non aspettò che fossero fornite,[245]per muovere un assalto contro la Sicilia; istigandolo invidiae cupidigia, che poteano pur troppo sul grande animo suo.

Perchè un'armata egiziana era testè venuta, quasi sotto gli occhi del capitano d'Affrica, a far preda su le terre dei Cristiani. 'Atâ-ibn-Rafi', della tribù di Hudseil, condottiero dell'armata, proponendosi d'assalire la Sardegna, era entrato nel porto di Susa a far vettovaglie; quando ebbe lettere di Musa, che l'ammonivano ad aspettar la primavera e non affrontar le tempeste di quella stagione; ch'era, credo io, l'autunno del settecentotrè. Odorandovi l'invidia, 'Atâ non dette ascolto al consiglio, e salpò, e giunse ad un'isola di Silsila, come leggiamo nel MS. unico d'Ibn-Koteiba: sia che gli Arabi d'allora abbian dato tal nome a Lampedusa o altra isoletta vicina; sia, come parmi più probabile, che si tratti della Sicilia e i copisti n'abbian guasto il nome. Gli Arabi d'Egitto fecervi grosso bottino d'oro, argento e gemme; ma al ritorno, un turbine di vento li colse presso le costiere d'Affrica: onde molte navi perirono, tra le quali quella di 'Atâ; altre qua e là arenarono. E Musa, risaputolo, mandava incontanente una man di cavalli a percorrere le spiagge; prendere i legni e i marinai campati al naufragio; e condurre gli uni e gli altri nell'arsenale di Tunis[246]. Entrato poi l'anno ottantacinque dell'egira (13 gennaio a 31 dicembre 704) Musa bandisce la guerra sacra sul mare; dà voce ch'ei vi andrà in persona; trasceglie i più arrisicati e forti uomini dell'esercito e il fior della nobiltà araba, e li fa montare su l'armata; che niuno ne rimase in terra, al dir deicronisti. Quando le navi erano in punto di salpare, Musa si fe' recare l'insegna del comando, e inaspettatamente l'annodò alla lancia che tenea in mano Abd-Allah suo figliuolo; affidando alla fortuna del giovane questa che fu la prima impresa navale dei Musulmani d'Affrica, e che addimandossi la spedizione degli illustri, per la chiara fama de' guerrieri che v'andarono. Sbarcarono del settecentoquattro in Sicilia, ove presero una città della quale non sappiamo il nome; ma solo che, scompartito il bottino, toccassero cento dinâr d'oro a ciascuno, che vi si contavano tra novecento o mille uomini;[247]onde la somma, aggiuntavi la quinta del principe, torna quasi ad un milione e settecento mila lire.[248]Non andò guari che Musa fe' uscir di nuovo l'armata d'Affrica sotto A'iiâsci-ibn-Akhial, il quale irruppe in Siracusa (705), dicono i cronisti arabi, forse nella parte della città che rimaneva in terraferma, ovvero in qualche sobborgo, e tornossene sano e salvo e con gran preda.[249]

L'anno poi che principiò la guerra di Spagna (710),Musa mandò le navi in Sardegna; all'arrivo delle quali gli abitatori della città capitale non trovaron altro riparo che di gittare in fondo al porto tutto il vasellame d'oro e d'argento, e nascondere il danaro e le minutaglie più preziose nella cattedrale, tra le tegole e il soffitto. Ma, occupata la città, un Musulmano, bagnandosi in mare, inciampava in un piatto d'argento; un altro, saettando una colomba che svolazzava nella chiesa, colse un'asse del soffitto, onde caddero alquante monete d'oro: così, al dir dei cronisti musulmani, si scopersero i tesori occultati. Stendonsi poi nel narrare le magagne dei soldati che saccheggiando frodavano la parte del califo, del capitano e dei compagni; onde, per timore d'esser frugati nei panni, chi spezzò la lama della scimitarra per nasconder l'oro nel fodero, rimettendo l'elsa al suo luogo; chi sparò la carogna d'un gatto e ripiena di danaro la gittò dalle finestre d'un palagio, per ripigliarla all'uscita. A tal corruzione generale mescolavansi i terrori religiosi, e non la frenavano. Rimontati in mare i predoni, dice Ibn-el-Athîr, udissi una spaventosa voce: “Sommergili, o Dio!” e incontanente il mare tranghiottiva que' ribaldi; e, come ad accusarli, rigettava su la spiaggia i cadaveri con le cinture zeppe di moneta.[250]

