Se l'elezione de' Pontefici fosse tutte le volte seguita nel Vaticano, non sarebbero stati impunemente violati i diritti del Senato e del popolo; ma i Romani lasciarono cadere in dimenticanza cotali diritti durante l'allontanamento de' successori di Gregorio VII, che non si credettero obbligati a riguardare siccome precetto divino la residenza nella propria città, o diocesi. Men solleciti della cura particolare di questa diocesi, che del Governo universale della Chiesa, non poteano i Papi trovar dilettevole il soggiorno in una città, ove presentavansi continui impacci al loro potere, ove le loro persone a frequenti rischi vedeansi commesse. Laonde, fuggendo le persecuzioni degl'Imperatori e le guerre d'Italia, si rifuggirono, al di là dell'Alpi, nelle ospitali terre della Francia; altre volte per mettersi in sicuro contro le sedizioni di Roma, vissero e morirono in Anagni, in Perugia, in Viterbo, e nelle città circonvicine, ove trascorreano i giorni con maggiore tranquillità. Quando il gregge trovavasi offeso, o impoverito per la lontananza del Pastore, manifestava a questo in tuono imperioso, che S. Pietro avea collocata la propria Cattedra, non in un oscuro villaggio, ma nella Capitale del Mondo; lo minacciavano d'impugnar l'armi per correre a distruggere la città e gli abitanti così arditi per offerirgli ricetto. Allora i Papi obbedivan tremando;e appena giunti in Roma si chiedeva ad essi compenso pei danni derivati dalla lor diserzione; veniva ai medesimi rassegnata la lista delle case rimaste disaffittate, delle derrate che non ebbero spaccio, delle spese dei servi e degli stranieri stipendiati dalla Corte, che non erano tornate a profitto di Roma[244]. Poi dopo che avevano goduto alcuni intervalli di pace, e fors'anche di autorità, venivano da rinascenti sedizioni scacciati, e chiamati di bel nuovo or da imperiose intimazioni, or da rispettose sollecitazioni del Senato. In tali momenti, gli esuli e i fuggitivi, che seguivano la ritirata del Papa, poco scostavansi dalla Metropoli, ove non tardavano a ritornare; ma nel principio del secolo decimoquarto, il trono appostolico fu trasferito, a quanto sembrava per sempre, dalle rive del Tevere a quelle del Rodano, trasmigrazione che potè dirsi un effetto della violenta disputa accaduta fra Bonifazio VIII e il re di Francia[245]. Allearmi spirituali del Papa, la scomunica e l'interdetto (A. D. 1294-1308), vennero contrapposte l'unione de' tre Ordini del Regno e le prerogative della Chiesa gallicana; ma il Papa non potè sottrarsi ad altre armi più reali che Filippo il Bello ebbe il coraggio di adoperare. Standosi Bonifazio in Agnani, senza prevedere il pericolo che lo minacciava, il palagio e la persona di lui vennero assaliti da trecento uomini a cavallo, che Guglielmo di Nogaret, Ministro di Francia, e lo Sciarra-Colonna, Nobile romano, nemici del Papa, avevano posti in campo. Datisi i Cardinali alla fuga, gli abitanti di Agnani dimenticarono la fedeltà e la gratitudine che dovevano al loro Sovrano. Solo ed inerme, l'intrepido Bonifazio, si assise sulla sua scranna, aspettando, ad esempio degli antichi Senatori, il ferro de' Galli. Il Nogaret, estranio al nemico cui mosse guerra, si limitava ad eseguire gli ordini ricevuti dal proprio padrone; e il Colonna soddisfaceva il suo odio personale, opprimendo con ingiurie, e persino con percosse, il Pontefice; in sostanza i duri trattamenti e dell'uno e dell'altro che durarono tutti tre i giorni della cattività di Bonifazio, ne aveano irritata l'ostinazione al punto di mettere la vita di lui in pericolo. Pure questo indugio di cui non saprebbe spiegarsi bene il motivo, ridestando il valore de' partigiani della Chiesa, diede loro il tempo di moversi; talchè il Pontefice potè campare dalle sacrileghe mani che lo teneano in catene. Ma dopo la mortale ferita che il carattere imperiosodi cotest'uomo aveva sofferto, non potè più riaversi, e morì a Roma, preso da un impeto di risentimento e di rabbia. Due notabilissimi vizj, l'avarizia e l'orgoglio, disonorarono la memoria di questo Papa; laonde il suo medesimo coraggio, che nella causa della Chiesa fu quello d'un martire, non valse a meritargli l'onore della canonizzazione. «Fu un magnanimo pescatore, dicono le Cronache di quella età, che con accorgimento di volpe s'impadronì del trono appostolico, vi si mantenne con coraggio di lione, vi morì di rabbia a guisa di cane». Gli succedè Benedetto XI, il più mansueto degli uomini, che però, ad onta della sua mansuetudine, scomunicò gli empj emissarj di Filippo il Bello, e mandò sulla città e sulla popolazione d'Agnani spaventevoli maledizioni, delle quali gli spiriti superstiziosi credono scorgere ancora gli effetti[246][247].A. D. 1140Morto Benedetto XI, l'accorgimento della fazione francese trionfò della lunga perplessità del Conclave col porre un partito, che la parte contraria indicasse tre Cardinali, fra i quali la prima sarebbestata obbligata a sceglierne uno nel termine di quaranta giorni; speciosa offesa che venne accettata. L'Arcivescovo di Bordò nemico acerrimo del suo Re e della sua patria, fu primo ad essere posto in lista. Ma conosciuta era l'ambizione di questo porporato; un pronto messaggio avendo fatto inteso il Re che la scelta del Papa stava nelle sue mani, l'Arcivescovo seppe conciliare le voci della sua coscienza colle seduzioni del donativo che venivagli offerto. Le condizioni furono regolate in un parlamento privato; e seguì il tutto con tanta segretezza e celerità, che il Conclave applaudì unanimemente alla elezione dell'Arcivescovo di Bordò, che prese il nome di Clemente V[248]. Ma i Cardinali di entrambe le fazioni ricevettero ben tosto con comune maraviglia il comando di seguire il Pontefice al di là dell'Alpi, e s'accorsero che non doveano più far conto di tornare a Roma. Ne' patti segreti testè menzionati, Clemente V aveva promesso di trasferire la residenza pontificia in Francia, al qual soggiorno per proprio genio propendea. Dopo avere condotta attorno la sua Corte pel Poitou e per la Guascogna, dopo aver rovinate le città ove dimorava, e i conventi che trovava lungo il cammino, pose finalmente il suo domicilio in Avignone[249], rimasta per oltre a