CAPITOLO X.Lo stesso anno, se prima o appresso la espugnazione di Siracusa non si ritrae, Gia'far-ibn-Mohammed fu ucciso in Palermo dai suoi proprii famigliari, per trama di due principi del sangue aghlabita, ch'eran ritenuti prigioni nel palagio dell'emiro, mandativi al certo da Ibrahîm; l'uno, fratel di costui per nome Abu-I'kal-Aghlab-ibn-Ahmed; l'altro, fratello del padre di Ibrahîm, e addimandavasi anco Aghlab-ibn-Mohammed-ibn-Aghlab, soprannominatoKhereg-er-ro'ûna, come noi diremmo “La pazzia se n'andò.” Aghlab, matto o no, volle raccogliere il frutto dell'omicidio; prese lo Stato, affidandosi in una mano di partigiani; ma non andò guari che il popolo, sollevatosi, lo scacciò con tutti i compiici suoi, e mandolli in Affrica.[711]Succedea nel governo, per elezione, com'e' pare, d'Ibrahîm, un Hosein-ibn-Ribâh,[712]che pochi anni addietro avea retto per breve tempo la colonia.Il quale immantinenti ebbe a combattere aspraguerra coi Cristiani. Uscito la state dell'ottocento settantanove contro Taormina, fu sconfitto più fiate. All'ultimo trionfò in sanguinosa battaglia, e uccisevi il capitano nemico che ilBaiânchiama patrizio;[713]forse quel Crisafi, la cui morte ricorda in quest'anno medesimo laCronica di Cambridge:[714]il qual nome gentilizio ricomparisce in un diploma del duodecimo secolo, non che nei ricordi de' tempi successivi, e rimane tuttavia in Sicilia. Da ciò si vede che i Politeisti dell'isola, come ilBaiânchiama i cittadini delle terre non sottomesse ai Musulmani, avendo dinanzi agli occhi quello spaventevole esempio di Siracusa, vollero piuttosto affrontar la morte uniti in campo, che perire divisi, ciascuno entro il suo muro. Notevol è che la medesima disperata reazione avvenne già dopo la presa di Castrogiovanni. Or davano animo al resistere anco le discordie dei Musulmani e gli appresti che facea Basilio per cancellare l'onta delle armi sue.Incalzavan la briga i frati, solito stromento di governo nell'impero bizantino; i quali si fecero agitatori, portatori d'avvisi, anco esploratori; affidandosinella umiltà di loro stato, nei pretesti che forniva e nella riverenza del popolo musulmano, ch'era sì caritatevole verso i poveri di qualunque religione, proclive a tutte superstizioni anco straniere, e uso a tenere in gran conto l'abnegazione monastica. Pertanto veggiamo sopraccorrere in questo tempo in Sicilia un valente frate, Elia da Castrogiovanni, la cui vita tra non guari avremo a narrare. Lasciata Gerusalemme, ov'ei facea stanza, Elia navigò alla volta d'Affrica; di lì venne sur un legno carico di mercatanzie in Palermo; vi rivide la madre; e a capo di pochi dì, appunto quando s'allestiva un'armata nel porto della capitale, ei passò a Taormina; di là a Reggio, ove il popolo era tutto sbigottito; lo rassicurò vaticinando la sconfitta degli Infedeli: e dopo i successi che siamo per narrare, Elia ricomparisce a Taormina per pochi dì; passa in Grecia; ov'è preso per spia dei Musulmani; indi viene in Calabria di nuovo; va a Roma e di nuovo a Taormina. L'intendimento di cotesti viaggi è evidentissimo. Il fatto si deve accettare da una biografia scritta non guari dopo la morte di Elia, e molto accurata nei nomi proprii e topografici, e negli avvenimenti che noi d'altronde conosciamo; verosimile e semplice negli altri; nella quale i miracoli stanno appesi come parati da festa su le mura di un edifizio.[715]Il detto vaticinio d'Elia era di quelli che ognuno può fare. Dopo gli avvantaggi riportati dalle armatettebizantine, a Napoli[716]sopra i Musulmani d'Affrica e di Sicilia, e in Levante contro quei dell'Asia Minore e di Creta, il navilio capitanalo da Niceta Orifa, per audace fazione, avea distrutto l'armata cretese nel golfo di Corinto; aveala arso, affondato, fatti moltissimi prigioni, e messili a morte con orrendi supplizii; chi scorticato vivo, chi immerso nella pece bollente.[717]Oltre il terrore di questi fatti, stava pei Bizantini la superiorità del numero; leggendosi che l'armata affricana e Siciliana che s'accozzò in Palermo sommasse a sessanta navi,[718]ed a centoquaranta la bizantina che le fu mandata incontro,[719]capitanata da un Nasar, uom di Siria come lo mostra il nome; forse della fiera gente dei Mardaiti che valorosamente combatteano contro gli oppressori Musulmani in patria e fuori.[720]Come il navilio affricano s'era messo a depredareCefalonia, Zante e tutte quelle costiere, con animo forse di passare in Calabria, Nasar, raccolte sue forze nel porto di Modone, ristorata la disciplina nei soldati, rinforzatili di Mardaiti e milizie del Peloponneso, uscì improvvisamente contro il nemico. Per aspro combattimento gli bruciò o prese la più parte delle navi, credo io, nei primi di agosto ottocento ottanta, su la costiera occidentale della Grecia propria, Ellade, come allor si chiamava la provincia a settentrione dell'istmo di Corinto. Rifuggitisi in Sicilia quei pochi legni che il poterono, Basilio comandava a Nasar di passar oltre verso Ponente. Così quegli veniva a Reggio; e distrutto, com'e' pare, qualche avanzo dell'armata siciliana che osava far testa, approdò non lungi di Palermo.[721]Padroni oramai del mare i Bizantini cominciarono a dar la caccia alle navi mercantili dei Musulmani, e grande copia vi presero di ricche merci, soprattutto d'olio, il quale fu tanto che il venderono a un obolo la libbra:[722]depredazioni esiziali in quell'anno, in cui era una spaventevole carestia in Africa,[723]e però molto bisogno delle derrate di Sicilia. Altempo stesso Nasar mandò torme di cavalli a dare il guasto ai territorii delle città fatte tributarie dei Musulmani: parecchi mesi durò frastornando il commercio della colonia, senza attentarsi ad assalirla altrimenti; finchè andossene in Terraferma ov'era più agevole a fare acquisto di territorio.