CAPITOLO XII.

CAPITOLO XII.Prendendo a studiare il popolo vinto nell'isola, la prima cosa convien tornare alla memoria i modi e la progressione del conquisto. Delle terre di Sicilia altre abbiam visto prese di viva forza, ovvero a patti che guarentissero le persone e gli averi; altre sottomettersi a tributo; altre vittoriosamente resistere. Le prime e le seconde di raro furon distrutte; talvolta i Musulmani vi posero colonie; più sovente le tennero suddite, abbattute pria le fortificazioni e presi ostaggi; nè in tutte lasciaron presidii. Non presidii nè colonie ebbero le città tributarie. Le independenti durarono nell'antico esser loro; aggiuntovi i pericoli, la gloria e la febbrile attività della guerra.Quanto al cammino dei conquistatori, si è potuto notare che s'avanzarono quasi sempre da ponente alevante. Combattuto qua e là con varia fortuna per quattro anni (827-831) e ferme poi le stanze in Palermo, s'insignorirono entro un decennio (831-841) del Val di Mazara: regione piana anzi che no, abbondante di pascoli e terre da seminato; nella quale fondarono lor prime colonie e trasportarono gli schiavi che coltivassero i poderi occupati. Nei diciott'anni susseguenti (841-859) fu domo con più duro contrasto il Val di Noto: terreno feracissimo, ondulato, sparso di men alti monti e men vaste pianure che il Val di Mazara; nè par che i Musulmani prendessero a soggiornarvi finchè Siracusa tenne il fermo. Repressa intanto la sollevazione cristiana dell'ottocento sessanta, che fu comune al Val di Mazara e al Val di Noto, i vincitori si spinsero in Val Demone: provincia formata dalla catena degli Apennini e dall'Etna; e però tutta valli e aspre montagne, coperta d'alberi da bosco e da giardino, e difendevole assai. In Val Demone, invero, aveano occupato Messina ed alcun'altra città marittima; pure, entro sessant'anni (843-902) non arrivarono a spuntar dalla difesa le popolazioni cristiane ridotte in un triangolo, il cui vertice toccava Catania e la base stendeasi dai monti sopra Messina infino a Caronia, com'io credo.[834]Ho seguito fin qui la divisione territoriale della Sicilia in tre province, che chiamavansi Valli, di Mazara, Demone e Noto; la quale durò, con qualchemutamento, infino al mille ottocento diciotto, e la origine sua si riferisce d'ordinario ai Musulmani. Cotesta opinione manca di prove; poichè i diplomi e le cronache dei primi tempi normanni, quando l'azienda pubblica ritenea quasi tutte le forme del governo precedente, fanno menzione del solo Val Demone.[835]I ricordi del Val di Mazara e del Val di Noto non sono nè sì antichi nè sì precisi.[836]Nondimeno io accetto il pensamento comune, parendomi la divisione in tre province ordine antico che tornasse su, dopo qualche innovazione temporanea; e riflettendo inoltre che i conquistatori arabi erano necessitati a tripartire l'isola. Volendo giovarsi degli oficii dell'azienda bizantina per la riscossione del tributo fondiario, trovavano le due provincie, Lilibetana e Siracusana, divise dallo Imera Meridionale, ossia fiume Salso; ma com'eglino non possedeano per intero la provincia Siracusana, così doveano distinguere laparte che rimaneva ai nemici, ch'era appunto il Val Demone, dalla parte musulmana che giaceva a mezzodì e chiamossi Val di Noto, e da un po' di territorio a ponente il quale confuso con la provincia Lilibetana si addimandò Val di Mazara. Secondo tal supposto lo scompartimento in tre province tornerebbe alla seconda metà del nono secolo.[837]In quell'epoca si potrebbe trovare alsì la ragione dei nuovi nomi delle tre province; delle quali la prima e l'ultima li presero, com'è evidente, da città. La provincia Lilibetana andò chiamata forse di Mazara, per esser questa la città più vicina al Lilibeo,[838]non ristorato per anco col nome di Porto di Ali (Marsâ-Alî, Marsala); ovvero perchè sedesse a Mazara ildiwândei beneficii militari, posto fuori dalle città di Palermo e di Girgenti ch'erano circondate di poderi allodiali. La provincia Siracusana potea ben prendere il nome da Noto che vi primeggiava, giacendo Siracusa in rovine, nè sendo risorta da quelle innanzi il decimo secolo. Quanto al Val Demone, l'etimologia si è riferita ai boschi (Vallis Nemorum); si è riferita ai demonii dell'Etna, tenuto spiraglio d'inferno (Vallis Dæmonum); altri più saviamente l'ha tratto da unforte castello, ricordato nelle memorie del nono secolo e abbandonato di certo nel duodecimo. Sembrami più probabile che i nomi della provincia e del castello fossero nati insieme dall'appellazione presa per avventura dagli abitatori di tutta quella regione: Perduranti, cioè, o Permanenti, nella fede, si aggiunga dell'impero bizantino. Perocchè un cronista greco del nono secolo, trattando delle città di Puglia rimase sotto il dominio di Costantinopoli, adopera il verbo analogo a così fatta voce;[839]e una delle varianti con che questa ci è pervenuta è appuntoTondemenonche si riferisce, senza dubbio, non al territorio ma agli abitatori.[840]La denominazione di valle potrebbe essere arabica al par che latina;[841]nel secondo dei quali casi ben potea convenire a un territorio compreso nella vallata tra gli Apennini e l'Etna; nè il nome generico latino o arabico unito a una appellazione greca, farebbe maraviglia nella Sicilia di quei tempi.[842]I Cristiani ch'erano tuttavia la maggior parte della popolazione dell'isola, viveano in quattro condizionidiverse, cioè, indipendenti, tributarii, vassalli e schiavi; le quali partitamente prenderemo ad esaminare.Le popolazioni independenti dai Musulmani chiuse nelle proprie mura e obbedienti, più o meno, all'impero bizantino, riteneano i magistrati e gli ordini anteriori al conquisto. Pure, nell'ultima metà del nono secolo, forza era che seguisse tra loro una vicenda analoga alla restaurazione dei comuni nell'Italia di mezzo dopo il conquisto longobardo. Non potendo l'impero porre presidii per ogni luogo dell'isola, dovea tollerare, anzi procacciare che le terre forti per sito o per numero di cittadini si difendessero dassè, come le città italiane del settimo secolo; il che inevitabilmente accresceva autorità e baldanza all'aristocrazia della curia, base dei corpi municipali.Avvezzi ormai a combattere o patteggiare coi Musulmani; a cospirare col governo bizantino quando talvolta fossero stati soggiogati dal nemico; ad ordinare mosse militari, di accordo coi capitani imperiali di Castrogiovanni o di Siracusa, le città siciliane par che a poco a poco prendessero sembianze di confederate più tosto che suddite. Pertanto le istituzioni municipali, che in Grecia e altrove si dileguarono sotto il forte governo di Basilio Macedone, sì che poi Leone il Sapiente ne cancellò anco il nome, le istituzioni municipali, io dico, doveano rinvigorire, in quel medesimo tempo, nelle città di Val Demone che mantennero l'onor del nome cristiano in Sicilia. Ciò confermano parecchi cenni delle cronache: come sarebbero le pratiche dei Musulmani a Troina l'ottocento sessantasei; la missione d'un decurione per lo riscatto dei prigioni nell'ottantatrè; e tanti casi di guerra cessata o ripresa, nei quali è manifesto che operassero i municipii, non gli oficiali dell'impero. I ricordi ecclesiastici del tempo, dei quali si tratterà in questo capitolo, danno indizio anch'essi della autorità politica assunta dagli ottimati: senza che il sacerdozio non avrebbe con tanta rabbia aguzzato contro costoro il pungolo della satira. L'autorità municipale poi occupò ogni potere, ossia i comuni independenti operarono come repubbliche, negli ultimi anni del nono e i primi del decimo secolo; quando lo impero del tutto li abbandonò.Pari autorità civile, con minore possanza e niuna gloria, serbarono i municipii della seconda classe di popolazioni, vogliam dire le tributarie. Nei principiidel conquisto, tal condizione dovea parer comoda ai vincitori al par che ai vinti; sopratutto ai capi. E veramente, i condottieri musulmani senza fatica imborsavano il danaro e poteano scompartirlo con più largo arbitrio che il bottino; e i magistrati municipali si francavan dai pericoli della guerra, pagando agli Infedeli, poco più o poco meno, quel che soleano mandare a Costantinopoli; poteano inoltre distribuire il peso tra' lor miseri concittadini con maggiore ingiustizia che loro non ne concedessero le leggi dell'impero. Nondimeno l'odio religioso, il sentimento nazionale, e le molestie nascenti dalla licenza e discordia dei vincitori, sturbavano sovente i raziocinii dell'interesse materiale e spingeano l'aristocrazia municipale a spezzare i patti. Perchè quella società non sembri troppo più generosa dell'odierna società europea, si aggiunga lo scapito dei proprietarii, i cui servi e coloni spesso fuggivansi dai poderi; spezzandosi le catene dello schiavo altrui che riparasse in paese musulmano e si convertisse all'islamismo, divenuto liberto di Dio, come dicea Maometto.[843]S'aggiunga infine il bisogno che portava le colonie musulmane ad estendersi, e si comprenderà come avvenia sì sovente che le città tributarie si ribellassero o i Musulmani le assalissero con pretesti. Ricadendo sotto il giogo, erano ridotte a vassallaggio: talchè il numero delle tributarie scemò a poco a poco, e poi del tutto mancarono.Nel tempo che durava tal qualità di popolazioni, l'ordinamento loro è agevole a immaginare. Come nelle città independenti, così nelle tributarie l'autorità dovea risedere nei municipii. Del ritratto dei beni imperiali e comunali, aggiuntevi le contribuzioni su i cittadini, il municipio pagava il tributo detto dai Musulmanigezîaokharâg;[844]la somma del quale dipendea dai patti, e secondo le usanze musulmane si stipolava ordinariamente per dieci anni, dando statichi per sicurtà. È probabile che s'aggiugnesse il patto di svelare ai Musulmani le trame del governo imperiale; favorir le loro imprese e rispettare le persone e averi loro, come veggiamo stipolato da Mo'âwia-ibn-abi-Sofiân con gli abitatori di Cipro.[845]Soggiaceano al vassallaggio le terre prese per forza d'armi o a patti, come dicemmo. Nelle seconde per virtù del trattato, nelle prime per umanità e interesse a non desolare il paese, i Musulmani davano l'amân, o sicurtà, come suona in nostro linguaggio. Lasciate indietro le condizioni occasionali o transitorie di che si è fatta menzione nel racconto, come di consegnare un dato numero di schiavi, abbandonare una parte dello avere e somiglianti stipolazioni, la sostanza dello amân era questa. Cessava nel paesel'autorità politica dei Cristiani. I beni dello Stato, fors'anco del comune, e tutti o in parte i beni ecclesiastici, e quei dei cittadini uccisi o usciti, passavano in proprietà della repubblica musulmana; e insieme con le terre necessariamente andavano i servi o coloni che soleano coltivarle sotto gli antichi signori. Il rimanente della popolazione continuava a vivere secondo le proprie leggi e costumanze; e tutti gli uomini liberi, qual che si fosse lor grado e fortuna, si ragguagliavano dinanzi ai vincitori in unica condizione, che s'addimandava in arabicodsimmae lo individuodsimmi, che noi diremmo umiliato o suddito. Godeano ordinariamente pieno esercizio del dritto di proprietà.[846]La legge musulmana proteggea loro persone e averi con le medesime sanzioni penali che pei Musulmani[847]e ammetteva ogni contrattazione civile tra loro e i Musulmani, anche i lasciti per testamento.[848]Oltre le condizioni ragionevolmente chiamate essenziali; cioè che non parlassero con irriverenza del Corano, del Profeta, nè dell'Islâm, non dicessero villania a donne musulmane, non ingiuriasseroi soldati, non tentassero far proseliti tra i Musulmani e rispettassero i beni loro,[849]gli dsimmi andavano sottoposti a tre maniere d'aggravii: di finanza, di polizia civile e di polizia ecclesiastica.Gli aggravii di finanza addimandavansigezîaekharâg; la prima su le persone, il secondo su i beni stabili. La gezîa che suona compensazione, aggiungasi della sicurtà data alle persone e alla roba, era una tassa testatica di quarantotto dirhem all'anno[850]su i ricchi, ventiquattro su gli uomini di mezzane facultà, e dodici su i nullatenenti costretti a vivere di lavoro manuale, escluse le donne, i bambini, i frati, gli storpii, i ciechi, i mendici e gli schiavi. Kharâg vuol dire ritratto o rendita. Si levava, come le contribuzioni fondiarie dei tempi nostri, sul fruttato presunto, in ragion composta della estensione del terreno e maniera della cultura: e in alcune province musulmane fu in origine il venti per cento; ma la somma spesso restò invariabile, talchè scemata la rendita, il dazio tornò più grave. La gezîa cessava per conversione all'islamismo. Per contraddizione fiscale, necessaria al mantenimento dello Stato, il kharâg continuava non ostante che il possessore si convertisse, o che il podere passasse in man di Musulmano.[851]Ingiuriosi furono e molesti gli statuti di poliziacivile. Vietato agli dsimmi di portare armi, montar cavalli, metter selle su' loro asini o muli, fabbricare case più alte o al ragguaglio di quelle dei Musulmani, prendere nomi proprii in uso appo i Musulmani e fin di adoperare suggelli con leggende arabiche. Proibivasi di più che bevessero vino in pubblico, accompagnassero i cadaveri alla sepoltura con pompe funebri e piagnistei; e alle donne loro di entrare nel bagno quando fosservi donne musulmane e rimanervi quando quelle sopravvenissero. E perchè non si dimenticasse in alcuno istante la inferiorità loro, era ingiunto agli dsimmi di tenere un segno su le porte delle case, uno su le vestimenta, usare turbanti d'altra foggia e colore e sopratutto portare una cintura di cuoio o di lana. In strada eran costretti a cedere il passo ai Musulmani; stando in brigata, a levarsi in piè quando entrasse o uscisse uom della schiatta vincitrice.[852]Parrà mirabile dopo ciò la tolleranza dei regolamenti di polizia ecclesiastica, che limitavansi a vietare la costruzione di novelle chiese e monasteri, ma non già la restaurazione degli edifizii attuali.[853]Del rimanente era lecito alle chiese di redare;[854]liberissimo lo esercizio del culto nei tempii e nelle case;ma si inibiva di far mostra di croci in pubblico, leggere il vangelo sì alto che lo sentissero i Musulmani, ragionare del Messia con costoro, e suonare furiosamente campane o tabelle.[855]Non si intrometteanoi Musulmani nè punto nè poco nelle materie di domma, culto, o disciplina, e proteggeano ugualmente i sudditi cristiani di qualsivoglia setta.[856]A condizioni poco diverse il califo Omar aveva accordato l'Amân ai cittadini di Gerusalemme, il quale servì di norma in tutti i tempi, salvo i mutamenti consigliati dalle circostanze o dall'umor dei vincitori. I patti del vassallaggio si osservarono con rigore sotto i governanti duri o bacchettoni, e quando rincrudiva il fanatismo del popolo; si trascurarono più sovente per saviezza e dispregio di chi reggeva, e per la riputazione dei cristiani amministratori delle entrate pubbliche, medici, segretarii, cortigiani, grossi mercatanti, o innalzatisi in qual altro modo sappiano usare lo ingegno e l'astuzia per domare la forza brutale. Gli Ebrei, come ognun sa, e molti ne viveanoallora in Sicilia, soggiaceano alle medesime leggi. È bene di notare che quanto ho qui scritto degli dsimmi, quanto dirò degli schiavi, si ritrae dagli esempii d'altri paesi; ma che si dee ritenere prescritto anco in Sicilia, per la medesimità delle circostanze e la uniformità delle costumanze musulmane. Raccoglierò in altro luogo gli attestati risguardanti l'esercizio del culto cristiano in Sicilia, ch'è stato messo in forse per erronei supposti e poca attenzione alle generalità che or ora accennai.Se dalla condizione degli dsimmi ci volgiamo alle speciali istituzioni civili che fossero rimase loro, son da distinguere le terre abitate da soli cristiani e quelle ove stanziasse con loro qualche colonia musulmana. Nelle prime è probabile che fosse lasciato un avanzo di municipalità: magistrati eletti in qualunque modo dalla popolazione, col tristo carico di riscuotere la gezîa; con le rade cure edilizie che potessero occorrere tra tanta miseria; e di più vegliare su i mercati e amministrare la giustizia civile e penale nelle cause che non toccassero uomini musulmani. La giurisdizione di magistrati cristiani nelle terre di cui ragioniamo non può essere dubbia, quando la si esercitava per certo nelle terre che gli abitavano insieme coi Musulmani.Queste erano le città o castella di maggiore importanza militare, ovvero economica. In esse credo aboliti i municipii e commesse ad officiali musulmani tutte le parti della polizia urbana. Ma i Cristiani ritennero di certo le corporazioni di mestiere e di quartiere, che per lo più coincideano l'una con l'altranel medio evo. Così fatte associazioni, che si trovano negli ultimi tempi del dominio romano,[857]non furono distrutte al certo dagli Arabi, il cui reggimento n'avea d'uopo, e forse le creò laddove mancassero; perocchè la esecuzione delle leggi penali musulmane dipendea dalla responsabilità reciproca dei membri delle tribù o consorterie. A togliere ogni dubbio, è detto espressamente negli statuti penali che le ammende degli dsimmi debbano pagarsi dai loro 'akila ossiano ascritti alla medesima consorteria, e si vieta ai Musulmani di ascriversi in quelle degli dsimmi.[858]La istituzione delle consorterie necessariamente portava seco scelta di capi, vigilanza di costoro a prevenire i delitti la cui pena sarebbe ricaduta su la comunità; e infine, esercizio di giurisdizione civile affidata sia ai capi stessi, sia ad altri magistrati cui designasse la corporazione. A ciò conduceva il principio del compromesso, o vogliam dire giudizio per arbitri scelti dalle parti: giurisdizione unica degli antichi Arabi, come d'ogni popolo barbaro, accettata dai Musulmani, come da ogni popolo più civile,[859]e necessaria agli dsimmi che non avean comuni coi vincitori nè religione, nè costumi, nè ordini sociali, nè, per parecchi secoli, il linguaggio. E che tale giurisdizione volontaria fosse stata esercitata assai largamente, lo mostra un capitolo delle istituzioni musulmane relativo ai giudizii delle liti tra gli dsimmi; nelle quali era lasciato ad elezione delleparti di adire il giudice cristiano, ovvero il magistrato musulmano, il quale poi decidea secondo le proprie leggi.[860]Durano tuttavia così fatti ordini nelle popolazioni cristiane d'Oriente, ove la giurisdizione conciliativa e correzionale è attribuita per lo più alla gerarchia ecclesiastica, e la si estende molto più che negli stati cristiani, per ripugnanza della gente a richiedere il magistrato musulmano, e per timore delle molestie ed estorsioni di quello.[861]Venendo agli uomini di condizione servile, noi lasceremo indietro que' che viveano nella società cristiana sotto l'antico giogo delle leggi romane; se non che dovea mitigarsi lor sorte nelle città independenti e tributarie, per paura che i servi e coloni non si emancipassero rinnegando la fede, e nelle popolazioni vassalle, per lo esempio dei signori musulmani. Appo costoro la schiavitù ebbe origine di tre maniere diverse: uomini liberi presi in guerra; uomini venduti da altri Musulmani o Cristiani che li avessero tolto d'altri paesi per violenza o frode; e in ultimo, com'e' non parmi dubbio, servi della gleba passati in proprietà dei Musulmani insieme coi poderi.L'origine non portava divario nella condizione. I Musulmani chiamavanli indistintamenterekîk, che vuoi dire “minuto o sottile” ememlûk, cioè “posseduto:”[862]orribile parola; ma il fatto era più mite; nè la legge tenea gli schiavi come cose più tosto che persone. Se Gregorio il grande meritò bene della umanità pei liberali precetti, non accompagnati sempre dallo esempio, a favor degli schiavi, Maometto va lodato sopra di lui per avere, venti anni appresso la morte di San Gregorio, migliorato assai più la condizione di coteste vittime della forza e dell'avarizia. Non potendo, come già il notammo,[863]cassare d'un tratto la schiavitù, fece opera ad alleggerirla ed abbreviarla. Ora in nome dell'Eterno comandava di usare carità agli schiavi come ai figliuoli, congiunti, orfanelli, mendici e viandanti,[864]e insinuava di dar loro abilità a riscattarsi col frutto del proprio lavoro.[865]Or ponea l'emancipazione d'uno schiavo ad ammenda di omicidio scusabile,[866]voto infranto, o ritrattazione di divorzio precipitoso;[867]rendea libera di dritto la schiava che avesse partorito un figliuolo al suo signore,[868]e chiamava reo di morte il padrone omicida del proprio schiavo;[869]comechè egli non abbiasempre fatto osservare questa legge e che la logica dei giuristi l'abbia del tutto annullato.[870]Tanto pure avanzò di quei caritatevoli insegnamenti, che lo schiavo, secondo legge musulmana, non può andar messo in catene;[871]e che la emancipazione, accordata volentieri dai generosi, carpita quasi dalla legge agli animi duri e taccagni, si effettuava a capo di parecchi anni di servigio; sopratutto venendo a morte il padrone, e fattosi musulmano lo schiavo.[872]Superfluo parmi d'avvertire che la schiavitù sotto gli Arabi inciviliti del nono secolo, non va punto rassomigliata a quella appo i pirati barbareschi, vergogna dell'Europa infino ai principii del secol nostro. Potrebbe per avventura farsi il ragguaglio con gli Stati cattolici e feudali del medio evo e con le due nazioni più giovani del mondo, cristiane entrambe e modello l'una di dispotismo, l'altra di libertà: e la bilancia penderebbe sempre a favor degli Arabi.La somma è che la schiatta vinta in Sicilia vivea meno aggravata sotto i Musulmani, che le popolazioni italiche di terraferma sotto i Longobardi e i Franchi. L'ostacolo della diversa religione dovea scemare ogni dì per le apostasie dei vassalli, e assaipiù degli uomini di condizione servile, i quali per conseguire libertà si rifuggissero appo i Musulmani dalle città independenti o tributarie; ovvero, se schiavi di Musulmani, abbandonassero la fede dei padri loro per le sollecitazioni dei nuovi signori, la certezza di più umani trattamenti, la speranza dell'emancipazione e la lontananza dai correligionarii. La distribuzione geografica delle quattro classi della gente cristiana nel nono secolo, non mi par difficile a ritrovare. Il Val di Mazara, sede delle colonie musulmane, era pieno di schiavi e vassalli; e cotesti ultimi soggiornavano in città e terre insieme coi Musulmani, più tosto che soli.[873]Al contrario gli abitatori del Val di Noto, per un secolo in circa dalla metà del nono alla metà del decimo, sembran tutti cristiani, e le città loro più tostò vassalle che tributarie.[874]Tutte le città independenti, come già il dicemmo, e alcuna tributaria, eran ristrette in Val Demone.Dall'ordine politico e sociale or ci volgeremo alle vicende intellettuali e morali. Avremo a scorta le memorie ecclesiastiche: unici annali dell'uman pensiero, nei tempi che il pensiero, incatenato dalla religione, in ciò solamente si esercitò che piacesse alla Chiesa; e i pochi frutti che produsse andaron a beneficioe nome di quella, com'avvien che il servo si affatichi sempre a comodo del padrone. La unità di cotesta forza motrice della società bizantina di Sicilia ci porta a seguire l'ordine cronologico, più tosto che la distinzione per materie, come sarebbero opinioni religiose, passioni pubbliche, lettere, costumi. E piacerà fors'anco al lettore a guardare, in vece di circoli ideologici, i ritratti degli uomini notabili del tempo, bene o mal dipinti che fossero.Della storia ecclesiastica propriamente detta, ci basterà ricordare le due vicende principali; cioè la restaurazione delle Immagini e lo scisma di Fozio. L'una accrebbe potenza al clero non meno che agli imperatori, sendo stato il popol di Sicilia tenacissimo in quel culto. Lo scisma di Fozio, lite nazionale più tosto che religiosa, tra Roma e Costantinopoli, non portò scosse nell'isola, ove il papa era già caduto in obblio. Perocchè nell'ottavo secolo, senza contrasto nè rincrescimento dei popoli, s'era consumata la scissione della Chiesa Siciliana dalla sede di Roma.