settantasetteanni[250]la fiorente residenza del Pontefice di Roma e la Metropoli della Cristianità. Da tutte le bande, e per terra, e per mare, e lungo il Rodano, Avignone offre un facile accesso; le province meridionali della Francia non la cedono in bellezza a quelle dell'Italia; il Papa e i Cardinali vi fabbricarono palagi; i tesori della Chiesa condussero ivi ben tosto l'arti del lusso. Già i Vescovi di Roma possedeano la Contea del Venesino,[251]paese popolato e fertile, contiguo ad Avignone. Approfittandosi indi della gioventù e delle angustie in cui trovavasi Giovanna I, Regina di Napoli e Contessa di Provenza, comperarono da essa la Sovranità d'Avignone, chenon pagarono più di ottantamila fiorini[252]. All'ombra della francese Monarchia, e in mezzo ad un popolo obbediente, i Papi rinvennero quella esistenza tranquilla e onorevole cui da tanto tempo erano peregrini. Pur l'Italia deplorava la loro lontananza; e Roma, solitaria e povera, dovette chiamarsi pentita di quell'indomabile spirito di libertà, che avea scacciati i successori di S. Pietro dal Vaticano; ma tardo ed inutile diveniva un tal pentimento. Col morire de' vecchi individui del Sacro Collegio, si andava questo a mano a mano empiendo di Cardinali francesi[253], che odiando e tenendo a vile Roma e l'Italia, perpetuarono una sequela di Pontefici tolti in seno di lor nazione, ed anche nella provincia ove risedeano, e affezionati con vincoli indissolubili alla lor patria.A. D. 1300I progressi dell'industria aveano formate e arricchitele Repubbliche dell'Italia; il tempo della loro libertà è l'epoca più fiorente per esse della popolazione e dell'agricoltura, delle manifatture e del commercio, e i loro lavori, da prima meccanici, condussero a poco a poco le arti dell'ingegno e del lusso. Ma la situazione di Roma era men favorevole, il suolo men fertile; i suoi abitanti inviliti dall'amore dell'ozio, inebbriati dall'orgoglio, s'immaginavano stoltamente che i tributi de' sudditi dovessero nudrir sempre la Metropoli della Chiesa e dell'Impero. La moltitudine de' pellegrini che visitavano le tombe degli Appostoli seguiva in tal qual modo a mantenere i Romani in simile abbaglio; l'ultimo Legato de' Papi, l'instituzione dell'Anno Santo[254], non fu men utile al popolo che al Clero. Dopo la perdita della Palestina, la beneficenza delle indulgenze plenarie assegnata alle Crociate, divenia priva di scopo, e rimase pel corso di otto anni stagnante il più prezioso tesoro della Chiesa. Bonifazio VIII, ambizioso in uno ed avaro[255], gli aperse un nuovo canale. Egli era istrutto quanto bastava per aver cognizione dei Giuochi Secolari, che sul finiredi ciascun secolo si celebravano a Roma. Per esplorare senza pericolo la credulità popolare, venne composta una predica su questo argomento. Dopo sorde vociferazioni ad arte sparse, e dopo aver condotte opportunamente in campo le testimonianze di alcuni vecchi, nel giorno I gennaio del 1300, la chiesa di S. Pietro ringorgò di Fedeli, che gridavano ad alta voce per implorare le indulgenze dell'Anno Santocome era consueta cosa il concederle. Il Pontefice che spiava ed eccitava ad un tempo la devota loro impazienza, si lasciò facilmente persuadere, udite le testimonianze de' vecchi, della giustizia di questa domanda, e pubblicò un'assoluzione plenaria, a favore di tutti i Cattolici, che nel corso di quell'anno, e alla fine di ciascun secolo, visiterebbero umilmente le chiese de' Santi Pietro e Paolo; felice novella che si divulgò ben presto per tutta la Cristianità. Dalle province più vicine dell'Italia sulle prime, indi dalle più rimote contrade, quali erano l'Ungheria e la Brettagna, vidersi sciami di pellegrini che coprivano le strade, sospirosi di ottenere il perdono de' loro peccati, mercè un viaggio, aspro e dispendioso per vero dire, ma che almeno i rischi del servigio militare non offeriva. In mezzo a questo generale entusiasmo, vennero dimenticati tutti i riguardi che il grado o il sesso, la vecchiezza o le infermità potevano meritare, e tal fu la sollecitudine della divozione, che molti individui perirono calpestati per le strade e per le chiese in mezzo alla folla. Non è sì facile calcolare con esattezza il numero de' pellegrini, probabilmente esagerato dal Clero, abile nel diffondere la contagion dell'esempio. Ma uno Storico giudizioso che risedeva a Roma in que' giorni, assicurache durante il giubbileo non si trovarono mai meno di dugentomila stranieri nella città; e un altro testimonio afferma che in tutto l'anno vi concorsero più di due milioni di pellegrini. La più lieve offerta per parte di ciascun individuo avrebbe bastato a somministrare un immenso tesoro: ma due preti, muniti di rastri, non avevano notte e giorno altra faccenda che di raccogliere, senza contarli, i mucchi d'oro e d'argento tributati all'altar di S. Paolo[256]. Fortunatamente era un anno di pace e d'abbondanza, e benchè fossero care le biade ed enormi i prezzi delle osterie e degli alloggiamenti, l'accorto Bonifazio e gli avidi Romani aveano avuta l'antiveggenza di apparecchiare inesausti magazzini di pane e di vino, di carne e di pesce. In una città sfornita di commercio e d'industria, spariscono presto le ricchezze meramente accidentali. La cupidigia e la gelosia della successiva generazione la mossero a chiedere a Clemente VI[257]un secondo Anno Santo senza aspettar la fine del secolo. Il Papa ebbe la pieghevolezza di acconsentire, anche per concedere a Roma un tenue compenso di quanto essa aveva perduto per la traslocazione della Santa Sede; e a fine di non venire accusato di mancare alle leggi de' suoi predecessori, fondò la nuova assoluzione plenaria del 1350sulla legge mosaica, dalla quale prese il nome diGiubbileo[258]. Si obbedì alla voce del Santo Padre, nè i pellegrini cedettero in numero, zelo e liberalità a quelli del primo Giubbileo. Ma soggiacquero al triplice flagello della guerra, della pestilenza e della fame; ne' castelli dell'Italia non venne rispettato il pudore delle vergini e delle matrone, e i feroci Romani, non più rattenuti dalla presenza del loro Vescovo, spogliarono ed assassinarono un grande numero di stranieri[259]. Vuole, non v'ha dubbio, attribuirsi all'avidità