LIBRO SECONDO.Capitolo I.GREGORIO X IN FIRENZE. — PACE DEL CARDINALE LATINO. ISTITUZIONE DEL MAGISTRATO DEI PRIORI. [AN. 1268-1282.]
In quest’anno 1268 la stirpe di quei possenti e molto famosi imperatori Svevi di Hohenstaufen finiva nel prode giovinetto Corradino, speranza de’ Ghibellini e da essi chiamato a scendere d’Allemagna; accolto con regi onori a Pisa, vincitore per brevi istanti nel piano dell’Arno sotto Laterina di ottocento cavalieri che il re Carlo teneva a guardia nella Toscana:[68]poi vinto appena che egli ebbe tocchi i confini del Reame, imprigionato e decollato per comando dello stesso Carlo, cui non pareva essere ben re finchè in vita rimanesse questo rampollo di Casa Sveva. Estinta la quale, veniva a termine la grandezza di quella contesa tra ’l sacerdozio e l’impero, ch’era durata oltre due secoli: le fazioni guelfa e ghibellina continuavano però sempre, ma senza intendere ad alto scopo e immiserite e sminuzzate. Noi non sapremmo essere in Italia equi giudici di Casa Sveva, segno agli odii contemporanei e a molti postumi desiderii. Firenze a ogni modo, e certo con essa la miglior parte d’Italia, si rallegrava alla caduta di quell’infelice giovinetto, il quale veniva straniero a dar mano per tutta Italia agli stranieri, ai grandi nemici del nome latino, a coloro che impedivano, qualesi fosse, la nuova vita di questo popolo che, disciolto dalla imperiale soggezione, tornava libero di sè stesso.
Ma la Repubblica fiorentina in questa guerra ebbe poca parte, siccome quella che era intenta a far vendetta contro a’ Senesi della battaglia di Montaperti, ognora per lei d’acerba memoria; patirono questi una totale sconfitta; e Provenzano Salvani, che in Siena era quasi che principe, fatto prigione, ebbe mozzo il capo. Resisteva Poggibonsi, nobile castello e molto splendido di edifizi; ma espugnato appena, mandava il re Carlo comandamento che fosse abbattuto insino a terra, e gli abitatori scendessero a vivere a modo di borghi giù nel piano sottoposto. Dipoi l’oste guelfa, avute più altre fortezze dei Ghibellini, andava sotto le mura di Pisa: e intanto perchè, a tenore di un accordo coi Senesi, i Ghibellini erano stati cacciati di Siena, quattro fuorusciti fiorentini, tre degli Uberti ed un Grifone da Figline, costretti partirsi di quella città, nell’andare in Casentino furono presi e condotti in Firenze prigionieri. Richiesto il re Carlo di quel che fare se ne dovesse, mandò al suo Potestà «che siccome traditori della Corona fossero giudicati.» Tutti furono decapitati, eccetto il più giovine degli Uberti tratto a morire nella fortezza di Capua. La mattina quando i due fratelli maggiori Neracozzo e messer Azzolino andavano al supplizio, il primo chiese all’altro: dove andiamo noi? Rispose il cavaliere: «a pagare un debito che a noi lasciarono i nostri padri.[69]»
Nell’anno 1273 papa Gregorio X andando al Concilio di Lione passò per Firenze in compagnia dei Cardinali e del re Carlo, tornato allora dall’infelice spedizione in cui perì san Luigi, e di Baldovino imperatore latino, allora profugo da Costantinopoli. Firenze accolse a grande onore questi monarchi e la loro numerosa baronia; ed al Pontefice piacendo il mite soggiorno,ordinò di passarvi l’estate con la sua Corte. Dolente poi quel buon Pontefice al vedere questa sua cara città divisa e vedovata di tanti de’ maggiori cittadini, s’adoperava perchè tornasse in concordia. Fatti pertanto venire sindachi della parte ghibellina che da sei anni era in esiglio, congregò a’ due di luglio il popolo fiorentino sul greto d’Arno appiè del ponte Rubaconte, dove erano stati fatti grandi pergami di legname pei Principi e per la Signoria. Venutovi il Papa co’ suoi Cardinali ed il re Carlo e l’imperatore Baldovino con le loro Corti, promulgò il Papa sentenza di pace sotto pena di scomunica a chi la rompesse, e comandò ai sindachi