LIBRO QUINTO.

LIBRO QUINTO.Capitolo I.LA REPUBBLICA SOTTO A COSIMO DE’ MEDICI. — ALTRA GUERRA CONTRO LUCCA. — CONCILIO DI FIRENZE. — NICCOLÒ PICCININO IN TOSCANA. — ACQUISTO DI BORGO SAN SEPOLCRO E DEL CASENTINO. [AN. 1434-1441.]

La Balìa dalla quale fu richiamato Cosimo de’ Medici continuava sino alla fine del mese d’ottobre, che fu anche il termine della Signoria; alla quale succedette per gli ultimi due mesi dell’anno, e co’ Priori tutti fatti a mano, Giovanni Minerbetti Gonfaloniere. I confinati dalla Balìa troviamo che giunsero al numero di trentuno: e quanto importasse a fortificare quello Stato, fu in quei primi giorni ordinato con le asprezze consuete, ma insieme con manco rispetti a quelle forme di libertà che prima soleano tenersi solenni: la plebe e Cosimo s’intendevano, e a questo ed ai suoi premeva che niuno s’alzasse all’intorno, che la Repubblica non avesse nè capi autorevoli nè forti e sinceri e veramente liberi magistrati. Agli Otto di guardia avevano dato balìa di sangue, la quale valeva contro a chi tentasse novità o che solamente sparlasse; e taluni per discorsi fatti, o vennero uccisi o andarono in bando.[286]Il quale fu esteso infino a dieci anni per quei confinati che prima erano a più breve tempo; vietato lo scrivere ad essi lettere o riceverne; fatte leggi molto strette, con grandissime difficoltà a che potesse mai vincersi nei Consigli e nei Collegi larestituzione dei fuorusciti o ribelli, tantochè di trentasei fave ce ne volevano trentaquattro. Pigliando motivo o pretesto dall’avere gli sbanditi rotto il confine, molti di loro fatti ribelli erano condannati nelle persone e nella roba, le terre e le case vendute a vil prezzo agli amici dello Stato nuovo; e intanto gli avversi che rimanevano in città, o quelli dei quali non fossero chiari, venivano aggravati co’ balzelli più che non potessero portare; così erano astretti a finire nella miseria o farsi clienti a quella famiglia che tanti sapeva co’ doni acquistarne, e che piacevasi di cercare ne’ luoghi più bassi i fondamenti della grandezza sua: Cosimo de’ Medici tirava su molti delle arti minori a farsi abili a’ maggiori ufizi; e soleva dire, che due canne di panno rosato bastano a fare un uomo dabbene, gli antichi avendo egli messi fuori. Le famiglie quasi intere dei Peruzzi, dei Rondinelli, dei Guasconi, dei Castellani, dei Corsi, e molti dei da Ricasoli, dei Frescobaldi, dei Bardi, furono rimossi da ogni ufficio, e messi nel numero dei Grandi o a quello restituiti. Da un’altra parte, togliere via gli antichi ordini contro ai nobili o si temette potesse spiacere al popolo degli artefici, o parve migliore consiglio procedere in questo pure alla spicciolata, e così rompere gli antichi consorzi e tutti gli ordini di persone. Di quel consiglio si disse autore Puccio, cui sempre si attribuivano i pensieri più sottili: e a questo modo i grandi non tutti, ma gradatamente il maggior numero fatti popolani, divennero abili ad esercitare i magistrati, però con divieto per dieci anni dalla Signoria. Perdeano il diritto che prima avevano di sedere un certo numero, comunque piccolo, del loro ordine in molti uffici e magistrati; ai quali veniano eletti di rado, confusi com’erano ora nel numero e sgraditi ai popolani: così era aperta ad essi pure una sola via, servire alla parte che tutto poteva. Dalle arti minori e dalle congreghe degli artefici minuti infino alle stirpitenute maggiori d’autorità o di sangue, i Medici ebbero ogni cosa tramutato, rimescolato, diviso: poterono bene serbare le forme della Repubblica, della quale erano i nervi disciolti e le resistenze triturate e fatto polvere ogni cosa.[287]

Intanto gli esigli continuavano; ogni giorno quasi che rimanea di quell’anno aveva il suo numero di nuovi sbanditi: i nomi ci restano di ottanta o circa, la maggior parte dei più chiari e con essi non pochi oscuri; v’è infino certa Madonna Apollonia pazza: sbanditi di molte famiglie sinanche i bambini nelle fasce e i nascituri. Ben altre volte andarono in bando per grandi frazioni, o tutti insieme come nel settantotto, i primi uomini dello Stato; ma erano balzi prodotti dall’urto di forze contrarie: qui un freddo proposito deliberato, costante; e Cosimo a quelli che lo accusavano di guastare così la città, soleva rispondere: Meglio città guasta che perduta; malvagia parola, e indice d’animo tirannesco. Non poche famiglie rimasero trapiantate nelle città del Reame e di Lombardia; molte ne andarono a fondare case di commercio in sulle rive del Rodano ed a Lione massimamente, dove ci avverrà di ritrovare per tutto il corso dell’Istoria nostra una colonia di fuorusciti, nemici costanti della Casa Medici: non poche di queste famiglie durarono ivi ed in Provenza fino ai giorni nostri, o vi rimangono tuttavia. Di tante male opere nessuna però fu iniqua al pari del bando dato a Palla Strozzi, la cui modestia e civile temperanza parve essere stata cagione che fosse Cosimo restituito: contro a quel buono e preclaro cittadino uscì la sentenza ai 10 novembre; e da quel giorno gli onesti scôrsero alla parte regnatrice mancato il freno anche della vergogna. Il savio Agnolo Pandolfini che, poco avendo amato gli Albizzi, vagheggiava sempre e aveva forse anchesperato da Cosimo un qualche ritorno alla civile egualità, si chiuse in villa dopo all’esiglio dell’amico suo, veduto non essere altro da fare che il buon massaio. Andò Palla Strozzi a Padova in bando per dieci anni, quando ne aveva egli sessantadue: gli fu rinnovato due volte il bando per altri dieci anni; udiva la morte dei figli suoi, esuli anch’essi in altri luoghi, ed egli sanissimo di mente e di corpo, cristianamente tranquillo e consolato dall’amicizia dei dotti uomini e dalla cultura delle greche lettere, moriva compiti gli anni novantadue, e quando moriva Cosimo dei Medici; del quale non credo sia questa contata tra le opere fatte a incremento degli studi e a maggior gloria della città sua.[288]Quel grande artefice di questi fatti, Averardo dei Medici, era morto in Firenze a’ 5 dicembre, avendosi poco goduto il ritorno e le sperate grandezze e le vendette spesso da lui (come tenevasi) consigliate.

