Dopo la pace don Giovanni de Luna continuò a tenere a Siena una piccola guarnigione spagnuola sotto colore di mantenere l'ordine in città, ma infatto per mantenerla dipendente dal partito imperiale. Carlo V però mai non mandava danaro ai suoi soldati, ed in tempo di pace lasciava che vivessero a discrezione nelle province suddite o alleate, le quali perciò non soffrivano meno dalla crudele avidità degli Spagnuoli, che non un paesenemico in tempo di guerra[149]. Il malcontento cagionato dalle ruberie degli Spagnuoli era di già arrivato all'estremo, e venne accresciuto dal costante favore che don Giovanni de Luna, d'accordo con Cosimo I, mostrava all'aristocrazia. Volevano questi due che ogni potere fosse concentrato nella nobiltà e nel monte dei nove, che quasi colla nobiltà si confondeva; e mostravano agli altri ordini quel disprezzo che i borghesi soffrivano nelle monarchie. Il popolo, spinto agli ultimi estremi, sollevossi il 6 di febbrajo del 1545; furono uccisi circa trenta gentiluomini, e gli altri cercarono rifugio in palazzo presso don Giovanni de Luna. Cosimo I, che teneva le sue truppe apparecchiate ai confini per approfittare di questo tumulto, cui forse ebbe qualche parte, voleva che don Giovanni le lasciasse entrare in città; ma questi mancò di risoluzione o di antiveggenza; lasciò licenziare la propria guarnigione spagnuola, ed all'ultimo fu costretto ad uscire egli medesimo di Siena il 4 di marzo del 1545 con un centinajo di membri dell'aristocrazia; nello stesso tempo tutto il montedei nove venne privato d'ogni partecipazione al governo[150].Mentre che in Toscana omai più non restava orma dell'antica libertà, che tutta l'Italia aveva perduta la sua indipendenza, e che veruna potenza estera pareva in istato di soccorrerla, un gonfaloniere di Lucca formò l'audace disegno di richiamare in vita tutte quelle antiche repubbliche, di unirle con una confederazione, di scuotere il giogo dell'imperatore, in allora trattenuto in Allemagna dalla lega di Smalcalde, di schivare d'assoggettarsi a quello della Francia, e di riconquistare nello stesso tempo l'indipendenza dell'Italia, la libertà politica dei cittadini e la libertà religiosa, di cui ne aveva a Lucca inspirato il desiderio la predicazione della riforma. Francesco Burlamacchi, autore di questo progetto, era uno de' tre commissarj dell'ordinanza ossia milizia del territorio di Lucca. Aveva sotto il suo comando circa mille quattrocento uomini, e poteva portarli a due mila senza dare sospetto. Secondol'usata pratica di ogni anno, contava di farli passare in rassegna sotto le mura di Lucca, e quando le porte della città si chiuderebbero dopo la rassegna, voleva sotto finto pretesto condurre la sua truppa, a traverso al monte di san Giuliano, a sorprendere Pisa che non aveva guarnigione, ed ove il comandante della rocca era con lui d'accordo; voleva rendere ai Pisani quella libertà per la quale avevano combattuto quarant'anni prima con tanto valore; unirli ai suoi Lucchesi per marciare insieme sopra Firenze, ed approfittare dell'universale malcontento dei popoli, e della sicurezza dei tiranni, per dilatare ovunque la rivoluzione. Un altro corpo di truppe doveva incamminarsi verso Pescia e Pistoja, ove lo spirito di fazione aveva mantenute le abitudini militari. Arezzo che di fresco aveva mostrato il suo attaccamento alle idee repubblicane, Siena che temeva il risentimento dell'imperatore, Perugia che nel 1539 aveva pure cercato di scuotere il giogo del papa[151], Bologna che lo sopportava impazientemente, dovevano entrare nella nuova lega, la quale dovevaad ogni città guarentire la rispettiva libertà e tutti i necessarj mezzi di resistenza. I due fratelli Strozzi avevano promessi trenta mila scudi in effettivo danaro, i soccorsi della Francia, e l'attiva cooperazione degli emigrati fiorentini; ma essi persuasero il Burlamacchi a differire l'esecuzione del suo disegno per aver tempo di conoscere i risultamenti della guerra incominciata dall'imperatore contro i protestanti della Germania: intanto un Lucchese, che i congiurati volevano associarsi, andò a Firenze a darne avviso al duca Cosimo I. Il Burlamacchi era in allora gonfaloniere; e sebbene la sua carica non potesse sottrarlo al gastigo meritato da una tanto ardita impresa, fatta senza l'assenso della sua patria, avrebbe ancora avuto tempo di fuggire quando seppe che il suo disegno era stato rivelato a Cosimo, se le generose cure ch'egli volle avere per alcuni emigrati sienesi che temeva di avere compromessi, e che lo denunciarono ai consiglj di Lucca, non fossero stati, trattenendolo, cagione del di lui arresto. Cosimo I persuase l'imperatore a domandare un prigioniere che aveva voluto sollevare tutta l'Italia. I Lucchesi non ebbero il coraggio di ricusarlo: e il Burlamacchi futradotto a Milano, posto alla tortura, poi condannato all'estremo supplicio[152].La congiura del Burlamacchi diede all'imperatore un nuovo motivo per assicurarsi del governo di Siena. Temeva che il malcontento che ogni giorno vedeva farsi maggiore, non ispingesse questa repubblica a cercare un più leale protettore, ad aprire le sue porte ai Francesi, ed in tal modo a dar loro un'importante stazione nel centro dell'Italia: perciò, malgrado la ripugnanza dei Sienesi, risolse d'introdurre di nuovo nella loro città una guarnigione spagnuola, in sul piede di quella di don Giovanni de Luna, ch'essi avevano rimandata. Ne affidò il comando a quel don Diego Hurtado de Mendoza, che si acquistò gran nome tra i letterati colla suaStoria della guerra di Granata, le sue poesie, ed il suo romanzo diLazarillo di Tormes, ma che in Italia si rendette detestabile colla sua alterigia, colla sua avarizia e colla sua perfidia. La guardia spagnuola entrò inSiena il 29 di settembre del 1547; ed il Mendoza, ch'era nello stesso tempo ambasciatore a Roma, e che, di là dirigendo gl'intrighi spagnuoli, era troppo contento d'avere in vicinanza e sotto i suoi ordini una piazza d'armi, recossi a Siena il 20 di ottobre, poi nel 1548 vi fece entrare altre truppe, disarmò i cittadini, e mutò il governo in maniera da renderlo affatto dipendente dal suo volere. Il 4 di novembre del 1548 vi creò una nuova balìa di quaranta membri, venti de' quali furono eletti dall'antico senato e venti da lui medesimo. La sovranità della repubblica venne conferita a questo corpo; ma dopo tale epoca vi comandava tanto dispoticamente l'imperatore, che potè offrire Siena al papa Paolo III invece di Parma e Piacenza, come se avesse pieno diritto di disporne[153].Per essere ancora più certo dell'ubbidienza di questa repubblica, il Mendoza ottenne precisi ordini dall'imperatore di fabbricare in Siena una rocca, malgradola costante ed unanime opposizione di tutte le classi dei cittadini. Gli Spagnuoli si comportavano con tanta insolenza, era così difficile l'ottenere giustizia dei furti, degli omicidj, degli oltraggi di ogni sorta, di cui si rendevano colpevoli, che i cittadini li vedevano con sommo terrore assicurarsi sempreppiù il possedimento della loro città. Lo storico Malavolti fu egli stesso deputato presso Carlo V, per supplicarlo di rinunciare ad un progetto che metteva nella disperazione i suoi compatriotti. Riuscirono vane le sue rappresentanze; ma il piano adottato dal Mendoza per l'erezione della rocca era così vasto, richiedeva così ragguardevoli spese, che le opere cominciate non bastarono a coprire i soldati che dovevano difenderle, quando sopraggiunse il pericolo[154].Niuno stato d'Italia fu forse più che la repubblica di Siena ostinato, prima nell'antico partito ghibellino, poi, quando questo nome cominciava ad essere dimenticato, nel partito imperiale per opposizionea quello della Francia. Tutte le fazioni che si erano fatte la guerra e strappato di mano a vicenda il timone della repubblica, avevano professate le stesse opinioni; ma l'avarizia spagnuola e l'iniqua fede del Mendoza avevano alla fine trionfato di questo lungo attaccamento; e quando nel 1552 si rinnovò la guerra in Piemonte