CAPITOLO CXXI.

STORIADELLEREPUBBLICHE ITALIANECAPITOLO CXXI.Apparecchj de' Fiorentini per difendere la loro libertà; sono assediati dal principe d'Orange. Imprese nello stato fiorentino di Francesco Ferrucci, commissario generale; viene a battaglia col principe d'Orange, e nella mischia periscono ambidue; capitolazione di Firenze.1529 = 1530.Mentre che tutti gli altri stati d'Italia, traditi dai loro capi, saccheggiati dagli stranieri, spossati da lunga guerra, divisi da una mal intesa politica, e venduti dai loro alleati, si andavano, senza resistenza, assoggettando al giogo che loro dava Carlo V, la repubblica di Firenzeapparecchiavasi, sebbene sola, a cadere coraggiosamente in nobile olocausto, piuttosto che rinunciare all'antica sua libertà. Depositaria di tutto lo splendore, di tutte le virtù, di tutto il sapere di quelle repubbliche de' secoli di mezzo, tra le quali si era innalzata, e le quali tutte aveva superate in fama, in potenza, in ricchezze, dessa pareva ricuperare le antiche forze colla ricordanza della passata gloria; e se più non aveva speranza, se la sua resistenza non poteva essere coronata da felice avvenimento, non perciò si credeva meno obbligata a difendersi per l'onore delle sue rimembranze.Firenze non era mai stata repubblica militare; ed anche in que' tempi, in cui, tenendo il primo posto tra le potenze d'Italia, poneva argine alla potenza dei duchi di Milano, dei re di Napoli e degl'imperatori, non aveva nella sua armata quasi verun cittadino. Quegli stessi uomini, che, in mezzo alle più terribili sciagure, mostravano ne' consiglj una costanza, una fermezza invincibile, non sapevano esporsi a personali pericoli; ma quando un'estrema ruina venne a minacciare la loro patria, gli stessi Fiorentini impugnarono le armi. Abbandonati dalla Francia, minacciati da tutte le forzedella Chiesa, dell'impero e dei regni di Spagna e di Napoli, sentirono di non potere in altro confidare che nel proprio valore. Senza trascurare veruno de' mezzi che poteva tuttavia attaccare alla loro causa, in qualità di condottieri, i piccoli principi loro vicini, previdero che potevano essere da costoro abbandonati nell'istante del bisogno; e si fecero a reggimentare ed addestrare la milizia nazionale, che sola non poteva venir meno. E sebbene lo spirito di parte abbia potuto presiedere allo stabilimento dei varj corpi di questa milizia, uno stesso zelo militare e patriotico animava tutto il popolo, e lo fece capace di un'eroica resistenza.Il popolo fiorentino, prendendo successivamente le armi, aveva formato tre diversi corpi; il primo, che si era raccolto in dicembre del 1527 per la guardia pel pubblico palazzo e del gonfaloniere, era composto di trecento giovani quasi tutti appartenenti a nobili famiglie. Ma perchè l'amore di libertà era tra questi giovani più vivo, che non tra i vecchi, così erano essi ancora più proclivi alla diffidenza. Gli estremi riguardi di Niccolò Capponi verso i Medici li teneva inquieti; avevano di già concepito qualche sospettointorno alla segreta di lui corrispondenza con papa Clemente VII, e si risguardavano meno destinati a fargli la guardia, che a custodire il palazzo pubblico contro di lui[1].Ma con una vista affatto diversa erasi formata la guardia nazionale de' cittadini fiorentini, dietro un ordine del gran consiglio del 6 novembre del 1528. Doveva questa essere composta di sedici compagnie, cadauna di dugento cinquant'uomini, sotto il comando dei sedici gonfalonieri di quartiere, i quali formavano il collegio della signoria; pure non si trovarono sui ruoli che mille settecento archibugieri, mille armati di picca, e trecento alabardieri, ossiano soldati armati di alabarde e di spade a due mani, in tutto tre mila uomini, dell'età dai diciotto ai trentasei anni, ed appartenenti a padri ammessi a prendere posto nel gran consiglio. La signoria accordò ad ogni compagnia, in principio del 1529, il diritto di nominare il proprio capitano, ed affidò l'addestramento di questo corpo a varj distinti ufficiali, che avevano militato nelle bande nere. Questocorpo in breve superò la migliore truppa di linea[2].Per ultimo il terzo corpo era formato delle milizie del territorio fiorentino, che chiamavansi tuttaviale bande dell'ordinanza. Questa milizia, arrolata sotto il gonfaloniere Pietro Soderini dietro i consiglj datigli dal Macchiavelli, era stata dai Medici licenziata e disarmata, e di nuovo ragunata nel 1527. Nella prima revista si era trovata non minore di dieci mila uomini; era formata dal fiore dei contadini dell'età dai diciotto ai trentasei anni, che ogni mese venivano addestrati a tirare coll'archibugio, e ricevevano un tenue pagamento anche quando non erano forzati ad abbandonare le proprie case: eransi fatte venire per loro dalla Germania armi d'ogni qualità, ed erano essi stati divisi in trenta battaglioni, secondo le province cui appartenevano. I sedici battaglioni della destra riva dell'Arno erano stati, in giugno del 1528, posti sotto gli ordini di Babbone di Bersighella, nipote di quel Naldo di Val di Lamone, che primo d'ogni altro aveva illustrata la fanteria italiana nella battagliadi Agnadello; i quattordici battaglioni della sinistra erano stati affidati a Francesco del Monte. E questi due capitani avevano seco condotti cadauno cinquecento uomini di truppe di linea, per esercitare la milizia[3].In sul finire del 1528 i Fiorentini scelsero per capitano generale dei loro uomini d'armi don Ercole d'Este, figlio del duca Alfonso di Ferrara, il quale era in allora tornato dalla Francia, dove aveva sposata madama Renata, figlia di Luigi XII e cognata di Francesco I. Pareva impossibile che questi l'abbandonasse, ed i Fiorentini credevano attaccarsi più fortemente alla casa di Francia, scegliendo un generale che le apparteneva così da vicino; e di ciò gli aveva assicurati il Visconte di Turenna, ambasciatore del re presso la repubblica. Dall'altro canto mantenevasi un odio ereditario fino dai tempi di Leon X tra la casa d'Este ed i Medici, ed Alfonso, minacciato su tutti i punti dei suoi stati da Clemente VII, pareva dovere essere il più fedele alleato della repubblica controun nemico ad ambidue egualmente formidabile[4].Le fortificazioni cominciatesi in Firenze nel 1521, per ordine del cardinale Giulio de' Medici, prima di avere il papato, non erano ancora ultimate. Non potevansi condurre a termine senza distruggere o danneggiare i poderi di alcuni cittadini, e la magistratura dei nove della milizia fu incaricata, in principio d'aprile del 1529, di fare stimare tutti que' terreni, dandone credito ai proprietarj sul libro delMontecoll'interesse del cinque per cento. In pari tempo Michel Angelo Bonarruoti venne creato direttore generale delle fortificazioni della città[5].A misura che il pericolo si andava avvicinando, i dieci della guerra facevano nuovi sforzi per accrescere le difese della repubblica. Siccome avevasi opinione che le province d'Arezzo e di Cortona somministrassero i migliori soldati di Toscana, i Fiorentini vi mandarono Raffaele Girolami, loro quartier mastro generale, ed otto capitani,che tutti avevano militato nelle bande nere, con ordine di levarvi cinque mila fanti. Presero nello stesso tempo al loro soldo, in maggio del 1529, Malatesta Baglioni, signore di Perugia, dandogli il titolo di governatore generale, con mille fanti. Il Baglioni era figliuolo di quel Gio. Paolo, che Leon X aveva fatto tanto ingiustamente morire; e perciò egli desiderava di vendicarsi del Medici, egli doveva temere l'ambizione del papa, ed occupava a Perugia un'importante situazione per chiudere la strada della Toscana ad un'armata che venisse da Napoli e da Roma. Molti altri distinti capitani, quali erano Stefano Colonna, Mario Orsini e Giorgio Santa Croce, presero servigio dai Fiorentini; questi per altro eran forzati ad accarezzare l'orgoglio di tutti questi piccoli principi, che, non avendo verun grado in un'armata di già stabilita, non volevano riconoscere altra superiorità che quella dei sovrani. Era appunto per questo motivo che nè l'incapacità di Ercole d'Este, nè la più volte sperimentata malvagia fede di Malatesta Baglioni, non avevano ritratti i Fiorentini dal porre gli occhi sopra di loro per il comando. Si sarebbero potuti preferire migliori capitani;ma gli altri ufficiali non avrebbero voluto esser loro subordinati[6].Mentre che la repubblica si premuniva con attività contro i pericoli onde era da ogni banda minacciata, fu atterrita dalla scoperta di cosa che a bella prima parve una congiura del suo primo magistrato. Il gonfaloniere, Niccolò Capponi, confidava assai meno in tutti i mezzi di difesa che riunivano i dieci della guerra, che nelle negoziazioni che potevano disarmare la collera del papa. Egli stesso di moderato carattere, e nulla avendo sofferto sotto il governo de' Medici, apparteneva ad una famiglia, che aveva saputo conservare una tal quale neutralità nelle dissensioni della sua patria. Suo padre Piero, ed i suoi antenati Neri e Gino, non si erano trovati arrolati nè sotto le insegne degli Albizzi, nè sotto quelle de' Medici, ed in tempo di quelle amministrazioni avevano saputo rendere eminenti servigj allo stato. Dacchè il Capponi era gonfaloniere, erasi studiato di calmare il furore del popolo, di difendere i partigiani de' Medici, edin pari tempo di addolcire il risentimento del papa con esteriori dimostrazioni di rispetto. Egli non aveva trovate le medesime disposizioni in coloro che i suffragj del popolo ponevano con lui alla testa dello stato; ma aveva seguita l'usanza praticata dai Medici, e prima di loro dagli Albizzi, di chiamare alle deliberazioni i cittadini che, senza essere rivestiti di veruna autorità, avevano acquistata una lunga abitudine de' pubblici affari. A queste consulte, che a Firenze avevano il nome dipratica, il Capponi chiamava moltissimi cittadini, conosciuti pel loro attaccamento ai Medici, tra i quali egli trovava sempre chi spalleggiasse le misure di conciliazione ch'egli andava proponendo[7].I consiglieri nominati dal popolo, ed in possesso della confidenza pubblica, lagnavansi acerbamente perchè le deliberazioni, invece di decidersi coi loro suffragj, dipendessero da quelli di persone senza missione, che il gonfaloniere chiamava a votare con loro, e non pochi dei quali, come Francesco Guicciardini, Francesco Vettori e Matteo Strozzi, si erano renduti così sospetti pelloro attaccamento ai Medici, che il popolo non aveva voluto affidar loro veruna incumbenza. Perciò una legge regolò lapratica, che doveva tener luogo di consiglio ai dieci della guerra; questa legge la formò dei dieci magistrati che uscivano in allora di carica, e di venti aggiunti scelti dal grande consiglio ogni sei mesi, cinque per cadaun quartiere della città. Il gonfaloniere, privato da questa legge del suo consiglio abituale, non per questo rinunciò a lasciarsi dirigere dai soli uomini di stato che si fossero guadagnati la sua confidenza, e d'allora in poi li tenne quasi sempre ne' suoi appartamenti per consultarli in ogni occorrenza[8].Questi suoi privati consiglieri lo avevano incoraggiato a tener viva una segreta corrispondenza con Clemente VII, per cercare di calmare la di lui collera; questa corrispondenza aveva cominciato ne' tempi in cui Lautrec assediava Napoli. Temeva questo generale che l'irritamento di Clemente VII contro i Fiorentini non lo consigliasse a porsi tra le braccia dell'imperatore, ed aveva eglimedesimo eccitato il gonfaloniere a mostrare dei riguardi verso il papa, ed a dargli delle speranze[9]. Dopo la sconfitta di Lautrec, il Capponi aveva continuato a carteggiare con Jacopo Salviati, che dopo la ritirata dalla corte pontificia di G. M. Chiberti, era diventato il principale segretario di Clemente VII[10]. Certo Jachinotto Serragli era il segreto mezzano di tale corrispondenza, che il gonfaloniere teneva nascosta alla signoria. Una lettera, caduta di seno al Capponi, fu raccolta il 16 aprile del 1529 nella stessa sala dei priori da Jacopo Gherardi, priore egli stesso, e forse quegli che di già nudriva i più gagliardi sospetti contro il gonfaloniere. La lettera rendeva conto in ristretto di un abboccamento avuto tra il Serragli, che la scriveva, e Jacopo Salviati; dessa annunciava che il papa, sotto certe condizioni, acconsentirebbe a mantenere la libertà fiorentina; ma chiedeva al gonfaloniere di spedire segretamente a Roma suo figliuolo, per intendersi intorno a ciòche non potevasi convenientemente affidare ad uno scritto[11].Questa lettera, comunicata dal Gherardi ai più violenti avversarj del gonfaloniere, fu da loro risguardata come una manifesta prova di tradimento: venne denunciata alla signoria, che per l'indomani convocò il consiglio degli ottanta, proponendogli che fosse deposto e tratto in giudizio il gonfaloniere. Niccolò Capponi, atterrito dalla violenza dei suoi nemici, invece di giustificare la propria condotta, si limitò a dichiarare con estrema perturbazione, che suo figlio non era in verun modo colpevole, non avendo pure contezza di quest'affare. Con ciò veniva quasi a confessarsi egli stesso delinquente; onde fu deposto nel medesimo giorno, e nel susseguente il grande consiglio nominò suo successore Francesco, figlio di Niccolò Carducci, che doveva occupare tale carica fino alla fine dell'anno[12].Questa deposizione e la nuova elezione eransi fatte con una precipitazione e violenza proporzionate al turbamento ed alla timidità mostrata dal Capponi nella propria difesa, ed all'accanimento di coloro tra i suoi nemici che speravano di rimpiazzarlo. Tosto che fu nominato il di lui successore, e che i di lui invidiosi nemici perdettero la speranza d'avere le sue spoglie, il loro furore si calmò, ed egli medesimo ricuperò quella tranquillità e presenza di spirito che si conveniva al suo stato. Tratto innanzi alla signoria giustificò con nobile fermezza le sue intenzioni e la sua condotta; sostenne d'avere fatto per la repubblica precisamente quello che far doveva, e la sola cosa che potesse salvarla. Di già più non eravi alcuno cui fosse ancora sospetta la di lui buona fede; coloro ch'erano a parte delle di lui segrete negoziazioni, e coloro, che senza averne contezza, interamente si affidavano alla di lui lealtà, lo difendevano caldamente, di modo che venne onoratamente assolto dal giudizio; ed il popolo, per compensare la fattagli ingiuria,lo ricondusse con pompa alla di lui casa[13].Appena aveva il nuovo gonfaloniere preso possesso del suo impiego, quando la repubblica ricevette una dopo l'altra le più sconfortanti notizie. Alla sconfitta di San-Paolo, alla di lui prigionia, alla dispersione di tutta l'armata francese, tennero subito dietro gli avvisi del trattato di Barcellona, nel quale Carlo V abbandonava i Fiorentini alle vendette del papa, e prometteva di rimettere nella loro città la tirannia della casa dei Medici. Pochi giorni dopo si ebbe notizia del trattato di Cambrai, col quale Francesco I, ad onta dei più solenni trattati, escludeva i Fiorentini dalla pace generale, e si obbligava a non dar loro protezione. Si seppe nello stesso tempo essere Carlo V sbarcato a Genova con un'armata spagnuola, e scendere in Italia un'armata tedesca per raggiugnerlo. Questi replicati colpi erano fatti per atterrire il più saldo coraggio; e tanto più grande era lo spavento sparso in Firenze, inquanto che i preti ed i monaci, ravvivando la setta del Savonarola, e secondando con tutte le forze loro il governo popolare, avevano accertato, come cosa loro palesata per divina rivelazione, che quest'anno l'imperatore non sarebbe venuto in Italia. Questo primo avvenimento, che smentiva le loro profezie, fece vacillare la fede che il popolo accordava a tutte le altre[14].Non pertanto i Fiorentini, determinato avendo di far testa a questi nuovi pericoli con indomabile coraggio, adottarono in allora le più energiche misure per potere resistere. Il gonfaloniere, fornito di irremovibile costanza, comunicava il proprio vigore ai consiglj ed al popolo. Era in particolar modo secondato da Bernardo di Castiglione, Gio. Battista Cei, Niccolò Guicciardini, Jacopo Gherardi, Andrea Niccolini e Luigi Soderini, i quali tutti si erano dichiarati pel partito popolare[15].Prima d'ogni altra cosa conveniva trovar modo di sostenere le spese di unaguerra, che i più ricchi monarchi non potevano lungo tempo sopportare. Il gonfaloniere ottenne una prima legge derogante alla costituzione fiorentina, colla quale veniva autorizzato il gran consiglio a fissare qualunque prestito o nuova imposta colla sola maggioranza de' suffragj[16]. In fatti le leggi fiscali, che la necessità fece emanare in tempo dell'assedio, non avrebbero giammai potuto essere sanzionate secondo le antiche forme; poichè dovendosi sostenere inaudite spese, in tempo che tutte le ordinarie entrate erano cessate a motivo dell'occupazione del territorio e della soppressione delle gabelle delle porte, convenne aver ricorso a misure arbitrarie e rigorose per levare danaro. Più volte si percepirono prestiti forzati da coloro che i commissarj, nominati per quest'oggetto, indicavano come i cinquanta, i cento, i dugento più ricchi cittadini della repubblica. Tutti gli argenti delle chiese, e tutti quelli de' privati, vennero portati alla zecca; furono date in pegno le pietre preziose che ornavano le reliquie, e venduta la terza parte dei poderi ecclesiastici, degli immobili delle corporazioni delle arti e mestieri e deibeni dei ribelli. Con tali mezzi spesso violenti, ma giustificati dalla necessità, la repubblica si vide in istato di opporre lunga resistenza ad un'armata destinata a spogliarla, non meno della sua proprietà che della sua libertà[17].Il gonfaloniere e la signoria ordinarono in seguito alle genti del contado di riporre in Firenze, o nelle terre murate, tutte le loro granaglie; ma i raccolti erano in quell'anno stati così ubertosi, che quest'ordine venne male eseguito; onde i nemici, assai più che i cittadini, approfittarono di tanta ricchezza di messi. Le città di Borgo san Sepolcro, Cortona, Arezzo, Pisa e Pistoja, ove il governo non era amato, dovettero dare ostaggi a Firenze. In tutte le altre ed in tutte le fortezze, la signoria mandò fidati comandanti. All'ultimo furono nominati sette commissarj con quasi dittatoriale autorità, per vegliare alla salvezza della repubblica; ma sgraziatamente la scelta cadde sopra uomini troppo disuguali per talenti, per esperienza, per energia, i quali nè furono abbastanza d'accordo fra di loro, nè abbastanza pronti nelle loro risoluzioni,perchè l'opera loro riuscisse di grande utile[18].Avvicinandosi il pericolo, i dieci della guerra intimarono ad Ercole d'Este di recarsi al suo posto, e nello stesso tempo gli mandarono il soldo dei mille fanti che doveva seco condurre. Ma di già il duca di Ferrara di lui padre stava negoziando per riconciliarsi coll'imperatore e col papa, e non voleva esacerbarli mandando il figliuolo ai servigj dei loro nemici. Dopo avere accettato il danaro de' Fiorentini, e promesso che il figliuolo suo non tarderebbe a porsi in istrada colle sue truppe, andò, sotto varj pretesti, procrastinando la di lui partenza; poi rifiutò perentoriamente, senza rendere il danaro che aveva ricevuto. Poco dopo richiamò da Firenze il suo ambasciatore, ed all'ultimo prestò al papa artiglieria e due mila zappatori, per adoperarli contro i Fiorentini[19].Allorchè la signoria ebbe notizia dello sbarco dell'imperatore a Genova, credette di dovergli mandare una deputazione.Questo passo somministrò un pretesto avidamente accolto da tutti gli alleati dei Fiorentini, per pretendere violata la lega. In fatti le potenze italiane si erano obbligate a non trattare separatamente; e fin allora niun'altra aveva scopertamente mancato a tale promessa. D'altronde la deputazione fiorentina era stata scelta altrettanto male, quanto mandata inopportunamente. I quattro membri che la componevano tenevano opinioni e partiti diversi, onde mai non furono uniti per agire concordemente. L'imperatore ricusava di trattare con loro, se preventivamente non si riconciliavano col papa, e risguardò come insufficienti le loro facoltà, sebbene queste portassero che la repubblica acconsentiva a tutte le condizioni che le verrebbero imposte, eccettuata l'alienazione della propria libertà. Il gran cancelliere dell'imperatore dichiarò loro, che, a motivo degli ajuti dati alla Francia, avevano meritato di perdere questa libertà, ed ogni altro loro privilegio, e non volle