de' Papi l'accorciato intervallo de' Giubbilei, prima di cinquant'anni, poi di trentatre, finalmente di venticinque. La durata però del secondo di questi intervalli aveva avuto per suo ragguaglio il numero degli anni della vita di Gesù Cristo. La profusione delle Indulgenze, il numero dei Fedeli portato via dal Protestantismo, l'indebolimento della superstizione, diminuirono la rendita de' Giubbilei; ciò nondimeno l'ultimo che si è celebrato (il decimonono) fu un anno di gioia e di profitto per li Romani; nè, in ordine a ciò, ilsorriso del filosofo turberà il trionfo del Clero e la prosperità di una popolazione[260].Nell'incominciamento dell'undicesimo secolo, l'Italia vedeasi in preda alla feudale tirannide, gravosa del pari al Sovrano ed al popolo. Le numerose italiane repubbliche, dilatando ben tosto la loro libertà e dominazione nelle campagne circonvicine, vendicarono i diritti della natura umana. Rotta la spada de' Nobili, fatti liberi i loro servi, spianatene le Castella, questi ritornarono in seno alla società, e ripigliate le consuetudini dell'obbedienza, l'ambizione loro agli onori municipali si limitò; nelle orgogliose aristocrazie di Venezia e di Genova ciascun patrizio si mostrò sottomesso alle leggi[261]. Solo il debole e irregolare Governo di Roma non potè domare i suoi figli ribelli, che nella città, e fuor delle mura, disprezzavano l'autorità del Magistrato. Non era più una lotta civile fra i Nobili e i plebei che il Governo dello Stato si contendessero; i Baroni, mantenendo coll'armi la loro independenza, fortificavano i lor palagi e castelli in guisa che potessero reggere ad un assedio; e nelle domestiche loroquerele metteano in campo numerose bande di vassalli e di servi. Non li rannodava al loro paese o l'origine, o alcun sentimento di affetto[262]; onde un vero Romano avrebbe respinti lungi da sè questi superbi stranieri che, disdegnando il nome di cittadini, assumeano orgogliosamente il titolo di Principi romani[263]. Per una sequela di oscure rivoluzioni, le famiglie aveano perduti i loro archivj; aboliti erano i soprannomi; il sangue di diverse nazioni mescolato erasi per mille canali all'antico; e i Goti, e i Lombardi, e i Greci, e i Franchi, e i Germani, e i Normanni avevano dal favor del Sovrano ottenuti i più bei possedimenti, siccome un tributo meritato dal valore. È cosa facile da immaginarsi che non altrimenti accader doveano le cose; ma l'innalzamento di una famiglia di Ebrei al grado di Senatori e di Consoli è il solo avvenimento di sì fatto genere, che troviamo in mezzo alla lunga cattività di questi sciagurati proscritti[264]. Sotto il Regno diLeone IX, un ebreo ricco e fornito d'ingegno, abbracciò il Cristianesimo, e ottenne al Sacro Fonte l'onore di cambiare l'antico nome in quello del regnante Pontefice, suo patrino. Pietro figlio del medesimo, avendo mostrato zelo e coraggio nella causa di Gregorio VII, questo Papa gli concedè il governo del Molo d'Adriano, detto indi la Torre di Crescenzio, oggi giorno Castel S. Angelo. Numerosa prole ebbero il padre ed il figlio: le lor ricchezze radunate dall'usura passarono nelle più antiche tra le famiglie romane; e tanto crebbero i parentadi, e il loro influsso, che un nipote del convertito giunse ad assidersi sulla Cattedra di S. Pietro. Sostenuto dalla maggiorità del Clero e del popolo, regnò molti anni sul Vaticano col nome di Anacleto, e l'invilimento del titolo di Antipapa gli derivò soltanto dall'eloquenza di S. Bernardo e dal trionfo d'Innocenzo III. Dopo la caduta e la morte di Anacleto la famiglia di lui non comparisce più nella Storia, nè avvi fra i Nobili moderni chi volesse da ebraica prosapia discendere. Non è mio disegno il dar qui a conoscere le famiglie romane che si estinsero a diverse epoche, o quelle che fino ai nostri giorni sonosi mantenute[265]. La famiglia de'Frangipani, contòConsoli nel risorgimento della Repubblica, e trae il proprio nome dalla generosità ch'essa ebbe difrangere, dividere il suo pane col popolo in tempo di carestia, ricordanza ben più gloriosa che non è quella di avere, siccome iCorsie i loro aderenti, racchiuso un grosso quarto della città entro il recinto delle proprie fortificazioni. ISavelli, di derivazione, a quanto sembra, sabina hanno mantenuto il lustro dell'antica loro dignità. Trovasi sulle monete de' primi Senatori l'antico soprannome diCapizucchi; iContihanno conservati gli onori, non già i dominj de' Conti di Signia; e gliAnnibaldi[266]debbono essere stati ben ignoranti, o modesti, se non hanno vantata dagli Eroi di Cartagine la lor discendenza.Ma nel novero, e forse al di sopra dei Pari e Principi di Roma, fa di mestieri distinguere le famiglie rivali de'Colonnae degliOrsini, la cui Storia particolare forma una parte essenziale degli Annali di Roma moderna.1. Il nome e le armi de' Colonna[267]hanno dato luogo a molte assai incerte etimologie. In queste ricerche gli Antiquarj e gli Oratori non hanno dimenticate nè la Colonna di Traiano, nè le Colonne d'Ercole, nè quella alla quale Gesù Cristo fu flagellato, nè l'altra luminosa che guidò nel deserto gl'Israeliti. Nel 1104, la Storia incomincia a parlarne la prima volta, e la spiegazione ch'essa offre sul loro nome, ne attesta fin d'allora la potenza e l'antichità. I Colonna aveano provocate le armi di Pasquale coll'impadronirsi diCavae; possedeano per altro legittimamente i feudi di Zagarola e diColonnanella Campagna di Roma; ed è probabile che quest'ultima città andasse ornata di qualche alta colonna, avanzo di una casa antica di campagna, o di un tempio[268]. Possedevano ancora una metà della città di Tuscolo, situata in quelle vicinanze, d'onde presumesi la loro discendenza dai Conti di Tuscolo che nel secolo decimo oppressero i Papi. Giusta l'opinione degli stessi Colonna e del Pubblico,traggono essi la propria origine dalle rive del Reno[269]; nè i Sovrani dell'Alemagna sonosi creduti inviliti per un'affinità reale, o favolosa con una Casa, che nelle vicissitudini di sette secoli, ha più volte ottenute le illustrazioni del merito, sempre quelle della fortuna[270]. Verso la fine del secolo decimoterzo, il più possente ramo della medesima era composto d'uno zio e di sei