CAPITOLO X.

CAPITOLO X.Nell'ultimo secolo della dominazione bizantina in Sicilia, furono notevoli le pratiche diplomatiche dei governatori dell'isola coi principi aglabiti. S'era parlato di tregua tra la Sicilia e l'Affrica fin dal cominciamento della eresia iconoclastica; quando Leone Isaurico volea le mani libere a reprimere i popoli dell'isola, e operare da quella su la terraferma. Stipulato un patto, com'e' pare, il settecentoventotto; i Musulmani non tardarono a infrangerlo[362]per usarele difficoltà nelle quali si travagliava il governo bizantino; tanto che pensarono di soggiogare la Sicilia, come s'è detto. I forti armamenti poi dell'isola e le divisioni dei Musulmani d'Affrica, valsero più che i trattati a mantenere la pace; finchè, surto Ibrahim-ibn-Aghlab con quei suoi intendimenti di ordine pubblico, tornò al partito degli accordi scritti, pei quali meglio si favoriva il commercio, e con quello l'azienda dello stato, assicurando le persone dei mercatanti che d'Affrica andassero a soggiornare in Sicilia o al contrario. Pertanto, dell'ottocentocinque, Ibrahim fermava tregua per dieci anni con Costantino patrizio di Sicilia. Ma nè anco questa si mantenne; perocchè, succeduti varii movimenti contro Ibrahim e in particolare a Tunis e a Tripoli, e sendo soggetta l'Affrica occidentale alla dinastia degli Edrisiti, independente dai califi e dai governatori di casa d'Aghlab, e però non legata dai patti internazionali loro,[363]avvenne chedalla costiera uscissero navi musulmane addosso ai Cristiani delle isole. Ne mandava anco la Spagna, che obbediva ad altra dinastia. Così la Sardegna e la Corsica furono assalite or dagli Affricani or dalli Spagnuoli (806-821); ancorchè i Musulmani sovente facessero mala prova, non potendo congiugnere le armi loro per la nimistà ch'era tra Omeîadi, Edrisiti e Aghlabiti, e dovendo combattere contro povera e fiera gente, e contro le forze navali italiane, che a quando a quando vi mandava Carlomagno.[364]Così anco furono infestati, com'e'pare, dai sudditi degli Edrisiti, i territorii che ubbidivano al patrizio di Sicilia.Ma succeduto a Ibrahim il figliuolo Abu-'l-Abbâs, inaugurò la esaltazione con uno strepitoso armamento navale; gli appresti del quale non poteano rimanere occulti ai mercatanti cristiani d'Affrica, che soleandare avvisi in Sicilia. Dondechè, temendo per l'isola, Michele Primo imperatore spacciava da Costantinopoli parecchi spatarii ed un patrizio; il quale chiese invano rinforzi di navi ad Antimo duca di Napoli, ma n'ebbe da Amalfi e da Gaeta; talchè, con le navi di Sicilia, raccozzò un'armata da poter tenere in rispetto i Musulmani.[365]Nel medesimo tempo, Carlomagno inviava Bernardo, figliuolo del figliuol suo Pipino, e un cugin suo per nome Walla, a capitanare l'esercito nel reame d'Italia, che si credea minacciato dall'armamento affricano e alsì dalli Spagnuoli. E veramente costoro riassaltavano (812-813) la Corsica; sconfitti al ritorno presso Majorca dal conte d'Ampurias, rifaceano l'armata; sbarcavano, dicono gli annali cristiani,[366]a Nizza, indi a Civitavecchia. Intanto l'armata aghlabita, che sommava a cento legni o barche, navigando alla volta di Sardegna, nel giugno ottocento tredici era stata pressochè distrutta da una fortuna di mare, alla quale non furono abili a reggere que' piccioli scafi, mal costrutti, mal governati e sopraccarichi di cavalli. E perchè gli uomini si studiano a scusare la incapacità loro con gli effetti di forze superiori, narravano i campati al naufragio, e pochi mesi appresso il ripeteano in Sicilia i legati musulmani, che unavoragine apertasi in mare avesse tranghiottito l'armata. Confermavan cotesto annunzio lettere d'un cristiano d'Affrica al patrizio di Sicilia; aggiugnendo essere accaduto appunto il naufragio, quando sfolgorò in cielo una meteora, che dalle lor parole sembra essere stata osservata in varii punti del Mediterraneo.