A. D. 1378-1418Dalle rive del Tevere e da quelle del Rodano guerreggiandosi con penna e spada i due Papi, l'ordine civile ed ecclesiastico della società fu turbato, egran parte di questi mali, che da essi principalmente divennero, percosse i Romani[351]. Invano aveano sperato, restituendo alla Capitale la Monarchia della Chiesa, di sottrarsi allo stato d'inopia ove giacevano, mediante i tributi e le offerte delle nazioni. La Francia e la Spagna sviarono il corso di queste ricchezze, nè due Giubbilei, celebrati nel solo volgere di dieci anni, valsero a compensarli di questa calamità. Le brighe prodotte dallo scisma, le armi straniere, le popolari sommosse costrinsero più d'una volta Urbano VI e i tre successori del medesimo ad abbandonare il Vaticano. La funesta nimistà degli Orsini e de' Colonna durava ancora; i vessilliferi di Roma s'impadronirono e abusarono de' privilegi della Repubblica; i Vicarj di Gesù Cristo assoldarono mercenarj e punirono colla spada, col pugnale, co' patiboli i ribellanti; undici deputati del popolo, chiamati a parlamento amichevole, furono uccisi a tradimento, e i lor cadaveri gettati in mezzo alla strada. Dopo l'invasione di Roberto il Normanno, i Romani aveano, fra le intestine loro discordie, evitato il pericoloso intervento degli stranieri. Ma in mezzo ai disordinamenti dello scisma, un ambizioso vicino, Ladislao, Re di Napoli, difese, e tradì a vicenda il Pontefice e il popolo; talchè il primo lo acclamavaGonfaloniere, o General della Chiesa, mentre i cittadini si rimettevano in lui per la scelta de' loroMagistrati. Tenendo questi assediata Roma per terra e per mare, vi entrò per tre riprese a guisa di barbaro conquistatore; profanò gli altari, stuprò le vergini, spogliò i mercatanti, fece le sue divozioni nella chiesa di S. Pietro, e lasciò nel Castel Sant'Angelo una guernigione de' suoi. Non però le costui armi furono sempre felici; e gli accadde di dovere unicamente all'indugio di tre giorni la conservazione della Corona e della vita; nondimeno trionfò, e soltanto la sua morte immatura liberò la Metropoli e lo Stato ecclesiastico dagli attentati di un vincitore ambizioso che avea preso il titolo, o certamente usurpata la potestà di Re dell'Italia[352].A. D. 1394-1407Non è già mia intenzione l'imprendere la Storia ecclesiastica dello scisma d'Occidente; ma mi è impossibile il non fermarmi alcun poco sovr'esso per la vivissima parte che Roma, argomento degli ultimi capitoli della mia Opera, ha avuta ne' contrasti insorti al proposito della successione de' suoi Sovrani. I primi consigli alla pace e alla riconciliazione de' Cristiani vennero dall'Università di Parigi e dalla Facoltà della Sorbona, i cui Dottori, almeno nella Chiesa gallicana, erano riguardati, siccome i maestri i più autorevoli di quanti per sapere teologico il fossero[353]. La suddetta Facoltà pertanto, poste saggiamenteda banda tutte le indagini sulla origine dei diritti e sulle ragioni di una parte e dell'altra, propose come rimedio a tanti inconvenienti, che entrambi i Pontefici rassegnassero ad un tempo la tiara, dopo avere ciascun d'essi conferita ai suoi Cardinali la facoltà di congregarsi per una elezione legittima; propose parimente che le nazioni ricusassero obbedienza[354]a quello fra i due competitori, il quale al pubblico l'interesse di sè medesimo preferisse. Durante la proposta e l'accettazione della proposta, accadde il caso di sede vacante, e que' medici della Chiesa insistettero fervorosamente affinchè si prevenissero le funeste conseguenze di una scelta troppo affrettata. Ma la politica del Conclave e l'ambizione dei Cardinali, nè preghiere, nè ragioni ascoltavano; e per quante promesse venissero fatte dal nuovo eletto, costui, assunta la tiara, non si credea legato dai giuramenti che pronunziati avea Cardinale. L'artifizio de' Pontefici rivali, gli scrupoli, o le passioni dei loro partigiani, e le vicissitudini delle fazioni che governarono in Francia l'insensato Carlo VI, delusero per quindici anni i disegni pacifici della Universitàdi Parigi. Una vigorosa risoluzione venne finalmente abbracciata; e una solenne ambascieria, composta del Patriarca titolare di Alessandria, di due Arcivescovi, di cinque Vescovi, di cinque Abati, di tre Cavalieri e di venti Dottori, si trasferì alle due Corti di Avignone e di Roma, chiedendo, a nome della Chiesa e del Re la rinunzia di entrambi i Papi, Pietro da Luna, detto Bonifazio XIII, l'un d'essi, Angelo Corrario, detto Gregorio XII, l'altro. Così per l'onore di Roma, come pel miglior successo della loro negoziazione, cotesti ambasciatori domandarono ai Magistrati della città un parlamento; nel quale, in modo asseverante fecero manifesto, come fosse mente del Re Cristianissimo di non togliere la Santa Sede al Vaticano, che era agli occhi del Monarca francese la residenza più di tutte addicevole al successor di S. Pietro. Da un eloquente Oratore, che aringò a nome del Senato e del popolo, venne risposto esprimendo il desiderio vivissimo de' Romani di contribuire alla riunion della Chiesa; furono compianti i danni temporali e spirituali che procedeano da sì lungo scisma, e implorata la protezione della Francia contro l'armi del Re di Napoli. Edificanti e capziose ad un tempo furono le risposte di Benedetto e di Gregorio, ambiziosi rivali, che, nella massima di non rinunziare la tiara, si mostrarono animati da un medesimo spirito. Convennero sì sulla necessità di far procedere un mutuo abboccamento fra loro, ma non mai si accordarono intorno al tempo, al luogo, alla forma di esso. «Se uno move un passo innanzi, dicea un impiegato di Gregorio, l'altro dà addietro; l'un di loro par di quegli animali che paventa la terra, l'altro una creatura chenon può vivere in acqua. E di tal maniera, questi due vecchi preti, per pochi istanti di vita che lor possono ancor rimanere, la pace e la salute del Cristiano Mondo avventurano[355]».A. D. 1404Finalmente l'ostinazione e gli artifizj de' due Pontefici stancarono la pazienza del Mondo Cristiano; sicchè per ultimo ognun d'essi videsi abbandonato dai proprj Cardinali, che a quelli della contraria fazione, come ad amici loro e colleghi, si unirono; diffalta da una banda e dall'altra, che una numerosa assemblea di Prelati e di Ambasciatori sostenne. Il Concilio di Pisa, giusto egualmente verso entrambe le parti, rimosse dal soglio e il Pontefice di Roma e quel d'Avignone. Ma il nuovo Pontefice eletto ad unanimità dal Conclave, Alessandro V, morì poco tempo dopo, ed essendogli stato immediatamente, e colle stesse forme, dato per successore Giovanni XXIII, il più dissoluto di tutti gli uomini, questa troppa fretta de' Francesi e degli Italiani, anzichè spegnere lo scisma, fece sì che i pretendenti al Trono di S. Pietro, in vece di due, fossero tre. Impugnati furono i nuovi diritti che il Concilio di Pisa, e il Conclave che venne dopo di esso, si erano attribuiti. I Re di Alemagna, di Ungheria e di Napoli parteggiarono per Gregorio XII, la divozione e l'amor patriotticorendè favorevoli gli Spagnuoli a Benedetto XIII, loro concittadino (Pietro De Luna). Gl'inconsiderati decreti del Concilio di Pisa soggiacquero a riforma per la convocazione del Concilio di Costanza; Concilio, ove l'Imperator Sigismondo sostenne rilevantissima parte, come avvocato o protettore della cattolica Chiesa; Concilio che pel numero e la dignità degl'individui d'Ordine civile ed ecclesiastico, dai quali venne composto, sembrò piuttosto l'adunata degli Stati generali d'Europa. Fra i tre competitori, la prima vittima fu Giovanni XXIII, che imputato di gravi colpe, tentò una fuga, ma venne ricondotto prigioniero; si cercarono palliamenti alle più scandalose di tali accuse, perchè questa volta il Vicario di Gesù Cristo non veniva incolpato di minori indegnità che di pirateria, assassinj, stupri, incesto e sodomia; poi dopo avere egli stesso riconosciuta giusta la sua condanna, espiò