CAPITOLO V.CARLO MARTELLO.

CAPITOLO V.CARLO MARTELLO.

Origine e nascita di Carlo Martello. — Suo nome. — Sua puerizia. — Prefetture dl Neustria ed Austrasia. — Cattività sua. — Sue prime guerre. — Invasione della Neustria. — Guerra meridionale d'Aquitania. — Le forze de' Saracini allargansi al mezzodì delle Gallie. — Guasto delle città. — Disfatta di Manuza per opera di Guglielmo di Poitiers. — Leghe dei Saracini. — Nuova invasione. — Abderamo. — La schiatta germanica in Aquitania. — Battaglia di Tours o di Poitiers — Relazioni degli Arabi. — Degli autori occidentali. — Terre clericali. — Terre dei soldati. — Leggende intorno a Carlo Martello. — Sue pratiche con Roma. — Diplomi e documenti. — Tradizioni cavalleresche. — Canzoni eroiche. — Primo canto dell'Epopea diGarino il Loreno.

Origine e nascita di Carlo Martello. — Suo nome. — Sua puerizia. — Prefetture dl Neustria ed Austrasia. — Cattività sua. — Sue prime guerre. — Invasione della Neustria. — Guerra meridionale d'Aquitania. — Le forze de' Saracini allargansi al mezzodì delle Gallie. — Guasto delle città. — Disfatta di Manuza per opera di Guglielmo di Poitiers. — Leghe dei Saracini. — Nuova invasione. — Abderamo. — La schiatta germanica in Aquitania. — Battaglia di Tours o di Poitiers — Relazioni degli Arabi. — Degli autori occidentali. — Terre clericali. — Terre dei soldati. — Leggende intorno a Carlo Martello. — Sue pratiche con Roma. — Diplomi e documenti. — Tradizioni cavalleresche. — Canzoni eroiche. — Primo canto dell'Epopea diGarino il Loreno.

715 — 741.

Pipino d'Eristal avea da poco compiuta l'occupazione della Neustria e dell'Aquitania, con l'aiuto delle fiere genti d'Austrasia, che ei conducea come capo. Gli antichi Franchi s'erano effeminati nelle città del mezzo e australi della Gallia; essi più non erano i guerrieri del Reno e della Mosa, e fatti troppo Romani, avean tralignato dagli antichi loro marziali costumi sotto l'influenza della più benigna civiltà dei vescovi, dei cherici e dei Galli. Pipino d'Eristal, come venuto dalla Svevia e dalla Turingia, assicurò il primato agli usi e costumi germanici, e come duca d'Austrasia e prefetto palatino di tutta la nazione dei Franchi, fece che essi accettassero a re loro tre giovani della schiatta di Meroveo, che furono: Clodoveo III, Childeberto III e Dagoberto III.

Nella vita, sua benchè tanto agitata, Pipino d'Eristallo si tenea ne' suoi palagi più donne, invano i vescovi opponendosi a questa consuetudine dei prischi tempi della Germania; i re e i duchi austrasii aveano mogli, concubine e compagne e schiave ch'ei cambiavano e ripudiavano a grado loro. Due figli, Drogone e Grimoaldo, gli avea partoriti Pletrude, una di queste mogli, e due Alpaide, un'altra concubina o sposa sua, il primo de' quali ebbe nome Carlo o Karl, usato nella schiatta d'Austrasia; il quale allevato presso il padre, fu, da pargoletto, il più careggiato dal padre, perchè avea la madre bella, ed egli era l'ultimo. San Lamberto, vescovo di Maestricht, denunziò l'unione di Pipino e d'Alpaide per un adulterio e un incesto: ma la cristiana sua voce non ebbe ascolto, e colei continuò ad essere amata e accarezzata come prima, e Odone, conte austrasio, fratello della donna oltraggiata, trafisse d'una stoccata, dentro al medesimo santuario, il pio san Lamberto, e il lasciò morto sulle soglie della cattedrale. Drogone e Grimoaldo morirono prima di Pipino, lasciando alcuni figliuoli in età tenerissima ancora, che per diritto ereditario chiamar si vollero al governo degli Austrasii, dei Neustri e dei Borgognoni; cosa contro la consuetudine, però che i prefetti del palazzo dovean essere robusti ed atti a condur la gente d'armi; nè era possibile che una intrepida generazione, come i Franchi erano, patisse re senza forza e prefetti del palazzo fanciulli. A condurre pertanto a fine il disegno suo, che quello era di dar que' duchi ai Franchi sotto la tutela d'una donna, Pletrude fece chiuder Carlo in una delle torri di Colonia, come figlio d'una concubina.