ammettere la risposta dei deputati, i quali dicevano essere Firenze uno stato indipendente, che non riconosceva i suoi privilegj da qualche concessione degli imperatori, ma dai suoi proprj diritti. In appresso gli ambasciatori vennero congedati; ma non pertanto due di loro, atterritidalle disposizioni della corte imperiale, non ripresero la strada della loro patria. Matteo Strozzi rifugiossi a Venezia e Tommaso Soderini a Lucca. Niccolò Capponi, l'antico gonfaloniere, che era il terzo ambasciatore, quando giunse a Castelnuovo di Garfagnana, scontrossi in Michel Angelo Bonarruoti, che fuggiva con Rinaldo Corsini, e che gli diede le più tristi notizie intorno ai rovesci di già provati dalla repubblica. Il Capponi, oppresso dalla fatica, dall'età, dal dolore, venne subito sorpreso da una malattia che lo trasse al sepolcro il giorno 8 di ottobre. Raffaello Girolami tornò solo a Firenze a rendere conto della sua ambasciata, ed incoraggiò i suoi concittadini ad affrontare coraggiosamente la burrasca ond'erano minacciati[20].L'imperatore aveva commessa la conquista di Firenze ed il compimento delle vendette di Clemente VII al principe di Orange, in allora vicerè di Napoli. Clemente stava dunque per volgere contro la sua patria quello stesso generale e quell'armata medesima, che tre anni prima l'avevano con tanto rigore tenuto assediato, che avevano saccheggiata sotto i suoi occhi la sua capitale con sì atroce barbarie, e che non gli avevano renduta la libertà, che dopo avergli estorta una scandalosa taglia. Il prezzo pel quale il papa acconsentì a perdonare tante ingiurie, era l'assunto che prendeva cotal gente ferocissima di trattare colla stessa barbarie la di lui città natale. L'esercito che aveva saccheggiata Roma, e che aveva vissuto in Milano a discrezione, fu richiamato sotto le bandiere dei suoi capi dalla speranza di saccheggiare Firenze; e furono veduti alcuni soldati spagnuoli, che erano trattenuti innanzi ai tribunali per cause civili, protestare alla parte avversaria tutti i danni e perdite nei quali incorrerepotrebbero per non avere parte al sacco di Firenze[21].Pure, quando in sul finire di luglio, il principe d'Orange recossi a Roma per avere un abboccamento col papa intorno ai mezzi occorrenti per dare cominciamento alla spedizione, venne qualche tempo trattenuto dall'avarizia e dalla diffidenza di Clemente VII, il quale non voleva privarsi del danaro che gli si chiedeva. All'ultimo acconsentì a stento a pagare trenta mila fiorini contanti, ed a prometterne altri quaranta mila entro breve termine[22]; ma trovò un altro mezzo per cattivarsi l'amore de' soldati, senza danno del suo tesoro. Questi, abbandonando Roma il 17 febbrajo del 1528, non avevano terminato di riscuotere le taglie ed il prezzo de' riscatti che avevano arbitrariamente imposto ai cittadini, e dopo tale epoca più non credevano potere pretenderne il pagamento. Clemente VII loro accordò il privilegio di farsi pagare tutto quanto era loro dovutoad estinzione delle cedole da loro estorte ai Romani colla violenza[23].L'esercito del principe d'Orange adunossi tra Foligno e Spello ai confini dello stato perugino. Vi si trovavano tre mila cinquecento Tedeschi, avanzo dei tredici mila landsknecht, che Giorgio Frundsberg aveva condotti al Borbone nel 1526; gli altri erano caduti vittime della peste di Roma e della fame di Napoli: vi si trovavano pure cinque mila Spagnuoli del marchese del Guasto, invecchiati come i Tedeschi in tutte le guerre d'Italia. Soltanto dopo la pace di Lombardia vi si videro inoltre giugnere sotto Pietro Velez di Guevara due mila Spagnuoli di fresco sbarcati a Genova, che per anco non avevano militato, e che giunti essendo, secondo il consueto delle reclute spagnuole, affatto ignudi, chiamavansi dagl'ItalianiBisogni: circa lo stesso tempo il conte Felice di Wirtemberga condusse altre reclute tedesche: il rimanente dell'esercito consisteva in soldati italiani, ed era la maggior parte che servivano sotto i loro più distinti capitani, senza paga e per la sola speranza del saccheggio. Quando il principe d'Orangeentrò in campagna, in sul cominciare di settembre, non aveva sotto i suoi ordini più di quindici mila soldati; ma avanti che terminasse l'assedio ne contò più di quaranta mila[24].Per entrare in Toscana l'Orange doveva attraversare lo stato di Perugia, difeso da Malatesta Baglioni con tre mila uomini al soldo de' Fiorentini. Il castello di Spello, posto in sull'estremo confine del Perugino, ove l'abate Leone de' Baglioni, fratello naturale del Malatesta, erasi chiuso, trattenne alcun tempo i nemici. Giovan d'Urbina, luogotenente generale dell'armata imperiale, vi fu ucciso; ma Spello all'ultimo fu preso il primo dì di settembre e saccheggiato con estrema crudeltà[25]. L'esercito giunse in appresso sotto Perugia; ma l'assedio di questa città posta in sulla vetta d'una piccola montagna, ed in gagliarda situazione, offriva grandissime difficoltà. Il principe d'Orange, che non osava intraprenderlo, offrì a Malatesta Baglioni onorate e vantaggiose condizioni. Obbligavasi a farloassolvere dal papa da tutte le censure ecclesiastiche che aveva incorse, a fargli permettere di continuare nel servigio dei Fiorentini colla sua compagnia di ventura, e finalmente a conservargli la signoria di Perugia, purchè evacuasse questa città, che l'Orange nè voleva assediare, nè lasciarsi alle spalle in mano de' nemici. Il Baglioni chiese ai Fiorentini, o di acconsentire a questo trattato, o di accrescere considerabilmente la sua armata. Siccome questi non potevano interamente affidarsi al Baglioni, nè ai Perugini, accettarono il primo partito. Si sottoscrisse il trattato il 10 di settembre, ed il 12 Malatesta Baglioni prese la via d'Arezzo colle truppe sue e fiorentine[26].Il principe d'Orange gli tenne dietro da vicino: il 14 di settembre s'accostò a Cortona difesa da soli 700 fanti di guarnigione, e dopo avere sofferto qualche perdita in un assalto, ch'egli fece dare lo stesso giorno alla città, la ricevette all'indomani per capitolazione. In appresso l'Orange, seguendo la cominciata strada sopraArezzo, dove era stato mandato per commissario Francesco Albizzi con due mila uomini; ma questi, sconcertato dal vedere sopraggiugnere Malatesta Baglioni, e dalla pronta capitolazione di Cortona, evacuò Arezzo colla sua truppa, e, ritirandosi precipitosamente a Firenze, sparse la costernazione in tutta Val d'Arno disopra. Affermarono i nemici del gonfaloniere, che questi, senza partecipazione della signoria e dei dieci della guerra, aveva ordinato a Francesco Albizzi di ritirarsi, onde riunire in Firenze tutta la fanteria, invece di perderla alla spicciolata nel sostenere assedj. Anche in tale supposizione il disordine di questa ritirata sarebbe stato non meno colpevole che imprudente[27].Arezzo, evacuato dai Fiorentini, aprì il 18 settembre le porte all'armata imperiale. Allora questa città sperò di ricuperare la sua antica libertà: fece battere moneta, spedì commissarj in tutte le castella dell'antico suo territorio, rifece la sua amministrazione sotto il nome di repubblica d'Arezzo, e durantel'assedio di Firenze somministrò agl'imperiali continui ajuti, senza prevedere che all'istante che fosse presa Firenze, Arezzo ricaderebbe sotto il giogo[28].Alla perdita di Cortona e di Arezzo tenne dietro immediatamente quella di Castiglione Fiorentino, di Firenzuola e di Scarperia: l'armata imperiale si andava avanzando, e pareva che verun ostacolo non potesse più trattenerla. Il suo avvicinamento riempì Firenze di terrore; ed allora si videro fuggire dalla città coloro che la pusillanimità o l'attaccamento ai Medici consigliava a non partecipare alla sorte della loro patria. Ne diede l'esempio Bartolomeo o Baccio Valori, e fu imitato da Roberto Acciajuoli, da Alessandro Corsini, da Alessandro de' Pazzi, e finalmente dallo storico Francesco Guicciardini, il quale, dopo avere menata vita principesca nel suo governo di Parma e di Modena, non credeva che nella sua repubblica si avesse per lui abbastanza rispetto e riconoscenza. Egli recossi al campo nemico; ebbe una parte odiosa nelle vendette della fazione trionfante, e contribuì in una maniera ancora più fataleal finale stabilimento della tirannide, adoperando la sua abilità politica nella ruina del proprio paese. L'odio che in Firenze, anche quando questa città fu fatta schiava, perseguitò in appresso tutti coloro che avevano tradita la libertà, pare aver consigliato il Guicciardini a scrivere la storia de' suoi tempi onde ricuperare la pubblica stima. E senza dubbio lo stesso motivo trasse Filippo de' Nerli a dettare i suoi commentarj. Si era costui renduto talmente sospetto col suo zelo pei Medici, che il giorno 8 ottobre del 1529 venne arrestato con altri diciotto cittadini, e custodito in palazzo fino alla fine dell'assedio[29].La signoria aveva di fresco spediti quattro ambasciatori al papa; ma troppo limitate erano le facoltà loro date, per soddisfare all'ambizione della casa de' Medici. Clemente VII rispose loro che il suo onore richiedeva che la città gli si rendesse a discrezione; che allora farebbe a vicenda vedere al mondo ch'egli ancora era Fiorentino, e che amava lasua patria[30]. Questa risposta fu comunicata ad un'assemblea generale de' cittadini adunati nella sala del gran consiglio; in appresso questi si divisero in sedici sezioni per deliberare sotto i loro gonfalonieri, e quindici di queste sezioni dichiararono, che preferivano di sagrificare i loro beni e le loro vite in una battaglia piuttosto che l'onore e la libertà in un trattato[31].Malgrado i progressi fatti dall'arte di attaccare le città, le fortificazioni di Firenze erano tuttavia risguardate come quasi inespugnabili dalla banda del piano; ma quella parte delle mura che attraversa le colline al mezzodì dell'Arno, era mal situata, signoreggiata in più luoghi ed assai debole. Della porzione montuosa di questo ricinto, chiamato Monte a Samminiato, fu affidata la difesa a Stefano Colonna, che poca cura prendevasi del rimanente dell'assedio, e che nel suo quartiere non riconosceva verun superiore[32]. Gli indugj del principe d'Orange, che consumòquasi quindici giorni in Val d'Arno, quando aspettavasi di vederlo ad ogni istante giugnere sotto la città, diedero il tempo di afforzare, con nuovi lavori, quelle mura che si credevano più deboli; permisero pure di dare effetto ad un ordine emesso il 19 di ottobre dal consiglio degli ottanta, ciò era di spianare tutti i sobborghi, tutte le case, tutti gli orti entro il raggio di un miglio dalle mura di Firenze. Quest'ordine, che sagrificava migliaja di ricchi edificj e di deliziosi orti nella più popolata e più riccamente coltivata situazione d'Italia, venne eseguito con uno zelo veramente patriotico dai medesimi proprietarj, i quali si vedevano entrare in città carichi di fascine che avevano tagliate per le fortificazioni, tra gli oliveti, le ficaje, gli aranci ed i cedri de' loro proprj giardini[33].Soltanto il 14 di ottobre il principe d'Orange venne ad alloggiarsi a Pian di Ripoli, sotto Firenze. Aveva chiesta dell'artiglieria ai Sienesi, che, prestandola a mal in cuore, la facevano avanzare assai lentamente. Perciò le prime batterie non si scoprirono che sul principio di novembre;ed in quell'intervallo i Fiorentini avevano lavorato con tanta costanza intorno alle loro fortificazioni, che più non credevano di dover temere gli attacchi de' loro nemici. La repubblica pagava allora il soldo di diciotto mila fanti e di seicento cavalli: ma effettivamente non aveva che tredici mila soldati in attività, sette mila de' quali in Firenze, e sei mila nelle guarnigioni di Prato, Pistoja, Empoli, Volterra, Pisa, Colle e Montepulciano. Malatesta Baglioni aveva sotto il suo comando tre mila Perugini, ed il capitano Pasquino, a lui subordinato, tre mila Corsi; Stefano Colonna comandava ai tre mila uomini della milizia urbana, che servivano non altrimenti che se fossero truppe di linea. Tutta la popolazione aveva contratte abitudini militari, e tranne i lavori affatto meccanici erasi in città abbandonata ogni altra occupazione. La spesa di questo nuovo stato di guerra ammontava ogni mese a settanta mila fiorini[34].Per difendere le più lontane parti del territorio, ed in particolare Borgo san Sepolcro e Montepulciano, i Fiorentini avevano stipendiato Napoleone Orsini,più conosciuto sotto il nome di abate di Farfa, sebbene già da lungo tempo egli avesse riconsegnata quest'abazia per far il mestiere di condottiere. Era costui uno dei più formidabili tra que' gentiluomini che passavano la loro vita tra la guerra e gli assassinj. Aveva nel suo feudo di Bracciano adunato un numeroso corpo di soldati e di banditi, coi quali, per vendicare, secondo egli diceva, i Romani, esercitava grandi crudeltà contro gli imperiali, e poi contro i soldati del papa[35]. Da principio servì utilmente i Fiorentini coi trecento cavalli che aveva seco; ma in appresso si lasciò sorprendere da Alessandro Vitelli tra Borgo san Sepolcro e Città di Castello: la di lui truppa fu totalmente dispersa, ed egli medesimo salvossi a stento, abbandonando, dopo quest'accidente, il servigio de' Fiorentini[36].Altri fatti d'armi di non molta importanza accaddero ne' contorni di Firenze, sia lungo le linee che voleva formare il principe d'Orange, sia nell'attacco dellepiccole fortezze di Val d'Arno, ch'egli cercava di occupare. Francesco Ferrucci segnalossi in queste scaramucce per la sua intrepidezza e per le sue cognizioni militari, e si acquistò non meno la confidenza de' suoi concittadini che la stima de' nemici. Sebbene antica fosse la famiglia del Ferrucci, era povera, e da più generazioni non aveva dato verun distinto magistrato. Suo avo Antonio si era fatto nome negli assedj di Pietra Santa e di Sarzana. Egli e suo fratello Simone avevano militato sotto Anton Giacomino Tebalducci, il migliore ufficiale che i Fiorentini avessero avuto da lungo tempo: avevano da lui imparata l'arte della guerra, e si erano poi fatto nome nelle bande nere sotto Giovanni de' Medici. Francesco Ferrucci aveva sempre servito in questa ragguardevole milizia, e nella spedizione di Napoli, di dove era recentemente tornato, aveva le incumbenze di pagatore[37]. Dalla signoria fu spedito in qualità di commissario generale prima a Prato, in appresso ad Empoli; e dopo avere poste quelle piccole città in istatodi difesa, egli tenne la campagna con tanto vantaggio, e prese così spesso ai nemici grossi convoglj di cavalleria o di vittovaglie, seppe mantenere tanta disciplina nella sua piccola armata, che i soldati, che egualmente lo amavano e rispettavano, credevansi sotto i di lui ordini invincibili[38].Gli Spagnuoli, appena giunti presso Firenze, avevano preso Samminiato, dove avevano lasciato dugento fanti, che, spalleggiati dagli abitanti della terra, infestavano tutto il circostante paese, e rendevano più difficile la comunicazione tra Firenze e Pisa. Avendo il Ferrucci determinato di scacciarli, andò ad assalirli con sessanta cavalli e quattro compagnie di fanteria; fu il primo a piantare la sua scala contro le mura, ed il primo a salirvi; e sebbene gli Spagnuoli facessero, coll'ajuto degli abitanti, una vigorosa resistenza, il Ferrucci prese Samminiato d'assalto, ed occupò pure la fortezza, uccidendo quasi tutti gli Spagnuoli che avevano difese le mura. Mentre che stava eseguendo questa spedizione, fu attaccato dagl'imperiali il castello della Lastra posto sullastessa strada, ma più di Samminiato vicino a Firenze. Questo castello oppose una gagliardissima resistenza, e gli Spagnuoli avevano di già perduta molta gente, quando fecero avanzare l'artiglieria. Allora gli assediati chiesero di trattare, ed ottennero un'onorata capitolazione. Ma gli Spagnuoli, appena passata la porta, assalirono la guarnigione che stava senza sospetto, e tutta la passarono a fil di spada[39].Fin qui l'esercito imperiale nulla aveva tentato contro la stessa piazza di Firenze; ma il 10 di novembre, vigilia di san Martino, supponendo l'Orange che i Fiorentini non facessero attenta guardia in quella notte consacrata al piacere, approfittò della profonda oscurità, renduta ancora maggiore dall'abbondante pioggia che cadeva, per tentare la scalata: furono poste in opera quattrocento scale lungo le mura, dalla porta di san Niccolò fino a quella di san Friano; cioè in tutta la più montuosa parte di Firenze; ma in ogni luogo le sentinelle chiamaronoall'armi, la guardia nazionale gareggiò colla truppa di linea, ed il nemico fu respinto[40].Appunto un mese dopo questo primo sperimento, Stefano Colonna, che comandava nel quartiere che gl'imperiali avevano tentato di sorprendere, si provò ancor egli di attaccarli all'impensata nelle loro linee. Era egli personalmente nemico di suo parente Sciarra Colonna, che serviva nel campo nemico, e la notte dell'undici di dicembre andò ad attaccarlo nel suo quartiere di santa Margarita a Montici, con cinquecento fanti, ai quali aveva fatto porre sopra le armi, per conoscersi nell'oscurità, delle camicie bianche. Gl'imperiali, sorpresi in mezzo a tanta oscurità, perdettero molta gente prima che potessero ordinarsi, ed un ridicolo accidente accrebbe ancora il loro disordine: i Fiorentini, andando dovunque in traccia de' nemici, forzarono le porte d'una stalla, nella quale erasi chiusa una mandra di majali delle Maremme quasi selvaggi, i quali, spaventati dalle voci dei soldati, precipitaronsi tra i fuggiaschi con orribili grugniti, ed atterrarono moltissimi soldati, che nulla potendo discernere incosì grande oscurità credevansi inseguiti dai nemici. Di già erano accorsi il principe d'Orange e don Ferdinando Gonzaga per soccorrere le loro genti, ed andavano ponendo qualche ordine nelle difese, quando da tre porte di Firenze sortirono, secondo il preventivo accordo fatto con Stefano Colonna, tre nuovi corpi d'armata per attaccare gl'imperiali. Gli assedianti vennero forzati in molte posizioni, e più volte si credettero in sul punto di essere scacciati dal loro campo. Finalmente Malatesta Baglioni fece suonare a raccolta assai più presto che non abbisognava; e forse perdette così l'unica occasione di mettere fine alla guerra con una vittoria[41].Due giorni dopo il commissario Ferrucci tese presso Montopoli un'imboscata al colonnello Pirro di Stipicciano, della casa Colonna, e gli uccise o prese molta gente. Questi fatti, benchè di non molta importanza, giovavano però a rianimare il coraggio degli assediati, ed a far dimenticare le loro perdite. N'ebbero spesso di assai dolorose. Il 16 di dicembre due de' loro migliori capitani, Mario Orsini e Giorgio Santa Croce, furono uccisi da un solocolpo di colombrina, mentre stavano ordinando certi cambiamenti da farsi alle fortificazioni[42]. Lo stesso giorno i Fiorentini ricevettero una notizia che li liberò da un cocente pensiero; Girolamo Moroni era morto il 15 di dicembre nel campo degli assedianti. Quest'uomo così versato in tutte le arti dell'intrigo, che aveva governato con dispotica autorità Massimiliano, indi Francesco Sforza, e che aveva avuta tanta parte nelle rivoluzioni della Lombardia, era passato all'armata imperiale come prigioniero del Pescara. Era di già condannato a pena capitale, quando giunse ad acquistarsi il favore del Borbone, che lasciossi poscia da lui governare fino alla sua morte sotto le mura di Roma. Il principe d'Orange aveva coll'armata raccolto il consigliere del suo predecessore, ed oramai non faceva nulla senza il di lui parere: lo stesso Clemente VII era vinto dalla opinione del sorprendente ingegno politico del Moroni, e gli perdonava il male che aveva da lui ricevuto in visto del male che sperava di poter fare col di lui mezzo ai nemici. Pareva che il Moroni tenesse dietro allafortuna piuttosto che ad un determinato oggetto; voleva rendere potenti coloro cui erasi attaccato, e condurre a felice fine le loro imprese; del resto pareva indifferente rispetto alle persone ed ai principj, e dopo avere lavorato per escludere gli stranieri d'Italia, si adoperava con eguale ardore per servirli contro gl'Italiani. Morì naturalmente e quasi senza malattia in età decrepita. Lusingavansi i Fiorentini che la di lui morte lascerebbe il principe d'Orange senza mezzi nel consiglio, e senza opinione nell'armata, perchè credevano che il destro Moroni fosse stato fin allora l'anima del campo nemico[43].Frattanto le negoziazioni di Bologna si accostavano al loro fine, e colla mediazione del papa