ed in Germania fra Carlo V ed Enrico II, i Sienesi si rivolsero alla Francia ed implorarono il di lei ajuto per sottrarsi alla dura tirannia che cominciava a pesare sul loro capo[155].Il duca di Firenze, che teneva aperti gli occhi su questo vicino stato, scoprì la corrispondenza de' Sienesi coi Francesi; egli aveva cagione di essere scontento del Mendoza e del governo di Spagna. Invece di essere trattato qual principe indipendente, egli sentiva che si cercava di farlo scendere ogni giorno al rango di vassallo dell'imperatore; temeva lo stabilimento degli Spagnuoli in Siena quasi quanto quello dei Francesi; ma ad ogni modo il suo principale interesse era semprequello di contenere il malcontento de' Fiorentini, e di conservare la propria signoria a dispetto dell'odio de' suoi sudditi. Perciò, a fronte delle umiliazioni che soffriva per parte dell'imperatore o dei suoi ministri, non lasciava di conservarsi loro fedele. Nella presente circostanza offrì gagliardi ajuti a don Diego Mendoza; ma questi, più geloso del duca che premunito contro il comune nemico, ricusò di ricevere le truppe di Cosimo in Siena[156].Erasi formato un attruppamento nei contadi di Castro e di Pitigliano, sotto il comando di Niccolò Orsini, che aveva preso servigio sotto i Francesi: due emigrati sienesi, Enea Piccolomini ed Amerigo Amerighi, eransi fatti capi di un corpo d'insorgenti, che, attraversando lo stato di Siena, s'ingrossò fino al numero di circa tre mila. Il Piccolomini si presentò la sera del 26 luglio del 1552 alle porte di Siena, proclamando il nome dilibertà. Il popolo, sebbene disarmato, si sollevò; non eranvi in città che quattrocento Spagnuoli, sotto gli ordini di don Giovanni Franzesi, essendo stati glialtri mandati ad Orbitello ed in varj porti delle Maremme, mentre il Mendoza trattenevasi in Roma. I Sienesi aprirono le porte al Piccolomini, e subito scacciarono gli Spagnuoli dal convento di san Domenico, dove questi si erano afforzati, e gl'inseguirono fino alla rocca, che l'avarizia del Mendoza aveva lasciata male armata, e mal provveduta di vittovaglie. Cosimo dei Medici si affrettò di mandare soccorsi agli Spagnuoli; ma in seguito, temendo di tirarsi addosso le armi della Francia, mentre Carlo V, vivamente attaccato da Maurizio di Sassonia, sembrava inabilitato a secondarlo, richiamò le sue truppe, e si fece mediatore di una capitolazione, in forza della quale la fortezza innalzata a porta di Camullia fu, il 3 agosto del 1552, data in mano ai Sienesi, che la demolirono, e la guarnigione spagnuola si ritirò a Firenze[157].Enrico II colse avidamente l'occasione che venivagli offerta di far penetrare lesue armate nel cuore dell'Italia, e di approfittare dell'universale malcontento per invitare i popoli a scuotere il giogo della corte di Spagna. Fece passare ai Sienesi alcuni gentiluomini francesi per dirigerli, soldati per difenderli, e soccorsi d'ogni maniera. Il duca di Termini, in addietro governatore di Parma, venne l'11 di agosto a soggiornare in Siena, ed in breve fu stipulato un trattato tra la repubblica ed il re di Francia[158].Cosimo I vedeva con estrema inquietudine lo stabilimento de' Francesi alle sue porte. Ad ogni modo non credeva le circostanze favorevoli per discacciarli a forza aperta; aveva promesso di tenersi neutrale, ed Enrico II si era obbligato a rispettare la di lui neutralità. Cosimo cercava di far sentire a Carlo V, che colla pazienza e coll'accortezza giugnerebbe a' suoi fini ugualmente che colle armi. Ma il 2 di agosto l'imperatore aveva sottoscritta la pace di religione a Passavia, e così trovandosi liberato daMaurizio di Sassonia, il suo più temuto nemico, risolse di punire i Sienesi di una rivoluzione, ch'egli risguardava per sè disonorevole, ed ordinò a don Pedro di Toledo, vicerè di Napoli, e suocero di Cosimo I, di recarsi per mare a Livorno colle forze di cui poteva disporre[159].Il vicerè, uno de' più crudeli ed avari fra quei ministri di Carlo V, che avevano in Italia renduto odioso il nome dell'imperatore, non ebbe tempo di meritare le maledizioni dei Toscani, come aveva raccolte quelle dei Napolitani. Giunse in Firenze in sul cominciare del 1553 e vi morì nel susseguente febbrajo, dopo essere sembrato per tutto quel tempo assorto intieramente nei piaceri di un fresco matrimonio, che mal conveniva alla sua vecchiaja[160]. Cosimo I, cui Carlo V voleva affidare il comando di quest'impresa, lo ricusò: don Garzia di Toledo, figlio del vicerè,n'ebbe perciò l'incarico. Costui trovossi alla testa di un'armata di sei mila Spagnuoli e di due mila Tedeschi che aveva condotti in Toscana suo padre, e di otto mila Italiani raccolti nella provincia di Val di Chiana da Ascanio della Cornia, nipote del papa. Con tale esercito don Garzia entrò nel Sienese; prese Lucignano, Monte Fellonico e Pienza; guastò quasi tutto il territorio della repubblica, e pose l'assedio a Montalcino[161]. Ma frattanto i Francesi avevano invocata l'assistenza della flotta turca, che ogni anno veniva a saccheggiare le coste degli stati dell'imperatore in Italia, e che ogni anno rendeva inefficace la sua assistenza colla sua lentezza a trovarsi al luogo concertato, e colla sua prontezza a ritirarsi. La di lei comparsa sulle coste del regno di Napoli costrinse non pertanto don Garzia di Toledo a levare l'assedio di Montalcino, ed a ricondurre il suo esercito nell'Italia meridionale[162].Cosimo I, abbandonato in giugno dagli Spagnuoli, trovavasi in un crudele imbarazzo; ricusando di rinunciare apertamente alla sua neutralità aveva vivamente irritato l'imperatore, aveva assai più offesi i Sienesi ed il re di Francia, poichè, sotto la maschera della neutralità, aveva dati soccorsi d'ogni genere ai loro nemici; si era fatto cedere Lucignano, una delle piazze conquistate sopra di loro, ed all'ultimo aveva, per mezzo del suo ambasciatore, ordita in Siena una cospirazione ch'era stata scoperta, ed aveva costato la vita a Giulio Salvi, che n'era capo, ed a molti di lui complici. Cosimo, vedendosi esposto al risentimento de' Francesi, de' Sienesi e degli emigrati fiorentini che erano venuti a Siena, si affrettò di trattare la pace, che si conchiuse in giugno del 1553. Lucignano fu restituito ai Sienesi con tutte le conquiste fatte nel loro territorio; e questi promisero di non ricevere nel loro stato i nemici del duca[163].Ad ogni modo Cosimo I era ben lontano dal volere religiosamente osservareil trattato che aveva conchiuso; egli non poteva mantenersi sul trono, a dispetto dell'odio di tutti i suoi sudditi, senza essere spalleggiato da estera potenza; onde gli era impossibile di conservarsi neutrale tra la Francia e l'impero. Al servigio della Francia vedeva ricolmo di onorificenze Pietro Strozzi, figliuolo di quel Filippo ch'era perito nelle sue prigioni. Pietro, favoreggiato dalla regina Catarina de' Medici sua cugina germana, andava non pertanto assai più debitore della sua fortuna al proprio valore ed al singolare suo ingegno; era maresciallo di Francia e luogotenente del re in Italia, e non aveva altro più ardente desiderio che quello di balzare Cosimo I dall'usurpato suo trono. Cosimo non poteva dunque fare a meno di non attaccarsi al contrario partito, e di non assecondare l'imperatore; e benchè fosse stato più volte ingannato dai ministri di Carlo V; benchè fosse stato strascinato in enormi spese per la difesa di Piombino, che poi questo monarca gli aveva ritolto senza verun compenso, dopo averglielo dato; benchè si aspettasse d'avere lo stesso trattamento quando riuscisse a conquistare Siena a proprie spese; risolse nulladimeno di entrare in guerra, di sostenerne tutto il peso,e di prendere in oltre sopra di sè la vergogna di cominciarla con un tradimento[164].I Sienesi si riposavano tranquillamente sul trattato fatto con Cosimo I, ed improvvidi ad esempio de' Francesi, loro alleati e loro ospiti, non pensavano che a godersi il presente senza apparecchiare i mezzi di difesa per l'avvenire. Intanto Cosimo faceva guardare severamente i suoi