[367]Non ostante il raccontato disastro, i Musulmani infestaron tutta la state le nostre isole minori. Approdarono a Lampedusa con tredici legni; oppressero sette legni sottili mandativi dal patrizio di Sicilia ad esplorare, e uccisero le ciurme; se non che, venuto il grosso dell'armata bizantina, furono a lor volta sopraffatti i Musulmani, e passati a fil di spada. Di mezz'agosto poi, con quaranta legni saccheggiavano Ponza; indi Ischia per tre dì; e si ritraeano con grossa preda di prodotti agrarii, frati e altri prigioni, uccidendo i proprii cavalli[368]per dar luogo su le barche al bottino. Forse fu questa l'armatetta che si spinse infino a Civitavecchia; e forse erano Spagnuoli ovvero gente di Telemsen, sudditi degli Edrisiti; perocchè Abu-'l-Abbas-ibn-Aghlab, mandava tantosto ambasciatori a Gregorio patrizio di Sicilia a confermare la tregua; nè dal ragguaglio di tal missione sembra che gli Aghlabiti avessero a discolparsi delle recenti scorrerie.Sappiamo all'incontro che i legati, scusandosi degli atti ostili commessi sopra la Sicilia nello spazio di dieci anni, allegavano vicende interiori le quali convengono solamente alla dinastia edrisita.[369]Aggiugneano non volersi rendere mallevadori delli Spagnuoli, i quali non ubbidiano a loro; ond'essi lasciavan libero a chiunque di combatterli, e volentieri anco avrebbero aiutato a scacciarli dalle terre cristiane. Gli ambasciatori stessi, mentre veniano in Sicilia sopra navi veneziane, imbattutisi in alquanti legni spagnuoli, aveano stigato i Veneziani ad arderli; e vantavansi di avervi messo le mani e' medesimi.[370]Certo gli è dunque che gli Omeîadi di Spagna non entrarono nel patto col patrizio di Sicilia. Pare all'incontro che fosservi inclusi gli Edrisiti; e che ambasciatori loro fossero venuti insieme con quei di casa d'Aghlab.Il patto portava tregua per dieci anni, scambio dei prigioni, e sicurtà ai mercatanti musulmani che potessero andare d'Affrica in Sicilia e soggiornarvi per loro negozii; e volendo tornarsi a casa, non fosse lecito di ritenerli. La quale sicurtà fu senza dubbio reciproca a pro dei Siciliani che mercatavano in Affrica. Il patrizio rese immantinenti i prigioni musulmani; mandò un segretario Teopisto a ripigliare i cristiani, e procacciare la ratificazione del trattato: il quale in fatti fu promulgato solennemente nella Dietadei notabili a Kairewân, come afferma uno scrittore arabo testimone oculare di quell'adunanza, dal quale sappiamo il capitolo commerciale testè ricordato.[371]Gli altri particolari delle pratiche e sì delle scorrerie, si ritraggono da una epistola di papa Leone Terzo a Carlomagno, data l'undici novembre dell'ottocentotredici; importantissimo documento per più rispetti. Cotesto ragguaglio tuttavia mostra che il nunzio romano in Sicilia ebbe a superare, non solo la diffidenza che spirava al patrizio ogni uom del papa, ma alsì la difficoltà della interpretazione per due lingue diverse, dall'arabo, cioè, degli ambasciatori musulmani nel greco che si parlava in Sicilia, e dal greco nel tristo latino che il papa scriveva a Carlomagno.Il nunzio viaggiando da Siracusa a Roma, all'entrar di novembre seppe che sette navi di Mori, credo pirati o gente di Spagna, avessero testè disertato una picciola terra presso Reggio.[372]Par che la infestagione delle Calabrie fosse cominciata fin dalla state di quell'anno o rinnovata nei seguenti, poichè ci si narra che San Fantino da Siracusa, taumaturgo del quarto secolo, vivuto da solitario in Calabria, apparve un dì, ventiquattro luglio, tra i turbini e le folgori sula spiaggia di Seminara per affondare una nave musulmana venuta a corseggiare in quelle parti. E tal miracolo, di cui si dicono testimonii i Musulmani che camparono dal naufragio, va riferito ai tempi di Leone l'Armeno (813-820), poichè un buon vescovo calabrese, autore della leggenda, aggiugne che sendo stato poscia mandato a Costantinopoli dal prefetto di Sicilia per negozii appartenenti alla provincia, l'anno terzo di Leone, San Fantino liberollo prima da una tempesta nell'Adriatico, e poi dalla collera dell'eretico imperatore.[373]In fine la Sicilia ebbe a soffrire una incursione, della quale sappiam solo che seguì nel dugentoquattro dell'egira (27 giugno 819, a' 15 giugno 820); che capitanò la impresa Mohammed-ibn-Abd-Allah-ibn-Aghlab, cugin germano del principe aghlabita Ziadet-Allah; e che i Musulmani, fatti moltissimi prigioni nell'isola, se ne tornarono in Affrica.