NOTIZIEDI PIETRO VERRI
Nell'accingermi a compilare le Notizie dell'ultimo de' magistrati filosofi che hanno illustrato in Lombardia il regno di Maria Teresa, a stento so contenermi nei limiti di una quasi cronologica brevità, cui mi astringe il piano che mi sono prescritto in questa Raccolta. Tale è la vastità e l'importanza dei servigi da esso prestati, che il parlare adequatamente di lui, comprende la storia di trent'anni dell'economia pubblica di quella ex-provincia. Se si eccettua l'opera immortale del censimento, già precedentemente compita, tutte le importanti riforme della pubblica amministrazione si eseguirono nel periodo della sua magistratura; egli a tutte ebbe parte, e delle più insigni e difficili fu pure principale promotore ed esecutore. Ma poichè è ancor recente e vivissima la memoria de' suoi servigi, ed essendo queste Notizie susseguite dalla collezione delle sue opere economiche, ora in parte per la prima volta pubblicate, si rende indifferente, anzi superfluo, il parlare estesamente dei di lui meriti, siccome sarebbe inutile il voler narrare ad altri la maestria de' sommi pittori, avendosi dinanzi le più illustri opere de' loro pennelli. Seguendo pertanto il mio metodo, mi accontenterò di delineare sommariamente le epoche memorabili della sua vita.
NacquePietro Verriin Milano al 12 di dicembre dell'anno 1728. Il di lui padre Gabriele dovette in gran parte ai personali suoi meriti l'essere stato successivamente promosso a diverse eminenti cariche; e fu per ultimo presidente del Senato. Egli si è pur distinto nelle lettere; e si hanno di lui un quadro storico delle leggi municipali, dei commenti al principal codice di esse, e una voluminosa compilazione della storia della Lombardia, che rimase manoscritta.
Chi bramasse di conoscere tutti i minuti tratti della fanciullezza e della prima gioventù del nostro autore, potrà riscontrarli nell'Elogio che recentemente ne ha pubblicato l'abate Isidoro Bianchi, già per altre opere benemerito de' buoni studii[1]. Egli ha seguito un'altra via da quella che io tengo, essendosi proposto di esporre esattamente tutte le notizie delle quali ha trovato traccia; invece fu mio scopo di limitarmi a riferir di Verri quel solo che può servire a far distinguere il suo carattere, o che gli ha meritato di tramandare la sua memoria alla posterità.
Frequenti furono i saggi dati nella sua giovanezza dell'attività e dell'acume della sua mente; ma non gli si era ancora offerta occasione di esercitarla in qualche rilevante travaglio, onde si avesse potuto apprezzarne la vastità e il vigore. Anzi poco mancò che egli non fosse distratto per sempre dalla carriera delle lettere, mentre per motivi di private circostanze si ascrisse nel 1758 al servizio militare col rango di capitano nel reggimento Clerici, e vi rimase fino al dicembre del 1760.
Restituito però appena alla tranquillità della vita domestica, riassunse con maggior calore gl'interrotti studii; e quelli dell'ecconomia pubblica, applicata specialmente alla situazione della sua patria, l'occuparono a preferenza. Maper meglio conoscere l'importanza di quanto in séguito operò e scrisse, gioverà di veder riferito da lui medesimo qual era in allora lo stato della Lombardia[2].
«All'incominciare del regno di Maria Teresa ognuno sa e si ricorda quanti e quanto possenti ostacoli incontrasse da noi l'industria per esercitarsi in ogni parte. Arbitrario e sproporzionatamente ripartito, il tributo sulle terre ci offriva lo spettacolo di molti campi abbandonati dai proprietari alla comunità: la tassa personale esuberantemente aggravata, rendeva spopolati altri distretti e priva la terra di coltivatori: inciampi e vincoli interposti all'interna comunicazione pel trasporto delle derrate, sempre più allontanavano i reciprochi soccorsi: severissime leggi annonarie, minacciando la morte a chi cercava di trasportare agli esteri i frutti della coltura, invece d'invitare alla riproduzione, direttamente la offendevano: i tributi delle dogane, appaltati a diverse compagnie, interponevano un contratto fra i bisogni del popolo e la paterna clemenza del sovrano: le scienze, le nobili arti, quello spirito d'impegnata ricerca della verità, che sa tentar la natura dubitando delle opinioni e separare le cose certe dalle probabili, non erano certamente festeggiati: uno studio di parole, una servile venerazione o imitazione, erano lo scopo che si poneva davanti alla docile gioventù, e così gradatamente, un ostinato spirito, nemico d'ogni felice slancio verso del bene, teneva in ceppi le arti tutte subalterne e meccaniche; e, dimentichi di noi stessi, sembravamo piuttosto destinati a servire noi pure di mezzo e di continuo fra le generazioni passate e le a venire, anzi che una generazione avente diritto e ragione alla gloria di migliorare il deposito delle umane cognizioni».