[724]Ben ei lasciò una squadra di salandre a Termini, o Cefalù, con soldati che continuassero l'infestagione per terra;[725]e forse allor fu che Basilio, con intento di ordinare la guerra in Sicilia, fecevi capitano Euprassio,[726]e poi Musulice. Allora per certo si cominciò a fabbricare o afforzare una città, alla quale i Bizantini poser nome di Città del Re; com'io credo, l'odierna Polizzi,[727]la quale sorge sopra un colle in mezzo alla valle principale delleMadonie, a brevissima distanza dalle scaturigini dei due Imera, settentrionale e meridionale, o vogliam dire fiume Grande e fiume Salso. Cotesti fiumi, correndo in dirittura opposta, l'uno al Tirreno, l'altro al mar d'Affrica, tagliano la Sicilia d'una linea non interrotta, la quale segnò la divisione amministrativa sotto i Romani, e poi di nuovo nel decimoterzo secolo; e le due provincie si chiamarono la prima volta Lilibetana e Siracusana, poi Sicilia di là e di quà del Salso, ossia Occidentale ed Orientale, e l'una rispondea al Val di Mazara, l'altra a quei di Demona e Noto uniti insieme. Da quella fortezza i Bizantini tenendo il passo delle Madonie, poteano dominare l'uno e l'altro pendío; chiudere i Musulmani nel Val di Mazara; e assicurare le popolazioni cristiane di Val Demone e Val di Noto. Con pari intento il conte Ruggiero due secoli appresso affortificava Polizzi, sì che a lui ne fu attribuita la fondazione.Scambiato per cagion di quelle sconfitte, o forse uccisovi, Hosein-ibn-Ribâh, e rifatto governatore della colonia Hasan-ibn-Abbâs,[728]i cavalleggieri musulmani prorompeano di Palermo a infestar tutta la Sicilia, l'anno dugento sessantasette dell'egira (11 agosto 880 a 30 luglio 881), nella state cioè dell'ottocento ottantuno; e Hasan col grosso delle genti, attraversata risolutamente l'isola, andava a bruciare le mèssi nel contado di Catania. Di lì passato in queldi Taormina,[729]distruggeva le ricolte e tagliava gli alberi: onde uscitogli contro Barsamio, capitano del presidio, uom di Siria come parrebbe al nome, questi toccò una sconfitta, che il biografo di Elia da Castrogiovanni dice predetta dal Santo.[730]Il vincitor musulmano, tornandosi a Palermo, dava il guasto al territorio di Bekâra, non so bene se Vicari, ovvero un castel distrutto nelle vicinanze di Gangi, che non son guari lontani nè l'uno nè l'altro dal luogo ov'eransi afforzati i Bizantini. Questi dal canto loro non intermessero le incursioni ne' territorii dei Musulmani ai quali recarono gravissimi danni.[731]Così con varia fortuna si combattea.L'anno appresso, che fu il dugento sessantotto dell'egira (31 luglio 881 a 19 luglio 882), cominciò con atroce sconfitta e terminossi con splendide vittorie dei Musulmani. Narra Ibn-el-Athîr che una gualdana condotta da Abu-Thûr, “Quel dal Toro,” come noi diremmo, imbattutasi nell'esercito bizantino, fu tagliata a pezzi; sì che ne camparon sette uomini soli.[732]Il nome di Caltavuturo,[733]che significa la rôcca di Abu-Thûr, discosta cinque miglia da Polizzi, addita il luogo dello scontro. La quale notizia accozzata con quel rigo di annali è esempio dei materiali su cui ci tocca ordinariamente a compilare questo nostro lavoro: ragguagli talvolta precisi, ma come iscrizioni sepolcrali; nè ci dipingono le sembianze, nè ci rivelano le passioni, i pensieri, tutto quel movimento vitale che piace e giova intendere nella storia. Ma alle memorie storiche come noi le vorremmo, come l'ebbero alle mani i grandi maestri dell'arte, suppliscono un po' le leggende: almeno ci svelano in che modo allor gli uomini delirassero, che è pur segno di vita. Un'agiografia greca ed un'agiografia arabica s'abbattono entrambe, com'e' pare, nel medesimo fatto di Caltavuturo; narrando le visioni di due avversarii inalcuna sconfitta toccata dai Musulmani. Niceta Davidde di Paflagonia, nella Vita d'Ignazio Patriarca di Costantinopoli scritta in greco, novera questo tra i cento prodigii del patriarca: che Musulice, stratego di Sicilia, in un'aspra battaglia contro i Saraceni, sbigottito, nè sapendo che farsi, invocava l'anima beata d'Ignazio, e che quegli, apparso in aria sopra un possente caval bianco, gli accennava di muover le schiere contro la sinistra del nemico; e così fece il pio capitano, e, contro il solito, vinse.[734]In luogo di un vescovo che venisse a dimostrare arte di strategia, la leggenda musulmana fa scendere dall'empireo le Huri dai begli occhi negri, per chiamare a novella vita i martiri della fede unitaria. Il narratore è Abu-Hasan-Harîri, siciliano di santissimi costumi secondo sua setta, trapassato il novecento trentuno. “Al tempo, diceva egli in sua vecchiezza, al tempo che questa nostra patria nudriva prodi cavalieri, non trascorsi per anco a lacerarsi in guerra civile, io mossi con gli altri ad una impresa contro Infedeli; nella quale scontratici col nemico, fe' carnificina di noi. Tra i cadaveri trovai semivivo Abu-Abd-Selem-Moferreg, uom virtuoso, dato ad esercizii di pietà, a dura penitenza, e a combattere per la fede; il quale così mi parlò: “Ti giuro,” ei disse, “per Dio, che ho visto tante scale drizzate da questo campo infino al cielo, per le quali scendeano giovanette che mai più vaghe non ne conobbi al mondo. Tenendo alle mani uno sciugatoio di drappo verde, ciascuna s'accostòa un dei martiri nostri, e presogli il capo e posatoselo in grembo, gli astergeva il sangue; poi, levando nelle sue braccia il trafitto, se ne risaliva con esso lui in cielo. Ma la donzella che venne a me, addandosi ch'io respirassi, mi volse le spalle tutta sconsolata, esclamando: — Oh sventura, egli vive! Oh vergogna mia appo le compagne! — Ed ella mi lasciò,” finiva singhiozzando Moferreg, “ch'io la vidi con questi occhi miei aperti e risentiti. Mi lasciò la dolce sorella: or come mai potrò cessare il pianto finch'io non la ritrovi?”” Da quel dì in poi Moferreg si profondò tanto più a meditare su la divinità e su l'altro mondo; raddoppiò ogni più strano rigor di vita ascetica; si cibò d'erbe; e quando alcuno gli diceva: “Smetti, o Abu-Abd-Selem,[735]che hai fatto abbastanza per guadagnare il Paradiso;” ei gli dava su la voce: “Sciagurato ch'io non ho scusa appo il mio Signore;” e ricominciava a piangere: nel qual modo si travagliò per sei anni che gli rimaser di vita.