confini, onde niuno potesse dare ai Sienesi notizia de' suoi apparecchj; assoldava nuove genti, poneva in movimento le sue milizie e dava ordine ad ogni corpo della sua armata di trovarsi il 26 gennajo del 1554 a Poggibonzi, ultimo castello dello stato fiorentino sulla strada di Siena. Cosimo non prendeva giammai egli stesso il comando delle sue truppe, e nominò supremo comandante di queste Gian Giacomo Medici, o Medichino, da prima conosciuto sotto il nome di castellano di Musso, poi di marchese di Marignano, uomo intraprendente, e non pertanto cauto, perseverante, crudele, e che risguardavasi come uno de' migliorigenerali dell'imperatore. Nello stesso tempo, per lusingare la di lui vanità, finse Cosimo di trovare tra i Medici di Milano e quelli di Firenze un parentado che mai non aveva esistito[165].Il 27 gennajo del 1554 il territorio sienese doveva contemporaneamente essere attaccato su tutti i punti; ma le dirotte piogge che caddero la notte sospesero tutti gli attacchi ad eccezione di quello del marchese di Marignano. Essendosi questi partito da Poggibonzi due ore prima di notte con quattro mila fanti e trecento cavaleggieri, arrivò senz'essere conosciuto fino alla porta di Siena, detta Camullia, e prese d'assalto il bastione destinato a difenderla, ch'era stato lasciato in piedi quando il popolo, scacciando gli Spagnuoli, aveva spianata la fortezza eretta da don Diego di Mendoza[166].Il cardinale di Ferrara, don Ippolito d'Este, che risiedeva in Siena a nome delre di Francia, erasi lasciato ingannare dalle carezze e dalle adulazioni di Cosimo I, e, credendo di non dover nulla temere da lui, passava il tempo in continue feste. Trovavasi al ballo nell'istante in cui fu sorpresa porta Camullia, ed i Sienesi poterono trattenerlo a stento in città quando n'ebbe avviso. Ma siccome questi opposero una vigorosa resistenza al Marignano, e gli vietarono di penetrare in città, il cardinale di Ferrara si rassicurò, e subito dopo Pietro Strozzi, che in allora visitava Grosseto, Massa, Porto Ercole e le altre fortezze della Maremma, rientrò in Siena, e la pose in migliore stato di difesa. Il Marignano credette cosa imprudente l'aprire le sue batterie contro le mura di Siena, coperte di buona artiglieria e difese da numerosa guarnigione, e giudicò più conveniente di bloccare la città. I raccolti del precedente anno erano stati distrutti dalla guerra, e sembrava facile il distruggere altresì quelli dell'anno che cominciava. La città, sorpresa da inaspettato attacco, non aveva potuto fare grandi approvvigionamenti, ed il Marignano, prendendo successivamente i castelli che signoreggiavano tutte le strade che conducono a Siena, lusingavasid'impedire che vi si recassero vittovaglie da esteri paesi[167].Le truppe spagnuole e tedesche, che dall'imperatore erano state promesse a Cosimo I, arrivarono le une dopo le altre quando era già cominciata la guerra, e l'armata sotto Siena contò in breve ventiquattro mila fanti e mille cavalieri. Dall'altro canto arrivarono pure a Pietro Strozzi, o per mare, o a traverso allo stato romano truppe francesi o al soldo della Francia; ma queste erano sempre in minor numero che quelle che giugnevano al Marignano, onde questi, a seconda del suo piano di campagna, potè dare principio all'attacco de' castelli del territorio sienese. Il primo che prese fu l'Ajuola, i di cui abitanti si arresero a discrezione dopo averlo valorosamente difeso. Il Marignano li fece appiccare quasi tutti, dichiarando che riservava lo stesso trattamento a tutti coloro che aspetterebbero in una rocca da nulla il primo colpo della sua artiglieria[168]. Ma questabarbarie non ebbe altro risultamento che quello di accrescere gli orrori della guerra; i contadini sienesi con una costanza degna di miglior sorte, mostraronsi sempre irremovibili nella loro fedeltà verso la patria, qualunque si fosse il governo della medesima. Turrita, Asinalunga, la Tolfa, Scopeto e la Chiocciola opposero la medesima resistenza e provarono lo stesso trattamento. Un generale, che si piccava di bravura e di lealtà, diede ovunque in mano ai carnefici quegli uomini valorosi cui altro non poteva rimproverare che la loro fedeltà ed il loro valore[169].Dal canto loro i Sienesi ebbero alcuni vantaggi che sostennero la loro costanza. In sul declinare di marzo il Marignano aveva mandato il suo generale di fanteria, Ascanio della Cornia, con Ridolfo Baglioni a Chiusi, che, secondo la promessa di alcuni traditori, doveva essergli consegnato. Ma i traditori, ch'egli credeva di avere sedotti, lo avevano ingannato;Ascanio della Cornia fu fatto prigioniero, il Baglioni fu ucciso, e la loro truppa, che ammontava a più di quattro mila uomini, fu interamente distrutta[170]. Ma Cosimo I si affrettò di somministrare altri fondi per fare nuove leve di soldati e riparare questa perdita. Poi ch'ebbe ricevuti alcuni rinforzi, il Marignano continuò l'assedio e l'incendio delle terre murate dello stato di Siena. Prese successivamente i castelli di Belcaro, Lecceto, Monistero, Vitignano, Ancajano e Mormoraja. Ogni terra gli costò ostinate pugne, ed ogni terra fu trattata con eguale barbarie; parte degli abitanti fu mandata al supplicio, tutte le messi immature distrutte, e guastate tutte le campagne[171].Estrema era la desolazione del territorio sienese, gli ajuti della Francia tardi ed insufficienti, e la sorte della guerra che nello stesso tempo trattavasi in Fiandra era contraria ad Enrico II. Nondimeno le speranze dei Sienesi e quelledello Strozzi venivano ravvivate dall'odio universale che i Fiorentini portavano alla casa de' Medici. Ovunque due Fiorentini si scontrassero, fuori del dominio di Cosimo, essi riconoscevansi tosto per le maledizioni che scagliavano contro il tiranno. Coloro che il commercio aveva adunati a Roma, a Lione, a Parigi, aprivano soscrizioni per mandare danaro a Pietro Strozzi, onde ajutarlo a scuotere il vergognoso giogo che opprimeva la loro patria[172].Sapendo Pietro Strozzi che si adunavano alla Mirandola alcuni corpi di truppe francesi, egli risolse di aprire loro la strada di Siena. Uscì l'undici di giugno dalla città assediata con circa sei mila uomini[173]; passò l'Arno a Pontedera, e si avanzò, per la macchia di Cerbaia, verso lo stato di Lucca, che poi attraversò. Colà infatti ricevette i promessigli rinforzi di truppe che avevano tenuta la strada di Pontremoli; ma la flotta francese, che nello stesso tempo doveva giugnere a Viareggio, non comparve; essa fu ritardata più di quaranta giorni, ed il priore Strozzi,fratello di Pietro, che stava aspettandola con due galere, fu ucciso presso Scarlino. Due dì dopo la morte del gran priore, Biagio di Montluc, che Enrico II aveva scelto per comandare a Siena, venne a sbarcare a Scarlino con dieci compagnie francesi ed i tedeschi di Giorgio di Ruckrod, che di là passarono a Siena[174].La spedizione del maresciallo Strozzi più avere non potendo quel successo che egli ne aveva sperato, quando aveva creduto di tener solo la campagna e di assediare Firenze coll'ajuto delle truppe che dovevano essergli condotte dalla flotta, egli ripassò l'Arno colla medesima rapidità e felicità con cui l'aveva guadato la prima volta, e ricondusse la sua armata a Casoli, nello stato di Siena[175].Non pertanto la spedizione dello Strozzi aveva sparso il terrore in tutti i partigiani del duca in Toscana, e pareva promettere i più felici risultamenti. Il Marignano, che lo aveva seguito con tuttal'armata dell'assedio, soprappreso da panico terrore, erasi ritirato da Pescia verso Pistoja; e già stava in sul punto di abbandonare anche Pistoja come aveva fatto Pescia[176]. La fertile provincia di Val di Nievole si dichiarò pel partito dello Strozzi e della repubblica; i castelli di Monte Catini e di Monte Carlo avevano ricevuto guarnigione francese, e l'ultimo sostenne non molto dopo un assedio di più mesi; finalmente l'allontanamento delle due armate in tempo del raccolto avrebbe dato opportunità agli abitanti di Siena di fare grossi