tutti gli stati d'Italia si andavano riconciliando coll'imperatore, abbandonando i Fiorentini. Questi vedevano separarsi da loro un dopo l'altro tutti i membri di quella lega, chiamata santa, per la quale il re d'Inghilterra, il re di Francia, il duca di Milano, i Veneziani, il duca di Ferrara, eransi obbligati a difendere la loro repubblica ed a non trattare senza di lei; ma li ferì tanto più l'abbandono de' Venezianiche avevano maggior ragione di risguardarsi come uniti da una medesima causa, e che ancora recentemente avevano raffermata la loro alleanza[44]. D'altra banda mentre perdevano i loro alleati vedevano crescere i nemici, perciocchè una delle condizioni della pacificazione di Lombardia portava che Carlo V ne ritirerebbe le sue truppe; ed infatti negli ultimi giorni di dicembre circa venti mila tra Spagnuoli e Tedeschi passarono gli Appennini con una numerosa artiglieria, e vennero ad accamparsi sulla riva destra dell'Arno, che fin allora si era preservata dai guasti della guerra[45]. I Fiorentini, atterriti dall'arrivo di questi nuovi nemici, evacuarono Pistoja e Prato con quella stessa precipitazione con cui al sopraggiugnere della prima armata avevano evacuata Cortona ed Arezzo. Le più lontane fortezze di Pietra Santa e di Motrone aprirono volontariamente le loro porte agl'imperiali, di modo che prima che terminasse l'anno l'autorità della repubblica più non eraconosciuta che in Livorno, Pisa, Empoli, Volterra, Borgo san Sepolcro, Castrocaro e nella cittadella d'Arezzo[46].Malgrado i pericoli dello stato, la prima magistratura veniva ricercata con eguale ardore. Francesco Carducci, ch'era stato sostituito al Capponi negli otto ultimi mesi del 1529, aveva dato prove del vigore del suo carattere e del suo ingegno. Desiderava di essere confermato pel susseguente anno, ed espresse abbastanza chiaramente tale suo desiderio nel gran consiglio, ove rappresentò ai suoi concittadini che in così difficili circostanze, non potevasi quasi mutare il capo dello stato, senza esporsi altresì a cambiare tutte le misure, ed a sovvertire tutti i progetti maturati lungo tempo innanzi. Ma questo stesso avvertimento parve offendere coloro che credevansi non meno di lui capaci di sostenere la prima carica della stato, ed il Carducci non venne pure annoverato tra i sei candidati designati pel gonfalone. Il gran consiglio scelse il 2 di dicembre Raffaele Girolami, il solo degli ambasciatori mandati a Carlo V aGenova, che fosse tornato in patria a rendere conto della sua missione. Dopo tal giorno il Girolami visse nel palazzo del pubblico, ed assistette alle deliberazioni della signoria, sebbene non entrasse in funzione che il primo gennajo del 1530[47].Dopo l'arrivo della seconda armata imperiale provegnente dalla Lombardia, Firenze era circondata da ogni banda, ed il principe d'Orange aveva una formidabile artiglieria, e più che bastante per istringere vivamente l'assedio; pure non cercò di battere in breccia le mura, e solo tentò, e quest'ancora con infelice riuscita, di atterrare alcune torri dalla di cui artiglieria veniva incomodato, limitandosi a bloccare la città colla speranza di affamarla[48].Oltre l'ordinaria numerosa sua popolazione, Firenze conteneva in allora molti contadini che vi si erano rifugiati dalle circostanti campagne, e dodici in quattordici mila soldati. Gli ultimi non sierano accostumati in veruna delle precedenti guerre d'Italia a soffrire le privazioni. La loro moderazione, la loro disciplina, la loro pazienza formarono un singolare contrasto colle vessazioni sofferte dalle altre città per parte de' soldati ricevuti entro le loro mura. Senza dubbio Firenze andava di ciò debitrice alla guardia urbana, che colla sua lodevole condotta serviva d'esempio alle altre truppe, e le teneva in dovere. Nondimeno tutti i granaj di Firenze sarebbersi a lungo andare vuotati, se il commissario generale Francesco Ferrucci non avesse trovato il mezzo, mercè una costante attività ed uno zelo eguale al suo coraggio, d'introdurre in città varj convoglj di bestiami, di granaglie e di foraggi, e di farvi passare le munizioni che si trovavano ammassate ad Empoli, a Volterra ed a Pisa[49].L'accordo d'Ercole d'Este in qualità di capitano generale era terminato col 1529, senza ch'egli si fosse mai recato al suo posto. Gli uomini d'armi da lui mandati avevano ubbidito al conte ErcoleRangoni, di lui luogotenente; ma si erano contenuti assai mollemente, dietro gli ordini stessi ricevuti da Ferrara. Alla fine dell'anno il principe li richiamò. Egli più non desiderava di conservare il posto di capitano generale, ed i Fiorentini non avevano verun pensiero di confermarlo in cotale carica. I dieci della guerra procedettero a nominargli un successore; ma pendevano incerti tra Malatesta Baglioni, che ancora non aveva titolo di governatore generale, e Stefano Colonna, generale della loro ordinanza; ma quest'ultimo, uomo circospetto, e che trasparire non lasciava le segrete sue intenzioni, dichiarò che continuava a considerarsi come soldato del re cristianissimo, ch'egli rimaneva in Firenze per di lui servigio, e che non desiderava verun'altra distinzione[50]. Per lo contrario il Baglioni faceva pratiche per avere la prima carica. Sebbene indebolito e quasi storpiato da lunghe malattie, non era meno illustre per coraggio, che per militari talenti; aveva gloriosamente militato negli eserciti veneziani; sapeva farsi amare e rispettare dai soldati, sebbene facesse mantenere la più severa disciplina; e comecchèin appresso l'esperienza dimostrasse, che preferiva il suo personale interesse al dovere, ebbe, mancando ancora a quest'ultimo, certi riguardi per l'onor suo, che il più delle volte venivano dai condottieri trascurati. Fu il 26 di gennajo che il gonfaloniere Raffaele Girolami gli consegnò lo stendardo della repubblica ed il bastone del comando, dopo averlo esortato in presenza di tutto il popolo a versare, se il bisogno lo richiedesse, il suo sangue per la difesa della libertà fiorentina, e dopo avere ricevuto il di lui giuramento[51].Pochi dì avanti Francesco I, per fare cosa grata al papa ed all'imperatore, aveva fatto dare ordine a questo stesso Malatesta Baglioni, ed allo stesso Stefano Colonna, di abbandonare il servigio de' Fiorentini, dichiarando di non li volere incoraggiare nella loro ribellione contro la Chiesa e contro l'impero; ma in pari tempo che loro pubblicamente mandava quest'imbasciata, li faceva segretamente avvisare di non ubbidire. Richiamava ilsignore de Viglì, ma vi lasciava Emilio Ferreto in qualità di segretario dell'ambasciata, commettendogli di sostenere il coraggio de' Fiorentini, e di accertarli, che ricuperati che avesse i figliuoli col pagamento della loro taglia, tornerebbe a dar loro aperti ajuti[52].Dietro una decisione del gran consiglio, il nuovo gonfaloniere aveva spediti ambasciatori all'imperatore ed al papa a Bologna per chiedere la pace. Erano essi incaricati di offrire il richiamo de' Medici in Firenze, a condizione che tutto lo stato fiorentino sarebbe restituito alla repubblica, che sarebbe conservata la di lui libertà, e che la presente costituzione non verrebbe alterata. Carlo V non volle trattare con loro, e sempre li rinviò al papa; questi parve volere accordare le due prime condizioni, ma si alterò grandemente contro coloro che proponevano la terza; giurò che rovescierebbe un governo abbandonato alla plebaglia, che opprimeva tutto ciò che la nazione avrebbe dovuto rispettare; e costrinse gli ambasciatori, a mezzo febbrajo, ad uscire immediatamente da Bologna senza avere niente convenuto[53].Ma nè la durezza dell'imperatore e la collera del papa, nè l'abbandono del re di Francia, nè la fuga di varj capitani che passarono tra i nemici, nè le trame dei partigiani de' Medici, perseguitati con un rigore e con forme di giudizj indegni di una repubblica, nè la successiva perdita di tutto il dominio dello stato, ebbero forza di scoraggiare i Fiorentini. I monaci del convento di san Marco ed i proseliti di Girolamo Savonarola avevano ricominciate le loro prediche. Fra Benedetto da Fojano di santa Maria Novella, e fra Zaccaria, domenicano di san Marco, erano tra costoro i due più eloquenti oratori, e quelli che il popolo ascoltava con maggiore entusiasmo. Incoraggiavano essi i divoti colla promessa che Cristo, nominato loro re, penserebbe a difenderli, e profetizzavano che quando parrebbe impossibile ogni umano soccorso, quando gl'imperiali avrebbero di già innalzate sulle mura le loro insegne, gli Angeli del Signore scenderebbero in mezzo alla battaglia, e scaccierebbero colle infuocate loro spade i nemici del Signore dalla città che si era data in di lui potere[54].Mentre i Fiorentini aspettavano ogni venerdì di essere attaccati dal principe d'Orange, perchè gli Spagnuoli risguardavano tale giorno siccome fausto, non lasciavano dal canto loro passare un sol dì senza tentare con qualche sortita di sorprendere alcun posto de' nemici. In molte di queste zuffe perirono parecchj uomini che alla repubblica erano utilissimi, e si prese da ciò motivo di accusare Malatesta Baglioni di aver voluto spossare la guarnigione con questa piccola guerra. Con ciò, a dir vero, il Baglioni riuscì a rendersi affatto dipendente il consiglio di guerra, perchè gli ufficiali, che si andavano perdendo in queste scaramucce, venivano sempre rimpiazzati da creature proposte da lui medesimo; e dall'altra parte potev'essere fondato a credere che con queste piccole perdite non comperava a troppo caro prezzo il vantaggio di agguerrire i suoi soldati, d'inspirar loro confidenza e di dissipare quell'impazienza e quella noja che spesso riescono alle truppe assediate più funeste che le spade nemiche[55].Alcune delle sortite de' Fiorentini avevano un piano più generale. Sorprendendo di notte i quartieri de' nemici, potevano lusingarsi di disordinare tutto l'esercito e di forzarlo a levare l'assedio. Queste notturne sorprese chiamavansiincamiciate, perchè gli assalitori si coprivano con una camicia bianca, ad oggetto di riconoscersi nell'oscurità. Talvolta i Fiorentini non temevano di attaccare i loro nemici in pieno giorno; ed il 21 di marzo, dietro gli ordini di Malatesta Baglioni, cinque corpi, cadauno di cinque in sei cento uomini, sortirono da cinque diverse porte per attaccare contemporaneamente gl'imperiali, onde occupare un ridotto, chiamato ilcavaliere, innalzato dal principe d'Orange in faccia alla porta Romana: un corpo doveva condurre a fine quest'impresa, mentre gli altri distrarrebbero l'attenzione del nemico. Sgraziatamente i Fiorentini furono traditi da un disertore, che uscì di città mezz'ora prima di loro; pure, sebbene gl'imperiali si trovassero da per tutto apparecchiati a riceverli, l'attacco dei Fiorentini fu così vivo, che molti di loro giunsero sul Cavaliere; e quando si ritirarono all'avvicinarsi della notte, avevano fatto ai nemici assai maggior male che nonne avevano ricevuto[56]. Rinnovarono lo stesso attacco il 28 di marzo, ma meno felicemente. Il giorno di Pasqua ed i seguenti giorni, ebbero ancora luogo alcune brillanti scaramucce. Intanto l'imperatore era partito alla volta della Germania, il papa era tornato a Roma, e l'armata dell'Orange cominciava a sentire il bisogno di danaro. I Fiorentini erano persuasi che se riusciva loro in tale circostanza di ottenere qualche importante vantaggio sull'armata imperiale, farebbero levare l'assedio; mentre che invece sottomettendosi ad un più lungo blocco, la fame avrebbe all'ultimo consumate le loro forze[57].Sentendosi Malatesta Baglioni accusato dal popolo di trarre in lungo la guerra, vedendo che le guardie nazionali desideravano di fare una sortita generale, e che la volevano i dieci della guerra e la signoria, dichiarò che condurrebbe i Fiorentini alla battaglia, sebbene egli non lo credesse utile agli assediati. In fatti il 5 di maggio fece sortire più di mezza guarnigione fuori di porta Romana e di due altre porte dallo stesso lato dell'Arno;prese d'assalto il convento di san Donato, difeso dagli Spagnuoli; gettò il disordine in tutta l'armata del principe d'Orange, e se avesse fatto uscire il restante delle truppe di cui poteva disporre, o se Amico di Venafro, da lui destinato a comandare una delle tre colonne, non fosse stato ucciso nel precedente giorno, avrebbe probabilmente costretto il principe d'Orange a levare l'assedio[58].Dal canto suo Stefano Colonna diresse un attacco contro il campo de' Tedeschi in sulla destra dell'Arno, dove il conte Luigi di Lodrone era subentrato a Luigi di Wirtemberga. Il Colonna sortì dalla città il 10 di giugno, alcune ore prima che facesse giorno, per la porta di Faenza, onde marciare direttamente contro i nemici, mentre dovevano assecondarlo, il capitano Pasquino Corso uscendo dalla porta di Prato, e Malatesta Baglioni tenendo d'occhio il fiume per impedire che il principe d'Orange non ajutasse i Tedeschi. Il Colonna combattè valorosamente; forzò la doppia trincea de' Tedeschi, e loro uccise molta gente: ma il capitano Pasquino non venne in suo ajuto, secondogli era stato imposto, e Malatesta Baglioni, nel caldo della battaglia, invece di avanzarsi egli stesso, fece suonare a raccolta. Stefano Colonna la fece in buon ordine riportando un immenso bottino, preso ne' quartieri del nemico[59].Nello stesso tempo si combatteva ancora in altre parti dello stato fiorentino. Lorenzo Carnesecchi era commissario generale nella Romagna toscana; risiedeva d'ordinario a Castrocaro; e con pochissimi soldati e senza danaro, trovò il modo di allestire una piccola armata in questa provincia; rispinse gli attacchi delle truppe papali; portò invece il terrore ed i guasti in tutta la Romagna pontificia, e sforzò il governatore della legazione a chiedergli una parziale tregua. Il Carnesecchi non vi acconsentì, che quando ebbe egli medesimo esaurite tutte le sue forze per continuare la guerra[60].La cittadella d'Arezzo, assediata dagli Aretini, capitolò il 22 di maggio. I soldati che vi stavano di guarnigione si eranoammutinati, per non assoggettarsi più lungo tempo alle privazioni rendute necessarie dallo stato d'assedio. Gli Aretini non l'ebbero appena in loro potere che la spianarono all'istante, affinchè il principe d'Orange non potesse mandarvi guarnigione[61]. Il 23 di giugno si arrese agli Spagnuoli per capitolazione Borgo san Sepolcro, senza avere prima sostenuto un assedio[62]. Volterra si era data alle truppe del papa il 24 di febbrajo[63]: ma perchè questa città credevasi di somma importanza, i dieci della guerra, dopo avere nominato Francesco Ferrucci commissario generale, ed avergli date illimitate facoltà, e tali che mai non le aveva avute verun cittadino fiorentino, lo incaricarono di soccorrere la fortezza di Volterra, che tuttavia si difendeva, e di tentare, se fosse possibile, di riavere ancora la città.Il Ferrucci aveva adunata la sua piccola armata in Empoli, dove aveva pure raccolti abbondantissimi magazzini di vittovaglie, che successivamente spediva aFirenze; ed aveva posta quella città in così buono stato di difesa, ch'egli accertava che le sole donne avrebbero potuto coi loro fusi respingere gli Spagnuoli; egli partì il 27 di aprile, a seconda degli ordini ricevuti, e affidò il comando della città ad Andrea Giugni ed a Pietro Orlandini[64].La partenza del Ferrucci ebbe per Empoli funeste conseguenze: il principe di Orange spedì Diego Sarmiento, coi Bisogni spagnuoli, per assediarla; vi aggiunse tutta la cavalleria di don Ferdinando Gonzaga, e varie vecchie bande del marchese del Guasto. Nello stesso tempo Fabrizio Maramaldo batteva la campagna, e vietava al Ferrucci di avvicinarsi all'assediata città. Le batterie spagnuole cominciarono a battere Empoli il 24 di maggio, ed il 28 gl'imperiali diedero alla piazza un sanguinosissimo assalto; ma dopo molte ore di battaglia furono respinti. Nella susseguente notte, gli abitanti d'Empoli, temendo i patimenti di un assedio, mandarono segretamente al campo spagnuolo per capitolare, ed avendo ottenuta una salvaguardia per le persone e proprietà loro, non fecero parola dei soldati che gli avevano valorosamentedifesi. I due capitani Giugni ed Orlandini avevano avuto parte in questa vergognosa transazione. Quando in seguito gli Spagnuoli vennero introdotti entro le mura di Empoli, disprezzarono la capitolazione, ed abbandonarono al saccheggio non solo i ricchissimi magazzini adunati con tanto zelo e stento dal Ferrucci per assicurare l'approvvigionamento di Firenze, ma inoltre tutte le case degli abitanti[65].Intanto Francesco Ferrucci aveva condotta a buon fine la sua spedizione: partito da Empoli il 27 d'aprile, con circa mille quattrocento fanti e dugento cavaleggieri, cui aveva fatto prendere provvigioni per due giorni, giunse non pertanto lo stesso giorno a Volterra, tre ore prima di notte. Dopo essere entrato nella cittadella per la porta del soccorso, ed avere dato un'ora di riposo a' suoi soldati, scese nella città e forzò i primi trinceramenti innalzati dai Volterrani, e gl'inseguì vivamente fino alla piazza di sant'Agostino, dove eransi eretti altri trinceramenti. Intanto era sopraggiunta la notte, ed i suoisoldati, oppressi dalla fatica del lungo cammino fatto e dalla recente ostinata battaglia, più non potevano reggersi in piedi; fu d'uopo perciò trincerarsi sulla piazza, aspettando il vegnente mattino. All'indomani ricominciò la battaglia in sul fare del giorno. I Volterrani attendevano ad ogni istante gli ajuti loro promessi da Fabrizio Maramaldo, il quale occupava la provincia con due mila cinquecento Calabresi, i quali, non ricevendo il soldo, vivevano a discrezione. Ma il Ferrucci costrinse i Volterrani a capitolare, prima che il Maramaldo potesse soccorrerli[66].Il Ferrucci si affrettò di mettere Volterra in istato di difesa: doveva nello stesso tempo tenersi in guardia contro gli abitanti della città, pieni di rancore verso i Fiorentini, e contro Fabrizio Maramaldo, che non tardò ad attaccarlo colla sua infanteria leggiere. Prolungaronsi fra di loro le zuffe tutto il mese di maggio con un accanimento che si cangiò in odio personale. Dopo la presadi Empoli, il marchese del Guasto e don Diego di Sarmiento raggiunsero Maramaldo coi loro corpi d'armata. Il 12 di giugno scoprirono le loro batterie contro le mura di Volterra, e vi aprirono larghe brecce. Il Ferrucci rimase gravemente ferito in due parti durante quest'attacco; ma senza dar tempo di farsi medicare, fecesi portare sopra una seggiola in tutti i posti più minacciati dal nemico, e continuò egli solo, senza perdere un solo istante, a dirigere la difesa[67]. Il 17 di giugno, il marchese del Guasto, che aveva ricevuto dal campo del principe d'Orange un rinforzo d'artiglieria, aprì nuovamente larghe brecce nelle mura della città. La febbre erasi aggiunta alle ferite del Ferrucci; ma non pertanto questi, lasciando in non cale ogni cura della sua salute, fece testa al nemico, e dopo un'accanita zuffa lo costrinse a levare vergognosamente l'assedio[68].Dopo avere assicurato il possedimento di Volterra, il Ferrucci rivolse il pensiero ad eseguire la commissione che gli era stata data dai dieci della guerra; cioè di ragunare tutti i soldati fiorentini che trovavansi nelle varie parti del territorio tuttavia soggetto al governo della repubblica, e di venire, dopo avere in tal guisa ingrossato il più che poteva la sua piccola armata, ad attaccare il campo degli assedianti, mentre che i Fiorentini lo asseconderebbero con una vigorosa sortita; imperciocchè il gonfaloniere, la signoria, i dieci della guerra, e lo stesso consiglio degli ottanta, desideravano la battaglia, ed ordinavano ai loro generali d'attaccare il nemico. Invano Malatesta Baglioni e Stefano Colonna dichiaravano di non poter condurre le milizie contro soldati veterani, superiori di numero, e protetti dai loro trinceramenti in gagliarde posizioni: i consiglj replicavano l'ordine d'attaccare il nemico, onde almeno conservare alcuna possibilità di prosperi avvenimenti, mentre che la fame, ch'essi vedevano non lontana, e la peste, che dal campo nemico era entrata in città, gli andavano distruggendo, quasi con tanta rapidità come avrebbefatto la battaglia, senza lasciar loro nè gloria, nè speranza[69].Il Ferrucci ricevette il 14 di luglio le nuove facoltà che gli venivano affidate, le quali lo rendevano in autorità eguale alla signoria ed all'intero popolo di Firenze; in pari tempo ebbe ordine di porsi in cammino per salvare la sua