[875]Ubbidì la Sicilia allora al Patriarca di Costantinopoli. I vescovi di Siracusa e Catania ottennero grado di metropolitani; il secondo senza suffraganei; il primo preposto a tutte le sedi da Catania in fuori: cioè Taormina, Messina, Cefalù, Termini, Palermo, Trapani, Lilibeo, Triocala, Girgenti, Tindaro, Lentini, Alesa, Malta e Lipari.[876]Dopo il conquisto musulmanodistrutta alcuna città, altra fatta stanza dei Musulmani, parecchi vescovadi caddero, o ne rimase il nome solo, non sappiam quali, nè in quali anni; perocchè in vano si cercherebbero le vestigia di cotesti mutamenti nelle copie diverse del catalogo attribuito a Leone il Sapiente. Pure il fatto è certo, perchè necessario, e perchè le soscrizioni dei vescovi siciliani scompariscono a poco a poco dagli atti dei concilii; non si parla più di loro nelle croniche; e il solo di cui si abbia memoria, verso la fine dell'undecimo secolo, è quel di Palermo, chiamato arcivescovo; del qual cenno noi tratteremo a suo luogo.Aprendo i volumi delle agiografie siciliane recamaraviglia lo scarsissimo numero dei martiri dell'epoca musulmana. A spiegar ciò non basta la dimenticanza che necessariamente seguì nel decimo e undecimo secolo, quando la più parte della popolazione confessava un Dio solo e Maometto apostol di lui. Sendo rimasi tuttavia molti Cristiani in Sicilia, e surti in Calabria novelli monasteri ove riparavano frati siciliani, è manifesto che la tradizione non potea perire. Martiri da un'altra mano non ne mancavano. Migliaia di combattenti, fatti prigioni e proposta loro talvolta, a rigor del dritto di guerra, l'alternativa tra l'apostasia e la morte, eleggeano francamente la morte; come fecero sempre e in ogni luogo i soldati dell'impero bizantino. Ma il clero non volea santi laici, molto meno soldati; e di certo mandava all'inferno quei martiri che innanzi non fossero stati bacchettoni. De' suoi, il clero non ne forniva; perdonandosi per legge musulmana la vita ai preti e ai frati fuorchè se avessero combattuto: il che non avveniva giammai nella Chiesa Greca. Perciò sì poche le vittime cui il martirio desse titolo di santità. Si noverano tra quelle, nel primo impeto del conquisto, San Filareto e altri frati di che facemmo ricordo nell'assedio di Palermo (831): e furon presi fuggendo.Contemporaneo di San Filareto un grande oratore sacro, Teofane Cerameo arcivescovo di Taormina: che sembra onoranza personale, se pure negli sconvolgimenti ecclesiastici e politici di quel tempo la dignità metropolitana non fu accordata e tosto ritolta alla detta sede. Di Teofane Cerameo si ha notizia per un'ampia raccolta di omelie greche, dellequali ci avanzano da quaranta esemplari,[877]la più parte col nome di lui, altri di Gregorio Cerameo, Giovanni Cerameo, Cerameo soltanto, e infine Filippo, chiamato poi, com'aggiugnesi ne' manoscritti, Filagato, monaco e filosofo.[878]Ostinandosi a riferire tutte le omelie a un medesimo autore, gli eruditi che le studiavano, disputarono vanamente su l'età in cui fosse vivuto. Lo Scorso, gesuita siciliano il quale pubblicò per lo primo a Parigi (1644) il testo e la versione latina di sessantadue omelie, le volle tirar su tutte al nono secolo; e infelicemente cavillò per adattare a quei tempi le vestigia del duodecimo secolo che si toccan con mano in alcune di coteste omelie.[879]Il dotto Guglielmo Cave, al contrario, opinò che la raccolta appartenesse al secolo undecimo, e dovea dire duodecimo.[880]Ha sostenuto questa medesima sentenzail sacerdote Niccolò Buscemi da Palermo (1832) illustrando la materia con le notizie di altri manoscritti, tra i quali uno di Madrid, che contiene altre ventinove omelie inedite, e che fu rubato probabilmente alla Sicilia.[881]Ma per vero si debbono riconoscere, come il pensò quel savio monsignor Di Giovanni,[882]almen due autori; l'uno dei quali visse di certo nel nono secolo, l'altro di certo nel duodecimo. La prova del primo assunto si vedrà or ora. Quella del secondo è che cinque orazioni,[883]come leggesi in alcuni codici, furono recitate “nel palagio di Palermo, in Palermo dinanzi il re, nel monastero del Salvatore di Messina[884]nella chiesa di Santo Stefano in Palermoe sul pulpito della chiesa metropolitana della stessa città.” A togliere il dubbio che il predicatore moderno le avesse rubato tutte all'antico, una di coteste orazioni contiene lo elogio funebre del primo cantore del detto monastero del Salvatore;[885]e un'altra la più precisa descrizione che far si possa della cappella palatina di Palermo, coi mosaici e i marmi di che la arricchirono i principi normanni.[886]Par che cotesto oratore sia appunto Filagato del quale dicemmo: e può supporsi ch'egli abbia aggiunto del suo qua e là; composto qualche omelia; tolto di peso le altre da antichi codici; e spacciato tutto per roba propria. Altri probabilmente replicò il plagio, e così andrebbe spiegata la diversità dei nomi d'autori, che s'incontrano nei varii manoscritti.[887]Quanto alle omelie che non portan sì chiara la divisa della età, molte sembrano da attribuirsi all'autore del nono secolo.[888]Senza avvilupparci in oziose questioni, chiameremo costui Teofane, soprannominato Cerameo dallapatria o dal casato. Ei passò, come pare, da un monastero al seggio vescovile di Taormina; ed affrontando l'ira del governo iconoclasta, fu bandito dalla diocesi; come lo mostra il caldo esordio d'una omelia recitata dal pulpito di Taormina.[889]“Avea durato, ei dicea, lungi dai suoi figliuoli in Cristo, la tirannide d'un amor violento; avea bramato di rivederli come il terreno arso e screpolato brama la pioggia: e dileguinsi, ei continuava, le rughe delle nostre fronti, poichè ci è dato di tornar tutti insieme a venerare questa effigie di Maria non dipinta da man d'uomo.”[890]Non guari dopo, quel dì stesso che si festeggiò per tutto lo impero la restaurazione delle Immagini (842), Teofane esponea con dire vibrato e conciso la storia degli Iconoclasti. Certi maghi ebrei vaticinarono la futura grandezza a Leone Isaurico; e lo spinsero a dar principio all'eresia. Serpente nato di un dragone, succedeva all'Isaurico, nell'impero e nella empietà, Costantino Copronimo: e rincalzava la persecuzione un altro Leone (l'Armeno) indegno della porpora; stigandolo alla mal opra quel falso abbate, che solea rintanarsi in un casolare, e uscir come pipistrello su l'imbrunire del dì.[891]Narrapoi il noto fatto di Teodora e del giullare che la scoprì; scansa prudentemente il nome del crudele Teofilo; e ne viene al concilio di Costantinopoli; alle lodi della imperatrice che rendeva alla Chiesa le immagini, quasi tolti ornamenti e segni di gloria; e sì esorta i fedeli a celebrare il fausto evento, abbominando i capi e fautori dell'empietà, venerando e baciando le immagini, non per idolatria, ma per onorare i prototipi di quelle: e conchiude, contro le premesse, con raccomandare a tutti carità, misericordia, penitenza.[892]La data dell'anno, mese e giorno è scritta quivi a caratteri indelebili. Quella del secolo si trova in due altre omelie, dove l'oratore volgeasi al cielo, pregando aiuto agli ortodossi imperatori contro gli empii figli di Agar, insultatori del culto cristiano;[893]e in un'altra ove discorre le voluttà dei Gentili, e dei nostri vicini Ismaeliti, ei dice, che si scambian le mogli.[894]I dubbii cronologici che abbiam toccato, e la tendenza degli oratori sacri, come dei poeti satirici, ad abbozzare piuttosto caricature che ritratti, ci consiglianoa molta circospezione nel dedurre dalle dette omelie i costumi della Sicilia cristiana nel nono secolo. Esagerate sembrano invero le invettive che il nostro oratore lanciava da petto a petto al popolo di Taormina, il dì festivo di San Pancrazio, primo vescovo, che si supponea, della città. Tornato in fretta di Palermo, Teofane, ancorchè spossato, com'ei dicea, dal viaggio, montava sul pulpito a sfogar sua collera. Ponea per testo le parole del Vangelo: “Son io la porta” (Giovanni, X, 9); e, spiegatele, veniane alla conchiusione, che il clero farebbe opera a non imitare i pastori mercenarii e ladri, ma i fedeli dovessero alsì fuggire l'esempio de' capretti che corrono a precipitar nei dirupi. E passando alle gesta del santo che si festeggiava: “In questa nostra isola, ei dicea, venne Pancrazio, e in questa città di Taormina; sì, città del toro e delle Menadi,[895]del furore e della mania, in questa terra ove siam dannati a soggiornare.” Poi facendo parola degli idoli Falcone, Lissa e Scamandro abbattuti da San Pancrazio, esortava i cittadini “a metter giù anch'essi i loro idoli, cioè le fiere passioni dell'animo; ad esercitarsi in buone opere; massime quei che il poteano, gli ottimati dell'empia città, ottimati, ei ripigliò, cioè più cospicui nei vizii.”[896]Il viaggio di Palermo, la perturbazione politica che si può argomentare da quella puntata contro i grandi, accennerebbero ai tempi della rivoluzione d'Eufemio, nei quali regnavaMichele il Balbo, nè correan troppo pericolo gli adoratori delle immagini. Si potrebbe riferire per avventura ai principii del regno di Teofilo un'altra omelia recitata il dì di San Pantaleone, quando il sacro oratore rampognò gli uditori che venissero alla festa per vendere le merci più che a sentir la parola del Signore; e provocò al certo la potestà temporale, ricordando che Cristo avesse mandato suoi discepoli come pecore tra i lupi, e preveduto che monarchi, caporioni e tiranni sorgerebbero contro la predicazione del vangelo.[897]Un altro grave sermone tocca particolarmente i costumi privati. Spaventevole siccità travagliava il paese; il suolo non poteva intaccarsi ormai con aratro nè zappa.[898]L'oratore, costernato, parlando a gente costernata, descrive diffusamente, e pur con vivezza e forza d'immagini, la pubblica calamità. Commossi gli animi, risalisce, secondo suo mestiere, alla causa di tutti i mali, il peccato. “E questo flagello ne percuote, ei sclamava, perchè ci rodiamo d'invidia; perchè vogliamo superbire contro gl'infimi; godiamo nel mal del prossimo; ne laceriamo l'un l'altro a calunnie; ci abbandoniamo a stolte cupidigie; siam rotti a lussuria;[899]lupi affamati nell'avere altrui; stizzosi peggio che cameli; senza carità pei poverelli; senza rispetto verso laChiesa. E i ministri della Chiesa (ei continua nell'impeto dell'orazione) non son essi i primi agli scandali; non si ingiuriano tra loro; non si odiano; non cercan vendetta; non si tendono insidie reciprocamente; e, vedendo il peccato in trionfo, non stan essi mutoli? I laici poi perchè guardan la gobba dei sacerdoti, e non la propria loro? E che! la città è piena di vizii; odo far giuramenti ogni dì, non ostante ch'io v'abbia ammonito a scansarli,[900]e vi abbia presagito la collera del cielo: qual maraviglia dunque che vi si apparecchi tal mèsse e tal vendemmia, e che Iddio gastighi tutti per le peccata dei pochi, e fin gli animali e il terreno per le peccata degli uomini?”[901]In tutta questa diceria non si trova sillaba che indichi appunto i tempi. Nondimeno quello scrupolo a far giuramenti, quella turbolenza del clero, mi fan pensare al nono secolo più tosto che alla prima metà del duodecimo.Dello stile di Teofane ho dato esempio negli squarci che precedono. Non parmi carico di ornamenti quanto portava il gusto grosso di quei tempi. Anzi, in generale, la narrazione dei fatti semplice, tersa, impaziente, mi torna a mente il Maurolico, vivuto otto secoli appresso, nato com'e' pare della stessa buona schiatta greca del Valdemone; ma l'oratore sacro di Taormina non potea sempre mantener la sobrietà del geometra e storiografo messinese. Suole intessere le prediche con bel metodo.Dopo breve e leggiadro esordio pone il testo del vangelo; lo spiega nitidamente, e con saviezza rara a quei tempi sviluppa i principii morali più volentieri che sprofondarsi in astrazioni teologiche. Guardinsi dunque le opere di Teofane da qualunque lato si voglia, si dovran tenere come uno dei migliori esempii della eloquenza sacra appo i Greci dei bassi tempi.[902]Lascio ad altri a indagare se appartenga a Teofane un trattato didattico che si trova manoscritto a Torino; e chi sia l'autore delle altre omelie diverse che possiede, anco manoscritte, la Biblioteca di Vienna col nome di Giovanni Cerameo.[903]Nel medesimo tempo altri Siciliani coglieano palme a lor modo, gittandosi, a Costantinopoli, nel centro della mischia contro gl'Iconoclasti. Primeggiò tra loro San Metodio, nato a Siracusa di cospicua famiglia; avviato agli studii di grammatica, storia e rettorica; mandato giovane a corte: ma l'ebbe a noia; e, persuaso da un frate, vestì la cocolla, dato prima ogni suo avere per amor di Dio ai poverelli. Così il puzzo del basso impero facea rifuggire nel chiostro gli animi generosi, che non vi fossero stati spinti già prima da preoccupazioni ascetiche; e la società civile perdea vigore; la religiosa ne prendeatroppo, e sfogavalo in vane contese. Metodio pertanto si ricacciò suo malgrado tra i tumulti del mondo. Parlando speditamente, come nato in Sicilia, il greco e il latino, fu mandato una volta a Roma; tornò più caldo di zelo ortodosso e ardire contro la potestà civile; parteggiò sì fieramente per Niceforo patriarca di Costantinopoli, che, cacciato costui (814), egli fu costretto a ripararsi a Roma; e dimorovvi fino alla morte di Leone l'Armeno (820). Il papa allora l'inviava a nunzio appo Michele il Balbo; e questi, tenendo ribelle il papa e più ribelle Metodio, ch'era nato suddito suo e cadutogli tra le mani, lo fe' vergheggiare crudelmente; poi trasportare in un isolotto detto di Sant'Andrea, o secondo altri Antigono, nel mar di Marmara; chiuderlo in carcere sotterraneo con due condannati per misfatti; un de' quali venne a morte, e il cadavere fu lasciato coi compagni vivi. Dopo sette anni, Teofilo aguzzando il pazzo cervello a comprender non so che scritto, a persuasione di un cortigiano, lo mandò a Metodio; si compiacque della interpretazione; volle appo di sè il sapiente; gli diè pensione e stanza in corte; e poco appresso gli fe' sentir di nuovo il bastone e la muda, poichè l'ostinato Siciliano ripigliava sotto mano sue argomentazioni a pro del culto delle immagini. Ma liberato per novello ghiribizzo dello imperatore, Metodio, da savio, si messe a disputare con lui in persona; lo scosse; e certo lo stuzzicò in guisa, che Teofilo non sapendo star senza di lui, o temendo che facesse brogli a Costantinopoli,[904]sel tirava dietro quando egli andavaa scapricciarsi alla guerra. È noto come, alla morte di Teofilo, l'imperatrice Teodora, volendo por fine alla eresia, la prima cosa cacciava per violenza il patriarca Giovanni Lecanomante. A lui fu surrogato Metodio, ch'era tenuto capo di parte ortodossa, per la dottrina, la pietà, la fortezza dell'animo, e di certo ancora per quelle pratiche già si sospette a Teofilo. Degnamente esercitò l'autorità patriarcale. Con agevolezza confuse i nemici che l'accusavano di violenza fatta a una donna; alla età sua, macerato e consunto come egli era dal carcere duro degli Iconoclasti,[905]ove avea perduto i denti e i capelli. Rese poscia gli estremi ufficii ai compagni di persecuzione, facendo opera a tramutare in Costantinopoli i cadaveri di que' ch'eran morti in esilio. E mancò l'anno appresso (847); lasciando fama di santità, e parecchi panegirici, e scritti disciplinari.[906]Succedette a Metodio un figliuolo dello imperatore Michele Rangabe, per nome Niceta, detto Ignazio dopo la esaltazione al patriarcato: eunuco molto pio; divenuto inaspettatamente illustre e santo, perchèfu nemico di Fozio. Lo scisma di Fozio il quale covava da secoli, per la rivalità delle Chiese di Roma e di Costantinopoli, divampò per gelosia politica contro i papi, per mene di corte a Costantinopoli: pur egli è vero che la prima scintilla fosse stata gittata da Gregorio Asbesta, vescovo di Siracusa.[907]Ignazio, contro il consiglio dei suoi più fidati, avea vietato a costui di assistere alla sua consacrazione, come incolpato di non so che trasgressione disciplinare; lievissima al certo, poichè non fu mai specificata.[908]“Ma chi può spiegar con parole, sclama il biografo di Santo Ignazio, quanti scandali seguitassero da ciò; quanta rabbia di vendetta s'accendesse in petto a quel fier Siciliano,[909]che trovato Fozio lo mise su e il consagrò?”[910]Alla dura tempra dell'animo, audace, intollerante, superbo, Gregorio Asbesta congiungea chiaro ingegno, parlare insinuante, gran dottrina, pietà, costumi irreprensibili, e per colmo de' mali, ripiglia il biografo, fu anco buon dipintore:[911]ed abusonnein certo libello d'accusa, nel quale andò istoriando con sette miniature quel che bramava: il suo nemico, cioè, catturato, deposto, incatenato, messo in gogna, condannato e condotto al supplizio.[912]Prima che l'arcivescovo siracusano arrivasse a tanta rabbia, il patriarca l'avea fatto deporre in un sinodo (854). Adescato a portare la causa al papa, Gregorio sdegnò assoggettar di nuovo la sede siracusana alla romana onde s'era sciolta;[913]ovvero non gli bastò di uscir di briga, senza vendicarsi d'Ignazio. Non placato perchè questi or lo venisse piaggiando,[914]Asbesta diessi a lacerare il suo nome per tutta la città; a far brogli con vescovi e preti malcontenti; e s'aprì la via appo Fozio, primo scudiero dello imperatore, chiarissimo per sangue, ingegno e immensa dottrina, bel parlatore, uom di Stato e gradito al dotto Cesare Barda che reggea l'imperatore e l'impero. Il santo eunuco a questo, per ragguagliar le forze, gittatosi in braccio a papa Benedetto III, fece approvare da Roma la condannagione del vescovo di Siracusa;[915]il che Fozio e Barda tennero come caso di maestà. La lite s'innasprì per offese private: alfine Ignazio era cacciatodalla sede; rifatto patriarca Fozio; consagrato dal vescovo di Siracusa (858), il quale si avvilì incalzando la persecuzione contro il nemico caduto. Non occorre aggiugnere che il papa e il nuovo patriarca vennero alle prese; che, per trovar pretesto a tanto furore di rivalità mondana, si disputò sulla processione dello Spirito Santo; che Fozio osò deporre il papa (867); che si discese anco ai pettegolezzi: lagnandosi Michele III che papa Niccolò I gli scrivesse in idioma barbarico e scitico, e volea dire il latino; e rimbeccandogli Niccolò ch'era da stolto a rinvilir sì quella lingua, e volersi chiamar tuttavia imperator dei Romani.[916]La fortuna subitamente voltò quando Basilio Macedone, per togliersi d'inutile briga (867), redintegrò Ignazio nella sede:[917]e non mancarono allora cento vescovi, che, adunati in Concilio, condannavano i lor due fratelli, rei di perduta grazia del principe. Quivi Fozio e Gregorio apparvero più grandi che prima, gettando parole di disprezzo in faccia ai vili giudici (29 ottobre 869).[918]Dieci anni appresso, mancato Ignazio, esaltato di nuovo Fozio, diè meritamente a Gregorio la sede metropolitana di Nicea; ove tosto morì (878), e la sua memoria fu onorata da un elogio del patriarca di Costantinopoli, che per dottrina superava ogni altr'uomo di quei tempi.[919]Di sì gran momento furono due Siciliani nelle principali contese ecclesiastiche che si agitarono nel nono secolo tra l'Oriente e l'Occidente: l'una terminata per man di Metodio; l'altra accesa da Gregorio Asbesta.In entrambe comparve, ma non tra i primi, San Giuseppe, detto l'Innografo, siciliano anch'egli. Nato, non sappiamo in quale città, da un Plotino e un'Agata, riparava coi genitori nel Peloponneso per fuggire la crudeltà dei Musulmani, dice il monaco biografo e forse discepolo di lui; aggiugnendo vaghe frasi di stragi, rapine, cattività, con che i Barbari affliggessero la Sicilia, isola nobilissima per la fama di Dionisio e di San Giuseppe Innografo. Entrò questi in un monastero di Tessalonica a quindici anni: studioso, solitario, taciturno; si straziava d'astinenza; percoteasi il petto con pietre; a usanza dei monachi greci si confessava gran peccatore indegno del sacerdozio, al quale fu assunto, suo malgrado, da un santo, che voleva adoperarlo a muover sedizioni contro gli Iconoclasti.[920]Mandato dunque per le bisogne della fazione a Roma, cadeva in mano di corsari musulmani, che sel recarono a Creta; e quivi metteasi ad esortare il vescovo contro la eresia; confortava al martirio un compagno di prigione, venuto in procinto di rinnegare la fede cristiana. Egli, dileguatosi prodigiosamente dal carcere, viaggiò per aria a Costantinopoli.[921]Indi corse in Tessaglia a fondare unmonastero in onor di San Bartolomeo, il quale, per rendergli cortesia, gli apparve in sogno; il benedisse e il fe' poeta. E però, conchiude il biografo, i suoi versi rendono sì svariata e celeste armonia, calman l'ira, muovono al pianto, e ogni nazione li ha voltato in suo linguaggio: e su, gettate via gli altri poeti e vi basti l'Innografo!Sciocco quanto si voglia così fatto parlare, la storia può cavarne costrutto. La seconda favola ci attesta come l'Innografo si fosse dato a far versi in età matura, a forza di studio; e come i Greci del nono secolo tanto avessero preso ad imitare gli antichi, che lor era mestieri di rimetter su l'oficio di Apollo e investirne un santo cristiano. Cotesto movimento letterario, reminiscenza di gioventù d'una società decrepita, s'era già manifestato nella prima metà del secolo, come il provano le opere di Teofane Cerameo, la vita di Metodio, l'aneddoto di Teofilo con costui, e l'altro sì noto col matematico Leone fatto poi vescovo di Tessalonica. Par che Teofilo stesso abbia principiato,[922]e il Cesare Barda compiuto, sotto il regno di Michele Terzo, la istituzione dell'Accademia nel palagio imperiale detto la Magnaura; ove dapprima si dettero lezioni di filosofia e scienze esatte, compresavi la musica;[923]e, spartiti meglio gli studii o accresciuto il numero dei professori, si lesserofilosofia, geometria, astronomia, grammatica greca: sappiamo inoltre che privati avessero preso già ad insegnare l'arte poetica a Costantinopoli, e altri fosse ito ricercando i tesori dell'antica sapienza e letteratura, qua e là, pei monasteri della Grecia.[924]Un grande istorico[925]ha attribuito così fatta ristorazione di studii a voglia che avesse la corte bizantina di gareggiare coi califi; ma questa non potea esser la sola, nè anco la primaria cagione. I movimenti intellettuali sogliono nascere nel popolo: e la lite delle Immagini, che agitava la cristianità da più di un secolo, aveva aguzzato gl'ingegni, come fa ogni grande contesa. Cercavan armi nella filosofia gli Iconoclasti; dalle cui file appunto veggiamo uscire il primo professore della Magnaura. Gli Iconolatri, al contrario, per necessità dello intento loro, si doveano raccomandare alla estetica; sforzarsi a imitare la magic'arte dei classici pagani, il manco male che potessero: nè per caso è che n'apparivano in Sicilia i primi segni; ma perchè nell'isola più caldamente e forse con minor pericolo si parteggiava. Indi il frate siciliano diessi a coltivare la poesia sacra, tentata al certo innanzi di lui, ma con minore riputazione. Ei si provò a far versi, con un po' d'orecchio in vece d'estro: la lingua greca gli prestò parole pieghevoli e sonore; le idee e i sentimenti suoi, che or ci promuovono il sonno, avean virtù allora di beare gli ascoltatori: e così fece proseliti alle immagini; e lo studio di parte, il pessimo gusto del secolo, forse la novità ch'ei recava inquelle composizioni gli procacciarono sì gran fama. Teofilo il bandì a Cherson in fondo al Mar Nero. Tornate le immagini sugli altari, il patriarca Ignazio (848) l'ebbe caro e lo deputò alla custodia dei vasi sacri d'una basilica. Dopo la morte del quale, sia per la riputazione letteraria, sia per la scaltrezza, chè ci lodan l'Innografo di leggere ogni pensiero negli occhi altrui, egli divenne intimo, dicon anche consigliere, di Fozio. Ciò nondimeno è entrato nel catalogo dei Santi.