CAPITOLO VII.CARLOMAGNO E CARLOMANNO.
Quistione intorno alla divisione del regno dei Franchi dopo Pipino. — Carlomanno. — Indole tutta germanica di Carlomagno. — Suoi natali. — Sua puerizia. — Portamento e statura sua all'età di ventisei anni. — Sue residenze. — Incoronazione. — Prima guerra d'Aquitania. — Duchi di questa provincia. — Cagioni dell'avversione de' Carolingi contra i duchi d'Aquitania. — Leggende intorno alle gesta di Carlomagno. — Romanzo di Filomena. — Le canzoni eroiche de'Quattro figli d'Ammone, ed'Ivone di Bordò. — Ragion vera delle guerre australi. — Trattati co' Longobardi. — Lettere di Stefano III a Carlomagno. — Berta in Italia. — Matrimonii. — Morte di Carlomanno. — Carlomagno re solo dei Franchi.
Quistione intorno alla divisione del regno dei Franchi dopo Pipino. — Carlomanno. — Indole tutta germanica di Carlomagno. — Suoi natali. — Sua puerizia. — Portamento e statura sua all'età di ventisei anni. — Sue residenze. — Incoronazione. — Prima guerra d'Aquitania. — Duchi di questa provincia. — Cagioni dell'avversione de' Carolingi contra i duchi d'Aquitania. — Leggende intorno alle gesta di Carlomagno. — Romanzo di Filomena. — Le canzoni eroiche de'Quattro figli d'Ammone, ed'Ivone di Bordò. — Ragion vera delle guerre australi. — Trattati co' Longobardi. — Lettere di Stefano III a Carlomagno. — Berta in Italia. — Matrimonii. — Morte di Carlomanno. — Carlomagno re solo dei Franchi.
768 — 771.
Pipino, sublimato al trono de' Franchi, avea diviso l'eredità sua tra i proprii figliuoli, a simiglianza di Carlo Martello, formando la Neustria e l'Austrasia pur sempre due distinte frazioni nelle conquiste dai Franchi compiute sotto i primi Merovei. Carlomanno, il secondogenito di Pipino, fu quasi del tutto ecclissato nella storia dallo splendor di Carlomagno, l'eroe delle croniche e dei canti epici. Questo Carlo, che più tardi aggiunse al suo nome l'epiteto latino e romano dimagno(il grande), era sostanzialmente d'origine germanica; se non che per ben che si frughi in tutte le croniche e i diplomi, dir non si può al vero in qual luogo, in quale città egli venisse al mondo: tutte le città, in Germania, si attribuiscon l'onore d'avergli dati i natali: Aix, Liegi, Carlostat e Monaco stessa, pretendendo iBavari che il gran Carlo discenda dalla schiatta loro; in ogni luogo, dal Reno all'Elba, si trovano antiche immagini, e marmoree statue di lui, venerabili monumenti che testimoniano l'ammirazione dei popoli e la grandezza di quell'uomo[123]. La congettura più probabile si è che Carlomagno nascesse nel castello d'Inghelheim, vicino a Magonza, chè Magonza pur essa vuole per sè l'antico imperadore; le ruine romane, le torri che fronteggiano il Reno, portano il suo nome, e fra quelle reliquie dei secoli, fra quei lembi di mura sospesi in cima dei monti, dove il sole indora i pampini del Joannisberg, l'eco sempre risponde: Carlomagno!
Gli annali di Fulda il fanno nascere a' dì 26 di febbraio dell'anno 742; a' dì 2 di aprile il continuatore di Fredegario; gli uni si contentan di dire ch'ei nacque a Natale, gli altri a Pasqua, chè richiedevasi una solennità cristiana a celebrar con le sue feste i natali d'un uomo che stampò si grandi orme nei secoli. Il Reno tutto germanico, la Svevia, la Franconia, la Baviera e gli antichi vescovadi voglion per sè i primi anni della vita di lui; nulla vi fu di neustro o meridionale, nell'origine sua, nelle sue forme, ma sol vi domina l'impronta tedesca. Non pertanto Eginardo, il diletto segretario di Carlo, dice ch'egli ebbe la Neustria, e Carlomanno l'Austrasia; ma il continuatore di Fredegario, sì esatto sempre, dà a quello l'Austrasia ed a questo la Neustria; e l'indole tutta germanica di Carlomagno, creder farebbe che questa opinione sia la più vera. E dove passa egli la prima sua giovinezza, e in quai luoghi dà egli i suoi diplomi? Nelle città del Reno, della Svevia o della Franconia, da Magonza o da Liegi. Del resto questa divisione di patrimonio durò brevissimo tempo, e dopo abbiamo una confusion perpetua di terre e di dominii.