Ma Carlo non rimase colà entro a lungo imprigionato, che fuggitone anzi per zelo dei fedeli di Pipino d'Austrasia, i quali il riconobbero, assunse il titolo di duca d'Austrasia, e per tale in breve il gridarono i Franchi, simile com'egli era in tutto a Pipino d'Eristallo suo padre. Fatto di questo modo capo militare d'Austrasia, Carlo chiuse in un monastero la tracotante donna, che avea voluto costituirsi reggente, e partì i tesori fra la gente d'armi. Ecco dunque Carlo duca d'Austrasia; intanto i Neustri, che pur non volevano per prefetto un fanciullo, si eleggevano a capo Ranfredi, e questi e Carlo, uom d'armi l'uno; e uom d'armi l'altro, rompevan guerra fra loro. Ranfredi, con l'aiuto dei Frisoni, nazione in gara cogli Austrasii, assalì gagliardamente Carlo, a cui sulle prime toccò una sconfitta; ma indi tosto ritornò a battaglia e i germanici suoi Franchi fecer macello dei Neustri e dei Frisoni. Si trattò della pace, e Carlo diceva a Ranfredi: «Lasciami le terre d'Austrasia, tienti la Neustria, e sarà tregua fra noi». Ma Ranfredi, parlando a nome di Chilperico, un de' Merovei, volea tutto governare, e ricusava i patti. Ad un re dunque si volea contrapporreun altro re, che tale era l'uso dei Franchi, onde Carlo prende anch'egli un Meroveo, facendolo re sotto il nome di Clotario, e fatto questo, muove co' suoi guerrieri di razza germanica, viene a giornata co' Neustri a Vincy e gli sbaraglia, si diffila verso Reims, trova nel piano le genti della Neustria congiunte con quelle dell'Aquitania, viene con esse a campal battaglia, e pel valore delle sue nordiche schiere, meno effeminate, meno use alle mollezze della vita, riporta un'altra luminosa vittoria[106].

Ecco adunque Carlo signore al par di Pipino dei due reami d'Austrasia e di Neustria, qui come duca, colà come prefetto del palazzo. Muore indi Clotario, da lui fatto re, ed egli, da destro politico, profferisce ai due popoli di governarli, come già Pipino suo padre sotto la semplice autorità di prefetto, lasciando re dei Franchi Chilperico innalzato al trono dei Neustri. Il vinto Ranfredi accetta queste condizioni, diventa duca d'Angiò, rinunzia alla prefettura del palazzo, e Carlo governa insieme la Neustria e l'Austrasia, intento più che mai a difendersi contro tutti i nemici, che non son pochi, della signoria franca nelle Gallie. Di quivi ha principio la faticosa e militar sua vita per la difesa della nazione; i popoli ostili ai Franchi sono numerosissimi; gl'indomiti Sassoni assaltano le Gallie dalla parte della Belgica, e Carlo, accorsovi co' suoi, costringe i Barbari a rientrar nelle loro terre dell'Elba e della Frisia. Cinque volte i Sassoni tornano al Reno, e altrettante Carlo Martello spinge addosso di loro i Franchi dell'Austrasia e della Neustria. Le cronache raccontano pur le sue guerre d'Aquitania, e il vediamo or sull'Elba, or sulla Loira, or sul Reno, or sul Rodano; egli è il più perfetto prototipo che sia dei guerrieri franchi, razza vagabonda ch'ei sono: la vita cittadina lo annoia, egli non istà bene se non fra guerre e spedizioni lontane. Queste qualità degne d'un prefetto del palazzo, gli giovano a meglio conservar l'autorità sua sopra i Franchi, popolo che non abitava se non di mala voglia le città, come s'egli si trovasse soffocato nel cerchio delle mura e sotto il peso delle torri e delle rocche; egli ha bisogno delle antiche selve e delle spaziose campagne come i suoi maggiori.

Ma il nome di Carlo sta per risuonare assai più famoso; le invasioni dei Saracini venuti d'Africa e di Spagna, minacciano il centro delle Gallie; non contenti di correre il Mezzodì, muovono ora contro il Settentrione. La razza dei Goti in Ispagna è già caduta sotto quei rapidi conquistatori; salvo alcuni antichi cristiani rintanati nei monti delle Asturie e i conti di Castiglia, i popoli ispani, ubbidiscono ai luogotenenti dei califfi: Cordova e Siviglia son fatte sedi degli Emirimandati dal Commandator dei credenti ad occupar le terre degl'infedeli. Già da quindici anni i Saracini aveano varcato i Pirenei, ed ahi! con quante stragi e ruine a danno de' cristiani! Che strazio legger nelle leggende e ne' cartolari delle badie, i guasti e disertamenti che patirono le città di Arli e di Nimes con quelle inesorabili bande sempre sul collo. Qui basiliche distrutte, colà reliquiari saccheggiati; le città della Linguadoca, pur dianzi sì splendide, i municipii, in fratellanza con Roma, in preda ora ad ogni sorta di desolazioni!