fratelli, tutti chiari nell'armi, o ad ecclesiastiche dignità sollevati. Pietro, l'un d'essi, scelto Senatore di Roma, fu portato sopra carro trionfale al Campidoglio, e da alcune voci salutato col titolo vano di Cesare. Giovanni e Stefano vennero creati Marchesi d'Ancona, e Conti della Romagna da Nicolò IV, tanto propenso alla loro famiglia, che ne trasse origine il ritratto satirico in cui si vede il Pontefice imprigionato entro una Colonna incavata[271]. Dopo la morte di questoPontefice, s'inimicarono per l'alterigia del lor contegno Bonifazio VIII, il più vendicativo degli uomini. Due Cardinali della ridetta famiglia, l'uno zio dell'altro, essendosi chiariti contrarj all'elezione di Bonifazio, questi perseguì la lor gente coll'armi spirituali e temporali della Santa Sede[272]. Gridò una Crociata contro i suoi personali nemici; i beni dei Colonna vennero confiscati; le truppe di S. Pietro, e quelle delle famiglie nobili, rivali dei Colonna, assediarono le Fortezze che questi tenevano sulle due rive del Tevere; e rovinata Palestrina, o Preneste, primaria loro residenza, passò l'aratro sul terreno, ove fu questa città; il che era emblema di una eterna desolazione. I sei fratelli, spogliati d'onori, banditi, proscritti e ridotti a mentir panni, errarono per l'Europa, esposti ad infiniti pericoli, e sol confortati dalla speranza del ritorno e della vendetta; duplice speranza che dalla Francia fu secondata. Divisarono essi, e condussero a termine la spedizione di Filippo il Bello, e loderei la loro magnanimità, se avessero rispettato il coraggio e l'infortunio del tiranno prigioniero. Annullati gli atti civili di BonifazioVIII, il popolo romano restituì ai Colonna gli antichi possedimenti e le dignità che aveano perdute. Potrà giudicarsi quanto ricchi eglino fossero dal calcolo delle loro perdite, e queste dedursi dai centomila fiorini d'oro, che vennero ad essi, su i beni de' complici e degli eredi dell'ultimo Papa, conceduti in compenso. I successori di Bonifazio VIII ebbero la prudenza di abolire tutte le censure, e tutti i decreti d'incapacità civile pronunziati contro una Casa, i cui destini vennero fatti più saldi e luminosi da questo stesso passeggiero disastro[273]. Lo Sciarra Colonna diede luminosa prova del suo ardimento nel far prigioniero il Papa ad Agnani; e lungo tempo dopo, quando Lodovico di Baviera venne coronato Imperatore, questo Sovrano, per attestare ai Colonna la sua gratitudine, permise ai medesimi di fregiare d'una Corona reale le armi lor gentilizie. Ma tutti gli altri Colonna superò in merito e rinomanza Stefano, primo di cotal nome, amato e stimato dal Petrarca, siccome eroe superiore al suo secolo, e degno di vivere agli antichi tempi di Roma. La persecuzione e l'esilio ne invigorirono l'ingegno nell'arti della pace e della guerra: vittima della sventura, fu scopo alla pietà, ma in uno al rispetto; la presenza del pericolo era per esso un eccitamento di più a palesare il suo nome cheveniva perseguitato, e un dì essendogli chiesto: «Ov'è ora la vostra fortezza?» — «Qui» rispose, portandosi la mano al cuore. Con virtù, eguale sostenne il ritorno della prosperità, e fino all'ultimo de' suoi giorni, per riguardo e ai suoi maggiori e a sè stesso e a i suoi figli, Stefano Colonna fu uno de' personaggi più illustri della Repubblica Romana, o della Corte di Avignone.2. Gli Orsini vennero da Spoleto[274]nel secolo dodicesimo, chiamati da prima i figli d'Orso, nome di qualche personaggio innalzato a grande dignità, del quale però non sappiamo altra cosa se non che fu il ceppo della famiglia Orsini. Si segnalarono bentosto fra i Nobili di Roma e pel numero e valore de' lor partigiani, e per le munitissime torri che li difendevano, e per le dignità senatorie e cardinalizie di cui molti di essi andarono insigniti, e per due Papi di lor famiglia, Celestino V e Nicolò III[275]. Le ricchezzedegli Orsini provano quanto antico sia l'abuso del nepotismo. Celestino vendè, per arricchire i suoi nipoti, il dominio di S. Pietro[276], e Nicolò, che sollecitò per essi regj parentadi, volea fondare a favor loro nuovi Regni nella Lombardia e nella Toscana, e farli a perpetuità padroni della carica di Senatori di Roma. Quanto abbiam detto sulla grandezza dei Colonna porta splendore sopra gli Orsini, stati mai sempre antagonisti dei Colonna, ed eguali in forze, durante la lunga querela che per due secoli e mezzo turbò la Chiesa; querela di cui fu vera cagione la gelosia della preminenza e del potere; ma per procacciare alle loro liti uno specioso pretesto, i Colonna presero il nome di Ghibellini e le parti dell'Impero, gli Orsini quello di Guelfi, e parteggiarono per la Chiesa. L'Aquila e le Chiavi sventolarono su le loro bandiere, e queste due fazioni che si scompartivano fra loro l'Italia, non si diedero mai a più violenti furori, come allor quando era stata da lungo tempo dimenticata l'origine e la natura della loro disputa[277]. Dopo la ritirata de' Papi ad Avignone, si contrastarono, armata mano, il governo della Repubblica; convennero finalmente chein ciascun anno verrebbero eletti due Senatori rivali, perpetuando in tal guisa i mali della discordia. Le particolari nimistà di queste due Case disastrarono le città e le campagne, e la sorte si avvicendò continuamente nel favorire l'armi or di questa, or di quella. Ma niuno era morto sotto il ferro dell'altro fra gl'individui delle due famiglie, allorchè Stefano Colonna il Giovane sorprese e trucidò il più rinomato fra gli Orsini[278]. Non dovè Stefano il suo trionfo che alla violazione di una tregua; ma fu oltre ogni dire vile la vendetta degli Orsini che assassinarono dinanzi alla porta di una chiesa un fanciullo di Casa Colonna e due servi che lo seguivano. Il medesimo Stefano Colonna fu nominato Senatore di Roma per cinque anni, datogli un collega, che non dovea rimanere in carica più di un anno. La Musa del Petrarca abbandonandosi ai voti, o alle speranze del poeta, predisse che il figlio del suo rispettabile Eroe restituirebbe l'antica gloria a Roma e all'Italia; che la giustizia di esso sperderebbe i lupi, i leoni, i serpenti e gli orsi, tutte belve congiurate a rovesciare l'immobile e salda marmorea COLONNA[279].