Gli annali di maggior fede nulla dicon dei fatti e delle azioni di Carlomagno nella sua puerizia, ed Eginardo medesimo confessa di non saperli[124], chè a que' tempi le croniche dei monasteri, non trattavan degli uomini se non quando giunti all'età dell'operare. E come de' suoi primi anni, così siamo all'oscuro dell'educazion sua, la quale, quanto alle lettere, fu trascuratissima, da che fatto adulto, appena formar sapeva la cifra del suo monogramma. La guerra, ovver la caccia nei boschi di Turingia o delle Ardenne, formavano la sola educazione dei re o condottieri d'uomini alemanni. Le canzoni eroiche,monumenti dell'antico spirito nazionale, con più autore s'intrattengono degli anni giovanili di Carlomagno, e nel decimoterzo e decimoquarto secolo si raccontavano le maravigliose avventure che accompagnavano l'apparire al mondo di questo fanciullo; il romanzo diBerta dal gran pièci rivelò la nascita sua romanzesca e misteriosa, e altri romanzi narrano come il robusto giovinetto si trovò obbligato di lasciar la Francia per tradigione dei bastardi di Pipino, e come egli andò a militar sotto il re Gaiafro di Toledo, la cui figlia ebbe in isposa, e come dopo alcuni anni venne a riconquistar il proprio suo reame, di che i bastardi spodestar lo volevano.
Or chi avrebbe saputo contendere a Carlo il retaggio degli avi suoi, a Carlo, significazione in atto della forza medesima? Tutti i monumenti ce lo rappresentano di grandissima statura, e le pitture alemanne son foggiate sulla stampa di una specie di gigante o di san Cristoforo. Nella cattedrale e sulle piazze pubbliche di Aix, a Magonza, a Monaco, dappertutto Carlomagno è rappresentato quasi altro Golia; la statura sua è di oltre sei piedi; l'aspetto più che mai bellicoso; gli occhi grandi, vivi, ardenti, risentiti i lineamenti del volto; tutti gli arnesi ch'ei toccava o trattava, son di tal peso, che tu diresti esser egli stato di sovrumana natura. Ma il cranio che mostrasi ad Alx, e fu dai canonici conservato in una custodia d'argento indorato, è egli veramente quel di Carlomagno? La sua straordinaria grandezza dimostra ch'esso appartener non potè se non a un gigante[125]. A que' tempi la forza del corpo molto entrava nella potenza morale d'un capo; onde è che Pipino, a farsi perdonar la sua picciola statura, e la grossa sua corpulenza ebbe bisogno di abbattere un lione in furore, dopo di che il soprannome di Breve[126]non fu più tolto per ischerno, e il re de' Franchi mostrar dovette ch'ei possedeva la forza e la vigoria necessaria a sostenere il comando.