La prima regolare invasione de' Mori nelle Gallie fu condotta da un emiro di nome Musa. «Il vento dell'islamismo, dice una cronaca araba, cominciò a soffiar contro tutti i cristiani». Il Rodano udì sulle sue sponde i nitriti dei cavalli d'Affrica e di Spagna, e in queste ardimentose spedizioni i Saracini erano aiutati dalla fiacchezza e dalla discordia dei cristiani, e sì pure dalla tradigione degli Ebrei, numerosissimi allora nelle città delle Gallie meridionali, i quali avendo familiare la lingua araba e la siriaca, se la intendevano co' figli dell'Oriente, del cui passaggio si veggono ancor vestigia a Vienna, a Lione, a Macone, e fino a Chalons alla Saona. Gli annali pur di Digione narrano i guasti di costoro nel reame di Borgogna; se non che talvolta le cronache, non contemporanee, confondono le invasioni degli Ungri, razza di Vandali, che vennero al nono e al decimo secolo, con quelle dei Saracini del secolo ottavo. I settatori del profeta, popolo di ardente immaginazione, aveano ideato un ampio disegno di conquista, simile a quelli che Maometto immaginar sapea nell'ambiziosa sua mente. Gli eserciti arabi doveano impadronirsi, a così dir, di carriera, come i cavalieri del deserto, del regno de' Franchi (l'Austrasia e la Neustria); doveano fare alto un istante sul Reno, indi passar per mezzo le terre dell'Alemagna, calar sull'Italia e sulla Grecia, sì da convertire il Mediterraneo in un lago infeudato alla razza del Profeta.

Questo disegno a meraviglia concordava coi modi delle ampie conquiste che gli Arabi, errando, aveano già compiute in Africa e nella Spagna. Movendo essi dalla Siria, aveano costretto l'Egitto a sottomettersi al loro dominio, rincacciato i Berberi dell'Africa fin dentro alle ardenti sabbie del deserto, e nulla valse ad arrestar questo torrente devastatore. Padroni che furon dell'Africa, avevano in men di due anni soggettata la Spagna; i Goti ubbidivano oramai alle leggi loro, ed ora agognavano l'Italia e la Grecia, per prender Costantinopoli da tergo. Ancor durano nelle arabe geografie le tracce di questa sterminata mossa dei Saracini, i quali nell'irrompere con tutte le forze loro, congiunger sapevano in battaglia l'astuzia col valore. Alla intimazione della guerra sacra, tutti salivano a cavallo, però che ilcomando del Profeta era legge pe' Musulmani; si servivan delle genti de' paesi conquistati per ingrossar vie più le loro masse, gli emiri, come ausiliari della conquista, conducevano innumerabili torme di Berberi affricani, che formavano l'agile ed intrepida loro cavalleria, e seco avevan pure gli Ebrei, prontissimi sempre nelle città meridionali al tradire. Se si dee prestar fede alle cronache, costoro tenean pratiche co' nemici de' Franchi, sol per odio contro i cristiani, cui avrebber voluto dare in mano ai nemici, a quella guisa che fece Giuda con Cristo; infatti, quasi tutte le città della Gotia furon vendute dagli Ebrei. Questi innumerabili eserciti de' Saracini traevano seco donne; fanciulli, tutto che era necessario a fondar colonie, con disegno di stabilirsi nel mezzo dell'Europa, e rinforzar l'islamismo con migliaia e migliaia di settatori. Era tempo di continuo conflitto tra razza e razza, tra dominio e dominio, tra credenza e credenza. La vittoria stava per decidere chi avrebbe occupata questa terra, quali sarebbero i vincitori e quali i vinti.

Eudi, duca d'Aquitania, fu il primo dei capi di guerra ad opporsi alla rapida irruzione dei Saracini, ed è debito di restituirgli una parte della gloria che i posteri serbaron solo a Carlo Martello. I Saracini aveano sotto l'emiro Alsama, fatta la città di Narbona, situata presso il mare fra i Pirenei e l'Aquitania, principal sede del dominio loro, donde masse d'infedeli si spandevano nella Settimania, e venivano ad assediare Tolosa, sì che Eudi della razza dei Franchi, ed, al dir d'alcuni, uscito dai medesimi Merovei, chiamate all'armi le popolazioni meridionali, intanto che i Saracini stringevan d'assedio Tolosa, piombò sui loro alloggiamenti, li ruppe e costrinse a ritirarsi disordinatamente ne' Pirenei verso Narbona. L'emiro Alsama fece mostra di gran valore, e nel combattere andava ripetendo quel verso del Corano: «Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?» ma fu atterrato da una forte lanciata per un de' guerrieri aquitani; e dopo di lui Abd-Alrahman, dalle antiche cronache, chiamato Abderamo, assunse il comando dei pochi avanzi di que' Saracini.