Se l'elezione de' Pontefici fosse tutte le volte seguita nel Vaticano, non sarebbero stati impunemente violati i diritti del Senato e del popolo; ma i Romani lasciarono cadere in dimenticanza cotali diritti durante l'allontanamento de' successori di Gregorio VII, che non si credettero obbligati a riguardare siccome precetto divino la residenza nella propria città, o diocesi. Men solleciti della cura particolare di questa diocesi, che del Governo universale della Chiesa, non poteano i Papi trovar dilettevole il soggiorno in una città, ove presentavansi continui impacci al loro potere, ove le loro persone a frequenti rischi vedeansi commesse. Laonde, fuggendo le persecuzioni degl'Imperatori e le guerre d'Italia, si rifuggirono, al di là dell'Alpi, nelle ospitali terre della Francia; altre volte per mettersi in sicuro contro le sedizioni di Roma, vissero e morirono in Anagni, in Perugia, in Viterbo, e nelle città circonvicine, ove trascorreano i giorni con maggiore tranquillità. Quando il gregge trovavasi offeso, o impoverito per la lontananza del Pastore, manifestava a questo in tuono imperioso, che S. Pietro avea collocata la propria Cattedra, non in un oscuro villaggio, ma nella Capitale del Mondo; lo minacciavano d'impugnar l'armi per correre a distruggere la città e gli abitanti così arditi per offerirgli ricetto. Allora i Papi obbedivan tremando;e appena giunti in Roma si chiedeva ad essi compenso pei danni derivati dalla lor diserzione; veniva ai medesimi rassegnata la lista delle case rimaste disaffittate, delle derrate che non ebbero spaccio, delle spese dei servi e degli stranieri stipendiati dalla Corte, che non erano tornate a profitto di Roma[244]. Poi dopo che avevano goduto alcuni intervalli di pace, e fors'anche di autorità, venivano da rinascenti sedizioni scacciati, e chiamati di bel nuovo or da imperiose intimazioni, or da rispettose sollecitazioni del Senato. In tali momenti, gli esuli e i fuggitivi, che seguivano la ritirata del Papa, poco scostavansi dalla Metropoli, ove non tardavano a ritornare; ma nel principio del secolo decimoquarto, il trono appostolico fu trasferito, a quanto sembrava per sempre, dalle rive del Tevere a quelle del Rodano, trasmigrazione che potè dirsi un effetto della violenta disputa accaduta fra Bonifazio VIII e il re di Francia[245]. Allearmi spirituali del Papa, la scomunica e l'interdetto (A. D. 1294-1308), vennero contrapposte l'unione de' tre Ordini del Regno e le prerogative della Chiesa gallicana; ma il Papa non potè sottrarsi ad altre armi più reali che Filippo il Bello ebbe il coraggio di adoperare. Standosi Bonifazio in Agnani, senza prevedere il pericolo che lo minacciava, il palagio e la persona di lui vennero assaliti da trecento uomini a cavallo, che Guglielmo di Nogaret, Ministro di Francia, e lo Sciarra-Colonna, Nobile romano, nemici del Papa, avevano posti in campo. Datisi i Cardinali alla fuga, gli abitanti di Agnani dimenticarono la fedeltà e la gratitudine che dovevano al loro Sovrano. Solo ed inerme, l'intrepido Bonifazio, si assise sulla sua scranna, aspettando, ad esempio degli antichi Senatori, il ferro de' Galli. Il Nogaret, estranio al nemico cui mosse guerra, si limitava ad eseguire gli ordini ricevuti dal proprio padrone; e il Colonna soddisfaceva il suo odio personale, opprimendo con ingiurie, e persino con percosse, il Pontefice; in sostanza i duri trattamenti e dell'uno e dell'altro che durarono tutti tre i giorni della cattività di Bonifazio, ne aveano irritata l'ostinazione al punto di mettere la vita di lui in pericolo. Pure questo indugio di cui non saprebbe spiegarsi bene il motivo, ridestando il valore de' partigiani della Chiesa, diede loro il tempo di moversi; talchè il Pontefice potè campare dalle sacrileghe mani che lo teneano in catene. Ma dopo la mortale ferita che il carattere imperiosodi cotest'uomo aveva sofferto, non potè più riaversi, e morì a Roma, preso da un impeto di risentimento e di rabbia. Due notabilissimi vizj, l'avarizia e l'orgoglio, disonorarono la memoria di questo Papa; laonde il suo medesimo coraggio, che nella causa della Chiesa fu quello d'un martire, non valse a meritargli l'onore della canonizzazione. «Fu un magnanimo pescatore, dicono le Cronache di quella età, che con accorgimento di volpe s'impadronì del trono appostolico, vi si mantenne con coraggio di lione, vi morì di rabbia a guisa di cane». Gli succedè Benedetto XI, il più mansueto degli uomini, che però, ad onta della sua mansuetudine, scomunicò gli empj emissarj di Filippo il Bello, e mandò sulla città e sulla popolazione d'Agnani spaventevoli maledizioni, delle quali gli spiriti superstiziosi credono scorgere ancora gli effetti[246][247].
A. D. 1140
Morto Benedetto XI, l'accorgimento della fazione francese trionfò della lunga perplessità del Conclave col porre un partito, che la parte contraria indicasse tre Cardinali, fra i quali la prima sarebbestata obbligata a sceglierne uno nel termine di quaranta giorni; speciosa offesa che venne accettata. L'Arcivescovo di Bordò nemico acerrimo del suo Re e della sua patria, fu primo ad essere posto in lista. Ma conosciuta era l'ambizione di questo porporato; un pronto messaggio avendo fatto inteso il Re che la scelta del Papa stava nelle sue mani, l'Arcivescovo seppe conciliare le voci della sua coscienza colle seduzioni del donativo che venivagli offerto. Le condizioni furono regolate in un parlamento privato; e seguì il tutto con tanta segretezza e celerità, che il Conclave applaudì unanimemente alla elezione dell'Arcivescovo di Bordò, che prese il nome di Clemente V[248]. Ma i Cardinali di entrambe le fazioni ricevettero ben tosto con comune maraviglia il comando di seguire il Pontefice al di là dell'Alpi, e s'accorsero che non doveano più far conto di tornare a Roma. Ne' patti segreti testè menzionati, Clemente V aveva promesso di trasferire la residenza pontificia in Francia, al qual soggiorno per proprio genio propendea. Dopo avere condotta attorno la sua Corte pel Poitou e per la Guascogna, dopo aver rovinate le città ove dimorava, e i conventi che trovava lungo il cammino, pose finalmente il suo domicilio in Avignone[249], rimasta per oltre a settantasetteanni[250]la fiorente residenza del Pontefice di Roma e la Metropoli della Cristianità. Da tutte le bande, e per terra, e per mare, e lungo il Rodano, Avignone offre un facile accesso; le province meridionali della Francia non la cedono in bellezza a quelle dell'Italia; il Papa e i Cardinali vi fabbricarono palagi; i tesori della Chiesa condussero ivi ben tosto l'arti del lusso. Già i Vescovi di Roma possedeano la Contea del Venesino,[251]paese popolato e fertile, contiguo ad Avignone. Approfittandosi indi della gioventù e delle angustie in cui trovavasi Giovanna I, Regina di Napoli e Contessa di Provenza, comperarono da essa la Sovranità d'Avignone, chenon pagarono più di ottantamila fiorini[252]. All'ombra della francese Monarchia, e in mezzo ad un popolo obbediente, i Papi rinvennero quella esistenza tranquilla e onorevole cui da tanto tempo erano peregrini. Pur l'Italia deplorava la loro lontananza; e Roma, solitaria e povera, dovette chiamarsi pentita di quell'indomabile spirito di libertà, che avea scacciati i successori di S. Pietro dal Vaticano; ma tardo ed inutile diveniva un tal pentimento. Col morire de' vecchi individui del Sacro Collegio, si andava questo a mano a mano empiendo di Cardinali francesi[253], che odiando e tenendo a vile Roma e l'Italia, perpetuarono una sequela di Pontefici tolti in seno di lor nazione, ed anche nella provincia ove risedeano, e affezionati con vincoli indissolubili alla lor patria.