[374]Pare indi rappresaglia, o sfogo di rabbia religiosa sotto specie di rappresaglia; poichè s'è visto che Ziadet-Allah, nei principii del regno diè favore alla fazionedei giuristi, che è a dire, al fanatismo musulmano. Del rimanente, chi primo violasse la tregua noi l'ignoriamo, nè appunto il sapean essi, non essendosi mai osservati strettamente i patti tra i due governi d'Affrica e di Sicilia, dispotici entrambi, avari e disordinati; e tra le due nazioni, che s'abborrivano per amor di Dio, ma il commercio le tirava ad usare insieme. Questo pure è certo, che tali atti d'ostilità non arrivarono al segno di tentarsi il conquisto della Sicilia innanzi l'ottocentoventisette, com'altri ha scritto sopra vaghe tradizioni.Dico di quelle due ripetute fin qui negli annali di Sicilia, le quali vanno cancellate, non ostante la casuale coincidenza della data con la impresa di Mohammed-ibn-Abd-Allah; perchè mancano di tutta autorità, e le rende impossibili d'altronde la spaventevole guerra civile che arse in Affrica dall'ottocentoventidue all'ottocentoventisei. Vien la prima tradizione da Erchemperto, lombardo, vivuto alla fine del nono secolo; il quale assai brevemente disse: usciti “gli Agareni di Babilonia e d'Affrica” e abitata da loro l'insigne città di Palermo, e soggiogata quasi tutta l'isola; nel qual tempo, aggiugne, venuto a morte Lodovico imperatore, gli succedè Lotario.[375]In coteste parole, chiunque le legga ai nostri dì, vedrà manifestamente le vicende del conquisto di Sicilia principiato l'ottocentoventisette, e s'accorgerà che il cenno del cronista corra fino all'ottocentoquaranta, quando trapassò Lodovico. Ma nel duodecimo secolo, stagionedi crociate e di leggende, trattandosi assai grossolanamente la storia, Leone d'Ostia tolse di peso quel capitoletto da Erchemperto, e v'aggiunse ad arbitrio la data dell'ottocentoventi, o l'aggiunsero per lui i copisti.[376]Poi, dimenticato Erchemperto e sostituitogli Leone, l'errore è passato di compilazione in compilazione infino a quelle della nostra età,[377]e successivamente vi si è aggiunto che i Musulmani se ne andassero via, e tornassero dopo sette anni; poichè le tradizioni bizantina e musulmana li portavano sbarcati in Sicilia l'ottocentoventisette.Dà l'altro racconto il Fazzello; il quale accozzando quei brani che potea trovare, buoni o tristi, delle tradizioni del tempo musulmano, scrisse che Abramo Halbi (così guastavansi i nomi e la cronologia, facendo regnare Ibrahim-ibn-Aghlab nell'ottocentoventisette), ai preghi d'Eufemio, mandava in Sicilia quarantamila Saraceni, capitanati da un Halcamo. Costui, continua il Fazzello, sbarcato a Mazara, diè alle fiamme le proprie navi, occupò Selinunte, cui i Saraceni in lor favella chiamaronoBiled-el-Bargoth, ossia “Terra delle pulci,” e presi i cittadini, per domare a un tratto la Sicilia con esempio atroce, li fe' cuocere in caldaie di rame. Però, le altre città immantinenti gli si arresero; ed ei volendo apparecchiarsi ad ogni evento, edificò un castello che da lui addimandossi Alcamo. Quivi in fatti i Siciliani, ripreso animo, corsero ad assediarlo: ma Halcamo valorosamente resistè; e al fine venne a liberarlo e compiere il conquisto della Sicilia, con novello sforzo di gente, Ased-Benforat. Il Fazzello cita per cotesti fatti gli annali maomettani e Leone Affricano, ma non spiega altrimenti chi abbia scritto, chi tradotto, e chi pubblicato quegli annali.[378]Da Leone in vero egli tolse la supposta impresa di 'Alkama.[379]Leone, com'è noto, fiorì nei principii del decimosesto secolo. Nacque musulmano a Granata; rifuggitosi a Fez dopo il conquisto di Ferdinando il Cattolico, studiò e viaggiò molto nei paesi musulmani, finchè preso (1517) da corsari all'isola delle Gerbe, fu recato in dono, come avrebbero fatto d'una giraffa, a papa Leone Decimo; il quale, colto e magnifico com'egli era, l'onorò, lo stipendiò, lo battezzò, ponendogli i proprii suoi nomi di Giovanni e Leone, e gli fece apparare la nostra lingua e il latino. L'erudito di Granata voltò allora ed ampliò dall'arabico in italiano, il manco male ch'ei poteva, i suoi viaggi in Affrica ed Egitto, e scrisse in latino notizie biografiche