In fine a’Ricordilasciati da lui si vanta Cosimo dell’avere quanto a sè posto freno alle vendette, e che nei due mesi del gonfalonierato ch’egli assunse il primo gennaio 1435 non fosse alcuno tolto di vita. Bene crediamo noi le passioni dei suoi partigiani più delle sue fossero astiose e cupide; ma è poi vero che tirarsi addosso le parti più odiose è sorta d’ossequio dai clienti solita usare al padrone, ad essi giovando mantenergli quella forza la quale proviene dalla opinione della bontà. Contuttociò noi troviamo in quel tempo altri essere sbanditi o fatti ribelli, e v’ebbero pure condanne a morte, sebbene alcuni per intercessione di Cosimo avessero la vita salva.[289]Ma sei ribelli,i quali avendo rotto il confine si ritrovarono insieme a Venezia, richiesti secondo i patti della Lega per mezzo di un Lodovico da Verrazzano mandato a tal fine a quella Signoria, furono resi, e in Firenze ebbero tagliata la testa.[290]Dipoi un Guadagni, figlio a quel Bernardo che fu Gonfaloniere nel 33, da Luigi di Piero Guicciardini consegnato a Orlando dei Medici tesoriere della Marca, fu privato anch’egli di vita: Bernardo medesimo, dalla Capitaneria di Pisa chiamato in Firenze per esservi giudicato, era morto sulla via per caso oscuro e subitaneo.[291]Ai cittadini era imposto sotto gravi pene consegnare le armi che avevano in casa; il quale ordine da un Niccolò Bordoni essendo pigliato in beffa,[292]e di lui sapendosi avere con altri tenuto discorsi contro allo Stato, vennero tutti presi; ed avrebbero perduto la vita, se non che ad istanza di Papa Eugenio il Potestà contro ad essi pronunziava minore condanna; ma questa poi venne per un secondo giudizio iniquamente aggravata, e lo stesso Potestà fu per Consiglio di popolo casso d’ufficio: dal che si vidde in Firenze cominciare la tirannide, poichè desideravano fare sangue e forzare i rettori.[293]Vennero scoperte pure altre congiure, delle quali una era condotta da certo Frate, cui era stato promesso e tolto il vescovado d’Arezzo: tenevano in questa la mano il duca Filippo Maria Visconti e Niccolò Piccinino, che per motivo di salute dimorava allora ai Bagni di Petriolo nel Senese. Dal quale fu detto pure altra congiura essere ordita contro al Papa, che essi voleano pigliare e quindi trafugare in quel di Lucca, di doveandasse nelle mani del Visconti. Un Vescovo di Novara, che stava in Firenze per conto del Duca, dopo avere intinto in quella congiura, pentito, ne fece la confessione ad Eugenio; e un Riccio, principale autore, fu appeso alle forche, ed un Bastiano Capponi, che n’era partecipe, decapitato sulla porta del Bargello.

Aveva la Repubblica brighe frequenti dai Ricasoli che, stando in mezzo co’ loro castelli tra essa e i Senesi, si difendevano volteggiando in qua e in là con le accomandigie. Due anni prima un Egidio da Ricasoli avea voluto dare ai Senesi il castello della Leccia o Monteluco nel Chianti.[294]Ora Galeotto, signore di Brolio, lasciava occupare quella sede principale di loro famiglia da messer Antonio Petrucci senese, nemico perpetuo dei Fiorentini; i quali, mandatovi gente con artiglierie, ebbero a patti Brolio e lo tennero in nome della Repubblica.[295]

Continuava col Papa e i Veneziani la lega, sebbene le forze di questa fossero abbattute, siccome vedemmo, dall’armi del Duca presso Imola, avanti la ritornata in Firenze di Cosimo de’ Medici. Dopo la quale fu confermata per altri dieci anni la lega in Venezia, essendo ivi andato a questo effetto ambasciatore Neri di Gino e il Papa tuttora in Firenze dimorando, Francesco Sforza, che fu eletto Capitano di tutta la Lega, si mosse a purgare le vicinanze di Roma dalle armi del Fortebraccio, le quali dicemmo averle occupate. Fu questi pertanto necessitato ritrarsi; al che i Romani cercarono accordo col Papa, e consentirono di ricevere un suo Commissario; mentre il Fortebraccio, rinchiuso in Assisi con tutte le forze sue, era ivi oppugnato da Francesco Sforza, facendosi guerra dalledue parti molto grossa e lunga e dubbiosa: tantochè il Duca di Milano, temendo per sè la vittoria dei collegati, mandava ordine a Niccolò Piccinino entrasse in Toscana a divertirne le forze. Contro del quale mosse pertanto il Conte Francesco, avendo lasciato alla cura d’un fratello suo l’assedio: incontro al quale usciva impetuoso il Fortebraccio; e vintolo e preso, andava sicuro all’acquisto delle terre della Marca. Ma il Conte Francesco minacciato in quel possesso, e non sofferendo rimanere senza signoria che fosse sua propria, tornò contro al Fortebraccio; il quale fu vinto e preso e ferito, e della ferita si morì. Dopo di che il Papa riavute le terre del Patrimonio e di Romagna, e il Conte Francesco la signoria della Marca, si fece la pace tra il Papa e il Duca e i Veneziani e i Fiorentini, e lega con patto dovesse ciascuno andare eziandio contro a chi dei quattro avesse rotta la confederazione.[296]Col ritrarsi di Romagna le armi del Duca, essendo fuggito Batista da Canneto, tornava in Bologna la parte dei Bentivogli.

Era morta la reina Giovanna di Napoli, avendo lasciato erede nel regno Renato d’Angiò della famiglia di Provenza, e privato della successione il re Alfonso Aragonese; il quale essendo allora in Sicilia, e chiamato da taluni baroni del Regno, nonostante che il maggior numero tenesse le parti angiovine, venne accompagnato da molti principi; e fermata la sede in Capua, mandò l’armata ad assaltare Gaeta che si teneva per i Napoletani. Chiederono questi aiuto a Filippo; ed egli persuase facilmente ai Genovesi, ch’avea in ubbidienza, armare il possente naviglio loro incontroa quello del re Alfonso; il quale raccolto molto numero di navi, ed egli medesimo salito sopra una di queste, cercava animosamente la battaglia. La quale avvenne nelle acque di Ponza con isconfitta del re Alfonso, che vi rimase prigione col Re di Navarra e grande numero di principi e signori,[297]egli avendo ceduto la spada a Giacomo Giustiniani capitano genovese. Per questa vittoria pareva Filippo fatto signore di tutta Italia; ma tosto gli effetti nacquero diversi dalla opinione; imperocchè il Duca avendo fatto venire, con dispiacere dei Genovesi, Alfonso a Milano, questi troppo grande prigioniero per un tale uomo qual era Filippo, fattosi ad un tratto suo consigliero, gli mostrò avere egli male combattuta Casa d’Aragona per condurre Napoli in potestà d’uno di quei principi francesi i quali ambivano già fino d’allora il ducato di Milano. Poterono tanto siffatti argomenti sull’animo di Filippo, ch’egli rinviava a Genova Alfonso con grande onore e tutto suo amico, comandando ai Genovesi restituirgli le navi perchè sopra quelle tornasse nel Regno. Voleva Filippo così anche abbassare la città suddita, che parevagli essersi fatta troppo grande per quella vittoria. Coteste sono arti lodate di regno; ed a lui fruttarono che i Genovesi per subita ribellione, ucciso il Governatore che stava pel Duca e cacciate in pochi giorni le armi di questo e presi i castelli, scuotessero il giogo che odiavano, essendosi dipoi stabilmente rivendicati in libertà.[298]