in un carcere l'imprudenza d'essersi creduto sicuro in una città libera di là dall'Alpi. Gregorio XII, la cui giurisdizione al ricinto di Rimini si era ristretta, scese con più onore dal trono; perchè l'Assemblea, in mezzo a cui rassegnò il titolo e l'autorità di legittimo Papa, era stata dal suo Ambasciatore medesimo convocata. Quanto a Benedetto XIII, per vincere la pertinacia di lui e de' suoi partigiani, dovette l'Imperatore imprendere un viaggio da Costanza a Perpignano. Finalmente i Re di Castiglia, di Aragona, di Navarra e di Scozia avendo ottenuto un onorevol Trattato, Benedetto fu, col consenso degli Spagnuoli, rimosso dal Trono; a questo vecchio però che non facea più timore a nessuno, fu lasciato il conforto di scomunicare, da starsene nel suo solitario Castello, due volte al giornoi reami ribelli, fattisi disertori della sua causa. — Dopo avere estirpati i resti dello scisma, il Concilio di Costanza procedè lentamente e ponderatamente all'elezione del futuro Capo della Chiesa e Sovrano di Roma. In una bisogna sì rilevante, furono aggiunti ai ventitre Cardinali, de' quali formavasi il Sacro Collegio, trenta deputati, tolti in egual numero dalle cinque grandi nazioni della Cristianità, l'italiana, l'alemanna, la francese, la spagnuola e l'inglese[356]. Il disgusto che naturalmente provar doveanoi Romani per l'intervento di tanti stranieri, fu raddolcito dalla generosità di questi nel far cadere la nomina del Papa sopra un Italiano e Romano. Ottone Colonna, chiaro pel nome di sua famiglia e per meriti proprj, i voti del Conclave in sè radunò. Roma ravvisò con giubilo e sommessione il suo Sovrano nel più nobile de' suoi figli. Lo Stato ecclesiastico trovò nella possente famiglia del Pontefice la sua difesa, e dal Regno dei Colonna incomincia l'epoca della dimora stabile posta dai Papi sul Vaticano[357].A.D. 1417Martino V (Ottone Colonna) revocò a sè il diritto di batter moneta, diritto goduto per tre secolidal Senato[358]; e dalle monete coniate col nome e coll'immagine del ridetto Pontefice, incomincia la serie delle medaglie dei Papi. Eugenio IV, successore di Martino, è il solo, d'indi in poi, fra i Pontefici che una ribellione abbia scacciato da Roma[359]; Nicolò V, successore di Eugenio, è l'ultimo che fosse importunato dalla presenza di un Imperatore romano[360]. — 1. Il contrasto ch'Eugenio ebbe coi Padri del Concilio di Basilea, e la molestia o il timore di una nuova tassa, incoraggiarono ed eccitarono i Romani ad impadronirsi nuovamente del governo temporale della città. Corsi alle armi, elessero sette Governatori della Repubblica, e un Contestabile del Campidoglio; indi tratto in carcere il nipote del Papa, assediarono nel suo palagio lo stesso Pontefice, costretto a fuggire sotto panni di frate, e grandinato da molti dardi de' sudditi, che il riconobbero, allorchè la barcaove appiattossi, scendeva il Tevere. Ma gli rimaneva ancora nel Castel Sant'Angelo un presidio fedele, e buona artiglieria; laonde le batterie pontifizie fulminavano senza posa la città, e una palla che giunta a segno, rovinò la batteria del ponte, disperse in un sol colpo questi Eroi novelli della Repubblica. Una ribellione di cinque mesi avea già stancata la loro costanza, oltrechè la tirannide de' Ghibellini avendo indotti i più saggi fra questi repubblicani ad augurarsi ancora il dominio del Papa, un pentimento unanime da una intera sommessione fu immediatamente seguìto. Le truppe di S. Pietro occuparono nuovamente il Campidoglio; tutti i Magistrati tornarono alle loro case; i più rei vennero puniti coll'esiglio, o colla morte; il Legato, appena giunse, a Capo di duemila fantaccini e di quattromila uomini a cavallo, fu salutato siccome padre della città. I Concilj di Ferrara e di Firenze, il timore, o il risentimento rendettero più lunga la lontananza di Eugenio da Roma. Al suo ritorno trovò sì un popolo sommesso, ma le stesse acclamazioni con cui entrando fu accolto, gli dimostrarono come per mantenersi fedeli i Romani, e per assicurare a sè medesimo tranquillità, gli facesse mestieri abolire quell'imposta che era stata una fra le cagioni della sommossa. — 2. Sotto il pacifico Regno di Nicolò V, Roma risorse e divenne più bella; si rischiararono le menti de' cittadini. Ma intantochè il Pontefice pensava agli ornamenti di Roma e alla felicità del suo popolo, fu preso da spavento per l'avvicinarsi di Federico III, che, nè per suo carattere, nè per possanza, le angosce del Pontefice giustificava. Nicolò V, dopo avere raccolte le sue forze militari entro le mura dellaMetropoli, e provveduto, quanto meglio il si poteva, con giuramenti e Trattati, alla propria sicurezza[361], ricevè con aria di soddisfazione il fedele avvocato e vassallo della Chiesa romana. Sì ben disposti alla sommessione erano gli animi, tanta la debolezza di Federico III, che niuna cosa turbò la pompa di quella coronazione; ma una tal vana cerimonia riusciva troppo umiliante ad una independente nazione; onde i successori di Federico III si sono dispensati da questo incomodo viaggio, e hanno creduto abbastanza autenticato il lor titolo dal suffragio degli alemanni Elettori.Un cittadino romano osservò con compiacenza ed orgoglio, che il Re de' Romani, dopo avere salutati leggermente i Cardinali e i Prelati andatigli incontro, distinse in particolar modo il Senatore di Roma, e il suo abito di cerimonia, e che nel separarsi, il fantasma dell'Impero e il fantasma della Repubblica amichevolmente abbracciaronsi[362]. Giusta le leggi di Roma[363], questo primo Magistrato doveva esseredottore in legge, forestiere, e nato almeno ad una distanza di quaranta miglia dalla città, nè congiunto in parentado spirituale, o temporale, al terzo grado canonico, cogli abitanti di essa. Veniva nominato di nuovo a ciaschedun' anno; e uscendo di magistratura, ne soggiaceva a severo sindacato la sua amministrazione, nè era atto a rientrare in questa carica se non trascorreano prima due anni. Gli si pagavano tremila fiorini per le sue spese, e a titolo di stipendio. Mostravasi con una pompa degna della maestà della Repubblica, vestito d'un abito di broccato di oro, o di velluto cremisino, e nella state, di un drappo più leggiero di seta; tenea in mano uno scettro d'avorio; lo precedeano almeno quattro littori che portavano bacchette rosse avvolte in banderuole color d'oro, che era il colore della Città. Il giuramento, che giunto al Campidoglio egli prestava, indicavane gli ufizj e la podestà; era questo il giuramento di mantenere le leggi, di reprimere il superbo e proteggere il popolo, di amministrare atti di giustizia e di misericordia in tutto il territorio, ove la sua giurisdizione estendeasi. Avea per coadiutori tre forestieri istrutti, i duecollaterali, e il giudice d'appello nelle cause criminali. Quelle leggi danno a divedere quanta bisogna doveano a questo somministrare i processi per delitti di furto, di ratto e di omicidio; e sì deboli erano coteste leggi, che sembralasciassero campo alle querele private e alle unioni di cittadini armati che per comune difesa si collegassero. Il Senatore non aveva altro incarico fuor quello dell'amministrazione della giustizia. Il Campidoglio, l'erario, il governo della città e del territorio stavano nelle mani di tre Conservatori che si cambiavano quattro volte l'anno. La milizia de' tredici rioni adunavasi sotto gli stendardi de'Caporioniparticolari, Capi di ciascun rione; e il primo di questi Capi veniva distinto col grado e titolo diPriore. Il potere legislativo del popolo risedeva nel Consiglio segreto e nelle Assemblee generali, composto il primo dei Magistrati e degl'immediati loro predecessori, di alcuni ufiziali del fisco e de' tribunali, e di tre classi di consiglieri che erano, tredici in una, ventisei nell'altra, quaranta nella terza, in tutto centoventi persone. Ogni cittadino maschio avea voto nell'Assemblea generale, privilegio fatto più