Questa serie di antichi disordini, che mantenevano i popoli nell'abbiezione, senza che quasi in quelli ne ravvisassero te cause, perchè vi si erano abituati fin dalla nascita, fu lo scopo cui Verri diresse la maggior contenzione dei suoi studii. Non omise fatica onde, colla scorta della storia e spogliando i farraginosi documenti delle diverse amministrazioni, svolgere le vere cause che avevano potuto ridurre a tanto squallore un paese sì fertile, e altre volte sì ricco e potente. Frutto di queste faticose ricerche fu quella selva di squisita erudizione, la quale, dopo di averne egli usato in tante sue opere per più di trenta anni successivi, era ancor lungi dall'essere esausta.
Per comunicare l'espansione di questo suo zelo, trovò egli un compagno degno di lui e non men caldo di amor patrio, nella persona del marchese Cesare Beccaria. La costanza e la sincerità della loro amicizia fu ammirabile. Avidi entrambi di gloria senza rivalità, reciprocamente confidenti senza arroganza, appassionati per gli studii utili senza presunzione, percorsero la stessa carriera di studii e di cariche, e si mantennero amici fino alla morte. Nè solo sinceramente si compiacevano dei loro vicendevoli progressi; ma come il genio profondissimo di Beccaria, quasi compresso dallo stato d'indolenza cui era portato dalla sua fisica costituzione, avea bisogno per esercitarsi di chi, al pari di un ostetricante, ne sollecitasse lo sviluppo, Verri fu quello che si prestò a quest'ufficio; e già si è altrove notato[3]che alla sua benemerita importunità dee il pubblico l'immortale operaDei delitti e delle pene, e l'autore di essa la giusta celebrità che gliene è risultata.
Un tanto zelo doveva essere illimitato nella sua espansione. Quindi Pietro Verri e Beccaria divennero il centrodì un'unione d'illustri giovani, egualmente studiosi ed animati da non minor fervore per la prosperità della lor patria. Essi radunavansi nelle stanze di Verri, e si resero in séguito famosi sotto il nome diSocietà del Caffè, dal titolo di un foglio periodico di letteratura e di scienze che pubblicarono per due anni sul modello delloSpettatore Inglese, cui però sorpassarono di molto nella varietà e scelta degli argomenti, nell'eleganza e nella profondità[4].
A quel tempo aveva già il nostro Verri pubblicati colle stampe diversi saggi de' suoi talenti e della sua coltura. Oltre alcuni opuscoli di circostanza, che potrebbero citarsi a sua lode quand'altro di meglio non avesse fatto, pubblicò egli, nel 1762, colle stampe di Lucca, un Dialogo su le monete; nel 1763, un Saggio sulla felicità, e quindi molti articoli nel Caffè, due fra i quali assai interessantisul commercioesul lusso. Diedero occasione al detto Dialogo i rumori che si erano mossi da alcuni autorevoli ignoranti contro la breve, ma pregevol opera data in luce in quell'anno da Beccariasul disordine delle monete; e Verri spiegò in quello, con singolare brevità e chiarezza, la teoria sulla monetazione dello stato di Milano, cui si attenne dappoi costantemente, e nella quale insistette e nelleMeditazioni sull'Economia Politicae nellaConsultache sullo stesso argomento scrisse a richiesta della corte nel 1772. Essa ha dovuto bensì cedere ad una prevalente dottrinanell'esecuzione della riforma, ma non è ancor provato che quella in confronto non potesse esser migliore, e meno poi che fosse falsa. Verri avea in quel Dialogo così esposto il suo principio: «Lasciamo battere moneta alle nazioni che hanno miniere e grande commercio marittimo; noi, abitatori d'un piccolo Stato mediterraneo, senza miniere, pensiamo ad accomodare le nostre partite del commercio, a diminuire le importazioni, ad accrescere l'esportazione, ad animare l'industria; pensiamo ad averemoneta buona, a valutarla bene, e non ci prendiamo briga dell'impronto che questa moneta debba avere». Se la dimostrata sincera persuasione di un grand'uomo può far ascoltare con minor disprezzo, o esaminare con più seria attenzione le massime che si oppongono alle attuali costumanze, non sarà pure inutile di riferire che tra le carte di Verri esiste un esemplare dello stesso Dialogo coll'annotazione di sua mano, che eglilo rileggeva sempre con piacere, persuaso che non si potesse con minor noia e maggior chiarezza combattere i pregiudizii del volgo in questa materia.