A. D. 1300
I progressi dell'industria aveano formate e arricchitele Repubbliche dell'Italia; il tempo della loro libertà è l'epoca più fiorente per esse della popolazione e dell'agricoltura, delle manifatture e del commercio, e i loro lavori, da prima meccanici, condussero a poco a poco le arti dell'ingegno e del lusso. Ma la situazione di Roma era men favorevole, il suolo men fertile; i suoi abitanti inviliti dall'amore dell'ozio, inebbriati dall'orgoglio, s'immaginavano stoltamente che i tributi de' sudditi dovessero nudrir sempre la Metropoli della Chiesa e dell'Impero. La moltitudine de' pellegrini che visitavano le tombe degli Appostoli seguiva in tal qual modo a mantenere i Romani in simile abbaglio; l'ultimo Legato de' Papi, l'instituzione dell'Anno Santo[254], non fu men utile al popolo che al Clero. Dopo la perdita della Palestina, la beneficenza delle indulgenze plenarie assegnata alle Crociate, divenia priva di scopo, e rimase pel corso di otto anni stagnante il più prezioso tesoro della Chiesa. Bonifazio VIII, ambizioso in uno ed avaro[255], gli aperse un nuovo canale. Egli era istrutto quanto bastava per aver cognizione dei Giuochi Secolari, che sul finiredi ciascun secolo si celebravano a Roma. Per esplorare senza pericolo la credulità popolare, venne composta una predica su questo argomento. Dopo sorde vociferazioni ad arte sparse, e dopo aver condotte opportunamente in campo le testimonianze di alcuni vecchi, nel giorno I gennaio del 1300, la chiesa di S. Pietro ringorgò di Fedeli, che gridavano ad alta voce per implorare le indulgenze dell'Anno Santocome era consueta cosa il concederle. Il Pontefice che spiava ed eccitava ad un tempo la devota loro impazienza, si lasciò facilmente persuadere, udite le testimonianze de' vecchi, della giustizia di questa domanda, e pubblicò un'assoluzione plenaria, a favore di tutti i Cattolici, che nel corso di quell'anno, e alla fine di ciascun secolo, visiterebbero umilmente le chiese de' Santi Pietro e Paolo; felice novella che si divulgò ben presto per tutta la Cristianità. Dalle province più vicine dell'Italia sulle prime, indi dalle più rimote contrade, quali erano l'Ungheria e la Brettagna, vidersi sciami di pellegrini che coprivano le strade, sospirosi di ottenere il perdono de' loro peccati, mercè un viaggio, aspro e dispendioso per vero dire, ma che almeno i rischi del servigio militare non offeriva. In mezzo a questo generale entusiasmo, vennero dimenticati tutti i riguardi che il grado o il sesso, la vecchiezza o le infermità potevano meritare, e tal fu la sollecitudine della divozione, che molti individui perirono calpestati per le strade e per le chiese in mezzo alla folla. Non è sì facile calcolare con esattezza il numero de' pellegrini, probabilmente esagerato dal Clero, abile nel diffondere la contagion dell'esempio. Ma uno Storico giudizioso che risedeva a Roma in que' giorni, assicurache durante il giubbileo non si trovarono mai meno di dugentomila stranieri nella città; e un altro testimonio afferma che in tutto l'anno vi concorsero più di due milioni di pellegrini. La più lieve offerta per parte di ciascun individuo avrebbe bastato a somministrare un immenso tesoro: ma due preti, muniti di rastri, non avevano notte e giorno altra faccenda che di raccogliere, senza contarli, i mucchi d'oro e d'argento tributati all'altar di S. Paolo[256]. Fortunatamente era un anno di pace e d'abbondanza, e benchè fossero care le biade ed enormi i prezzi delle osterie e degli alloggiamenti, l'accorto Bonifazio e gli avidi Romani aveano avuta l'antiveggenza di apparecchiare inesausti magazzini di pane e di vino, di carne e di pesce. In una città sfornita di commercio e d'industria, spariscono presto le ricchezze meramente accidentali. La cupidigia e la gelosia della successiva generazione la mossero a chiedere a Clemente VI[257]un secondo Anno Santo senza aspettar la fine del secolo. Il Papa ebbe la pieghevolezza di acconsentire, anche per concedere a Roma un tenue compenso di quanto essa aveva perduto per la traslocazione della Santa Sede; e a fine di non venire accusato di mancare alle leggi de' suoi predecessori, fondò la nuova assoluzione plenaria del 1350sulla legge mosaica, dalla quale prese il nome diGiubbileo[258]. Si obbedì alla voce del Santo Padre, nè i pellegrini cedettero in numero, zelo e liberalità a quelli del primo Giubbileo. Ma soggiacquero al triplice flagello della guerra, della pestilenza e della fame; ne' castelli dell'Italia non venne rispettato il pudore delle vergini e delle matrone, e i feroci Romani, non più rattenuti dalla presenza del loro Vescovo, spogliarono ed assassinarono un grande numero di stranieri[259]. Vuole, non v'ha dubbio, attribuirsi all'avidità de' Papi l'accorciato intervallo de' Giubbilei, prima di cinquant'anni, poi di trentatre, finalmente di venticinque. La durata però del secondo di questi intervalli aveva avuto per suo ragguaglio il numero degli anni della vita di Gesù Cristo. La profusione delle Indulgenze, il numero dei Fedeli portato via dal Protestantismo, l'indebolimento della superstizione, diminuirono la rendita de' Giubbilei; ciò nondimeno l'ultimo che si è celebrato (il decimonono) fu un anno di gioia e di profitto per li Romani; nè, in ordine a ciò, ilsorriso del filosofo turberà il trionfo del Clero e la prosperità di una popolazione[260].