ragguardevole dalla cura con cui veniva impedito che gli stranieri usurpassero il titolo di cittadini romani. Sagge e severe cautele prevenivano le turbolenze della democrazia. Ne' soli Magistrati era il diritto di proporre l'argomento della discussione, nè permetteasi ad alcuno il parlare, se non se salito sopra una cattedra, o una tribuna; le acclamazioni tumultuose venivano represse; si raccoglievano per via di scrutinio i suffragi; e i decreti, nell'essere pubblicati, portavano in fronte i rispettabili nomi del Senato e del popolo. Sarebbe difficile indicare in qual tempo la pratica sia stata perfettamente d'accordo collo Statuto; perchè i progressi dell'ordine si sono veduti a mano a mano collegati colla diminuzione della libertà; ma, nell'anno 1580, sotto il Pontificato di Gregorio XIII,e col consenso di questo Sovrano[364], fu formata una raccolta degli antichi Statuti, divisa in tre libri, e questi vennero accomodati ai tempi ne' quali vivevasi. I Romani seguono tuttavia questo codice di leggi civili e criminali, e comunque le popolari assemblee non si adunino più, dura l'usanza di un Senatore forestiere e di tre Conservatori che risedono in Campidoglio[365]. I Pontefici vollero alla politica de' Cesari uniformarsi; e il Vescovo di Roma, governando coll'assoluto potere di un Monarca spirituale e temporale, ostentò mai sempre di conservare le forme della Repubblica.A. D. 1453È una verità, or per le mani di tutti, che i caratteri straordinarj abbisognano di occasioni favorevoli a dimostrarsi, e che il genio di Cromwell, o del Cardinale di Retz, potrebbe ai dì nostri languire nelle tenebre. Quel fanatismo di libertà che portò il Rienzi sul trono, un secolo dopo condusse al patibolo il Porcaro, avvisatosi d'imitare il Rienzi. Stefano Porcaro, nato di nobile famiglia, e di fama illibata,possedea naturale eloquenza ed ingegno coltivato dallo studio; sollevatosi al di sopra di una volgare ambizione, concepì il disegno di restituire la libertà alla sua patria e di far così il proprio nome immortale. Essendo già stata riconosciuta la fallacia della supposta donazione di Costantino, una tale scoperta allontanava tutti gli scrupoli; il Petrarca era l'Oracolo dell'Italia; e ogni volta che il Porcaro si tornava alla memoria la famosa Ode[366]con cui viene dipinto l'Eroe patriottico di Roma, le visioni del Poeta a sè medesimo appropiava. All'occasione dei funerali d'Eugenio, egli tentò un primo sperimento sulle disposizioni degli animi della moltitudine, pronunziando un'elaborata allocuzione, colla quale allettava i Romani a prender l'armi e a riconquistare la libertà; e parea che questi lo ascoltassero volentieri, allor quando un grave personaggio imprese a difendere la causa della Chiesa e dello Stato. La legge chiariva colpevole d'alto tradimento un Orator sedizioso; ciò nonostante il nuovo Pontefice, mosso da compassione e da stima verso il Porcaro, preferì le vie più miti, assumendosi l'onorevole incarico di ricondurre l'uom traviato, e farsene anzi un amico. L'inflessibile repubblicano, chiamato ad Anagni, ne ritornò con nuova gloria, ma sempre più nelle sue massime infervorato. Spiò l'occasione favorevole per mettere in opera i divisamenti concetti; nè lungotempo dovè aspettarla. In mezzo ai giuochi della piazza Navona, alcuni fanciulli e artigiani avendo attaccato briga, egli si sforzò per tramutarla in una sollevazione generale di popolo. Sempre umano Papa Nicolò, non volle nè manco punirlo, contentandosi, per allontanarlo dalla tentazione, di confinarlo a Bologna, ove gli assegnò un onesto viatico, non imponendogli altra obbligazione, fuor quella di presentarsi ogni giorno al Governatore della città. Ma il Porcaro, imbevuto della massima dell'ultimo dei Bruti, non doversi serbare nè gratitudine, nè fede ai tiranni[367], non pensò ad altro nel suo esilio che a declamare contro la sentenza, ei diceva, arbitraria del Pontefice, e a poco a poco riuscì a formarsi partigiani e ad intavolare una congiura. Il nipote di lui, giovane intraprendente, adunò in Roma una truppa di congiurati, e quando fu il giorno prefisso, diede in propria casa una festa agli amici della Repubblica. Il Porcaro, fuggito celatamente da Bologna, comparve in mezzo ai convitati con una veste di porpora e d'oro; la voce, il contegno, i gesti annunziavano in esso un uomo consagratosi, in vita e in morte, alla causa ch'ei reputava tanto gloriosa; si diffuse, mediante acconcio discorso, su i motivi e i modi dell'impresa; fece sonare i nomi di Roma e della libertà romana; parlò della mollezza e dell'orgogliosa tirannide de' preti, del consenso formale o tacito che al nuovo tentativo tutti i cittadini prestavano; promise il soccorso di trecento soldati, e di quattrocento esuli,da lungo tempo avvezzi a sofferire e a combattere; concedè loro, per renderli più arditi a ferire, la libertà di vendicarsi su chi volevano delle particolari ingiurie sofferte; per ultimo un milione di ducati in ricompensa della vittoria. «Domani, giorno dell'Epifania, ei soggiugnea, ne sarà facile l'arrestare il Papa e i Cardinali alla porta della chiesa di S. Pietro, o a piè dell'Altare; li condurremo carichi di catene sotto le mura di Castel Sant'Angelo; ivi li costringeremo colle minacce, e all'aspetto della morte, a restituirne questa Fortezza; saliremo indi il Campidoglio, sonerà a stormo la gran campana, e in una Assemblea popolare restaureremo l'antica Repubblica». Mentre egli trionfava nella sua immaginazione, era già stato tradito. Il Senatore, a capo di una numerosa guardia, circondò la casa, ove assembrati stavano i congiurati. Ben potè il nipote di Porcaro aprirsi un varco in mezzo alla folla; ma il misero Stefano fu tolto da un armadio ove, celatosi, gemea che i nemici avessero prevenuta di tre ore l'esecuzione del suo disegno. Dopo delitti tanto manifesti e moltiplicati, il Pontefice non ascoltò più che le voci della giustizia. Il Porcaro, e nove de' suoi complici, senza aspettare che confessassero le loro colpe, vennero appiccati, fra le invettive dei partigiani della Corte pontificia, il cui terrore durava ancora; i Romani largirono compassione e quasi i proprj suffragi a questi martiri della pubblica libertà[368].Ma muti erano i suffragi, inutile la compassione, e la loro libertà fu perduta per sempre; e se in tempo di sede vacante si è veduta talvolta sollevarsi per mancanza di pane la plebe, son tali sommosse, che se ne trovano gli esempj in mezzo a qualunque servaggio il più abbietto.Ma l'independenza de' Nobili, fomentata dalla discordia, sopravvisse alla libertà delle Comuni che può solamente sull'unione del popolo esser fondata. I Baroni conservarono per lungo tempo il privilegio di spogliare e di opprimere i proprj concittadini; le loro case erano Fortezze, od asili, entro cui proteggeano contro le leggi una truppa feroce di banditi e di rei, che aveano dedicato al servigio de' Nobili le proprie spade e i proprj pugnali. Il particolare interesse trascinò talvolta i Pontefici e i loro nipoti in tali querele domestiche. Sotto il regno di Sisto IV, Roma fu capovolta dalle lotte di queste famiglie rivali, e dagli assedj che impresero, e sostennero le une contro le altre. Il Protonotario Colonna soggiacque alla tortura e fu decollato dopo aver veduto andare in cenere il suo palagio; l'amico di esso, Savelli, caduto in man de' nemici, trucidato, perchè non volle unir le sue alle vittoriose grida degliOrsini[369]; ma i Pontefici, sicuri da starsi in Vaticano, di essere abbastanza forti per costringere i sudditi all'obbedienza, purchè avessero la fermezza necessaria a pretenderla non si atterrivano per sì fatti disordini che ai particolari si riferivano; e gli stranieri ammiravano, in mezzo questi stessi disordini, la moderazione delle imposte, e la saggia amministrazione dello Stato ecclesiastico[370].A. D. 1500Le folgori spirituali[371]del Vaticano dipendonodalla forza che l'opinione