[736]Deposto dopo la sconfitta di Caltavuturo Hasan-ibn-Abbâs, e surrogatogli Mohammed-ibn-Fadhl, rinnovava, nella primavera dell'ottocento ottantadue, il disegno di Hasan; spargendo le gualdane per ogni luogo ove i Cristiani non fossero sottomessi; e movendo egli medesimo con lo esercito sopra Catania. Andò seco lui grande sforzo di gente, levatasi in massa alla guerra sacra, com'e' pare dal testod'Ibn-el-Athîr.[737]Dato il guasto alle mèssi in quel di Catania, Mohammed improvvisamente si voltò contro i soldati delle salandre bizantine, i quali non si ritrae se abbiano fatto sbarco nella costiera orientale, o, per terra, tenuto dietro all'esercito musulmano; o se questo sia ito a trovarli su la costiera settentrionale, valicando i monti. Mohammed li combattè e ruppe con molta strage. Poi andò a guastare le ricolte di Taormina; e al ritorno scontrossi con più forte esercito cristiano, accozzato forse dai municipii di Sicilia. Lo sbaragliò; ne uccise tremila uomini, e mandò le teste in Palermo. Usando la vittoria, assaltò poi la Città del Re, Polizzi, se regge il mio supposto; della quale impadronissi per forza d'armi, e messe a morte tutt'i combattenti, e ogni altra persona fe' schiava.[738]Così erano sgombrati gli avanzi della espedizione di Nasar. Le forze bizantine, bastando appena alla guerra di Calabria, abbandonavano la Sicilia, o forse vi lasciavano pochissimi presidii. Il territorio cristiano pertanto si ristrinse ai monti della Peloriade, all'Etna, e alla valle ch'è di mezzo.Quella striscia di terreno sarebbe stata poi, con lieve fatica, soverchiata dai Musulmani, se non li avesse arrestato il peggior nemico loro, la discordia. La quale nelle avversità suol trovare nuov'esca; e cova sotterra; e quando poi senta rivoltare la fortuna, s'apre spiragli, e divampa. I segni del tristofuoco si veggono apparire poco appresso la vittoria di Mohammed-ibn-Fadhl: sono la debolezza e incertezza con che si sciupò la vittoria. Il dugento sessantanove (20 luglio 882 a 9 luglio 883), Mohammed affliggea con saccheggi, cattività, uccisioni i contadi di Rametta e Catania, ma tornava in Palermo tra il giugno e il luglio dell'ottocento ottantatre,[739]senza offendere altrimenti il nemico tutto quell'anno. Al vittorioso condottiero, se deposto o morto non si sa, era surrogato un Hosein-ibn-Ahmed; il quale morì l'anno dugento settantuno (28 giugno 884 a 16 giugno 885), dopo una scorreria che fe' fare nel territorio di Rametta, con guasti di poderi e preda di roba e d'uomini. Poi, venuto d'Affrica a governare l'isola Sewâda-ibn-Mohammed-ibn-Khafâgia, volendo imitare il padre e l'avolo con gagliarde imprese, desolò non solo il contado, ma forse anco i sobborghi di Catania;[740]passò a Taormina; combattè quel presidio; guastò le mèssi; e si facea più da presso, quando venuti a chiedergli accordo, com'ei pare, i decurioni della città, fermò la tregua per tre mesi e lo scambio di trecento prigioni musulmani con que' di Siracusa; ridusse lo esercito alle stanze in Palermo;[741]espirata la tregua, riassaltò la Sicilia orientale all'entrare del dugento settandue (17 giugno 885 a 6 giugno 886) senz'altro frutto che un po' di bottino.[742]Così per due anni allenava la guerra sacra, perchè gli animi s'apparecchiavano alla guerra civile. Alfine, aggiugnendosi alle altre cagioni di mal contentamento le vittorie che riportava in Calabria Niceforo Foca e il disordine che dovean recare dalla Terraferma nell'isola i Musulmani rifuggiti,[743]si venne in questa al sangue. I Berberi e gli Arabi combatteron tra loro, il dì appunto non si sa, tra l'autunno dell'ottocento ottantasei e la primavera dell'ottantasette: e Sewâda con un suo fratello e tutti i partigiani, presi dal popolo di Palermo e messi in ceppi, furono mandati in Affrica. Il popolo rifece governatore unAbu-Abbâs-ibn-Ali;[744]ma par che poco durasse in ufizio, e che il principe aghlabita riescisse a chetare i sollevati; sì che non guari dopo rimandava in Palermo lo stesso Sewâda.Breve pausa di discordie, ma ben la sentirono i nemici. Morto in questo mezzo Basilio Macedone (1 marzo 886) e venuto l'impero nelle deboli mani di Leone, era chiamato Niceforo Foca a governar la guerra in Asia Minore. I Musulmani di Sicilia allestivano allora l'armata per riassaltare la Calabria, l'anno dell'egira dugento sessantacinque (15 maggio 888 a 4 maggio 889). Allo incontro venne da Costantinopoli a Reggio il navilio imperiale; e passato lo stretto, che già avea preso il nome di Mar del Faro,[745]trovò il nemico nelle acque di Milazzo, probabilmente in settembre ottocento ottantotto. La battaglia finì con una strage spaventevole: prese tutte le navi ai Cristiani; morti dei loro cinque, forse settemila, tra di ferro e annegati: ed è da credervi, poichè al certo il vincitore musulmano non risparmiò i prigioni, dopo quelle orribili crudeltà di Niceta Orifa. Allo annunzio della quale sconfitta gli abitatori diReggio e delle altre città e castella della estrema Calabria, fuggivano dalle case loro sentendosi sul collo la spada musulmana. Infatti l'armata vincitrice approdò; sparse gli scorridori all'intorno, e fatto gran bottino si ridusse in Palermo.[746]Dopo la espugnazione dell'ottocento quarantatrè, il nome di Messina ricomparisce nelle memorie musulmane in questo tempo, sapendosi che Mogber-ibn-Ibrahîm-ibn-Sofiân fosse mandato a capitanare “l'esercito di Messina e terra di Calabria dopo la battaglia di Milazzo;” queste sono le proprie parole del biografo.