Per le canzoni eroiche intorno la puerizia di Carlomagno, egli ebbe dunque la forza e la vigorìa di suo padre, e la bella statura di Berta, la nobil figlia della Germania; sua madre gli trasmise quell'impronta di maschia bellezza e quella maestosa ed altera statura che la tradizione gli diede, ond'è che quando la cronica di sanDionigi descriver vuole, sull'autorità di Turpino, la figura di Carlomagno, gli dà tutte le forme e tutta la possa d'un gigante. «Uomo era di gran corpo e statura; alto sette piedi de' suoi; avea rotondo il capo, gli occhi grandi e grossi e sì ardenti che quand'era in collera scintillavano come carbonchi; grosso e diritto il naso, ed alquanto elevato nel mezzo; neri i capegli, la faccia colorita ed allegra. Era di sì gran forza che stendeva, come niente fosse, tre ferri di cavallo insieme uniti, e levava in palma di mano da terra in aria un cavaliere armato. Con la sua spada Gioiosa ti tagliava netto un uomo a cavallo coperto di tutt'armi. Era ben proporzionato in tutte le sue membra; e il cingolo suo era lungo sei spanne, senza i lembi della coreggia che pendean fuor del fibbiaglio.» Tale si era la persona del gran Carlo. Egli e Carlomanno furono amendue incoronati nel medesimo giorno, l'uno a Noyon, l'altro a Soissons, e le acclamazioni dei Franchi confermarono il partimento che fece Pipino dell'eredità sua, ma esso non piacque altrimenti ai due fratelli, i quali non mai fermamente si accordarono intorno all'amministrazione delle terre loro. I cronisti passano sotto silenzio le protestazioni o le opposizioni che sorger poterono tra' fautori de' Merovingi, nè oramai più si trovano che lievissime tracce della famiglia di Clodoveo, così sacra com'era tra i Franchi; i cronisti, tutti dediti alla schiatta di Pipino, più non ne parlano, ovver gittano sol qualche parola in segno di dispregio ad annunziar la fine di Childerico, o d'alcun altro dei rampolli di questa famiglia reale; nuovi interessi sottentrano agli antichi, e le prime affezioni se 'n vanno.
Intanto ecco scoppiar una guerra, che ricorda in certo modo i diritti de' Merovingi, ed è quella d'Aquitania. Nel mezzodì s'era infatti più particolarmente che altrove, conservata l'affezione pe' figli di Clodoveo; i primi di quei duchi aveano avuto Cariberto re di Tolosa e figlio di Clotario II, per antenato, nè mai s'era interrotta la successione, e uscito n'era quell'Eudi stesso che combattè sì valorosamente i Saraceni, ed a cui fu figliuolo quell'Unaldo o Unoldo, il quale, insiem con gli Aquitani, fece accanita guerra a Carlo Martello quando tentar volle d'assicurarsi la corona; guerra non di schiatta solo contro schiatta, ma sì ancor di dinastia contro dinastia. Pipino invece tenne l'arte di gittar la discordia in quella famiglia, e la sanguinosa istoria di Atone e d'Unaldo, rende ancor testimonio dei modi che tennero i Carolingi verso i Merovingi d'Aquitania, da essi fatti tonsurare e monacare a simiglianza del terzo Childerico. Se non che, alla morte di Pipino, Unaldo esce tutt'a un tratto dal suo monastero e rizza lo stendardo a proclamar l'independenza dell'Aquitania, sperando col passaggio d'un regno all'altro di far rivivere i dirittid'un Merovingio ridotto allo stato monacale. La qual sedizione dovette, senza dubbio, esser duramente repressa da Carlo, però che assecondar essa poteva le pretensioni dei discendenti di Clodoveo nella Neustria. Egli convocò un parlamento, a cui intervennero suo fratello Carlomanno, i conti, i fidi leudi ed i vescovi, e fu deliberata la guerra, importando egualmente ai due fratelli di comprimere le idee che favorir potevano il ritorno e la podestà dell'antico lignaggio. Passaron indi entrambi uniti la Loira, ma poi entrati, lungo il cammino, in discordia fra loro, a cagion che niun dei due era contento della porzion sua di eredità, Carlomagno, che vuol maggioreggiare, si riman solo a guida della spedizione, e Carlomanno si ritira insieme co' suoi. Ecco dunque i Franchi nelle provincie del Mezzodì, ridurre ad obbedienza le antiche città, i municipii romani o le campagne soggette ai vescovi visigoti. Gli Aquitani furono vinti da questi leudi germanici, e da questi bene armati e bene montati Austrasiani.
A simiglianza di Carlo Martello, Carlomagno corre l'Aquitania da un confine all'altro, e vien sino alla Dordogna, e la città di Fronsac che si vede su quelle alture, è una delle sue edificazioni, fatta a mantenere il dominio franco sui popoli meridionali, che quando tener volevasi il piè sul collo ai vinti si rizzavano castella e fortezze. Le città meridionali degli Aquitani godevano di maggior civiltà che non quelle brumali del Reno e della Mosella, e il passaggio di Carlomagno in Aquitania fu contrassegnato da carte e diplomi a favor delle chiese e dei monasteri; di colà ci venne anzi fino in Guascogna, terra de' Pirenei, che fu allora da lui data in feudo a un signore indicato sotto il nome di Lupo, uscito, dicon le croniche, dalla stirpe merovingica e nipote del duca legittimo, il quale si fece di volontà sua vassallo di Carlomagno, consegnandogli per pegno della sua fede il proprio zio Unaldo, ch'era venuto a cercare un rifugio in que' monti, e così, dicon le leggende, l'agnello fu divorato dal lupo.