alle medesime attribuisce; se questa opinione è vinta dalla ragione, o dalle passioni, lo scoppio di queste folgori svapora nell'aere; e il sacerdote, privo d'appoggio, si trova esposto alla violenza del più picciolo avversario, sia questi nobile, ovvero plebeo. Ma poichè i Papi ebbero abbandonato il soggiorno di Avignone, la spada di S. Paolo divenne la guardiana delle chiavi di S. Pietro. Roma era dominata da un'insuperabile rocca, e ben possente è il cannone contro le sedizioni del popolo. Una truppa regolare di fanteria e di cavalleria militava sotto gli stendardi del Pontefice che aveva assai ampie rendite per sostenere le spese della guerra; l'estensione intanto de' suoi dominj lo metteva in istato di opprimere una città ribellante e coll'armi de' vicini e con quelle de' fedeli suoi sudditi[372]. Dopo l'unione dei Ducati di Ferrara e d'Urbino, lo Stato ecclesiastico si prolunga dal Mediterraneo all'Adriatico, e dai confini del Regno di Napoli alle rive del Po; la maggior parte di questaestesa e fertile contrada riconoscea, nel secolo decimosesto, la sovranità legittima e temporale de' Pontefici di Roma, i primi diritti de' quali fondaronsi sulle donazioni vere, o favolose dei secoli dell'ignoranza. Non potrei raccontare quanto, a fine di consolidar questo Impero, operarono in appresso i Papi medesimi, senza innoltrarmi di soverchio nella Storia dell'Italia, ed anzi in quella di tutta l'Europa; mi farebbe mestieri a tal uopo descrivere i delitti di Alessandro VI, le spedizioni militari di Giulio II, la illuminata politica di Leone X, argomenti dilucidati dalle penne de' più nobili Storici di quella età[373]. Durante il primo periodo delle loro conquiste, e fino alla spedizione di Carlo VIII, i Papi si trovarono abili a lottare con buon successo contra i Principi e i paesi vicini, le cui forze militari erano inferiori, o tutto al più, eguali a quelle della Corte di Roma; ma poichè i Monarchi della Francia, dell'Alemagna e della Spagna, si disputarono con armi gigantesche il dominio dell'Italia, i successori di S. Pietro chiamarono l'artifizio in soccorso della lor debolezza, nascondendo entro un labirinto di guerre e di Trattati le ambiziose lor mire, e la speranza, che mai non si diparte da essi, di confinare i Barbari al di là delle Alpi. I guerrieri del Settentrione e dell'Occidente,sotto gli stendardi di Carlo V, distrussero più d'una volta l'equilibrio cui il Vaticano intendea, e Roma fu, per sette mesi, in balìa d'un esercito sfrenato, più crudele ed ingordo di quanto mai i Goti e i Vandali fossero stati[374]. Dopo una disciplina tanto severa, i Papi, restringendo fra i confini del possibile la loro ambizione, la videro pressochè soddisfatta; e riprendendo la parte di padri dell'anime de' Fedeli, più di tutte l'altre convenevole ad essi, non si avventurarono d'indi in poi a guerre offensive, fuorchè una sola volta, in quella inconsiderata querela, per cui fu veduto il Vicario di Gesù Cristo collegarsi col Sultano de' Turchi per far la guerra al Regno di Napoli[375]. I Francesi e gli Alemanni abbandonarono finalmente il campo di battaglia; gli Spagnuoli ben assicurati ne' loro possedimenti di Milano, di Napoli, della Sicilia, della Sardegna e delle coste della Toscana, trovarono di proprio vantaggio il mantenere la pace e la sommessione dell'Italia, pace e sommessione durate dalla metà del secolodecimosesto alla metà del successivo. La politica religiosa della Corte di Spagna proteggeva e dominava il Vaticano; e i pregiudizj e l'interesse del Re Cattolico lo rendeano in tutte le occasioni propenso a sostenere il Principe contro il popolo; e in vece d'incoraggiamenti, soccorsi e asilo, che fino allora gli Stati vicini aveano offerti agli amici della libertà e ai nemici delle leggi, si videro questi d'ogni parte rinchiusi tra i ceppi del dispotismo. L'educazione e la consuetudine dell'obbedienza soggiogarono, col volger degli anni, lo spirito turbolento della Nobiltà e delle comuni di Roma, i Baroni dimenticarono le guerre e le fazioni de' loro antenati, e il lusso e il Governo li dominarono compiutamente. In vece di sostenere una turba di partigiani e satelliti, impiegarono le proprie rendite a quelle spese che, moltiplicando i diletti al proprietario, ne diminuiscono la possanza[376]. I Colonna e gli Orsini non lottarono d'allora in poi che sulla decorazione de' lor palagi e delle loro cappelle; e la subitanea opulenza delle famiglie pontificie pareggiò o superò l'antico loro splendore. Non si odono più in Roma nè le voci della discordia, nè quelle della libertà; e in vece di uno spumoso torrente, essa non presenta ora che un lago uniforme e stagnante.La dominazione temporale del Clero è semprestato soggetto di censura a' Teologi, del pari che a' Politici, ed a' Filosofi. I primi non la credeano legittima stando alla lettera del Vangelo: agli altri non piaceva il vedere in certo modo invilita l'antica maestà della padrona del Mondo, e rimembrando i suoi Consoli, i suoi trionfi, le sue glorie, trovavano troppo dissimile, e basso un Governo sacerdotale. Pure calcolando a mente tranquilla i vantaggi e i difetti di questo, si debbe dare le debite lodi ad un'amministrazione decorosa e pacifica, non soggetta ai pericoli d'una minorità, o agl'impeti d'un giovane Principe, non rovinata dal lusso, non esposta per sè medesima ai disastri di lunghe guerre. Bensì non è dessa esente dalle vicende di successioni frequenti, e rinovate in breve periodo, di Sovrani rade volte originarj di Roma, spesso in età senile; e più spesso inesperti della politica, privi per lo più della speranza di vivere tanto da terminare opere grandi, e del conforto di avere successori che sien partecipi de' loro alti pensieri, o capaci d'emularli. Tratti sovente dalla solitudine de' chiostri, deggiono di leggieri per la ricevuta educazione, e per l'acquistata consuetudine di vita essere estranei a idee mondane, a cure d'alti affari, troppo aliene dall'austerità e dalle massime d'una religione contraria alle passioni del secolo e all'ambizione del dominio. Può per altro nelle nunziature specialmente avere attinta qualche cognizione di Mondo, ma difficilmente sapranno lo spirito e i costumi d'un Ecclesiastico trasformarsi quanto sarebbe d'uopo per uguagliare l'accortezza, ed il senno d'un Principe temporale. Non mancarono per altro, e forse non mancheranno a quando a quando gli esempj di Pontefici degni di stare al paragone coipiù grandi Potentati. Il genio di Sisto V[377]si sollevò dall'oscurità di un convento di Francescani; un regno di cinque anni, distrusse la razza de' banditi e di tutti quegli uomini malvagi che avea proscritta la legge; tolse agli scellerati i luoghi di secolare franchigia ove potevano rintanarsi[378]; creò una marineria e un esercito di terra, restaurò i monumenti dell'antichità, li pareggiò nei nuovi che eresse; e dopo aver fatto nobile uso delle pubbliche rendite, e dopo averle notabilmente accresciute, lasciò ricco di cinque milioni di scudi l'erario del Castel S. Angelo. Ma la crudeltà ne contaminò la giustizia; dalle mire di conquista fu condotta la sua solerzia; ricomparvero al suo morire gli abusi; vennero disperse le ricchezze, che egli aveva adunate; aggravò i posteridi trentacinque nuove imposte e della venalità degli ufizj; e quando ebbe mandato l'ultimo anelito, un popolo ingrato, od oppresso, ne rovesciò il simulacro[379]. La selvaggia originalità di Sisto V, tiene un luogo particolare nella Storia de' Papi, nè possono giudicarsi le massime e gli effetti della temporale loro amministrazione che mediante un esame positivo e comparativo delle arti e della filosofia, dell'agricoltura e del commercio, della ricchezza, e della popolazione dello Stato ecclesiastico[380]. Quanto ame, che desidero morire in pace con tutto il Mondo, in questi ultimi momenti della mia vita non offenderòvolontariamente nè il Papa, nè il Clero di Roma.