L'epoca della rinnovazione dell'appalto delle finanze fu pur quella in cui Verri diede principio alla sua pubblica carriera. Scadeva, col 1765, il novennio della Ferma generale[5]. Perciò l'imperatrice, mentre volle che nel nuovoappalto il regio erario fosse interessato per un terzo, ordinò pure che si radunasse una Giunta di ministri coll'incarico di compilare i capitoli dell'appalto e la tariffa dei dazi. Col dispaccio 24 gennaio 1764, portante queste disposizioni, venne pur Verri nominato alla carica di consigliere presso la Giunta stessa, con voto deliberativo.
Concorse a determinar questa sua nomina, non tanto l'onorevole estimazione già acquistatasi coi propri scritti, quanto l'aver egli trasmesso nell'anno precedente al principe Kaunitz un volume diConsiderazioni sul commercio dello stato di Milano, opera, per erudizione e dottrina, certamente superiore alla sua età e ai tempi in cui la scrisse. Trattava in essa, in tre distinte parti, della grandezza e decadenza del commercio di Milano dal 1400 sino al 1750, dell'attuale suo stato e dei mezzi di ristorarlo. Quest'opera rimase inedita; ma la prima parte, ampliata nel 1769 con nuove interessantissime notizie che gli comunicò il benemerito archivista del Senato, segretario Corti, e da lui disposta per la stampa col titolo diMemorie sull'economia pubblica dello stato di Milanoallorchè fu sorpreso dalla morte, sarà ora per la prima volta pubblicata.
All'epoca della detta elezione era egli riuscito, mediante un indefesso travaglio, a compilare il primoBilancio del commercio della Lombardia, con quella maggior precisione che era possibile ad uomo privato. Affine di ottenere l'esattezza nelle copie, difficilissima in simili lavori colla manuale scritturazione, ne fece stampare quel numero di esemplari che gli occorreva per distribuire a pochi amici, e spedire alla corte. La notabile passività che risultava da quel bilancio, diede luogo alla stampa di unaLettera critica, nella quale all'opposto intendevasi di provare che il commercio dello stato di Milano fosse attivo di molti milioni. Questa contestazione, e il falso supposto che il bilancio fosse stato divulgato, spiacquero al principeKaunitz; ma da grande uomo, qual era, lungi dal sacrificare le viste di ben pubblico all'albagia ministeriale, ne trasse argomento per anticipare un'utilissima disposizione. Molto importante, anche per far conoscere il suo carattere, è la lettera che scrisse su tale argomento al ministro plenipotenziario conte di Firmian[6]; ed è la seguente:
«Soddisfo alla precedente di V. E. del giorno tre, con cui mi rimise ilBilancio, stampato dal conte Pietro Verri,del commercio dello stato di Milano, colle altre tre pezze che lo accompagnavano. Può ben essere persuasa l'E. V. che io non approvo e non sarò mai per approvare alcun passo che deroghi all'autorità e dignità del governo; e specialmente a questo riguardo mi è rincresciuto che il detto cavaliere, di cui peraltro mi piace l'ingegno e la scelta che ha fatto de' suoi studii, siasi lasciato inconsideratamente condurre dal fervor giovanile a convertir colla stampa in oggetto di compatimento ciò che, prodotto in iscritto alla sola Giunta ed al governo, gli avrebbe fatto dell'onore, se non altro per l'idea e per il piano di eseguirla.... Ma posto che è rotto il ghiaccio convien ora andare innanzi, e verificare, col maggior accerto che si può, il giusto mezzo fra i nove milioni di annua mancanza, che fa comparire il detto bilancio, e gli undici milioni di sopravanzo annuo, che risultano dallaLettera criticaal medesimo opposta. Sono persuaso che sia falso il bilancio, perchè l'autore non potè essere autorizzato a riconoscere i fondi originali per fissare dati certi, e credo egualmente che non sussista il calcolo annesso allaLettera critica, perchè si vede dettata da un puro spirito di contraddizione e di animosità. Ordini dunque V. E. alla Giunta di subito applicarsi a riconoscere,per quanto sia praticabile, lo stato attivo e passivo di codesto commercio, affinchè rimosse le esagerazioni, e con quella maggiore probabilità che sia compatibile colla natura del soggetto, possa vedersi da qual parte propenda la bilancia. È troppo necessario questo esperimento, acciocchè i paesi circonvicini, eccitati a dubitare sugli eccessi opposti, non entrino poi in diffidenza per mancanza di una dimostrazione che decida».