patria, che tutte in lui solo riponeva le sue speranze. Egli aveva sotto i suoi ordini venti compagnie, sette delle quali lasciò alla custodia di Volterra, e seco condusse le altre tredici, che non ammontavano in tutto a più di mille cinquecento uomini, sebbene in origine fossero tutte composte di dugento soldati. Scese la Cecina, ed arrivò per Vado e Rossignano a Livorno, senza lasciarsi trattenere dagli archibugieri di Maramaldo, che tentavano di precludergli la strada. Da Livorno recossi a Pisa, ove il signore Giampaolo Orsini lo stava aspettando con un corpo quasi eguale al suo. Era questi figliuolo di Renzo di Ceri, e nel maggior pericolo della repubblica, le si era offerto con una specie di cavallerescosagrificio, onde avere parte in quest'ultima battaglia in favore della libertà e dell'indipendenza italiana[70]. Per pagare queste due piccole armate, convenne levare danaro in Pisa col mezzo d'arbitrarie contribuzioni; e mentre che il Ferrucci, oppresso dalle fatiche e dalle cure, doveva provvedere personalmente a tutto, fu sorpreso da violenta febbre, che lo tenne tredici giorni in una forzata e disperante inazione[71].Il piano che stava per eseguire il Ferrucci non era suo. Egli aveva offerto alla signoria di condurre la sua piccola armata contro Roma, dove sapeva trovarsi il papa senza veruna difesa; avrebbe dato voce d'andare a mettere a sacco per la seconda volta la corte romana, ed avrebbe richiamati così sotto le sue insegne la folla dei mercenarj senza onore e senza religione, che non guerreggiavano che per bottinare: soprattutto contava di guadagnare facilmente iBisognispagnuoli di Diego Sarmiento. Il papa, atterrito all'avvicinarsi di questa truppa,avrebbe fatta la pace, o per lo meno avrebbe richiamato il principe d'Orange per difendersi. Ma la signoria ricusò di approvare cotale progetto, da lei giudicato troppo ardito[72].Francesco Ferrucci, avendo finalmente ricuperate le forze, prese tutte le convenienti misure per la sicurezza di Pisa; in pari tempo si provvide d'artiglieria, di fuochi artificiali, e di tutto quanto poteva dare alla sua piccola armata maggiore fiducia in se medesima; indi si pose in cammino la notte del 30 luglio, tre ore dopo il tramontare del sole, con un'armata di tre mila pedoni e di quattro in cinquecento cavalli. Uscì di Pisa per la porta di Lucca, ed attraversando tutto lo stato lucchese tentò da prima di entrare nel piano di Pescia pel ponte di Squarcia Boccone; ma perchè vi trovò qualche resistenza, penetrò nelle montagne lucchesi, e si accampò la prima notte a Medicina; indi passò la seguente a Calamecca nelle montagne di Pistoja. Sperava di ragunare in questa provincia tutta la fazione dei Cancellieri, i quali erano ben affetti alla repubblica, e, dopo avere ingrossata la sua armata con bande d'insorgenti, d'impadronirsidi Pistoja, ove potrebbe adunare i magazzini che destinava a vittovagliare Firenze. Ma i partigiani dei Cancellieri, ch'egli trovò a Calamecca, volendo approfittare del di lui arrivo per vendicarsi del partito nemico de' Panciatichi, lo traviarono dalla strada che avrebbe dovuto tenere, e lo condussero a San Marcello, ove signoreggiavano i Panciatichi. Infatti il Ferrucci prese questa terra, la saccheggiò, e la bruciò, perdendo in tal modo un tempo prezioso. Una dirotta pioggia gli fece inoltre differire alcune ore la partenza; egli condusse poi la sua armata a Gavinana, castello spettante alla fazione dei Cancellieri, lontano quattro miglia da San Marcello ed otto dalla città di Pistoja[73].Ma qualunque stata fosse la rapidità del Ferrucci e l'accortezza della sua marcia, che, girando la metà de' confini toscani, lo conduceva in soccorso di Firenze per la parte più opposta a quella ond'era partito, egli era quasi circondatoda tutte le bande. Fabrizio Maramaldo trovavasi sulla di lui manca, e lo aveva sempre seguito senza tentare di venire alle mani. Alessandro Vitelli stava alla destra col corpo deiBisognispagnuoli, che poc'anzi si erano ammutinati e ritirati ad Alto Pascio, di dove egli aveali ricondotti all'ubbidienza colla speranza di una battaglia. Il Bracciolini lo seguitava con un migliaja d'uomini della fazione dei Panciatichi, armati sulle montagne. Pure il Ferrucci credevasi ancora in situazione di sottrarsi a tutti, o di attaccarli e vincerli separatamente, quando lo stesso principe d'Orange gli si fece incontro con mille veterani tedeschi, altrettanti spagnuoli e quattro colonnelli italiani[74].Il principe d'Orange, che confidato aveva il comando dell'armata, durante la sua assenza, a don Ferdinando Gonzaga, ed al conte di Lodrone, non poteva allontanarsi tanto da Firenze, che sull'appoggio di un tradimento. Sapeva il gonfaloniere che la salvezza della repubblica era tutta ridotta nel solo Ferrucci, onde voleva assecondarlo col piùvigoroso attacco contro il campo degli assedianti. Qualunque si fosse la superiorità della posizione, del numero o della disciplina degli Spagnuoli e de' Tedeschi, voleva affrontarla, ed ordinò a Malatesta Baglioni di apparecchiarsi ad una generale sortita. Dichiarò in pari tempo che si porrebbe egli stesso alla testa della scelta milizia fiorentina, e che seguirebbe la truppa di linea ovunque il Malatesta la condurrebbe, lasciando la guardia di Firenze ai vecchi ed all'ordinanza dei contadini[75].Ma il Baglioni non aveva più che sperare o temere dalla repubblica fiorentina, e non voleva più oltre legare la propria fortuna a quella di uno stato che vedeva in sul punto di perire. Aveva segretamente negoziato col principe d'Orange, e per mezzo di lui anche con Clemente VII; erasi fatta confermare la sua sovranità di Perugia e promettere nuovi favori ecclesiastici e temporali, obbligandosi per iscrittura verso il principe d'Orange a non attaccare il campo, mentre il principe ne starebbe lontano per andare contro il Ferrucci. Successivamente oppose tre proteste agli ordini datigli dalla signoriadi attaccare il nemico; ed il suo collega Stefano Colonna ebbe la debolezza ancor esso o la falsità di sottoscriverle. Diceva in queste scritture che la battaglia cui volevasi sforzarlo cagionerebbe l'irreparabile ruina della sua armata e della repubblica; e quando all'ultimo ebbe un perentorio ordine di marciare, vi si prestò con tanta lentezza, che prima ch'egli si fosse mosso, i Fiorentini ebbero notizia dell'esito della spedizione del Ferrucci[76].Il principe d'Orange era partito dal suo campo la sera del primo giorno di agosto; camminò tutta la notte, ed all'indomani diede riposo alle sue truppe a Lagone, villaggio posto tra Gavinana e Pistoja: colà stavano mangiando nella stessa ora in cui quelle del Ferrucci facevano lo stesso a San Marcello. Le due armate ripresero di nuovo il cammino press'a poco nello stesso istante, e giunsero nello stesso tempo innanzi a Gavinana. La campana a stormo che suonavasi in questo villaggio, avvisò il Ferrucci dell'avvicinarsi del nemico, senza che per altro potesse sospettare che fosse lostesso principe d'Orange, ed una tanto ragguardevole parte della di lui armata, che avessero abbandonato il campo sotto Firenze[77].La fanteria del Ferrucci era divisa in due corpi, ognuno di quattordici compagnie; egli comandava il primo, e Giampaolo Orsini il secondo, che serviva di retroguardia. Era egualmente divisa in due squadroni la cavalleria; uno de' quali era condotto da Amico d'Ascoli, l'altro da Carlo di Castro e dal conte di Civitella[78]. Prima di venire a battaglia, il Ferrucci esortò brevemente i suoi commilitoni; loro ricordò che la salvezza di Firenze e l'ultima speranza della repubblica erano riposte nella piccola loro armata, e non altro domandò loro che di seguirlo dovunque lo vedessero avanzarsi[79].Il Ferrucci, essendosi rimesso il caschetto, scese da cavallo ed entrò in Gavinana colla picca in mano nell'istante medesimo in cui Fabrizio Maramaldo, avendo fatto atterrare un muro secco,vi entrava per un'altra strada. La fanteria delle due armate s'incontrò sulla piazza del castello, intorno ad un alto castagno che ne occupava il centro; ed in tal luogo la pugna fu più lunga e più accanita, mentre che il principe d'Orange colla sua cavalleria attaccava impetuosamente quella del Ferrucci, ch'erasi trattenuta fuori delle mura. I cavalieri fiorentini tennero saldo; alcuni archibugieri, frammischiati nelle loro linee, fecero replicate scariche contro i cavalli nemici e gli sgominarono. Il principe d'Orange, cercando di riordinarli, attraversò solo di galoppo una ripida costa sotto il fuoco de' Fiorentini, e colpito nello stesso tempo da due palle nel collo e nel petto, cadde subito morto. Antonio d'Herrera ed il rimanente de' cavalieri, presenti alla caduta del principe, si posero in fuga, e non si trattennero che a Pistoja, ove sparsero il terrore nella loro fazione. I soldati del Ferrucci trovarono nelle tasche del principe d'Orange lo stesso viglietto di Malatesta Baglioni, con cui il Malatesta gli prometteva di non attaccare il di lui campo[80].La cavalleria del Ferrucci, dopo avere dispersa quella del principe d'Orange, ed ucciso questo generale, faceva echeggiare l'aria colle grida della vittoria. Ma nello stesso tempo Giampaolo Orsini era stato attaccato da Alessandro Vitelli; la retroguardia da lui comandata aveva perdute le insegne disordinandosi, e Giampaolo era stato forzato a ritirarsi a piedi in Gavinana, dove aveva raggiunto il Ferrucci. Questi dal canto suo aveva cacciato fuori di Gavinana Maramaldo ed i di lui Calabresi, i Landsknecht ed i cavalli del principe; ma dopo avere combattuto tre ore sotto un cocente sole di agosto, egli riposavasi appoggiato sulla sua picca, quando venne attaccato da un altro corpo di Landsknecht che non aveva per anco combattuto; in quell'istante il Ferrucci e Giampaolo non avevano presso di loro che pochi ufficiali, essendosi alquanto allontanati i loro soldati per riposarsi qualche minuto. Con questo piccolo corpo scelto l'Orsini ed il Ferrucci si difesero ancora lungo tempo. Frattanto Giampaolo, ferito, e coperto di polvere, più non vedendo speranza di salvezza, rivoltosi al Ferrucci gli disse:Signor commissario, non vogliamo ancora arrenderci? No! rispose il Ferrucci,e scagliossi contra un nuovo squadrone di nemici che veniva ad attaccarlo. Infatti lo respinse fuori delle porte; ma mentre lo inseguiva vide chiudersi le porte alle spalle. La terra era presa, tutti i suoi soldati morti, feriti, o fuggitivi; lo stesso Ferrucci aveva ricevuto più d'una ferita mortale, e nel di lui corpo omai rimanevano poche parti sane; finalmente egli si arrese ad uno spagnuolo, che, per guadagnare il di lui riscatto, procurava di salvargli la vita. Ma Maramaldo, fattoselo condurre innanzi sulla piazza del castello, lo fece disarmare e lo pugnalò colle sue mani. Il Ferrucci si contentò di dirgli:tu uccidi un uomo di già morto[81].Nello stesso tempo fu fatto prigioniere Giampaolo Orsini, che poi riebbe la libertà pagando una taglia; era venuto in mano de' vincitori anche Amico d'Ascoli, ma il di lui personale nemico, Muzio Colonna, lo comperò per seicento ducatida colui che lo aveva preso, per ucciderlo poi a voglia sua; Guglielmo Frescobaldi, che il Ferrucci aveva pel suo migliore luogotenente, morì a Pistoja in conseguenza delle sue ferite; rimasero sul campo di battaglia circa due mila morti, ed ancor maggiore fu il numero de' feriti. L'armata del Ferrucci era distrutta; ma gl'imperiali avevano a caro prezzo acquistata la vittoria: grandissima era la perdita dell'armata imperiale, e la morte del suo generale poteva disordinarla, tanto più che il marchese del Guasto l'aveva in allora abbandonata per passare ai servigj di Ferdinando d'Ungheria[82].Vero è che il Ferrucci era ancora più necessario ai Fiorentini, che non il principe d'Orange agl'imperiali. Allorchè il 4 di agosto si ebbe in Firenze la notizia della morte di lui, tutta la città fu compresa da dolore e da spavento. Invano il gonfaloniere e la signoria si sforzavano di rianimare gli abbattuti spiriti, e di far mostra de' mezzi che tuttavia restavano. La sconfitta del Ferrucci veniva in parte attribuita ad una dirotta pioggia che aveva spente le trombe a fuoco, specie diartificio che i fanti fiorentini portavano attaccato alle loro picche, e che, costantemente vomitando fiamme, spaventava i cavalli. Ma il gonfaloniere ricordava che quella stessa pioggia che aveva perduto il Ferrucci, poteva salvare la città; che le acque dell'Arno erano così gonfie, che varj quartieri del campo nemico non potevano più avere comunicazione cogli altri; e che i Fiorentini, con una generale sortita, potevano avere il vantaggio del numero, attaccando ad uno ad uno i posti nemici. Affrettava perciò Malatesta Baglioni a venire a battaglia, e la signoria, per affezionarsi i capitani delle sue truppe di linea, prometteva loro per premio della vittoria la continuazione del soldo finchè vivrebbero; ma Malatesta Baglioni ricusò di ubbidire, e dichiarò altamente di volere oramai salvare una città, vicina a perdersi a cagione dell'ostinazione e della temerità de' suoi capi[83].Il Baglioni trovava in Firenze un grosso partito che faceva eco al suo rifiuto di combattere. Tutte le persone deboli e pusillanimi, tutti gli egoisti e coloro chesospiravano dietro i godimenti d'una vita tranquilla, desideravano la pace, e l'avrebbero accettata a qualunque patto. I partigiani dell'aristocrazia più non si curavano di esporsi ulteriormente pel mantenimento dell'autorità popolare: i segreti partigiani dei Medici osavano essi pure di manifestare i loro voti; e gli storici di questo partito confessano il tradimento del Baglioni per fargliene un merito[84]. Oramai i cittadini attaccati alla libertà non venivano indicati con altri nomi che con quelli di ostinati e di arrabbiati. Il Malatesta dichiarò che piuttosto che attaccare il campo imperiale, comandato, dopo la morte del principe d'Orange, da don Ferdinando Gonzaga, darebbe la sua dimissione. I dieci della guerra credettero di poterlo prendere in parola, e l'otto agosto gli spedirono Andreolo Niccolini per portargli il congedo dettato colle più lusinghiere espressioni. Estrema fu la sorpresa del Baglioni quando lo ricevette, e maggiore della sorpresa la rabbia: senza volerlo accettare, senza volerlo leggere, si fece addossoal Niccolini che lo recava, e lo ferì con ripetute pugnalate[85].Il gonfaloniere volle fare un altro esperimento per mantenere la vacillante autorità della repubblica; ordinò a tutte le compagnie della milizia di adunarsi in piazza, e si pose alla loro testa per andare contro il Baglioni. Ma il terrore aveva di già sbandita ogni subordinazione, ed invece delle sedici compagnie, otto sole si trovarono sulla piazza. Dall'altro canto Malatesta Baglioni aveva di già introdotto nel suo bastione il capitano imperiale, Pirro Colonna di Stipicciano; aveva disarmata o congedata la guardia fiorentina della porta Romana, ed aveva rivolta contro la città l'artiglieria destinata a difendere le mura[86].Firenze era perduta, e non eravi umana forza che potesse salvarla. Mentre che molti cittadini volevano ancora morire liberi e colle armi alla mano, gli altri conoscevano che verun ostacolo più non poteva oramai trattenere quella feroce armata, che si era infamata colla tirannideesercitata in Milano, e col sacco di Roma: si riparavano nelle chiese colle loro donne, i figliuoli e le loro ricchezze, e senza potersi appigliare a verun partito, senza nutrire veruna speranza, più non ubbidivano alle magistrature, e non facevano che imbarazzare coloro che non avevano per anco tutto perduto il coraggio, e mostravano ancora costanza.La signoria colla più profonda umiliazione, e col più acerbo dolore, restituì il bastone del comando al Malatesta, in arbitrio del quale stava il permettere agli imperiali d'inondare la città, o l'imporre loro qualche condizione. Quattrocento giovani, tra i quali si videro con dolore i figli ed i generi del gonfaloniere Niccolò Capponi, eransi schierati in armi sulla piazza di santo Spirito, risoluti di appoggiare il Baglioni e di non riconoscer più la signoria. Fece questa un estremo sforzo per richiamarli sotto le sue insegne; rappresentò loro, che separandosi dai proprj concittadini in così difficili circostanze, esponevano la patria e sè medesimi ai più spaventosi pericoli; ma per tutta risposta non ebbe che insulti e minacce da quei giovani che vennero in armi sulla piazza del palazzo, e costringerla a porre in libertàtutti coloro che ella teneva custoditi a motivo del loro attaccamento alla fazione dei Medici[87].Fra tanto perturbamento la signoria nominò quattro ambasciatori, che spedì al campo di Ferdinando Gonzaga per chiedere una capitolazione. Scelse Baldo Attuiti, Jacopo Morelli, Lorenzo Strozzi e Pier Francesco Portinari. Non ebbero questi d'uopo di cercare lontano coloro coi quali dovevano trattare, perchè Bartolomeo Valori, uno degli emigrati che il papa aveva nominato suo commissario in Toscana, e che a nome dei Medici governava tutto il paese occupato dall'armata imperiale, era venuto in quella medesima casa dei Pini, in cui abitava Malatesta Baglioni. Le condizioni che ottennero gli ambasciatori erano più vantaggiose che sperare si potessero in così tristi circostanze; ma le condizioni sono di poca importanza, quando vengono giurate da sovrani senza fede, ed in seguito riclamate da uomini senza potenza. È probabile che il papa avesse ordinato al Valori di acconsentire a tutto, riservandosi poi l'interpretazionedel trattato a modo suo. L'imperatore nulla affatto somministrava pel soldo e pel mantenimento dell'esercito sotto Firenze, e Clemente VII non aveva più credito per essere state le sue entrate assorbite da lunghe guerre, e le sue ricchezze perdute nel sacco di Roma: perciò non poteva più oltre sostenere cotali spese, che oltrepassavano i settanta mila fiorini al mese[88].Il trattato, che venne sottoscritto il 12 di agosto del 1530 a santa Margarita di Montici, portava che la forma del governo di Firenze sarebbe regolata dall'imperatore entro il termine di quattro mesi, a condizione che sarebbe salva la libertà. Prometteva la repubblica di pagare all'armata cinquanta mila scudi in danaro sonante, e trenta mila in cambiali; ed in compenso le truppe imperiali dovevano immediatamente allontanarsi. Dovevansi consegnare al commissario del papa le fortezze di Pisa, di Volterra e di Livorno. Per guarenzia del pagamento delle cambiali, della consegna delle fortezze e dell'ubbidienza del popolo a quel governo che gli darebbe l'imperatore, iFiorentini dovevano dare nelle mani di Ferdinando Gonzaga cinquanta ostaggi a sua scelta. Finalmente a nome del papa e dell'imperatore veniva accordata un'amplissima amnistia, tanto a tutti i Fiorentini senza eccezione per tutto ciò che potessero avere fatto contro la casa dei Medici, quanto a tutti i sudditi dell'impero e della Chiesa che gli avevano serviti in tempo della guerra, portando le armi contro i loro abituali signori[89].In conseguenza di questo trattato, che bentosto si rimase negli archivj, quale monumento della scandalosa mancanza di fede dei due sovrani, in nome de' quali era stato convenuto, tutti gli emigrati fiorentini ed i commissarj del papa rientrarono in città. Bartolomeo Valori fece occupare il 20 di agosto la piazza del palazzo da quattro compagnie di soldati corsi; costrinse in appresso la signoria a scendere sul balcone, e fece suonare la maggiore campana per adunare il popolo a parlamento. Appena si trovarono adunati nella piazza trecento cittadini; taluno di coloro che voleva andarvi per emettereper l'ultima volta un libero suffragio, venne respinto a colpi di pugnale[90]. Salvestro Aldobrandini volgendosi a questa irrisoria assemblea del popolo, gli domandò se acconsentiva, «che si creassero dodici uomini che avessero essi soli altrettanto d'autorità e di potere, quanto ne aveva tutt'insieme il popolo di Firenze.» Tre volte fu rinnovata questa domanda, e tre volte il popolaccio ed i fanciulli risposero:Sì! sì! le palle, le palle!(stemma dei Medici)i Medici! i Medici!Dopo questo preteso assenso popolare, furono dal commissario apostolico nominati dodici signori della balìa. Questi deposero la signoria, i dieci della guerra, gli otto della guardia e balìa, ossiano supremi giudici criminali. Fecero deporre le armi al popolo, e così la libertà fiorentina soggiacque per l'ultima volta. Avanti che spirasse l'autorità di costoro, lo stesso nome di repubblica venne annullato[91].