[747]Nel mezzo secolo che corse tra l'uno e l'altro avvenimento, non si fa punto menzione di quella città; ma si ricordano, dall'ottocento settantasette in poi, i guasti di eserciti musulmani nel contado di Rametta, picciola rôcca tra i monti, a ponente di Messinaond'è lontana nove miglia in linea retta[748]e molto più pei sentieri tanto o quanto praticabili a tramontana e mezzogiorno. Rametta oRimecta, terra di nome latino, e però antica, ancorchè non se ne faccia ricordo da storici e geografi innanzi il nono secolo; terra limitata dal sito a mediocre prosperità; forte asilo in tempo di guerra. Così ancora per tutto il corso del decimo secolo il nome di Messina s'udì poco, quel di Rametta fu famoso per battaglie e assedii; finchè la città del Faro, non molto innanzi il conquisto normanno, ripigliava l'antico lustro, e Rametta tornava alla condizione assegnatale dalla natura. Da cotesta vicenda parmi si debba argomentare che dopo l'ottocento quarantatrè i principali cittadini di Messina e gran parte del popolo si tramutassero in quelli aspri gioghi per viver liberi; e che Messina, mezzo abbandonata, rimanesse come porto ed emporio, Rametta divenisse l'Acropoli dell'antica patria.Mogber, uom valoroso, della nobile schiatta di Sofiân collaterale di casa d'Aghlab,[749]era stato accetto un tempo a Ibrahîm-ibn-Ahmed, che solea per diletto armeggiar di lancia con esso lui; era stato preposto al governo di Laribus; ma poi, allontanato d'Affrica al par di quanti altri davan ombra al tiranno,ebbe il pericoloso comando dell'esercito a Messina. Dove gli avvenne che andato con poche galee a una correria in Calabria, l'armata bizantina, capitanata, com'ei pare, da un ammiraglio Michele, lo fe' prigione, e sì mandollo a Costantinopoli; ove dopo alquanti anni morì. Per lungo tempo rimase popolare in Affrica il nome di Mogber, recitandovisi da tutti un poemetto ch'egli avea dettato nei tristi giorni della cattività, e mandatolo al Kairewân, del quale abbiamo due squarci: poesia imitativa; versi così così; sensi di carità patria; disprezzo della fortuna, e speranza che confortasse l'animo del prigione colui che avea guardato Giuseppe dalle seduzioni, rincorato Giobbe, liberato Abramo dal furore de' Miscredenti e dato possanza al bastone di Mosè in faccia ai Maghi d'Egitto.[750]Ma Sewâda-ibn-Mohammed, tornato in Palermo, movea l'anno dugento settantasei (5 maggio 889 a 23 aprile 890) contro Taormina, e invano l'assediava;[751]col quale par che Ibrahîm-ibn-Ahmed abbia mandato in Sicilia milizie straniere sotto pretesto della guerra sacra in Calabria, e in verità per mettere un freno in bocca ai coloni. In fatti, leggiamo nellaCronica di Cambridgeche di marzo ottocento novanta i Musulmani di Sicilia si levarono in armecontro gli Affricani e uccisero un Tâwâli, del quale altro non si conosce che il nome o soprannome che sia;[752]ma quella appellazione di Affricani e Siciliani, data qui dal medesimo scrittore che nell'ottocento ottantasette avea parlato di Giund e Berberi, mostra che si combattesse tra le novelle forze venute d'Affrica e gli antichi coloni, non più tra le due schiatte di costoro.[753]Resse la Sicilia l'anno dugento settantotto (14 aprile 891 a 1 aprile 892) Mohammed-ibn-Fadhl di già ricordato. Il dugento settantanove (2 aprile 892 a 21 marzo 893), ilBaiânripete il nome di costui e lo dice entrato in Palermo capitale dell'isola il due sefer[754](4 maggio 892); la qual data, sì precisa, è indizio di avvenimento non ordinario; forse un moto di fazioni; forse una battaglia. Ne fan certi di ciò i cenni che troviamo in altri scrittori. Leggiamo nella storia d'Affrica del Nowairi, che l'anno dugentottanta (893-894) Ibrahim-ibn-Ahmed, rifattohâgib, o vogliam dir ciambellano e primo ministro, un Hasan-ibn-Nâkid, gli conferì inoltre parecchi oficii, tra i quali l'emirato di Sicilia, e che Hasan andò con un esercito a combattere i popoli di Tunise di tutta la penisola di Scerîk,[755]come chiamavan la lingua di terra che si termina nel Capo Bon e dritto guarda al promontorio occidentale della Sicilia. Da un'altra mano, tra l'ottocentonovantadue e il novantasei, non s'intende in Sicilia d'impresa contro i Cristiani; anzi si vede fermato un patto tra loro e i Musulmani dell'isola: fermato ai tempi di Abu-Ali, dice laCronica di Cambridge;[756]fermato coi Saraceni di Palermo che si ribellarono dal principe d'Affrica, dice Giovanni Diacono napoletano,[757]alludendo, com'e' par certo, al medesimo accordo. V'ha luogo dunque a due supposti: o che il principe affricanoabbia voluto usar la vittoria di Mohammed-ibn-Fadhl, per togliere le franchigie della colonia, e farla reggere dal primo ministro ch'ei si teneva allato; ovvero che i coloni siano rimasi di sopra in alcun altro scontro, e Ibrahim abbia commesso al primo ministro, che, doma la penisola di Scerîk, traghettasse il mare, e andasse a domar la Sicilia, il che poi non si effettuò. Al secondo supposto dan valore le parole di Giovanni Diacono; talchè Abu-Ali sarebbe soprannome del capo della rivoluzione in Palermo.La pace, chè tal vocabolo adopran qui i cronisti contro l'uso ordinario degli accordi coi Cristiani, non portava ai Musulmani altro avvantaggio, che di liberar mille prigioni di lor gente. Fu stipolata tra gli ultimi dell'ottocento novantacinque e i primi del novantasei. Le fu posto il termine di quaranta mesi; e la colonia diè statichi da scambiarsi ogni tre mesi, una volta Arabi e una volta Berberi.[758]Tornò dunque a un compenso del riscatto di mille Musulmani col valsente del bottino, schiavi e guasti di ricolte, che i Cristiani avrebbero potuto patire in quattro estati; e gli ostaggi si davano dai Musulmani ai Cristiani, perchè in tal baratto questi pagavan contante, e quelli in credito. Accordo glorioso per quei tre o quattro municipii della schiatta vinta che a mala pena si difendeano, stretti e incalzati in un cantuccio dell'isola; troppo umile pei conquistatori che s'eran lasciati prender tanta gente, sia in Sicilia sia in Calabria, nè si fidavano di liberarla con la spada. Nè minore scandolo era per loro a confessare in faccia ai Politeisti laprofonda scissura della colonia, con quello avvicendare degli statichi: Arabi e Berberi, non più fratelli in Islam!Pongo termine qui alla narrazione del conquisto. Io non ho voluto arrestarmi all'ottocento settantotto alla espugnazione di Siracusa, nè proseguire infino a quella di Taormina nel novecentodue, che sarebbero parute l'una o l'altra epoche più esatte secondo i fatti esteriori. Ma il gioco delle forze politiche, al quale vuolsi risguardare piuttosto che agli accidenti delle guerre, cambiò appunto al tempo della detta pace. Allor fu che il principato bizantino lasciò la Sicilia come spacciata. Allora i pochi municipii cristiani independenti cominciarono ad operare dassè. Allora la colonia musulmana, stendendo la mano a quei generosi avanzi della schiatta vinta, gittossi nella lotta di independenza che darà materia al seguente libro.