Nell'incominciamento dell'undicesimo secolo, l'Italia vedeasi in preda alla feudale tirannide, gravosa del pari al Sovrano ed al popolo. Le numerose italiane repubbliche, dilatando ben tosto la loro libertà e dominazione nelle campagne circonvicine, vendicarono i diritti della natura umana. Rotta la spada de' Nobili, fatti liberi i loro servi, spianatene le Castella, questi ritornarono in seno alla società, e ripigliate le consuetudini dell'obbedienza, l'ambizione loro agli onori municipali si limitò; nelle orgogliose aristocrazie di Venezia e di Genova ciascun patrizio si mostrò sottomesso alle leggi[261]. Solo il debole e irregolare Governo di Roma non potè domare i suoi figli ribelli, che nella città, e fuor delle mura, disprezzavano l'autorità del Magistrato. Non era più una lotta civile fra i Nobili e i plebei che il Governo dello Stato si contendessero; i Baroni, mantenendo coll'armi la loro independenza, fortificavano i lor palagi e castelli in guisa che potessero reggere ad un assedio; e nelle domestiche loroquerele metteano in campo numerose bande di vassalli e di servi. Non li rannodava al loro paese o l'origine, o alcun sentimento di affetto[262]; onde un vero Romano avrebbe respinti lungi da sè questi superbi stranieri che, disdegnando il nome di cittadini, assumeano orgogliosamente il titolo di Principi romani[263]. Per una sequela di oscure rivoluzioni, le famiglie aveano perduti i loro archivj; aboliti erano i soprannomi; il sangue di diverse nazioni mescolato erasi per mille canali all'antico; e i Goti, e i Lombardi, e i Greci, e i Franchi, e i Germani, e i Normanni avevano dal favor del Sovrano ottenuti i più bei possedimenti, siccome un tributo meritato dal valore. È cosa facile da immaginarsi che non altrimenti accader doveano le cose; ma l'innalzamento di una famiglia di Ebrei al grado di Senatori e di Consoli è il solo avvenimento di sì fatto genere, che troviamo in mezzo alla lunga cattività di questi sciagurati proscritti[264]. Sotto il Regno diLeone IX, un ebreo ricco e fornito d'ingegno, abbracciò il Cristianesimo, e ottenne al Sacro Fonte l'onore di cambiare l'antico nome in quello del regnante Pontefice, suo patrino. Pietro figlio del medesimo, avendo mostrato zelo e coraggio nella causa di Gregorio VII, questo Papa gli concedè il governo del Molo d'Adriano, detto indi la Torre di Crescenzio, oggi giorno Castel S. Angelo. Numerosa prole ebbero il padre ed il figlio: le lor ricchezze radunate dall'usura passarono nelle più antiche tra le famiglie romane; e tanto crebbero i parentadi, e il loro influsso, che un nipote del convertito giunse ad assidersi sulla Cattedra di S. Pietro. Sostenuto dalla maggiorità del Clero e del popolo, regnò molti anni sul Vaticano col nome di Anacleto, e l'invilimento del titolo di Antipapa gli derivò soltanto dall'eloquenza di S. Bernardo e dal trionfo d'Innocenzo III. Dopo la caduta e la morte di Anacleto la famiglia di lui non comparisce più nella Storia, nè avvi fra i Nobili moderni chi volesse da ebraica prosapia discendere. Non è mio disegno il dar qui a conoscere le famiglie romane che si estinsero a diverse epoche, o quelle che fino ai nostri giorni sonosi mantenute[265]. La famiglia de'Frangipani, contòConsoli nel risorgimento della Repubblica, e trae il proprio nome dalla generosità ch'essa ebbe difrangere, dividere il suo pane col popolo in tempo di carestia, ricordanza ben più gloriosa che non è quella di avere, siccome iCorsie i loro aderenti, racchiuso un grosso quarto della città entro il recinto delle proprie fortificazioni. ISavelli, di derivazione, a quanto sembra, sabina hanno mantenuto il lustro dell'antica loro dignità. Trovasi sulle monete de' primi Senatori l'antico soprannome diCapizucchi; iContihanno conservati gli onori, non già i dominj de' Conti di Signia; e gliAnnibaldi[266]debbono essere stati ben ignoranti, o modesti, se non hanno vantata dagli Eroi di Cartagine la lor discendenza.
Ma nel novero, e forse al di sopra dei Pari e Principi di Roma, fa di mestieri distinguere le famiglie rivali de'Colonnae degliOrsini, la cui Storia particolare forma una parte essenziale degli Annali di Roma moderna.