A. D. 1378-1418
Dalle rive del Tevere e da quelle del Rodano guerreggiandosi con penna e spada i due Papi, l'ordine civile ed ecclesiastico della società fu turbato, egran parte di questi mali, che da essi principalmente divennero, percosse i Romani[351]. Invano aveano sperato, restituendo alla Capitale la Monarchia della Chiesa, di sottrarsi allo stato d'inopia ove giacevano, mediante i tributi e le offerte delle nazioni. La Francia e la Spagna sviarono il corso di queste ricchezze, nè due Giubbilei, celebrati nel solo volgere di dieci anni, valsero a compensarli di questa calamità. Le brighe prodotte dallo scisma, le armi straniere, le popolari sommosse costrinsero più d'una volta Urbano VI e i tre successori del medesimo ad abbandonare il Vaticano. La funesta nimistà degli Orsini e de' Colonna durava ancora; i vessilliferi di Roma s'impadronirono e abusarono de' privilegi della Repubblica; i Vicarj di Gesù Cristo assoldarono mercenarj e punirono colla spada, col pugnale, co' patiboli i ribellanti; undici deputati del popolo, chiamati a parlamento amichevole, furono uccisi a tradimento, e i lor cadaveri gettati in mezzo alla strada. Dopo l'invasione di Roberto il Normanno, i Romani aveano, fra le intestine loro discordie, evitato il pericoloso intervento degli stranieri. Ma in mezzo ai disordinamenti dello scisma, un ambizioso vicino, Ladislao, Re di Napoli, difese, e tradì a vicenda il Pontefice e il popolo; talchè il primo lo acclamavaGonfaloniere, o General della Chiesa, mentre i cittadini si rimettevano in lui per la scelta de' loroMagistrati. Tenendo questi assediata Roma per terra e per mare, vi entrò per tre riprese a guisa di barbaro conquistatore; profanò gli altari, stuprò le vergini, spogliò i mercatanti, fece le sue divozioni nella chiesa di S. Pietro, e lasciò nel Castel Sant'Angelo una guernigione de' suoi. Non però le costui armi furono sempre felici; e gli accadde di dovere unicamente all'indugio di tre giorni la conservazione della Corona e della vita; nondimeno trionfò, e soltanto la sua morte immatura liberò la Metropoli e lo Stato ecclesiastico dagli attentati di un vincitore ambizioso che avea preso il titolo, o certamente usurpata la potestà di Re dell'Italia[352].
A. D. 1394-1407
Non è già mia intenzione l'imprendere la Storia ecclesiastica dello scisma d'Occidente; ma mi è impossibile il non fermarmi alcun poco sovr'esso per la vivissima parte che Roma, argomento degli ultimi capitoli della mia Opera, ha avuta ne' contrasti insorti al proposito della successione de' suoi Sovrani. I primi consigli alla pace e alla riconciliazione de' Cristiani vennero dall'Università di Parigi e dalla Facoltà della Sorbona, i cui Dottori, almeno nella Chiesa gallicana, erano riguardati, siccome i maestri i più autorevoli di quanti per sapere teologico il fossero[353]. La suddetta Facoltà pertanto, poste saggiamenteda banda tutte le indagini sulla origine dei diritti e sulle ragioni di una parte e dell'altra, propose come rimedio a tanti inconvenienti, che entrambi i Pontefici rassegnassero ad un tempo la tiara, dopo avere ciascun d'essi conferita ai suoi Cardinali la facoltà di congregarsi per una elezione legittima; propose parimente che le nazioni ricusassero obbedienza[354]a quello fra i due competitori, il quale al pubblico l'interesse di sè medesimo preferisse. Durante la proposta e l'accettazione della proposta, accadde il caso di sede vacante, e que' medici della Chiesa insistettero fervorosamente affinchè si prevenissero le funeste conseguenze di una scelta troppo affrettata. Ma la politica del Conclave e l'ambizione dei Cardinali, nè preghiere, nè ragioni ascoltavano; e per quante promesse venissero fatte dal nuovo eletto, costui, assunta la tiara, non si credea legato dai giuramenti che pronunziati avea Cardinale. L'artifizio de' Pontefici rivali, gli scrupoli, o le passioni dei loro partigiani, e le vicissitudini delle fazioni che governarono in Francia l'insensato Carlo VI, delusero per quindici anni i disegni pacifici della Universitàdi Parigi. Una vigorosa risoluzione venne finalmente abbracciata; e una solenne ambascieria, composta del Patriarca titolare di Alessandria, di due Arcivescovi, di cinque Vescovi, di cinque Abati, di tre Cavalieri e di venti Dottori, si trasferì alle due Corti di Avignone e di Roma, chiedendo, a nome della Chiesa e del Re la rinunzia di entrambi i Papi, Pietro da Luna, detto Bonifazio XIII, l'un d'essi, Angelo Corrario, detto Gregorio XII, l'altro. Così per l'onore di Roma, come pel miglior successo della loro negoziazione, cotesti ambasciatori domandarono ai Magistrati della città un parlamento; nel quale, in modo asseverante fecero manifesto, come fosse mente del Re Cristianissimo di non togliere la Santa Sede al Vaticano, che era agli occhi del Monarca francese la residenza più di tutte addicevole al successor di S. Pietro. Da un eloquente Oratore, che aringò a nome del Senato e del popolo, venne risposto esprimendo il desiderio vivissimo de' Romani di contribuire alla riunion della Chiesa; furono compianti i danni temporali e spirituali che procedeano da sì lungo scisma, e implorata la protezione della Francia contro l'armi del Re di Napoli. Edificanti e capziose ad un tempo furono le risposte di Benedetto e di Gregorio, ambiziosi rivali, che, nella massima di non rinunziare la tiara, si mostrarono animati da un medesimo spirito. Convennero sì sulla necessità di far procedere un mutuo abboccamento fra loro, ma non mai si accordarono intorno al tempo, al luogo, alla forma di esso. «Se uno move un passo innanzi, dicea un impiegato di Gregorio, l'altro dà addietro; l'un di loro par di quegli animali che paventa la terra, l'altro una creatura chenon può vivere in acqua. E di tal maniera, questi due vecchi preti, per pochi istanti di vita che lor possono ancor rimanere, la pace e la salute del Cristiano Mondo avventurano[355]».
A. D. 1404
Finalmente l'ostinazione e gli artifizj de' due Pontefici stancarono la pazienza del Mondo Cristiano; sicchè per ultimo ognun d'essi videsi abbandonato dai proprj Cardinali, che a quelli della contraria fazione, come ad amici loro e colleghi, si unirono; diffalta da una banda e dall'altra, che una numerosa assemblea di Prelati e di Ambasciatori sostenne. Il Concilio di Pisa, giusto egualmente verso entrambe le parti, rimosse dal soglio e il Pontefice di Roma e quel d'Avignone. Ma il nuovo Pontefice eletto ad unanimità dal Conclave, Alessandro V, morì poco tempo dopo, ed essendogli stato immediatamente, e colle stesse forme, dato per successore Giovanni XXIII, il più dissoluto di tutti gli uomini, questa troppa fretta de' Francesi e degli Italiani, anzichè spegnere lo scisma, fece sì che i pretendenti al Trono di S. Pietro, in vece di due, fossero tre. Impugnati furono i nuovi diritti che il Concilio di Pisa, e il Conclave che venne dopo di esso, si erano attribuiti. I Re di Alemagna, di Ungheria e di Napoli parteggiarono per Gregorio XII, la divozione e l'amor patriotticorendè favorevoli gli Spagnuoli a Benedetto XIII, loro concittadino (Pietro De Luna). Gl'inconsiderati decreti del Concilio di Pisa soggiacquero a riforma per la convocazione del Concilio di Costanza; Concilio, ove l'Imperator Sigismondo sostenne rilevantissima parte, come avvocato o protettore della cattolica Chiesa; Concilio che pel numero e la dignità degl'individui d'Ordine civile ed ecclesiastico, dai quali venne composto, sembrò piuttosto l'adunata degli Stati generali d'Europa. Fra i tre competitori, la prima vittima fu Giovanni XXIII, che imputato di gravi colpe, tentò una fuga, ma venne ricondotto prigioniero; si cercarono palliamenti alle più scandalose di tali accuse, perchè questa volta il Vicario di Gesù Cristo non veniva incolpato di minori indegnità che di pirateria, assassinj, stupri, incesto e sodomia; poi dopo avere egli stesso riconosciuta giusta la sua condanna, espiò in un carcere l'imprudenza d'essersi creduto sicuro in una città libera di là dall'Alpi. Gregorio XII, la cui giurisdizione al ricinto di Rimini si era ristretta, scese con più onore dal trono; perchè l'Assemblea, in mezzo a cui rassegnò il titolo e l'autorità di legittimo Papa, era stata dal suo Ambasciatore medesimo convocata. Quanto a Benedetto XIII, per vincere la pertinacia di lui e de' suoi partigiani, dovette l'Imperatore imprendere un viaggio da Costanza a Perpignano. Finalmente i Re di Castiglia, di Aragona, di Navarra e di Scozia avendo ottenuto un onorevol Trattato, Benedetto fu, col consenso degli Spagnuoli, rimosso dal Trono; a questo vecchio però che non facea più timore a nessuno, fu lasciato il conforto di scomunicare, da starsene nel suo solitario Castello, due volte al giornoi reami ribelli, fattisi disertori della sua causa. — Dopo avere estirpati i resti dello scisma, il Concilio di Costanza procedè lentamente e ponderatamente all'elezione del futuro Capo della Chiesa e Sovrano di Roma. In una bisogna sì rilevante, furono aggiunti ai ventitre Cardinali, de' quali formavasi il Sacro Collegio, trenta deputati, tolti in egual numero dalle cinque grandi nazioni della Cristianità, l'italiana, l'alemanna, la francese, la spagnuola e l'inglese[356]. Il disgusto che naturalmente provar doveanoi Romani per l'intervento di tanti stranieri, fu raddolcito dalla generosità di questi nel far cadere la nomina del Papa sopra un Italiano e Romano. Ottone Colonna, chiaro pel nome di sua famiglia e per meriti proprj, i voti del Conclave in sè radunò. Roma ravvisò con giubilo e sommessione il suo Sovrano nel più nobile de' suoi figli. Lo Stato ecclesiastico trovò nella possente famiglia del Pontefice la sua difesa, e dal Regno dei Colonna incomincia l'epoca della dimora stabile posta dai Papi sul Vaticano[357].