STORIADELLEREPUBBLICHE ITALIANE

Apparecchj de' Fiorentini per difendere la loro libertà; sono assediati dal principe d'Orange. Imprese nello stato fiorentino di Francesco Ferrucci, commissario generale; viene a battaglia col principe d'Orange, e nella mischia periscono ambidue; capitolazione di Firenze.1529 = 1530.

Apparecchj de' Fiorentini per difendere la loro libertà; sono assediati dal principe d'Orange. Imprese nello stato fiorentino di Francesco Ferrucci, commissario generale; viene a battaglia col principe d'Orange, e nella mischia periscono ambidue; capitolazione di Firenze.

1529 = 1530.

Mentre che tutti gli altri stati d'Italia, traditi dai loro capi, saccheggiati dagli stranieri, spossati da lunga guerra, divisi da una mal intesa politica, e venduti dai loro alleati, si andavano, senza resistenza, assoggettando al giogo che loro dava Carlo V, la repubblica di Firenzeapparecchiavasi, sebbene sola, a cadere coraggiosamente in nobile olocausto, piuttosto che rinunciare all'antica sua libertà. Depositaria di tutto lo splendore, di tutte le virtù, di tutto il sapere di quelle repubbliche de' secoli di mezzo, tra le quali si era innalzata, e le quali tutte aveva superate in fama, in potenza, in ricchezze, dessa pareva ricuperare le antiche forze colla ricordanza della passata gloria; e se più non aveva speranza, se la sua resistenza non poteva essere coronata da felice avvenimento, non perciò si credeva meno obbligata a difendersi per l'onore delle sue rimembranze.

Firenze non era mai stata repubblica militare; ed anche in que' tempi, in cui, tenendo il primo posto tra le potenze d'Italia, poneva argine alla potenza dei duchi di Milano, dei re di Napoli e degl'imperatori, non aveva nella sua armata quasi verun cittadino. Quegli stessi uomini, che, in mezzo alle più terribili sciagure, mostravano ne' consiglj una costanza, una fermezza invincibile, non sapevano esporsi a personali pericoli; ma quando un'estrema ruina venne a minacciare la loro patria, gli stessi Fiorentini impugnarono le armi. Abbandonati dalla Francia, minacciati da tutte le forzedella Chiesa, dell'impero e dei regni di Spagna e di Napoli, sentirono di non potere in altro confidare che nel proprio valore. Senza trascurare veruno de' mezzi che poteva tuttavia attaccare alla loro causa, in qualità di condottieri, i piccoli principi loro vicini, previdero che potevano essere da costoro abbandonati nell'istante del bisogno; e si fecero a reggimentare ed addestrare la milizia nazionale, che sola non poteva venir meno. E sebbene lo spirito di parte abbia potuto presiedere allo stabilimento dei varj corpi di questa milizia, uno stesso zelo militare e patriotico animava tutto il popolo, e lo fece capace di un'eroica resistenza.

Il popolo fiorentino, prendendo successivamente le armi, aveva formato tre diversi corpi; il primo, che si era raccolto in dicembre del 1527 per la guardia pel pubblico palazzo e del gonfaloniere, era composto di trecento giovani quasi tutti appartenenti a nobili famiglie. Ma perchè l'amore di libertà era tra questi giovani più vivo, che non tra i vecchi, così erano essi ancora più proclivi alla diffidenza. Gli estremi riguardi di Niccolò Capponi verso i Medici li teneva inquieti; avevano di già concepito qualche sospettointorno alla segreta di lui corrispondenza con papa Clemente VII, e si risguardavano meno destinati a fargli la guardia, che a custodire il palazzo pubblico contro di lui[1].

Ma con una vista affatto diversa erasi formata la guardia nazionale de' cittadini fiorentini, dietro un ordine del gran consiglio del 6 novembre del 1528. Doveva questa essere composta di sedici compagnie, cadauna di dugento cinquant'uomini, sotto il comando dei sedici gonfalonieri di quartiere, i quali formavano il collegio della signoria; pure non si trovarono sui ruoli che mille settecento archibugieri, mille armati di picca, e trecento alabardieri, ossiano soldati armati di alabarde e di spade a due mani, in tutto tre mila uomini, dell'età dai diciotto ai trentasei anni, ed appartenenti a padri ammessi a prendere posto nel gran consiglio. La signoria accordò ad ogni compagnia, in principio del 1529, il diritto di nominare il proprio capitano, ed affidò l'addestramento di questo corpo a varj distinti ufficiali, che avevano militato nelle bande nere. Questocorpo in breve superò la migliore truppa di linea[2].

Per ultimo il terzo corpo era formato delle milizie del territorio fiorentino, che chiamavansi tuttaviale bande dell'ordinanza. Questa milizia, arrolata sotto il gonfaloniere Pietro Soderini dietro i consiglj datigli dal Macchiavelli, era stata dai Medici licenziata e disarmata, e di nuovo ragunata nel 1527. Nella prima revista si era trovata non minore di dieci mila uomini; era formata dal fiore dei contadini dell'età dai diciotto ai trentasei anni, che ogni mese venivano addestrati a tirare coll'archibugio, e ricevevano un tenue pagamento anche quando non erano forzati ad abbandonare le proprie case: eransi fatte venire per loro dalla Germania armi d'ogni qualità, ed erano essi stati divisi in trenta battaglioni, secondo le province cui appartenevano. I sedici battaglioni della destra riva dell'Arno erano stati, in giugno del 1528, posti sotto gli ordini di Babbone di Bersighella, nipote di quel Naldo di Val di Lamone, che primo d'ogni altro aveva illustrata la fanteria italiana nella battagliadi Agnadello; i quattordici battaglioni della sinistra erano stati affidati a Francesco del Monte. E questi due capitani avevano seco condotti cadauno cinquecento uomini di truppe di linea, per esercitare la milizia[3].

In sul finire del 1528 i Fiorentini scelsero per capitano generale dei loro uomini d'armi don Ercole d'Este, figlio del duca Alfonso di Ferrara, il quale era in allora tornato dalla Francia, dove aveva sposata madama Renata, figlia di Luigi XII e cognata di Francesco I. Pareva impossibile che questi l'abbandonasse, ed i Fiorentini credevano attaccarsi più fortemente alla casa di Francia, scegliendo un generale che le apparteneva così da vicino; e di ciò gli aveva assicurati il Visconte di Turenna, ambasciatore del re presso la repubblica. Dall'altro canto mantenevasi un odio ereditario fino dai tempi di Leon X tra la casa d'Este ed i Medici, ed Alfonso, minacciato su tutti i punti dei suoi stati da Clemente VII, pareva dovere essere il più fedele alleato della repubblica controun nemico ad ambidue egualmente formidabile[4].

Le fortificazioni cominciatesi in Firenze nel 1521, per ordine del cardinale Giulio de' Medici, prima di avere il papato, non erano ancora ultimate. Non potevansi condurre a termine senza distruggere o danneggiare i poderi di alcuni cittadini, e la magistratura dei nove della milizia fu incaricata, in principio d'aprile del 1529, di fare stimare tutti que' terreni, dandone credito ai proprietarj sul libro delMontecoll'interesse del cinque per cento. In pari tempo Michel Angelo Bonarruoti venne creato direttore generale delle fortificazioni della città[5].

A misura che il pericolo si andava avvicinando, i dieci della guerra facevano nuovi sforzi per accrescere le difese della repubblica. Siccome avevasi opinione che le province d'Arezzo e di Cortona somministrassero i migliori soldati di Toscana, i Fiorentini vi mandarono Raffaele Girolami, loro quartier mastro generale, ed otto capitani,che tutti avevano militato nelle bande nere, con ordine di levarvi cinque mila fanti. Presero nello stesso tempo al loro soldo, in maggio del 1529, Malatesta Baglioni, signore di Perugia, dandogli il titolo di governatore generale, con mille fanti. Il Baglioni era figliuolo di quel Gio. Paolo, che Leon X aveva fatto tanto ingiustamente morire; e perciò egli desiderava di vendicarsi del Medici, egli doveva temere l'ambizione del papa, ed occupava a Perugia un'importante situazione per chiudere la strada della Toscana ad un'armata che venisse da Napoli e da Roma. Molti altri distinti capitani, quali erano Stefano Colonna, Mario Orsini e Giorgio Santa Croce, presero servigio dai Fiorentini; questi per altro eran forzati ad accarezzare l'orgoglio di tutti questi piccoli principi, che, non avendo verun grado in un'armata di già stabilita, non volevano riconoscere altra superiorità che quella dei sovrani. Era appunto per questo motivo che nè l'incapacità di Ercole d'Este, nè la più volte sperimentata malvagia fede di Malatesta Baglioni, non avevano ritratti i Fiorentini dal porre gli occhi sopra di loro per il comando. Si sarebbero potuti preferire migliori capitani;ma gli altri ufficiali non avrebbero voluto esser loro subordinati[6].

Mentre che la repubblica si premuniva con attività contro i pericoli onde era da ogni banda minacciata, fu atterrita dalla scoperta di cosa che a bella prima parve una congiura del suo primo magistrato. Il gonfaloniere, Niccolò Capponi, confidava assai meno in tutti i mezzi di difesa che riunivano i dieci della guerra, che nelle negoziazioni che potevano disarmare la collera del papa. Egli stesso di moderato carattere, e nulla avendo sofferto sotto il governo de' Medici, apparteneva ad una famiglia, che aveva saputo conservare una tal quale neutralità nelle dissensioni della sua patria. Suo padre Piero, ed i suoi antenati Neri e Gino, non si erano trovati arrolati nè sotto le insegne degli Albizzi, nè sotto quelle de' Medici, ed in tempo di quelle amministrazioni avevano saputo rendere eminenti servigj allo stato. Dacchè il Capponi era gonfaloniere, erasi studiato di calmare il furore del popolo, di difendere i partigiani de' Medici, edin pari tempo di addolcire il risentimento del papa con esteriori dimostrazioni di rispetto. Egli non aveva trovate le medesime disposizioni in coloro che i suffragj del popolo ponevano con lui alla testa dello stato; ma aveva seguita l'usanza praticata dai Medici, e prima di loro dagli Albizzi, di chiamare alle deliberazioni i cittadini che, senza essere rivestiti di veruna autorità, avevano acquistata una lunga abitudine de' pubblici affari. A queste consulte, che a Firenze avevano il nome dipratica, il Capponi chiamava moltissimi cittadini, conosciuti pel loro attaccamento ai Medici, tra i quali egli trovava sempre chi spalleggiasse le misure di conciliazione ch'egli andava proponendo[7].

I consiglieri nominati dal popolo, ed in possesso della confidenza pubblica, lagnavansi acerbamente perchè le deliberazioni, invece di decidersi coi loro suffragj, dipendessero da quelli di persone senza missione, che il gonfaloniere chiamava a votare con loro, e non pochi dei quali, come Francesco Guicciardini, Francesco Vettori e Matteo Strozzi, si erano renduti così sospetti pelloro attaccamento ai Medici, che il popolo non aveva voluto affidar loro veruna incumbenza. Perciò una legge regolò lapratica, che doveva tener luogo di consiglio ai dieci della guerra; questa legge la formò dei dieci magistrati che uscivano in allora di carica, e di venti aggiunti scelti dal grande consiglio ogni sei mesi, cinque per cadaun quartiere della città. Il gonfaloniere, privato da questa legge del suo consiglio abituale, non per questo rinunciò a lasciarsi dirigere dai soli uomini di stato che si fossero guadagnati la sua confidenza, e d'allora in poi li tenne quasi sempre ne' suoi appartamenti per consultarli in ogni occorrenza[8].

Questi suoi privati consiglieri lo avevano incoraggiato a tener viva una segreta corrispondenza con Clemente VII, per cercare di calmare la di lui collera; questa corrispondenza aveva cominciato ne' tempi in cui Lautrec assediava Napoli. Temeva questo generale che l'irritamento di Clemente VII contro i Fiorentini non lo consigliasse a porsi tra le braccia dell'imperatore, ed aveva eglimedesimo eccitato il gonfaloniere a mostrare dei riguardi verso il papa, ed a dargli delle speranze[9]. Dopo la sconfitta di Lautrec, il Capponi aveva continuato a carteggiare con Jacopo Salviati, che dopo la ritirata dalla corte pontificia di G. M. Chiberti, era diventato il principale segretario di Clemente VII[10]. Certo Jachinotto Serragli era il segreto mezzano di tale corrispondenza, che il gonfaloniere teneva nascosta alla signoria. Una lettera, caduta di seno al Capponi, fu raccolta il 16 aprile del 1529 nella stessa sala dei priori da Jacopo Gherardi, priore egli stesso, e forse quegli che di già nudriva i più gagliardi sospetti contro il gonfaloniere. La lettera rendeva conto in ristretto di un abboccamento avuto tra il Serragli, che la scriveva, e Jacopo Salviati; dessa annunciava che il papa, sotto certe condizioni, acconsentirebbe a mantenere la libertà fiorentina; ma chiedeva al gonfaloniere di spedire segretamente a Roma suo figliuolo, per intendersi intorno a ciòche non potevasi convenientemente affidare ad uno scritto[11].

Questa lettera, comunicata dal Gherardi ai più violenti avversarj del gonfaloniere, fu da loro risguardata come una manifesta prova di tradimento: venne denunciata alla signoria, che per l'indomani convocò il consiglio degli ottanta, proponendogli che fosse deposto e tratto in giudizio il gonfaloniere. Niccolò Capponi, atterrito dalla violenza dei suoi nemici, invece di giustificare la propria condotta, si limitò a dichiarare con estrema perturbazione, che suo figlio non era in verun modo colpevole, non avendo pure contezza di quest'affare. Con ciò veniva quasi a confessarsi egli stesso delinquente; onde fu deposto nel medesimo giorno, e nel susseguente il grande consiglio nominò suo successore Francesco, figlio di Niccolò Carducci, che doveva occupare tale carica fino alla fine dell'anno[12].

Questa deposizione e la nuova elezione eransi fatte con una precipitazione e violenza proporzionate al turbamento ed alla timidità mostrata dal Capponi nella propria difesa, ed all'accanimento di coloro tra i suoi nemici che speravano di rimpiazzarlo. Tosto che fu nominato il di lui successore, e che i di lui invidiosi nemici perdettero la speranza d'avere le sue spoglie, il loro furore si calmò, ed egli medesimo ricuperò quella tranquillità e presenza di spirito che si conveniva al suo stato. Tratto innanzi alla signoria giustificò con nobile fermezza le sue intenzioni e la sua condotta; sostenne d'avere fatto per la repubblica precisamente quello che far doveva, e la sola cosa che potesse salvarla. Di già più non eravi alcuno cui fosse ancora sospetta la di lui buona fede; coloro ch'erano a parte delle di lui segrete negoziazioni, e coloro, che senza averne contezza, interamente si affidavano alla di lui lealtà, lo difendevano caldamente, di modo che venne onoratamente assolto dal giudizio; ed il popolo, per compensare la fattagli ingiuria,lo ricondusse con pompa alla di lui casa[13].

Appena aveva il nuovo gonfaloniere preso possesso del suo impiego, quando la repubblica ricevette una dopo l'altra le più sconfortanti notizie. Alla sconfitta di San-Paolo, alla di lui prigionia, alla dispersione di tutta l'armata francese, tennero subito dietro gli avvisi del trattato di Barcellona, nel quale Carlo V abbandonava i Fiorentini alle vendette del papa, e prometteva di rimettere nella loro città la tirannia della casa dei Medici. Pochi giorni dopo si ebbe notizia del trattato di Cambrai, col quale Francesco I, ad onta dei più solenni trattati, escludeva i Fiorentini dalla pace generale, e si obbligava a non dar loro protezione. Si seppe nello stesso tempo essere Carlo V sbarcato a Genova con un'armata spagnuola, e scendere in Italia un'armata tedesca per raggiugnerlo. Questi replicati colpi erano fatti per atterrire il più saldo coraggio; e tanto più grande era lo spavento sparso in Firenze, inquanto che i preti ed i monaci, ravvivando la setta del Savonarola, e secondando con tutte le forze loro il governo popolare, avevano accertato, come cosa loro palesata per divina rivelazione, che quest'anno l'imperatore non sarebbe venuto in Italia. Questo primo avvenimento, che smentiva le loro profezie, fece vacillare la fede che il popolo accordava a tutte le altre[14].

Non pertanto i Fiorentini, determinato avendo di far testa a questi nuovi pericoli con indomabile coraggio, adottarono in allora le più energiche misure per potere resistere. Il gonfaloniere, fornito di irremovibile costanza, comunicava il proprio vigore ai consiglj ed al popolo. Era in particolar modo secondato da Bernardo di Castiglione, Gio. Battista Cei, Niccolò Guicciardini, Jacopo Gherardi, Andrea Niccolini e Luigi Soderini, i quali tutti si erano dichiarati pel partito popolare[15].

Prima d'ogni altra cosa conveniva trovar modo di sostenere le spese di unaguerra, che i più ricchi monarchi non potevano lungo tempo sopportare. Il gonfaloniere ottenne una prima legge derogante alla costituzione fiorentina, colla quale veniva autorizzato il gran consiglio a fissare qualunque prestito o nuova imposta colla sola maggioranza de' suffragj[16]. In fatti le leggi fiscali, che la necessità fece emanare in tempo dell'assedio, non avrebbero giammai potuto essere sanzionate secondo le antiche forme; poichè dovendosi sostenere inaudite spese, in tempo che tutte le ordinarie entrate erano cessate a motivo dell'occupazione del territorio e della soppressione delle gabelle delle porte, convenne aver ricorso a misure arbitrarie e rigorose per levare danaro. Più volte si percepirono prestiti forzati da coloro che i commissarj, nominati per quest'oggetto, indicavano come i cinquanta, i cento, i dugento più ricchi cittadini della repubblica. Tutti gli argenti delle chiese, e tutti quelli de' privati, vennero portati alla zecca; furono date in pegno le pietre preziose che ornavano le reliquie, e venduta la terza parte dei poderi ecclesiastici, degli immobili delle corporazioni delle arti e mestieri e deibeni dei ribelli. Con tali mezzi spesso violenti, ma giustificati dalla necessità, la repubblica si vide in istato di opporre lunga resistenza ad un'armata destinata a spogliarla, non meno della sua proprietà che della sua libertà[17].

Il gonfaloniere e la signoria ordinarono in seguito alle genti del contado di riporre in Firenze, o nelle terre murate, tutte le loro granaglie; ma i raccolti erano in quell'anno stati così ubertosi, che quest'ordine venne male eseguito; onde i nemici, assai più che i cittadini, approfittarono di tanta ricchezza di messi. Le città di Borgo san Sepolcro, Cortona, Arezzo, Pisa e Pistoja, ove il governo non era amato, dovettero dare ostaggi a Firenze. In tutte le altre ed in tutte le fortezze, la signoria mandò fidati comandanti. All'ultimo furono nominati sette commissarj con quasi dittatoriale autorità, per vegliare alla salvezza della repubblica; ma sgraziatamente la scelta cadde sopra uomini troppo disuguali per talenti, per esperienza, per energia, i quali nè furono abbastanza d'accordo fra di loro, nè abbastanza pronti nelle loro risoluzioni,perchè l'opera loro riuscisse di grande utile[18].

Avvicinandosi il pericolo, i dieci della guerra intimarono ad Ercole d'Este di recarsi al suo posto, e nello stesso tempo gli mandarono il soldo dei mille fanti che doveva seco condurre. Ma di già il duca di Ferrara di lui padre stava negoziando per riconciliarsi coll'imperatore e col papa, e non voleva esacerbarli mandando il figliuolo ai servigj dei loro nemici. Dopo avere accettato il danaro de' Fiorentini, e promesso che il figliuolo suo non tarderebbe a porsi in istrada colle sue truppe, andò, sotto varj pretesti, procrastinando la di lui partenza; poi rifiutò perentoriamente, senza rendere il danaro che aveva ricevuto. Poco dopo richiamò da Firenze il suo ambasciatore, ed all'ultimo prestò al papa artiglieria e due mila zappatori, per adoperarli contro i Fiorentini[19].

Allorchè la signoria ebbe notizia dello sbarco dell'imperatore a Genova, credette di dovergli mandare una deputazione.Questo passo somministrò un pretesto avidamente accolto da tutti gli alleati dei Fiorentini, per pretendere violata la lega. In fatti le potenze italiane si erano obbligate a non trattare separatamente; e fin allora niun'altra aveva scopertamente mancato a tale promessa. D'altronde la deputazione fiorentina era stata scelta altrettanto male, quanto mandata inopportunamente. I quattro membri che la componevano tenevano opinioni e partiti diversi, onde mai non furono uniti per agire concordemente. L'imperatore ricusava di trattare con loro, se preventivamente non si riconciliavano col papa, e risguardò come insufficienti le loro facoltà, sebbene queste portassero che la repubblica acconsentiva a tutte le condizioni che le verrebbero imposte, eccettuata l'alienazione della propria libertà. Il gran cancelliere dell'imperatore dichiarò loro, che, a motivo degli ajuti dati alla Francia, avevano meritato di perdere questa libertà, ed ogni altro loro privilegio, e non volle ammettere la risposta dei deputati, i quali dicevano essere Firenze uno stato indipendente, che non riconosceva i suoi privilegj da qualche concessione degli imperatori, ma dai suoi proprj diritti. In appresso gli ambasciatori vennero congedati; ma non pertanto due di loro, atterritidalle disposizioni della corte imperiale, non ripresero la strada della loro patria. Matteo Strozzi rifugiossi a Venezia e Tommaso Soderini a Lucca. Niccolò Capponi, l'antico gonfaloniere, che era il terzo ambasciatore, quando giunse a Castelnuovo di Garfagnana, scontrossi in Michel Angelo Bonarruoti, che fuggiva con Rinaldo Corsini, e che gli diede le più tristi notizie intorno ai rovesci di già provati dalla repubblica. Il Capponi, oppresso dalla fatica, dall'età, dal dolore, venne subito sorpreso da una malattia che lo trasse al sepolcro il giorno 8 di ottobre. Raffaello Girolami tornò solo a Firenze a rendere conto della sua ambasciata, ed incoraggiò i suoi concittadini ad affrontare coraggiosamente la burrasca ond'erano minacciati[20].