di ambedue le parti che si baciassero in bocca. Quindi avuti ostaggi e mallevadori, fece rendere in mano di Carlo tutte le castella che restavano ancora ai Ghibellini, e gli ostaggi consegnò pure al re Carlo, che gli mandò in Maremma sotto la guardia del conte Rosso dell’Anguillara. Il dì medesimo fondò allato al ponte a Rubaconte la chiesa di San Gregorio, che facevano edificare i Mozzi mercanti del Papa e della Chiesa. Questa famiglia in piccolo tempo era venuta in tanta ricchezza e stato, che potè allora albergare il Pontefice nei suoi palazzi: ma egli quattro giorni dopo la pace giurata si partiva da Firenze; il che fu cagione che si tornasse alle discordie. I sindachi dei Ghibellini che avevano fatto il compromesso, erano rimasti in Firenze per dare compimento ai trattati; e tornandosene al loro albergo ebbero avviso che, se tosto non isgombrassero la città, il Maliscalco del re Carlo a petizione dei grandi guelfi gli farebbe tagliare a pezzi. O vero o falso che ciò si fosse, i Ghibellini incontanente essendosi partiti da Firenze, la pace fu rotta: di che il Papa si turbò forte, e ritiratosi in Mugello molto sdegnato contro al re Carlo, interdisse la città. Ma poi tornato da Lione e non potendo fare a meno di passare per Firenze a causa di una grande piena dell’Arno, all’entrarvi la ribenedisse; enon appena ne fu uscito, la scomunicava di bel nuovo. La morte lo colse pochi dì poi in Arezzo, dov’ebbe nel Duomo assai modesto sepolcro che ivi rimane tuttavia.
L’Italia tutta era sconvolta per le contese di parte, ed i Fiorentini s’ingerivano in quelle di Toscana e di Romagna: Bologna vedeva nelle sue mura combattimenti interminabili fra emule casate. In Pisa il conte Ugolino della Gherardesca e i Guelfi erano rimessi per l’opera massimamente dei Fiorentini. Varia sorte ebbero le città lombarde, le quali dopo essersi con molta gloria emancipate dal giogo imperiale, vivevano però sempre nella dipendenza di signorie cittadine e castellane. Era in Milano possente la casa di quei Della Torre, i quali sconfitti dal marchese di Monferrato a Cortenuova, dove lasciarono due di loro morti in battaglia e sei prigioni, andarono in bando, e insieme con essi la parte guelfa. Allora tornò ivi con quelli di sua famiglia e con gli altri fuorusciti l’arcivescovo Visconti, il cui fratello Matteo, fatto capitano del popolo milanese, diede principio alla grandezza di quella casa, durata poi quasi due secoli. La Romagna, turbata del pari che le altre provincie italiane dal parteggiare delle sue città, veniva concessa (o, come dicevano,privilegiata) da Rodolfo di Habsburgo re dei Romani a papa Niccolò III degli Orsini, che cardinale modesto e pontefice ambizioso accumulava ricchezze e stati nella famiglia. Contuttociò il re Carlo ebbe a schivo d’imparentarsi con lui dicendo: «perchè egli abbia calzamento rosso, suo lignaggio non è degno di mischiarsi col nostro, e la sua signoria non è retaggio.[70]» Così voltavasi contro al Papa, e aduggiava con la potenza sua la maestà del pontificato, colui medesimo che dai papi male era stato chiamato perchè fosse scudo alla Chiesa contro agl’imperatori; e Niccolò abbassando l’animo allepersonali cupidigie, e per amore della famiglia sua forte sdegnato contro al re Carlo, privava questi del titolo e ufficio di Vicario imperiale nella Toscana, e quasi fattosi Ghibellino concedeva ritornasse in questa provincia un luogotenente dell’Impero. Solevano questi dimorare in San Miniato; di là contrastando, secondo che avevano sussidio d’armi, alla potenza sempre crescente delle città e ai governi popolari. Questo faceva o tollerava papa Niccolò nella Toscana e nella Romagna: privava dipoi l’Angioino del grado onorifico di senatore della città di Roma, e serbava contro lui maggiore vendetta preparando a’ danni suoi la ribellione, che poi non vidde, della Sicilia.