Per dieci anni l'ardente cupidigia dei soldati e dei capitani si sfogò in Spagna; indi si volse di nuovo ai nostri paesi; poichè sappiamo che Mohammed-ibn-Aus, oriundo di Medina,[251]avea fatto preda e prigioni in Sicilia l'anno settecentoventi, quando, tornato in Affrica, fu preposto al governo in luogo di Iezîd, ucciso dai Berberi, come sopra accennammo. Il movimento poi di questi popoli ammorzò l'impeto degli Arabi contro la Sicilia. L'isola fu assalita il settecentoventisette da Biscir-ibn-Sefwân della tribù di Kelb, capitano d'Affrica, il quale tornò con gran copia di prigioni;[252]ma par trattasse col governatore bizantino un accordo che poi non si fermò, o non si osservò.[253]Venuto a morte Biscir, e succedutogli 'Obeida-ibn-Abd-er-Rahmân della tribù di Soleim, tentava la Sicilia con parecchie spedizioni. L'anno medesimo ch'ei capitò in Affrica, che fu il centodieci dell'egira (15 aprile728 a 3 aprile 729), mandò in corso con l'armata un Othman-ibn-abi-Obeida; il quale sbarcato in Sicilia spiccava una schiera di settecento uomini, condotta dal proprio fratello Habîb; e questi, scontratosi col patrizio bizantino, lo ruppe e messe in fuga. Onde 'Obeida, con maggior disegno, l'anno appresso (4 aprile 729 a 24 marzo 730), allestiva centottanta barche, e inviavale a dirittura in Sicilia con Mostanîr-ibn-Habhâb; il quale per incapacità o sventura frustrò le speranze del capitano d'Affrica. Posto l'assedio ad alcuna città, tanto aspettò che sopravvenne l'inverno; e allora, partitosi con prosperi venti, ma assalito da una tempesta nel tragitto, perdè per naufragio tutta l'armata, da diciassette barche all'infuori; in una delle quali egli stesso approdava a Tripoli. Il che risapendo 'Obeida, volle dare, dice il suo biografo, un gastigo a Mostanîr e uno esempio agli altri. Commise a Iezîd-ibn-Moslim, governatore di Tripoli, di mandargli incatenato sotto buona scorta il condottiero che avea fatto perire per oscitanza i Musulmani; e avutolo in Kairewân, lo fece frustare sopra un'asina per la città; poi per lungo tempo vergheggiarlo ogni settimana; e sì il tenne in prigione finch'ei resse la provincia.[254]Thâbit-ibn-Hathîm di Ordûnn in Siria nel centododici (25 marzo 730 a 13 marzo 731), e Abd-el-Melik-ibn-Katan nel quattordici(2 marzo 732 a 19 febbraio 733), vennero anco a far bottino e prigioni in Sicilia, e salvi se ne tornarono in Affrica; al par che Abd-Allah-ibn-Ziâd, che infestò il quattordici stesso la Sardegna. Ma l'anno appresso (20 febbraio 733 a 8 febbraio 734), Abu-Bekr-ibn-Soweid, mandato da 'Obeida in Sicilia, perdeva alquante navi, distrutte dal fuoco che lanciaronvi i Bizantini.[255]Infelice al paro un'altra impresa, ordinata il cento sedici (9 febbraio 734 a 29 gennaio 735) da 'Obeid-Allah-ibn-Habhâb, il quale passò allora dal governo d'Egitto in Affrica, in luogo di 'Obeida che gli avea sì crudelmente svergognato il fratello. Le genti di 'Obeid-Allah che venivano sopra la Sicilia, imbattutesi nell'armata greca, ebbero dura battaglia e d'esito incerto; poichè i Greci sconfitti recaron seco loro molti prigioni musulmani; e tra gli altri un Abd-er-Rahmân-ibn-Ziâd, il quale non fu liberato innanzi il centoventuno (739). Del centodiciassette (735), 'Obeid-Allah facea depredar di nuovo la Sardegna da un nipote del famoso 'Okba-ibn-Nafi' per nome Habîb-ibn-'Obeida, chiaro anch'egli per vittorie su le remote rive dell'Atlantico e in cuor del continente affricano, nel Sudân.[256]Intanto, ingrandito l'arsenale di Tunis e apparecchiate assai maggiori forze che per l'addietro, e fattene venire anco di Spagna, 'Obeid-Allah le affidava ad Habîb, e scagliavale un'altra fiata su la Sicilia, con evidente disegno di conquisto. Sendo l'Affrica aspramente turbataa quel tempo, pare che il governatore musulmano si fosse deliberato alla impresa allettato da pratiche che avesse in Sicilia, ove Leone Isaurico tormentava troppo le coscienze e le borse dei popoli.

Sbarcato Habîb del centoventidue (740), e afforzatosi com'ei pare in un campo, come soleano fare i Musulmani quando prendeano ad occupare alcun paese, mandava intorno i cavalli col proprio figliuolo Abd-er-Rahmân; il quale ruppe quanti gli veniano allo scontro, e corse vittorioso in Sicilia, dicono i cronisti musulmani, più largamente che niun altro condottiero. Appresentatosi sotto le mura di Siracusa, Abd-er-Rahmân sconfisse le genti uscite a combatterlo; strinse d'assedio la città, e spirovvi tanto terrore, che un dì potè cavalcare egli stesso fino ad una porta, e percossala con la spada in atto di minaccia, lasciovvi il segno. Calaronsi infine i cittadini a pagar una taglia. Doma la capitale, Habîb volgeasi a soggiogare il rimanente dell'isola; quando fu premurosamente richiamato in Affrica, ove i Berberi s'erano sollevati di nuovo, cogliendo appunto il destro di questa impresa di Sicilia.[257]L'isola dunque fu salva mercè quella ribellione.