In adempimento del superiore comando, fu delegato dalla Giunta alla compilazione del nuovo bilancio lo stesso consigliere Verri, unitamente al di lui collega consigliere Maraviglia. Questa vasta operazione venne compita in meno di diciotto mesi; e la chiarezza del metodo e l'esattezza dell'esecuzione, descritte in seguito nella Relazione che ne innoltrarono al ministro plenipotenziario, il 30 di ottobre del 1765, possono servire di utile soggetto d'imitazione anche a' tempi presenti. Quel bilancio offriva in risultato un'attività di lire 15,387,034. 16. 2, e una passività di lire 16,980,488. 5. 4; e perciò il commercio passivo era maggiore di lire 1,593,453. 9. 2.
Intanto, avvicinandosi il tempo dell'attivazione della nuova Ferma mista, la profonda sagacità e l'attività indefessa dimostrate da Verri in tutte le operazioni della Giunta, gli ottennero che fosse dalla corte onorevolmente prescelto a rappresentare il terzo per S. M. nella Ferma stessa, e contemporaneamente promosso al rango di consigliere nel Supremo Consiglio di Economia[7].
L'inerzia de' precedenti governi gli aveva talmente allontanati da ogni cura della pubblica amministrazione, che l'esercizio delle finanze si coperse d'impenetrabile mistero; ed il sovrano, che pur vedeva i miseri suoi popoli spremuti incessantemente dagli inesorabili fermieri, eranell'impotenza di provvedervi, mancando di mezzi e di lumi onde far amministrare direttamente le proprie rendite. Fu un tratto della più sublime sapienza l'istituzione della Ferma mista. Per tal modo il rappresentante del principe ha potuto conoscere l'entità delle pubbliche rendite, il sistema de' fermieri e gl'immensi loro profitti. Verri, giustamente animato da una destinazione di tanta confidenza, vi si adoprò con tal zelo, che giunse a superare la stessa aspettazione della corte, sicchè questa fu in grado di anticipare di cinque anni il compimento dell'ideata riforma, col decretare nel 1770 la cessazione della Ferma delle finanze, sostituendole un'amministrazione economica.
Malgrado l'immensità di tali occupazioni, lo zelo instancabile di Verri volle estendersi anche alla discussione, che allora si era mossa, per la riforma del sistema dell'annona. Quindi scrisse nel 1769 leRiflessioni su le leggi vincolanti nel commercio dei grani, lo scopo e l'esito delle quali fu esposto da lui medesimo nell'Avvertimento che premise ad esse, allorchè nel 1796 le ha date alle stampe. «Quest'opera, egli dice, fu scritta nell'occasione in cui si voleva sgombrare l'amministrazione pubblica dalle nebbie e dagli errori consacrati dall'antichità. Si credeva che i soli mezzi per salvare la provincia dalla carestia fossero i vincoli; e quindi una legge obbligava a notificare ogni anno tutti i grani raccolti; altra legge obbligava a introdurne una data porzione nelle città; pene severissime erano imposte a chi ammassasse grano senza una patente; cautele su la macina de' mugnai, cautele sul trasporto interno, proibizione dell'uscita de' grani dallo Stato. Tale era la legislazione che pesava sul prodotto delle terre. I magistrati custodi di tai leggi davano le dispense e le tratte, e questa lucrativa facoltà li teneva tenacemente a difendere la pretesa saviezza delle leggi tramandateci da' maggiori. Vi voleva del coraggioper comparire nell'arena in favore del ben pubblico contro tali interessati oppositori all'utile verità; pure, malgrado le arti nemiche, fui fortunato, e nel ceto di chi disponeva dell'economia pubblica la luce della ragione ebbe accesso, e si screditarono gli errori. Quindi leggi libere si promulgarono, e da venti anni a questa parte non vi fu mai inquietudine o pericolo di carestia».