La vittoria del conte Eudi, e ne fe' relazione al papa, fu siffattamente risolutiva, che da quel giorno in poi i Saracini più non si mostrano che in alcune isolate spedizioni, in opera piuttosto di genti da saccheggio che di schiere ed eserciti formati. Seguir tu puoi le orme loro nelle triste lamentazioni dei monasteri, pei guasti che facevano all'arche coperte d'oro e per le taglie che imponevano a tutte le badie dell'Aquitania. Indi a qualche anno Ambiza, governator della Spagna pel Califfo, deliberossi di varcare i Pirenei con un formidabile esercito tutto coperto d'armi forbite, e preceduto da un nugolo di Berberi. Tenne costui non tanto il modo della violentaconquista, quanto quello d'impor tributi ai vinti, come già erasi fatto in Ispagna, onde la maggior parte delle città di Linguadoca ricomperavansi con danari, per saziare l'avidità d'Ambiza, il quale mandava monti d'oro a Siviglia e Cordova, finchè fu morto in una delle sue spedizioni. Alla morte di costui i Saracini tornarono ai loro saccheggi, poi si fe' una mescolanza di popoli, ed Eudi stesso, vincitore testè dei Saracini, acconsentì a una lega di popoli e di famiglie. Munuza, emiro pieno di tolleranza, avea nelle sue spedizioni contro l'Aquitania, rapita la propria figlia d'Eudi, nomata Lampegia, di maschia bellezza, e innamoratosi di lei, la faceva sua sposa, benchè cristiana. Il duca e l'emiro si congiunser così d'interessi e di famiglia, simbolo dell'unione sempre naturale fra le razze conquistatrici e le conquistate, come già era avvenuto in Ispagna fra i Saracini e i Visigoti, e nelle Gallie tra i Franchi e i Romani, chè un'antica società, non è mai al tutto neppur da violenta conquista, disfatta, ma sempre seguon transazioni da sè fra le razze. I ferventi Saracini e i cristiani, divoti al culto della chiesa[107], non ammiser questa unione dei culti e dell'anime, e Munuza fu riprovato, pel suo procedere, nelle meschite di Cordova e di Siviglia, e accusato come spergiuro, intantochè il conte Eudi, dall'altra parte, veniva per suo peggio scomunicato.

In questo mezzo Abderamo fece gridar la guerra santa nelle città d'Africa e di Spagna, e in breve infinite torme di Saracini varcaron di nuovo i Pirenei, disordinatamente e confusamente, a guisa di tutte l'altre spedizioni in massa, seco traendo donne, fanciulli, bottino, e armenti, affine di stabilirsi come pastori nelle terre conquistate. Abderamo distrusse indi il dominio di Munuza al di là dei Pirenei, il tolse di seggio, come traditor della legge, e fattagli troncar la testa, la mandava a Damasco, intantochè Lampegia, sua giovine sposa, veniva posta in mano delle donzelle di Cordova, e serbata pel serraglio del califfo. Dall'alto dei monti i Saracini si sparsero poscia per tutta la Settimania; videro Arli e Bordò che s'inchinaron dinanzi ad essi; pigliaron indi la via della Loira, senza che nulla resister potesse all'impeto loro. Un conte di Poitiers, che solo ardì d'opporsi all'invasione, fu preso e decollato, e i topazi e smeraldi del suo tesoro furono, in un co' reliquiari delle sue chiese, mandati a Damasco. «Abderamo, dice uno storico arabo, fu come una tempesta che tutto abbatte, e una spada a due tagli».