Per questi fatti mutate essendo le condizioni d’Italia, rimase di subito scompaginata la lega, la quale di nome era conchiusa tra il Papa e il Duca e i Veneziani e i Fiorentini. Questi mandarono soccorso a Genova di vettovaglie e di fanti armati sotto Baldaccio d’Anghiari alla difesa d’Albenga, sebbene ciò fossecopertamente,[299]perchè la lega non volea dirsi per anche rotta, ciascuno essendo tenuto in rispetto dalla incertezza degli eventi, e il Papa adoprandosi con grande studio perchè alle armi non si venisse. Aveva egli nel mese d’aprile 1436 lasciato Firenze, dopo esservi dimorato quasi due anni, ed alla Repubblica usato ogni sorta di benevole dimostrazioni. Poco innanzi della partenza sua Eugenio, il giorno venticinquesimo di marzo, ch’è la festa dell’Annunziazione ed era in Firenze principio dell’anno, consacrò il tempio di Santa Maria del Fiore, essendo già l’occhio della grande Cupola stato chiuso da Filippo di ser Brunellesco due anni prima, quando era al termine lo Stato degli Albizzi.[300]Fu celebrata quella consacrazione con molto grandissima solennità, essendosi dalle scalee di Santa Maria Novella, dove il Papa dimorava, infino a quelle del Duomo alzato un palco ricco di tappeti e d’ogni magnificenza, sul quale andassero fuori della calca egli e tutto l’accompagnamento suo, ch’erano molti Cardinali e Vescovi e Principi ed Ambasciatori e tutta la Signoria, tenendo la coda del papale ammanto il Gonfaloniere Davanzati, che fu da Eugenio per mano di Gismondo Malatesta fatto insignire della cavalleria. Il Papa dipoi recossi a Bologna, venuta di fresco in potestà sua, dopo esservi stato ucciso Antonio Bentivoglio.[301]

Filippo Maria, tentata invano la recuperazione di Genova, fece che tutte le forze sue con Niccolò Piccinino venissero innanzi per la riviera di Levante verso allo Stato dei Fiorentini. Aveva mandato prima sotto Pietrasanta due suoi minori capitani, Cristoforo da Lavello e Luigi dal Verme, che si ritrassero per comandamento dello stesso Duca. Ma il Piccinino occupòSarzana de’ Genovesi ed alcune terre che la Repubblica di Firenze avea sulla Magra; donde poi venne a fermarsi in Lucca, mostrando intenzione d’andare nel Regno. Nè per essergli negato il passo, rompeva di subito il Piccinino la guerra; nè i Fiorentini, che inviarono a Pisa Neri Capponi con quante forze aveano in pronto, vollero altro che porsi in guardia contro ogni assalto da quella parte. Era il conte Francesco Sforza allora ai servigi del Papa, ed a Cosimo già molto amico: lo aveva questi con grande onore accolto in Firenze, dove ebbero giostre nella piazza di Santa Croce, balli di donne in quella dei Signori. Dipoi, non senza difficoltà e patti di non andare in Lombardia nè muovere guerra contro al Duca di Milano, concesse Eugenio venisse il Conte ai servigi dei Fiorentini. Poneva il campo questi a Santa Gonda con cinque mila cavalli e due mila cinquecento fanti: il Piccinino all’incontro aveva sei mila cavalli con minore numero di fanti. Non fecero mossa i due famosi Capitani, l’un l’altro osservando; e anche tenuti in aspettazione dai negoziati che non cessavano tra il Papa e il Duca: infinchè a mezzo il verno, ad un tratto, il Piccinino, avuta speranza di occupare Vico Pisano, muoveva per là; di dove respinto, correa la campagna già come nemico. Dipoi assaliti altri minori castelli, andò poderoso in Garfagnana, ponendo il campo sotto alle mura di Barga. Per il che essendo ogni rispetto cessato, la Repubblica ordinava al Conte ed a Neri soccorrere Barga. Andarono, e diedero grave percossa al Piccinino, costretto ritrarsi quasi che rotto in Lunigiana; d’onde egli dovette quindi passare in Lombardia, perchè i Veneziani, veduto la guerra dal Duca essere cominciata, mandato aveano in Ghiaradadda Giovanni Francesco da Gonzaga loro capitano, che molto stringeva le terre del Duca. I Fiorentini poichè viddero questo impegnato in Lombardia, e Lucca, che s’era per lui dichiarata, sprovvista essered’altro aiuto, tornarono al solito prurito d’avere quella città: del che Cosimo de’ Medici ardeva di voglia, perchè se il governo degli Ottimati acquistò Pisa, voleva pur egli ornarsi di qualche splendido acquisto alla Repubblica; oltrechè a lui faceva bel gioco avere gli ufizi in Lucca e le terre dei Lucchesi da dividere ai suoi partigiani; e con quella esca, da altri non tocca, un maggior numero guadagnarsene. Anche tra ’l popolo quella guerra avea però sempre grande favore, ed alla spesa tutti concorrevano in quei principii alacremente.[302]Nel mese d’aprile 1437 il Conte Francesco muoveva l’esercito; e prima andato a recuperare Sarzana e Lavenza, e alcune terre di Lunigiana o genovesi o fiorentine, prese facilmente Viareggio e Camaiore ed altri luoghi,[303]mentre che i Lucchesi tenevansi chiusi nella città, confidando questa potere guardare per le sufficienti forze che avevano dentro e perchè il popolo tutto intero vegliava geloso alla cittadina libertà. Laonde l’esercito dei Fiorentini avendo fatto nel piano di Lucca quei maggiori danni che poteva col guastare i campi allora coperti di grano e di biade, tagliare le viti, e dei bestiami fare preda,[304]volgevasi tosto alla espugnazione di Monte Carlo, castello tenuto infino allora come difesa e guardia di Lucca; ma fatta piccola resistenza, cedeva: e fu quello il termine ultimoalle cupidigie fiorentine, per gli accidenti che indi avvennero.[305]