approvvigionamenti di vittovaglie, se avessero saputo approfittarne[177].Ma quest'anno la terra era stata sterile; altronde la guerra aveva impedito ai contadini di lavorare e di seminare i campi intorno alla città, ed i Sienesi o non fecero abbastanza grandi sagrificj, o non ebbero il tempo necessario ne' quindici giorni che le loro strade furono libere, per importare da più lontane partii loro approvvigionamenti. Di già si cominciava in città a mancare di viveri; ed i due campi dello Strozzi e del Marignano, ch'erano tornati nello stato di Siena, penuriavano egualmente di vittovaglie. Pareva che il Marignano fosse convinto della sua inferiorità: un secondo terrore panico gli fece abbandonare il suo campo, presso la porta Romana di Siena, con non minore precipizio di quello che aveva fatto Pescia poche settimane prima[178].Pietro Strozzi, volendo coll'allontanamento delle armate lasciar respirare Siena, risolse di trasportare la guerra in Val di Chiana; il 20 di luglio occupò Marciano ed Oliveto, ed accampò la sua armata al ponte della Chiana. Il Marignano gli tenne dietro ed ottenne sopra di lui un notabile vantaggio in una scaramuccia a Marciano, nella quale quasi le due intere armate presero parte; ma questo non fu che un preludio di maggiore disastro. Lo Strozzi, che soffriva nel suo campo mancanza di acqua e di vittovaglie, volle ritirarsi; il Marignanolo seguì, e lo costrinse di venire a formale battaglia, il 2 agosto, sotto Lucignano. Il Marignano aveva due mila Spagnuoli, quattro mila Tedeschi e sei in sette mila Italiani con mille dugento cavaleggieri. Lo Strozzi aveva press'a poco un egual numero di combattenti; ma tre mila soltanto all'incirca erano Francesi, gli altri Tedeschi, Grigioni ed Italiani. La viltà della sua cavalleria, che fuggì in principio della battaglia, e la poca fermezza dei Grigioni, diedero la vittoria agl'imperiali: ma non pertanto venne lungamente contrastata dal valore e dall'abilità di Pietro Strozzi, ed il campo di battaglia rimase coperto da più di quattro mila morti[179].Dopo la sconfitta di Lucignano, più non restava a Siena speranza di salute; pure i cittadini, incoraggiati da Montluc, che comandava la guarnigione francese,e dai vantaggi ottenuti dal signore di Brissac in Piemonte, non lasciaronsi sgomentare da veruna privazione o pericolo: essi dovevano difendersi contro il più freddamente crudele di tutti i generali imperiali, il cui carattere distintivo pareva essere la ferocia: e se il viaggiatore vede anche nell'età presente lo stato di Siena ridotto a vasto deserto, deve in gran parte darne colpa al marchese di Marignano ed a Cosimo I. Tutte le volte che i Sienesi facevano uscire dalla loro città alcune bocche inutili, il Marignano le faceva uccidere senza misericordia; qualunque volta i contadini Sienesi tentavano d'introdurre viveri in città, il Marignano li faceva appiccare; tutti coloro che ne' loro villaggi o castelli facevano qualche resistenza all'armata, venivano passati a filo di spada; tutte le provvigioni, tutti i viveri degli infelici contadini erano saccheggiati dagli Spagnuoli, e ciò che non si consumava dai soldati distruggevasi rigorosamente. Tutta la provincia di Siena provava gli orrori della fame: la popolazione della Maremma venne allora distrutta, ed in appresso non potè mai più rinnovarsi, essendo l'aria di questa fertile contrada pestilenziale. L'esperienza ha più volte dimostratoche il movimento di una numerosa popolazione migliora l'aere cattivo, mentre lo fa più pernicioso la mancanza degli abitanti. Altronde tutte le abitazioni, tutti i lavori dell'uomo erano stati distrutti dalla ferocia spagnuola; e coloro che dopo quest'epoca vennero da lontane contrade per coltivare quelle campagne, sonosi per la maggior parte trovati allo scoperto, senza veruna comodità della vita, ed esposti alle intemperie di un funesto clima[180].Il Marignano fondava soltanto nella fame ogni speranza di prendere Siena; tentò, a dir vero, in gennajo del 1555, d'aprire alcune batterie pressoporta Ovilae presso porta Ravaniano; maquest'attacco non ebbe verun effetto, ed il Marignano vi rinunciò[181]. Erasi lo Strozzi lusingato che i vantaggi ottenuti da Brissac in Piemonte moverebbero l'imperatore a richiamare l'armata che assediava Siena, per contrapporla ai Francesi; ma Cosimo non risparmiava nè danaro, nè munizioni, nè viveri per appagare quelle truppe, la cui avidità andava sempre crescendo in ragione ch'esse sentivano diventare più importanti i loro servigj. Pure il timore di vedere richiamata l'armata del Marignano, gli fece ardentemente desiderare la pace. Scrisse al governo di Siena per accertarlo che non voleva distruggere la libertà della repubblica; che null'altro domandava se non che tornasse sotto la protezione imperiale, e ch'egli si offriva per mediatore di un trattato con Carlo V, che gli guarentirebbe tutti i suoi privilegj[182].Infatti dopo che i Sienesi ebbero sofferti gli orrori del blocco, con una pazienzaed un coraggio a tutta prova, e al di là di tutti i calcoli che avevano fatti da prima; dopo ch'ebbero talmente consumati i loro viveri, che non avevano più nulla nel susseguente giorno, ottennero ancora da Cosimo I onorate condizioni, e press'a poco eguali a quelle che venticinque anni prima aveva ottenuto Firenze; ma desse furono altresì egualmente violate colla medesima impudenza. L'imperatore accolse sotto la sua protezione la repubblica di Siena, promise di conservarle la sua libertà ed i suoi ordinarj magistrati, di perdonare a tutti coloro che si erano adoperati contro di lui, di non fabbricarvi fortezze, di pagare egli stesso la guarnigione che terrebbe in città per la di lei sicurezza, e di permettere a tutti coloro che volessero emigrare di ritirarsi liberamente coi loro beni e famiglie in quella parte dello stato Sienese che non era sottomessa. Il trattato venne sottoscritto il 2 di aprile; ma perchè i viveri non terminarono che il 21, soltanto in questo giorno la guarnigione francese uscì di Siena, e vi entrarono gl'imperiali[183].La riserva stipulata a favore de' Sienesi che volessero emigrare, non era una inutile precauzione. Moltissimi illustri cittadini, non pochi de' quali avevano mostrato grandissimo zelo per la libertà della loro patria, uscirono di Siena colla guarnigione francese, il 21 di aprile, e si ritirarono a Montalcino, piccola città posta sopra una montagna a poca distanza dalla strada che conduce da Siena a Roma; colà essi mantennero l'ombra della repubblica Sienese fino alla pace di Cateau-Cambresis, del 3 aprile 1559, che gli assogettò alla sorte dell'intera Toscana[184].Rispetto alla metropoli, non venne eseguito verun articolo della capitolazione; e la violazione di questo sacro patto non fu meno impudente di quella della capitolazionedi Firenze. Perciò, Cosimo I, che aveva conquistata Siena a sue spese e colle sue armi, non ne ottenne subito il possesso. Filippo II, a favore del quale Carlo V aveva abdicata la corona, voleva conservare questo stato per meglio assicurare il suo alto dominio sopra la Toscana. La guerra accesa dall'ambizione di Paolo IV e dei Caraffa, di lui nipoti, gli fece porre in disamina se dovesse loro cedere lo stato di Siena in compenso di que' paesi cui essi aspiravano. Finalmente Filippo trovò più utile di valersene per acquistare la cooperazione del duca di Firenze. Con un trattato, conchiuso in luglio del 1557, acconsentì di cedere lo stato di Siena a Cosimo I, il quale ne prese possesso il 19 di luglio, come di una provincia suddita. Ad ogni modo Filippo riservò alla monarchia spagnuola i porti di questa repubblica, cioè Orbitello, Porto Ercole, Telamone, Monte Argentaro, e Porto santo Stefano. Dopo quest'epoca quella piccola provincia formò lo stato detto de'Presidj; la separazione di questa dal rimanente della Toscana privò lo stato di Siena dell'antica sua comunicazione col mare e del suo commercio, e contribuì a perpetuare quello spaventosostato di desolazione, cui trovasi ridotta la Maremma Sienese[185].