di parecchi medici e filosofi musulmani; operepregevoli, sopratutto in que' tempi: se non che l'autore, non avendo seco i manoscritti che gli occorreano, dovea affidarsi alla memoria o a note di taccuino; e la memoria delle cose viste con gli occhi, in lui come in ogni altro uomo, era più tenace assai che quella delle cose lette nei libri. Indi è che troviamo Leone sì verace e preciso nelle descrizioni geografiche, e sì difettivo nelle notizie storiche[380]e peggio in fatto di cronologia: oltrechè, i dettati suoi furono raccolti e pubblicati quando, venutagli a noia la città eterna e il cristianesimo, ei se n'era tornato tra i Musulmani, e non s'era inteso più parlare di lui in Europa. Probabile è che Leone, mescolando ricordanze nette ed idee dubbie e conghietture, com'egli a Roma o anco in Barbaria avea inteso il nome di Alcamo, antica città saracena di Sicilia, riconobbene di leggieri la origine da un nome proprio usato dagli Arabi antichi; e supponendo che il fondatore fosse uomo di nota vivuto nei primi tempi dei conquisto, lo accoppiò bene o male con Ased, il solo nome che gli ricorresse certo nella memoria, quand'ei pensava ai pochi righi che per avventura avea letto intorno il conquisto di Sicilia. A sincerarci ch'ei conoscesse poco assai dei fatti di Sicilia, basterà percorrere il paragrafo in cui netratta per incidenza, dicendo di Kairewân e degli Aghlabiti,[381]dov'ei porta come contemporanei il conquisto di Sicilia e la fondazione di Rakkâda in Affrica che seguì mezzo secolo appresso (877). Con simile anacronismo ei confuse il conte Ruggiero col re del medesimo nome, e il conquisto dell'isola sopra i Musulmani col tempo di prosperità in cui fu compilata a Palermo la geografia di Edrisi.[382]Dove poi il Fazzello leggesse lo sbarco a Selinunte, l'arsione delle navi e lo strano supplizio dei Selinuntini, invano l'ho ricercato, nè saprei appormivi; poichè queste favole grossiere non si leggono appo Leone, e gli annali musulmani che il Fazzello cita come seconda autorità mi sembrano zibaldone inedito, o forse non li vide mai egli stesso, nè li allegò che su i detti altrui. E ben quella appellazione di Biled-el-Bargoth mi puzza d'impostura di qualche giudeo arabizzante, di que' che nel decimoquinto secolo fecer girare il cervello agli archeologi di Palermo,spacciando per iscrizioni caldaiche scolpite in pietra, poco appresso il diluvio universale, i versetti del Corano e nomi proprii che si leggeano su certe torri nella capitale della Sicilia. Perchè Beled-el-Borghût significa, sì, in arabico, Terra delle pulci; ma questo sconcio nome era moderno; era corruzione di Polluce, come or chiamano i dotti, una torre presso le rovine di Selinunte, o piuttosto di Belgia, voce arabica, o di Belich, nome di un picciol fiume tributario dell'Eufrate:[383]dall'una o dall'altro dei quali gli Arabi chiamarono Belgia un castello or distrutto, e un fiumicello che scorre lì presso, al quale è rimaso il nome di Belici. In ogni modo, il villaggio che rimase almeno fino agli ultimi del duodecimo secolo nel sito di Selinunte, avea nome, come leggiamo in Edrisi, Rahl-el-Asnâm, il borgo cioè degli Idoli, che non ve n'ha penuria tra le rovine di quei tempii colossali ben chiamate i Pilieri dei Giganti. Dond'ei mi pare evidente che l'impostore del decimoquinto o decimosesto secolo abbia tradotto in arabico il nome volgare che sapea di quel sito; e aggiuntevi le fiamme del navilio musulmano, e le caldaie di rame da bollire i Selinuntini, abbia propinato la leggenda al Fazzello; il quale se la bevve, come quelle dei giganti primi abitatori della Sicilia, delle iscrizioni caldaiche di Palermo, e non poche altre, sacre e profane. Nè era colpa di sì diligente e nobile scrittore se, quand'ei visse, non si conoscea nè la paleontologia, nè l'anatomia comparata, sì che le ossa fossili d'elefanti e ippopotami pareano reliquiedi Polifemo e di Nembrotte; se pochi o niuno in Europa distingueano i caratteri cufici; s'erano sepolti que' materiali storici in greco e in arabico, or sì accessibili a chiunque; e se la critica della storia non potea germogliare in Sicilia, sotto il giogo spagnuolo, tra i roghi del Santo Officio!