L'imperatore aveva commessa la conquista di Firenze ed il compimento delle vendette di Clemente VII al principe di Orange, in allora vicerè di Napoli. Clemente stava dunque per volgere contro la sua patria quello stesso generale e quell'armata medesima, che tre anni prima l'avevano con tanto rigore tenuto assediato, che avevano saccheggiata sotto i suoi occhi la sua capitale con sì atroce barbarie, e che non gli avevano renduta la libertà, che dopo avergli estorta una scandalosa taglia. Il prezzo pel quale il papa acconsentì a perdonare tante ingiurie, era l'assunto che prendeva cotal gente ferocissima di trattare colla stessa barbarie la di lui città natale. L'esercito che aveva saccheggiata Roma, e che aveva vissuto in Milano a discrezione, fu richiamato sotto le bandiere dei suoi capi dalla speranza di saccheggiare Firenze; e furono veduti alcuni soldati spagnuoli, che erano trattenuti innanzi ai tribunali per cause civili, protestare alla parte avversaria tutti i danni e perdite nei quali incorrerepotrebbero per non avere parte al sacco di Firenze[21].

Pure, quando in sul finire di luglio, il principe d'Orange recossi a Roma per avere un abboccamento col papa intorno ai mezzi occorrenti per dare cominciamento alla spedizione, venne qualche tempo trattenuto dall'avarizia e dalla diffidenza di Clemente VII, il quale non voleva privarsi del danaro che gli si chiedeva. All'ultimo acconsentì a stento a pagare trenta mila fiorini contanti, ed a prometterne altri quaranta mila entro breve termine[22]; ma trovò un altro mezzo per cattivarsi l'amore de' soldati, senza danno del suo tesoro. Questi, abbandonando Roma il 17 febbrajo del 1528, non avevano terminato di riscuotere le taglie ed il prezzo de' riscatti che avevano arbitrariamente imposto ai cittadini, e dopo tale epoca più non credevano potere pretenderne il pagamento. Clemente VII loro accordò il privilegio di farsi pagare tutto quanto era loro dovutoad estinzione delle cedole da loro estorte ai Romani colla violenza[23].

L'esercito del principe d'Orange adunossi tra Foligno e Spello ai confini dello stato perugino. Vi si trovavano tre mila cinquecento Tedeschi, avanzo dei tredici mila landsknecht, che Giorgio Frundsberg aveva condotti al Borbone nel 1526; gli altri erano caduti vittime della peste di Roma e della fame di Napoli: vi si trovavano pure cinque mila Spagnuoli del marchese del Guasto, invecchiati come i Tedeschi in tutte le guerre d'Italia. Soltanto dopo la pace di Lombardia vi si videro inoltre giugnere sotto Pietro Velez di Guevara due mila Spagnuoli di fresco sbarcati a Genova, che per anco non avevano militato, e che giunti essendo, secondo il consueto delle reclute spagnuole, affatto ignudi, chiamavansi dagl'ItalianiBisogni: circa lo stesso tempo il conte Felice di Wirtemberga condusse altre reclute tedesche: il rimanente dell'esercito consisteva in soldati italiani, ed era la maggior parte che servivano sotto i loro più distinti capitani, senza paga e per la sola speranza del saccheggio. Quando il principe d'Orangeentrò in campagna, in sul cominciare di settembre, non aveva sotto i suoi ordini più di quindici mila soldati; ma avanti che terminasse l'assedio ne contò più di quaranta mila[24].

Per entrare in Toscana l'Orange doveva attraversare lo stato di Perugia, difeso da Malatesta Baglioni con tre mila uomini al soldo de' Fiorentini. Il castello di Spello, posto in sull'estremo confine del Perugino, ove l'abate Leone de' Baglioni, fratello naturale del Malatesta, erasi chiuso, trattenne alcun tempo i nemici. Giovan d'Urbina, luogotenente generale dell'armata imperiale, vi fu ucciso; ma Spello all'ultimo fu preso il primo dì di settembre e saccheggiato con estrema crudeltà[25]. L'esercito giunse in appresso sotto Perugia; ma l'assedio di questa città posta in sulla vetta d'una piccola montagna, ed in gagliarda situazione, offriva grandissime difficoltà. Il principe d'Orange, che non osava intraprenderlo, offrì a Malatesta Baglioni onorate e vantaggiose condizioni. Obbligavasi a farloassolvere dal papa da tutte le censure ecclesiastiche che aveva incorse, a fargli permettere di continuare nel servigio dei Fiorentini colla sua compagnia di ventura, e finalmente a conservargli la signoria di Perugia, purchè evacuasse questa città, che l'Orange nè voleva assediare, nè lasciarsi alle spalle in mano de' nemici. Il Baglioni chiese ai Fiorentini, o di acconsentire a questo trattato, o di accrescere considerabilmente la sua armata. Siccome questi non potevano interamente affidarsi al Baglioni, nè ai Perugini, accettarono il primo partito. Si sottoscrisse il trattato il 10 di settembre, ed il 12 Malatesta Baglioni prese la via d'Arezzo colle truppe sue e fiorentine[26].

Il principe d'Orange gli tenne dietro da vicino: il 14 di settembre s'accostò a Cortona difesa da soli 700 fanti di guarnigione, e dopo avere sofferto qualche perdita in un assalto, ch'egli fece dare lo stesso giorno alla città, la ricevette all'indomani per capitolazione. In appresso l'Orange, seguendo la cominciata strada sopraArezzo, dove era stato mandato per commissario Francesco Albizzi con due mila uomini; ma questi, sconcertato dal vedere sopraggiugnere Malatesta Baglioni, e dalla pronta capitolazione di Cortona, evacuò Arezzo colla sua truppa, e, ritirandosi precipitosamente a Firenze, sparse la costernazione in tutta Val d'Arno disopra. Affermarono i nemici del gonfaloniere, che questi, senza partecipazione della signoria e dei dieci della guerra, aveva ordinato a Francesco Albizzi di ritirarsi, onde riunire in Firenze tutta la fanteria, invece di perderla alla spicciolata nel sostenere assedj. Anche in tale supposizione il disordine di questa ritirata sarebbe stato non meno colpevole che imprudente[27].

Arezzo, evacuato dai Fiorentini, aprì il 18 settembre le porte all'armata imperiale. Allora questa città sperò di ricuperare la sua antica libertà: fece battere moneta, spedì commissarj in tutte le castella dell'antico suo territorio, rifece la sua amministrazione sotto il nome di repubblica d'Arezzo, e durantel'assedio di Firenze somministrò agl'imperiali continui ajuti, senza prevedere che all'istante che fosse presa Firenze, Arezzo ricaderebbe sotto il giogo[28].

Alla perdita di Cortona e di Arezzo tenne dietro immediatamente quella di Castiglione Fiorentino, di Firenzuola e di Scarperia: l'armata imperiale si andava avanzando, e pareva che verun ostacolo non potesse più trattenerla. Il suo avvicinamento riempì Firenze di terrore; ed allora si videro fuggire dalla città coloro che la pusillanimità o l'attaccamento ai Medici consigliava a non partecipare alla sorte della loro patria. Ne diede l'esempio Bartolomeo o Baccio Valori, e fu imitato da Roberto Acciajuoli, da Alessandro Corsini, da Alessandro de' Pazzi, e finalmente dallo storico Francesco Guicciardini, il quale, dopo avere menata vita principesca nel suo governo di Parma e di Modena, non credeva che nella sua repubblica si avesse per lui abbastanza rispetto e riconoscenza. Egli recossi al campo nemico; ebbe una parte odiosa nelle vendette della fazione trionfante, e contribuì in una maniera ancora più fataleal finale stabilimento della tirannide, adoperando la sua abilità politica nella ruina del proprio paese. L'odio che in Firenze, anche quando questa città fu fatta schiava, perseguitò in appresso tutti coloro che avevano tradita la libertà, pare aver consigliato il Guicciardini a scrivere la storia de' suoi tempi onde ricuperare la pubblica stima. E senza dubbio lo stesso motivo trasse Filippo de' Nerli a dettare i suoi commentarj. Si era costui renduto talmente sospetto col suo zelo pei Medici, che il giorno 8 ottobre del 1529 venne arrestato con altri diciotto cittadini, e custodito in palazzo fino alla fine dell'assedio[29].

La signoria aveva di fresco spediti quattro ambasciatori al papa; ma troppo limitate erano le facoltà loro date, per soddisfare all'ambizione della casa de' Medici. Clemente VII rispose loro che il suo onore richiedeva che la città gli si rendesse a discrezione; che allora farebbe a vicenda vedere al mondo ch'egli ancora era Fiorentino, e che amava lasua patria[30]. Questa risposta fu comunicata ad un'assemblea generale de' cittadini adunati nella sala del gran consiglio; in appresso questi si divisero in sedici sezioni per deliberare sotto i loro gonfalonieri, e quindici di queste sezioni dichiararono, che preferivano di sagrificare i loro beni e le loro vite in una battaglia piuttosto che l'onore e la libertà in un trattato[31].

Malgrado i progressi fatti dall'arte di attaccare le città, le fortificazioni di Firenze erano tuttavia risguardate come quasi inespugnabili dalla banda del piano; ma quella parte delle mura che attraversa le colline al mezzodì dell'Arno, era mal situata, signoreggiata in più luoghi ed assai debole. Della porzione montuosa di questo ricinto, chiamato Monte a Samminiato, fu affidata la difesa a Stefano Colonna, che poca cura prendevasi del rimanente dell'assedio, e che nel suo quartiere non riconosceva verun superiore[32]. Gli indugj del principe d'Orange, che consumòquasi quindici giorni in Val d'Arno, quando aspettavasi di vederlo ad ogni istante giugnere sotto la città, diedero il tempo di afforzare, con nuovi lavori, quelle mura che si credevano più deboli; permisero pure di dare effetto ad un ordine emesso il 19 di ottobre dal consiglio degli ottanta, ciò era di spianare tutti i sobborghi, tutte le case, tutti gli orti entro il raggio di un miglio dalle mura di Firenze. Quest'ordine, che sagrificava migliaja di ricchi edificj e di deliziosi orti nella più popolata e più riccamente coltivata situazione d'Italia, venne eseguito con uno zelo veramente patriotico dai medesimi proprietarj, i quali si vedevano entrare in città carichi di fascine che avevano tagliate per le fortificazioni, tra gli oliveti, le ficaje, gli aranci ed i cedri de' loro proprj giardini[33].

Soltanto il 14 di ottobre il principe d'Orange venne ad alloggiarsi a Pian di Ripoli, sotto Firenze. Aveva chiesta dell'artiglieria ai Sienesi, che, prestandola a mal in cuore, la facevano avanzare assai lentamente. Perciò le prime batterie non si scoprirono che sul principio di novembre;ed in quell'intervallo i Fiorentini avevano lavorato con tanta costanza intorno alle loro fortificazioni, che più non credevano di dover temere gli attacchi de' loro nemici. La repubblica pagava allora il soldo di diciotto mila fanti e di seicento cavalli: ma effettivamente non aveva che tredici mila soldati in attività, sette mila de' quali in Firenze, e sei mila nelle guarnigioni di Prato, Pistoja, Empoli, Volterra, Pisa, Colle e Montepulciano. Malatesta Baglioni aveva sotto il suo comando tre mila Perugini, ed il capitano Pasquino, a lui subordinato, tre mila Corsi; Stefano Colonna comandava ai tre mila uomini della milizia urbana, che servivano non altrimenti che se fossero truppe di linea. Tutta la popolazione aveva contratte abitudini militari, e tranne i lavori affatto meccanici erasi in città abbandonata ogni altra occupazione. La spesa di questo nuovo stato di guerra ammontava ogni mese a settanta mila fiorini[34].

Per difendere le più lontane parti del territorio, ed in particolare Borgo san Sepolcro e Montepulciano, i Fiorentini avevano stipendiato Napoleone Orsini,più conosciuto sotto il nome di abate di Farfa, sebbene già da lungo tempo egli avesse riconsegnata quest'abazia per far il mestiere di condottiere. Era costui uno dei più formidabili tra que' gentiluomini che passavano la loro vita tra la guerra e gli assassinj. Aveva nel suo feudo di Bracciano adunato un numeroso corpo di soldati e di banditi, coi quali, per vendicare, secondo egli diceva, i Romani, esercitava grandi crudeltà contro gli imperiali, e poi contro i soldati del papa[35]. Da principio servì utilmente i Fiorentini coi trecento cavalli che aveva seco; ma in appresso si lasciò sorprendere da Alessandro Vitelli tra Borgo san Sepolcro e Città di Castello: la di lui truppa fu totalmente dispersa, ed egli medesimo salvossi a stento, abbandonando, dopo quest'accidente, il servigio de' Fiorentini[36].

Altri fatti d'armi di non molta importanza accaddero ne' contorni di Firenze, sia lungo le linee che voleva formare il principe d'Orange, sia nell'attacco dellepiccole fortezze di Val d'Arno, ch'egli cercava di occupare. Francesco Ferrucci segnalossi in queste scaramucce per la sua intrepidezza e per le sue cognizioni militari, e si acquistò non meno la confidenza de' suoi concittadini che la stima de' nemici. Sebbene antica fosse la famiglia del Ferrucci, era povera, e da più generazioni non aveva dato verun distinto magistrato. Suo avo Antonio si era fatto nome negli assedj di Pietra Santa e di Sarzana. Egli e suo fratello Simone avevano militato sotto Anton Giacomino Tebalducci, il migliore ufficiale che i Fiorentini avessero avuto da lungo tempo: avevano da lui imparata l'arte della guerra, e si erano poi fatto nome nelle bande nere sotto Giovanni de' Medici. Francesco Ferrucci aveva sempre servito in questa ragguardevole milizia, e nella spedizione di Napoli, di dove era recentemente tornato, aveva le incumbenze di pagatore[37]. Dalla signoria fu spedito in qualità di commissario generale prima a Prato, in appresso ad Empoli; e dopo avere poste quelle piccole città in istatodi difesa, egli tenne la campagna con tanto vantaggio, e prese così spesso ai nemici grossi convoglj di cavalleria o di vittovaglie, seppe mantenere tanta disciplina nella sua piccola armata, che i soldati, che egualmente lo amavano e rispettavano, credevansi sotto i di lui ordini invincibili[38].

Gli Spagnuoli, appena giunti presso Firenze, avevano preso Samminiato, dove avevano lasciato dugento fanti, che, spalleggiati dagli abitanti della terra, infestavano tutto il circostante paese, e rendevano più difficile la comunicazione tra Firenze e Pisa. Avendo il Ferrucci determinato di scacciarli, andò ad assalirli con sessanta cavalli e quattro compagnie di fanteria; fu il primo a piantare la sua scala contro le mura, ed il primo a salirvi; e sebbene gli Spagnuoli facessero, coll'ajuto degli abitanti, una vigorosa resistenza, il Ferrucci prese Samminiato d'assalto, ed occupò pure la fortezza, uccidendo quasi tutti gli Spagnuoli che avevano difese le mura. Mentre che stava eseguendo questa spedizione, fu attaccato dagl'imperiali il castello della Lastra posto sullastessa strada, ma più di Samminiato vicino a Firenze. Questo castello oppose una gagliardissima resistenza, e gli Spagnuoli avevano di già perduta molta gente, quando fecero avanzare l'artiglieria. Allora gli assediati chiesero di trattare, ed ottennero un'onorata capitolazione. Ma gli Spagnuoli, appena passata la porta, assalirono la guarnigione che stava senza sospetto, e tutta la passarono a fil di spada[39].

Fin qui l'esercito imperiale nulla aveva tentato contro la stessa piazza di Firenze; ma il 10 di novembre, vigilia di san Martino, supponendo l'Orange che i Fiorentini non facessero attenta guardia in quella notte consacrata al piacere, approfittò della profonda oscurità, renduta ancora maggiore dall'abbondante pioggia che cadeva, per tentare la scalata: furono poste in opera quattrocento scale lungo le mura, dalla porta di san Niccolò fino a quella di san Friano; cioè in tutta la più montuosa parte di Firenze; ma in ogni luogo le sentinelle chiamaronoall'armi, la guardia nazionale gareggiò colla truppa di linea, ed il nemico fu respinto[40].

Appunto un mese dopo questo primo sperimento, Stefano Colonna, che comandava nel quartiere che gl'imperiali avevano tentato di sorprendere, si provò ancor egli di attaccarli all'impensata nelle loro linee. Era egli personalmente nemico di suo parente Sciarra Colonna, che serviva nel campo nemico, e la notte dell'undici di dicembre andò ad attaccarlo nel suo quartiere di santa Margarita a Montici, con cinquecento fanti, ai quali aveva fatto porre sopra le armi, per conoscersi nell'oscurità, delle camicie bianche. Gl'imperiali, sorpresi in mezzo a tanta oscurità, perdettero molta gente prima che potessero ordinarsi, ed un ridicolo accidente accrebbe ancora il loro disordine: i Fiorentini, andando dovunque in traccia de' nemici, forzarono le porte d'una stalla, nella quale erasi chiusa una mandra di majali delle Maremme quasi selvaggi, i quali, spaventati dalle voci dei soldati, precipitaronsi tra i fuggiaschi con orribili grugniti, ed atterrarono moltissimi soldati, che nulla potendo discernere incosì grande oscurità credevansi inseguiti dai nemici. Di già erano accorsi il principe d'Orange e don Ferdinando Gonzaga per soccorrere le loro genti, ed andavano ponendo qualche ordine nelle difese, quando da tre porte di Firenze sortirono, secondo il preventivo accordo fatto con Stefano Colonna, tre nuovi corpi d'armata per attaccare gl'imperiali. Gli assedianti vennero forzati in molte posizioni, e più volte si credettero in sul punto di essere scacciati dal loro campo. Finalmente Malatesta Baglioni fece suonare a raccolta assai più presto che non abbisognava; e forse perdette così l'unica occasione di mettere fine alla guerra con una vittoria[41].

Due giorni dopo il commissario Ferrucci tese presso Montopoli un'imboscata al colonnello Pirro di Stipicciano, della casa Colonna, e gli uccise o prese molta gente. Questi fatti, benchè di non molta importanza, giovavano però a rianimare il coraggio degli assediati, ed a far dimenticare le loro perdite. N'ebbero spesso di assai dolorose. Il 16 di dicembre due de' loro migliori capitani, Mario Orsini e Giorgio Santa Croce, furono uccisi da un solocolpo di colombrina, mentre stavano ordinando certi cambiamenti da farsi alle fortificazioni[42]. Lo stesso giorno i Fiorentini ricevettero una notizia che li liberò da un cocente pensiero; Girolamo Moroni era morto il 15 di dicembre nel campo degli assedianti. Quest'uomo così versato in tutte le arti dell'intrigo, che aveva governato con dispotica autorità Massimiliano, indi Francesco Sforza, e che aveva avuta tanta parte nelle rivoluzioni della Lombardia, era passato all'armata imperiale come prigioniero del Pescara. Era di già condannato a pena capitale, quando giunse ad acquistarsi il favore del Borbone, che lasciossi poscia da lui governare fino alla sua morte sotto le mura di Roma. Il principe d'Orange aveva coll'armata raccolto il consigliere del suo predecessore, ed oramai non faceva nulla senza il di lui parere: lo stesso Clemente VII era vinto dalla opinione del sorprendente ingegno politico del Moroni, e gli perdonava il male che aveva da lui ricevuto in visto del male che sperava di poter fare col di lui mezzo ai nemici. Pareva che il Moroni tenesse dietro allafortuna piuttosto che ad un determinato oggetto; voleva rendere potenti coloro cui erasi attaccato, e condurre a felice fine le loro imprese; del resto pareva indifferente rispetto alle persone ed ai principj, e dopo avere lavorato per escludere gli stranieri d'Italia, si adoperava con eguale ardore per servirli contro gl'Italiani. Morì naturalmente e quasi senza malattia in età decrepita. Lusingavansi i Fiorentini che la di lui morte lascerebbe il principe d'Orange senza mezzi nel consiglio, e senza opinione nell'armata, perchè credevano che il destro Moroni fosse stato fin allora l'anima del campo nemico[43].