Dopo la pace don Giovanni de Luna continuò a tenere a Siena una piccola guarnigione spagnuola sotto colore di mantenere l'ordine in città, ma infatto per mantenerla dipendente dal partito imperiale. Carlo V però mai non mandava danaro ai suoi soldati, ed in tempo di pace lasciava che vivessero a discrezione nelle province suddite o alleate, le quali perciò non soffrivano meno dalla crudele avidità degli Spagnuoli, che non un paesenemico in tempo di guerra[149]. Il malcontento cagionato dalle ruberie degli Spagnuoli era di già arrivato all'estremo, e venne accresciuto dal costante favore che don Giovanni de Luna, d'accordo con Cosimo I, mostrava all'aristocrazia. Volevano questi due che ogni potere fosse concentrato nella nobiltà e nel monte dei nove, che quasi colla nobiltà si confondeva; e mostravano agli altri ordini quel disprezzo che i borghesi soffrivano nelle monarchie. Il popolo, spinto agli ultimi estremi, sollevossi il 6 di febbrajo del 1545; furono uccisi circa trenta gentiluomini, e gli altri cercarono rifugio in palazzo presso don Giovanni de Luna. Cosimo I, che teneva le sue truppe apparecchiate ai confini per approfittare di questo tumulto, cui forse ebbe qualche parte, voleva che don Giovanni le lasciasse entrare in città; ma questi mancò di risoluzione o di antiveggenza; lasciò licenziare la propria guarnigione spagnuola, ed all'ultimo fu costretto ad uscire egli medesimo di Siena il 4 di marzo del 1545 con un centinajo di membri dell'aristocrazia; nello stesso tempo tutto il montedei nove venne privato d'ogni partecipazione al governo[150].
Mentre che in Toscana omai più non restava orma dell'antica libertà, che tutta l'Italia aveva perduta la sua indipendenza, e che veruna potenza estera pareva in istato di soccorrerla, un gonfaloniere di Lucca formò l'audace disegno di richiamare in vita tutte quelle antiche repubbliche, di unirle con una confederazione, di scuotere il giogo dell'imperatore, in allora trattenuto in Allemagna dalla lega di Smalcalde, di schivare d'assoggettarsi a quello della Francia, e di riconquistare nello stesso tempo l'indipendenza dell'Italia, la libertà politica dei cittadini e la libertà religiosa, di cui ne aveva a Lucca inspirato il desiderio la predicazione della riforma. Francesco Burlamacchi, autore di questo progetto, era uno de' tre commissarj dell'ordinanza ossia milizia del territorio di Lucca. Aveva sotto il suo comando circa mille quattrocento uomini, e poteva portarli a due mila senza dare sospetto. Secondol'usata pratica di ogni anno, contava di farli passare in rassegna sotto le mura di Lucca, e quando le porte della città si chiuderebbero dopo la rassegna, voleva sotto finto pretesto condurre la sua truppa, a traverso al monte di san Giuliano, a sorprendere Pisa che non aveva guarnigione, ed ove il comandante della rocca era con lui d'accordo; voleva rendere ai Pisani quella libertà per la quale avevano combattuto quarant'anni prima con tanto valore; unirli ai suoi Lucchesi per marciare insieme sopra Firenze, ed approfittare dell'universale malcontento dei popoli, e della sicurezza dei tiranni, per dilatare ovunque la rivoluzione. Un altro corpo di truppe doveva incamminarsi verso Pescia e Pistoja, ove lo spirito di fazione aveva mantenute le abitudini militari. Arezzo che di fresco aveva mostrato il suo attaccamento alle idee repubblicane, Siena che temeva il risentimento dell'imperatore, Perugia che nel 1539 aveva pure cercato di scuotere il giogo del papa[151], Bologna che lo sopportava impazientemente, dovevano entrare nella nuova lega, la quale dovevaad ogni città guarentire la rispettiva libertà e tutti i necessarj mezzi di resistenza. I due fratelli Strozzi avevano promessi trenta mila scudi in effettivo danaro, i soccorsi della Francia, e l'attiva cooperazione degli emigrati fiorentini; ma essi persuasero il Burlamacchi a differire l'esecuzione del suo disegno per aver tempo di conoscere i risultamenti della guerra incominciata dall'imperatore contro i protestanti della Germania: intanto un Lucchese, che i congiurati volevano associarsi, andò a Firenze a darne avviso al duca Cosimo I. Il Burlamacchi era in allora gonfaloniere; e sebbene la sua carica non potesse sottrarlo al gastigo meritato da una tanto ardita impresa, fatta senza l'assenso della sua patria, avrebbe ancora avuto tempo di fuggire quando seppe che il suo disegno era stato rivelato a Cosimo, se le generose cure ch'egli volle avere per alcuni emigrati sienesi che temeva di avere compromessi, e che lo denunciarono ai consiglj di Lucca, non fossero stati, trattenendolo, cagione del di lui arresto. Cosimo I persuase l'imperatore a domandare un prigioniere che aveva voluto sollevare tutta l'Italia. I Lucchesi non ebbero il coraggio di ricusarlo: e il Burlamacchi futradotto a Milano, posto alla tortura, poi condannato all'estremo supplicio[152].
La congiura del Burlamacchi diede all'imperatore un nuovo motivo per assicurarsi del governo di Siena. Temeva che il malcontento che ogni giorno vedeva farsi maggiore, non ispingesse questa repubblica a cercare un più leale protettore, ad aprire le sue porte ai Francesi, ed in tal modo a dar loro un'importante stazione nel centro dell'Italia: perciò, malgrado la ripugnanza dei Sienesi, risolse d'introdurre di nuovo nella loro città una guarnigione spagnuola, in sul piede di quella di don Giovanni de Luna, ch'essi avevano rimandata. Ne affidò il comando a quel don Diego Hurtado de Mendoza, che si acquistò gran nome tra i letterati colla suaStoria della guerra di Granata, le sue poesie, ed il suo romanzo diLazarillo di Tormes, ma che in Italia si rendette detestabile colla sua alterigia, colla sua avarizia e colla sua perfidia. La guardia spagnuola entrò inSiena il 29 di settembre del 1547; ed il Mendoza, ch'era nello stesso tempo ambasciatore a Roma, e che, di là dirigendo gl'intrighi spagnuoli, era troppo contento d'avere in vicinanza e sotto i suoi ordini una piazza d'armi, recossi a Siena il 20 di ottobre, poi nel 1548 vi fece entrare altre truppe, disarmò i cittadini, e mutò il governo in maniera da renderlo affatto dipendente dal suo volere. Il 4 di novembre del 1548 vi creò una nuova balìa di quaranta membri, venti de' quali furono eletti dall'antico senato e venti da lui medesimo. La sovranità della repubblica venne conferita a questo corpo; ma dopo tale epoca vi comandava tanto dispoticamente l'imperatore, che potè offrire Siena al papa Paolo III invece di Parma e Piacenza, come se avesse pieno diritto di disporne[153].
Per essere ancora più certo dell'ubbidienza di questa repubblica, il Mendoza ottenne precisi ordini dall'imperatore di fabbricare in Siena una rocca, malgradola costante ed unanime opposizione di tutte le classi dei cittadini. Gli Spagnuoli si comportavano con tanta insolenza, era così difficile l'ottenere giustizia dei furti, degli omicidj, degli oltraggi di ogni sorta, di cui si rendevano colpevoli, che i cittadini li vedevano con sommo terrore assicurarsi sempreppiù il possedimento della loro città. Lo storico Malavolti fu egli stesso deputato presso Carlo V, per supplicarlo di rinunciare ad un progetto che metteva nella disperazione i suoi compatriotti. Riuscirono vane le sue rappresentanze; ma il piano adottato dal Mendoza per l'erezione della rocca era così vasto, richiedeva così ragguardevoli spese, che le opere cominciate non bastarono a coprire i soldati che dovevano difenderle, quando sopraggiunse il pericolo[154].
Niuno stato d'Italia fu forse più che la repubblica di Siena ostinato, prima nell'antico partito ghibellino, poi, quando questo nome cominciava ad essere dimenticato, nel partito imperiale per opposizionea quello della Francia. Tutte le fazioni che si erano fatte la guerra e strappato di mano a vicenda il timone della repubblica, avevano professate le stesse opinioni; ma l'avarizia spagnuola e l'iniqua fede del Mendoza avevano alla fine trionfato di questo lungo attaccamento; e quando nel 1552 si rinnovò la guerra in Piemonte ed in Germania fra Carlo V ed Enrico II, i Sienesi si rivolsero alla Francia ed implorarono il di lei ajuto per sottrarsi alla dura tirannia che cominciava a pesare sul loro capo[155].