I Veneziani avendo a petto in Ghiaradadda il Piccinino, ed essi rimasti senza Capitano, perchè il Gonzaga mutando parte era passato ai soldi del Duca, facevano istanza per avere Capitano di tutta la guerra in Lombardia Francesco Sforza. Il che ai Fiorentini dispiaceva molto, vedendo fallire a questo modo l’impresa di Lucca, della quale aveano tanta passione: ma erano soli in tal desiderio, perchè nè il Conte nè i Veneziani per nulla bramavano che la Repubblica acquistasse la signoria di una città la quale aveva per sua difesa più volte aperto gli appennini agli eserciti di Lombardia. Era il Conte rattenuto da altri pensieri, non volendo egli con l’impegnarsi oltrepò lasciare esposti alle aggressioni gli Stati suoi nella Marca;[306]e avendo poi sempre gli occhi a Milano, della quale il Duca facevagli innanzi balenare con fine arti la successione: strumento a quei giuochi di vile astuzia essendo la misera e tuttora giovinetta Bianca Maria, figlia sola ed erede, benchè illegittima, al Duca Filippo. Laonde lo Sforza tergiversava: ed una volta, per certi ammenicoli che i Fiorentini inventarono ed ai Veneziani poco soddisfecero, consentì andare fino a Reggio; dove un ambasciatore veneziano, Andrea Morosini, avendogli protestato pigliasse la guerra di là dal Po francamente, o la Repubblica gli torrebbe la paga e il comando; venuti insieme a grave alterco si separarono, e lo Sforza ripigliava la via di Toscana, allora prestando più facili orecchie alle insinuazioni di Filippo. Alla Repubblica di Firenze parea male stare; e lo stesso Cosimo de’ Medici andava ambasciatore a Venezia, sperando col caldo dell’amicizia a luimostrata dai Veneziani potere a questi persuadere, provvedessero che il Conte non si accordasse col Duca, dal che verrebbe pericolo grave egualmente alle due Repubbliche; intanto lasciassero (qui era la somma di tutto il negozio) fornire al Conte l’impresa di Lucca. Ma il Doge Francesco Foscari gli replicava, bene conoscere il Senato le forze sue proprie e quelle degli altri Stati d’Italia, non essere usi i Veneziani pagare coloro che ad essi non servivano, nè avere voglia di fare crescere il Conte Francesco a loro spese: in quanto a Lucca, i Fiorentini provvedessero; per sè, non capire qual motivo avessero d’entrare con loro in cosiffatti ragionamenti.[307]Così fu Cosimo ributtato, senza che potesse ai Veneziani mai cavare altro di bocca: donde egli principiò ad alienarsi da loro;[308]e avendo in quel mentre le arti del Duca tirato a sè Taliano da Forlì, che per lo Sforza teneva la Marca, questi pauroso di perderla, o doverla guardare da sè, concluse l’accordo col Duca, e costrinse i Fiorentini ad accettare la pace con Lucca, ritenendo questi per sè Monte Carlo e Uzzano che aveano successivamente guadagnato. Fu buona pace, perchè muniva ad essi il confine inverso Lucca; ma i Fiorentini, che ebbero a male vedersi levata la terza volta in cento anni come di bocca questa città,riempirono Italia con lettere piene di rammarico; e, come nota bene il Machiavelli, «rade volte occorre che alcuno abbia tanto dispiacere d’aver perdute le cose sue, quanto ebbero allora i Fiorentini per non aver acquistate quelle d’altri.[309]»

Mentre era in Venezia Cosimo de’ Medici, trovò anche nata ivi gelosia per le cose del Concilio, delle quali egli aveva prima tenuto discorso in Ferrara con Eugenio che da più tempo vi dimorava. Imperocchè sedendo in Basilea la Sinodo che doveva essere continuazione di quella in Costanza, pel molto numero che vi era di Prelati tedeschi e per quelle semenze che già nella Germania pullulavano, si andò tant’oltre, che fatto scisma da Eugenio, elessero antipapa sotto nome di Felice V quel Duca Amedeo VIII di Savoia, il quale avendo deposto il governo nelle mani deboli del figlio, viveva irrequieto con le apparenze d’eremita in un suo castello presso al Lago di Ginevra.[310]Laonde Eugenio, riprovando quel di Basilea, aveva intimato un altro Concilio da tenersi in qualche città d’Italia; e perchè non si poteva in Lombardia, per qualche aderenza che era tra ’l Duca Filippo e quel di Savoia e perchè non voleano andare a mettersi sotto all’ombra della Repubblica di Venezia, fu scelta Ferrara. Già s’eran ivi cominciati a radunare; ma per la peste che v’era entrata, ottenne Cosimo si trasferissero in Firenze, con qualche invidia di quella Signoria e amare parole verso i Fiorentini. Voi Papa (dicevano), voi Concilio, voi Lucca, voi tra poco volete ogni cosa.[311]Nel Concilio si doveva trattare d’unione della Chiesa greca alla latina, e l’Imperatore Giovanni Paleologo strettodai Turchi, e per ogni modo ma invano cercando avere soccorso dagli Stati d’occidente, era con molti de’ suoi Prelati venuto in Ferrara, donde egli ed il Papa ed il Patriarca di Costantinopoli facevano entrata con grande seguito in Firenze negli ultimi di gennaio 1439. Alloggiò il Papa, com’era consueto, nel convento di Santa Maria Novella, dove si tenne il Concilio; e l’Imperatore nelle case dei Peruzzi, allora sbanditi. Cosimo de’ Medici avea in quei due mesi il grado supremo di Gonfaloniere; ed i Fiorentini, quanto soleano essere parchi nelle private cose, tanto più godevano mostrarsi splendidi nelle pubbliche. Fu aperta la Sinodo, alla quale intervennero da centosessanta tra vescovi e abati latini e greci;[312]e gli animi essendo alla concordia inclinati, l’unione tra le due Chiese e sovra esse la supremazia del Papa fu pubblicata con grande solennità e letizia a’ 6 di luglio nel maggior tempio di Santa Maria del Fiore. Moriva in Firenze poco avanti la promulgazione il vecchio Gioseffo Patriarca di Costantinopoli, ed ha sepoltura in Santa Maria Novella. L’Imperatore innanzi di partire fece privilegio e carta solenne al Gonfaloniere Filippo Carducci, e (stando al Cambi) l’avrebbe fatta anche ai Priori, che fossero Conti di Palazzo, portando nelle armi loro il segno dell’Impero, ch’era l’aquila a due teste, con autorità di fare Notari, con dare ad essi anche l’esercizio, e di legittimare i figli naturali. Concesse altresì alla Repubblica esenzioni di gabelle e grazie in tutto l’Impero suo, che estendevasi allora non molto fuori delle mura dove Costantino più di mille e cento anni prima lo aveva condotto. Rimase in Firenze il Papa, ed in seguito appianò le differenze ch’aveano diviso la Chiesa pure degli Armeni da quella di Roma.