Più non ebbe quindi contrasto la sovranità di Carlomagno in Aquitania. Un romanzo quasi contemporaneo per titolo Filomena, racconta, con belle avventure, tutte le conquiste meridionali di Carlomagno, cui mescola spesso e confonde con Pipino, e massimamente nell'assedio di Carcassona. In questa Filomena abbiamo un miscuglio di realità e di finzione, chè l'immaginazion dei trovatori del Mezzodì avea gran campo nel racconto delle grandi gesta di Fier Braccio, e Carlomagno divenne l'eroe delle leggende meridionali, e insieme delle canzoni eroiche del Nord.
Le guerre oltre la Loira, sono anch'esse personificate nel romanzo deiQuattro figli d'Amone, antica espressione delle avversioni trale razze del Mezzodì e quelle del Settentrione. Rinaldo di Montalbano, la cui storia si fece di poi tanto popolare, era figliuolo d'Amone, della famiglia meridionale di Dordogna. Amone viene alla corte di Carlomagno co' suoi quattro figli Rinaldo, Ricciardetto, Alardo e Guicciardo, per fargli omaggio, senza dubbio, come duchi d'Aquitania. Rinaldo giuocando agli scacchi[127]spacca la testa con uno scacco a Bertolotto nipote o bastardo di Carlomagno, onde tosto è intimata la guerra, e il re furibondo convoca i paladini; e Ivone, duca di Guascogna, prende a difendere il duca Amone, nel suo feudo della Dordogna; in quella forma che Lupo pigliò già per poco la difesa d'Unaldo. Quante meraviglie nell'assedio di Montalbano, dove la schiatta meridionale fece tanti prodigi! I figliuoli d'Ammone son tutti colà entro chiusi; trasportativi sul rilucente suo dorso dal nobil destriero Bajardo, e si apparecchiano alle difese, magnanimi e prodi come sono. L'assedio di Montalbano è lungo e notabile per le sue vicissitudini, da ogni parte di questo poetico racconto scritto dalla razza meridionale, traspar l'odio contro Carlomagno, uomo del Nord che viene ad imporre il suo giogo alle nobili città del Mezzogiorno. Il romanziero quindi lo rappresenta qual uom vendicativo, ridicolo, in balia al capriccio de' suoi baroni ed al dispregio de' figli suoi, tanto che ti par non già d'essere a' tempi della nascente grandezza della schiatta carolina, ma sì a quelli del decadimento suo e della sua ultima ruina sotto Carlo il Semplice.
La canzone eroica intorno ad Ivone di Bordò appartien pur essa all'epopea delle guerre d'Aquitania e di Guascogna. La cronaca spesso non toccava che un motto appena, non facea che un arido e steril racconto di questa o quella guerra; la canzone eroica all'incontro raccontava tutte le geste della cavalleria, e raccoglieva mille tradizioni in un fascio. Il romanzatore non curasi dell'esattezza dei fatti o del colore degli avvenimenti; egli inventa, orna e cinge di leggende d'oro l'immagine di Carlomagno, il cui nome risuona per più secoli dopo. I cartolari delle badie si contentan di dire: «Re Carlo venne ad abitar le celle nostre nelle feste di Pasqua o di Natale, e vi celebrò le solennità della Chiesa». Le canzoni eroiche ci danno a conoscer la vita delle caccie, delle corti plenarie, il tumulto delle battaglie, l'intima condizione di quella società fuor delle solitarie mura dei chiostri.