Lo stesso anno, se prima o appresso la espugnazione di Siracusa non si ritrae, Gia'far-ibn-Mohammed fu ucciso in Palermo dai suoi proprii famigliari, per trama di due principi del sangue aghlabita, ch'eran ritenuti prigioni nel palagio dell'emiro, mandativi al certo da Ibrahîm; l'uno, fratel di costui per nome Abu-I'kal-Aghlab-ibn-Ahmed; l'altro, fratello del padre di Ibrahîm, e addimandavasi anco Aghlab-ibn-Mohammed-ibn-Aghlab, soprannominatoKhereg-er-ro'ûna, come noi diremmo “La pazzia se n'andò.” Aghlab, matto o no, volle raccogliere il frutto dell'omicidio; prese lo Stato, affidandosi in una mano di partigiani; ma non andò guari che il popolo, sollevatosi, lo scacciò con tutti i compiici suoi, e mandolli in Affrica.[711]Succedea nel governo, per elezione, com'e' pare, d'Ibrahîm, un Hosein-ibn-Ribâh,[712]che pochi anni addietro avea retto per breve tempo la colonia.
Il quale immantinenti ebbe a combattere aspraguerra coi Cristiani. Uscito la state dell'ottocento settantanove contro Taormina, fu sconfitto più fiate. All'ultimo trionfò in sanguinosa battaglia, e uccisevi il capitano nemico che ilBaiânchiama patrizio;[713]forse quel Crisafi, la cui morte ricorda in quest'anno medesimo laCronica di Cambridge:[714]il qual nome gentilizio ricomparisce in un diploma del duodecimo secolo, non che nei ricordi de' tempi successivi, e rimane tuttavia in Sicilia. Da ciò si vede che i Politeisti dell'isola, come ilBaiânchiama i cittadini delle terre non sottomesse ai Musulmani, avendo dinanzi agli occhi quello spaventevole esempio di Siracusa, vollero piuttosto affrontar la morte uniti in campo, che perire divisi, ciascuno entro il suo muro. Notevol è che la medesima disperata reazione avvenne già dopo la presa di Castrogiovanni. Or davano animo al resistere anco le discordie dei Musulmani e gli appresti che facea Basilio per cancellare l'onta delle armi sue.
Incalzavan la briga i frati, solito stromento di governo nell'impero bizantino; i quali si fecero agitatori, portatori d'avvisi, anco esploratori; affidandosinella umiltà di loro stato, nei pretesti che forniva e nella riverenza del popolo musulmano, ch'era sì caritatevole verso i poveri di qualunque religione, proclive a tutte superstizioni anco straniere, e uso a tenere in gran conto l'abnegazione monastica. Pertanto veggiamo sopraccorrere in questo tempo in Sicilia un valente frate, Elia da Castrogiovanni, la cui vita tra non guari avremo a narrare. Lasciata Gerusalemme, ov'ei facea stanza, Elia navigò alla volta d'Affrica; di lì venne sur un legno carico di mercatanzie in Palermo; vi rivide la madre; e a capo di pochi dì, appunto quando s'allestiva un'armata nel porto della capitale, ei passò a Taormina; di là a Reggio, ove il popolo era tutto sbigottito; lo rassicurò vaticinando la sconfitta degli Infedeli: e dopo i successi che siamo per narrare, Elia ricomparisce a Taormina per pochi dì; passa in Grecia; ov'è preso per spia dei Musulmani; indi viene in Calabria di nuovo; va a Roma e di nuovo a Taormina. L'intendimento di cotesti viaggi è evidentissimo. Il fatto si deve accettare da una biografia scritta non guari dopo la morte di Elia, e molto accurata nei nomi proprii e topografici, e negli avvenimenti che noi d'altronde conosciamo; verosimile e semplice negli altri; nella quale i miracoli stanno appesi come parati da festa su le mura di un edifizio.[715]
Il detto vaticinio d'Elia era di quelli che ognuno può fare. Dopo gli avvantaggi riportati dalle armatettebizantine, a Napoli[716]sopra i Musulmani d'Affrica e di Sicilia, e in Levante contro quei dell'Asia Minore e di Creta, il navilio capitanalo da Niceta Orifa, per audace fazione, avea distrutto l'armata cretese nel golfo di Corinto; aveala arso, affondato, fatti moltissimi prigioni, e messili a morte con orrendi supplizii; chi scorticato vivo, chi immerso nella pece bollente.[717]Oltre il terrore di questi fatti, stava pei Bizantini la superiorità del numero; leggendosi che l'armata affricana e Siciliana che s'accozzò in Palermo sommasse a sessanta navi,[718]ed a centoquaranta la bizantina che le fu mandata incontro,[719]capitanata da un Nasar, uom di Siria come lo mostra il nome; forse della fiera gente dei Mardaiti che valorosamente combatteano contro gli oppressori Musulmani in patria e fuori.[720]Come il navilio affricano s'era messo a depredareCefalonia, Zante e tutte quelle costiere, con animo forse di passare in Calabria, Nasar, raccolte sue forze nel porto di Modone, ristorata la disciplina nei soldati, rinforzatili di Mardaiti e milizie del Peloponneso, uscì improvvisamente contro il nemico. Per aspro combattimento gli bruciò o prese la più parte delle navi, credo io, nei primi di agosto ottocento ottanta, su la costiera occidentale della Grecia propria, Ellade, come allor si chiamava la provincia a settentrione dell'istmo di Corinto. Rifuggitisi in Sicilia quei pochi legni che il poterono, Basilio comandava a Nasar di passar oltre verso Ponente. Così quegli veniva a Reggio; e distrutto, com'e' pare, qualche avanzo dell'armata siciliana che osava far testa, approdò non lungi di Palermo.[721]
Padroni oramai del mare i Bizantini cominciarono a dar la caccia alle navi mercantili dei Musulmani, e grande copia vi presero di ricche merci, soprattutto d'olio, il quale fu tanto che il venderono a un obolo la libbra:[722]depredazioni esiziali in quell'anno, in cui era una spaventevole carestia in Africa,[723]e però molto bisogno delle derrate di Sicilia. Altempo stesso Nasar mandò torme di cavalli a dare il guasto ai territorii delle città fatte tributarie dei Musulmani: parecchi mesi durò frastornando il commercio della colonia, senza attentarsi ad assalirla altrimenti; finchè andossene in Terraferma ov'era più agevole a fare acquisto di territorio.[724]Ben ei lasciò una squadra di salandre a Termini, o Cefalù, con soldati che continuassero l'infestagione per terra;[725]e forse allor fu che Basilio, con intento di ordinare la guerra in Sicilia, fecevi capitano Euprassio,[726]e poi Musulice. Allora per certo si cominciò a fabbricare o afforzare una città, alla quale i Bizantini poser nome di Città del Re; com'io credo, l'odierna Polizzi,[727]la quale sorge sopra un colle in mezzo alla valle principale delleMadonie, a brevissima distanza dalle scaturigini dei due Imera, settentrionale e meridionale, o vogliam dire fiume Grande e fiume Salso. Cotesti fiumi, correndo in dirittura opposta, l'uno al Tirreno, l'altro al mar d'Affrica, tagliano la Sicilia d'una linea non interrotta, la quale segnò la divisione amministrativa sotto i Romani, e poi di nuovo nel decimoterzo secolo; e le due provincie si chiamarono la prima volta Lilibetana e Siracusana, poi Sicilia di là e di quà del Salso, ossia Occidentale ed Orientale, e l'una rispondea al Val di Mazara, l'altra a quei di Demona e Noto uniti insieme. Da quella fortezza i Bizantini tenendo il passo delle Madonie, poteano dominare l'uno e l'altro pendío; chiudere i Musulmani nel Val di Mazara; e assicurare le popolazioni cristiane di Val Demone e Val di Noto. Con pari intento il conte Ruggiero due secoli appresso affortificava Polizzi, sì che a lui ne fu attribuita la fondazione.