Il conte Eudi d'Aquitania, impotente a resistere a questa piena diarmi, venne a Carlo duca d'Austrasia, prefetto del palazzo, appo i Franchi che teneva la plenaria sua corte a Colonia. La Neustria era minacciata; dopo la Loira, sarebbe assalito l'impero dei Franchi; se terribil era la guerra dei Sassoni a settentrione, tale non meno era quella dei Saracini a mezzogiorno, onde Carlo movea intorno il grido d'una spedizione in Aquitania, e alla voce sua sì nota alle razze dell'Austrasia, tosto si raccoglievan le genti dalla robusta complessione, dalla ferrea armatura e dalla pesante mazza, del Danubio, dell'Elba, del Reno, della Senna e dell'Oceano; ed egli le conduceva, passando per Parigi e per Orleans, sulla Loira, però che i Saracini si avanzavano verso Tours, sapendo che in questa città chiudevasi un ricco bottino di vasi d'oro e di serici ornamenti, di che decorar volevano le loro moschee. Abderamo tuttavia stette alquanto fra due, timoroso per l'esito della battaglia alla vista del lusso che spiegavano le sue genti, e della mollezza e indisciplina che s'erano introdotte fra loro. Essi non eran più i Saracini conquistatori della Spagna, ma confuse masse e un tramestío di Berberi, d'Arabi, d'Ebrei, e tutti aveano a combattere contro gli uomini pronti e nerbuti del Reno e della Mosa, non già più contro i molli Aquitanti pacifici abitatori delle romane città di Nimes, Arli, Tolosa e Narbona.

Qual fu il campo di battaglia in cui fu risolto il conflitto fra i cristiani della razza germanica, e i Saracini snervati nei serragli di Cordova e Siviglia, sotto il sole di Spagna? Gli Arabi lo pongono nelle vicinanze di Tours; i cartolari de' monasteri lo additano a Poitiers, in una vasta pianura non lunge dalle porte di questa città, nè si sa a qual credere di queste due tradizioni, se non che forse la battaglia cominciò a Tours, e terminò a Poitiers, a simiglianza di quegli altri lunghi conflitti, di cui anche la storia moderna fu spettatrice, che si stendono per uno spazio di più leghe, e comprendono più d'un campo di battaglia. I Saracini furono per impeto improvviso cacciati dai sobborghi di Tours, indi Carlo passò la Loira, spiegò le schiere sue, sempre vittoriose sulla Vienna, e Poitiers divenne ampia tomba degl'infedeli. Questa giornata, che seguì nel mese d'ottobre, fu notabile per la fermezza in essa dimostrata dalle nazioni settentrionali, che al dire d'Isidoro di Beja, cronista che spesso ha molto del poeta, resisterono ferme come muri all'impeto nemico, e stettero serrate come cerchio di ghiaccio. Quantunque i Saracini traessero una numerosa cavalleria leggera, composta d'Arabi e di Berberi, che andavano da diritta e da manca volteggiando, pur non fu mai ch'eglino smuover potessero i saldi Austrasiani. «Queste nordiche genti, prosegue Isidoro di Beja, combattevano gagliardamente, e la spada degli Arabi spuntavasi contro ai petti loro».

La battaglia durò più giorni facendo i Saracini impeto da destra e da sinistra senza frutto, e le genti della razza germanica sempre avanzando ferme nelle loro ordinanze e senza lasciare fra esse vacuo veruno. Un'ardita diversione fe' risolvere la vittoria, e fu che mentre i Saracini respinti da Carlo Martello, vacillavano, Eudi, cogli Aquitani, gli assaltò di fianco, e si impadronì del campo loro e della tenda dell'emiro, improvviso assalto che li pose in gran confusione. Abderamo intanto, veduto il pericolo, avventava i suoi cavalli berberi sugli Aquitani, ma passato d'una freccia scagliata da man vigorosa cadeva spento sul campo; Carlo vede il momento decisivo, muove innanzi con impeto; le schiere degli infedeli sono disordinate, e ben tosto messe tutte a sangue e a macello. Ottenuta la vittoria esso Carlo si fece a distribuire il bottino fra' suoi soldati, come era l'uso; nè oltrepassò Poitiers, chè quelle meridionali provincie non eran di sua giurisdizione, ed altri nemici avea da respingere a settentrione. Dopo la rotta di Abderamo, fu a Carlo confermato il soprannome di Martello. «Però che, dice la cronaca di san Dionigi, come il martello pesta e rompe il ferro, l'acciaio e ogn'altra sorte di metalli, così egli pestava e rompeva in battaglia tutti que' nemici e quelle stranie nazioni». E per verità il duca de' Franchi aveva menato ilmartello, poichè il numero dei Saracini uccisi fu infinito, facendolo i cronisti cristiani ascendere a più di centomila; laddove i cronisti arabi, sempre fatalisti, senza maledire alla sorte loro, si contentano di chiamar la funerea campagna dove seguì la battaglia, col nome, diLastrico dei Martiri.