Dato termine alla guerra d'Aquitania, Carlomagno fa ritorno nellesue città dei Reno e della Svevia, dimora sua gradita; non così Parigi dov'egli mai non abita, e passa indi rapidamente a Compiegne. Le sedi a lui più care sono alcune grandi mense o tenute regali nelle diocesi di Giulieri, Seltz, Vormazia, Magonza; e visitar gli piace i fiumi della Schelda, del Reno, della Mosella e del Meno[128], e le foreste delle Ardenne e delle Montagne Nere. S'ei tiene gran corte o corte plenaria il fa sempre nella Germania; la Neustria fu sol per poco porzion del retaggio suo, perpetua è la confusione del patrimonio ereditario tra lui e Carlomanno; nessuna esattezza nè distinzione. In una di tali corti plenarie fu trattato del matrimonio di Carlomagno con una delle figliuole di Desiderio re dei Longobardi, poichè al par di Carlo Martello, di Pipino, Carlomagno anch'esso non ha una moglie sola; sposato già ad Imiltrude, di franca origine, egli abita con essa i palazzi, le ville, e nondimeno Berta sua madre vuol dargli in moglie Desiderata, figliuola di Desiderio re de' Longobardi. L'unità del matrimonio ancor non è di domma fra quegli uomini violenti, che pigliano, a grado delle loro passioni, una o più compagne; e non è raro vederne tre o quattro nei palazzi de' leudi, argomento ai solenni rimproveri che loro indirizzano i papi, custodi come sono della santità e della purità dei costumi.
In questo trattato di nozze con Desiderata certe ragioni di materiale interesse entravano nella gagliarda opposizione che fecero i papi all'imeneo di Carlomagno con una figlia di Lombardia. Vero è che Desiderio non erasi, ad esempio degli altri re de' Longobardi, chiarito inimico della santa sede, ma pur facendosi alteramente suo protettore, non avea lasciato d'impor certe condizioni al papato; e oltracciò Stefano III, che sedea sul soglio di san Pietro, con ribrezzo vedeva la congiunzion delle due monarchie franca e longobarda, in questo parentado. E chi fu il difensor di Roma, allorchè il papato, assalito dalle forze de' Longobardi, manifestò i suoi pericoli al mondo cristiano? Non altri che Pipino co' suoi leudi di Austrasia e di Neustria, che varcate le Alpi co' gravi loro cavalli, furon tosto, per ragion di conquista e per la forza dell'armi, signori delle città di Lombardia.
La sovranità temporale dei papi, venia lor parimenti da Pipino, il quale, in contraccambio, avea da essi ricevuto il titolo di patrizio di Roma; ed ora, se il re franco e il re longobardo collegavansi con un matrimonio, il pontificato non avrebbe avuto più chi il proteggesse e vendicasse, e questo era ciò che profondamente affliggevaStefano III, onde quand'ei seppe l'andata di Berta a Pavia e a Ravenna, affrettossi di scrivere a Carlomagno: «Sappiate[129], o gran re, che ella è cosa empia pigliare altra moglie, oltre quella che avete; vi sovvenga, eccellentissimo figliuolo, che il nostro predecessore di santa memoria, fece istanza col padre vostro affinch'egli non ripudiasse vostra madre, e che Pipino anche aderì alle istanze sue. Sarebbe invero cosa lacrimabile che la nobil nazione dei Franchi, si lasciasse corromper dalla perfida e puzzolentissima gente dei Longobardi, la quale non si conta pur nel numero delle nazioni, e da cui certo è esser nata la stirpe dei lebrosi[130]... Or qual comunione vi può essere tra la luce e le tenebre, tra il fedele e l'infedele? Pigliatevi, ad esempio degli illustrissimi e nobilissimi re della stessa vostra patria, una bella moglie della nobil gente dei Franchi, e pigliatela per amore, rinunziando a mescolare il vostro sangue con le nazioni straniere. Così fece l'avolo vostro, così il bisavolo, e così il padre, che mai non vollero menar moglie fuori del regno».
Stefano III, manifesta continuamente le sue paure, in una sfilata di lettere indiritte ai grandi, a Carlomagno ed a Berta, già scesa in Italia, che persiste pur sempre nel suo disegno di parentado con la stirpe longobarda, come nodo di pace fra loro, e le pratiche sono già sì innoltrate che non si può tornar più addietro. Desiderio altro non è che un vassallo, e Carlomagno è ben contento ch'ei lo mostri con pubblici omaggi, e già vede in fantasia risplender sulla sua fronte la corona di ferro; Desiderio non ha figli maschi[131], e sarà suo successore.