Frattanto i grandi guelfi di Firenze riposati delle guerre di fuori e ingrassati degli averi tolti ai Ghibellini, cominciavano per invidie e per superbie a nimicarsi fra loro. La maggior briga ferveva tra gli Adimari e i Tosinghi e tra’ Donati ed i Pazzi: la città n’era grandemente travagliata. Quindi i Capitani di Parte ed il Comune di Firenze inviarono ambasciatori a papa Niccolò III, chiedendo pacificasse i Guelfi tra loro e che non si cacciassero via l’un l’altro. Nello stesso tempo anche gli esuli ghibellini mandavano al Pontefice chiedendogli desse esecuzione alla sentenza di pace fatta da papa Gregorio X fra essi ed i Guelfi. Questa il Pontefice confermava, e sulla fine del 1279 ingiunse al cardinale Latino dei Malabranca suo nipote di sorella, ed allora paciaro in Romagna, di trasferirsi a Firenze con trecento cavalieri per sedare quelle dissensioni. Costui, uomo destro, riconciliò co’ Buondelmonti gli Uberti; e perchè dei primi alcuni si negavano, gli scomunicò, e la città gli sbandì. Con solennità pari a quella ordinata da Gregorio X, esso Cardinale nei primi giorni del 1280 convocò il popolo a parlamento nella piazza di Santa Maria Novella: era dell’Ordine dei Predicatori, e poneva egli la prima pietra di quella chiesa. Fece che i sindachi delle dueparti nemiche si dessero il consueto bacio: i Ghibellini furono richiamati e rintegrati nelle loro possessioni, salvo che a circa sessanta dei più principali fu ordinato, per più sicurtà della terra, che certo tempo stessero ai confini tra Orvieto e Roma sotto la guardia del Pontefice: primi descritti tra gli esclusi sono i figliuoli ed i congiunti del quondam Farinata degli Uberti. E paci singolari furono fatte, dal che tornò calma per breve tempo nella terra.[71]Ordinò inoltre il Cardinale che il Potestà e il Capitano del popolo fossero per due anni eletti dal Papa, e che gli Anziani o Buonomini, in luogo di dodici, d’allora in poi fossero quattordici, otto Guelfi e sei Ghibellini, grandi e popolani; ma il numero di questi prevale nei cataloghi che ne rimangono. Al Papa giovava col riamicare le parti attribuirsi un’alta mano nelle cose di Toscana; disegno concetto prima da Celestino e Innocenzio terzi, e ripigliato poi quando nella vacanza dell’Impero il Papa eleggeva re Carlo d’Angiò vicario imperiale in questa provincia. Ad abbreviare le gelosie e le impazienze ed i sospetti, massime ora che nei magistrati sedevano uomini Ghibellini, il Cardinale ordinava che l’ufficio degli Anziani avesse durata di soli due mesi; il quale termine si perpetuava pei maggiori uffici nelle successive mutazioni, perchè il popolo, una volta che ebbe gustato i magistrati brevi, non fu possibile che se gli lasciasse togliere di mano fino agli estremi della Repubblica: e nello spesso variare delle istituzioni cittadine rimase quest’una, pieghevole sempre al dominio delle fazioni ed all’arbitrio dei potenti.