Frattanto le negoziazioni di Bologna si accostavano al loro fine, e colla mediazione del papa tutti gli stati d'Italia si andavano riconciliando coll'imperatore, abbandonando i Fiorentini. Questi vedevano separarsi da loro un dopo l'altro tutti i membri di quella lega, chiamata santa, per la quale il re d'Inghilterra, il re di Francia, il duca di Milano, i Veneziani, il duca di Ferrara, eransi obbligati a difendere la loro repubblica ed a non trattare senza di lei; ma li ferì tanto più l'abbandono de' Venezianiche avevano maggior ragione di risguardarsi come uniti da una medesima causa, e che ancora recentemente avevano raffermata la loro alleanza[44]. D'altra banda mentre perdevano i loro alleati vedevano crescere i nemici, perciocchè una delle condizioni della pacificazione di Lombardia portava che Carlo V ne ritirerebbe le sue truppe; ed infatti negli ultimi giorni di dicembre circa venti mila tra Spagnuoli e Tedeschi passarono gli Appennini con una numerosa artiglieria, e vennero ad accamparsi sulla riva destra dell'Arno, che fin allora si era preservata dai guasti della guerra[45]. I Fiorentini, atterriti dall'arrivo di questi nuovi nemici, evacuarono Pistoja e Prato con quella stessa precipitazione con cui al sopraggiugnere della prima armata avevano evacuata Cortona ed Arezzo. Le più lontane fortezze di Pietra Santa e di Motrone aprirono volontariamente le loro porte agl'imperiali, di modo che prima che terminasse l'anno l'autorità della repubblica più non eraconosciuta che in Livorno, Pisa, Empoli, Volterra, Borgo san Sepolcro, Castrocaro e nella cittadella d'Arezzo[46].

Malgrado i pericoli dello stato, la prima magistratura veniva ricercata con eguale ardore. Francesco Carducci, ch'era stato sostituito al Capponi negli otto ultimi mesi del 1529, aveva dato prove del vigore del suo carattere e del suo ingegno. Desiderava di essere confermato pel susseguente anno, ed espresse abbastanza chiaramente tale suo desiderio nel gran consiglio, ove rappresentò ai suoi concittadini che in così difficili circostanze, non potevasi quasi mutare il capo dello stato, senza esporsi altresì a cambiare tutte le misure, ed a sovvertire tutti i progetti maturati lungo tempo innanzi. Ma questo stesso avvertimento parve offendere coloro che credevansi non meno di lui capaci di sostenere la prima carica della stato, ed il Carducci non venne pure annoverato tra i sei candidati designati pel gonfalone. Il gran consiglio scelse il 2 di dicembre Raffaele Girolami, il solo degli ambasciatori mandati a Carlo V aGenova, che fosse tornato in patria a rendere conto della sua missione. Dopo tal giorno il Girolami visse nel palazzo del pubblico, ed assistette alle deliberazioni della signoria, sebbene non entrasse in funzione che il primo gennajo del 1530[47].

Dopo l'arrivo della seconda armata imperiale provegnente dalla Lombardia, Firenze era circondata da ogni banda, ed il principe d'Orange aveva una formidabile artiglieria, e più che bastante per istringere vivamente l'assedio; pure non cercò di battere in breccia le mura, e solo tentò, e quest'ancora con infelice riuscita, di atterrare alcune torri dalla di cui artiglieria veniva incomodato, limitandosi a bloccare la città colla speranza di affamarla[48].

Oltre l'ordinaria numerosa sua popolazione, Firenze conteneva in allora molti contadini che vi si erano rifugiati dalle circostanti campagne, e dodici in quattordici mila soldati. Gli ultimi non sierano accostumati in veruna delle precedenti guerre d'Italia a soffrire le privazioni. La loro moderazione, la loro disciplina, la loro pazienza formarono un singolare contrasto colle vessazioni sofferte dalle altre città per parte de' soldati ricevuti entro le loro mura. Senza dubbio Firenze andava di ciò debitrice alla guardia urbana, che colla sua lodevole condotta serviva d'esempio alle altre truppe, e le teneva in dovere. Nondimeno tutti i granaj di Firenze sarebbersi a lungo andare vuotati, se il commissario generale Francesco Ferrucci non avesse trovato il mezzo, mercè una costante attività ed uno zelo eguale al suo coraggio, d'introdurre in città varj convoglj di bestiami, di granaglie e di foraggi, e di farvi passare le munizioni che si trovavano ammassate ad Empoli, a Volterra ed a Pisa[49].

L'accordo d'Ercole d'Este in qualità di capitano generale era terminato col 1529, senza ch'egli si fosse mai recato al suo posto. Gli uomini d'armi da lui mandati avevano ubbidito al conte ErcoleRangoni, di lui luogotenente; ma si erano contenuti assai mollemente, dietro gli ordini stessi ricevuti da Ferrara. Alla fine dell'anno il principe li richiamò. Egli più non desiderava di conservare il posto di capitano generale, ed i Fiorentini non avevano verun pensiero di confermarlo in cotale carica. I dieci della guerra procedettero a nominargli un successore; ma pendevano incerti tra Malatesta Baglioni, che ancora non aveva titolo di governatore generale, e Stefano Colonna, generale della loro ordinanza; ma quest'ultimo, uomo circospetto, e che trasparire non lasciava le segrete sue intenzioni, dichiarò che continuava a considerarsi come soldato del re cristianissimo, ch'egli rimaneva in Firenze per di lui servigio, e che non desiderava verun'altra distinzione[50]. Per lo contrario il Baglioni faceva pratiche per avere la prima carica. Sebbene indebolito e quasi storpiato da lunghe malattie, non era meno illustre per coraggio, che per militari talenti; aveva gloriosamente militato negli eserciti veneziani; sapeva farsi amare e rispettare dai soldati, sebbene facesse mantenere la più severa disciplina; e comecchèin appresso l'esperienza dimostrasse, che preferiva il suo personale interesse al dovere, ebbe, mancando ancora a quest'ultimo, certi riguardi per l'onor suo, che il più delle volte venivano dai condottieri trascurati. Fu il 26 di gennajo che il gonfaloniere Raffaele Girolami gli consegnò lo stendardo della repubblica ed il bastone del comando, dopo averlo esortato in presenza di tutto il popolo a versare, se il bisogno lo richiedesse, il suo sangue per la difesa della libertà fiorentina, e dopo avere ricevuto il di lui giuramento[51].

Pochi dì avanti Francesco I, per fare cosa grata al papa ed all'imperatore, aveva fatto dare ordine a questo stesso Malatesta Baglioni, ed allo stesso Stefano Colonna, di abbandonare il servigio de' Fiorentini, dichiarando di non li volere incoraggiare nella loro ribellione contro la Chiesa e contro l'impero; ma in pari tempo che loro pubblicamente mandava quest'imbasciata, li faceva segretamente avvisare di non ubbidire. Richiamava ilsignore de Viglì, ma vi lasciava Emilio Ferreto in qualità di segretario dell'ambasciata, commettendogli di sostenere il coraggio de' Fiorentini, e di accertarli, che ricuperati che avesse i figliuoli col pagamento della loro taglia, tornerebbe a dar loro aperti ajuti[52].

Dietro una decisione del gran consiglio, il nuovo gonfaloniere aveva spediti ambasciatori all'imperatore ed al papa a Bologna per chiedere la pace. Erano essi incaricati di offrire il richiamo de' Medici in Firenze, a condizione che tutto lo stato fiorentino sarebbe restituito alla repubblica, che sarebbe conservata la di lui libertà, e che la presente costituzione non verrebbe alterata. Carlo V non volle trattare con loro, e sempre li rinviò al papa; questi parve volere accordare le due prime condizioni, ma si alterò grandemente contro coloro che proponevano la terza; giurò che rovescierebbe un governo abbandonato alla plebaglia, che opprimeva tutto ciò che la nazione avrebbe dovuto rispettare; e costrinse gli ambasciatori, a mezzo febbrajo, ad uscire immediatamente da Bologna senza avere niente convenuto[53].

Ma nè la durezza dell'imperatore e la collera del papa, nè l'abbandono del re di Francia, nè la fuga di varj capitani che passarono tra i nemici, nè le trame dei partigiani de' Medici, perseguitati con un rigore e con forme di giudizj indegni di una repubblica, nè la successiva perdita di tutto il dominio dello stato, ebbero forza di scoraggiare i Fiorentini. I monaci del convento di san Marco ed i proseliti di Girolamo Savonarola avevano ricominciate le loro prediche. Fra Benedetto da Fojano di santa Maria Novella, e fra Zaccaria, domenicano di san Marco, erano tra costoro i due più eloquenti oratori, e quelli che il popolo ascoltava con maggiore entusiasmo. Incoraggiavano essi i divoti colla promessa che Cristo, nominato loro re, penserebbe a difenderli, e profetizzavano che quando parrebbe impossibile ogni umano soccorso, quando gl'imperiali avrebbero di già innalzate sulle mura le loro insegne, gli Angeli del Signore scenderebbero in mezzo alla battaglia, e scaccierebbero colle infuocate loro spade i nemici del Signore dalla città che si era data in di lui potere[54].

Mentre i Fiorentini aspettavano ogni venerdì di essere attaccati dal principe d'Orange, perchè gli Spagnuoli risguardavano tale giorno siccome fausto, non lasciavano dal canto loro passare un sol dì senza tentare con qualche sortita di sorprendere alcun posto de' nemici. In molte di queste zuffe perirono parecchj uomini che alla repubblica erano utilissimi, e si prese da ciò motivo di accusare Malatesta Baglioni di aver voluto spossare la guarnigione con questa piccola guerra. Con ciò, a dir vero, il Baglioni riuscì a rendersi affatto dipendente il consiglio di guerra, perchè gli ufficiali, che si andavano perdendo in queste scaramucce, venivano sempre rimpiazzati da creature proposte da lui medesimo; e dall'altra parte potev'essere fondato a credere che con queste piccole perdite non comperava a troppo caro prezzo il vantaggio di agguerrire i suoi soldati, d'inspirar loro confidenza e di dissipare quell'impazienza e quella noja che spesso riescono alle truppe assediate più funeste che le spade nemiche[55].

Alcune delle sortite de' Fiorentini avevano un piano più generale. Sorprendendo di notte i quartieri de' nemici, potevano lusingarsi di disordinare tutto l'esercito e di forzarlo a levare l'assedio. Queste notturne sorprese chiamavansiincamiciate, perchè gli assalitori si coprivano con una camicia bianca, ad oggetto di riconoscersi nell'oscurità. Talvolta i Fiorentini non temevano di attaccare i loro nemici in pieno giorno; ed il 21 di marzo, dietro gli ordini di Malatesta Baglioni, cinque corpi, cadauno di cinque in sei cento uomini, sortirono da cinque diverse porte per attaccare contemporaneamente gl'imperiali, onde occupare un ridotto, chiamato ilcavaliere, innalzato dal principe d'Orange in faccia alla porta Romana: un corpo doveva condurre a fine quest'impresa, mentre gli altri distrarrebbero l'attenzione del nemico. Sgraziatamente i Fiorentini furono traditi da un disertore, che uscì di città mezz'ora prima di loro; pure, sebbene gl'imperiali si trovassero da per tutto apparecchiati a riceverli, l'attacco dei Fiorentini fu così vivo, che molti di loro giunsero sul Cavaliere; e quando si ritirarono all'avvicinarsi della notte, avevano fatto ai nemici assai maggior male che nonne avevano ricevuto[56]. Rinnovarono lo stesso attacco il 28 di marzo, ma meno felicemente. Il giorno di Pasqua ed i seguenti giorni, ebbero ancora luogo alcune brillanti scaramucce. Intanto l'imperatore era partito alla volta della Germania, il papa era tornato a Roma, e l'armata dell'Orange cominciava a sentire il bisogno di danaro. I Fiorentini erano persuasi che se riusciva loro in tale circostanza di ottenere qualche importante vantaggio sull'armata imperiale, farebbero levare l'assedio; mentre che invece sottomettendosi ad un più lungo blocco, la fame avrebbe all'ultimo consumate le loro forze[57].

Sentendosi Malatesta Baglioni accusato dal popolo di trarre in lungo la guerra, vedendo che le guardie nazionali desideravano di fare una sortita generale, e che la volevano i dieci della guerra e la signoria, dichiarò che condurrebbe i Fiorentini alla battaglia, sebbene egli non lo credesse utile agli assediati. In fatti il 5 di maggio fece sortire più di mezza guarnigione fuori di porta Romana e di due altre porte dallo stesso lato dell'Arno;prese d'assalto il convento di san Donato, difeso dagli Spagnuoli; gettò il disordine in tutta l'armata del principe d'Orange, e se avesse fatto uscire il restante delle truppe di cui poteva disporre, o se Amico di Venafro, da lui destinato a comandare una delle tre colonne, non fosse stato ucciso nel precedente giorno, avrebbe probabilmente costretto il principe d'Orange a levare l'assedio[58].

Dal canto suo Stefano Colonna diresse un attacco contro il campo de' Tedeschi in sulla destra dell'Arno, dove il conte Luigi di Lodrone era subentrato a Luigi di Wirtemberga. Il Colonna sortì dalla città il 10 di giugno, alcune ore prima che facesse giorno, per la porta di Faenza, onde marciare direttamente contro i nemici, mentre dovevano assecondarlo, il capitano Pasquino Corso uscendo dalla porta di Prato, e Malatesta Baglioni tenendo d'occhio il fiume per impedire che il principe d'Orange non ajutasse i Tedeschi. Il Colonna combattè valorosamente; forzò la doppia trincea de' Tedeschi, e loro uccise molta gente: ma il capitano Pasquino non venne in suo ajuto, secondogli era stato imposto, e Malatesta Baglioni, nel caldo della battaglia, invece di avanzarsi egli stesso, fece suonare a raccolta. Stefano Colonna la fece in buon ordine riportando un immenso bottino, preso ne' quartieri del nemico[59].

Nello stesso tempo si combatteva ancora in altre parti dello stato fiorentino. Lorenzo Carnesecchi era commissario generale nella Romagna toscana; risiedeva d'ordinario a Castrocaro; e con pochissimi soldati e senza danaro, trovò il modo di allestire una piccola armata in questa provincia; rispinse gli attacchi delle truppe papali; portò invece il terrore ed i guasti in tutta la Romagna pontificia, e sforzò il governatore della legazione a chiedergli una parziale tregua. Il Carnesecchi non vi acconsentì, che quando ebbe egli medesimo esaurite tutte le sue forze per continuare la guerra[60].

La cittadella d'Arezzo, assediata dagli Aretini, capitolò il 22 di maggio. I soldati che vi stavano di guarnigione si eranoammutinati, per non assoggettarsi più lungo tempo alle privazioni rendute necessarie dallo stato d'assedio. Gli Aretini non l'ebbero appena in loro potere che la spianarono all'istante, affinchè il principe d'Orange non potesse mandarvi guarnigione[61]. Il 23 di giugno si arrese agli Spagnuoli per capitolazione Borgo san Sepolcro, senza avere prima sostenuto un assedio[62]. Volterra si era data alle truppe del papa il 24 di febbrajo[63]: ma perchè questa città credevasi di somma importanza, i dieci della guerra, dopo avere nominato Francesco Ferrucci commissario generale, ed avergli date illimitate facoltà, e tali che mai non le aveva avute verun cittadino fiorentino, lo incaricarono di soccorrere la fortezza di Volterra, che tuttavia si difendeva, e di tentare, se fosse possibile, di riavere ancora la città.

Il Ferrucci aveva adunata la sua piccola armata in Empoli, dove aveva pure raccolti abbondantissimi magazzini di vittovaglie, che successivamente spediva aFirenze; ed aveva posta quella città in così buono stato di difesa, ch'egli accertava che le sole donne avrebbero potuto coi loro fusi respingere gli Spagnuoli; egli partì il 27 di aprile, a seconda degli ordini ricevuti, e affidò il comando della città ad Andrea Giugni ed a Pietro Orlandini[64].

La partenza del Ferrucci ebbe per Empoli funeste conseguenze: il principe di Orange spedì Diego Sarmiento, coi Bisogni spagnuoli, per assediarla; vi aggiunse tutta la cavalleria di don Ferdinando Gonzaga, e varie vecchie bande del marchese del Guasto. Nello stesso tempo Fabrizio Maramaldo batteva la campagna, e vietava al Ferrucci di avvicinarsi all'assediata città. Le batterie spagnuole cominciarono a battere Empoli il 24 di maggio, ed il 28 gl'imperiali diedero alla piazza un sanguinosissimo assalto; ma dopo molte ore di battaglia furono respinti. Nella susseguente notte, gli abitanti d'Empoli, temendo i patimenti di un assedio, mandarono segretamente al campo spagnuolo per capitolare, ed avendo ottenuta una salvaguardia per le persone e proprietà loro, non fecero parola dei soldati che gli avevano valorosamentedifesi. I due capitani Giugni ed Orlandini avevano avuto parte in questa vergognosa transazione. Quando in seguito gli Spagnuoli vennero introdotti entro le mura di Empoli, disprezzarono la capitolazione, ed abbandonarono al saccheggio non solo i ricchissimi magazzini adunati con tanto zelo e stento dal Ferrucci per assicurare l'approvvigionamento di Firenze, ma inoltre tutte le case degli abitanti[65].

Intanto Francesco Ferrucci aveva condotta a buon fine la sua spedizione: partito da Empoli il 27 d'aprile, con circa mille quattrocento fanti e dugento cavaleggieri, cui aveva fatto prendere provvigioni per due giorni, giunse non pertanto lo stesso giorno a Volterra, tre ore prima di notte. Dopo essere entrato nella cittadella per la porta del soccorso, ed avere dato un'ora di riposo a' suoi soldati, scese nella città e forzò i primi trinceramenti innalzati dai Volterrani, e gl'inseguì vivamente fino alla piazza di sant'Agostino, dove eransi eretti altri trinceramenti. Intanto era sopraggiunta la notte, ed i suoisoldati, oppressi dalla fatica del lungo cammino fatto e dalla recente ostinata battaglia, più non potevano reggersi in piedi; fu d'uopo perciò trincerarsi sulla piazza, aspettando il vegnente mattino. All'indomani ricominciò la battaglia in sul fare del giorno. I Volterrani attendevano ad ogni istante gli ajuti loro promessi da Fabrizio Maramaldo, il quale occupava la provincia con due mila cinquecento Calabresi, i quali, non ricevendo il soldo, vivevano a discrezione. Ma il Ferrucci costrinse i Volterrani a capitolare, prima che il Maramaldo potesse soccorrerli[66].

Il Ferrucci si affrettò di mettere Volterra in istato di difesa: doveva nello stesso tempo tenersi in guardia contro gli abitanti della città, pieni di rancore verso i Fiorentini, e contro Fabrizio Maramaldo, che non tardò ad attaccarlo colla sua infanteria leggiere. Prolungaronsi fra di loro le zuffe tutto il mese di maggio con un accanimento che si cangiò in odio personale. Dopo la presadi Empoli, il marchese del Guasto e don Diego di Sarmiento raggiunsero Maramaldo coi loro corpi d'armata. Il 12 di giugno scoprirono le loro batterie contro le mura di Volterra, e vi aprirono larghe brecce. Il Ferrucci rimase gravemente ferito in due parti durante quest'attacco; ma senza dar tempo di farsi medicare, fecesi portare sopra una seggiola in tutti i posti più minacciati dal nemico, e continuò egli solo, senza perdere un solo istante, a dirigere la difesa[67]. Il 17 di giugno, il marchese del Guasto, che aveva ricevuto dal campo del principe d'Orange un rinforzo d'artiglieria, aprì nuovamente larghe brecce nelle mura della città. La febbre erasi aggiunta alle ferite del Ferrucci; ma non pertanto questi, lasciando in non cale ogni cura della sua salute, fece testa al nemico, e dopo un'accanita zuffa lo costrinse a levare vergognosamente l'assedio[68].

Dopo avere assicurato il possedimento di Volterra, il Ferrucci rivolse il pensiero ad eseguire la commissione che gli era stata data dai dieci della guerra; cioè di ragunare tutti i soldati fiorentini che trovavansi nelle varie parti del territorio tuttavia soggetto al governo della repubblica, e di venire, dopo avere in tal guisa ingrossato il più che poteva la sua piccola armata, ad attaccare il campo degli assedianti, mentre che i Fiorentini lo asseconderebbero con una vigorosa sortita; imperciocchè il gonfaloniere, la signoria, i dieci della guerra, e lo stesso consiglio degli ottanta, desideravano la battaglia, ed ordinavano ai loro generali d'attaccare il nemico. Invano Malatesta Baglioni e Stefano Colonna dichiaravano di non poter condurre le milizie contro soldati veterani, superiori di numero, e protetti dai loro trinceramenti in gagliarde posizioni: i consiglj replicavano l'ordine d'attaccare il nemico, onde almeno conservare alcuna possibilità di prosperi avvenimenti, mentre che la fame, ch'essi vedevano non lontana, e la peste, che dal campo nemico era entrata in città, gli andavano distruggendo, quasi con tanta rapidità come avrebbefatto la battaglia, senza lasciar loro nè gloria, nè speranza[69].