[926]Poichè ci è occorso di toccare la poesia sacra, parleremo qui di Sergio, frate in un monastero di San Calogero, ch'era probabilmente su la montagna di questo nome presso Sciacca. Abbiam contezza di lui per un lungo inno e un frammento; il testo greco dei quali si trovò nell'antico monastero di San Filippo di Fragalà in Sicilia. L'inno fu recitato il dì della festa annuale di San Calogero, dinanzi una calca che vi traea di monaci e popolo: e tra gravi pericoli viveano essi al certo, poichè l'autore or innalzava una preghiera a San Calogero che campasse il paese dalle minacce, guasti e assalti dei nemici; or volgeasialla madre di Cristo per impetrar la riscossa dal giogo degli Ismaeliti, e più volte ei ritornava a quest'argomento. Da ciò parmi che a quel tempo Sciacca fosse città tributaria; nella qual condizione si pativano insieme il giogo e i pericoli. La invocazione che troviamo a pro degli ortodossi imperatori non esclude tal supposto; e ci dà un barlume per iscoprire l'epoca: i primi dodici anni, credo io, del regno di Michele Terzo (842-854), quando regnava per lui la madre, e molte castella della regione ov'è Sciacca aveano fermato coi Musulmani un patto che infransero di lì a poco.[927]Non sappiamo se sia vivuto in questo tempo medesimo Costantino di Sicilia di cui ci avanza un solo epigramma, nè anco intero.[928]Più che cotesti miseri versi d'un'epoca di decadenza, ci premerebbe di ritrovare una cronaca greca, che pare inedita e passò sotto gli occhi di alcuni eruditi del secolo decimosesto; ma poi se n'è perduta la traccia. La quale cronaca, attribuita ad un Giovanni di Sicilia, principiando, al solito, dalla creazione del mondo, correa fino all'anno ottocentoottantasei; onde si suppose che l'autore fosse morto in quel tempo. Forse egli è il Siciliano, o pedagogo siciliano, di cui fanno menzione il Cedreno e Giovanni Scilitze, tra gli scrittori dell'istoria bizantina, anteriori all'undecimo secolo.[929]Forse è lo stessoGiovanni di Sicilia che comentò l'arte oratoria di Ermogene.[930]La cronica serbavasi nella Biblioteca Elettorale Palatina, dove par l'abbia veduto il Sylburgius; su la fede del quale e del Possevino, il Vossio registrò Giovanni di Sicilia tra gli storici bizantini, e conghietturò esser passato il MS. dalla Biblioteca Palatina nella Vaticana.[931]Lo Schoëll, ignoro su qual fondamento, affermò rinvenirsi il MS. nella Biblioteca di Vienna, con una continuazione infino al milledugento ventidue;[932]ma è lecito crederlo uno sbaglio dell'illustre filologo alemanno, poichè, se nol fosse, e i dotti editori di Bonn avrebbero pubblicato questo MS. nella Bizantina, e lo si troverebbe nel Catalogo di Daniele de Nessel. Rimane dunque il dubbio se il libro siasi perduto; se giaccia dimenticato nella Vaticana; ovvero se sia pubblicato sotto altro nome, per esempio, di Michele Glycas, ch'è è detto slmilmente Siciliano e che fece un magrissimo compendio storico dal principio del mondo all'anno 1118.Lungi dalla patria e dai pericoli vissero due altri illustri Siciliani, Atanasio vescovo di Modone e Pietro vescovo degli Argivi che scrisse lo elogio funebre di Atanasio. Facendosi a narrare i primianni della costui vita, Pietro ricorda la Sicilia come figliuolo amorevole ancorchè rettorico: e son le sole parole di carità cittadina che troviamo negli scritti dei preti siciliani del nono secolo. “Prima fu patria d'Atanasio il Cielo, poi Catania e la Sicilia, dice l'oratore; quell'isola famosa di cui potrei lodare il sito, la vastità, la bellezza, il temperamento dell'aere, la salubrità delle acque, i boschi, i folti giardini, la sapienza, prudenza, fortezza e giustizia degli uomini, e potrei noverare tanti illustri personaggi che vi nasceano; ma basti dir di Sant'Agata, la verginella, le cui reliquie rattengono la lava quando precipita dall'Etna. Ma a me non conviensi dilettarmi nelle lodi di patria terrena, poichè Atanasio, invaghito del Cielo, sdegnò quella come luogo d'esilio. Dalle rovine e tramonto della patria spuntò la novella luce di tant'uomo. Le avversità cimentarongli l'animo, come il fuoco affina l'oro, come i turbini di venti e i torrenti straripati mettono a prova la saldezza degli edifizii. Una barbarica genía d'Ismaeliti e Agareni era venuta a punir le nostre prevaricazioni e ostinazione al peccato. Quasi carnefici che vendicassero la divina giustizia, saccheggiarono e guastaron tante cittadi; fecero strazio di borghesi e di contadini; quale uccisero col ferro, qual fecero perire di fame o ne' flutti del mare; altri dettero a perpetue catene di servitù; altri aggravarono di miserie insopportabili; altri sforzarono a fuggire di Sicilia e andar vagando in terra straniera. Tra questi ultimi furono i genitori di Atanasio, i quali, senza mormorar contro Dio, ripararono a Patrasso in Peloponneso, nonpotendo guardare ad occhi asciutti il gregge di Cristo, la eletta dei Santi e il regio Sacerdozio calpestati dagli empii; non comportare il superbo disprezzo e la irrisione ai nostri mali.” Dopo questo esordio, che ho tradotto scorciandolo alquanto, vien la vita religiosa: come il santo giovanetto entrasse in monastero; come ne fosse fatto superiore; indi esaltato al seggio vescovile di Modone; e quivi risplendesse d'ogni virtù che s'appartenga a pastore d'anime: pio, caritatevole, forte, consolatore degli afflitti, vendicatore degli oppressi. “Questa, sclamava l'oratore, è la verace filosofia, non quella di Socrate;” e poi, dal principio alla fine, andava lodando il vescovo di Modone della virtù che Socrate gli avrebbe insegnato meglio che niun altro: la carità civile senza ubbie religiose. Ma forse spiaceva allora al clero che i filosofi della Magnaura parlassero troppo del sapiente Ateniese. Lo elogio chiudeasi con una lista di miracoli operati alla tomba di Atanasio, ch'era morto, com'e' pare, l'anno ottocento ottantacinque.[933]Dal quale scritto ognun vede che l'autore non isfuggì ai difetti letterarii del tempo; le troppe fronde, le declamazioni su luoghi comuni, lo sforzo a simular di fuori il calor d'affetti che mancava nell'animo. Pietro, detto Siculo dalla patria, fuggito come tanti altri nella guerra musulmana, andò a cercare fortuna nei monasteri di Costantinopoli. Basilio Macedone, verso l'ottocento settanta, il mandò atrattare il riscatto dei prigioni a Tefrica, città tra Cesarea e Trebisonda, tra l'Eufrate e il Mar Nero, la quale oggi s'appella corrottamente Divriki; allor era sede principale dei Pauliciani. Questo nome avea preso una setta che stranamente innestava alla semplicità della primitiva Chiesa cristiana, il dualismo dei Manichei: setta allignata in Armenia e altre province dell'Asia Minore; la quale, dopo varie vicende di persecuzione, poco mancò che non fosse sterminata alla ristorazione delle Immagini. Le soldatesche mandate allor da Teodora contro i Pauliciani, vantaronsi di centomila vittime uccise tra col ferro, il fuoco e gli annegamenti; ma gli avanzi del popolo proscritto disperatamente presero le armi; elessero condottieri; collegaronsi coi Musulmani: e in trent'anni di guerre si vendicarono con usura; sì infesti e ridottati nelle finitime provincie dell'impero, che Basilio Macedone esitò ad assalirli. Indi l'ambasceria di Pietro Siculo; il quale non piegò alla pace que' fieri ribelli, ma riebbe da loro i prigioni; scoprì una pratica loro coi Bulgari; ed or disputando coi dottori eretici, or confabulando con gli ortodossi che trovava qua e là, in nove mesi che soggiornò a Tefrica, raccolse i materiali di una storia di quella eresia; e la scrisse tantosto, e la dedicò al novello arcivescovo dei Bulgari. Lucidamente spiegovvi i sei punti principali di quella eresia; la origine, la trasformazione delle credenze; ritrasse con critica, ordinò, espose non senz'arte i fatti materiali nati da quegli errori di metafisica: la persecuzione, la ribellione, le guerre. Potrebbe dirsi storia superiore a que' tempi, senon vi si notassero i vizii di forma accennati di sopra, e quel ch'è peggio mille volte, la corruzione del senso morale; la compiacenza teologica con che si narrano i supplizii dei Pauliciani; la irrisione delle vittime.[934]Pietro, fatto vescovo dopo questa missione, morì, com'e' pare, verso l'ottocento novanta.Una leggenda tratta dai menologi greci, ma non favolosa al certo, riferisce alla stessa epoca il martirio di quattro Siciliani per nome Giovanni, Andrea Pietro e Antonio; dei quali Andrea e i due ultimi eran padre e figliuoli. Fatti schiavi alla espugnazione di Siracusa; condotti in Affrica al feroce Ibrahîm-ibn-Ahmed, questi educava i due giovanetti nelle discipline musulmane; e, vedendoli capaci e costumati, li adoperava in oficii pubblici: Antonio collettor di tasse;[935]Pietro tesoriere; il che non è inverosimile. Ma poichè essi serbavano in cuore la fede dei padri loro, il caso o qualche nemico li scoprì. Ibrahim li dannò a morte come apostati: onde furono imprigionati; lacerati a battiture; spezzate loro le ossa; sconciamente mutilati con tanaglie roventi. Il tiranno, tra cotesti supplizii, fa condurre il padre e gli tronca il capo egli stesso. Tratto poi Andrea dal carcere ov'era invecchiato, gli pianta una lancia in petto; ecome quegli levava gli occhi al cielo rendendo grazie del martirio, lo finì con un altro colpo e gli spiccò anche il capo. Così fatti particolari, che in altro caso renderebbero assai sospetta la narrazione, la confermano trattandosi d'Ibrahîm. Il suo nome, quel di Basilio principe contemporaneo, la espugnazione di Siracusa, che son citati nella leggenda, tutti le aggiungon fede.[936]Di assai maggior momento nella storia i casi di Giovanni Rachetta, detto Sant'Elia il giovane, del quale già abbiam fatto menzione. Nacque di nobil gente a Castrogiovanni, l'anno ottocento ventotto o ventinove;[937]essendo fanciullo di otto anni, i Cartaginesi, dice la leggenda, irruppero nella città: il qual tempo risponde in vero alla occupazione dei sobborghi di Castrogiovanni (837). I genitori, col fanciullo e l'avanzo di loro facoltà, si rifuggirono in un Castel di Santa Maria; e vissero tranquilli, finchè una notte parve a Giovanni udir voce del Cielo che gli annunziasse cattività e missione di confortare nella fede cristiana i conservi suoi. A dodici anni, segnalandosi già nello studio delle sacre lettere, ed esercitandosi assiduamente nella preghiera, gli si cominciò a squarciare dinanzi agli occhi il velo del futuro: predisse come i nemici farebbero impeto nel castello; come il tale e il tal altro sarebbero uccisi. Ciò sembra raccontato dal Santo, provetto negli anni e professante ormai apertamente la profezia. Forse non era bugia del tutto:forse egli stesso avea creduto, e in parte credea, vedere con altri sensi che i mortali. La immaginativa sua nudrita di spavento dei Musulmani, di terrori religiosi, di calamità sovrastanti e continua intervenzione del Cielo, creò un fantasma, e le parve mandato da Dio; presentì, e le parve ispirazione; e avveratosi talvolta il presentimento, ciò parve irrefragabil prova dell'intuizione profetica. Avventuratosi ai vaticinii, il giovine non potea smettere; fatto uomo maturo li vedea tornare utili a sè medesimo e ad altrui; alle anime e ai corpi; alla Chiesa e allo impero: e mille esempii gli permetteano d'inorpellare la verità a buon fine, senza interesse; poichè agli uomini non pare interesse privato la vanagloria.Ciò detto, potrò seguire fil filo la leggenda. Gli abitatori del Castel di Santa Maria, sbigottiti alle parole del fanciullo, traevano a lui; ed egli a riprendere i vizii, a raccomandare penitenza e carità, e che secondo il vangelo si gettasse al foco il tristo legno. Ond'altri meravigliava di tanta saviezza; ma gli stolti e la feccia della plebe voltavan le spalle, dice amaramente il biografo: e parmi naturale che i poveri non abbiano mostrato punto di zelo a difendere un ordine sociale sì iniquo. Il virtuoso giovanetto incontrò tra i primi le calamità che presagiva. Uscito a diporto dal castello, imbattevasi in una torma di cavalli musulmani; era preso; venduto a un cristiano, forse trafficante di tal merce; e imbarcato sopra un legno musulmano, con altri dugento venti schiavi. Navigando alla volta d'Affrica, liberolli un dromone greco uscito di Siracusa; e Giovanni, cheavea predetto anche ciò, fu reso ai parenti. Perdè il padre dopo tre anni. Mentre lo agitavano sentimenti contrarii, la pietà della madre e la brama di peregrinare ad esaltazione della fede, il decreto divino si compì. Fatto prigione in più fiera scorreria dei nemici, fu comperato anco da un cristiano; menato in Affrica; e venduto ad un altro cristiano, ricco mercatante di cuoia; il quale, preso del bello aspetto, modestia e integrità del giovane, gli affidò il maneggio della casa sua.Lasceremo indietro un episodio tolto di peso dalla storia di Giuseppe il Giusto; non sapendo se pur vi sia di vero, vera usanza, dico, delle cittadine cristiane d'Affrica, Sicilia o Calabria in quel tempo, il rosso e il bianco[938]di che si liscia il volto, il ferro[939]con che s'arriccia i capelli la moglie del mercatante, ostinata a sedurre Giovanni. Chiaritosi innocente, ei si ricomperò coi frutti del proprio lavoro, ch'è tra i modi di emancipazione già notati secondo legge musulmana; i quali necessariamente veniano in uso tra i vassalli cristiani. Poscia salì in fama appo Cristiani e Musulmani al paro, per miracolose guarigioni di ferite e morbi: il che da molti secoli a questa parte è intervenuto e interviene tuttavia in Oriente a chiunque abbia una tintura di medicina, o almeno astuzia e baldanza. Dell'arte sua, qual che si fosse, il santo usò a far proseliti, credo io, in Egitto.Donde accusato dai barbassori musulmani o piuttosto dal clero giacobita,[940]corse pericoli: ma il governatore della provincia lo fe' uscir di prigione; ed egli non guari dopo se n'andò a Gerusalemme. Quivi il patriarca lo onorava; gli dava l'abito monastico e con quello il nome di Elia. Soggiornò tre anni in Gerusalemme; visitò il Giordano, il Taborre, il Sinai; venne ad Alessandria, o forse Alessandretta; e accingeasi a passare in Persia; ma le turbolenze nate in quel paese lo costrinsero a sostare ad Antiochia.La voce divina che gli solea parlare ne' sogni, al dir della leggenda, lo visitò di nuovo in Antiochia, confortandolo a tornare in patria. Fu voce di coscienza in un animo generoso che sapea voltata la fortuna contro i Musulmani in Occidente; ovvero consiglio di qualche agente bizantino; o dello stesso patriarca di Gerusalemme che solea parteggiare per la corte di Roma, intesa allora a riconciliarsi con Basilio Macedone. Elia, vissuto mezzo in Sicilia e mezzo in paesi musulmani, ardente di zelo per la religione, ricordevole dei parenti, e, perchè no? anco della patria, era proprio il caso, nell'apostolato politico che dovea accompagnare le armi di Basilio in Sicilia.Narrammo già[941]com'Elia tornasse nell'isola l'ottocento ottanta a riveder la madre; osservare le forze dei Musulmani; incoraggiare il popolo; ed esortare alla battaglia i capitani bizantini. Cammin facendo, avea con breve e dotto parlare[942]convertito parecchi Infedeli. Dopo lo sbarco di Nasar presso Palermo, il frate siciliano passava da Reggio o da Palermo a Taormina,[943]dove dimorato pochi giorni prese seco un giovane di onesta famiglia, cui diè l'abito monastico e il nome di Daniele; e presagita la sconfitta del capitano Barsamio, navigava alla volta del Peloponneso. Il biografo ci narra tuttavia frequentissimi prodigii operati da Elia, e che, ciò non ostante, egli e Daniele, verso l'ottocento ottantuno[944]erano tenuti spie a Botranto; imprigionati da un Epinio governatore; e che, liberati per la morte del ribaldo, si proponeano di andare a Roma; ma vietato loro quel viaggio, sostavano a Corfù, albergati e onorati dal vescovo; e infine veniano a fondare un romitaggio nella valle delle Saline, tra il Capo dell'Armi e Pentidattolo in Calabria, a rimpetto di Taormina. Coteste vicende, come altrove il notai, non s'adattano al mero apostolato religioso; e par che Elia da una mano conducesse pratiche contro i Musulmani di Sicilia;dall'altra parteggiasse coi frati che non si acquetavano alla ristorazione di Fozio sul seggio patriarcale, sopratutto dopo la morte di Giovanni Ottavo (882). Elia mandò ad effetto il viaggio di Roma al tempo di Stefano Quinto (885-891), dopo alquanti anni passati in Calabria spargendo odore di santità con guarigioni; vaticinii di scorrerie dei Musulmani; comandare ai venti e alla pioggia; far miracoli anche per ischerzo; e sempre cattar favore nel popolo; costringere a riverenza i grandi. Ritornato ch'ei fu da Roma, predisse ai Reggini il prossimo saccheggio della città (888); e ritrattosi opportunamente a Patrasso, si mostrò di nuovo a Reggio, quando seppe partiti i nemici; e indi tornò al suo romitaggio: ma per fuggire l'aura popolare, come dice il biografo, o piuttosto il pericoloso soggiorno in su lo Stretto di Messina, andò a fondare un monastero in altro luogo, credo io, in un monte tra Seminara e Palmi, detto di Sant'Elia, ov'è tuttavia una chiesa. Viaggiando spesso nella estrema Calabria, esortava per ogni luogo i fedeli a lasciare il vino, le lascivie, le risse, se voleano preservarsi dalle calamità di quella guerra. Gli esempii d'Epaminonda e di Scipione ch'ei talvolta frammetteva ai suoi ammonimenti, mostrano che tenesse la riforma dei costumi non solo come rimedio teologico, ma sì diretto e temporale. Aggiugne la biografia, nè stentiamo a crederlo, che un Michele capitano d'armata in Calabria, ristorata la disciplina tra i suoi per consiglio di Elia, riportasse vittoria in uno scontro; lieve combattimento, non ricordato nelle cronache.Io ho voluto sì minutamente raccontare i casi d'Elia da Castrogiovanni, perchè parmi modello dello zelo religioso, solo raggio di virtù che rimaneva in Sicilia. Il genio della schiatta vinta si raffigura tanto meglio in questo frate cittadino, quanto la vita sua durò dai primi assalti dei Musulmani sino al compimento materiale del conquisto, la espugnazione, cioè, di Taormina. Com'ei vi andasse, con che parole e teatrali atteggiamenti avvertisse i cittadini del fato che loro sovrastava, il diremo nel libro terzo, trattando di quella guerra. D'altronde Elia, o il biografo, non imaginarono nulla di nuovo in questo incontro, in cui il santo, al solito, se ne fuggì avanti che arrivassero i nemici. Andò ad Amalfi; tornò in Calabria; operò altri miracoli; favorì un Colombo audace ribelle; lasciò morire il capitano imperiale che gli negava la impunità di Colombo; e la impetrò egli stesso da Leone il Sapiente, a prezzo d'andare a visitare l'imperatore a Costantinopoli. Leone, come ognun sa, avea deposto di nuovo Fozio per far cosa grata a Roma; blandiva e ingrassava il clero per tenersi più tranquillamente la bella Zoe; e il biografo ci afferma che avesse già richiesto il taumaturgo siciliano di pregare per lo Impero, al quale effetto quegli s'era portato a Taormina. Adesso, entrato in nave per soddisfare la novella promessa a Leone, presentì in viaggio che morrebbe di corto; e andò a spirare in un monastero presso Tessalonica, il diciassette agosto[945]novecentoquattro; comandando che si rendesse il suo corpo al monastero di Calabria, come fu fatto; e aggiuntovi ricchi doni e poderi dal religiosissimo imperatore, dice il biografo. Secondo costui Elia s'appressava agli ottant'anni, il che risponde alla cronologia dei fatti storici che si citano. Convengono altresì a quella età decrepita la eccessiva collera e i capricci che si notano negli ultimi fatti della sua vita.[946]Ma i frati contemporanei di Elia, la più parte, preferivano all'attività e ai rischi una sterile pietà. Tra loro si ricorda un San Leoluca da Corleone, non educato, dice la leggenda, nè alla guerra nè all'oziosa filosofia; il quale, stanco di pascolare gli armenti nei campi paterni, andava a tosarsi i capelli nel monistero di San Filippo d'Argira; ove ammonito da un vecchio frate delle calamità che sovrastavano alla Sicilia, non le aspettò. Peregrino e mendico fuggissi a Roma; poi fondò un monistero in Calabria: si straziò in cento balzane penitenze ed oficii servili, e morì, dicono gli agiografi, nei primi anni del decimo secolo. Ma l'origine della leggenda è sospetta; e l'autore, facendo menzione di due fughe di Leoluca, alla venuta dei Vandali e poi dei Saraceni, non s'accorse del miracolo grandissimo che fabbricava.[947]Taccio di Santa Oliva palermitana, confinata dai parenti a Tunis; dannata a morire tra i tormenti; uscita fresca dall'olio bollente, intatta dal foco; uccisa alfine con la spada da Pagani, Vandali o Musulmani, non si sa: leggenda sì assurda da non meritare esame.[948]Dello stesso conio parmi quella di Santa Venera da Gala, ricusante di andare a marito; e uccisa, per dispetto, dai fratelli pagani.[949]Nondimeno il dotto gesuita autor della raccolta, non volendo lasciar fuori cotesti nomi sì popolari in Sicilia, e trovando troppo pochi santi nell'epoca musulmana, destramente vi allogò le due donzelle. Così arrivò a noverare una diecina di martiri canonizzati, compresovi San Procopio vescovo di Taormina; la eroica morte del quale è attestata da memorie genuine, e la narreremo nel seguente libro, insieme con lo eccidio di quella città.Percorse le biografie che abbiamo esposto, e ricercando qual maniera di civiltà avanzasse nella Sicilia cristiana del nono secolo, si troverà la sola religione; e poi si scoprirà che l'era pianta parasita che ingombrava l'albero, gli toglieva i succhi vitali, e invece di quello germogliava. Dell'incivilimento risguarderem solo i due aspetti primarii; cioè la coltura dello intelletto e il legame morale della società. Nel primo aspetto si vede che gli studii ecclesiastici, ristorati nell'isola da San Gregorio, cadutia poco a poco, risorti nella lotta contro gli Iconoclasti, produceano, ultimi frutti, le prediche di Teofane Cerameo, i versi di San Giuseppe Innografo e di Sergio, gli scritti di Teodosio monaco[950]e di Pietro Siculo, la cultura onde si armava in sua vendetta Gregorio Asbesta, ed aiutavano alla ristorazione delle lettere nella capitale dell'Impero: ma niun laico s'incontra nella lista; nessuno studio profano. Il legame morale, massimo scopo della religione come pensavano i nostri padri latini, si vede rilasciato e inefficace. Inefficace nei costumi, nei quali si scopre sfrenamento delle passioni brutali e bacchettoneria, che per lo più vanno insieme. Inefficace nei rapporti politici, poichè la più parte della Sicilia spensieratamente piegava il collo ai Musulmani. Io non ho detto che sola causa di tanto infiacchimento fosse stata la religione, o quella che si tenea religione nel basso impero; ma affermo sì che la religione poco o nulla giovò a mantenere lo Stato di cui era solo elemento vitale. E veramente, nelle cronache e leggende dei primi tempi della guerra non v'ha vestigio di difesa nella quale avessero partecipato virilmente i ministri della religione; anzi veggiamo che i santi si affrettavano a fuggire dall'isola. Aiutò solo il sentimento religioso, quando le popolazioni disperate si sollevarono per altre cagioni; quando l'impero bizantino rinvigorito mandò eserciti; quando un nodo di popolazione, respirata l'aria della libertà, prese a mantenerla da sè stesso: e in questi eventi i preti e i frati ebber sempre parte secondaria; non surse traloro un Pier l'Eremita nè un Savonarola. Di tali uomini non nacquero giammai nella società bizantina; la quale per ogni luogo traea sua vecchiezza tra i vizii che testè abbiamo notato nella popolazione cristiana di Sicilia al nono secolo, e che vedemmo in tutta l'isola nei tempi anteriori al conquisto. Qual fosse stata nel medesimo tempo la società musulmana nell'isola, mi ingegnerò a ritrarlo nel Capitolo primo del seguente libro.