Dipoi la parte guelfa risentiva dalla percossa del suo capo agitazioni novelle: si apprestava Carlo aportare guerra in Oriente, e già sognava maggiori grandezze, quando l’insolenza dei Francesi fece scoppiare una tempesta per la quale in un giorno venne egli a perdere la Sicilia. Giovanni da Procida gentiluomo napoletano preparò quella sollevazione, che indi scoppiava per grande impeto popolare; i Greci ed il Papa erano partecipi della trama. Il lunedì dopo la Pasqua di Resurrezione del 1282 a ora di vespro ebbe principio in Palermo la carnificina; tutta la Sicilia fu in ribellione, ed i Francesi da per tutto spenti. Il re Pietro d’Aragona intanto s’armava per invadere la Sicilia come ultimo erede della Casa Sveva: Carlo, avuta la trista novella, francescamente esclamò: «Sire Iddio, dappoi ti è piaciuto di farmi avversa la fortuna, piacciati almeno che il mio calare sia a petitti passi.[72]» Volgevasi intanto con grande sforzo alla recuperazione dell’Isola; al quale effetto, poichè era scaduto il termine della signoria che i Fiorentini gli aveano data, mandarongli questi cinquanta cavalieri di corredo e cinquanta donzelli o valletti, gentili uomini delle principali case di Firenze, perch’egli desse loro il cingolo militare; e con essi altri cinquecento bene a cavallo ed in arme, capitanati dal conte Guido da Battifolle dei conti Guidi, ch’era venuto a parte guelfa: i quali tutti, ricevuti graziosamente dal Re, passarono in Sicilia seco lui, ed ebbero parte nelle grandi guerre che ivi con varie e fiere sorti furono combattute.
In questo mezzo era venuto a morte papa Niccolò III, e il Luogotenente di Rodolfo si era partito dalla Toscana con le sue poche genti, dopo avere inutilmente tentato con le minaccie e con le armi le città guelfe. Erano queste rassicurate viemaggiormente per la creazione del nuovo papa Martino IV, uomo assai ligio come francese al re Angiovino; intantochè la lontananza di questo Re per i fatti di Sicilia veniva a togliere d’insul capo a quelle città un protettore fatto gravoso perchè non era più necessario. A sostegno della parte ghibellina non rimaneva altro che Pisa, implicata nelle guerre ad essa infelici contro a’ Genovesi; e nella Romagna non aveva il conte Guido di Montefeltro nome ed insegne di ghibellino, se non a fine di occupare quante più potesse in quella provincia delle città della Chiesa, per quindi tenerle senza nè papa nè imperatore.
Nelle quali condizioni correndo quell’anno 1282 i Fiorentini, per la venuta nella Toscana di un altro Luogotenente dell’Impero,[73]cominciarono a vedere con dispetto la Repubblica governarsi da rettori d’ambedue le parti. Aveva la pace del cardinal Latino fatto tornare nella città molte famiglie ch’aveano nome non già potenza, nè forse animo troppo arrabbiato, di Ghibellini. Ma esclusi erano gli Uberti e quei da Gangalandi ed i Lamberti e gli Amidei ed i Fifanti e gli Scolari e i Soldanieri e i Caponsacchi ed i Pazzi di Val d’Arno e i da Ricasoli del Chianti, e gli altri che vivere più non sapevano nella patria loro se dominare non la potessero sotto all’ombra dell’Impero. Il Papa offriva, come vedemmo, ricetto ad essi intorno a Roma sotto alla guardia e a discrezione sua; ma credo io pochi accettassero: laonde molti dei confinati vennero tosto fatti ribelli, e ad essi tolta l’assegnazione (la dicevano salario) spettante loro sopra alle terre ed agli averi dei quali furono privati al tempo della condannagione. Degli altri, dicono gli scrittori che riebbero i beni loro; ma Firenze non ha istorici se non guelfi, e le restituzioni secondo i termini del trattato dovendo farsi dalle due parti, e i Ghibellini essendo rei di antichi danni e spoliazioni, il difficile conteggio non è da credere inclinasse a