Scambiato per cagion di quelle sconfitte, o forse uccisovi, Hosein-ibn-Ribâh, e rifatto governatore della colonia Hasan-ibn-Abbâs,[728]i cavalleggieri musulmani prorompeano di Palermo a infestar tutta la Sicilia, l'anno dugento sessantasette dell'egira (11 agosto 880 a 30 luglio 881), nella state cioè dell'ottocento ottantuno; e Hasan col grosso delle genti, attraversata risolutamente l'isola, andava a bruciare le mèssi nel contado di Catania. Di lì passato in queldi Taormina,[729]distruggeva le ricolte e tagliava gli alberi: onde uscitogli contro Barsamio, capitano del presidio, uom di Siria come parrebbe al nome, questi toccò una sconfitta, che il biografo di Elia da Castrogiovanni dice predetta dal Santo.[730]Il vincitor musulmano, tornandosi a Palermo, dava il guasto al territorio di Bekâra, non so bene se Vicari, ovvero un castel distrutto nelle vicinanze di Gangi, che non son guari lontani nè l'uno nè l'altro dal luogo ov'eransi afforzati i Bizantini. Questi dal canto loro non intermessero le incursioni ne' territorii dei Musulmani ai quali recarono gravissimi danni.[731]Così con varia fortuna si combattea.
L'anno appresso, che fu il dugento sessantotto dell'egira (31 luglio 881 a 19 luglio 882), cominciò con atroce sconfitta e terminossi con splendide vittorie dei Musulmani. Narra Ibn-el-Athîr che una gualdana condotta da Abu-Thûr, “Quel dal Toro,” come noi diremmo, imbattutasi nell'esercito bizantino, fu tagliata a pezzi; sì che ne camparon sette uomini soli.[732]Il nome di Caltavuturo,[733]che significa la rôcca di Abu-Thûr, discosta cinque miglia da Polizzi, addita il luogo dello scontro. La quale notizia accozzata con quel rigo di annali è esempio dei materiali su cui ci tocca ordinariamente a compilare questo nostro lavoro: ragguagli talvolta precisi, ma come iscrizioni sepolcrali; nè ci dipingono le sembianze, nè ci rivelano le passioni, i pensieri, tutto quel movimento vitale che piace e giova intendere nella storia. Ma alle memorie storiche come noi le vorremmo, come l'ebbero alle mani i grandi maestri dell'arte, suppliscono un po' le leggende: almeno ci svelano in che modo allor gli uomini delirassero, che è pur segno di vita. Un'agiografia greca ed un'agiografia arabica s'abbattono entrambe, com'e' pare, nel medesimo fatto di Caltavuturo; narrando le visioni di due avversarii inalcuna sconfitta toccata dai Musulmani. Niceta Davidde di Paflagonia, nella Vita d'Ignazio Patriarca di Costantinopoli scritta in greco, novera questo tra i cento prodigii del patriarca: che Musulice, stratego di Sicilia, in un'aspra battaglia contro i Saraceni, sbigottito, nè sapendo che farsi, invocava l'anima beata d'Ignazio, e che quegli, apparso in aria sopra un possente caval bianco, gli accennava di muover le schiere contro la sinistra del nemico; e così fece il pio capitano, e, contro il solito, vinse.[734]In luogo di un vescovo che venisse a dimostrare arte di strategia, la leggenda musulmana fa scendere dall'empireo le Huri dai begli occhi negri, per chiamare a novella vita i martiri della fede unitaria. Il narratore è Abu-Hasan-Harîri, siciliano di santissimi costumi secondo sua setta, trapassato il novecento trentuno. “Al tempo, diceva egli in sua vecchiezza, al tempo che questa nostra patria nudriva prodi cavalieri, non trascorsi per anco a lacerarsi in guerra civile, io mossi con gli altri ad una impresa contro Infedeli; nella quale scontratici col nemico, fe' carnificina di noi. Tra i cadaveri trovai semivivo Abu-Abd-Selem-Moferreg, uom virtuoso, dato ad esercizii di pietà, a dura penitenza, e a combattere per la fede; il quale così mi parlò: “Ti giuro,” ei disse, “per Dio, che ho visto tante scale drizzate da questo campo infino al cielo, per le quali scendeano giovanette che mai più vaghe non ne conobbi al mondo. Tenendo alle mani uno sciugatoio di drappo verde, ciascuna s'accostòa un dei martiri nostri, e presogli il capo e posatoselo in grembo, gli astergeva il sangue; poi, levando nelle sue braccia il trafitto, se ne risaliva con esso lui in cielo. Ma la donzella che venne a me, addandosi ch'io respirassi, mi volse le spalle tutta sconsolata, esclamando: — Oh sventura, egli vive! Oh vergogna mia appo le compagne! — Ed ella mi lasciò,” finiva singhiozzando Moferreg, “ch'io la vidi con questi occhi miei aperti e risentiti. Mi lasciò la dolce sorella: or come mai potrò cessare il pianto finch'io non la ritrovi?”” Da quel dì in poi Moferreg si profondò tanto più a meditare su la divinità e su l'altro mondo; raddoppiò ogni più strano rigor di vita ascetica; si cibò d'erbe; e quando alcuno gli diceva: “Smetti, o Abu-Abd-Selem,[735]che hai fatto abbastanza per guadagnare il Paradiso;” ei gli dava su la voce: “Sciagurato ch'io non ho scusa appo il mio Signore;” e ricominciava a piangere: nel qual modo si travagliò per sei anni che gli rimaser di vita.[736]
Deposto dopo la sconfitta di Caltavuturo Hasan-ibn-Abbâs, e surrogatogli Mohammed-ibn-Fadhl, rinnovava, nella primavera dell'ottocento ottantadue, il disegno di Hasan; spargendo le gualdane per ogni luogo ove i Cristiani non fossero sottomessi; e movendo egli medesimo con lo esercito sopra Catania. Andò seco lui grande sforzo di gente, levatasi in massa alla guerra sacra, com'e' pare dal testod'Ibn-el-Athîr.[737]Dato il guasto alle mèssi in quel di Catania, Mohammed improvvisamente si voltò contro i soldati delle salandre bizantine, i quali non si ritrae se abbiano fatto sbarco nella costiera orientale, o, per terra, tenuto dietro all'esercito musulmano; o se questo sia ito a trovarli su la costiera settentrionale, valicando i monti. Mohammed li combattè e ruppe con molta strage. Poi andò a guastare le ricolte di Taormina; e al ritorno scontrossi con più forte esercito cristiano, accozzato forse dai municipii di Sicilia. Lo sbaragliò; ne uccise tremila uomini, e mandò le teste in Palermo. Usando la vittoria, assaltò poi la Città del Re, Polizzi, se regge il mio supposto; della quale impadronissi per forza d'armi, e messe a morte tutt'i combattenti, e ogni altra persona fe' schiava.[738]Così erano sgombrati gli avanzi della espedizione di Nasar. Le forze bizantine, bastando appena alla guerra di Calabria, abbandonavano la Sicilia, o forse vi lasciavano pochissimi presidii. Il territorio cristiano pertanto si ristrinse ai monti della Peloriade, all'Etna, e alla valle ch'è di mezzo.