Nell'ultimo secolo della dominazione bizantina in Sicilia, furono notevoli le pratiche diplomatiche dei governatori dell'isola coi principi aglabiti. S'era parlato di tregua tra la Sicilia e l'Affrica fin dal cominciamento della eresia iconoclastica; quando Leone Isaurico volea le mani libere a reprimere i popoli dell'isola, e operare da quella su la terraferma. Stipulato un patto, com'e' pare, il settecentoventotto; i Musulmani non tardarono a infrangerlo[362]per usarele difficoltà nelle quali si travagliava il governo bizantino; tanto che pensarono di soggiogare la Sicilia, come s'è detto. I forti armamenti poi dell'isola e le divisioni dei Musulmani d'Affrica, valsero più che i trattati a mantenere la pace; finchè, surto Ibrahim-ibn-Aghlab con quei suoi intendimenti di ordine pubblico, tornò al partito degli accordi scritti, pei quali meglio si favoriva il commercio, e con quello l'azienda dello stato, assicurando le persone dei mercatanti che d'Affrica andassero a soggiornare in Sicilia o al contrario. Pertanto, dell'ottocentocinque, Ibrahim fermava tregua per dieci anni con Costantino patrizio di Sicilia. Ma nè anco questa si mantenne; perocchè, succeduti varii movimenti contro Ibrahim e in particolare a Tunis e a Tripoli, e sendo soggetta l'Affrica occidentale alla dinastia degli Edrisiti, independente dai califi e dai governatori di casa d'Aghlab, e però non legata dai patti internazionali loro,[363]avvenne chedalla costiera uscissero navi musulmane addosso ai Cristiani delle isole. Ne mandava anco la Spagna, che obbediva ad altra dinastia. Così la Sardegna e la Corsica furono assalite or dagli Affricani or dalli Spagnuoli (806-821); ancorchè i Musulmani sovente facessero mala prova, non potendo congiugnere le armi loro per la nimistà ch'era tra Omeîadi, Edrisiti e Aghlabiti, e dovendo combattere contro povera e fiera gente, e contro le forze navali italiane, che a quando a quando vi mandava Carlomagno.[364]Così anco furono infestati, com'e'pare, dai sudditi degli Edrisiti, i territorii che ubbidivano al patrizio di Sicilia.

Ma succeduto a Ibrahim il figliuolo Abu-'l-Abbâs, inaugurò la esaltazione con uno strepitoso armamento navale; gli appresti del quale non poteano rimanere occulti ai mercatanti cristiani d'Affrica, che soleandare avvisi in Sicilia. Dondechè, temendo per l'isola, Michele Primo imperatore spacciava da Costantinopoli parecchi spatarii ed un patrizio; il quale chiese invano rinforzi di navi ad Antimo duca di Napoli, ma n'ebbe da Amalfi e da Gaeta; talchè, con le navi di Sicilia, raccozzò un'armata da poter tenere in rispetto i Musulmani.[365]Nel medesimo tempo, Carlomagno inviava Bernardo, figliuolo del figliuol suo Pipino, e un cugin suo per nome Walla, a capitanare l'esercito nel reame d'Italia, che si credea minacciato dall'armamento affricano e alsì dalli Spagnuoli. E veramente costoro riassaltavano (812-813) la Corsica; sconfitti al ritorno presso Majorca dal conte d'Ampurias, rifaceano l'armata; sbarcavano, dicono gli annali cristiani,[366]a Nizza, indi a Civitavecchia. Intanto l'armata aghlabita, che sommava a cento legni o barche, navigando alla volta di Sardegna, nel giugno ottocento tredici era stata pressochè distrutta da una fortuna di mare, alla quale non furono abili a reggere que' piccioli scafi, mal costrutti, mal governati e sopraccarichi di cavalli. E perchè gli uomini si studiano a scusare la incapacità loro con gli effetti di forze superiori, narravano i campati al naufragio, e pochi mesi appresso il ripeteano in Sicilia i legati musulmani, che unavoragine apertasi in mare avesse tranghiottito l'armata. Confermavan cotesto annunzio lettere d'un cristiano d'Affrica al patrizio di Sicilia; aggiugnendo essere accaduto appunto il naufragio, quando sfolgorò in cielo una meteora, che dalle lor parole sembra essere stata osservata in varii punti del Mediterraneo.[367]