benefizio deitornati. Imperocchè nè il Papa stesso voleva poi che la città fosse altro mai che città guelfa, e tale fu anche dopo avere ammesso a grazia i più inferiori della parte ghibellina. Pe’ Guelfi era il vantaggio sempre, sì nel numero degli Anziani, e sì nelle altre stipulazioni di quel trattato per cui veniva concesso a pochi stentatamente riporre il piede nella città: era prescritto che rimanessero altri molti nelle ville, sintanto almeno che il Potestà e il Capitano non avessero forza bastante di cavalieri e di pedoni da contenere cotesti uomini, sospetti sempre di non amare lo Stato libero. Oltre ciò, è fatto che la vacanza dell’Impero e la debolezza dei successivi imperatori confuse avevano le due parti: più volte i papi si adoprarono perchè fossero i Ghibellini o i ribelli di altro nome restituiti nella città; e nel trattato, quando si viene alla formazione dei Consigli, troviamo essere mentovati i neutri, che nelle guerre cittadinesche farebbero sempre il maggior numero, se a pigliare cotesto nome si arrischiassero. Era il contrasto oggimai tutto tra ’l nuovo popolo e gli antichi nobili: questi cercavano accostarsi ai signori de’ castelli, quale che fosse la parte loro: e intanto che una dei Tosinghi andava moglie a Maghinardo da Susinana gran condottiero, un Adimari principale uomo di parte guelfa si era congiunto ad una figlia del capo stesso dei Ghibellini che era il conte Guido Novello. Coteste erano ambizioni che dividevano parte guelfa, altri dei nobili procacciando partecipare co’ mercatanti grossi la popolare dominazione. I grandi guelfi erano signori, scrive il Compagni che intervenne tuttora giovine a quei fatti; ed il nome ghibellino svaniva intanto, sicchè gli avversari loro poterono, senza quasi che apparisse, contraffare ai patti della pace. Il soprastare montò a questo, che levarono in breve tempo tutti gli onori e i beneficii ai Ghibellini; infine mutarono, due anni soli dopo la pace fatta, la forma stessa del reggimento costituendolo tutto popolare.
I quattordici Buonomini ordinati dal cardinal Latino, otto dei quali erano Guelfi, come dicemmo, e sei Ghibellini, male si accordavano tra loro. A racconciare quindi lo Stato ed a stringere il governo in poche mani e più sicure, fu deliberato d’annullare l’ufficio dei Quattordici, creando in quella vece altra signoria di durata parimente bimestrale: ai nuovi magistrati diedero il nome, anche prima usato, di Priori delle Arti. Così il governo era tutto dato in mano al popolo trafficante:[74]della quale innovazione furono autori i consoli dell’Arte di Calimala, dove erano i più savi e possenti cittadini di Firenze, di maggior seguito, grandi e popolani, che intendevano a procaccio di mercatanzia e più amavano parte guelfa e di Santa Chiesa. I primi priori furono tre: Bartolo de’ Bardi di nobile schiatta, per il sesto d’Oltrarno e per l’arte di Calimala; Rosso Bacherelli, per il sesto di San Piero Scheraggio e per l’arte de’ Cambiatori; Salvi del Chiaro Girolami, per quello di San Pancrazio e per l’arte della Lana. A mezzo giugno entrarono in ufficio per ivi durare fino alla metà d’agosto, al qual tempo doveano essi dare lo scambio ai nuovi eletti. Abitavano e mangiavano alle spese del Comune nel luogo stesso dove si adunavano gli Anziani al tempo del popolo vecchio e i Quattordici dipoi, cioè nelle case presso Badia: avevano a loro servizio sei berrovieri o birri e sei messi, per richiedere i cittadini. A questi Priori e al Capitano del popolo, cui fu aggiunto allora il titolo di difensore delle Arti, spettava amministrare le grandi e gravi cose del Comune e raunare i Consigli e fare le provvisioni. Essendo piaciuto all’universale quell’ufficio nel primo bimestre, quando il secondo fu venuto