Quella striscia di terreno sarebbe stata poi, con lieve fatica, soverchiata dai Musulmani, se non li avesse arrestato il peggior nemico loro, la discordia. La quale nelle avversità suol trovare nuov'esca; e cova sotterra; e quando poi senta rivoltare la fortuna, s'apre spiragli, e divampa. I segni del tristofuoco si veggono apparire poco appresso la vittoria di Mohammed-ibn-Fadhl: sono la debolezza e incertezza con che si sciupò la vittoria. Il dugento sessantanove (20 luglio 882 a 9 luglio 883), Mohammed affliggea con saccheggi, cattività, uccisioni i contadi di Rametta e Catania, ma tornava in Palermo tra il giugno e il luglio dell'ottocento ottantatre,[739]senza offendere altrimenti il nemico tutto quell'anno. Al vittorioso condottiero, se deposto o morto non si sa, era surrogato un Hosein-ibn-Ahmed; il quale morì l'anno dugento settantuno (28 giugno 884 a 16 giugno 885), dopo una scorreria che fe' fare nel territorio di Rametta, con guasti di poderi e preda di roba e d'uomini. Poi, venuto d'Affrica a governare l'isola Sewâda-ibn-Mohammed-ibn-Khafâgia, volendo imitare il padre e l'avolo con gagliarde imprese, desolò non solo il contado, ma forse anco i sobborghi di Catania;[740]passò a Taormina; combattè quel presidio; guastò le mèssi; e si facea più da presso, quando venuti a chiedergli accordo, com'ei pare, i decurioni della città, fermò la tregua per tre mesi e lo scambio di trecento prigioni musulmani con que' di Siracusa; ridusse lo esercito alle stanze in Palermo;[741]espirata la tregua, riassaltò la Sicilia orientale all'entrare del dugento settandue (17 giugno 885 a 6 giugno 886) senz'altro frutto che un po' di bottino.[742]
Così per due anni allenava la guerra sacra, perchè gli animi s'apparecchiavano alla guerra civile. Alfine, aggiugnendosi alle altre cagioni di mal contentamento le vittorie che riportava in Calabria Niceforo Foca e il disordine che dovean recare dalla Terraferma nell'isola i Musulmani rifuggiti,[743]si venne in questa al sangue. I Berberi e gli Arabi combatteron tra loro, il dì appunto non si sa, tra l'autunno dell'ottocento ottantasei e la primavera dell'ottantasette: e Sewâda con un suo fratello e tutti i partigiani, presi dal popolo di Palermo e messi in ceppi, furono mandati in Affrica. Il popolo rifece governatore unAbu-Abbâs-ibn-Ali;[744]ma par che poco durasse in ufizio, e che il principe aghlabita riescisse a chetare i sollevati; sì che non guari dopo rimandava in Palermo lo stesso Sewâda.
Breve pausa di discordie, ma ben la sentirono i nemici. Morto in questo mezzo Basilio Macedone (1 marzo 886) e venuto l'impero nelle deboli mani di Leone, era chiamato Niceforo Foca a governar la guerra in Asia Minore. I Musulmani di Sicilia allestivano allora l'armata per riassaltare la Calabria, l'anno dell'egira dugento sessantacinque (15 maggio 888 a 4 maggio 889). Allo incontro venne da Costantinopoli a Reggio il navilio imperiale; e passato lo stretto, che già avea preso il nome di Mar del Faro,[745]trovò il nemico nelle acque di Milazzo, probabilmente in settembre ottocento ottantotto. La battaglia finì con una strage spaventevole: prese tutte le navi ai Cristiani; morti dei loro cinque, forse settemila, tra di ferro e annegati: ed è da credervi, poichè al certo il vincitore musulmano non risparmiò i prigioni, dopo quelle orribili crudeltà di Niceta Orifa. Allo annunzio della quale sconfitta gli abitatori diReggio e delle altre città e castella della estrema Calabria, fuggivano dalle case loro sentendosi sul collo la spada musulmana. Infatti l'armata vincitrice approdò; sparse gli scorridori all'intorno, e fatto gran bottino si ridusse in Palermo.[746]
Dopo la espugnazione dell'ottocento quarantatrè, il nome di Messina ricomparisce nelle memorie musulmane in questo tempo, sapendosi che Mogber-ibn-Ibrahîm-ibn-Sofiân fosse mandato a capitanare “l'esercito di Messina e terra di Calabria dopo la battaglia di Milazzo;” queste sono le proprie parole del biografo.[747]Nel mezzo secolo che corse tra l'uno e l'altro avvenimento, non si fa punto menzione di quella città; ma si ricordano, dall'ottocento settantasette in poi, i guasti di eserciti musulmani nel contado di Rametta, picciola rôcca tra i monti, a ponente di Messinaond'è lontana nove miglia in linea retta[748]e molto più pei sentieri tanto o quanto praticabili a tramontana e mezzogiorno. Rametta oRimecta, terra di nome latino, e però antica, ancorchè non se ne faccia ricordo da storici e geografi innanzi il nono secolo; terra limitata dal sito a mediocre prosperità; forte asilo in tempo di guerra. Così ancora per tutto il corso del decimo secolo il nome di Messina s'udì poco, quel di Rametta fu famoso per battaglie e assedii; finchè la città del Faro, non molto innanzi il conquisto normanno, ripigliava l'antico lustro, e Rametta tornava alla condizione assegnatale dalla natura. Da cotesta vicenda parmi si debba argomentare che dopo l'ottocento quarantatrè i principali cittadini di Messina e gran parte del popolo si tramutassero in quelli aspri gioghi per viver liberi; e che Messina, mezzo abbandonata, rimanesse come porto ed emporio, Rametta divenisse l'Acropoli dell'antica patria.