Il duca di Firenze, che teneva aperti gli occhi su questo vicino stato, scoprì la corrispondenza de' Sienesi coi Francesi; egli aveva cagione di essere scontento del Mendoza e del governo di Spagna. Invece di essere trattato qual principe indipendente, egli sentiva che si cercava di farlo scendere ogni giorno al rango di vassallo dell'imperatore; temeva lo stabilimento degli Spagnuoli in Siena quasi quanto quello dei Francesi; ma ad ogni modo il suo principale interesse era semprequello di contenere il malcontento de' Fiorentini, e di conservare la propria signoria a dispetto dell'odio de' suoi sudditi. Perciò, a fronte delle umiliazioni che soffriva per parte dell'imperatore o dei suoi ministri, non lasciava di conservarsi loro fedele. Nella presente circostanza offrì gagliardi ajuti a don Diego Mendoza; ma questi, più geloso del duca che premunito contro il comune nemico, ricusò di ricevere le truppe di Cosimo in Siena[156].
Erasi formato un attruppamento nei contadi di Castro e di Pitigliano, sotto il comando di Niccolò Orsini, che aveva preso servigio sotto i Francesi: due emigrati sienesi, Enea Piccolomini ed Amerigo Amerighi, eransi fatti capi di un corpo d'insorgenti, che, attraversando lo stato di Siena, s'ingrossò fino al numero di circa tre mila. Il Piccolomini si presentò la sera del 26 luglio del 1552 alle porte di Siena, proclamando il nome dilibertà. Il popolo, sebbene disarmato, si sollevò; non eranvi in città che quattrocento Spagnuoli, sotto gli ordini di don Giovanni Franzesi, essendo stati glialtri mandati ad Orbitello ed in varj porti delle Maremme, mentre il Mendoza trattenevasi in Roma. I Sienesi aprirono le porte al Piccolomini, e subito scacciarono gli Spagnuoli dal convento di san Domenico, dove questi si erano afforzati, e gl'inseguirono fino alla rocca, che l'avarizia del Mendoza aveva lasciata male armata, e mal provveduta di vittovaglie. Cosimo dei Medici si affrettò di mandare soccorsi agli Spagnuoli; ma in seguito, temendo di tirarsi addosso le armi della Francia, mentre Carlo V, vivamente attaccato da Maurizio di Sassonia, sembrava inabilitato a secondarlo, richiamò le sue truppe, e si fece mediatore di una capitolazione, in forza della quale la fortezza innalzata a porta di Camullia fu, il 3 agosto del 1552, data in mano ai Sienesi, che la demolirono, e la guarnigione spagnuola si ritirò a Firenze[157].
Enrico II colse avidamente l'occasione che venivagli offerta di far penetrare lesue armate nel cuore dell'Italia, e di approfittare dell'universale malcontento per invitare i popoli a scuotere il giogo della corte di Spagna. Fece passare ai Sienesi alcuni gentiluomini francesi per dirigerli, soldati per difenderli, e soccorsi d'ogni maniera. Il duca di Termini, in addietro governatore di Parma, venne l'11 di agosto a soggiornare in Siena, ed in breve fu stipulato un trattato tra la repubblica ed il re di Francia[158].
Cosimo I vedeva con estrema inquietudine lo stabilimento de' Francesi alle sue porte. Ad ogni modo non credeva le circostanze favorevoli per discacciarli a forza aperta; aveva promesso di tenersi neutrale, ed Enrico II si era obbligato a rispettare la di lui neutralità. Cosimo cercava di far sentire a Carlo V, che colla pazienza e coll'accortezza giugnerebbe a' suoi fini ugualmente che colle armi. Ma il 2 di agosto l'imperatore aveva sottoscritta la pace di religione a Passavia, e così trovandosi liberato daMaurizio di Sassonia, il suo più temuto nemico, risolse di punire i Sienesi di una rivoluzione, ch'egli risguardava per sè disonorevole, ed ordinò a don Pedro di Toledo, vicerè di Napoli, e suocero di Cosimo I, di recarsi per mare a Livorno colle forze di cui poteva disporre[159].
Il vicerè, uno de' più crudeli ed avari fra quei ministri di Carlo V, che avevano in Italia renduto odioso il nome dell'imperatore, non ebbe tempo di meritare le maledizioni dei Toscani, come aveva raccolte quelle dei Napolitani. Giunse in Firenze in sul cominciare del 1553 e vi morì nel susseguente febbrajo, dopo essere sembrato per tutto quel tempo assorto intieramente nei piaceri di un fresco matrimonio, che mal conveniva alla sua vecchiaja[160]. Cosimo I, cui Carlo V voleva affidare il comando di quest'impresa, lo ricusò: don Garzia di Toledo, figlio del vicerè,n'ebbe perciò l'incarico. Costui trovossi alla testa di un'armata di sei mila Spagnuoli e di due mila Tedeschi che aveva condotti in Toscana suo padre, e di otto mila Italiani raccolti nella provincia di Val di Chiana da Ascanio della Cornia, nipote del papa. Con tale esercito don Garzia entrò nel Sienese; prese Lucignano, Monte Fellonico e Pienza; guastò quasi tutto il territorio della repubblica, e pose l'assedio a Montalcino[161]. Ma frattanto i Francesi avevano invocata l'assistenza della flotta turca, che ogni anno veniva a saccheggiare le coste degli stati dell'imperatore in Italia, e che ogni anno rendeva inefficace la sua assistenza colla sua lentezza a trovarsi al luogo concertato, e colla sua prontezza a ritirarsi. La di lei comparsa sulle coste del regno di Napoli costrinse non pertanto don Garzia di Toledo a levare l'assedio di Montalcino, ed a ricondurre il suo esercito nell'Italia meridionale[162].
Cosimo I, abbandonato in giugno dagli Spagnuoli, trovavasi in un crudele imbarazzo; ricusando di rinunciare apertamente alla sua neutralità aveva vivamente irritato l'imperatore, aveva assai più offesi i Sienesi ed il re di Francia, poichè, sotto la maschera della neutralità, aveva dati soccorsi d'ogni genere ai loro nemici; si era fatto cedere Lucignano, una delle piazze conquistate sopra di loro, ed all'ultimo aveva, per mezzo del suo ambasciatore, ordita in Siena una cospirazione ch'era stata scoperta, ed aveva costato la vita a Giulio Salvi, che n'era capo, ed a molti di lui complici. Cosimo, vedendosi esposto al risentimento de' Francesi, de' Sienesi e degli emigrati fiorentini che erano venuti a Siena, si affrettò di trattare la pace, che si conchiuse in giugno del 1553. Lucignano fu restituito ai Sienesi con tutte le conquiste fatte nel loro territorio; e questi promisero di non ricevere nel loro stato i nemici del duca[163].
Ad ogni modo Cosimo I era ben lontano dal volere religiosamente osservareil trattato che aveva conchiuso; egli non poteva mantenersi sul trono, a dispetto dell'odio di tutti i suoi sudditi, senza essere spalleggiato da estera potenza; onde gli era impossibile di conservarsi neutrale tra la Francia e l'impero. Al servigio della Francia vedeva ricolmo di onorificenze Pietro Strozzi, figliuolo di quel Filippo ch'era perito nelle sue prigioni. Pietro, favoreggiato dalla regina Catarina de' Medici sua cugina germana, andava non pertanto assai più debitore della sua fortuna al proprio valore ed al singolare suo ingegno; era maresciallo di Francia e luogotenente del re in Italia, e non aveva altro più ardente desiderio che quello di balzare Cosimo I dall'usurpato suo trono. Cosimo non poteva dunque fare a meno di non attaccarsi al contrario partito, e di non assecondare l'imperatore; e benchè fosse stato più volte ingannato dai ministri di Carlo V; benchè fosse stato strascinato in enormi spese per la difesa di Piombino, che poi questo monarca gli aveva ritolto senza verun compenso, dopo averglielo dato; benchè si aspettasse d'avere lo stesso trattamento quando riuscisse a conquistare Siena a proprie spese; risolse nulladimeno di entrare in guerra, di sostenerne tutto il peso,e di prendere in oltre sopra di sè la vergogna di cominciarla con un tradimento[164].