Desiderata divien dunque, a dispetto del papa, la seconda moglie di Carlomagno, e poichè dispiacer non vuole al potentato de' Longobardi, di cui suo figlio ha bisogno, si fa mediatrice d'accordo tra Stefano III e Desiderio. I Longobardi, già s'erano, all'uso lor soldatesco, dalle città di Milano e Pavia precipitati sul territorio romano,avevano occupata la Pentapoli, ed eran quasi alle porte di Roma. Stefano ha quindi ricorso a Carlomagno, perch'egli faccia rispettar la donazione di suo padre a Roma ed a san Pietro; e Carlomagno porge benigno orecchio alle preghiere di Stefano III, e fa che Desiderio, per mezzo di arbitri da lui mandati, debba contentarsi del regno di Lombardia, e rispettar la donazione di Pipino, non avendo egli ragione alcuna sul dominio di San Pietro. «Questo accordo assicura a Carlomagno la preminenza in Lombardia in uno ed in Roma; patrizio della città eterna e protettor dei papi, egli è altresì il signor sovrano del re dei Longobardi, e al primo atto di fellonia di costui potrà scender dall'Alpi, per fargli batter la guancia della temerità sua. Egli è già re dei Franchi, già alto signore dell'Aquitania, e presto anche l'Italia diverrà una pertinenza della sua corona.
Da Imiltrude, sua prima moglie, avea già Carlomagno avuto un figliuolo per nome Pipino, quand'ebbe a menare in seconda moglie Desiderata, che varcò le Alpi in compagnia di Berta, e fu da essa condotta in una delle regie ville nella foresta delle Ardenne. Ora in queste ville risedevano ordinariamente i re franchi e i prefetti del palazzo, ed erano, come a dir, masserie ben coltivate, sparse in mezzo a paesi incolti, e formavano i redditi principali della corona, amministrate da maggiordomi secondo la forma romana e le consuetudini dei coloni naturali delle Gallie. Quali di siffatte masserie appartenevano ai monasteri, alle badie, ai vescovadi, e quali al re; i leudi, i conti ed i duchi ne avean pure di ragguardevolissime, ed ogni uom d'armi possedea la sua terra lavorata a profitto suo dai coloni.
Se non che presto questa Desiderata venne grandemente a noia di Carlomagno, o fosse per quanto il papa gli avea detto intorno alla volubilità ed ai vizi della gente longobarda, o fosse per memoria del suo primo imeneo con Imiltrude. Che che ne sia, fatto sta che sei mesi dopo appena, egli già intona di volerla ripudiare, senza rispetto alle rimostranze di Berta, come se il sangue de' Franchi parlasse contro quel de' Longobardi, e l'uomo del Nord ripugnasse dal viver congiunto alla donna che nacque a Milano. Ei caccia dunque alla fine Desiderata, e quasi ad un punto si fa marito a una donzella della Germania di nome Ildegarda; sì che all'età di ventinove anni egli ha già, tra ripudiate e sposate, tre mogli, nè fa caso alcuno dell'unità matrimoniale. Indarno Stefano gli rinfaccia i suoi adulterii, che egli sostiene fermamente questa riotta contro il moral dettame del papato; siamo in tempi che le passioni tuttavia trionfano, e la Chiesa non è ancor freno sufficiente per uomini carnali che tutto si fanno lecito nell'ebbrietà della vita. E che importa a Carlomagno delminacciar di Desiderio? Egli saprà ben farlo stare a segno. Intanto tutti i malcontenti vanno a cercar rifugio a Pavia od a Ravenna, nè sì tosto questo o quel leudo ha, per suo peggio, rizzato bandiera contro i Carolingi, passa le Alpi, e va a trovar il re longobardo per chiedergli aiuto. Or bene, la corona di ferro inchinar si dee innanzi alla corona del re de' Franchi, poichè fino a tanto che quest'ultimo ciò non ottenga, non vi sarà più nè pace nè tregua per lui; e' si vuol rimuovere questo pericolo con una spedizione oltre l'Alpi. Unaldo o Unoldo stesso, l'ultimo duca d'Aquitania, è ito a cercar un rifugio a Pavia, mentre Desiderata anch'essa corre a querelarsi alla corte dei Longobardi dell'oltraggio ch'ebbe dai Franchi e dal re loro.