Mogber, uom valoroso, della nobile schiatta di Sofiân collaterale di casa d'Aghlab,[749]era stato accetto un tempo a Ibrahîm-ibn-Ahmed, che solea per diletto armeggiar di lancia con esso lui; era stato preposto al governo di Laribus; ma poi, allontanato d'Affrica al par di quanti altri davan ombra al tiranno,ebbe il pericoloso comando dell'esercito a Messina. Dove gli avvenne che andato con poche galee a una correria in Calabria, l'armata bizantina, capitanata, com'ei pare, da un ammiraglio Michele, lo fe' prigione, e sì mandollo a Costantinopoli; ove dopo alquanti anni morì. Per lungo tempo rimase popolare in Affrica il nome di Mogber, recitandovisi da tutti un poemetto ch'egli avea dettato nei tristi giorni della cattività, e mandatolo al Kairewân, del quale abbiamo due squarci: poesia imitativa; versi così così; sensi di carità patria; disprezzo della fortuna, e speranza che confortasse l'animo del prigione colui che avea guardato Giuseppe dalle seduzioni, rincorato Giobbe, liberato Abramo dal furore de' Miscredenti e dato possanza al bastone di Mosè in faccia ai Maghi d'Egitto.[750]
Ma Sewâda-ibn-Mohammed, tornato in Palermo, movea l'anno dugento settantasei (5 maggio 889 a 23 aprile 890) contro Taormina, e invano l'assediava;[751]col quale par che Ibrahîm-ibn-Ahmed abbia mandato in Sicilia milizie straniere sotto pretesto della guerra sacra in Calabria, e in verità per mettere un freno in bocca ai coloni. In fatti, leggiamo nellaCronica di Cambridgeche di marzo ottocento novanta i Musulmani di Sicilia si levarono in armecontro gli Affricani e uccisero un Tâwâli, del quale altro non si conosce che il nome o soprannome che sia;[752]ma quella appellazione di Affricani e Siciliani, data qui dal medesimo scrittore che nell'ottocento ottantasette avea parlato di Giund e Berberi, mostra che si combattesse tra le novelle forze venute d'Affrica e gli antichi coloni, non più tra le due schiatte di costoro.[753]Resse la Sicilia l'anno dugento settantotto (14 aprile 891 a 1 aprile 892) Mohammed-ibn-Fadhl di già ricordato. Il dugento settantanove (2 aprile 892 a 21 marzo 893), ilBaiânripete il nome di costui e lo dice entrato in Palermo capitale dell'isola il due sefer[754](4 maggio 892); la qual data, sì precisa, è indizio di avvenimento non ordinario; forse un moto di fazioni; forse una battaglia. Ne fan certi di ciò i cenni che troviamo in altri scrittori. Leggiamo nella storia d'Affrica del Nowairi, che l'anno dugentottanta (893-894) Ibrahim-ibn-Ahmed, rifattohâgib, o vogliam dir ciambellano e primo ministro, un Hasan-ibn-Nâkid, gli conferì inoltre parecchi oficii, tra i quali l'emirato di Sicilia, e che Hasan andò con un esercito a combattere i popoli di Tunise di tutta la penisola di Scerîk,[755]come chiamavan la lingua di terra che si termina nel Capo Bon e dritto guarda al promontorio occidentale della Sicilia. Da un'altra mano, tra l'ottocentonovantadue e il novantasei, non s'intende in Sicilia d'impresa contro i Cristiani; anzi si vede fermato un patto tra loro e i Musulmani dell'isola: fermato ai tempi di Abu-Ali, dice laCronica di Cambridge;[756]fermato coi Saraceni di Palermo che si ribellarono dal principe d'Affrica, dice Giovanni Diacono napoletano,[757]alludendo, com'e' par certo, al medesimo accordo. V'ha luogo dunque a due supposti: o che il principe affricanoabbia voluto usar la vittoria di Mohammed-ibn-Fadhl, per togliere le franchigie della colonia, e farla reggere dal primo ministro ch'ei si teneva allato; ovvero che i coloni siano rimasi di sopra in alcun altro scontro, e Ibrahim abbia commesso al primo ministro, che, doma la penisola di Scerîk, traghettasse il mare, e andasse a domar la Sicilia, il che poi non si effettuò. Al secondo supposto dan valore le parole di Giovanni Diacono; talchè Abu-Ali sarebbe soprannome del capo della rivoluzione in Palermo.
La pace, chè tal vocabolo adopran qui i cronisti contro l'uso ordinario degli accordi coi Cristiani, non portava ai Musulmani altro avvantaggio, che di liberar mille prigioni di lor gente. Fu stipolata tra gli ultimi dell'ottocento novantacinque e i primi del novantasei. Le fu posto il termine di quaranta mesi; e la colonia diè statichi da scambiarsi ogni tre mesi, una volta Arabi e una volta Berberi.[758]Tornò dunque a un compenso del riscatto di mille Musulmani col valsente del bottino, schiavi e guasti di ricolte, che i Cristiani avrebbero potuto patire in quattro estati; e gli ostaggi si davano dai Musulmani ai Cristiani, perchè in tal baratto questi pagavan contante, e quelli in credito. Accordo glorioso per quei tre o quattro municipii della schiatta vinta che a mala pena si difendeano, stretti e incalzati in un cantuccio dell'isola; troppo umile pei conquistatori che s'eran lasciati prender tanta gente, sia in Sicilia sia in Calabria, nè si fidavano di liberarla con la spada. Nè minore scandolo era per loro a confessare in faccia ai Politeisti laprofonda scissura della colonia, con quello avvicendare degli statichi: Arabi e Berberi, non più fratelli in Islam!
Pongo termine qui alla narrazione del conquisto. Io non ho voluto arrestarmi all'ottocento settantotto alla espugnazione di Siracusa, nè proseguire infino a quella di Taormina nel novecentodue, che sarebbero parute l'una o l'altra epoche più esatte secondo i fatti esteriori. Ma il gioco delle forze politiche, al quale vuolsi risguardare piuttosto che agli accidenti delle guerre, cambiò appunto al tempo della detta pace. Allor fu che il principato bizantino lasciò la Sicilia come spacciata. Allora i pochi municipii cristiani independenti cominciarono ad operare dassè. Allora la colonia musulmana, stendendo la mano a quei generosi avanzi della schiatta vinta, gittossi nella lotta di independenza che darà materia al seguente libro.