1. Il nome e le armi de' Colonna[267]hanno dato luogo a molte assai incerte etimologie. In queste ricerche gli Antiquarj e gli Oratori non hanno dimenticate nè la Colonna di Traiano, nè le Colonne d'Ercole, nè quella alla quale Gesù Cristo fu flagellato, nè l'altra luminosa che guidò nel deserto gl'Israeliti. Nel 1104, la Storia incomincia a parlarne la prima volta, e la spiegazione ch'essa offre sul loro nome, ne attesta fin d'allora la potenza e l'antichità. I Colonna aveano provocate le armi di Pasquale coll'impadronirsi diCavae; possedeano per altro legittimamente i feudi di Zagarola e diColonnanella Campagna di Roma; ed è probabile che quest'ultima città andasse ornata di qualche alta colonna, avanzo di una casa antica di campagna, o di un tempio[268]. Possedevano ancora una metà della città di Tuscolo, situata in quelle vicinanze, d'onde presumesi la loro discendenza dai Conti di Tuscolo che nel secolo decimo oppressero i Papi. Giusta l'opinione degli stessi Colonna e del Pubblico,traggono essi la propria origine dalle rive del Reno[269]; nè i Sovrani dell'Alemagna sonosi creduti inviliti per un'affinità reale, o favolosa con una Casa, che nelle vicissitudini di sette secoli, ha più volte ottenute le illustrazioni del merito, sempre quelle della fortuna[270]. Verso la fine del secolo decimoterzo, il più possente ramo della medesima era composto d'uno zio e di sei fratelli, tutti chiari nell'armi, o ad ecclesiastiche dignità sollevati. Pietro, l'un d'essi, scelto Senatore di Roma, fu portato sopra carro trionfale al Campidoglio, e da alcune voci salutato col titolo vano di Cesare. Giovanni e Stefano vennero creati Marchesi d'Ancona, e Conti della Romagna da Nicolò IV, tanto propenso alla loro famiglia, che ne trasse origine il ritratto satirico in cui si vede il Pontefice imprigionato entro una Colonna incavata[271]. Dopo la morte di questoPontefice, s'inimicarono per l'alterigia del lor contegno Bonifazio VIII, il più vendicativo degli uomini. Due Cardinali della ridetta famiglia, l'uno zio dell'altro, essendosi chiariti contrarj all'elezione di Bonifazio, questi perseguì la lor gente coll'armi spirituali e temporali della Santa Sede[272]. Gridò una Crociata contro i suoi personali nemici; i beni dei Colonna vennero confiscati; le truppe di S. Pietro, e quelle delle famiglie nobili, rivali dei Colonna, assediarono le Fortezze che questi tenevano sulle due rive del Tevere; e rovinata Palestrina, o Preneste, primaria loro residenza, passò l'aratro sul terreno, ove fu questa città; il che era emblema di una eterna desolazione. I sei fratelli, spogliati d'onori, banditi, proscritti e ridotti a mentir panni, errarono per l'Europa, esposti ad infiniti pericoli, e sol confortati dalla speranza del ritorno e della vendetta; duplice speranza che dalla Francia fu secondata. Divisarono essi, e condussero a termine la spedizione di Filippo il Bello, e loderei la loro magnanimità, se avessero rispettato il coraggio e l'infortunio del tiranno prigioniero. Annullati gli atti civili di BonifazioVIII, il popolo romano restituì ai Colonna gli antichi possedimenti e le dignità che aveano perdute. Potrà giudicarsi quanto ricchi eglino fossero dal calcolo delle loro perdite, e queste dedursi dai centomila fiorini d'oro, che vennero ad essi, su i beni de' complici e degli eredi dell'ultimo Papa, conceduti in compenso. I successori di Bonifazio VIII ebbero la prudenza di abolire tutte le censure, e tutti i decreti d'incapacità civile pronunziati contro una Casa, i cui destini vennero fatti più saldi e luminosi da questo stesso passeggiero disastro[273]. Lo Sciarra Colonna diede luminosa prova del suo ardimento nel far prigioniero il Papa ad Agnani; e lungo tempo dopo, quando Lodovico di Baviera venne coronato Imperatore, questo Sovrano, per attestare ai Colonna la sua gratitudine, permise ai medesimi di fregiare d'una Corona reale le armi lor gentilizie. Ma tutti gli altri Colonna superò in merito e rinomanza Stefano, primo di cotal nome, amato e stimato dal Petrarca, siccome eroe superiore al suo secolo, e degno di vivere agli antichi tempi di Roma. La persecuzione e l'esilio ne invigorirono l'ingegno nell'arti della pace e della guerra: vittima della sventura, fu scopo alla pietà, ma in uno al rispetto; la presenza del pericolo era per esso un eccitamento di più a palesare il suo nome cheveniva perseguitato, e un dì essendogli chiesto: «Ov'è ora la vostra fortezza?» — «Qui» rispose, portandosi la mano al cuore. Con virtù, eguale sostenne il ritorno della prosperità, e fino all'ultimo de' suoi giorni, per riguardo e ai suoi maggiori e a sè stesso e a i suoi figli, Stefano Colonna fu uno de' personaggi più illustri della Repubblica Romana, o della Corte di Avignone.
2. Gli Orsini vennero da Spoleto[274]nel secolo dodicesimo, chiamati da prima i figli d'Orso, nome di qualche personaggio innalzato a grande dignità, del quale però non sappiamo altra cosa se non che fu il ceppo della famiglia Orsini. Si segnalarono bentosto fra i Nobili di Roma e pel numero e valore de' lor partigiani, e per le munitissime torri che li difendevano, e per le dignità senatorie e cardinalizie di cui molti di essi andarono insigniti, e per due Papi di lor famiglia, Celestino V e Nicolò III[275]. Le ricchezzedegli Orsini provano quanto antico sia l'abuso del nepotismo. Celestino vendè, per arricchire i suoi nipoti, il dominio di S. Pietro[276], e Nicolò, che sollecitò per essi regj parentadi, volea fondare a favor loro nuovi Regni nella Lombardia e nella Toscana, e farli a perpetuità padroni della carica di Senatori di Roma. Quanto abbiam detto sulla grandezza dei Colonna porta splendore sopra gli Orsini, stati mai sempre antagonisti dei Colonna, ed eguali in forze, durante la lunga querela che per due secoli e mezzo turbò la Chiesa; querela di cui fu vera cagione la gelosia della preminenza e del potere; ma per procacciare alle loro liti uno specioso pretesto, i Colonna presero il nome di Ghibellini e le parti dell'Impero, gli Orsini quello di Guelfi, e parteggiarono per la Chiesa. L'Aquila e le Chiavi sventolarono su le loro bandiere, e queste due fazioni che si scompartivano fra loro l'Italia, non si diedero mai a più violenti furori, come allor quando era stata da lungo tempo dimenticata l'origine e la natura della loro disputa[277]. Dopo la ritirata de' Papi ad Avignone, si contrastarono, armata mano, il governo della Repubblica; convennero finalmente chein ciascun anno verrebbero eletti due Senatori rivali, perpetuando in tal guisa i mali della discordia. Le particolari nimistà di queste due Case disastrarono le città e le campagne, e la sorte si avvicendò continuamente nel favorire l'armi or di questa, or di quella. Ma niuno era morto sotto il ferro dell'altro fra gl'individui delle due famiglie, allorchè Stefano Colonna il Giovane sorprese e trucidò il più rinomato fra gli Orsini[278]. Non dovè Stefano il suo trionfo che alla violazione di una tregua; ma fu oltre ogni dire vile la vendetta degli Orsini che assassinarono dinanzi alla porta di una chiesa un fanciullo di Casa Colonna e due servi che lo seguivano. Il medesimo Stefano Colonna fu nominato Senatore di Roma per cinque anni, datogli un collega, che non dovea rimanere in carica più di un anno. La Musa del Petrarca abbandonandosi ai voti, o alle speranze del poeta, predisse che il figlio del suo rispettabile Eroe restituirebbe l'antica gloria a Roma e all'Italia; che la giustizia di esso sperderebbe i lupi, i leoni, i serpenti e gli orsi, tutte belve congiurate a rovesciare l'immobile e salda marmorea COLONNA[279].