Il Ferrucci ricevette il 14 di luglio le nuove facoltà che gli venivano affidate, le quali lo rendevano in autorità eguale alla signoria ed all'intero popolo di Firenze; in pari tempo ebbe ordine di porsi in cammino per salvare la sua patria, che tutte in lui solo riponeva le sue speranze. Egli aveva sotto i suoi ordini venti compagnie, sette delle quali lasciò alla custodia di Volterra, e seco condusse le altre tredici, che non ammontavano in tutto a più di mille cinquecento uomini, sebbene in origine fossero tutte composte di dugento soldati. Scese la Cecina, ed arrivò per Vado e Rossignano a Livorno, senza lasciarsi trattenere dagli archibugieri di Maramaldo, che tentavano di precludergli la strada. Da Livorno recossi a Pisa, ove il signore Giampaolo Orsini lo stava aspettando con un corpo quasi eguale al suo. Era questi figliuolo di Renzo di Ceri, e nel maggior pericolo della repubblica, le si era offerto con una specie di cavallerescosagrificio, onde avere parte in quest'ultima battaglia in favore della libertà e dell'indipendenza italiana[70]. Per pagare queste due piccole armate, convenne levare danaro in Pisa col mezzo d'arbitrarie contribuzioni; e mentre che il Ferrucci, oppresso dalle fatiche e dalle cure, doveva provvedere personalmente a tutto, fu sorpreso da violenta febbre, che lo tenne tredici giorni in una forzata e disperante inazione[71].

Il piano che stava per eseguire il Ferrucci non era suo. Egli aveva offerto alla signoria di condurre la sua piccola armata contro Roma, dove sapeva trovarsi il papa senza veruna difesa; avrebbe dato voce d'andare a mettere a sacco per la seconda volta la corte romana, ed avrebbe richiamati così sotto le sue insegne la folla dei mercenarj senza onore e senza religione, che non guerreggiavano che per bottinare: soprattutto contava di guadagnare facilmente iBisognispagnuoli di Diego Sarmiento. Il papa, atterrito all'avvicinarsi di questa truppa,avrebbe fatta la pace, o per lo meno avrebbe richiamato il principe d'Orange per difendersi. Ma la signoria ricusò di approvare cotale progetto, da lei giudicato troppo ardito[72].

Francesco Ferrucci, avendo finalmente ricuperate le forze, prese tutte le convenienti misure per la sicurezza di Pisa; in pari tempo si provvide d'artiglieria, di fuochi artificiali, e di tutto quanto poteva dare alla sua piccola armata maggiore fiducia in se medesima; indi si pose in cammino la notte del 30 luglio, tre ore dopo il tramontare del sole, con un'armata di tre mila pedoni e di quattro in cinquecento cavalli. Uscì di Pisa per la porta di Lucca, ed attraversando tutto lo stato lucchese tentò da prima di entrare nel piano di Pescia pel ponte di Squarcia Boccone; ma perchè vi trovò qualche resistenza, penetrò nelle montagne lucchesi, e si accampò la prima notte a Medicina; indi passò la seguente a Calamecca nelle montagne di Pistoja. Sperava di ragunare in questa provincia tutta la fazione dei Cancellieri, i quali erano ben affetti alla repubblica, e, dopo avere ingrossata la sua armata con bande d'insorgenti, d'impadronirsidi Pistoja, ove potrebbe adunare i magazzini che destinava a vittovagliare Firenze. Ma i partigiani dei Cancellieri, ch'egli trovò a Calamecca, volendo approfittare del di lui arrivo per vendicarsi del partito nemico de' Panciatichi, lo traviarono dalla strada che avrebbe dovuto tenere, e lo condussero a San Marcello, ove signoreggiavano i Panciatichi. Infatti il Ferrucci prese questa terra, la saccheggiò, e la bruciò, perdendo in tal modo un tempo prezioso. Una dirotta pioggia gli fece inoltre differire alcune ore la partenza; egli condusse poi la sua armata a Gavinana, castello spettante alla fazione dei Cancellieri, lontano quattro miglia da San Marcello ed otto dalla città di Pistoja[73].

Ma qualunque stata fosse la rapidità del Ferrucci e l'accortezza della sua marcia, che, girando la metà de' confini toscani, lo conduceva in soccorso di Firenze per la parte più opposta a quella ond'era partito, egli era quasi circondatoda tutte le bande. Fabrizio Maramaldo trovavasi sulla di lui manca, e lo aveva sempre seguito senza tentare di venire alle mani. Alessandro Vitelli stava alla destra col corpo deiBisognispagnuoli, che poc'anzi si erano ammutinati e ritirati ad Alto Pascio, di dove egli aveali ricondotti all'ubbidienza colla speranza di una battaglia. Il Bracciolini lo seguitava con un migliaja d'uomini della fazione dei Panciatichi, armati sulle montagne. Pure il Ferrucci credevasi ancora in situazione di sottrarsi a tutti, o di attaccarli e vincerli separatamente, quando lo stesso principe d'Orange gli si fece incontro con mille veterani tedeschi, altrettanti spagnuoli e quattro colonnelli italiani[74].

Il principe d'Orange, che confidato aveva il comando dell'armata, durante la sua assenza, a don Ferdinando Gonzaga, ed al conte di Lodrone, non poteva allontanarsi tanto da Firenze, che sull'appoggio di un tradimento. Sapeva il gonfaloniere che la salvezza della repubblica era tutta ridotta nel solo Ferrucci, onde voleva assecondarlo col piùvigoroso attacco contro il campo degli assedianti. Qualunque si fosse la superiorità della posizione, del numero o della disciplina degli Spagnuoli e de' Tedeschi, voleva affrontarla, ed ordinò a Malatesta Baglioni di apparecchiarsi ad una generale sortita. Dichiarò in pari tempo che si porrebbe egli stesso alla testa della scelta milizia fiorentina, e che seguirebbe la truppa di linea ovunque il Malatesta la condurrebbe, lasciando la guardia di Firenze ai vecchi ed all'ordinanza dei contadini[75].

Ma il Baglioni non aveva più che sperare o temere dalla repubblica fiorentina, e non voleva più oltre legare la propria fortuna a quella di uno stato che vedeva in sul punto di perire. Aveva segretamente negoziato col principe d'Orange, e per mezzo di lui anche con Clemente VII; erasi fatta confermare la sua sovranità di Perugia e promettere nuovi favori ecclesiastici e temporali, obbligandosi per iscrittura verso il principe d'Orange a non attaccare il campo, mentre il principe ne starebbe lontano per andare contro il Ferrucci. Successivamente oppose tre proteste agli ordini datigli dalla signoriadi attaccare il nemico; ed il suo collega Stefano Colonna ebbe la debolezza ancor esso o la falsità di sottoscriverle. Diceva in queste scritture che la battaglia cui volevasi sforzarlo cagionerebbe l'irreparabile ruina della sua armata e della repubblica; e quando all'ultimo ebbe un perentorio ordine di marciare, vi si prestò con tanta lentezza, che prima ch'egli si fosse mosso, i Fiorentini ebbero notizia dell'esito della spedizione del Ferrucci[76].

Il principe d'Orange era partito dal suo campo la sera del primo giorno di agosto; camminò tutta la notte, ed all'indomani diede riposo alle sue truppe a Lagone, villaggio posto tra Gavinana e Pistoja: colà stavano mangiando nella stessa ora in cui quelle del Ferrucci facevano lo stesso a San Marcello. Le due armate ripresero di nuovo il cammino press'a poco nello stesso istante, e giunsero nello stesso tempo innanzi a Gavinana. La campana a stormo che suonavasi in questo villaggio, avvisò il Ferrucci dell'avvicinarsi del nemico, senza che per altro potesse sospettare che fosse lostesso principe d'Orange, ed una tanto ragguardevole parte della di lui armata, che avessero abbandonato il campo sotto Firenze[77].

La fanteria del Ferrucci era divisa in due corpi, ognuno di quattordici compagnie; egli comandava il primo, e Giampaolo Orsini il secondo, che serviva di retroguardia. Era egualmente divisa in due squadroni la cavalleria; uno de' quali era condotto da Amico d'Ascoli, l'altro da Carlo di Castro e dal conte di Civitella[78]. Prima di venire a battaglia, il Ferrucci esortò brevemente i suoi commilitoni; loro ricordò che la salvezza di Firenze e l'ultima speranza della repubblica erano riposte nella piccola loro armata, e non altro domandò loro che di seguirlo dovunque lo vedessero avanzarsi[79].

Il Ferrucci, essendosi rimesso il caschetto, scese da cavallo ed entrò in Gavinana colla picca in mano nell'istante medesimo in cui Fabrizio Maramaldo, avendo fatto atterrare un muro secco,vi entrava per un'altra strada. La fanteria delle due armate s'incontrò sulla piazza del castello, intorno ad un alto castagno che ne occupava il centro; ed in tal luogo la pugna fu più lunga e più accanita, mentre che il principe d'Orange colla sua cavalleria attaccava impetuosamente quella del Ferrucci, ch'erasi trattenuta fuori delle mura. I cavalieri fiorentini tennero saldo; alcuni archibugieri, frammischiati nelle loro linee, fecero replicate scariche contro i cavalli nemici e gli sgominarono. Il principe d'Orange, cercando di riordinarli, attraversò solo di galoppo una ripida costa sotto il fuoco de' Fiorentini, e colpito nello stesso tempo da due palle nel collo e nel petto, cadde subito morto. Antonio d'Herrera ed il rimanente de' cavalieri, presenti alla caduta del principe, si posero in fuga, e non si trattennero che a Pistoja, ove sparsero il terrore nella loro fazione. I soldati del Ferrucci trovarono nelle tasche del principe d'Orange lo stesso viglietto di Malatesta Baglioni, con cui il Malatesta gli prometteva di non attaccare il di lui campo[80].

La cavalleria del Ferrucci, dopo avere dispersa quella del principe d'Orange, ed ucciso questo generale, faceva echeggiare l'aria colle grida della vittoria. Ma nello stesso tempo Giampaolo Orsini era stato attaccato da Alessandro Vitelli; la retroguardia da lui comandata aveva perdute le insegne disordinandosi, e Giampaolo era stato forzato a ritirarsi a piedi in Gavinana, dove aveva raggiunto il Ferrucci. Questi dal canto suo aveva cacciato fuori di Gavinana Maramaldo ed i di lui Calabresi, i Landsknecht ed i cavalli del principe; ma dopo avere combattuto tre ore sotto un cocente sole di agosto, egli riposavasi appoggiato sulla sua picca, quando venne attaccato da un altro corpo di Landsknecht che non aveva per anco combattuto; in quell'istante il Ferrucci e Giampaolo non avevano presso di loro che pochi ufficiali, essendosi alquanto allontanati i loro soldati per riposarsi qualche minuto. Con questo piccolo corpo scelto l'Orsini ed il Ferrucci si difesero ancora lungo tempo. Frattanto Giampaolo, ferito, e coperto di polvere, più non vedendo speranza di salvezza, rivoltosi al Ferrucci gli disse:Signor commissario, non vogliamo ancora arrenderci? No! rispose il Ferrucci,e scagliossi contra un nuovo squadrone di nemici che veniva ad attaccarlo. Infatti lo respinse fuori delle porte; ma mentre lo inseguiva vide chiudersi le porte alle spalle. La terra era presa, tutti i suoi soldati morti, feriti, o fuggitivi; lo stesso Ferrucci aveva ricevuto più d'una ferita mortale, e nel di lui corpo omai rimanevano poche parti sane; finalmente egli si arrese ad uno spagnuolo, che, per guadagnare il di lui riscatto, procurava di salvargli la vita. Ma Maramaldo, fattoselo condurre innanzi sulla piazza del castello, lo fece disarmare e lo pugnalò colle sue mani. Il Ferrucci si contentò di dirgli:tu uccidi un uomo di già morto[81].

Nello stesso tempo fu fatto prigioniere Giampaolo Orsini, che poi riebbe la libertà pagando una taglia; era venuto in mano de' vincitori anche Amico d'Ascoli, ma il di lui personale nemico, Muzio Colonna, lo comperò per seicento ducatida colui che lo aveva preso, per ucciderlo poi a voglia sua; Guglielmo Frescobaldi, che il Ferrucci aveva pel suo migliore luogotenente, morì a Pistoja in conseguenza delle sue ferite; rimasero sul campo di battaglia circa due mila morti, ed ancor maggiore fu il numero de' feriti. L'armata del Ferrucci era distrutta; ma gl'imperiali avevano a caro prezzo acquistata la vittoria: grandissima era la perdita dell'armata imperiale, e la morte del suo generale poteva disordinarla, tanto più che il marchese del Guasto l'aveva in allora abbandonata per passare ai servigj di Ferdinando d'Ungheria[82].

Vero è che il Ferrucci era ancora più necessario ai Fiorentini, che non il principe d'Orange agl'imperiali. Allorchè il 4 di agosto si ebbe in Firenze la notizia della morte di lui, tutta la città fu compresa da dolore e da spavento. Invano il gonfaloniere e la signoria si sforzavano di rianimare gli abbattuti spiriti, e di far mostra de' mezzi che tuttavia restavano. La sconfitta del Ferrucci veniva in parte attribuita ad una dirotta pioggia che aveva spente le trombe a fuoco, specie diartificio che i fanti fiorentini portavano attaccato alle loro picche, e che, costantemente vomitando fiamme, spaventava i cavalli. Ma il gonfaloniere ricordava che quella stessa pioggia che aveva perduto il Ferrucci, poteva salvare la città; che le acque dell'Arno erano così gonfie, che varj quartieri del campo nemico non potevano più avere comunicazione cogli altri; e che i Fiorentini, con una generale sortita, potevano avere il vantaggio del numero, attaccando ad uno ad uno i posti nemici. Affrettava perciò Malatesta Baglioni a venire a battaglia, e la signoria, per affezionarsi i capitani delle sue truppe di linea, prometteva loro per premio della vittoria la continuazione del soldo finchè vivrebbero; ma Malatesta Baglioni ricusò di ubbidire, e dichiarò altamente di volere oramai salvare una città, vicina a perdersi a cagione dell'ostinazione e della temerità de' suoi capi[83].

Il Baglioni trovava in Firenze un grosso partito che faceva eco al suo rifiuto di combattere. Tutte le persone deboli e pusillanimi, tutti gli egoisti e coloro chesospiravano dietro i godimenti d'una vita tranquilla, desideravano la pace, e l'avrebbero accettata a qualunque patto. I partigiani dell'aristocrazia più non si curavano di esporsi ulteriormente pel mantenimento dell'autorità popolare: i segreti partigiani dei Medici osavano essi pure di manifestare i loro voti; e gli storici di questo partito confessano il tradimento del Baglioni per fargliene un merito[84]. Oramai i cittadini attaccati alla libertà non venivano indicati con altri nomi che con quelli di ostinati e di arrabbiati. Il Malatesta dichiarò che piuttosto che attaccare il campo imperiale, comandato, dopo la morte del principe d'Orange, da don Ferdinando Gonzaga, darebbe la sua dimissione. I dieci della guerra credettero di poterlo prendere in parola, e l'otto agosto gli spedirono Andreolo Niccolini per portargli il congedo dettato colle più lusinghiere espressioni. Estrema fu la sorpresa del Baglioni quando lo ricevette, e maggiore della sorpresa la rabbia: senza volerlo accettare, senza volerlo leggere, si fece addossoal Niccolini che lo recava, e lo ferì con ripetute pugnalate[85].

Il gonfaloniere volle fare un altro esperimento per mantenere la vacillante autorità della repubblica; ordinò a tutte le compagnie della milizia di adunarsi in piazza, e si pose alla loro testa per andare contro il Baglioni. Ma il terrore aveva di già sbandita ogni subordinazione, ed invece delle sedici compagnie, otto sole si trovarono sulla piazza. Dall'altro canto Malatesta Baglioni aveva di già introdotto nel suo bastione il capitano imperiale, Pirro Colonna di Stipicciano; aveva disarmata o congedata la guardia fiorentina della porta Romana, ed aveva rivolta contro la città l'artiglieria destinata a difendere le mura[86].

Firenze era perduta, e non eravi umana forza che potesse salvarla. Mentre che molti cittadini volevano ancora morire liberi e colle armi alla mano, gli altri conoscevano che verun ostacolo più non poteva oramai trattenere quella feroce armata, che si era infamata colla tirannideesercitata in Milano, e col sacco di Roma: si riparavano nelle chiese colle loro donne, i figliuoli e le loro ricchezze, e senza potersi appigliare a verun partito, senza nutrire veruna speranza, più non ubbidivano alle magistrature, e non facevano che imbarazzare coloro che non avevano per anco tutto perduto il coraggio, e mostravano ancora costanza.

La signoria colla più profonda umiliazione, e col più acerbo dolore, restituì il bastone del comando al Malatesta, in arbitrio del quale stava il permettere agli imperiali d'inondare la città, o l'imporre loro qualche condizione. Quattrocento giovani, tra i quali si videro con dolore i figli ed i generi del gonfaloniere Niccolò Capponi, eransi schierati in armi sulla piazza di santo Spirito, risoluti di appoggiare il Baglioni e di non riconoscer più la signoria. Fece questa un estremo sforzo per richiamarli sotto le sue insegne; rappresentò loro, che separandosi dai proprj concittadini in così difficili circostanze, esponevano la patria e sè medesimi ai più spaventosi pericoli; ma per tutta risposta non ebbe che insulti e minacce da quei giovani che vennero in armi sulla piazza del palazzo, e costringerla a porre in libertàtutti coloro che ella teneva custoditi a motivo del loro attaccamento alla fazione dei Medici[87].

Fra tanto perturbamento la signoria nominò quattro ambasciatori, che spedì al campo di Ferdinando Gonzaga per chiedere una capitolazione. Scelse Baldo Attuiti, Jacopo Morelli, Lorenzo Strozzi e Pier Francesco Portinari. Non ebbero questi d'uopo di cercare lontano coloro coi quali dovevano trattare, perchè Bartolomeo Valori, uno degli emigrati che il papa aveva nominato suo commissario in Toscana, e che a nome dei Medici governava tutto il paese occupato dall'armata imperiale, era venuto in quella medesima casa dei Pini, in cui abitava Malatesta Baglioni. Le condizioni che ottennero gli ambasciatori erano più vantaggiose che sperare si potessero in così tristi circostanze; ma le condizioni sono di poca importanza, quando vengono giurate da sovrani senza fede, ed in seguito riclamate da uomini senza potenza. È probabile che il papa avesse ordinato al Valori di acconsentire a tutto, riservandosi poi l'interpretazionedel trattato a modo suo. L'imperatore nulla affatto somministrava pel soldo e pel mantenimento dell'esercito sotto Firenze, e Clemente VII non aveva più credito per essere state le sue entrate assorbite da lunghe guerre, e le sue ricchezze perdute nel sacco di Roma: perciò non poteva più oltre sostenere cotali spese, che oltrepassavano i settanta mila fiorini al mese[88].

Il trattato, che venne sottoscritto il 12 di agosto del 1530 a santa Margarita di Montici, portava che la forma del governo di Firenze sarebbe regolata dall'imperatore entro il termine di quattro mesi, a condizione che sarebbe salva la libertà. Prometteva la repubblica di pagare all'armata cinquanta mila scudi in danaro sonante, e trenta mila in cambiali; ed in compenso le truppe imperiali dovevano immediatamente allontanarsi. Dovevansi consegnare al commissario del papa le fortezze di Pisa, di Volterra e di Livorno. Per guarenzia del pagamento delle cambiali, della consegna delle fortezze e dell'ubbidienza del popolo a quel governo che gli darebbe l'imperatore, iFiorentini dovevano dare nelle mani di Ferdinando Gonzaga cinquanta ostaggi a sua scelta. Finalmente a nome del papa e dell'imperatore veniva accordata un'amplissima amnistia, tanto a tutti i Fiorentini senza eccezione per tutto ciò che potessero avere fatto contro la casa dei Medici, quanto a tutti i sudditi dell'impero e della Chiesa che gli avevano serviti in tempo della guerra, portando le armi contro i loro abituali signori[89].

In conseguenza di questo trattato, che bentosto si rimase negli archivj, quale monumento della scandalosa mancanza di fede dei due sovrani, in nome de' quali era stato convenuto, tutti gli emigrati fiorentini ed i commissarj del papa rientrarono in città. Bartolomeo Valori fece occupare il 20 di agosto la piazza del palazzo da quattro compagnie di soldati corsi; costrinse in appresso la signoria a scendere sul balcone, e fece suonare la maggiore campana per adunare il popolo a parlamento. Appena si trovarono adunati nella piazza trecento cittadini; taluno di coloro che voleva andarvi per emettereper l'ultima volta un libero suffragio, venne respinto a colpi di pugnale[90]. Salvestro Aldobrandini volgendosi a questa irrisoria assemblea del popolo, gli domandò se acconsentiva, «che si creassero dodici uomini che avessero essi soli altrettanto d'autorità e di potere, quanto ne aveva tutt'insieme il popolo di Firenze.» Tre volte fu rinnovata questa domanda, e tre volte il popolaccio ed i fanciulli risposero:Sì! sì! le palle, le palle!(stemma dei Medici)i Medici! i Medici!Dopo questo preteso assenso popolare, furono dal commissario apostolico nominati dodici signori della balìa. Questi deposero la signoria, i dieci della guerra, gli otto della guardia e balìa, ossiano supremi giudici criminali. Fecero deporre le armi al popolo, e così la libertà fiorentina soggiacque per l'ultima volta. Avanti che spirasse l'autorità di costoro, lo stesso nome di repubblica venne annullato[91].


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