La razza d'Austrasia serbar seppe così il primato suo militare nella battaglia di Tours e di Poitiers, con poca perdita delle genti germaniche, sì difficile era ferirle sotto quelle loro ben temprate armadure di Svevia, e il nome di Carlo Martello andava alle stelle. L'indole religiosa di questa spedizione lo rendea popolare in tutti i paesi della cristianità; or duca d'Austrasia e prefetto dei Franchi qual era, non poteva egli aspirare alla dignità sovrana? In un campo di Marzo, che fu tenuto a Colonia, egli tastò quindi gli uomini d'arme che lo avean seguito, a vedere se il farebbero re; ma o l'antico nome dei Merovei avesse ancora un tal qual potere sui Franchi, o l'autorità di duca e di prefetto del palazzo fosse indispensabile pel servigio della guerra, Carlo cangiar non potè questo titolo militare nella dignità regia, più religiosa allora e venerata; e tuttavia vi adoperò tutti i modi, il miglior de' quali fu d'acquistarsi i soldati con larghe distribuzioni di bottino e di terre, sola paga che si avessero allora le milizie, come l'uso di quelle schiatte germaniche portava. Carlo aveva anche tratto i suoi Conti alla guerra, or che ricompense darebbe loro? Gli convenne porla mano su' beni de' cherici, o, per meglio dire, porre a campo sulle terre ben coltivate de' vescovi e delle badie i suoi guerrieri, e partirle fra loro, sì che ad un vescovado fu dato questo o quel conte, e un fiero e biondo Austrasio ebbe questa o quella badia. Universale fu il lamento degli uomini da chiesa, ma più poteva la forza materiale, nè v'era modo a resistere a queste armate occupazioni. Molti dei vescovadi toccarono in sorte a' laici e fin alcune badie di femine caddero in mano a guerrieri di razza franca. E' non fu tuttavia, come alcuni supposero, un sistema generale, però che siffatte usurpazioni ebbero lor limiti; ma bene dovendosi rimunerar coloro che aveano fatta la guerra, si rimunerarono spogliando i cherici, ai quali altro non rimase che protestare in faccia al cielo, e invocar Dio, giusto vendicatore delle ingiustizie umane. Essi pertanto composero quella famosa leggenda del dannato, che narra i tormenti dello spogliatore in inferno, quasi dir volessero al popolo, ai Romani, ai Galli, ai coloni dedicati alla coltivazion della terra «Ecco l'uomo ingiusto che v'ha rapito i vostri beni, eccolo dannato nell'altra vita». Qual pegno di sicurtà pe' deboli e indifesi cultori! L'armato Austrasio non poter cacciarli dalla loro terra senza esser colto dalla mano di Dio! Le leggende che ripongono Carlo Martello fra' dannati, eran di questo modo una guarentigia per i poveri coloni, contro la prepotenza e la rapacità degli uomini di guerra.

E nondimeno ancor durano alcuni diplomi di Carlo Martello, come prefetto del palazzo, i quali quasi tutti sono per donazioni a' monasteri e badie. Dota egli di parecchie terre le cattedrali, e per un diploma dato il giorno di Pasqua, san Dionigi, in Francia, riceve un campicello adiacente al monastero; per un altro suo diploma pure, l'apostolo della Germania, san Bonifazio, vien raccomandato ai duchi ed ai conti da per tutto dov'egli porterà la predicazion del Vangelo. Tutto questo creder lascia che tal sistema di spogliamento applicossi principalmente alle badie vacanti ed ai beni fiscali, che Carlo Martello confidava ai Franchi di cui avea bisogno in guerra ed agli uomini che da lui dipendevano, nascondendo suoi fini, che miravano a farsi re, come già tentato aveva anche il padre e predecessor suo nella prefettura del palazzo, Pipino d'Eristal. Dopo la gran sua vittoria sopra i Saracini, egli stimò poter meritarsi la corona, ma il tentativo fu vano ancora, però che la dignità reale a que' tempi avea un qualche cosa di religioso e sacerdotale, ben altramente dalla prefettura del palazzo, ufficio tutto d'armi e di guerra; il più forte e più fermo era duca e prefetto. I cherici ed il popolo facevano i re, i conti; i Franchi e i soldati facevano i prefetti del palazzo, e gli ultimi Merovingi, deboli e cattivi com'erano, furono appunto protetti dall'antedetta indolereligiosa della dignità regia. Carlo Martello avea inoltre offeso i vescovi ed i cherici in modo da non si attentare a mettersi definitivamente in luogo de' Merovingi, e però vi rinunziò nell'assemblea del Campo di Marzo; solo che i Franchi non fecero re alcuno, e fuvvi un lungo interregno, durante il quale Carlo Martello governò senza i Merovei sì, ma pure altresì senza corona.