La pace che tolse ai Fiorentini l’impossessarsi di Lucca, non avea dato all’Italia requie; la qual non era nell’animo di Filippo, insofferente di vedersi privato di Genova, e dai Veneziani stretto per la possessione ch’aveano acquistata di Bergamo e Brescia: temeva la lega tra essi ed il Papa e i Fiorentini ed il Conte. A questo faceva brillare sugli occhi il vicino parentado, andando sì oltre ch’egli fermava alla cerimonia il luogo ed il giorno, apparecchiava pubblicamente alla figliola il corredo, e al Conte sborsava i trenta mila ducati promessi pagarli nei patti nuziali. Nè di ciò contento, praticava a fine, che messo il Conte in sospetto pei suoi Stati della Marca, mentre attendeva a guardare questi, si tenesse fuori del giuoco e non cercasse recare aiuto ai Veneziani. Bramava puranche staccare il Papa dalla Lega; ai quali effetti il Piccinino ad un tratto sparse come egli si fosse alienato da Filippo dappoich’era questi tutto del Conte, ed al Papa scrisse offrendosi andare contro al Conte nemico suo vecchio alla recuperazione della Marca, facendo guerra per Santa Chiesa. Rimase Eugenio pigliato all’esca, e mandò danari al Piccinino, e gli offerse terre in feudo, a lui ed a’ suoi figli: così occupava questi in breve ora Bologna e Forlì e Ravenna, il Duca gridando che tuttociò era senza sua saputa, e dando ad intendere che, se una volta potesse, farebbe al Piccinino tagliare la testa. Ma questi allora dal canto suo mutato registro, si fece a dire ed a giurare che traditore non era, e che era il Papa che lo accusava a fine di torlo dall’amicizia del Duca, onde era ben giusto ch’egli ed il Duca se ne ritenessero le terre. Così empiva de’ suoi soldati la riva destra del Po, donde impediva ai Fiorentini e al Papa ed al Conte di soccorrere i Veneziani, mentre egli ad un tratto contro essi muoveva l’armi sue insieme a quelle del Duca. Quanto era iniquo e svergognato l’inganno, tanto fu sapiente quella evoluzione di guerra, per laquale il grande condottiero subitamente e senza impaccio varcato il Po, andava a porre l’assedio a Brescia. Spingeva la guerra dipoi fin sotto alle mura di Verona; e se una di queste due città espugnasse, mostravasi certa la ruina dei Veneziani che di per sè non aveano forze sufficienti alla difesa di terraferma. Allora prestarono opera egregia i Fiorentini; i quali sebbene offesi da loro, ma fattisi innanzi a provvedere al comun pericolo, rinnovarono la lega co’ Veneziani affinchè la guerra a spese comuni fosse condotta in Lombardia.[313]

Ma tutta la somma consisteva in questo, che il Conte Francesco passasse il Po; egli peraltro avea l’animo sempre al parentado, e non voleva lasciare esposti i suoi Stati della Marca sino a che le armi del Duca fossero in Romagna. Ai Fiorentini era pericolosa quella passata del Conte, il quale essendo di là dal Po, il Piccinino avrebbe libera l’entrata in Toscana: ma pure scegliendo tra’ due pericoli il minore, inviarono Neri; il quale incontrato lo Sforza nel campo sotto Forlimpopoli, gli dimostrò che, «se i Veneziani perdeano Verona, si abbandonerebbono dello Stato di terraferma, e a lui leverebbero il pagamento; nè i Fiorentini potrebbono soli reggere la spesa; essi medesimi divenuti al tutto inabili a difendersi.» Consentì lo Sforza che Neri andasse ad offerire in Vinegia la sua passata e trattare della via da eleggere. Andava Neri, ed appena giunto, orando innanzi alla Signoria disse: «che avendo esaminate le condizioni loro, s’era nei Consigli della Repubblica di Firenze venuti d’accordo, non essere altro rimedio che nella passata del Conte col suo esercito alla difensione dello Stato di Venezia; che un tale partito bene conoscevano quanto ad essi, che lo proponevano, riuscisse pericoloso, e che i Lucchesi ed i Senesi se gli scoprirebbero nemici,quando vedessero il Conte tanto dilungato: pure, perchè il pericolo non si vince senza il pericolo, consentivano essi a cedere il Conte ai Veneziani; il quale appena fosse avvisato della via da fare, sarebbe mosso.» Nel Senato fu con lacrime di allegrezza quella proposta ascoltata, e dove prima erano abbandonati d’ogni difesa e vestiti a bruno, ripigliarono vigore, e i loro imprestiti migliorarono parecchi per cento. Renderono a Neri ed alla Repubblica di Firenze solenni grazie del beneficio con tali parole, che Neri dichiara come a lui non istesse bene scriverle. Fermata appena la via da pigliare, subito il Conte si mise in via con tutto l’esercito: a’ 20 di giugno era già in Padovana, spiegando i vessilli di Venezia, Genova e Firenze, a lui mandati in segno d’accordo.[314]

Queste cose erano avvenute innanzi che si chiudesse il Concilio: e non è intendimento nostro descrivere i casi vari e memorabili di quella guerra che si combatteva tra due Capitani, i quali non ch’essere i più esperti di quella età, furono maestri di un’arte nuova, secondo che davano le condizioni dei tempi e la qualità delle milizie usate in allora. Trattavano eglino veramente la guerra come arte e quasi a modo di giostra, non correndo essi nè grandi rischi nelle battaglie, nè dalle perdite avendo altro danno da quello in fuori della riputazione. Imperocchè andando coperti i soldati di gravissime armature, pochi erano i morti nelle più grosse battaglie; e gli eserciti dispersi dalla sconfitta e svaligiati, cercando tornare agli usati soldi, stava ogni cosa nel rinvenire chi questi pagasse.[315]Gli Stati, perdendo terreno, perdevano le fonti all’entrate; ma i condottieri faceano vivere i soldati loro a spese dei miseri abitatori dei luoghi dove la guerra si combatteva;e il Capitano ch’avea perduto, se più non trovasse da smugnere quelli che lo avevano condotto, andava a cercarsi più ricco signore, o luoghi non tocchi insino allora, da farvi sacco. Di questa fina arte e iniquo mestiere, solenni maestri erano Francesco Sforza e Niccolò Piccinino: le mosse pertanto di quella guerra, le astuzie, le grandi opere condotte a fin di creare impacci al nemico o a sè agevolezza di marce, sovente inopinate e rapidissime, in tutti quei mesi che andarono fino al verno avanzato, produssero fatti per sè grandissimi, ma per gli effetti che ne seguirono quasi nulli. Intorno a Brescia più volte battaglia; Verona perduta dallo Sforza, e racquistata in quattro giorni; il Piccinino sconfitto, fuggire traverso i nemici, portato, com’era di corpo esile, dentro un sacco da uno de’ suoi, e in pochi giorni tornare in campo più forte di prima.