Prendendo a studiare il popolo vinto nell'isola, la prima cosa convien tornare alla memoria i modi e la progressione del conquisto. Delle terre di Sicilia altre abbiam visto prese di viva forza, ovvero a patti che guarentissero le persone e gli averi; altre sottomettersi a tributo; altre vittoriosamente resistere. Le prime e le seconde di raro furon distrutte; talvolta i Musulmani vi posero colonie; più sovente le tennero suddite, abbattute pria le fortificazioni e presi ostaggi; nè in tutte lasciaron presidii. Non presidii nè colonie ebbero le città tributarie. Le independenti durarono nell'antico esser loro; aggiuntovi i pericoli, la gloria e la febbrile attività della guerra.

Quanto al cammino dei conquistatori, si è potuto notare che s'avanzarono quasi sempre da ponente alevante. Combattuto qua e là con varia fortuna per quattro anni (827-831) e ferme poi le stanze in Palermo, s'insignorirono entro un decennio (831-841) del Val di Mazara: regione piana anzi che no, abbondante di pascoli e terre da seminato; nella quale fondarono lor prime colonie e trasportarono gli schiavi che coltivassero i poderi occupati. Nei diciott'anni susseguenti (841-859) fu domo con più duro contrasto il Val di Noto: terreno feracissimo, ondulato, sparso di men alti monti e men vaste pianure che il Val di Mazara; nè par che i Musulmani prendessero a soggiornarvi finchè Siracusa tenne il fermo. Repressa intanto la sollevazione cristiana dell'ottocento sessanta, che fu comune al Val di Mazara e al Val di Noto, i vincitori si spinsero in Val Demone: provincia formata dalla catena degli Apennini e dall'Etna; e però tutta valli e aspre montagne, coperta d'alberi da bosco e da giardino, e difendevole assai. In Val Demone, invero, aveano occupato Messina ed alcun'altra città marittima; pure, entro sessant'anni (843-902) non arrivarono a spuntar dalla difesa le popolazioni cristiane ridotte in un triangolo, il cui vertice toccava Catania e la base stendeasi dai monti sopra Messina infino a Caronia, com'io credo.[834]