A.D. 1417
Martino V (Ottone Colonna) revocò a sè il diritto di batter moneta, diritto goduto per tre secolidal Senato[358]; e dalle monete coniate col nome e coll'immagine del ridetto Pontefice, incomincia la serie delle medaglie dei Papi. Eugenio IV, successore di Martino, è il solo, d'indi in poi, fra i Pontefici che una ribellione abbia scacciato da Roma[359]; Nicolò V, successore di Eugenio, è l'ultimo che fosse importunato dalla presenza di un Imperatore romano[360]. — 1. Il contrasto ch'Eugenio ebbe coi Padri del Concilio di Basilea, e la molestia o il timore di una nuova tassa, incoraggiarono ed eccitarono i Romani ad impadronirsi nuovamente del governo temporale della città. Corsi alle armi, elessero sette Governatori della Repubblica, e un Contestabile del Campidoglio; indi tratto in carcere il nipote del Papa, assediarono nel suo palagio lo stesso Pontefice, costretto a fuggire sotto panni di frate, e grandinato da molti dardi de' sudditi, che il riconobbero, allorchè la barcaove appiattossi, scendeva il Tevere. Ma gli rimaneva ancora nel Castel Sant'Angelo un presidio fedele, e buona artiglieria; laonde le batterie pontifizie fulminavano senza posa la città, e una palla che giunta a segno, rovinò la batteria del ponte, disperse in un sol colpo questi Eroi novelli della Repubblica. Una ribellione di cinque mesi avea già stancata la loro costanza, oltrechè la tirannide de' Ghibellini avendo indotti i più saggi fra questi repubblicani ad augurarsi ancora il dominio del Papa, un pentimento unanime da una intera sommessione fu immediatamente seguìto. Le truppe di S. Pietro occuparono nuovamente il Campidoglio; tutti i Magistrati tornarono alle loro case; i più rei vennero puniti coll'esiglio, o colla morte; il Legato, appena giunse, a Capo di duemila fantaccini e di quattromila uomini a cavallo, fu salutato siccome padre della città. I Concilj di Ferrara e di Firenze, il timore, o il risentimento rendettero più lunga la lontananza di Eugenio da Roma. Al suo ritorno trovò sì un popolo sommesso, ma le stesse acclamazioni con cui entrando fu accolto, gli dimostrarono come per mantenersi fedeli i Romani, e per assicurare a sè medesimo tranquillità, gli facesse mestieri abolire quell'imposta che era stata una fra le cagioni della sommossa. — 2. Sotto il pacifico Regno di Nicolò V, Roma risorse e divenne più bella; si rischiararono le menti de' cittadini. Ma intantochè il Pontefice pensava agli ornamenti di Roma e alla felicità del suo popolo, fu preso da spavento per l'avvicinarsi di Federico III, che, nè per suo carattere, nè per possanza, le angosce del Pontefice giustificava. Nicolò V, dopo avere raccolte le sue forze militari entro le mura dellaMetropoli, e provveduto, quanto meglio il si poteva, con giuramenti e Trattati, alla propria sicurezza[361], ricevè con aria di soddisfazione il fedele avvocato e vassallo della Chiesa romana. Sì ben disposti alla sommessione erano gli animi, tanta la debolezza di Federico III, che niuna cosa turbò la pompa di quella coronazione; ma una tal vana cerimonia riusciva troppo umiliante ad una independente nazione; onde i successori di Federico III si sono dispensati da questo incomodo viaggio, e hanno creduto abbastanza autenticato il lor titolo dal suffragio degli alemanni Elettori.
Un cittadino romano osservò con compiacenza ed orgoglio, che il Re de' Romani, dopo avere salutati leggermente i Cardinali e i Prelati andatigli incontro, distinse in particolar modo il Senatore di Roma, e il suo abito di cerimonia, e che nel separarsi, il fantasma dell'Impero e il fantasma della Repubblica amichevolmente abbracciaronsi[362]. Giusta le leggi di Roma[363], questo primo Magistrato doveva esseredottore in legge, forestiere, e nato almeno ad una distanza di quaranta miglia dalla città, nè congiunto in parentado spirituale, o temporale, al terzo grado canonico, cogli abitanti di essa. Veniva nominato di nuovo a ciaschedun' anno; e uscendo di magistratura, ne soggiaceva a severo sindacato la sua amministrazione, nè era atto a rientrare in questa carica se non trascorreano prima due anni. Gli si pagavano tremila fiorini per le sue spese, e a titolo di stipendio. Mostravasi con una pompa degna della maestà della Repubblica, vestito d'un abito di broccato di oro, o di velluto cremisino, e nella state, di un drappo più leggiero di seta; tenea in mano uno scettro d'avorio; lo precedeano almeno quattro littori che portavano bacchette rosse avvolte in banderuole color d'oro, che era il colore della Città. Il giuramento, che giunto al Campidoglio egli prestava, indicavane gli ufizj e la podestà; era questo il giuramento di mantenere le leggi, di reprimere il superbo e proteggere il popolo, di amministrare atti di giustizia e di misericordia in tutto il territorio, ove la sua giurisdizione estendeasi. Avea per coadiutori tre forestieri istrutti, i duecollaterali, e il giudice d'appello nelle cause criminali. Quelle leggi danno a divedere quanta bisogna doveano a questo somministrare i processi per delitti di furto, di ratto e di omicidio; e sì deboli erano coteste leggi, che sembralasciassero campo alle querele private e alle unioni di cittadini armati che per comune difesa si collegassero. Il Senatore non aveva altro incarico fuor quello dell'amministrazione della giustizia. Il Campidoglio, l'erario, il governo della città e del territorio stavano nelle mani di tre Conservatori che si cambiavano quattro volte l'anno. La milizia de' tredici rioni adunavasi sotto gli stendardi de'Caporioniparticolari, Capi di ciascun rione; e il primo di questi Capi veniva distinto col grado e titolo diPriore. Il potere legislativo del popolo risedeva nel Consiglio segreto e nelle Assemblee generali, composto il primo dei Magistrati e degl'immediati loro predecessori, di alcuni ufiziali del fisco e de' tribunali, e di tre classi di consiglieri che erano, tredici in una, ventisei nell'altra, quaranta nella terza, in tutto centoventi persone. Ogni cittadino maschio avea voto nell'Assemblea generale, privilegio fatto più ragguardevole dalla cura con cui veniva impedito che gli stranieri usurpassero il titolo di cittadini romani. Sagge e severe cautele prevenivano le turbolenze della democrazia. Ne' soli Magistrati era il diritto di proporre l'argomento della discussione, nè permetteasi ad alcuno il parlare, se non se salito sopra una cattedra, o una tribuna; le acclamazioni tumultuose venivano represse; si raccoglievano per via di scrutinio i suffragi; e i decreti, nell'essere pubblicati, portavano in fronte i rispettabili nomi del Senato e del popolo. Sarebbe difficile indicare in qual tempo la pratica sia stata perfettamente d'accordo collo Statuto; perchè i progressi dell'ordine si sono veduti a mano a mano collegati colla diminuzione della libertà; ma, nell'anno 1580, sotto il Pontificato di Gregorio XIII,e col consenso di questo Sovrano[364], fu formata una raccolta degli antichi Statuti, divisa in tre libri, e questi vennero accomodati ai tempi ne' quali vivevasi. I Romani seguono tuttavia questo codice di leggi civili e criminali, e comunque le popolari assemblee non si adunino più, dura l'usanza di un Senatore forestiere e di tre Conservatori che risedono in Campidoglio[365]. I Pontefici vollero alla politica de' Cesari uniformarsi; e il Vescovo di Roma, governando coll'assoluto potere di un Monarca spirituale e temporale, ostentò mai sempre di conservare le forme della Repubblica.