Non ostante il raccontato disastro, i Musulmani infestaron tutta la state le nostre isole minori. Approdarono a Lampedusa con tredici legni; oppressero sette legni sottili mandativi dal patrizio di Sicilia ad esplorare, e uccisero le ciurme; se non che, venuto il grosso dell'armata bizantina, furono a lor volta sopraffatti i Musulmani, e passati a fil di spada. Di mezz'agosto poi, con quaranta legni saccheggiavano Ponza; indi Ischia per tre dì; e si ritraeano con grossa preda di prodotti agrarii, frati e altri prigioni, uccidendo i proprii cavalli[368]per dar luogo su le barche al bottino. Forse fu questa l'armatetta che si spinse infino a Civitavecchia; e forse erano Spagnuoli ovvero gente di Telemsen, sudditi degli Edrisiti; perocchè Abu-'l-Abbas-ibn-Aghlab, mandava tantosto ambasciatori a Gregorio patrizio di Sicilia a confermare la tregua; nè dal ragguaglio di tal missione sembra che gli Aghlabiti avessero a discolparsi delle recenti scorrerie.Sappiamo all'incontro che i legati, scusandosi degli atti ostili commessi sopra la Sicilia nello spazio di dieci anni, allegavano vicende interiori le quali convengono solamente alla dinastia edrisita.[369]Aggiugneano non volersi rendere mallevadori delli Spagnuoli, i quali non ubbidiano a loro; ond'essi lasciavan libero a chiunque di combatterli, e volentieri anco avrebbero aiutato a scacciarli dalle terre cristiane. Gli ambasciatori stessi, mentre veniano in Sicilia sopra navi veneziane, imbattutisi in alquanti legni spagnuoli, aveano stigato i Veneziani ad arderli; e vantavansi di avervi messo le mani e' medesimi.[370]Certo gli è dunque che gli Omeîadi di Spagna non entrarono nel patto col patrizio di Sicilia. Pare all'incontro che fosservi inclusi gli Edrisiti; e che ambasciatori loro fossero venuti insieme con quei di casa d'Aghlab.

Il patto portava tregua per dieci anni, scambio dei prigioni, e sicurtà ai mercatanti musulmani che potessero andare d'Affrica in Sicilia e soggiornarvi per loro negozii; e volendo tornarsi a casa, non fosse lecito di ritenerli. La quale sicurtà fu senza dubbio reciproca a pro dei Siciliani che mercatavano in Affrica. Il patrizio rese immantinenti i prigioni musulmani; mandò un segretario Teopisto a ripigliare i cristiani, e procacciare la ratificazione del trattato: il quale in fatti fu promulgato solennemente nella Dietadei notabili a Kairewân, come afferma uno scrittore arabo testimone oculare di quell'adunanza, dal quale sappiamo il capitolo commerciale testè ricordato.[371]Gli altri particolari delle pratiche e sì delle scorrerie, si ritraggono da una epistola di papa Leone Terzo a Carlomagno, data l'undici novembre dell'ottocentotredici; importantissimo documento per più rispetti. Cotesto ragguaglio tuttavia mostra che il nunzio romano in Sicilia ebbe a superare, non solo la diffidenza che spirava al patrizio ogni uom del papa, ma alsì la difficoltà della interpretazione per due lingue diverse, dall'arabo, cioè, degli ambasciatori musulmani nel greco che si parlava in Sicilia, e dal greco nel tristo latino che il papa scriveva a Carlomagno.

Il nunzio viaggiando da Siracusa a Roma, all'entrar di novembre seppe che sette navi di Mori, credo pirati o gente di Spagna, avessero testè disertato una picciola terra presso Reggio.[372]Par che la infestagione delle Calabrie fosse cominciata fin dalla state di quell'anno o rinnovata nei seguenti, poichè ci si narra che San Fantino da Siracusa, taumaturgo del quarto secolo, vivuto da solitario in Calabria, apparve un dì, ventiquattro luglio, tra i turbini e le folgori sula spiaggia di Seminara per affondare una nave musulmana venuta a corseggiare in quelle parti. E tal miracolo, di cui si dicono testimonii i Musulmani che camparono dal naufragio, va riferito ai tempi di Leone l'Armeno (813-820), poichè un buon vescovo calabrese, autore della leggenda, aggiugne che sendo stato poscia mandato a Costantinopoli dal prefetto di Sicilia per negozii appartenenti alla provincia, l'anno terzo di Leone, San Fantino liberollo prima da una tempesta nell'Adriatico, e poi dalla collera dell'eretico imperatore.[373]

In fine la Sicilia ebbe a soffrire una incursione, della quale sappiam solo che seguì nel dugentoquattro dell'egira (27 giugno 819, a' 15 giugno 820); che capitanò la impresa Mohammed-ibn-Abd-Allah-ibn-Aghlab, cugin germano del principe aghlabita Ziadet-Allah; e che i Musulmani, fatti moltissimi prigioni nell'isola, se ne tornarono in Affrica.[374]Pare indi rappresaglia, o sfogo di rabbia religiosa sotto specie di rappresaglia; poichè s'è visto che Ziadet-Allah, nei principii del regno diè favore alla fazionedei giuristi, che è a dire, al fanatismo musulmano. Del rimanente, chi primo violasse la tregua noi l'ignoriamo, nè appunto il sapean essi, non essendosi mai osservati strettamente i patti tra i due governi d'Affrica e di Sicilia, dispotici entrambi, avari e disordinati; e tra le due nazioni, che s'abborrivano per amor di Dio, ma il commercio le tirava ad usare insieme. Questo pure è certo, che tali atti d'ostilità non arrivarono al segno di tentarsi il conquisto della Sicilia innanzi l'ottocentoventisette, com'altri ha scritto sopra vaghe tradizioni.