Ho seguito fin qui la divisione territoriale della Sicilia in tre province, che chiamavansi Valli, di Mazara, Demone e Noto; la quale durò, con qualchemutamento, infino al mille ottocento diciotto, e la origine sua si riferisce d'ordinario ai Musulmani. Cotesta opinione manca di prove; poichè i diplomi e le cronache dei primi tempi normanni, quando l'azienda pubblica ritenea quasi tutte le forme del governo precedente, fanno menzione del solo Val Demone.[835]I ricordi del Val di Mazara e del Val di Noto non sono nè sì antichi nè sì precisi.[836]Nondimeno io accetto il pensamento comune, parendomi la divisione in tre province ordine antico che tornasse su, dopo qualche innovazione temporanea; e riflettendo inoltre che i conquistatori arabi erano necessitati a tripartire l'isola. Volendo giovarsi degli oficii dell'azienda bizantina per la riscossione del tributo fondiario, trovavano le due provincie, Lilibetana e Siracusana, divise dallo Imera Meridionale, ossia fiume Salso; ma com'eglino non possedeano per intero la provincia Siracusana, così doveano distinguere laparte che rimaneva ai nemici, ch'era appunto il Val Demone, dalla parte musulmana che giaceva a mezzodì e chiamossi Val di Noto, e da un po' di territorio a ponente il quale confuso con la provincia Lilibetana si addimandò Val di Mazara. Secondo tal supposto lo scompartimento in tre province tornerebbe alla seconda metà del nono secolo.[837]

In quell'epoca si potrebbe trovare alsì la ragione dei nuovi nomi delle tre province; delle quali la prima e l'ultima li presero, com'è evidente, da città. La provincia Lilibetana andò chiamata forse di Mazara, per esser questa la città più vicina al Lilibeo,[838]non ristorato per anco col nome di Porto di Ali (Marsâ-Alî, Marsala); ovvero perchè sedesse a Mazara ildiwândei beneficii militari, posto fuori dalle città di Palermo e di Girgenti ch'erano circondate di poderi allodiali. La provincia Siracusana potea ben prendere il nome da Noto che vi primeggiava, giacendo Siracusa in rovine, nè sendo risorta da quelle innanzi il decimo secolo. Quanto al Val Demone, l'etimologia si è riferita ai boschi (Vallis Nemorum); si è riferita ai demonii dell'Etna, tenuto spiraglio d'inferno (Vallis Dæmonum); altri più saviamente l'ha tratto da unforte castello, ricordato nelle memorie del nono secolo e abbandonato di certo nel duodecimo. Sembrami più probabile che i nomi della provincia e del castello fossero nati insieme dall'appellazione presa per avventura dagli abitatori di tutta quella regione: Perduranti, cioè, o Permanenti, nella fede, si aggiunga dell'impero bizantino. Perocchè un cronista greco del nono secolo, trattando delle città di Puglia rimase sotto il dominio di Costantinopoli, adopera il verbo analogo a così fatta voce;[839]e una delle varianti con che questa ci è pervenuta è appuntoTondemenonche si riferisce, senza dubbio, non al territorio ma agli abitatori.[840]La denominazione di valle potrebbe essere arabica al par che latina;[841]nel secondo dei quali casi ben potea convenire a un territorio compreso nella vallata tra gli Apennini e l'Etna; nè il nome generico latino o arabico unito a una appellazione greca, farebbe maraviglia nella Sicilia di quei tempi.[842]

I Cristiani ch'erano tuttavia la maggior parte della popolazione dell'isola, viveano in quattro condizionidiverse, cioè, indipendenti, tributarii, vassalli e schiavi; le quali partitamente prenderemo ad esaminare.

Le popolazioni independenti dai Musulmani chiuse nelle proprie mura e obbedienti, più o meno, all'impero bizantino, riteneano i magistrati e gli ordini anteriori al conquisto. Pure, nell'ultima metà del nono secolo, forza era che seguisse tra loro una vicenda analoga alla restaurazione dei comuni nell'Italia di mezzo dopo il conquisto longobardo. Non potendo l'impero porre presidii per ogni luogo dell'isola, dovea tollerare, anzi procacciare che le terre forti per sito o per numero di cittadini si difendessero dassè, come le città italiane del settimo secolo; il che inevitabilmente accresceva autorità e baldanza all'aristocrazia della curia, base dei corpi municipali.Avvezzi ormai a combattere o patteggiare coi Musulmani; a cospirare col governo bizantino quando talvolta fossero stati soggiogati dal nemico; ad ordinare mosse militari, di accordo coi capitani imperiali di Castrogiovanni o di Siracusa, le città siciliane par che a poco a poco prendessero sembianze di confederate più tosto che suddite. Pertanto le istituzioni municipali, che in Grecia e altrove si dileguarono sotto il forte governo di Basilio Macedone, sì che poi Leone il Sapiente ne cancellò anco il nome, le istituzioni municipali, io dico, doveano rinvigorire, in quel medesimo tempo, nelle città di Val Demone che mantennero l'onor del nome cristiano in Sicilia. Ciò confermano parecchi cenni delle cronache: come sarebbero le pratiche dei Musulmani a Troina l'ottocento sessantasei; la missione d'un decurione per lo riscatto dei prigioni nell'ottantatrè; e tanti casi di guerra cessata o ripresa, nei quali è manifesto che operassero i municipii, non gli oficiali dell'impero. I ricordi ecclesiastici del tempo, dei quali si tratterà in questo capitolo, danno indizio anch'essi della autorità politica assunta dagli ottimati: senza che il sacerdozio non avrebbe con tanta rabbia aguzzato contro costoro il pungolo della satira. L'autorità municipale poi occupò ogni potere, ossia i comuni independenti operarono come repubbliche, negli ultimi anni del nono e i primi del decimo secolo; quando lo impero del tutto li abbandonò.

Pari autorità civile, con minore possanza e niuna gloria, serbarono i municipii della seconda classe di popolazioni, vogliam dire le tributarie. Nei principiidel conquisto, tal condizione dovea parer comoda ai vincitori al par che ai vinti; sopratutto ai capi. E veramente, i condottieri musulmani senza fatica imborsavano il danaro e poteano scompartirlo con più largo arbitrio che il bottino; e i magistrati municipali si francavan dai pericoli della guerra, pagando agli Infedeli, poco più o poco meno, quel che soleano mandare a Costantinopoli; poteano inoltre distribuire il peso tra' lor miseri concittadini con maggiore ingiustizia che loro non ne concedessero le leggi dell'impero. Nondimeno l'odio religioso, il sentimento nazionale, e le molestie nascenti dalla licenza e discordia dei vincitori, sturbavano sovente i raziocinii dell'interesse materiale e spingeano l'aristocrazia municipale a spezzare i patti. Perchè quella società non sembri troppo più generosa dell'odierna società europea, si aggiunga lo scapito dei proprietarii, i cui servi e coloni spesso fuggivansi dai poderi; spezzandosi le catene dello schiavo altrui che riparasse in paese musulmano e si convertisse all'islamismo, divenuto liberto di Dio, come dicea Maometto.[843]S'aggiunga infine il bisogno che portava le colonie musulmane ad estendersi, e si comprenderà come avvenia sì sovente che le città tributarie si ribellassero o i Musulmani le assalissero con pretesti. Ricadendo sotto il giogo, erano ridotte a vassallaggio: talchè il numero delle tributarie scemò a poco a poco, e poi del tutto mancarono.

Nel tempo che durava tal qualità di popolazioni, l'ordinamento loro è agevole a immaginare. Come nelle città independenti, così nelle tributarie l'autorità dovea risedere nei municipii. Del ritratto dei beni imperiali e comunali, aggiuntevi le contribuzioni su i cittadini, il municipio pagava il tributo detto dai Musulmanigezîaokharâg;[844]la somma del quale dipendea dai patti, e secondo le usanze musulmane si stipolava ordinariamente per dieci anni, dando statichi per sicurtà. È probabile che s'aggiugnesse il patto di svelare ai Musulmani le trame del governo imperiale; favorir le loro imprese e rispettare le persone e averi loro, come veggiamo stipolato da Mo'âwia-ibn-abi-Sofiân con gli abitatori di Cipro.[845]

Soggiaceano al vassallaggio le terre prese per forza d'armi o a patti, come dicemmo. Nelle seconde per virtù del trattato, nelle prime per umanità e interesse a non desolare il paese, i Musulmani davano l'amân, o sicurtà, come suona in nostro linguaggio. Lasciate indietro le condizioni occasionali o transitorie di che si è fatta menzione nel racconto, come di consegnare un dato numero di schiavi, abbandonare una parte dello avere e somiglianti stipolazioni, la sostanza dello amân era questa. Cessava nel paesel'autorità politica dei Cristiani. I beni dello Stato, fors'anco del comune, e tutti o in parte i beni ecclesiastici, e quei dei cittadini uccisi o usciti, passavano in proprietà della repubblica musulmana; e insieme con le terre necessariamente andavano i servi o coloni che soleano coltivarle sotto gli antichi signori. Il rimanente della popolazione continuava a vivere secondo le proprie leggi e costumanze; e tutti gli uomini liberi, qual che si fosse lor grado e fortuna, si ragguagliavano dinanzi ai vincitori in unica condizione, che s'addimandava in arabicodsimmae lo individuodsimmi, che noi diremmo umiliato o suddito. Godeano ordinariamente pieno esercizio del dritto di proprietà.[846]La legge musulmana proteggea loro persone e averi con le medesime sanzioni penali che pei Musulmani[847]e ammetteva ogni contrattazione civile tra loro e i Musulmani, anche i lasciti per testamento.[848]Oltre le condizioni ragionevolmente chiamate essenziali; cioè che non parlassero con irriverenza del Corano, del Profeta, nè dell'Islâm, non dicessero villania a donne musulmane, non ingiuriasseroi soldati, non tentassero far proseliti tra i Musulmani e rispettassero i beni loro,[849]gli dsimmi andavano sottoposti a tre maniere d'aggravii: di finanza, di polizia civile e di polizia ecclesiastica.

Gli aggravii di finanza addimandavansigezîaekharâg; la prima su le persone, il secondo su i beni stabili. La gezîa che suona compensazione, aggiungasi della sicurtà data alle persone e alla roba, era una tassa testatica di quarantotto dirhem all'anno[850]su i ricchi, ventiquattro su gli uomini di mezzane facultà, e dodici su i nullatenenti costretti a vivere di lavoro manuale, escluse le donne, i bambini, i frati, gli storpii, i ciechi, i mendici e gli schiavi. Kharâg vuol dire ritratto o rendita. Si levava, come le contribuzioni fondiarie dei tempi nostri, sul fruttato presunto, in ragion composta della estensione del terreno e maniera della cultura: e in alcune province musulmane fu in origine il venti per cento; ma la somma spesso restò invariabile, talchè scemata la rendita, il dazio tornò più grave. La gezîa cessava per conversione all'islamismo. Per contraddizione fiscale, necessaria al mantenimento dello Stato, il kharâg continuava non ostante che il possessore si convertisse, o che il podere passasse in man di Musulmano.[851]

Ingiuriosi furono e molesti gli statuti di poliziacivile. Vietato agli dsimmi di portare armi, montar cavalli, metter selle su' loro asini o muli, fabbricare case più alte o al ragguaglio di quelle dei Musulmani, prendere nomi proprii in uso appo i Musulmani e fin di adoperare suggelli con leggende arabiche. Proibivasi di più che bevessero vino in pubblico, accompagnassero i cadaveri alla sepoltura con pompe funebri e piagnistei; e alle donne loro di entrare nel bagno quando fosservi donne musulmane e rimanervi quando quelle sopravvenissero. E perchè non si dimenticasse in alcuno istante la inferiorità loro, era ingiunto agli dsimmi di tenere un segno su le porte delle case, uno su le vestimenta, usare turbanti d'altra foggia e colore e sopratutto portare una cintura di cuoio o di lana. In strada eran costretti a cedere il passo ai Musulmani; stando in brigata, a levarsi in piè quando entrasse o uscisse uom della schiatta vincitrice.[852]

Parrà mirabile dopo ciò la tolleranza dei regolamenti di polizia ecclesiastica, che limitavansi a vietare la costruzione di novelle chiese e monasteri, ma non già la restaurazione degli edifizii attuali.[853]Del rimanente era lecito alle chiese di redare;[854]liberissimo lo esercizio del culto nei tempii e nelle case;ma si inibiva di far mostra di croci in pubblico, leggere il vangelo sì alto che lo sentissero i Musulmani, ragionare del Messia con costoro, e suonare furiosamente campane o tabelle.[855]Non si intrometteanoi Musulmani nè punto nè poco nelle materie di domma, culto, o disciplina, e proteggeano ugualmente i sudditi cristiani di qualsivoglia setta.[856]

A condizioni poco diverse il califo Omar aveva accordato l'Amân ai cittadini di Gerusalemme, il quale servì di norma in tutti i tempi, salvo i mutamenti consigliati dalle circostanze o dall'umor dei vincitori. I patti del vassallaggio si osservarono con rigore sotto i governanti duri o bacchettoni, e quando rincrudiva il fanatismo del popolo; si trascurarono più sovente per saviezza e dispregio di chi reggeva, e per la riputazione dei cristiani amministratori delle entrate pubbliche, medici, segretarii, cortigiani, grossi mercatanti, o innalzatisi in qual altro modo sappiano usare lo ingegno e l'astuzia per domare la forza brutale. Gli Ebrei, come ognun sa, e molti ne viveanoallora in Sicilia, soggiaceano alle medesime leggi. È bene di notare che quanto ho qui scritto degli dsimmi, quanto dirò degli schiavi, si ritrae dagli esempii d'altri paesi; ma che si dee ritenere prescritto anco in Sicilia, per la medesimità delle circostanze e la uniformità delle costumanze musulmane. Raccoglierò in altro luogo gli attestati risguardanti l'esercizio del culto cristiano in Sicilia, ch'è stato messo in forse per erronei supposti e poca attenzione alle generalità che or ora accennai.

Se dalla condizione degli dsimmi ci volgiamo alle speciali istituzioni civili che fossero rimase loro, son da distinguere le terre abitate da soli cristiani e quelle ove stanziasse con loro qualche colonia musulmana. Nelle prime è probabile che fosse lasciato un avanzo di municipalità: magistrati eletti in qualunque modo dalla popolazione, col tristo carico di riscuotere la gezîa; con le rade cure edilizie che potessero occorrere tra tanta miseria; e di più vegliare su i mercati e amministrare la giustizia civile e penale nelle cause che non toccassero uomini musulmani. La giurisdizione di magistrati cristiani nelle terre di cui ragioniamo non può essere dubbia, quando la si esercitava per certo nelle terre che gli abitavano insieme coi Musulmani.