A. D. 1453
È una verità, or per le mani di tutti, che i caratteri straordinarj abbisognano di occasioni favorevoli a dimostrarsi, e che il genio di Cromwell, o del Cardinale di Retz, potrebbe ai dì nostri languire nelle tenebre. Quel fanatismo di libertà che portò il Rienzi sul trono, un secolo dopo condusse al patibolo il Porcaro, avvisatosi d'imitare il Rienzi. Stefano Porcaro, nato di nobile famiglia, e di fama illibata,possedea naturale eloquenza ed ingegno coltivato dallo studio; sollevatosi al di sopra di una volgare ambizione, concepì il disegno di restituire la libertà alla sua patria e di far così il proprio nome immortale. Essendo già stata riconosciuta la fallacia della supposta donazione di Costantino, una tale scoperta allontanava tutti gli scrupoli; il Petrarca era l'Oracolo dell'Italia; e ogni volta che il Porcaro si tornava alla memoria la famosa Ode[366]con cui viene dipinto l'Eroe patriottico di Roma, le visioni del Poeta a sè medesimo appropiava. All'occasione dei funerali d'Eugenio, egli tentò un primo sperimento sulle disposizioni degli animi della moltitudine, pronunziando un'elaborata allocuzione, colla quale allettava i Romani a prender l'armi e a riconquistare la libertà; e parea che questi lo ascoltassero volentieri, allor quando un grave personaggio imprese a difendere la causa della Chiesa e dello Stato. La legge chiariva colpevole d'alto tradimento un Orator sedizioso; ciò nonostante il nuovo Pontefice, mosso da compassione e da stima verso il Porcaro, preferì le vie più miti, assumendosi l'onorevole incarico di ricondurre l'uom traviato, e farsene anzi un amico. L'inflessibile repubblicano, chiamato ad Anagni, ne ritornò con nuova gloria, ma sempre più nelle sue massime infervorato. Spiò l'occasione favorevole per mettere in opera i divisamenti concetti; nè lungotempo dovè aspettarla. In mezzo ai giuochi della piazza Navona, alcuni fanciulli e artigiani avendo attaccato briga, egli si sforzò per tramutarla in una sollevazione generale di popolo. Sempre umano Papa Nicolò, non volle nè manco punirlo, contentandosi, per allontanarlo dalla tentazione, di confinarlo a Bologna, ove gli assegnò un onesto viatico, non imponendogli altra obbligazione, fuor quella di presentarsi ogni giorno al Governatore della città. Ma il Porcaro, imbevuto della massima dell'ultimo dei Bruti, non doversi serbare nè gratitudine, nè fede ai tiranni[367], non pensò ad altro nel suo esilio che a declamare contro la sentenza, ei diceva, arbitraria del Pontefice, e a poco a poco riuscì a formarsi partigiani e ad intavolare una congiura. Il nipote di lui, giovane intraprendente, adunò in Roma una truppa di congiurati, e quando fu il giorno prefisso, diede in propria casa una festa agli amici della Repubblica. Il Porcaro, fuggito celatamente da Bologna, comparve in mezzo ai convitati con una veste di porpora e d'oro; la voce, il contegno, i gesti annunziavano in esso un uomo consagratosi, in vita e in morte, alla causa ch'ei reputava tanto gloriosa; si diffuse, mediante acconcio discorso, su i motivi e i modi dell'impresa; fece sonare i nomi di Roma e della libertà romana; parlò della mollezza e dell'orgogliosa tirannide de' preti, del consenso formale o tacito che al nuovo tentativo tutti i cittadini prestavano; promise il soccorso di trecento soldati, e di quattrocento esuli,da lungo tempo avvezzi a sofferire e a combattere; concedè loro, per renderli più arditi a ferire, la libertà di vendicarsi su chi volevano delle particolari ingiurie sofferte; per ultimo un milione di ducati in ricompensa della vittoria. «Domani, giorno dell'Epifania, ei soggiugnea, ne sarà facile l'arrestare il Papa e i Cardinali alla porta della chiesa di S. Pietro, o a piè dell'Altare; li condurremo carichi di catene sotto le mura di Castel Sant'Angelo; ivi li costringeremo colle minacce, e all'aspetto della morte, a restituirne questa Fortezza; saliremo indi il Campidoglio, sonerà a stormo la gran campana, e in una Assemblea popolare restaureremo l'antica Repubblica». Mentre egli trionfava nella sua immaginazione, era già stato tradito. Il Senatore, a capo di una numerosa guardia, circondò la casa, ove assembrati stavano i congiurati. Ben potè il nipote di Porcaro aprirsi un varco in mezzo alla folla; ma il misero Stefano fu tolto da un armadio ove, celatosi, gemea che i nemici avessero prevenuta di tre ore l'esecuzione del suo disegno. Dopo delitti tanto manifesti e moltiplicati, il Pontefice non ascoltò più che le voci della giustizia. Il Porcaro, e nove de' suoi complici, senza aspettare che confessassero le loro colpe, vennero appiccati, fra le invettive dei partigiani della Corte pontificia, il cui terrore durava ancora; i Romani largirono compassione e quasi i proprj suffragi a questi martiri della pubblica libertà[368].Ma muti erano i suffragi, inutile la compassione, e la loro libertà fu perduta per sempre; e se in tempo di sede vacante si è veduta talvolta sollevarsi per mancanza di pane la plebe, son tali sommosse, che se ne trovano gli esempj in mezzo a qualunque servaggio il più abbietto.
Ma l'independenza de' Nobili, fomentata dalla discordia, sopravvisse alla libertà delle Comuni che può solamente sull'unione del popolo esser fondata. I Baroni conservarono per lungo tempo il privilegio di spogliare e di opprimere i proprj concittadini; le loro case erano Fortezze, od asili, entro cui proteggeano contro le leggi una truppa feroce di banditi e di rei, che aveano dedicato al servigio de' Nobili le proprie spade e i proprj pugnali. Il particolare interesse trascinò talvolta i Pontefici e i loro nipoti in tali querele domestiche. Sotto il regno di Sisto IV, Roma fu capovolta dalle lotte di queste famiglie rivali, e dagli assedj che impresero, e sostennero le une contro le altre. Il Protonotario Colonna soggiacque alla tortura e fu decollato dopo aver veduto andare in cenere il suo palagio; l'amico di esso, Savelli, caduto in man de' nemici, trucidato, perchè non volle unir le sue alle vittoriose grida degliOrsini[369]; ma i Pontefici, sicuri da starsi in Vaticano, di essere abbastanza forti per costringere i sudditi all'obbedienza, purchè avessero la fermezza necessaria a pretenderla non si atterrivano per sì fatti disordini che ai particolari si riferivano; e gli stranieri ammiravano, in mezzo questi stessi disordini, la moderazione delle imposte, e la saggia amministrazione dello Stato ecclesiastico[370].