Durante la sua delegazione a rappresentare il terzo regio nella Ferma mista, gli venne affidata dalla corte un'altra non men grave incumbenza, preparatoria anch'essa al sistema dell'amministrazione economica. Oltre i principali rami di finanze amministrate da' fermieri, molti altri ne esistevano, i quali erano stati alienati o dati in cauzione a' monti e banchi pubblici o a diverse famiglie, che, nelle calamità degli scorsi secoli, aveano sovvenuto col proprio danaro ai bisogni dello Stato. Era già stato deciso che tutte queste regalìe dovessero essere avocate al sovrano. Il progetto per la redenzione delle medesime cominciò ad essere discusso nel 1760. Sei anni dopo fu istituita una Giunta di ministri per eseguirla, e se ne abbozzarono le massime. Ma, distratti quelli dalle loro ordinarie occupazioni, bastò l'esperienza di un anno a provare che non si poteva esigere dalla loro opera quella celerità che era necessaria. Perciò con dispaccio 19 ottobre 1767, soppressa la Giunta, se ne trasferì l'incarico al Supremo Consiglio di Economia, e Verri ne fu fatto relatore. Indi nel 1769 venne egli specialmente delegato col consigliere De Montani ad eseguire la liquidazione e classificazione delle regalìe da redimersi; travaglio arduo, complicato, minuziosissimo, cui tuttavia ridusse a termine con distinta lode nel 1770.
Quasi nello stesso tempo emanò il decreto sovrano, col quale si dichiarò cessata la Ferma mista. L'enorme pretesa de' fermieri per il rimborso degli utili de' cinque anni cheancor rimanevano alla scadenza dell'appalto, i quali furono a stento ridotti a sette milioni, finì d'illuminare la corte sull'immensità del danno che da simili appalti era fin allora risultato al regio erario. In un dispaccio del principe Kaunitz al conte di Firmian[8], quello zelantissimo ministro così ne scriveva: «Io devo ingenuamente confessare a V. E., che finora non mi è bastato l'animo di far conoscere alle MM. LL. la somma precisa degli annui utili, toccata nel primo triennio al regio erario per la sua interessenza nella scadente Ferma mista, poichè dal quantitativo di questa terza parte avrebbero le medesime facilmente potuto calcolare l'importo delle altre due terze parli a profitto de' fermieri. Il loro ammontare ad un milione per l'anno 1768 e 1769, anche dopo ricompensata con congrui appuntamenti l'opera di essi come rappresentanti la Ferma, non potrebbe a meno di parere ai sovrani esorbitante, e dovrei temere che non rivoltasse l'animo loro, in riflessione che in fine de' conti questo danaro è cavato dalle sostanze de' loro sudditi, e che S. M. l'imperatore non avea torlo a direche i fermieri succhiavano il sangue de' Milanesi e Mantovani. Dal confronto poi degli utili degli stessi fermieri colle entrate pubbliche dello Stato, ne avrebbero le MM. LL. fatta la conclusione che, dopo difalcate le spese che incumbono all'erario per l'amministrazione della provincia, il sovrano ritrae da questa molto meno dei fermieri: comparazione veramente odiosa, e che darebbe da pensar molto su questo articolo».