Queste erano le città o castella di maggiore importanza militare, ovvero economica. In esse credo aboliti i municipii e commesse ad officiali musulmani tutte le parti della polizia urbana. Ma i Cristiani ritennero di certo le corporazioni di mestiere e di quartiere, che per lo più coincideano l'una con l'altranel medio evo. Così fatte associazioni, che si trovano negli ultimi tempi del dominio romano,[857]non furono distrutte al certo dagli Arabi, il cui reggimento n'avea d'uopo, e forse le creò laddove mancassero; perocchè la esecuzione delle leggi penali musulmane dipendea dalla responsabilità reciproca dei membri delle tribù o consorterie. A togliere ogni dubbio, è detto espressamente negli statuti penali che le ammende degli dsimmi debbano pagarsi dai loro 'akila ossiano ascritti alla medesima consorteria, e si vieta ai Musulmani di ascriversi in quelle degli dsimmi.[858]La istituzione delle consorterie necessariamente portava seco scelta di capi, vigilanza di costoro a prevenire i delitti la cui pena sarebbe ricaduta su la comunità; e infine, esercizio di giurisdizione civile affidata sia ai capi stessi, sia ad altri magistrati cui designasse la corporazione. A ciò conduceva il principio del compromesso, o vogliam dire giudizio per arbitri scelti dalle parti: giurisdizione unica degli antichi Arabi, come d'ogni popolo barbaro, accettata dai Musulmani, come da ogni popolo più civile,[859]e necessaria agli dsimmi che non avean comuni coi vincitori nè religione, nè costumi, nè ordini sociali, nè, per parecchi secoli, il linguaggio. E che tale giurisdizione volontaria fosse stata esercitata assai largamente, lo mostra un capitolo delle istituzioni musulmane relativo ai giudizii delle liti tra gli dsimmi; nelle quali era lasciato ad elezione delleparti di adire il giudice cristiano, ovvero il magistrato musulmano, il quale poi decidea secondo le proprie leggi.[860]Durano tuttavia così fatti ordini nelle popolazioni cristiane d'Oriente, ove la giurisdizione conciliativa e correzionale è attribuita per lo più alla gerarchia ecclesiastica, e la si estende molto più che negli stati cristiani, per ripugnanza della gente a richiedere il magistrato musulmano, e per timore delle molestie ed estorsioni di quello.[861]

Venendo agli uomini di condizione servile, noi lasceremo indietro que' che viveano nella società cristiana sotto l'antico giogo delle leggi romane; se non che dovea mitigarsi lor sorte nelle città independenti e tributarie, per paura che i servi e coloni non si emancipassero rinnegando la fede, e nelle popolazioni vassalle, per lo esempio dei signori musulmani. Appo costoro la schiavitù ebbe origine di tre maniere diverse: uomini liberi presi in guerra; uomini venduti da altri Musulmani o Cristiani che li avessero tolto d'altri paesi per violenza o frode; e in ultimo, com'e' non parmi dubbio, servi della gleba passati in proprietà dei Musulmani insieme coi poderi.L'origine non portava divario nella condizione. I Musulmani chiamavanli indistintamenterekîk, che vuoi dire “minuto o sottile” ememlûk, cioè “posseduto:”[862]orribile parola; ma il fatto era più mite; nè la legge tenea gli schiavi come cose più tosto che persone. Se Gregorio il grande meritò bene della umanità pei liberali precetti, non accompagnati sempre dallo esempio, a favor degli schiavi, Maometto va lodato sopra di lui per avere, venti anni appresso la morte di San Gregorio, migliorato assai più la condizione di coteste vittime della forza e dell'avarizia. Non potendo, come già il notammo,[863]cassare d'un tratto la schiavitù, fece opera ad alleggerirla ed abbreviarla. Ora in nome dell'Eterno comandava di usare carità agli schiavi come ai figliuoli, congiunti, orfanelli, mendici e viandanti,[864]e insinuava di dar loro abilità a riscattarsi col frutto del proprio lavoro.[865]Or ponea l'emancipazione d'uno schiavo ad ammenda di omicidio scusabile,[866]voto infranto, o ritrattazione di divorzio precipitoso;[867]rendea libera di dritto la schiava che avesse partorito un figliuolo al suo signore,[868]e chiamava reo di morte il padrone omicida del proprio schiavo;[869]comechè egli non abbiasempre fatto osservare questa legge e che la logica dei giuristi l'abbia del tutto annullato.[870]Tanto pure avanzò di quei caritatevoli insegnamenti, che lo schiavo, secondo legge musulmana, non può andar messo in catene;[871]e che la emancipazione, accordata volentieri dai generosi, carpita quasi dalla legge agli animi duri e taccagni, si effettuava a capo di parecchi anni di servigio; sopratutto venendo a morte il padrone, e fattosi musulmano lo schiavo.[872]Superfluo parmi d'avvertire che la schiavitù sotto gli Arabi inciviliti del nono secolo, non va punto rassomigliata a quella appo i pirati barbareschi, vergogna dell'Europa infino ai principii del secol nostro. Potrebbe per avventura farsi il ragguaglio con gli Stati cattolici e feudali del medio evo e con le due nazioni più giovani del mondo, cristiane entrambe e modello l'una di dispotismo, l'altra di libertà: e la bilancia penderebbe sempre a favor degli Arabi.

La somma è che la schiatta vinta in Sicilia vivea meno aggravata sotto i Musulmani, che le popolazioni italiche di terraferma sotto i Longobardi e i Franchi. L'ostacolo della diversa religione dovea scemare ogni dì per le apostasie dei vassalli, e assaipiù degli uomini di condizione servile, i quali per conseguire libertà si rifuggissero appo i Musulmani dalle città independenti o tributarie; ovvero, se schiavi di Musulmani, abbandonassero la fede dei padri loro per le sollecitazioni dei nuovi signori, la certezza di più umani trattamenti, la speranza dell'emancipazione e la lontananza dai correligionarii. La distribuzione geografica delle quattro classi della gente cristiana nel nono secolo, non mi par difficile a ritrovare. Il Val di Mazara, sede delle colonie musulmane, era pieno di schiavi e vassalli; e cotesti ultimi soggiornavano in città e terre insieme coi Musulmani, più tosto che soli.[873]Al contrario gli abitatori del Val di Noto, per un secolo in circa dalla metà del nono alla metà del decimo, sembran tutti cristiani, e le città loro più tostò vassalle che tributarie.[874]Tutte le città independenti, come già il dicemmo, e alcuna tributaria, eran ristrette in Val Demone.

Dall'ordine politico e sociale or ci volgeremo alle vicende intellettuali e morali. Avremo a scorta le memorie ecclesiastiche: unici annali dell'uman pensiero, nei tempi che il pensiero, incatenato dalla religione, in ciò solamente si esercitò che piacesse alla Chiesa; e i pochi frutti che produsse andaron a beneficioe nome di quella, com'avvien che il servo si affatichi sempre a comodo del padrone. La unità di cotesta forza motrice della società bizantina di Sicilia ci porta a seguire l'ordine cronologico, più tosto che la distinzione per materie, come sarebbero opinioni religiose, passioni pubbliche, lettere, costumi. E piacerà fors'anco al lettore a guardare, in vece di circoli ideologici, i ritratti degli uomini notabili del tempo, bene o mal dipinti che fossero.

Della storia ecclesiastica propriamente detta, ci basterà ricordare le due vicende principali; cioè la restaurazione delle Immagini e lo scisma di Fozio. L'una accrebbe potenza al clero non meno che agli imperatori, sendo stato il popol di Sicilia tenacissimo in quel culto. Lo scisma di Fozio, lite nazionale più tosto che religiosa, tra Roma e Costantinopoli, non portò scosse nell'isola, ove il papa era già caduto in obblio. Perocchè nell'ottavo secolo, senza contrasto nè rincrescimento dei popoli, s'era consumata la scissione della Chiesa Siciliana dalla sede di Roma.[875]Ubbidì la Sicilia allora al Patriarca di Costantinopoli. I vescovi di Siracusa e Catania ottennero grado di metropolitani; il secondo senza suffraganei; il primo preposto a tutte le sedi da Catania in fuori: cioè Taormina, Messina, Cefalù, Termini, Palermo, Trapani, Lilibeo, Triocala, Girgenti, Tindaro, Lentini, Alesa, Malta e Lipari.[876]Dopo il conquisto musulmanodistrutta alcuna città, altra fatta stanza dei Musulmani, parecchi vescovadi caddero, o ne rimase il nome solo, non sappiam quali, nè in quali anni; perocchè in vano si cercherebbero le vestigia di cotesti mutamenti nelle copie diverse del catalogo attribuito a Leone il Sapiente. Pure il fatto è certo, perchè necessario, e perchè le soscrizioni dei vescovi siciliani scompariscono a poco a poco dagli atti dei concilii; non si parla più di loro nelle croniche; e il solo di cui si abbia memoria, verso la fine dell'undecimo secolo, è quel di Palermo, chiamato arcivescovo; del qual cenno noi tratteremo a suo luogo.

Aprendo i volumi delle agiografie siciliane recamaraviglia lo scarsissimo numero dei martiri dell'epoca musulmana. A spiegar ciò non basta la dimenticanza che necessariamente seguì nel decimo e undecimo secolo, quando la più parte della popolazione confessava un Dio solo e Maometto apostol di lui. Sendo rimasi tuttavia molti Cristiani in Sicilia, e surti in Calabria novelli monasteri ove riparavano frati siciliani, è manifesto che la tradizione non potea perire. Martiri da un'altra mano non ne mancavano. Migliaia di combattenti, fatti prigioni e proposta loro talvolta, a rigor del dritto di guerra, l'alternativa tra l'apostasia e la morte, eleggeano francamente la morte; come fecero sempre e in ogni luogo i soldati dell'impero bizantino. Ma il clero non volea santi laici, molto meno soldati; e di certo mandava all'inferno quei martiri che innanzi non fossero stati bacchettoni. De' suoi, il clero non ne forniva; perdonandosi per legge musulmana la vita ai preti e ai frati fuorchè se avessero combattuto: il che non avveniva giammai nella Chiesa Greca. Perciò sì poche le vittime cui il martirio desse titolo di santità. Si noverano tra quelle, nel primo impeto del conquisto, San Filareto e altri frati di che facemmo ricordo nell'assedio di Palermo (831): e furon presi fuggendo.

Contemporaneo di San Filareto un grande oratore sacro, Teofane Cerameo arcivescovo di Taormina: che sembra onoranza personale, se pure negli sconvolgimenti ecclesiastici e politici di quel tempo la dignità metropolitana non fu accordata e tosto ritolta alla detta sede. Di Teofane Cerameo si ha notizia per un'ampia raccolta di omelie greche, dellequali ci avanzano da quaranta esemplari,[877]la più parte col nome di lui, altri di Gregorio Cerameo, Giovanni Cerameo, Cerameo soltanto, e infine Filippo, chiamato poi, com'aggiugnesi ne' manoscritti, Filagato, monaco e filosofo.[878]Ostinandosi a riferire tutte le omelie a un medesimo autore, gli eruditi che le studiavano, disputarono vanamente su l'età in cui fosse vivuto. Lo Scorso, gesuita siciliano il quale pubblicò per lo primo a Parigi (1644) il testo e la versione latina di sessantadue omelie, le volle tirar su tutte al nono secolo; e infelicemente cavillò per adattare a quei tempi le vestigia del duodecimo secolo che si toccan con mano in alcune di coteste omelie.[879]Il dotto Guglielmo Cave, al contrario, opinò che la raccolta appartenesse al secolo undecimo, e dovea dire duodecimo.[880]Ha sostenuto questa medesima sentenzail sacerdote Niccolò Buscemi da Palermo (1832) illustrando la materia con le notizie di altri manoscritti, tra i quali uno di Madrid, che contiene altre ventinove omelie inedite, e che fu rubato probabilmente alla Sicilia.[881]Ma per vero si debbono riconoscere, come il pensò quel savio monsignor Di Giovanni,[882]almen due autori; l'uno dei quali visse di certo nel nono secolo, l'altro di certo nel duodecimo. La prova del primo assunto si vedrà or ora. Quella del secondo è che cinque orazioni,[883]come leggesi in alcuni codici, furono recitate “nel palagio di Palermo, in Palermo dinanzi il re, nel monastero del Salvatore di Messina[884]nella chiesa di Santo Stefano in Palermoe sul pulpito della chiesa metropolitana della stessa città.” A togliere il dubbio che il predicatore moderno le avesse rubato tutte all'antico, una di coteste orazioni contiene lo elogio funebre del primo cantore del detto monastero del Salvatore;[885]e un'altra la più precisa descrizione che far si possa della cappella palatina di Palermo, coi mosaici e i marmi di che la arricchirono i principi normanni.[886]Par che cotesto oratore sia appunto Filagato del quale dicemmo: e può supporsi ch'egli abbia aggiunto del suo qua e là; composto qualche omelia; tolto di peso le altre da antichi codici; e spacciato tutto per roba propria. Altri probabilmente replicò il plagio, e così andrebbe spiegata la diversità dei nomi d'autori, che s'incontrano nei varii manoscritti.[887]Quanto alle omelie che non portan sì chiara la divisa della età, molte sembrano da attribuirsi all'autore del nono secolo.[888]

Senza avvilupparci in oziose questioni, chiameremo costui Teofane, soprannominato Cerameo dallapatria o dal casato. Ei passò, come pare, da un monastero al seggio vescovile di Taormina; ed affrontando l'ira del governo iconoclasta, fu bandito dalla diocesi; come lo mostra il caldo esordio d'una omelia recitata dal pulpito di Taormina.[889]“Avea durato, ei dicea, lungi dai suoi figliuoli in Cristo, la tirannide d'un amor violento; avea bramato di rivederli come il terreno arso e screpolato brama la pioggia: e dileguinsi, ei continuava, le rughe delle nostre fronti, poichè ci è dato di tornar tutti insieme a venerare questa effigie di Maria non dipinta da man d'uomo.”[890]Non guari dopo, quel dì stesso che si festeggiò per tutto lo impero la restaurazione delle Immagini (842), Teofane esponea con dire vibrato e conciso la storia degli Iconoclasti. Certi maghi ebrei vaticinarono la futura grandezza a Leone Isaurico; e lo spinsero a dar principio all'eresia. Serpente nato di un dragone, succedeva all'Isaurico, nell'impero e nella empietà, Costantino Copronimo: e rincalzava la persecuzione un altro Leone (l'Armeno) indegno della porpora; stigandolo alla mal opra quel falso abbate, che solea rintanarsi in un casolare, e uscir come pipistrello su l'imbrunire del dì.[891]Narrapoi il noto fatto di Teodora e del giullare che la scoprì; scansa prudentemente il nome del crudele Teofilo; e ne viene al concilio di Costantinopoli; alle lodi della imperatrice che rendeva alla Chiesa le immagini, quasi tolti ornamenti e segni di gloria; e sì esorta i fedeli a celebrare il fausto evento, abbominando i capi e fautori dell'empietà, venerando e baciando le immagini, non per idolatria, ma per onorare i prototipi di quelle: e conchiude, contro le premesse, con raccomandare a tutti carità, misericordia, penitenza.[892]La data dell'anno, mese e giorno è scritta quivi a caratteri indelebili. Quella del secolo si trova in due altre omelie, dove l'oratore volgeasi al cielo, pregando aiuto agli ortodossi imperatori contro gli empii figli di Agar, insultatori del culto cristiano;[893]e in un'altra ove discorre le voluttà dei Gentili, e dei nostri vicini Ismaeliti, ei dice, che si scambian le mogli.[894]

I dubbii cronologici che abbiam toccato, e la tendenza degli oratori sacri, come dei poeti satirici, ad abbozzare piuttosto caricature che ritratti, ci consiglianoa molta circospezione nel dedurre dalle dette omelie i costumi della Sicilia cristiana nel nono secolo. Esagerate sembrano invero le invettive che il nostro oratore lanciava da petto a petto al popolo di Taormina, il dì festivo di San Pancrazio, primo vescovo, che si supponea, della città. Tornato in fretta di Palermo, Teofane, ancorchè spossato, com'ei dicea, dal viaggio, montava sul pulpito a sfogar sua collera. Ponea per testo le parole del Vangelo: “Son io la porta” (Giovanni, X, 9); e, spiegatele, veniane alla conchiusione, che il clero farebbe opera a non imitare i pastori mercenarii e ladri, ma i fedeli dovessero alsì fuggire l'esempio de' capretti che corrono a precipitar nei dirupi. E passando alle gesta del santo che si festeggiava: “In questa nostra isola, ei dicea, venne Pancrazio, e in questa città di Taormina; sì, città del toro e delle Menadi,[895]del furore e della mania, in questa terra ove siam dannati a soggiornare.” Poi facendo parola degli idoli Falcone, Lissa e Scamandro abbattuti da San Pancrazio, esortava i cittadini “a metter giù anch'essi i loro idoli, cioè le fiere passioni dell'animo; ad esercitarsi in buone opere; massime quei che il poteano, gli ottimati dell'empia città, ottimati, ei ripigliò, cioè più cospicui nei vizii.”[896]Il viaggio di Palermo, la perturbazione politica che si può argomentare da quella puntata contro i grandi, accennerebbero ai tempi della rivoluzione d'Eufemio, nei quali regnavaMichele il Balbo, nè correan troppo pericolo gli adoratori delle immagini. Si potrebbe riferire per avventura ai principii del regno di Teofilo un'altra omelia recitata il dì di San Pantaleone, quando il sacro oratore rampognò gli uditori che venissero alla festa per vendere le merci più che a sentir la parola del Signore; e provocò al certo la potestà temporale, ricordando che Cristo avesse mandato suoi discepoli come pecore tra i lupi, e preveduto che monarchi, caporioni e tiranni sorgerebbero contro la predicazione del vangelo.[897]Un altro grave sermone tocca particolarmente i costumi privati. Spaventevole siccità travagliava il paese; il suolo non poteva intaccarsi ormai con aratro nè zappa.[898]L'oratore, costernato, parlando a gente costernata, descrive diffusamente, e pur con vivezza e forza d'immagini, la pubblica calamità. Commossi gli animi, risalisce, secondo suo mestiere, alla causa di tutti i mali, il peccato. “E questo flagello ne percuote, ei sclamava, perchè ci rodiamo d'invidia; perchè vogliamo superbire contro gl'infimi; godiamo nel mal del prossimo; ne laceriamo l'un l'altro a calunnie; ci abbandoniamo a stolte cupidigie; siam rotti a lussuria;[899]lupi affamati nell'avere altrui; stizzosi peggio che cameli; senza carità pei poverelli; senza rispetto verso laChiesa. E i ministri della Chiesa (ei continua nell'impeto dell'orazione) non son essi i primi agli scandali; non si ingiuriano tra loro; non si odiano; non cercan vendetta; non si tendono insidie reciprocamente; e, vedendo il peccato in trionfo, non stan essi mutoli? I laici poi perchè guardan la gobba dei sacerdoti, e non la propria loro? E che! la città è piena di vizii; odo far giuramenti ogni dì, non ostante ch'io v'abbia ammonito a scansarli,[900]e vi abbia presagito la collera del cielo: qual maraviglia dunque che vi si apparecchi tal mèsse e tal vendemmia, e che Iddio gastighi tutti per le peccata dei pochi, e fin gli animali e il terreno per le peccata degli uomini?”[901]In tutta questa diceria non si trova sillaba che indichi appunto i tempi. Nondimeno quello scrupolo a far giuramenti, quella turbolenza del clero, mi fan pensare al nono secolo più tosto che alla prima metà del duodecimo.