Infine, parendo a lui che fossero del pari inabili i due eserciti in quelle contrade durante il verno, tornò al pensiero d’assaltare la Toscana, mostrando a Filippo come i Fiorentini sariano costretti a richiamare di Lombardia il Conte o perdersi; e che in ciascheduno di que’ due casi, i Veneziani da sè non poteano nutrire la guerra: al quale consiglio muovevalo in proprio il desiderio di acquistare a sè uno Stato, cacciando Francesco Sforza dalla Marca. Poterono molto appresso al Duca anche le istanze grandissime che faceano Rinaldo degli Albizzi ed i fuorusciti fiorentini, venuti a Milano già prima che il Duca si risolvesse alla guerra, e stati non ultima cagione a fargliela cominciare. Rinaldo, com’era di natura confidente, sperava certissimo in patria il ritorno; ed a Cosimo faceva dire, che la gallina covava. Rispondea questi; male potrà fuori del nido. Un’altra volta gli mandò avviso, che i fuorusciti non dormivano; e Cosimo disse che lo credeva, ad essi avendo cavato il sonno. Ora prometteva l’Albizzi sicuro il passaggio nel Casentino,dove il Conte di Poppi teneva seco amicizia: diceva poi, che dove le armi di Niccolò s’accostassero a Firenze, era impossibile che il popolo, stracco dalle gravezze ed oppresso, non si levasse ad accogliere gli antichi uomini e gli antichi ordini.

In Firenze fu grande sgomento; e quello che dava maggiore sospetto era il pensare che senza un qualche vicino aiuto avrebbe dovuto al Duca parere imprudentissima quella mossa, nè egli era uomo da troppo arrischiarsi. Temeano pertanto che segretamente fosse il Duca sicuro del Patriarca Vitelleschi da Eugenio preposto al governo dello Stato, sì fattamente che mentre il Papa dimorava tuttora in Firenze, costui in Roma era come principe. Temeano cercasse novità in Firenze, intendendosi coi fuorusciti; e quindi con molta diligenza s’adopravano prima a scalzare nell’animo del Papa la fede grandissima che egli aveva nel Patriarca, dipoi mostrandogli come lo avesse egli troppo alto locato da poterne vivere sicuro. A questo fine, cogliendo il tempo, gli misero innanzi una lettera intercetta a Montepulciano, che il Vitelleschi senza consenso del Papa scriveva a Niccolò Piccinino. Laonde il Papa deliberò infine assicurarsi del Patriarca: al quale effetto Luca Pitti andato in Roma, s’intese col Capitano che aveva la guardia di Castel Sant’Angelo. Costui aspettava il destro; ed un giorno che il Patriarca, essendo in sul muovere verso Toscana, gli aveva fatto dire scendesse giù fuori del Castello perchè aveva cose da conferir seco, uscì ad incontrarlo; e in mezzo a discorsi trattolo sul ponte, che mobile era, fece segno ai suoi d’alzarlo: rimasto così prigione ad un tratto quell’uomo infine allora potentissimo, non si seppe più altro di lui. Il Papa mandava poi di buon animo le sue genti alla difesa di Toscana.[316]

Tra ’l Conte frattanto e i Veneziani erano dispareri circa la condotta di quella guerra. Voleva quegli ripassare il Po e scendere verso Toscana dietro al Piccinino, massime dopo avere udito che i figli di Pandolfo Malatesta, i quali erano nella Lega, aveano dovuto venire a patti col Visconti; dal che si temeva che Pier Giampaolo Orsini, mandato con cinquecento cavalli dai Fiorentini in quelle parti, essendo preso e disarmato, le terre del Conte rimanessero senza difesa: questi protestava, che da signore di Stati non volea tornare condottiero. Laonde mandava la Repubblica Neri Capponi ad aggiustare le cose: il quale avendo prima trattato in Venezia con la Signoria, e quindi in Verona col Conte, pareva l’imminenza del doppio pericolo non dare alcun modo che a tutti soddisfacesse; quando venute novelle che i Malatesta non mancherebbero alla fede, e che l’Orsino avea potuto liberamente scendere in Toscana, consentì lo Sforza di rimanere oltrepò, avendo anche dati millecinquecento de’ suoi cavalli a Neri, che seco in Firenze gli condusse, dov’egli giugneva nel mese d’aprile 1440.

E già il Piccinino scendeva in Toscana; della quale non credendo vincere il passo attraverso le alpi di San Benedetto, dove Niccolò da Pisa prode Capitano facea buona guardia, disegnò forzare quello di Val di Lamone, dov’erano genti raccogliticcie, ed alla difesa del castello di Marradi Bartolommeo Orlandini vilissimo uomo, che al primo appressarsi dei nemici fuggì, non prima fermatosi che a Borgo San Lorenzo, e quando già era il Capitano del Visconti con tutto l’esercito entrato in Mugello. Di là scorreva liberamente infino ai poggi di Fiesole; e questi varcati, si era accostato fino a tre miglia vicino a Firenze, avendo fermato il campo a Remole e passato l’Arno, facendo prede e devastazioni fino a Villamagna. I contadini s’erano messi in salvo dentro alle mura della città con le robe loro; i bovi e le mandrie ingombravanole vie; e la penuria, la quale incominciava a farsi sentire, cresceva il tumulto.[317]Nel quale Rinaldo prometteva nascerebbe qualche movimento in favore degli usciti; ma non fu nulla, perchè già tutta la moltitudine dei più infimi stava pe’ Medici, e questi tenevano il governo stretto in mano di pochi, pronti a frenare con la severità chiunque tentasse alzare il capo.[318]Crudele ambascia dovette premere allora l’animo di Rinaldo, che giunto in vista della città sua non ebbe persona che si muovesse per lui; e già era il Capponi entrato in Firenze con le genti di Lombardia, e quindi Piero Giampaolo ed altre genti. Null’altro potendo, Rinaldo faceva istanza perchè andasse almeno il Piccinino all’impresa di Pistoia, la quale fidava condurre col mezzo dei Panciatichi suoi aderenti. Ma quegli che non avea le speranze ostinate di Rinaldo, e non voleva cedere a consigli disperati, pigliava altra via.