I Sienesi si riposavano tranquillamente sul trattato fatto con Cosimo I, ed improvvidi ad esempio de' Francesi, loro alleati e loro ospiti, non pensavano che a godersi il presente senza apparecchiare i mezzi di difesa per l'avvenire. Intanto Cosimo faceva guardare severamente i suoi confini, onde niuno potesse dare ai Sienesi notizia de' suoi apparecchj; assoldava nuove genti, poneva in movimento le sue milizie e dava ordine ad ogni corpo della sua armata di trovarsi il 26 gennajo del 1554 a Poggibonzi, ultimo castello dello stato fiorentino sulla strada di Siena. Cosimo non prendeva giammai egli stesso il comando delle sue truppe, e nominò supremo comandante di queste Gian Giacomo Medici, o Medichino, da prima conosciuto sotto il nome di castellano di Musso, poi di marchese di Marignano, uomo intraprendente, e non pertanto cauto, perseverante, crudele, e che risguardavasi come uno de' migliorigenerali dell'imperatore. Nello stesso tempo, per lusingare la di lui vanità, finse Cosimo di trovare tra i Medici di Milano e quelli di Firenze un parentado che mai non aveva esistito[165].
Il 27 gennajo del 1554 il territorio sienese doveva contemporaneamente essere attaccato su tutti i punti; ma le dirotte piogge che caddero la notte sospesero tutti gli attacchi ad eccezione di quello del marchese di Marignano. Essendosi questi partito da Poggibonzi due ore prima di notte con quattro mila fanti e trecento cavaleggieri, arrivò senz'essere conosciuto fino alla porta di Siena, detta Camullia, e prese d'assalto il bastione destinato a difenderla, ch'era stato lasciato in piedi quando il popolo, scacciando gli Spagnuoli, aveva spianata la fortezza eretta da don Diego di Mendoza[166].
Il cardinale di Ferrara, don Ippolito d'Este, che risiedeva in Siena a nome delre di Francia, erasi lasciato ingannare dalle carezze e dalle adulazioni di Cosimo I, e, credendo di non dover nulla temere da lui, passava il tempo in continue feste. Trovavasi al ballo nell'istante in cui fu sorpresa porta Camullia, ed i Sienesi poterono trattenerlo a stento in città quando n'ebbe avviso. Ma siccome questi opposero una vigorosa resistenza al Marignano, e gli vietarono di penetrare in città, il cardinale di Ferrara si rassicurò, e subito dopo Pietro Strozzi, che in allora visitava Grosseto, Massa, Porto Ercole e le altre fortezze della Maremma, rientrò in Siena, e la pose in migliore stato di difesa. Il Marignano credette cosa imprudente l'aprire le sue batterie contro le mura di Siena, coperte di buona artiglieria e difese da numerosa guarnigione, e giudicò più conveniente di bloccare la città. I raccolti del precedente anno erano stati distrutti dalla guerra, e sembrava facile il distruggere altresì quelli dell'anno che cominciava. La città, sorpresa da inaspettato attacco, non aveva potuto fare grandi approvvigionamenti, ed il Marignano, prendendo successivamente i castelli che signoreggiavano tutte le strade che conducono a Siena, lusingavasid'impedire che vi si recassero vittovaglie da esteri paesi[167].
Le truppe spagnuole e tedesche, che dall'imperatore erano state promesse a Cosimo I, arrivarono le une dopo le altre quando era già cominciata la guerra, e l'armata sotto Siena contò in breve ventiquattro mila fanti e mille cavalieri. Dall'altro canto arrivarono pure a Pietro Strozzi, o per mare, o a traverso allo stato romano truppe francesi o al soldo della Francia; ma queste erano sempre in minor numero che quelle che giugnevano al Marignano, onde questi, a seconda del suo piano di campagna, potè dare principio all'attacco de' castelli del territorio sienese. Il primo che prese fu l'Ajuola, i di cui abitanti si arresero a discrezione dopo averlo valorosamente difeso. Il Marignano li fece appiccare quasi tutti, dichiarando che riservava lo stesso trattamento a tutti coloro che aspetterebbero in una rocca da nulla il primo colpo della sua artiglieria[168]. Ma questabarbarie non ebbe altro risultamento che quello di accrescere gli orrori della guerra; i contadini sienesi con una costanza degna di miglior sorte, mostraronsi sempre irremovibili nella loro fedeltà verso la patria, qualunque si fosse il governo della medesima. Turrita, Asinalunga, la Tolfa, Scopeto e la Chiocciola opposero la medesima resistenza e provarono lo stesso trattamento. Un generale, che si piccava di bravura e di lealtà, diede ovunque in mano ai carnefici quegli uomini valorosi cui altro non poteva rimproverare che la loro fedeltà ed il loro valore[169].
Dal canto loro i Sienesi ebbero alcuni vantaggi che sostennero la loro costanza. In sul declinare di marzo il Marignano aveva mandato il suo generale di fanteria, Ascanio della Cornia, con Ridolfo Baglioni a Chiusi, che, secondo la promessa di alcuni traditori, doveva essergli consegnato. Ma i traditori, ch'egli credeva di avere sedotti, lo avevano ingannato;Ascanio della Cornia fu fatto prigioniero, il Baglioni fu ucciso, e la loro truppa, che ammontava a più di quattro mila uomini, fu interamente distrutta[170]. Ma Cosimo I si affrettò di somministrare altri fondi per fare nuove leve di soldati e riparare questa perdita. Poi ch'ebbe ricevuti alcuni rinforzi, il Marignano continuò l'assedio e l'incendio delle terre murate dello stato di Siena. Prese successivamente i castelli di Belcaro, Lecceto, Monistero, Vitignano, Ancajano e Mormoraja. Ogni terra gli costò ostinate pugne, ed ogni terra fu trattata con eguale barbarie; parte degli abitanti fu mandata al supplicio, tutte le messi immature distrutte, e guastate tutte le campagne[171].
Estrema era la desolazione del territorio sienese, gli ajuti della Francia tardi ed insufficienti, e la sorte della guerra che nello stesso tempo trattavasi in Fiandra era contraria ad Enrico II. Nondimeno le speranze dei Sienesi e quelledello Strozzi venivano ravvivate dall'odio universale che i Fiorentini portavano alla casa de' Medici. Ovunque due Fiorentini si scontrassero, fuori del dominio di Cosimo, essi riconoscevansi tosto per le maledizioni che scagliavano contro il tiranno. Coloro che il commercio aveva adunati a Roma, a Lione, a Parigi, aprivano soscrizioni per mandare danaro a Pietro Strozzi, onde ajutarlo a scuotere il vergognoso giogo che opprimeva la loro patria[172].
Sapendo Pietro Strozzi che si adunavano alla Mirandola alcuni corpi di truppe francesi, egli risolse di aprire loro la strada di Siena. Uscì l'undici di giugno dalla città assediata con circa sei mila uomini[173]; passò l'Arno a Pontedera, e si avanzò, per la macchia di Cerbaia, verso lo stato di Lucca, che poi attraversò. Colà infatti ricevette i promessigli rinforzi di truppe che avevano tenuta la strada di Pontremoli; ma la flotta francese, che nello stesso tempo doveva giugnere a Viareggio, non comparve; essa fu ritardata più di quaranta giorni, ed il priore Strozzi,fratello di Pietro, che stava aspettandola con due galere, fu ucciso presso Scarlino. Due dì dopo la morte del gran priore, Biagio di Montluc, che Enrico II aveva scelto per comandare a Siena, venne a sbarcare a Scarlino con dieci compagnie francesi ed i tedeschi di Giorgio di Ruckrod, che di là passarono a Siena[174].
La spedizione del maresciallo Strozzi più avere non potendo quel successo che egli ne aveva sperato, quando aveva creduto di tener solo la campagna e di assediare Firenze coll'ajuto delle truppe che dovevano essergli condotte dalla flotta, egli ripassò l'Arno colla medesima rapidità e felicità con cui l'aveva guadato la prima volta, e ricondusse la sua armata a Casoli, nello stato di Siena[175].
Non pertanto la spedizione dello Strozzi aveva sparso il terrore in tutti i partigiani del duca in Toscana, e pareva promettere i più felici risultamenti. Il Marignano, che lo aveva seguito con tuttal'armata dell'assedio, soprappreso da panico terrore, erasi ritirato da Pescia verso Pistoja; e già stava in sul punto di abbandonare anche Pistoja come aveva fatto Pescia[176]. La fertile provincia di Val di Nievole si dichiarò pel partito dello Strozzi e della repubblica; i castelli di Monte Catini e di Monte Carlo avevano ricevuto guarnigione francese, e l'ultimo sostenne non molto dopo un assedio di più mesi; finalmente l'allontanamento delle due armate in tempo del raccolto avrebbe dato opportunità agli abitanti di Siena di fare grossi approvvigionamenti di vittovaglie, se avessero saputo approfittarne[177].