Dello stile di Teofane ho dato esempio negli squarci che precedono. Non parmi carico di ornamenti quanto portava il gusto grosso di quei tempi. Anzi, in generale, la narrazione dei fatti semplice, tersa, impaziente, mi torna a mente il Maurolico, vivuto otto secoli appresso, nato com'e' pare della stessa buona schiatta greca del Valdemone; ma l'oratore sacro di Taormina non potea sempre mantener la sobrietà del geometra e storiografo messinese. Suole intessere le prediche con bel metodo.Dopo breve e leggiadro esordio pone il testo del vangelo; lo spiega nitidamente, e con saviezza rara a quei tempi sviluppa i principii morali più volentieri che sprofondarsi in astrazioni teologiche. Guardinsi dunque le opere di Teofane da qualunque lato si voglia, si dovran tenere come uno dei migliori esempii della eloquenza sacra appo i Greci dei bassi tempi.[902]Lascio ad altri a indagare se appartenga a Teofane un trattato didattico che si trova manoscritto a Torino; e chi sia l'autore delle altre omelie diverse che possiede, anco manoscritte, la Biblioteca di Vienna col nome di Giovanni Cerameo.[903]

Nel medesimo tempo altri Siciliani coglieano palme a lor modo, gittandosi, a Costantinopoli, nel centro della mischia contro gl'Iconoclasti. Primeggiò tra loro San Metodio, nato a Siracusa di cospicua famiglia; avviato agli studii di grammatica, storia e rettorica; mandato giovane a corte: ma l'ebbe a noia; e, persuaso da un frate, vestì la cocolla, dato prima ogni suo avere per amor di Dio ai poverelli. Così il puzzo del basso impero facea rifuggire nel chiostro gli animi generosi, che non vi fossero stati spinti già prima da preoccupazioni ascetiche; e la società civile perdea vigore; la religiosa ne prendeatroppo, e sfogavalo in vane contese. Metodio pertanto si ricacciò suo malgrado tra i tumulti del mondo. Parlando speditamente, come nato in Sicilia, il greco e il latino, fu mandato una volta a Roma; tornò più caldo di zelo ortodosso e ardire contro la potestà civile; parteggiò sì fieramente per Niceforo patriarca di Costantinopoli, che, cacciato costui (814), egli fu costretto a ripararsi a Roma; e dimorovvi fino alla morte di Leone l'Armeno (820). Il papa allora l'inviava a nunzio appo Michele il Balbo; e questi, tenendo ribelle il papa e più ribelle Metodio, ch'era nato suddito suo e cadutogli tra le mani, lo fe' vergheggiare crudelmente; poi trasportare in un isolotto detto di Sant'Andrea, o secondo altri Antigono, nel mar di Marmara; chiuderlo in carcere sotterraneo con due condannati per misfatti; un de' quali venne a morte, e il cadavere fu lasciato coi compagni vivi. Dopo sette anni, Teofilo aguzzando il pazzo cervello a comprender non so che scritto, a persuasione di un cortigiano, lo mandò a Metodio; si compiacque della interpretazione; volle appo di sè il sapiente; gli diè pensione e stanza in corte; e poco appresso gli fe' sentir di nuovo il bastone e la muda, poichè l'ostinato Siciliano ripigliava sotto mano sue argomentazioni a pro del culto delle immagini. Ma liberato per novello ghiribizzo dello imperatore, Metodio, da savio, si messe a disputare con lui in persona; lo scosse; e certo lo stuzzicò in guisa, che Teofilo non sapendo star senza di lui, o temendo che facesse brogli a Costantinopoli,[904]sel tirava dietro quando egli andavaa scapricciarsi alla guerra. È noto come, alla morte di Teofilo, l'imperatrice Teodora, volendo por fine alla eresia, la prima cosa cacciava per violenza il patriarca Giovanni Lecanomante. A lui fu surrogato Metodio, ch'era tenuto capo di parte ortodossa, per la dottrina, la pietà, la fortezza dell'animo, e di certo ancora per quelle pratiche già si sospette a Teofilo. Degnamente esercitò l'autorità patriarcale. Con agevolezza confuse i nemici che l'accusavano di violenza fatta a una donna; alla età sua, macerato e consunto come egli era dal carcere duro degli Iconoclasti,[905]ove avea perduto i denti e i capelli. Rese poscia gli estremi ufficii ai compagni di persecuzione, facendo opera a tramutare in Costantinopoli i cadaveri di que' ch'eran morti in esilio. E mancò l'anno appresso (847); lasciando fama di santità, e parecchi panegirici, e scritti disciplinari.[906]

Succedette a Metodio un figliuolo dello imperatore Michele Rangabe, per nome Niceta, detto Ignazio dopo la esaltazione al patriarcato: eunuco molto pio; divenuto inaspettatamente illustre e santo, perchèfu nemico di Fozio. Lo scisma di Fozio il quale covava da secoli, per la rivalità delle Chiese di Roma e di Costantinopoli, divampò per gelosia politica contro i papi, per mene di corte a Costantinopoli: pur egli è vero che la prima scintilla fosse stata gittata da Gregorio Asbesta, vescovo di Siracusa.[907]Ignazio, contro il consiglio dei suoi più fidati, avea vietato a costui di assistere alla sua consacrazione, come incolpato di non so che trasgressione disciplinare; lievissima al certo, poichè non fu mai specificata.[908]“Ma chi può spiegar con parole, sclama il biografo di Santo Ignazio, quanti scandali seguitassero da ciò; quanta rabbia di vendetta s'accendesse in petto a quel fier Siciliano,[909]che trovato Fozio lo mise su e il consagrò?”[910]Alla dura tempra dell'animo, audace, intollerante, superbo, Gregorio Asbesta congiungea chiaro ingegno, parlare insinuante, gran dottrina, pietà, costumi irreprensibili, e per colmo de' mali, ripiglia il biografo, fu anco buon dipintore:[911]ed abusonnein certo libello d'accusa, nel quale andò istoriando con sette miniature quel che bramava: il suo nemico, cioè, catturato, deposto, incatenato, messo in gogna, condannato e condotto al supplizio.[912]Prima che l'arcivescovo siracusano arrivasse a tanta rabbia, il patriarca l'avea fatto deporre in un sinodo (854). Adescato a portare la causa al papa, Gregorio sdegnò assoggettar di nuovo la sede siracusana alla romana onde s'era sciolta;[913]ovvero non gli bastò di uscir di briga, senza vendicarsi d'Ignazio. Non placato perchè questi or lo venisse piaggiando,[914]Asbesta diessi a lacerare il suo nome per tutta la città; a far brogli con vescovi e preti malcontenti; e s'aprì la via appo Fozio, primo scudiero dello imperatore, chiarissimo per sangue, ingegno e immensa dottrina, bel parlatore, uom di Stato e gradito al dotto Cesare Barda che reggea l'imperatore e l'impero. Il santo eunuco a questo, per ragguagliar le forze, gittatosi in braccio a papa Benedetto III, fece approvare da Roma la condannagione del vescovo di Siracusa;[915]il che Fozio e Barda tennero come caso di maestà. La lite s'innasprì per offese private: alfine Ignazio era cacciatodalla sede; rifatto patriarca Fozio; consagrato dal vescovo di Siracusa (858), il quale si avvilì incalzando la persecuzione contro il nemico caduto. Non occorre aggiugnere che il papa e il nuovo patriarca vennero alle prese; che, per trovar pretesto a tanto furore di rivalità mondana, si disputò sulla processione dello Spirito Santo; che Fozio osò deporre il papa (867); che si discese anco ai pettegolezzi: lagnandosi Michele III che papa Niccolò I gli scrivesse in idioma barbarico e scitico, e volea dire il latino; e rimbeccandogli Niccolò ch'era da stolto a rinvilir sì quella lingua, e volersi chiamar tuttavia imperator dei Romani.[916]

La fortuna subitamente voltò quando Basilio Macedone, per togliersi d'inutile briga (867), redintegrò Ignazio nella sede:[917]e non mancarono allora cento vescovi, che, adunati in Concilio, condannavano i lor due fratelli, rei di perduta grazia del principe. Quivi Fozio e Gregorio apparvero più grandi che prima, gettando parole di disprezzo in faccia ai vili giudici (29 ottobre 869).[918]Dieci anni appresso, mancato Ignazio, esaltato di nuovo Fozio, diè meritamente a Gregorio la sede metropolitana di Nicea; ove tosto morì (878), e la sua memoria fu onorata da un elogio del patriarca di Costantinopoli, che per dottrina superava ogni altr'uomo di quei tempi.[919]Di sì gran momento furono due Siciliani nelle principali contese ecclesiastiche che si agitarono nel nono secolo tra l'Oriente e l'Occidente: l'una terminata per man di Metodio; l'altra accesa da Gregorio Asbesta.

In entrambe comparve, ma non tra i primi, San Giuseppe, detto l'Innografo, siciliano anch'egli. Nato, non sappiamo in quale città, da un Plotino e un'Agata, riparava coi genitori nel Peloponneso per fuggire la crudeltà dei Musulmani, dice il monaco biografo e forse discepolo di lui; aggiugnendo vaghe frasi di stragi, rapine, cattività, con che i Barbari affliggessero la Sicilia, isola nobilissima per la fama di Dionisio e di San Giuseppe Innografo. Entrò questi in un monastero di Tessalonica a quindici anni: studioso, solitario, taciturno; si straziava d'astinenza; percoteasi il petto con pietre; a usanza dei monachi greci si confessava gran peccatore indegno del sacerdozio, al quale fu assunto, suo malgrado, da un santo, che voleva adoperarlo a muover sedizioni contro gli Iconoclasti.[920]Mandato dunque per le bisogne della fazione a Roma, cadeva in mano di corsari musulmani, che sel recarono a Creta; e quivi metteasi ad esortare il vescovo contro la eresia; confortava al martirio un compagno di prigione, venuto in procinto di rinnegare la fede cristiana. Egli, dileguatosi prodigiosamente dal carcere, viaggiò per aria a Costantinopoli.[921]Indi corse in Tessaglia a fondare unmonastero in onor di San Bartolomeo, il quale, per rendergli cortesia, gli apparve in sogno; il benedisse e il fe' poeta. E però, conchiude il biografo, i suoi versi rendono sì svariata e celeste armonia, calman l'ira, muovono al pianto, e ogni nazione li ha voltato in suo linguaggio: e su, gettate via gli altri poeti e vi basti l'Innografo!

Sciocco quanto si voglia così fatto parlare, la storia può cavarne costrutto. La seconda favola ci attesta come l'Innografo si fosse dato a far versi in età matura, a forza di studio; e come i Greci del nono secolo tanto avessero preso ad imitare gli antichi, che lor era mestieri di rimetter su l'oficio di Apollo e investirne un santo cristiano. Cotesto movimento letterario, reminiscenza di gioventù d'una società decrepita, s'era già manifestato nella prima metà del secolo, come il provano le opere di Teofane Cerameo, la vita di Metodio, l'aneddoto di Teofilo con costui, e l'altro sì noto col matematico Leone fatto poi vescovo di Tessalonica. Par che Teofilo stesso abbia principiato,[922]e il Cesare Barda compiuto, sotto il regno di Michele Terzo, la istituzione dell'Accademia nel palagio imperiale detto la Magnaura; ove dapprima si dettero lezioni di filosofia e scienze esatte, compresavi la musica;[923]e, spartiti meglio gli studii o accresciuto il numero dei professori, si lesserofilosofia, geometria, astronomia, grammatica greca: sappiamo inoltre che privati avessero preso già ad insegnare l'arte poetica a Costantinopoli, e altri fosse ito ricercando i tesori dell'antica sapienza e letteratura, qua e là, pei monasteri della Grecia.[924]Un grande istorico[925]ha attribuito così fatta ristorazione di studii a voglia che avesse la corte bizantina di gareggiare coi califi; ma questa non potea esser la sola, nè anco la primaria cagione. I movimenti intellettuali sogliono nascere nel popolo: e la lite delle Immagini, che agitava la cristianità da più di un secolo, aveva aguzzato gl'ingegni, come fa ogni grande contesa. Cercavan armi nella filosofia gli Iconoclasti; dalle cui file appunto veggiamo uscire il primo professore della Magnaura. Gli Iconolatri, al contrario, per necessità dello intento loro, si doveano raccomandare alla estetica; sforzarsi a imitare la magic'arte dei classici pagani, il manco male che potessero: nè per caso è che n'apparivano in Sicilia i primi segni; ma perchè nell'isola più caldamente e forse con minor pericolo si parteggiava. Indi il frate siciliano diessi a coltivare la poesia sacra, tentata al certo innanzi di lui, ma con minore riputazione. Ei si provò a far versi, con un po' d'orecchio in vece d'estro: la lingua greca gli prestò parole pieghevoli e sonore; le idee e i sentimenti suoi, che or ci promuovono il sonno, avean virtù allora di beare gli ascoltatori: e così fece proseliti alle immagini; e lo studio di parte, il pessimo gusto del secolo, forse la novità ch'ei recava inquelle composizioni gli procacciarono sì gran fama. Teofilo il bandì a Cherson in fondo al Mar Nero. Tornate le immagini sugli altari, il patriarca Ignazio (848) l'ebbe caro e lo deputò alla custodia dei vasi sacri d'una basilica. Dopo la morte del quale, sia per la riputazione letteraria, sia per la scaltrezza, chè ci lodan l'Innografo di leggere ogni pensiero negli occhi altrui, egli divenne intimo, dicon anche consigliere, di Fozio. Ciò nondimeno è entrato nel catalogo dei Santi.[926]

Poichè ci è occorso di toccare la poesia sacra, parleremo qui di Sergio, frate in un monastero di San Calogero, ch'era probabilmente su la montagna di questo nome presso Sciacca. Abbiam contezza di lui per un lungo inno e un frammento; il testo greco dei quali si trovò nell'antico monastero di San Filippo di Fragalà in Sicilia. L'inno fu recitato il dì della festa annuale di San Calogero, dinanzi una calca che vi traea di monaci e popolo: e tra gravi pericoli viveano essi al certo, poichè l'autore or innalzava una preghiera a San Calogero che campasse il paese dalle minacce, guasti e assalti dei nemici; or volgeasialla madre di Cristo per impetrar la riscossa dal giogo degli Ismaeliti, e più volte ei ritornava a quest'argomento. Da ciò parmi che a quel tempo Sciacca fosse città tributaria; nella qual condizione si pativano insieme il giogo e i pericoli. La invocazione che troviamo a pro degli ortodossi imperatori non esclude tal supposto; e ci dà un barlume per iscoprire l'epoca: i primi dodici anni, credo io, del regno di Michele Terzo (842-854), quando regnava per lui la madre, e molte castella della regione ov'è Sciacca aveano fermato coi Musulmani un patto che infransero di lì a poco.[927]Non sappiamo se sia vivuto in questo tempo medesimo Costantino di Sicilia di cui ci avanza un solo epigramma, nè anco intero.[928]

Più che cotesti miseri versi d'un'epoca di decadenza, ci premerebbe di ritrovare una cronaca greca, che pare inedita e passò sotto gli occhi di alcuni eruditi del secolo decimosesto; ma poi se n'è perduta la traccia. La quale cronaca, attribuita ad un Giovanni di Sicilia, principiando, al solito, dalla creazione del mondo, correa fino all'anno ottocentoottantasei; onde si suppose che l'autore fosse morto in quel tempo. Forse egli è il Siciliano, o pedagogo siciliano, di cui fanno menzione il Cedreno e Giovanni Scilitze, tra gli scrittori dell'istoria bizantina, anteriori all'undecimo secolo.[929]Forse è lo stessoGiovanni di Sicilia che comentò l'arte oratoria di Ermogene.[930]La cronica serbavasi nella Biblioteca Elettorale Palatina, dove par l'abbia veduto il Sylburgius; su la fede del quale e del Possevino, il Vossio registrò Giovanni di Sicilia tra gli storici bizantini, e conghietturò esser passato il MS. dalla Biblioteca Palatina nella Vaticana.[931]Lo Schoëll, ignoro su qual fondamento, affermò rinvenirsi il MS. nella Biblioteca di Vienna, con una continuazione infino al milledugento ventidue;[932]ma è lecito crederlo uno sbaglio dell'illustre filologo alemanno, poichè, se nol fosse, e i dotti editori di Bonn avrebbero pubblicato questo MS. nella Bizantina, e lo si troverebbe nel Catalogo di Daniele de Nessel. Rimane dunque il dubbio se il libro siasi perduto; se giaccia dimenticato nella Vaticana; ovvero se sia pubblicato sotto altro nome, per esempio, di Michele Glycas, ch'è è detto slmilmente Siciliano e che fece un magrissimo compendio storico dal principio del mondo all'anno 1118.

Lungi dalla patria e dai pericoli vissero due altri illustri Siciliani, Atanasio vescovo di Modone e Pietro vescovo degli Argivi che scrisse lo elogio funebre di Atanasio. Facendosi a narrare i primianni della costui vita, Pietro ricorda la Sicilia come figliuolo amorevole ancorchè rettorico: e son le sole parole di carità cittadina che troviamo negli scritti dei preti siciliani del nono secolo. “Prima fu patria d'Atanasio il Cielo, poi Catania e la Sicilia, dice l'oratore; quell'isola famosa di cui potrei lodare il sito, la vastità, la bellezza, il temperamento dell'aere, la salubrità delle acque, i boschi, i folti giardini, la sapienza, prudenza, fortezza e giustizia degli uomini, e potrei noverare tanti illustri personaggi che vi nasceano; ma basti dir di Sant'Agata, la verginella, le cui reliquie rattengono la lava quando precipita dall'Etna. Ma a me non conviensi dilettarmi nelle lodi di patria terrena, poichè Atanasio, invaghito del Cielo, sdegnò quella come luogo d'esilio. Dalle rovine e tramonto della patria spuntò la novella luce di tant'uomo. Le avversità cimentarongli l'animo, come il fuoco affina l'oro, come i turbini di venti e i torrenti straripati mettono a prova la saldezza degli edifizii. Una barbarica genía d'Ismaeliti e Agareni era venuta a punir le nostre prevaricazioni e ostinazione al peccato. Quasi carnefici che vendicassero la divina giustizia, saccheggiarono e guastaron tante cittadi; fecero strazio di borghesi e di contadini; quale uccisero col ferro, qual fecero perire di fame o ne' flutti del mare; altri dettero a perpetue catene di servitù; altri aggravarono di miserie insopportabili; altri sforzarono a fuggire di Sicilia e andar vagando in terra straniera. Tra questi ultimi furono i genitori di Atanasio, i quali, senza mormorar contro Dio, ripararono a Patrasso in Peloponneso, nonpotendo guardare ad occhi asciutti il gregge di Cristo, la eletta dei Santi e il regio Sacerdozio calpestati dagli empii; non comportare il superbo disprezzo e la irrisione ai nostri mali.” Dopo questo esordio, che ho tradotto scorciandolo alquanto, vien la vita religiosa: come il santo giovanetto entrasse in monastero; come ne fosse fatto superiore; indi esaltato al seggio vescovile di Modone; e quivi risplendesse d'ogni virtù che s'appartenga a pastore d'anime: pio, caritatevole, forte, consolatore degli afflitti, vendicatore degli oppressi. “Questa, sclamava l'oratore, è la verace filosofia, non quella di Socrate;” e poi, dal principio alla fine, andava lodando il vescovo di Modone della virtù che Socrate gli avrebbe insegnato meglio che niun altro: la carità civile senza ubbie religiose. Ma forse spiaceva allora al clero che i filosofi della Magnaura parlassero troppo del sapiente Ateniese. Lo elogio chiudeasi con una lista di miracoli operati alla tomba di Atanasio, ch'era morto, com'e' pare, l'anno ottocento ottantacinque.[933]

Dal quale scritto ognun vede che l'autore non isfuggì ai difetti letterarii del tempo; le troppe fronde, le declamazioni su luoghi comuni, lo sforzo a simular di fuori il calor d'affetti che mancava nell'animo. Pietro, detto Siculo dalla patria, fuggito come tanti altri nella guerra musulmana, andò a cercare fortuna nei monasteri di Costantinopoli. Basilio Macedone, verso l'ottocento settanta, il mandò atrattare il riscatto dei prigioni a Tefrica, città tra Cesarea e Trebisonda, tra l'Eufrate e il Mar Nero, la quale oggi s'appella corrottamente Divriki; allor era sede principale dei Pauliciani. Questo nome avea preso una setta che stranamente innestava alla semplicità della primitiva Chiesa cristiana, il dualismo dei Manichei: setta allignata in Armenia e altre province dell'Asia Minore; la quale, dopo varie vicende di persecuzione, poco mancò che non fosse sterminata alla ristorazione delle Immagini. Le soldatesche mandate allor da Teodora contro i Pauliciani, vantaronsi di centomila vittime uccise tra col ferro, il fuoco e gli annegamenti; ma gli avanzi del popolo proscritto disperatamente presero le armi; elessero condottieri; collegaronsi coi Musulmani: e in trent'anni di guerre si vendicarono con usura; sì infesti e ridottati nelle finitime provincie dell'impero, che Basilio Macedone esitò ad assalirli. Indi l'ambasceria di Pietro Siculo; il quale non piegò alla pace que' fieri ribelli, ma riebbe da loro i prigioni; scoprì una pratica loro coi Bulgari; ed or disputando coi dottori eretici, or confabulando con gli ortodossi che trovava qua e là, in nove mesi che soggiornò a Tefrica, raccolse i materiali di una storia di quella eresia; e la scrisse tantosto, e la dedicò al novello arcivescovo dei Bulgari. Lucidamente spiegovvi i sei punti principali di quella eresia; la origine, la trasformazione delle credenze; ritrasse con critica, ordinò, espose non senz'arte i fatti materiali nati da quegli errori di metafisica: la persecuzione, la ribellione, le guerre. Potrebbe dirsi storia superiore a que' tempi, senon vi si notassero i vizii di forma accennati di sopra, e quel ch'è peggio mille volte, la corruzione del senso morale; la compiacenza teologica con che si narrano i supplizii dei Pauliciani; la irrisione delle vittime.[934]Pietro, fatto vescovo dopo questa missione, morì, com'e' pare, verso l'ottocento novanta.