Duca e prefetto del palazzo com'egli era, egli ebbe pratiche, come tutti i Carolingi, con tre grandi potentati al di fuori: i re ed imperatori di Costantinopoli, il papa e i Longobardi. A Bisanzio regnava Leone l'Isaurico, soldato in origine, a pari di Carlo Martello; quel Leone odiator delle immagini, quel barbaro che faceva in pezzi le statue di oro dei santi nelle chiese, e i reliquiari ornati di topazi e di smeraldi. Scrivea costui a Carlo Martello per trarlo nell'eresia degli iconoclasti:ponesse in pezzi le immagini, gli dicea,che n'avrebbe i modi a mantenere i suoi soldati, ed a distribuir loro in contanti l'oro che orna inutilmente le arche benedette. Se non che Carlo non osa pur trattenersi in questo pensiero; usa cautamente co' Greci, ma non vuole inimicarsi i papi, in corrispondenza spirituale, com'ei si trova, con Gregorio III che regna a Roma; il pontefice intanto paventa insieme dei Greci, de' Longobardi e de' Saracini, e già la politica papale ha ricorso all'aiuto de' Carolingi. Le fantasie de' Barbari vogliono essere scosse con oggetti materiali, onde Gregorio invia a Carlo Martello le chiavi di san Pietro[108], ed i ceppi che tennero avvinto l'apostolo nella sua scura prigione, a simboleggiar nei ceppi la suggezion della Santa Sede, e nelle chiavi i modi a liberarla; e invoca a protettor della Chiesa romana quel fiero e prode capitano, cui dà il titolo di esarca, a Carlo Martello decretato dal senato e dal popolo raunati ora, nelle basiliche, come un giorno nel Foro; e tuttavia l'esarcato è un titolo greco. Il papa distrugger volendo la dominazion bisantina in Italia, conferisce l'esarcato al capo de' Franchi, sì lontano dalle cose d'Italia che non può dargli timore.

Sì alto era salita la riputazione di Carlo Martello dopo la vittoria di Tours e di Poitiers, che i Longobardi stessi cercano d'averlo a confederato contro i Saracini, i quali già minacciano le loro mediterranee possessioni. «Orsù vengano i Franchi all'Adriatico, e vi troveranno ricche città che gli aspettano, e fertili campagne, dove pascolar possono liberamente migliaia di cavalli».

Carlo Martello fu dunque il primo ad illustrare i Carolingi, e Pipino con Carlomagno non fecero che continuar l'opera sua co' Papi, co' Longobardi e co' Greci. Ei passò di vita giovine ancora, però cheappena era giunto all'anno cinquantesimo dell'età sua, e fu sepolto in terra sagrata. Vennero poi più tardi le leggende intorno alla sua morte ed alla sua dannazione, per esempio a frenar la violenza militare dei condottieri di guerra. «Carlo Martello, scriveva un secolo dopo l'arcivescovo di Rouen, fu dannato in eterno, perchè primo dei re Franchi, che ciò facesse, tolse a' cherici le terre ecclesiastiche, e sant'Eucario, vescovo d'Orleans, che fu rapito alla terra nel secolo scorso, lo vide fra' tormenti nell'inferno, e interrogato il suo angelo, n'ebbe in risposta, averlo Dio dannato all'eterne pene, perchè avea posta la mano su cose consacrate all'amor di Dio, al suo culto divino, ai poveri ed ai servi di Cristo. Di che essendosi sparso il grido, san Bonifazio e Fulrado abate di san Dionigi, visitarono il sepolcro di Carlo Martello, e trovarono in vece del suo corpo un dragone, e tutto guasto di dentro il monumento, come se fosse stato arsicciato dalle fiamme, e noi pure abbiam conosciuto persone, aggiunge il leggendario, che visser fino ai dì nostri, e renderon testimonio nei termini detti di quanto avean veduto e sentito». Or questo fiero simbolo del dragone che riempie un sepolcro vuoto è una lezione che si vuol dare all'ingiustizia e alla violenza altrui, quasi dicesse agli uomini prepotenti del Reno e della Mosa: «Non toccate i beni consacrati a Dio ed ai poveri, altrimenti avrete vuota la sepoltura, e un sozzo serpente divorerà nella fossa della morte le carni vostre».

Carlo Martello ebbe, a somiglianza di Pipino d'Eristallo, più donne. Rotrude (tale si è il nome che le vien dato negli annali) gli partorì Carlomanno e Pipino, che furono allevati, come lui, negli accampamenti; da una seconda moglie di nome Sonnichilde, ebbe un terzo figliuolo chiamato Grifone, e secondo l'uso germanico l'eredità fu tra loro partita nel modo seguente: a Carlomanno toccò l'Austrasia con le terre del Reno e della Mosa, la Neustria a Pipino, amendue col titolo di duca o condottier d'uomini; Grifone, il terzo de' figli, ebbe alcuni contadi in mezzo agli stati de' suoi fratelli. Così finiva la podestà di Carlo Martello, apparecchiando la futura grandezza della schiatta carolina, facendola salire in altissima riputazione, e collocandola al di sopra dei Merovingi. I Saracini erano a que' tempi i nemici implacabili della razza così franca come germanica, e irrompevano a torme dalla Siria, dall'Africa e dalla Spagna in cerca di conquiste; ma Carlo Martello seppe arrestarli a Poitiers, nè i Franchi della Neustria e dell'Austrasia dimenticarono poscia mai quel servigio.