A. D. 1500
Le folgori spirituali[371]del Vaticano dipendonodalla forza che l'opinione alle medesime attribuisce; se questa opinione è vinta dalla ragione, o dalle passioni, lo scoppio di queste folgori svapora nell'aere; e il sacerdote, privo d'appoggio, si trova esposto alla violenza del più picciolo avversario, sia questi nobile, ovvero plebeo. Ma poichè i Papi ebbero abbandonato il soggiorno di Avignone, la spada di S. Paolo divenne la guardiana delle chiavi di S. Pietro. Roma era dominata da un'insuperabile rocca, e ben possente è il cannone contro le sedizioni del popolo. Una truppa regolare di fanteria e di cavalleria militava sotto gli stendardi del Pontefice che aveva assai ampie rendite per sostenere le spese della guerra; l'estensione intanto de' suoi dominj lo metteva in istato di opprimere una città ribellante e coll'armi de' vicini e con quelle de' fedeli suoi sudditi[372]. Dopo l'unione dei Ducati di Ferrara e d'Urbino, lo Stato ecclesiastico si prolunga dal Mediterraneo all'Adriatico, e dai confini del Regno di Napoli alle rive del Po; la maggior parte di questaestesa e fertile contrada riconoscea, nel secolo decimosesto, la sovranità legittima e temporale de' Pontefici di Roma, i primi diritti de' quali fondaronsi sulle donazioni vere, o favolose dei secoli dell'ignoranza. Non potrei raccontare quanto, a fine di consolidar questo Impero, operarono in appresso i Papi medesimi, senza innoltrarmi di soverchio nella Storia dell'Italia, ed anzi in quella di tutta l'Europa; mi farebbe mestieri a tal uopo descrivere i delitti di Alessandro VI, le spedizioni militari di Giulio II, la illuminata politica di Leone X, argomenti dilucidati dalle penne de' più nobili Storici di quella età[373]. Durante il primo periodo delle loro conquiste, e fino alla spedizione di Carlo VIII, i Papi si trovarono abili a lottare con buon successo contra i Principi e i paesi vicini, le cui forze militari erano inferiori, o tutto al più, eguali a quelle della Corte di Roma; ma poichè i Monarchi della Francia, dell'Alemagna e della Spagna, si disputarono con armi gigantesche il dominio dell'Italia, i successori di S. Pietro chiamarono l'artifizio in soccorso della lor debolezza, nascondendo entro un labirinto di guerre e di Trattati le ambiziose lor mire, e la speranza, che mai non si diparte da essi, di confinare i Barbari al di là delle Alpi. I guerrieri del Settentrione e dell'Occidente,sotto gli stendardi di Carlo V, distrussero più d'una volta l'equilibrio cui il Vaticano intendea, e Roma fu, per sette mesi, in balìa d'un esercito sfrenato, più crudele ed ingordo di quanto mai i Goti e i Vandali fossero stati[374]. Dopo una disciplina tanto severa, i Papi, restringendo fra i confini del possibile la loro ambizione, la videro pressochè soddisfatta; e riprendendo la parte di padri dell'anime de' Fedeli, più di tutte l'altre convenevole ad essi, non si avventurarono d'indi in poi a guerre offensive, fuorchè una sola volta, in quella inconsiderata querela, per cui fu veduto il Vicario di Gesù Cristo collegarsi col Sultano de' Turchi per far la guerra al Regno di Napoli[375]. I Francesi e gli Alemanni abbandonarono finalmente il campo di battaglia; gli Spagnuoli ben assicurati ne' loro possedimenti di Milano, di Napoli, della Sicilia, della Sardegna e delle coste della Toscana, trovarono di proprio vantaggio il mantenere la pace e la sommessione dell'Italia, pace e sommessione durate dalla metà del secolodecimosesto alla metà del successivo. La politica religiosa della Corte di Spagna proteggeva e dominava il Vaticano; e i pregiudizj e l'interesse del Re Cattolico lo rendeano in tutte le occasioni propenso a sostenere il Principe contro il popolo; e in vece d'incoraggiamenti, soccorsi e asilo, che fino allora gli Stati vicini aveano offerti agli amici della libertà e ai nemici delle leggi, si videro questi d'ogni parte rinchiusi tra i ceppi del dispotismo. L'educazione e la consuetudine dell'obbedienza soggiogarono, col volger degli anni, lo spirito turbolento della Nobiltà e delle comuni di Roma, i Baroni dimenticarono le guerre e le fazioni de' loro antenati, e il lusso e il Governo li dominarono compiutamente. In vece di sostenere una turba di partigiani e satelliti, impiegarono le proprie rendite a quelle spese che, moltiplicando i diletti al proprietario, ne diminuiscono la possanza[376]. I Colonna e gli Orsini non lottarono d'allora in poi che sulla decorazione de' lor palagi e delle loro cappelle; e la subitanea opulenza delle famiglie pontificie pareggiò o superò l'antico loro splendore. Non si odono più in Roma nè le voci della discordia, nè quelle della libertà; e in vece di uno spumoso torrente, essa non presenta ora che un lago uniforme e stagnante.
La dominazione temporale del Clero è semprestato soggetto di censura a' Teologi, del pari che a' Politici, ed a' Filosofi. I primi non la credeano legittima stando alla lettera del Vangelo: agli altri non piaceva il vedere in certo modo invilita l'antica maestà della padrona del Mondo, e rimembrando i suoi Consoli, i suoi trionfi, le sue glorie, trovavano troppo dissimile, e basso un Governo sacerdotale. Pure calcolando a mente tranquilla i vantaggi e i difetti di questo, si debbe dare le debite lodi ad un'amministrazione decorosa e pacifica, non soggetta ai pericoli d'una minorità, o agl'impeti d'un giovane Principe, non rovinata dal lusso, non esposta per sè medesima ai disastri di lunghe guerre. Bensì non è dessa esente dalle vicende di successioni frequenti, e rinovate in breve periodo, di Sovrani rade volte originarj di Roma, spesso in età senile; e più spesso inesperti della politica, privi per lo più della speranza di vivere tanto da terminare opere grandi, e del conforto di avere successori che sien partecipi de' loro alti pensieri, o capaci d'emularli. Tratti sovente dalla solitudine de' chiostri, deggiono di leggieri per la ricevuta educazione, e per l'acquistata consuetudine di vita essere estranei a idee mondane, a cure d'alti affari, troppo aliene dall'austerità e dalle massime d'una religione contraria alle passioni del secolo e all'ambizione del dominio. Può per altro nelle nunziature specialmente avere attinta qualche cognizione di Mondo, ma difficilmente sapranno lo spirito e i costumi d'un Ecclesiastico trasformarsi quanto sarebbe d'uopo per uguagliare l'accortezza, ed il senno d'un Principe temporale. Non mancarono per altro, e forse non mancheranno a quando a quando gli esempj di Pontefici degni di stare al paragone coipiù grandi Potentati. Il genio di Sisto V[377]si sollevò dall'oscurità di un convento di Francescani; un regno di cinque anni, distrusse la razza de' banditi e di tutti quegli uomini malvagi che avea proscritta la legge; tolse agli scellerati i luoghi di secolare franchigia ove potevano rintanarsi[378]; creò una marineria e un esercito di terra, restaurò i monumenti dell'antichità, li pareggiò nei nuovi che eresse; e dopo aver fatto nobile uso delle pubbliche rendite, e dopo averle notabilmente accresciute, lasciò ricco di cinque milioni di scudi l'erario del Castel S. Angelo. Ma la crudeltà ne contaminò la giustizia; dalle mire di conquista fu condotta la sua solerzia; ricomparvero al suo morire gli abusi; vennero disperse le ricchezze, che egli aveva adunate; aggravò i posteridi trentacinque nuove imposte e della venalità degli ufizj; e quando ebbe mandato l'ultimo anelito, un popolo ingrato, od oppresso, ne rovesciò il simulacro[379]. La selvaggia originalità di Sisto V, tiene un luogo particolare nella Storia de' Papi, nè possono giudicarsi le massime e gli effetti della temporale loro amministrazione che mediante un esame positivo e comparativo delle arti e della filosofia, dell'agricoltura e del commercio, della ricchezza, e della popolazione dello Stato ecclesiastico[380]. Quanto ame, che desidero morire in pace con tutto il Mondo, in questi ultimi momenti della mia vita non offenderòvolontariamente nè il Papa, nè il Clero di Roma.