ne elessero sei, uno per sesto; ed alle tre delle sette Arti maggiori ammesse a cotesto magistrato aggiunsero quella dei Medici e Speziali, quella dei Setaiolie Merciai di Porta santa Maria, e quella dei Pellicciai e Vaiai. Poi vi aggiunsero le altre maggiori e minori fino a dodici, e a tanto fu esteso poi alcune volte anco il numero dei Priori. Tra essi erano dei grandi e dei popolani, ma di buona fama ed opere, e che fossero artefici o mercadanti: chi a niuna arte si ascrivesse aveva nome di scioperato, che si trova nelle leggi, e che in Firenze ora si dice dei fannulloni e scostumati. Così per allora si ordinava la Repubblica; erano eletti i nuovi Priori da quelli che uscivano di ufizio, uniti ai Collegi delle dodici Arti, e ad un numero determinato di Arroti o aggiunti per ciascun sesto: l’elezione si faceva per isquittinio segreto, e chi aveva più voci era fatto de’ Priori. Ciò avveniva nella chiesa di San Piero Scheraggio, di faccia alla quale abitava il Capitano del popolo nelle case che furono de’ Tizzoni. E nota qui sempre, che il Capitano veniva eletto dai Consigli del popolo, siccome era il Potestà dai consigli del Comune. Finalmente, a somiglianza delle maggiori si ordinavano anche le minori Arti, che per allora erano cinque; e queste pure ebbero armi e bandiere loro. Quella dei mercadanti a ritaglio, berrettai e rigattieri, un gonfalone bianco e vermiglio; quella dei beccai, giallo con entro un capro nero; i calzolai, a liste bianche e nere; quella dei muratori e falegnami, il campo vermiglio con entro la sega e l’ascia; e quella dei fabbri e ferrai, col campo bianco e tanaglie in nero.[75]In breve il numero delle Arti minori crebbe fino a quattordici; le arti più minute e di minor conto rimasero sotto alla dipendenza delle ventuna, che avevano consoli ed insegne loro, e massimamente delle sette chiamate maggiori, nelle quali era la forza del capitale e gli estesi traffici, o risiedeva l’autorità delle più nobili professioni. I Senesi, ad imitazione dei Fiorentini, poco dopo creavano il loro magistratodei Nove, bimestrale anch’esso, e uscito dalle arti: Pistoia, Lucca e le altre città guelfe di Toscana, per le cagioni medesime e ad esempio di Firenze, anch’esse adottarono somiglianti ordini popolari.
Così erano le Arti venute a pigliarsi nelle mani loro lo Stato, che essendo tutto divenuto popolare, dava a Firenze un tale carattere che non ha esempio nelle istorie. L’ingegno svegliato e popolarmente ingentilito dal senso del bello, i grossi guadagni che molti adescavano degli stessi grandi a stare a bottega e ad aggirarsi in mezzo alla plebe; queste cagioni diedero il governo in mano al popolo trafficante. Fu a questo gran lode avere saputo all’ordinamento di sè stesso trovare una forma certo variabile e imperfetta, ma che pure ebbe durata più lunga di quella che altrove si trovi concessa ai governi popolari, perchè in Firenze i Buonomini, la buona parte conservatrice, per lungo tempo si contrappose alle ambizioni pubbliche e private. In mezzo a un popolo sempre armato per la difesa della sovranità che a sè medesimo arrogava, e benchè mancasse qui un Senato o una qualunque autorità permanente che in sè mantenesse la scienza politica e le tradizioni di governo; non però andarono i suffragi in piazza, e sempre le scelte furono in mano dei collegi e dei magistrati. Ma suoi freni ebbe la libertà e la Repubblica suo decoro più dai costumi che dalle leggi; altiero animo pigliava il popolo, e i mestieri s’innalzavano allo splendore di arti belle, insegnatrici di una eleganza che nulla aveva di plebeo; il nome romano tenendo qui sempre come un’alta signoria, con la riverita autorità del Pontificato, e da principio con quella non bene cancellata dell’Impero.[76]