Il nome di Carlo Martello fu indi sì famoso, che menestrelli e trovatori il cantarono a gara, e il vediamo nobilmente celebrato nella prima canzone dell'epopea cavalleresca diGarinoilLorenoin cuitutto è confuso come ne' canti eroici[109]del medio evo. I Saracini insiem co' Vandali e cogli Ungheri, tutti que' Barbari, che lasciarono con la conquista le malaugurate orme loro nella società, son ivi posti a fronte di Carlo Martello; che gl'insegue vittorioso, e muore sul campo di battaglia; nè vi si fa caso di date o di fatti. «O antica canzone, vuoi tu ascoltare, dice il trovatore, vuoi tu sapere la grande e meravigliosa istoria, come i Vandali vennero in questo paese, distrussero Reims, e assediarono Parigi?» Carlo Martello si oppose a queste invasioni, e marciò contro gl'infedeli in tempo che i monaci neri di san Benedetto pigliavano per sè terre e mulini, e la gente era povera e i cherici ricchi. E però esso Carlo Martello parte, e va difilato a trovare il papa in Lione, dov'eran più di tremila cherici e ventimila cavalieri, e si gitta ai piedi del santo padre, e gli dice: «Sere apostolo, il mio paese è invaso dal nemico, gli arcivescovi ed i vescovi sono uccisi, e con essi i miei cavalieri». L'apostolo piange a questo discorso, e si consiglia co' suoi cherici. «Voi siete ricchi, e ben potete donare qualcosa per la cristianità». L'arcivescovo di Reims e gli altri prelati, rigettano le istanze del papa, e allora il Loreno Ervigi si alza corrucciato in viso, e dice: «I cherici posseggon tutti i forni e i mulini, e' convien dunque prendere un partito per aver danaro[110]». — «Per san Martino, prorompe l'arcivescovo, che io non ci metterò un quattrino!» L'abate di Cluny risponde invece: «Noi siamo ricchi di buone terre; or bene ognuno ci metta un picciolo almeno del suo». Il papa contristato per tutto questo, si volge a Carlo Martello, e: «Bel figliuolo, gli dice, io concedo a te l'oro e l'argento che sono in man de' cherici, i palafreni, le mule, ed intanto anche le decime, per fin che tu abbia vinto i Saracini». Ed allora il Loreno Ervigi di nuovo prorompe: «E le armature dei cherici ancora». Carlo Martello fa indi ragunar le sue schiere, muove co' suoi Francesi contro i Saracini, e combatte da destra e da manca, come un lupo che si caccia dinanzi le agnelle. Dopo di che confondendo insieme i Vandali co' Saracini, la battaglia di Soissons con quella di Poitiers, il poeta racconta gloriosi e cavallereschi fatti dei Loreni, dei Franchi e dei Borgognoni; Carlo Martello imbrandisce la lancia, i timballi suonano, ed ivi in mezzo a quel gran macello egli è colto da due colpi di spiedo, l'uno al dosso e l'altro al petto; chedesolazione fra l'esercito di Francia! «Su corriamo ad aiutar Martello, il re di San Dionigi!» grida il Loreno Ervigi; ed ecco in un subito vendicata la morte di lui, e Marzofio, emiro dei Saracini, di gigantesca statura, atterrato da una lanciata. «Addosso! addosso signori, gridano i Francesi, che il re è morto[111]». E poscia i cavalieri fanno, tutti in pianto, a Carlo Martello di gran funerali.

Questa canzone eroica su Carlo Martello non ha verun carattere di storica verità; tutto v'è insiem confuso, come vediam nella più parte dell'epopee del medio evo: i tempi, i luoghi, i nomi de' personaggi, i quali son fatti vivere e morire in mezzo ad avvenimenti di cui pure non parteciparono. E tuttavia ne risulta una grande verità storica, ed è che il nome di Carlo Martello ancor splendeva luminosissimo tre secoli appresso. Quando Garino il Loreno compose questa canzone, già spenta era la prosapia de' Carolingi, e regnava quella de' Capeti, onde non più motivi di adulazione, e pure ancor durava negli animi la memoria delle grandi cose operate da quella prosapia, e il nome di Carlo Martello fu popolare al par di quello di Pipino e di Carlomagno nei manieri della nobile cavalleria.


Back to IndexNext