Dico di quelle due ripetute fin qui negli annali di Sicilia, le quali vanno cancellate, non ostante la casuale coincidenza della data con la impresa di Mohammed-ibn-Abd-Allah; perchè mancano di tutta autorità, e le rende impossibili d'altronde la spaventevole guerra civile che arse in Affrica dall'ottocentoventidue all'ottocentoventisei. Vien la prima tradizione da Erchemperto, lombardo, vivuto alla fine del nono secolo; il quale assai brevemente disse: usciti “gli Agareni di Babilonia e d'Affrica” e abitata da loro l'insigne città di Palermo, e soggiogata quasi tutta l'isola; nel qual tempo, aggiugne, venuto a morte Lodovico imperatore, gli succedè Lotario.[375]In coteste parole, chiunque le legga ai nostri dì, vedrà manifestamente le vicende del conquisto di Sicilia principiato l'ottocentoventisette, e s'accorgerà che il cenno del cronista corra fino all'ottocentoquaranta, quando trapassò Lodovico. Ma nel duodecimo secolo, stagionedi crociate e di leggende, trattandosi assai grossolanamente la storia, Leone d'Ostia tolse di peso quel capitoletto da Erchemperto, e v'aggiunse ad arbitrio la data dell'ottocentoventi, o l'aggiunsero per lui i copisti.[376]Poi, dimenticato Erchemperto e sostituitogli Leone, l'errore è passato di compilazione in compilazione infino a quelle della nostra età,[377]e successivamente vi si è aggiunto che i Musulmani se ne andassero via, e tornassero dopo sette anni; poichè le tradizioni bizantina e musulmana li portavano sbarcati in Sicilia l'ottocentoventisette.

Dà l'altro racconto il Fazzello; il quale accozzando quei brani che potea trovare, buoni o tristi, delle tradizioni del tempo musulmano, scrisse che Abramo Halbi (così guastavansi i nomi e la cronologia, facendo regnare Ibrahim-ibn-Aghlab nell'ottocentoventisette), ai preghi d'Eufemio, mandava in Sicilia quarantamila Saraceni, capitanati da un Halcamo. Costui, continua il Fazzello, sbarcato a Mazara, diè alle fiamme le proprie navi, occupò Selinunte, cui i Saraceni in lor favella chiamaronoBiled-el-Bargoth, ossia “Terra delle pulci,” e presi i cittadini, per domare a un tratto la Sicilia con esempio atroce, li fe' cuocere in caldaie di rame. Però, le altre città immantinenti gli si arresero; ed ei volendo apparecchiarsi ad ogni evento, edificò un castello che da lui addimandossi Alcamo. Quivi in fatti i Siciliani, ripreso animo, corsero ad assediarlo: ma Halcamo valorosamente resistè; e al fine venne a liberarlo e compiere il conquisto della Sicilia, con novello sforzo di gente, Ased-Benforat. Il Fazzello cita per cotesti fatti gli annali maomettani e Leone Affricano, ma non spiega altrimenti chi abbia scritto, chi tradotto, e chi pubblicato quegli annali.[378]

Da Leone in vero egli tolse la supposta impresa di 'Alkama.[379]Leone, com'è noto, fiorì nei principii del decimosesto secolo. Nacque musulmano a Granata; rifuggitosi a Fez dopo il conquisto di Ferdinando il Cattolico, studiò e viaggiò molto nei paesi musulmani, finchè preso (1517) da corsari all'isola delle Gerbe, fu recato in dono, come avrebbero fatto d'una giraffa, a papa Leone Decimo; il quale, colto e magnifico com'egli era, l'onorò, lo stipendiò, lo battezzò, ponendogli i proprii suoi nomi di Giovanni e Leone, e gli fece apparare la nostra lingua e il latino. L'erudito di Granata voltò allora ed ampliò dall'arabico in italiano, il manco male ch'ei poteva, i suoi viaggi in Affrica ed Egitto, e scrisse in latino notizie biografiche di parecchi medici e filosofi musulmani; operepregevoli, sopratutto in que' tempi: se non che l'autore, non avendo seco i manoscritti che gli occorreano, dovea affidarsi alla memoria o a note di taccuino; e la memoria delle cose viste con gli occhi, in lui come in ogni altro uomo, era più tenace assai che quella delle cose lette nei libri. Indi è che troviamo Leone sì verace e preciso