La monarchia cadde, a questi tempi, tutta nelle mani di Carlomagno per la morte quasi subita di Carlomanno. E' non v'ebbe mai nessuna intimità tra' due fratelli, nè mai fu ben determinata tra loro la divisione del paterno retaggio, chè anzi i diplomi stessi attestano una gran confusione nei termini dell'autorità loro; amendue regolavano in comune l'amministrazion delle terre del Reno, della Mosella, della Senna e della Loira, e nei tre anni ch'ebbe a regnar questa confusione, saper non è dato se la Neustria o l'Austrasia fosse piuttosto dall'un che dall'altro governata. Carlomanno passò di vita in una villa reale chiamata di Samoucy, nella diocesi di Laone, giovanissimo ancora, dicendo la Cronaca che appena avea compiuta l'età di ventun anno.
Lasciava Carlomanno due figli pargoletti, ma gli succederanno essi nel regno? Se ancor durato avesse la legge di successione sacra già tra' Merovingi, i due fanciulli avrebbero, come tante altre volte si vide negli annali dei Franchi, ereditato in comune il paterno retaggio; ma i Carolingi, lignaggio nascente, non destavano ancora quella religiosa pietà che già i figli di Clodoveo destavano nell'antica razza dei Franchi, da poco uscita delle foreste; la forza gli aveva innalzati, nè doveano la legittima consacrazion loro ad altri che all'opera dei papi, all'unzione dei vescovi, e l'eredità non era ancor legge irrevocabile[132]. Carlomagno partecipò quindi, in una corte plenaria che ei tenne a Valenciennes, la morte di Carlomanno a' suoi leudi, dopo di che, agitando essi le loro lance, mossero, a guisa di conquistatori, alla volta delle Ardenne, e piantarono i loro alloggiamenti nella real tenuta di Carbonac, a poca distanza da Samoucy dove Carlomannoera uscito di vita. All'aspetto di questa massa di gente, i conti, i vescovi e gli abati di quel regno, vennero a far omaggio a Carlomagno, e senza troppo guardare alle ragioni dei due fanciulli, inetti com'erano a regnare ed a condurre i leudi alla guerra, furono, siccome gli ultimi de' Merovei, destinati a vivere ed a morire nel chiostro, serbata lor la tonsura, simbolo dello spirituale servaggio; chè tra loro, chi più non avea lunghi e ondeggianti i capegli come la criniera dei nobili corsieri delle foreste germaniche, non poteva esser nè re nè conte mai. Gerberga, la vedova di Carlomanno, passò le Alpi, e venne anch'essa a cercar rifugio presso i Longobardi, temendo la condanna del chiostro e le persecuzioni di Carlomagno divenuto re di tutta la nazione dei Franchi. Eccetto alcuni pochi che rimasero fedeli a Carlomanno, e seguirono oltremonti la regina Gerberga, tutti i possessori delle terre, i conti, i vescovi e gli abati fecero omaggio al nuovo signore.
Di quivi ha principio, propriamente, il regno di Carlomagno, poichè d'indi in poi si vengono spiegando le grandi conquiste e l'ordinamento politico dello stato, altro non essendovi, sino alla morte di Carlomanno che qualche editto sciolto e qualche diploma di donazioni al chericato. Così, a mo' d'esempio, un diploma di Carlomagno, dato in Aquisgrana agli idi di gennaio, fa una donazione al monastero di San Dionigi, e un degli idi di febbraio concede alla chiesa di Metz certe franchigie, e l'esenzione da ogni regia giurisdizione; innanzi la sua morte, Carlomanno conferma le immunità della chiesa di San Dionigi; alle calende d'aprile Carlomagno accresce i privilegi al monastero di Corvia, e conferma quelli tutti della badia di Sithieu, o San Bertino. Ben si vede che la stirpe di Pipino ha bisogno del sostegno della Chiesa per far confermare la sua regia dignità, e si collega co' papi, bisognosa com'è di quel religioso carattere, che la Chiesa solo può dare. Donde tanta sollecitudine per tutti gli argomenti che riguardano il cristianesimo e il pontificato, chè Carlomagno vuol essere il figliuol diletto di Roma prima d'essere imperadore romano, e amicarsi il pontificato perch'ei n'ha d'uopo a compiere il suo vasto disegno d'impero, e a quella guisa che Pipino erasi conquistato il papa per farsi re, così Carlomagno gli porge la mano per farsi imperatore.