Ma quest'anno la terra era stata sterile; altronde la guerra aveva impedito ai contadini di lavorare e di seminare i campi intorno alla città, ed i Sienesi o non fecero abbastanza grandi sagrificj, o non ebbero il tempo necessario ne' quindici giorni che le loro strade furono libere, per importare da più lontane partii loro approvvigionamenti. Di già si cominciava in città a mancare di viveri; ed i due campi dello Strozzi e del Marignano, ch'erano tornati nello stato di Siena, penuriavano egualmente di vittovaglie. Pareva che il Marignano fosse convinto della sua inferiorità: un secondo terrore panico gli fece abbandonare il suo campo, presso la porta Romana di Siena, con non minore precipizio di quello che aveva fatto Pescia poche settimane prima[178].
Pietro Strozzi, volendo coll'allontanamento delle armate lasciar respirare Siena, risolse di trasportare la guerra in Val di Chiana; il 20 di luglio occupò Marciano ed Oliveto, ed accampò la sua armata al ponte della Chiana. Il Marignano gli tenne dietro ed ottenne sopra di lui un notabile vantaggio in una scaramuccia a Marciano, nella quale quasi le due intere armate presero parte; ma questo non fu che un preludio di maggiore disastro. Lo Strozzi, che soffriva nel suo campo mancanza di acqua e di vittovaglie, volle ritirarsi; il Marignanolo seguì, e lo costrinse di venire a formale battaglia, il 2 agosto, sotto Lucignano. Il Marignano aveva due mila Spagnuoli, quattro mila Tedeschi e sei in sette mila Italiani con mille dugento cavaleggieri. Lo Strozzi aveva press'a poco un egual numero di combattenti; ma tre mila soltanto all'incirca erano Francesi, gli altri Tedeschi, Grigioni ed Italiani. La viltà della sua cavalleria, che fuggì in principio della battaglia, e la poca fermezza dei Grigioni, diedero la vittoria agl'imperiali: ma non pertanto venne lungamente contrastata dal valore e dall'abilità di Pietro Strozzi, ed il campo di battaglia rimase coperto da più di quattro mila morti[179].
Dopo la sconfitta di Lucignano, più non restava a Siena speranza di salute; pure i cittadini, incoraggiati da Montluc, che comandava la guarnigione francese,e dai vantaggi ottenuti dal signore di Brissac in Piemonte, non lasciaronsi sgomentare da veruna privazione o pericolo: essi dovevano difendersi contro il più freddamente crudele di tutti i generali imperiali, il cui carattere distintivo pareva essere la ferocia: e se il viaggiatore vede anche nell'età presente lo stato di Siena ridotto a vasto deserto, deve in gran parte darne colpa al marchese di Marignano ed a Cosimo I. Tutte le volte che i Sienesi facevano uscire dalla loro città alcune bocche inutili, il Marignano le faceva uccidere senza misericordia; qualunque volta i contadini Sienesi tentavano d'introdurre viveri in città, il Marignano li faceva appiccare; tutti coloro che ne' loro villaggi o castelli facevano qualche resistenza all'armata, venivano passati a filo di spada; tutte le provvigioni, tutti i viveri degli infelici contadini erano saccheggiati dagli Spagnuoli, e ciò che non si consumava dai soldati distruggevasi rigorosamente. Tutta la provincia di Siena provava gli orrori della fame: la popolazione della Maremma venne allora distrutta, ed in appresso non potè mai più rinnovarsi, essendo l'aria di questa fertile contrada pestilenziale. L'esperienza ha più volte dimostratoche il movimento di una numerosa popolazione migliora l'aere cattivo, mentre lo fa più pernicioso la mancanza degli abitanti. Altronde tutte le abitazioni, tutti i lavori dell'uomo erano stati distrutti dalla ferocia spagnuola; e coloro che dopo quest'epoca vennero da lontane contrade per coltivare quelle campagne, sonosi per la maggior parte trovati allo scoperto, senza veruna comodità della vita, ed esposti alle intemperie di un funesto clima[180].
Il Marignano fondava soltanto nella fame ogni speranza di prendere Siena; tentò, a dir vero, in gennajo del 1555, d'aprire alcune batterie pressoporta Ovilae presso porta Ravaniano; maquest'attacco non ebbe verun effetto, ed il Marignano vi rinunciò[181]. Erasi lo Strozzi lusingato che i vantaggi ottenuti da Brissac in Piemonte moverebbero l'imperatore a richiamare l'armata che assediava Siena, per contrapporla ai Francesi; ma Cosimo non risparmiava nè danaro, nè munizioni, nè viveri per appagare quelle truppe, la cui avidità andava sempre crescendo in ragione ch'esse sentivano diventare più importanti i loro servigj. Pure il timore di vedere richiamata l'armata del Marignano, gli fece ardentemente desiderare la pace. Scrisse al governo di Siena per accertarlo che non voleva distruggere la libertà della repubblica; che null'altro domandava se non che tornasse sotto la protezione imperiale, e ch'egli si offriva per mediatore di un trattato con Carlo V, che gli guarentirebbe tutti i suoi privilegj[182].
Infatti dopo che i Sienesi ebbero sofferti gli orrori del blocco, con una pazienzaed un coraggio a tutta prova, e al di là di tutti i calcoli che avevano fatti da prima; dopo ch'ebbero talmente consumati i loro viveri, che non avevano più nulla nel susseguente giorno, ottennero ancora da Cosimo I onorate condizioni, e press'a poco eguali a quelle che venticinque anni prima aveva ottenuto Firenze; ma desse furono altresì egualmente violate colla medesima impudenza. L'imperatore accolse sotto la sua protezione la repubblica di Siena, promise di conservarle la sua libertà ed i suoi ordinarj magistrati, di perdonare a tutti coloro che si erano adoperati contro di lui, di non fabbricarvi fortezze, di pagare egli stesso la guarnigione che terrebbe in città per la di lei sicurezza, e di permettere a tutti coloro che volessero emigrare di ritirarsi liberamente coi loro beni e famiglie in quella parte dello stato Sienese che non era sottomessa. Il trattato venne sottoscritto il 2 di aprile; ma perchè i viveri non terminarono che il 21, soltanto in questo giorno la guarnigione francese uscì di Siena, e vi entrarono gl'imperiali[183].
La riserva stipulata a favore de' Sienesi che volessero emigrare, non era una inutile precauzione. Moltissimi illustri cittadini, non pochi de' quali avevano mostrato grandissimo zelo per la libertà della loro patria, uscirono di Siena colla guarnigione francese, il 21 di aprile, e si ritirarono a Montalcino, piccola città posta sopra una montagna a poca distanza dalla strada che conduce da Siena a Roma; colà essi mantennero l'ombra della repubblica Sienese fino alla pace di Cateau-Cambresis, del 3 aprile 1559, che gli assogettò alla sorte dell'intera Toscana[184].
Rispetto alla metropoli, non venne eseguito verun articolo della capitolazione; e la violazione di questo sacro patto non fu meno impudente di quella della capitolazionedi Firenze. Perciò, Cosimo I, che aveva conquistata Siena a sue spese e colle sue armi, non ne ottenne subito il possesso. Filippo II, a favore del quale Carlo V aveva abdicata la corona, voleva conservare questo stato per meglio assicurare il suo alto dominio sopra la Toscana. La guerra accesa dall'ambizione di Paolo IV e dei Caraffa, di lui nipoti, gli fece porre in disamina se dovesse loro cedere lo stato di Siena in compenso di que' paesi cui essi aspiravano. Finalmente Filippo trovò più utile di valersene per acquistare la cooperazione del duca di Firenze. Con un trattato, conchiuso in luglio del 1557, acconsentì di cedere lo stato di Siena a Cosimo I, il quale ne prese possesso il 19 di luglio, come di una provincia suddita. Ad ogni modo Filippo riservò alla monarchia spagnuola i porti di questa repubblica, cioè Orbitello, Porto Ercole, Telamone, Monte Argentaro, e Porto santo Stefano. Dopo quest'epoca quella piccola provincia formò lo stato detto de'Presidj; la separazione di questa dal rimanente della Toscana privò lo stato di Siena dell'antica sua comunicazione col mare e del suo commercio, e contribuì a perpetuare quello spaventosostato di desolazione, cui trovasi ridotta la Maremma Sienese[185].