Una leggenda tratta dai menologi greci, ma non favolosa al certo, riferisce alla stessa epoca il martirio di quattro Siciliani per nome Giovanni, Andrea Pietro e Antonio; dei quali Andrea e i due ultimi eran padre e figliuoli. Fatti schiavi alla espugnazione di Siracusa; condotti in Affrica al feroce Ibrahîm-ibn-Ahmed, questi educava i due giovanetti nelle discipline musulmane; e, vedendoli capaci e costumati, li adoperava in oficii pubblici: Antonio collettor di tasse;[935]Pietro tesoriere; il che non è inverosimile. Ma poichè essi serbavano in cuore la fede dei padri loro, il caso o qualche nemico li scoprì. Ibrahim li dannò a morte come apostati: onde furono imprigionati; lacerati a battiture; spezzate loro le ossa; sconciamente mutilati con tanaglie roventi. Il tiranno, tra cotesti supplizii, fa condurre il padre e gli tronca il capo egli stesso. Tratto poi Andrea dal carcere ov'era invecchiato, gli pianta una lancia in petto; ecome quegli levava gli occhi al cielo rendendo grazie del martirio, lo finì con un altro colpo e gli spiccò anche il capo. Così fatti particolari, che in altro caso renderebbero assai sospetta la narrazione, la confermano trattandosi d'Ibrahîm. Il suo nome, quel di Basilio principe contemporaneo, la espugnazione di Siracusa, che son citati nella leggenda, tutti le aggiungon fede.[936]

Di assai maggior momento nella storia i casi di Giovanni Rachetta, detto Sant'Elia il giovane, del quale già abbiam fatto menzione. Nacque di nobil gente a Castrogiovanni, l'anno ottocento ventotto o ventinove;[937]essendo fanciullo di otto anni, i Cartaginesi, dice la leggenda, irruppero nella città: il qual tempo risponde in vero alla occupazione dei sobborghi di Castrogiovanni (837). I genitori, col fanciullo e l'avanzo di loro facoltà, si rifuggirono in un Castel di Santa Maria; e vissero tranquilli, finchè una notte parve a Giovanni udir voce del Cielo che gli annunziasse cattività e missione di confortare nella fede cristiana i conservi suoi. A dodici anni, segnalandosi già nello studio delle sacre lettere, ed esercitandosi assiduamente nella preghiera, gli si cominciò a squarciare dinanzi agli occhi il velo del futuro: predisse come i nemici farebbero impeto nel castello; come il tale e il tal altro sarebbero uccisi. Ciò sembra raccontato dal Santo, provetto negli anni e professante ormai apertamente la profezia. Forse non era bugia del tutto:forse egli stesso avea creduto, e in parte credea, vedere con altri sensi che i mortali. La immaginativa sua nudrita di spavento dei Musulmani, di terrori religiosi, di calamità sovrastanti e continua intervenzione del Cielo, creò un fantasma, e le parve mandato da Dio; presentì, e le parve ispirazione; e avveratosi talvolta il presentimento, ciò parve irrefragabil prova dell'intuizione profetica. Avventuratosi ai vaticinii, il giovine non potea smettere; fatto uomo maturo li vedea tornare utili a sè medesimo e ad altrui; alle anime e ai corpi; alla Chiesa e allo impero: e mille esempii gli permetteano d'inorpellare la verità a buon fine, senza interesse; poichè agli uomini non pare interesse privato la vanagloria.

Ciò detto, potrò seguire fil filo la leggenda. Gli abitatori del Castel di Santa Maria, sbigottiti alle parole del fanciullo, traevano a lui; ed egli a riprendere i vizii, a raccomandare penitenza e carità, e che secondo il vangelo si gettasse al foco il tristo legno. Ond'altri meravigliava di tanta saviezza; ma gli stolti e la feccia della plebe voltavan le spalle, dice amaramente il biografo: e parmi naturale che i poveri non abbiano mostrato punto di zelo a difendere un ordine sociale sì iniquo. Il virtuoso giovanetto incontrò tra i primi le calamità che presagiva. Uscito a diporto dal castello, imbattevasi in una torma di cavalli musulmani; era preso; venduto a un cristiano, forse trafficante di tal merce; e imbarcato sopra un legno musulmano, con altri dugento venti schiavi. Navigando alla volta d'Affrica, liberolli un dromone greco uscito di Siracusa; e Giovanni, cheavea predetto anche ciò, fu reso ai parenti. Perdè il padre dopo tre anni. Mentre lo agitavano sentimenti contrarii, la pietà della madre e la brama di peregrinare ad esaltazione della fede, il decreto divino si compì. Fatto prigione in più fiera scorreria dei nemici, fu comperato anco da un cristiano; menato in Affrica; e venduto ad un altro cristiano, ricco mercatante di cuoia; il quale, preso del bello aspetto, modestia e integrità del giovane, gli affidò il maneggio della casa sua.

Lasceremo indietro un episodio tolto di peso dalla storia di Giuseppe il Giusto; non sapendo se pur vi sia di vero, vera usanza, dico, delle cittadine cristiane d'Affrica, Sicilia o Calabria in quel tempo, il rosso e il bianco[938]di che si liscia il volto, il ferro[939]con che s'arriccia i capelli la moglie del mercatante, ostinata a sedurre Giovanni. Chiaritosi innocente, ei si ricomperò coi frutti del proprio lavoro, ch'è tra i modi di emancipazione già notati secondo legge musulmana; i quali necessariamente veniano in uso tra i vassalli cristiani. Poscia salì in fama appo Cristiani e Musulmani al paro, per miracolose guarigioni di ferite e morbi: il che da molti secoli a questa parte è intervenuto e interviene tuttavia in Oriente a chiunque abbia una tintura di medicina, o almeno astuzia e baldanza. Dell'arte sua, qual che si fosse, il santo usò a far proseliti, credo io, in Egitto.Donde accusato dai barbassori musulmani o piuttosto dal clero giacobita,[940]corse pericoli: ma il governatore della provincia lo fe' uscir di prigione; ed egli non guari dopo se n'andò a Gerusalemme. Quivi il patriarca lo onorava; gli dava l'abito monastico e con quello il nome di Elia. Soggiornò tre anni in Gerusalemme; visitò il Giordano, il Taborre, il Sinai; venne ad Alessandria, o forse Alessandretta; e accingeasi a passare in Persia; ma le turbolenze nate in quel paese lo costrinsero a sostare ad Antiochia.

La voce divina che gli solea parlare ne' sogni, al dir della leggenda, lo visitò di nuovo in Antiochia, confortandolo a tornare in patria. Fu voce di coscienza in un animo generoso che sapea voltata la fortuna contro i Musulmani in Occidente; ovvero consiglio di qualche agente bizantino; o dello stesso patriarca di Gerusalemme che solea parteggiare per la corte di Roma, intesa allora a riconciliarsi con Basilio Macedone. Elia, vissuto mezzo in Sicilia e mezzo in paesi musulmani, ardente di zelo per la religione, ricordevole dei parenti, e, perchè no? anco della patria, era proprio il caso, nell'apostolato politico che dovea accompagnare le armi di Basilio in Sicilia.Narrammo già[941]com'Elia tornasse nell'isola l'ottocento ottanta a riveder la madre; osservare le forze dei Musulmani; incoraggiare il popolo; ed esortare alla battaglia i capitani bizantini. Cammin facendo, avea con breve e dotto parlare[942]convertito parecchi Infedeli. Dopo lo sbarco di Nasar presso Palermo, il frate siciliano passava da Reggio o da Palermo a Taormina,[943]dove dimorato pochi giorni prese seco un giovane di onesta famiglia, cui diè l'abito monastico e il nome di Daniele; e presagita la sconfitta del capitano Barsamio, navigava alla volta del Peloponneso. Il biografo ci narra tuttavia frequentissimi prodigii operati da Elia, e che, ciò non ostante, egli e Daniele, verso l'ottocento ottantuno[944]erano tenuti spie a Botranto; imprigionati da un Epinio governatore; e che, liberati per la morte del ribaldo, si proponeano di andare a Roma; ma vietato loro quel viaggio, sostavano a Corfù, albergati e onorati dal vescovo; e infine veniano a fondare un romitaggio nella valle delle Saline, tra il Capo dell'Armi e Pentidattolo in Calabria, a rimpetto di Taormina. Coteste vicende, come altrove il notai, non s'adattano al mero apostolato religioso; e par che Elia da una mano conducesse pratiche contro i Musulmani di Sicilia;dall'altra parteggiasse coi frati che non si acquetavano alla ristorazione di Fozio sul seggio patriarcale, sopratutto dopo la morte di Giovanni Ottavo (882). Elia mandò ad effetto il viaggio di Roma al tempo di Stefano Quinto (885-891), dopo alquanti anni passati in Calabria spargendo odore di santità con guarigioni; vaticinii di scorrerie dei Musulmani; comandare ai venti e alla pioggia; far miracoli anche per ischerzo; e sempre cattar favore nel popolo; costringere a riverenza i grandi. Ritornato ch'ei fu da Roma, predisse ai Reggini il prossimo saccheggio della città (888); e ritrattosi opportunamente a Patrasso, si mostrò di nuovo a Reggio, quando seppe partiti i nemici; e indi tornò al suo romitaggio: ma per fuggire l'aura popolare, come dice il biografo, o piuttosto il pericoloso soggiorno in su lo Stretto di Messina, andò a fondare un monastero in altro luogo, credo io, in un monte tra Seminara e Palmi, detto di Sant'Elia, ov'è tuttavia una chiesa. Viaggiando spesso nella estrema Calabria, esortava per ogni luogo i fedeli a lasciare il vino, le lascivie, le risse, se voleano preservarsi dalle calamità di quella guerra. Gli esempii d'Epaminonda e di Scipione ch'ei talvolta frammetteva ai suoi ammonimenti, mostrano che tenesse la riforma dei costumi non solo come rimedio teologico, ma sì diretto e temporale. Aggiugne la biografia, nè stentiamo a crederlo, che un Michele capitano d'armata in Calabria, ristorata la disciplina tra i suoi per consiglio di Elia, riportasse vittoria in uno scontro; lieve combattimento, non ricordato nelle cronache.

Io ho voluto sì minutamente raccontare i casi d'Elia da Castrogiovanni, perchè parmi modello dello zelo religioso, solo raggio di virtù che rimaneva in Sicilia. Il genio della schiatta vinta si raffigura tanto meglio in questo frate cittadino, quanto la vita sua durò dai primi assalti dei Musulmani sino al compimento materiale del conquisto, la espugnazione, cioè, di Taormina. Com'ei vi andasse, con che parole e teatrali atteggiamenti avvertisse i cittadini del fato che loro sovrastava, il diremo nel libro terzo, trattando di quella guerra. D'altronde Elia, o il biografo, non imaginarono nulla di nuovo in questo incontro, in cui il santo, al solito, se ne fuggì avanti che arrivassero i nemici. Andò ad Amalfi; tornò in Calabria; operò altri miracoli; favorì un Colombo audace ribelle; lasciò morire il capitano imperiale che gli negava la impunità di Colombo; e la impetrò egli stesso da Leone il Sapiente, a prezzo d'andare a visitare l'imperatore a Costantinopoli. Leone, come ognun sa, avea deposto di nuovo Fozio per far cosa grata a Roma; blandiva e ingrassava il clero per tenersi più tranquillamente la bella Zoe; e il biografo ci afferma che avesse già richiesto il taumaturgo siciliano di pregare per lo Impero, al quale effetto quegli s'era portato a Taormina. Adesso, entrato in nave per soddisfare la novella promessa a Leone, presentì in viaggio che morrebbe di corto; e andò a spirare in un monastero presso Tessalonica, il diciassette agosto[945]novecentoquattro; comandando che si rendesse il suo corpo al monastero di Calabria, come fu fatto; e aggiuntovi ricchi doni e poderi dal religiosissimo imperatore, dice il biografo. Secondo costui Elia s'appressava agli ottant'anni, il che risponde alla cronologia dei fatti storici che si citano. Convengono altresì a quella età decrepita la eccessiva collera e i capricci che si notano negli ultimi fatti della sua vita.[946]

Ma i frati contemporanei di Elia, la più parte, preferivano all'attività e ai rischi una sterile pietà. Tra loro si ricorda un San Leoluca da Corleone, non educato, dice la leggenda, nè alla guerra nè all'oziosa filosofia; il quale, stanco di pascolare gli armenti nei campi paterni, andava a tosarsi i capelli nel monistero di San Filippo d'Argira; ove ammonito da un vecchio frate delle calamità che sovrastavano alla Sicilia, non le aspettò. Peregrino e mendico fuggissi a Roma; poi fondò un monistero in Calabria: si straziò in cento balzane penitenze ed oficii servili, e morì, dicono gli agiografi, nei primi anni del decimo secolo. Ma l'origine della leggenda è sospetta; e l'autore, facendo menzione di due fughe di Leoluca, alla venuta dei Vandali e poi dei Saraceni, non s'accorse del miracolo grandissimo che fabbricava.[947]

Taccio di Santa Oliva palermitana, confinata dai parenti a Tunis; dannata a morire tra i tormenti; uscita fresca dall'olio bollente, intatta dal foco; uccisa alfine con la spada da Pagani, Vandali o Musulmani, non si sa: leggenda sì assurda da non meritare esame.[948]Dello stesso conio parmi quella di Santa Venera da Gala, ricusante di andare a marito; e uccisa, per dispetto, dai fratelli pagani.[949]Nondimeno il dotto gesuita autor della raccolta, non volendo lasciar fuori cotesti nomi sì popolari in Sicilia, e trovando troppo pochi santi nell'epoca musulmana, destramente vi allogò le due donzelle. Così arrivò a noverare una diecina di martiri canonizzati, compresovi San Procopio vescovo di Taormina; la eroica morte del quale è attestata da memorie genuine, e la narreremo nel seguente libro, insieme con lo eccidio di quella città.

Percorse le biografie che abbiamo esposto, e ricercando qual maniera di civiltà avanzasse nella Sicilia cristiana del nono secolo, si troverà la sola religione; e poi si scoprirà che l'era pianta parasita che ingombrava l'albero, gli toglieva i succhi vitali, e invece di quello germogliava. Dell'incivilimento risguarderem solo i due aspetti primarii; cioè la coltura dello intelletto e il legame morale della società. Nel primo aspetto si vede che gli studii ecclesiastici, ristorati nell'isola da San Gregorio, cadutia poco a poco, risorti nella lotta contro gli Iconoclasti, produceano, ultimi frutti, le prediche di Teofane Cerameo, i versi di San Giuseppe Innografo e di Sergio, gli scritti di Teodosio monaco[950]e di Pietro Siculo, la cultura onde si armava in sua vendetta Gregorio Asbesta, ed aiutavano alla ristorazione delle lettere nella capitale dell'Impero: ma niun laico s'incontra nella lista; nessuno studio profano. Il legame morale, massimo scopo della religione come pensavano i nostri padri latini, si vede rilasciato e inefficace. Inefficace nei costumi, nei quali si scopre sfrenamento delle passioni brutali e bacchettoneria, che per lo più vanno insieme. Inefficace nei rapporti politici, poichè la più parte della Sicilia spensieratamente piegava il collo ai Musulmani. Io non ho detto che sola causa di tanto infiacchimento fosse stata la religione, o quella che si tenea religione nel basso impero; ma affermo sì che la religione poco o nulla giovò a mantenere lo Stato di cui era solo elemento vitale. E veramente, nelle cronache e leggende dei primi tempi della guerra non v'ha vestigio di difesa nella quale avessero partecipato virilmente i ministri della religione; anzi veggiamo che i santi si affrettavano a fuggire dall'isola. Aiutò solo il sentimento religioso, quando le popolazioni disperate si sollevarono per altre cagioni; quando l'impero bizantino rinvigorito mandò eserciti; quando un nodo di popolazione, respirata l'aria della libertà, prese a mantenerla da sè stesso: e in questi eventi i preti e i frati ebber sempre parte secondaria; non surse traloro un Pier l'Eremita nè un Savonarola. Di tali uomini non nacquero giammai nella società bizantina; la quale per ogni luogo traea sua vecchiezza tra i vizii che testè abbiamo notato nella popolazione cristiana di Sicilia al nono secolo, e che vedemmo in tutta l'isola nei tempi anteriori al conquisto. Qual fosse stata nel medesimo tempo la società musulmana nell'isola, mi ingegnerò a ritrarlo nel Capitolo primo del seguente libro.


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