In mezzo alle fiere vicende che poscia intervennero in Affrica, Abd-er-Rahmân, occupata questa provincia, come altrove s'è detto, ripensò alla Sicilia. L'anno centotrentacinque (17 lug. 752 a 5 lug. 753), allestita un'armata e gastigati i Berberi di Telemsên, andò in persona, o, com'altri vuole, mandò il proprio fratello Abd-Allah all'impresa di Sicilia e poi di Sardegna; nelle quali fu fatto molto guasto e stragi e preda e prigioni: durevoli acquisti no; non concedendolo le deboli fondamenta della dominazione d'Abd-er-Rahmân in Affrica. Il governo bizantino potè quindi, avvertito da tal nuova minaccia, afforzare validamente le due isole, e massime la Sicilia che più gli premea; rizzare un castello, così scrivono i Musulmani, sopra ogni roccia atta a difesa; e ordinare un'armata che guardava que' mari, e quando il potea, corseggiava sopra i mercatanti musulmani.[258]Tra così fatti provvedimenti e le turbolenze che non cessavano in Affrica, la Sicilia ebbe respitto dai Musulmani più di mezzo secolo.

Le ultime incursioni erano state aggravate da una crudele pestilenza. Già fino dal settecentodiciotto avea menato strage nell'armata del califo che assediava Costantinopoli.[259]Proruppe indi in Affrica dal settecentoquarantaquattro al settecentocinquanta,[260]e verso il medesimo tempo in Sicilia e Calabria, donde si credè che si appigliasse alla Grecia; e del settecentoquarantotto spopolò Costantinopoli e il Peloponneso,[261]mentre non men fiera ardea tra il Tigri e l'Eufrate.[262]Nei paesi cristiani commossi allora dalla lite delle immagini, non si potea far che cotesta calamità non le fosse apposta. E perchè gli Iconoclasti, distruggendo ogni altro obietto di culto, serbavan la sola croce, il volgo ortodosso la prese in uggia: vide apparire, su le vestimenta, le case e i tempii, crocette negre a migliaia, non più simbolo di riscatto, ma segno di pestilenza e marchio dell'ira divina.[263]

Si rannoda infine alle scorrerie de' Musulmani nel bacino centrale del Mediterraneo un episodio distoria letteraria, di assai momento nella penuria di quella età. Narra una leggenda che tratta a Damasco una torma di prigioni cristiani delle isole, mentre altri era venduto, altri, non sappiamo perchè, serbato al patibolo, notavasi tra loro un bel giovane italiano per nome Cosimo, al quale i miseri compagni si gettavano ai piè, chiedendo li raccomandasse a Dio. I Barbari, che non comprendeano perchè tanto si onorasse un uomo di sì poca età e povero aspetto, maravigliati lo interrogavano dell'esser suo; ai quali rispondea, sè esser frate e dotto in filosofia cristiana ed antica: e in ciò dire gli si empiean gli occhi di lagrime. “E perchè piangi, tu, che hai ripudiato ogni bene di quaggiù?” domandollo allora un cittadino fattosi innanzi. E Cosimo a lui: “Altro non m'accora,” rispose, “che d'avere studiato indarno. Ho speso la gioventù,” continuava, “ad apprendere rettorica, dialettica, morale, fisica, aritmetica, geometria, musica, astronomia, teologia greca e teologia nostrale: ma a che pro, se or debbo morire oscuro, senza che abbia a chi lasciare tal retaggio?” — “Datti pace, o fratello, che ti troverò io gli eredi” replicò il cittadino, ch'era cristiano, facoltoso, grato al califo, e padre del giovanetto Mansur, notissimo poi sotto il nome di San Giovanni Damasceno. E il buon uomo, comperato immantinente il prigione, lo emancipò, e affidògli il figliuolo e un altro fanciullo che avea adottato; i quali felicemente apparavano le dottrine del maestro, e il primo ne salì a quella fama che ognuno sa. Tanto leggiamo nella vita del Damasceno stesa due secoli appresso, sopra certi ricordiarabici;[264]e, stralciando gli ornamenti del compilatore, non v'ha ostacolo ad accettare il fatto. Secondo la ragion dei tempi, torna ai primi anni dell'ottavo secolo; ond'ei pare che il monaco Cosimo fosse caduto in man dei Musulmani in Sicilia, forse nella spedizione degli illustri ricordata di sopra; dopo la quale ei sarebbe stato condotto al califo, tra i sessantamila prigioni che gli mandava Musa conquistatore dell'Occidente. Rinforzano tal supposto le frequenti comunicazioni, e potremmo dire la promiscuità che correa tra i monasteri di Sicilia e que' della terraferma independente dai Longobardi, negli ultimi venticinque anni del settimo secolo.


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