nelle descrizioni geografiche, e sì difettivo nelle notizie storiche[380]e peggio in fatto di cronologia: oltrechè, i dettati suoi furono raccolti e pubblicati quando, venutagli a noia la città eterna e il cristianesimo, ei se n'era tornato tra i Musulmani, e non s'era inteso più parlare di lui in Europa. Probabile è che Leone, mescolando ricordanze nette ed idee dubbie e conghietture, com'egli a Roma o anco in Barbaria avea inteso il nome di Alcamo, antica città saracena di Sicilia, riconobbene di leggieri la origine da un nome proprio usato dagli Arabi antichi; e supponendo che il fondatore fosse uomo di nota vivuto nei primi tempi dei conquisto, lo accoppiò bene o male con Ased, il solo nome che gli ricorresse certo nella memoria, quand'ei pensava ai pochi righi che per avventura avea letto intorno il conquisto di Sicilia. A sincerarci ch'ei conoscesse poco assai dei fatti di Sicilia, basterà percorrere il paragrafo in cui netratta per incidenza, dicendo di Kairewân e degli Aghlabiti,[381]dov'ei porta come contemporanei il conquisto di Sicilia e la fondazione di Rakkâda in Affrica che seguì mezzo secolo appresso (877). Con simile anacronismo ei confuse il conte Ruggiero col re del medesimo nome, e il conquisto dell'isola sopra i Musulmani col tempo di prosperità in cui fu compilata a Palermo la geografia di Edrisi.[382]

Dove poi il Fazzello leggesse lo sbarco a Selinunte, l'arsione delle navi e lo strano supplizio dei Selinuntini, invano l'ho ricercato, nè saprei appormivi; poichè queste favole grossiere non si leggono appo Leone, e gli annali musulmani che il Fazzello cita come seconda autorità mi sembrano zibaldone inedito, o forse non li vide mai egli stesso, nè li allegò che su i detti altrui. E ben quella appellazione di Biled-el-Bargoth mi puzza d'impostura di qualche giudeo arabizzante, di que' che nel decimoquinto secolo fecer girare il cervello agli archeologi di Palermo,spacciando per iscrizioni caldaiche scolpite in pietra, poco appresso il diluvio universale, i versetti del Corano e nomi proprii che si leggeano su certe torri nella capitale della Sicilia. Perchè Beled-el-Borghût significa, sì, in arabico, Terra delle pulci; ma questo sconcio nome era moderno; era corruzione di Polluce, come or chiamano i dotti, una torre presso le rovine di Selinunte, o piuttosto di Belgia, voce arabica, o di Belich, nome di un picciol fiume tributario dell'Eufrate:[383]dall'una o dall'altro dei quali gli Arabi chiamarono Belgia un castello or distrutto, e un fiumicello che scorre lì presso, al quale è rimaso il nome di Belici. In ogni modo, il villaggio che rimase almeno fino agli ultimi del duodecimo secolo nel sito di Selinunte, avea nome, come leggiamo in Edrisi, Rahl-el-Asnâm, il borgo cioè degli Idoli, che non ve n'ha penuria tra le rovine di quei tempii colossali ben chiamate i Pilieri dei Giganti. Dond'ei mi pare evidente che l'impostore del decimoquinto o decimosesto secolo abbia tradotto in arabico il nome volgare che sapea di quel sito; e aggiuntevi le fiamme del navilio musulmano, e le caldaie di rame da bollire i Selinuntini, abbia propinato la leggenda al Fazzello; il quale se la bevve, come quelle dei giganti primi abitatori della Sicilia, delle iscrizioni caldaiche di Palermo, e non poche altre, sacre e profane. Nè era colpa di sì diligente e nobile scrittore se, quand'ei visse, non si conoscea nè la paleontologia, nè l'anatomia comparata, sì che le ossa fossili d'elefanti e ippopotami pareano reliquiedi Polifemo e di Nembrotte; se pochi o niuno in Europa distingueano i caratteri cufici; s'erano sepolti que' materiali storici in greco e in arabico, or sì accessibili a chiunque; e se la critica della storia non potea germogliare in Sicilia, sotto il giogo spagnuolo, tra i roghi del Santo Officio!


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