La famiglia dei Conti Guidi possedeva da oltre quattro secoli il Casentino, del quale Francesco del ramo da Battifolle teneva allora la signoria col titolo di Conte di Poppi: quivi era e tuttora si vede il palagio di quei Signori, bello ed ornato ed in bel sito, essendo la terra di Poppi nel centro del piccolo principato, ma lieto per la freschezza dei luoghi e la vigoria degli uomini; oltrechè abbondante di forti castelli nelle pendici dei colli o nei gioghi degli appennini che soprastanno a quella provincia. Quel ramo dei Conti Guidi aveva seguitato dai primi tempi la parte guelfa, talchè dipoi vissero in grande amicizia con la Repubblica di Firenze. La quale poichè ebbe esteso il dominio così da cingere poco meno che da ogni lato il Casentino, rendevasi quella amicizia necessaria più e più sempre ai Signori del piccolo Stato, rimasti soliin mezzo a tante baronie distrutte; cercavano che alla Repubblica paresse d’avere nei Conti un vicario. S’aiutavano anche di matrimoni pei quali a sè procacciassero appoggio di qualche potente signore, e il Conte Francesco avea maritata una sua figlia al Fortebraccio, che fu principio ad alienarlo dalla Repubblica per le cose che tosto vedremo. S’aggiunse dipoi altra cagione di mali umori verso Cosimo dei Medici, il quale avendo prima trattato di maritare il figlio suo Piero ad una figliola del Conte di Poppi, ruppe le pratiche perchè a Neri e ad altri amici di Cosimo non piaceva questo imparentarsi con signori che avessero Stati.[319]Cosimo, perch’era signore di fatto, dovea fuggire ogni apparenza che fosse contraria alla civile egualità. Per queste cagioni il Conte di Poppi era tutta cosa di Rinaldo degli Albizzi e della sua parte, ai quali si diede in braccio da quando il Piccinino entrò in Toscana così da fidare alla vittoria di quello le sorti sue, che fu cagione a lui di ruina. Ma quanto a me tengo che in fondo a ogni cosa stesse la certezza che la Repubblica ad ogni modo avrebbe voluto ingoiarsi il Casentino: il ch’egli cercava prima evitare legando a sè col parentado la Casa Medici; e poi fallito questo disegno, non ebbe più altro che da sperare nella vittoria dei fuorusciti, a sè obbligandoli per un beneficio di tanto più grande quanto era a lui più arrischiato. La Repubblica pur nonostante lo aveva eletto suo Commissario, e datogli bombarde per la difesa; ma egli chiamava le armi ducali nel Casentino: dove entrato il Piccinino, prese alcuni minori castelli, e quindi Bibbiena che si teneva pei Fiorentini. Ma trovò intoppo grandissimo e fuori d’ogni sua credenza nella piccola fortezza di Castel San Niccolò, alla quale poneva assedio e con ogni ingegno di guerra e con ogni crudeltà sforzandosi d’espugnarla, rimasero le suegenti sotto a quelle anguste ma forti mura ben trentadue giorni; che fu salvamento alla Repubblica.[320]Perchè avendo quella dimora infruttuosa del Piccinino lasciato tempo che giungessero soldati in copia, e che ogni maniera di provvigioni nella città si facesse; al Piccinino venne a mostrare che la impresa di Firenze, non sovvenuta da commozioni civili, riusciva impossibile. Ben avrebbe il Conte di Poppi voluto che egli dimorasse tra que’ monti, ma non erano luoghi da farvi stanziare un esercito: il Piccinino gli rispose, che i suoi cavallinon mangiavano sassi; e avendo già fatta risoluzione di tornare in Lombardia, prima s’accostava ai monti per la Valle Tiberina, e quindi pigliandogli vaghezza di rivedere la patria sua, fece con pochi soldati entrata in Perugia, magnifica sì ed acclamata da’ cittadini, ma tosto seguìta da cosiffatte dimostrazioni che a lui parve bene uscirne, perchè dava ombra a molti l’avere in casa un tanto grande concittadino; il quale sapevano quanto si struggesse di acquistare anch’egli una qualche città in possessione. Tornando, faceva sopra Cortona qualche disegno; ma fu la congiura dei malcontenti nella città scoperta bentosto; e Niccolò venne con tutto l’esercito a porsi nel Borgo di San Sepolcro, per indi pigliare la via dei monti e ricondursi in Lombardia.

Innanzi però, ed egli bramava molto di onorare le armi sue con qualche fatto, e i fuorusciti vivamente a ciò lo pressavano, e l’occasione pareva buona perchè l’esercito dei nemici avendo più capi e più voleri, l’autorità dei Commissari Neri Capponi e Bernardetto dei Medici era da credere fosse attraversata: per la Chiesa era il Cardinale Scarampi, nuovo patriarca d’Aquileia, con titolo di Legato; ed i soldati di Lombardia scesi ubbidivano a Pier Giampaolo Orsino ed a Micheletto Sforza Attendolo. Aveano fermato ilcampo sul colle che ha in alto il forte castello d’Anghiari, di dove stendevasi per l’ampia pendice la quale discende giù verso il Tevere, sito bene scelto:[321]ma il Piccinino si fidò coglierli trascurati un giorno di festa, a’ 29 giugno che è dì di San Pietro, e quando il caldo era grandissimo, quattro ore innanzi al tramontare del sole.[322]Il che a lui sarebbe venuto fatto se Micheletto, vecchio capitano, da un polverio ch’egli scorse di là dal Tevere accostarsi per la strada che da Borgo San Sepolcro conduce ad Anghiari fatto certo d’avere battaglia, non avesse chiamato alle armi il campo, che in fretta potè ordinarsi. Il Tevere ha un ponte, che il Piccinino passò a furia co’ suoi; ed avendogli affoltati giù nella pianura, fece impeto sopra i primi nemici che erano discesi, i quali cedendo e pel terreno che saliva congiugnendosi man mano alle squadre che sopravvenivano, fu per tre ore varia fortuna, senza che potessero nè il Piccinino rompere l’oste dei collegati che in largo sito poteano muoversi ordinatamente, nè questi forzare il passo del fiume sin verso sera. Ma non sì tosto furono i Ducheschi costretti a ritrarsi sull’altra ripa, qui la difesa era tutta impedita da fosse ed argini e vie strette, nè il Piccinino che non potè raccogliere in grossa mano i soldati suoi, ebbe agio di fare degna resistenza. Fu grande la rotta, preso lo stendardo del Capitano, i prigionieri molte centinaia, tra’ quali erano uomini di qualità; ma semprei numeri noi dobbiamo tenere mal certi; tremila sarebbero i cavalli venuti in potere dei vincitori. Il Piccinino s’andò a chiudere nel Borgo San Sepolcro con forse millecinquecento cavalli, tra buoni e cattivi e quelli da carriaggio. Di là non aveva l’uscita libera, e sarebbe stato anch’egli preso; ma i Commissari, benchè facessero la mattina dopo infino a terza il possibile, non trovarono un condottiero che gli seguisse, perchè i soldati attendevano alla preda, e spogliati i prigioni gli lasciavano andare in farsetto; tanto vili erano quelle guerre: Niccolò Piccinino in sulla terza muoveva per tornare in Lombardia.[323]Quella battaglia assicurava lo stato dei Medici, avendo levati d’ogni speranza i fuorusciti, i quali dipoi non fecero mossa: di Rinaldo degli Albizzi sappiamo, che essendo ito a visitare il Santo Sepolcro, moriva in Ancona l’anno 1442: aveva sposata una figliola sua ad uno dei Gambacorti cacciati di Pisa.[324]

Essendo rimasto vuoto il Borgo San Sepolcro, i Commissari della Repubblica l’occuparono. Era quella terra ai Fiorentini già stata offerta dal Conte di Poppi, che vi teneva ragioni per la figliola sua stata moglie al Fortebraccio. La Repubblica rispose allora di nonvolersene impacciare per rispetto del Papa che aveva in casa, ma si fece raccomandatrice delle ragioni del Conte presso ad Eugenio che non voleva sentirne parlare. Questi allora diede Borgo San Sepolcro in deposito alla Repubblica di Firenze: dopo la battaglia, tra’ Commissari e il Legato fu qualche vertenza con male parole;[325]ma infine il Papa, bisognoso di danaro, lasciava occupare per venticinquemila ducati d’oro Borgo San Sepolcro come pegno ai Fiorentini, nei quali rimase. Subito dopo la vittoria, Bernardetto dei Medici andato a Monterchi, aveva avuto a patti la possessione di quella terra da una madonna Alfonsina o Eufrosina, figlia del Conte di Montedoglio e vedova di Bartolommeo da Pietramala con tre figlie da marito. Dissero a lei: «se aveste atteso come donna al governo della famiglia, non avreste ora perduto lo Stato vostro.» Ma i signori de’ castelli avevano sempre gli occhi al Duca di Milano, protettore e capo di quanti erano per l’Italia continuatori di signorie al modo antico ghibellino. Rispose la donna: «che avea fatto quello gli era ito per l’animo, e che sperava nel suo signore Duca di Milano, che aveva assegnato a lei millecinquecento ducati d’oro all’anno, e dal quale avrebbero essa e le figlie sue buono stato.» «Saranno di quelli del Re Erode,» a lei replicarono i Fiorentini motteggiatori.[326]Rimaneva da punire il Conte di Poppi; al che andò Neri con alcune centinaia di soldati sotto Niccolò da Pisa. Avuta Rassina per minaccie, poneva il campo intorno a Poppi, dov’era il Conte che per mancanza di vettovaglie in capo a pochi giorni trattòdi resa; per la quale essendo egli disceso giù sul ponte d’Arno ad abboccarsi con Neri, la prima cosa ch’egli disse fu: «potrà egli essere che i vostri Signori non mi lascino questa casa, la quale è nostra da novecento anni? (la boria e le false carte facevano raddoppiare gli anni): del resto, fate quello volete.» Rispose Neri: «pensate ad altro, chè voi non avete tenuto modi che i miei Signori vi vogliano per vicino. Vorrebbono volentieri che voi foste un grande signore nella Magna.» E quegli: «ed io desidererei voi più là.[327]» Io me ne risi, aggiunge crudamente Neri: e il Conte partivasi dal luogo antico de’ padri suoi, co’ figli e le figlie,[328]e portando seco trentaquattro some di roba. Tutto il Casentino entrava così nel dominio della Repubblica, la quale premiava Neri e Bernardetto di ricchi doni, avendo offerto anche di onorarli della cavalleria, che rifiutarono.

L’assenza del Piccinino riusciva più grave al Visconti che forse non s’era questi figurato; e bene si vidde che almeno da parte del Duca tutto il fondamento di quella mossa non era stato che nella credenza di richiamare Francesco Sforza alla difesa della Toscana e delle proprie sue terre: dipoi l’impegno già preso e la mossa cominciata e le speranze de’ fuorusciti fecero il resto. Ma in quel mentre che il Piccinino era in Toscana, essendo le forze del Conte superioried egli uomo da bene usarle, aveva questi per grande vittoria avuta a Soncino sopra l’esercito milanese, liberato dall’assedio Brescia, cacciato i nemici d’intorno a Bergamo; e il naviglio che il Duca teneva sul Lago di Garda essendo già prima stato distrutto dai Veneziani, il Conte Francesco s’era impadronito di Peschiera sul Lago e d’altri luoghi. Al che il Visconti, cui pareva essere in grande pericolo, faceva ricorso agli usati rimedi; e per mezzo del marchese Niccolò da Este mandò ad offrire al Conte la pace e le nozze della figliola. Dal che ottenne che il rimanente dell’estate andasse la guerra più lenta, perchè i Veneziani, dubitando sempre dello Sforza, si tenevano corti nel fargli le provvigioni: e dall’altra parte già essendo tornato il Piccinino in Lombardia, passò la state, e gli eserciti si alloggiarono per l’inverno. Durante il quale non essendo però del tutto cessata la guerra, questa ripigliavano i due Capitani con forze maggiori nella primavera. Avvenne che essendo andato il Conte alla espugnazione del forte castello di Martinengo, ed il Piccinino con tutto l’esercito essendo accorso alla difesa, mentre ciascuno dei Capitani, usando sua arte, cercava pigliare vantaggio sull’altro; il Piccinino, cogliendo il punto quando era dal Conte lasciato sprovvisto il luogo d’ond’egli potea trarre vettovaglie, l’occupò, e tosto quivi essendosi affortificato con fossi e tagliate, metteva il nemico in tal condizione che dare l’assalto gli era impossibile, e a starsi fermo era per la fame costretto d’arrendersi. Ma nacque caso per cui si vidde quali si fossero quelle guerre, dove nè i Principi avevano mai sicurezza dei loro eserciti, nè i Capitani di sè medesimi a fronte a coloro dai quali erano assoldati. Il Piccinino, che aveva in pugno sì grande vittoria, ponea condizioni al Duca e scrivevagli già essere vecchio e non avere terra che fosse sua dopo tanti servigi da lui prestati allo Stato di Milano; volere ritrarsi, e non avere luogo nemmeno da porviil corpo suo: altri dei Capitani del Duca d’accordo facevangli eguali domande. E questi, per subito dispetto volendo cedere al nemico piuttosto che a’ suoi, e avendo la scusa del matrimonio della figliola, mandò a profferirne questa volta per davvero la celebrazione al Conte; la quale indi a pochi giorni si fece in Cremona, città che rimase al genero in dote. A questo modo la guerra essendo fatta impossibile, dappoichè lo Sforza più non la voleva, l’altro non poteva, la pace divenne ai collegati necessaria. Della quale essendosi lungamente trattato in Venezia, arbitro lo Sforza, si conchiuse ai 20 novembre 1441 in Cavriana, riavendo ciascuno, secondo l’usanza, quello che aveva prima, e il solo Gonzaga cedendo Peschiera ed altre minori terre ai Veneziani, i quali accertarono per quell’acquisto a sè il dominio sul Lago di Garda. Ma per segreti articoli fu inteso che il Duca tenesse quel ch’egli occupava in Romagna della Chiesa, e di più avesse (così almeno io trovo scritto) Perugia e Siena; il Conte aggiugnesse alla signoria che aveva nella Marca gli acquisti che intorno si facessero o del Reame di Napoli o degli Stati ecclesiastici: per il che il Papa, solo malcontento, gettò alte grida e ricusò di sottoscrivere il trattato; donde ebbero seme le guerre che tosto (com’era solito) si raccesero.[329]


Back to IndexNext