La nuova amministrazione delle finanze venne formata sulla traccia di quella che, con prospero successo, già trovavasi in attività nei Paesi Bassi austriaci, e quindi distinta in tre parti: I. Amministrazione generale; II. Controlleriadella detta amministrazione; III. Riforma e legislazione. Fu delegata la prima al magistrato camerale, la seconda ad una Camera de' conti, la terza ad una Giunta governativa. Contro il solito delle riforme, è stata questa eseguila con tanto spirito d'imparzialità, che uno dei fermieri, il conte Antonio Greppi, fu assunto al regio servizio nella Camera de' conti. Il principe Kaunitz, in un suo rapporto fatto all'imperatrice nel 1771, qualificò il Greppiqual uomo di mente e di esperienza, e che in paese si era acquistato la riputazione di galantuomo, anche presso coloro che odiavano la Ferma.
Questa è l'epoca più illustre della vita di Verri, siccome fu la più attiva e laboriosa. Si può dire, senza tema di esagerare, che quasi l'intiera sistemazione dell'amministrazione economica delle finanze è stata affidata a lui solo. Egli vi diede incominciamento colla stesa di un piano organico; e dal proemio di essa si evince che la forza della di lui mente ne avea compreso l'insieme nella maggior vastità de' suoi rapporti. Giova di udire l'autor medesimo a render conto de' propri pensieri; egli così si esprime[9]: «Organizzare un corpo di amministrazione del tributo; immaginarvi una forma interna, sicchè non vi penetri l'arbitrio, nè si pregiudichi alla celerità degli affari; preservare l'interesse dell'erario e l'industria nazionale ad un tempo; gettare i semi delle riforme da farsi nel tributo, parte la più importante e irritabile del corpo politico; suggerire il metodo col quale più rapidamente, ma nel tempo medesimo con passi più fermi e sicuri, si possa distribuire il tributo nella forma più innocua e adattata al bene della società; diminuire al possibile le spese della percezione; lasciare tutta la libertà all'industria, componibile col tributo destinato aproteggerla; accelerare l'epoca in cui, rese le leggi della finanza chiare, umane e semplici, venga portata la luce sopra ogni parte dell'amministrazione; tale è la natura del quesito, sul quale scriverò come le deboli mie forze lo permettono».
Attese quindi indefessamente a preparare la riforma della tariffa. Basterà a dare un'idea di questa improba fatica la sola nomenclatura de' travagli da esso presentati su tal proposito al magistrato camerale, che era stato sostituito nel 1772 al Supremo Consiglio di Economia. Il 13 agosto 1773 presentò egli la ricapitolazione generale dei generi entrati e usciti nell'anno 1769; il 5 ottobre dello stesso anno, il bilancio generale dell'anno predetto; il 14 marzo 1774, lo spoglio delle merci passate in transito nel 1771; e per ultimo, il 30 maggio, pure detto anno, il progetto della nuova tariffa. A fine di render giustizia a chi gli avea giovato co' suoi consigli, così si esprime nella lettera colla quale ha accompagnato il progetto medesimo: «Avrei giustamente motivo di diffidare se queste idee le avessi sviluppate solo e isolato; conobbi la gravità dell'oggetto, sentii il bisogno dell'aiuto de' ministri illuminati, lo chiesi e l'ottenni. S. E. il signor conte presidente Carli ebbe la bontà d'interessarsene meco, discutere le massime ed assistermi co' suoi lumi; oltre i signori consiglieri relatori di finanza, anche i signori consiglieri conte Secchi e marchese Beccaria ebbero la compiacenza più volte di unirsi meco a trattare di queste viste; onde il risultato di questo progetto è una conseguenza di quanto si è discusso». Questo passo comprova da una parte la modestia dell'autore, e dall'altra la maturità e la ponderazione con cui procedeva nei suoi travagli.
L'importanza del beneficio che Verri con quest'opera ha reso alla sua patria, risulterà maggiore dal riflettereallo stato delle finanze di quel tempo. La daziaria era allora divisa in altrettante giurisdizioni, quante erano le provincie che componevano il ducato di Milano, e in ciascuna giurisdizione si esigeva un dazio. Perciò la circolazione del commercio era ad ogni tratto vincolata, e perfino quaranta erano talvolta i pagamenti cui soggiaceva una sola merce[10]. Era tanto mal calcolata la tariffa, che in più di trecento casi i rappresentanti la Ferma generale aveano da quella receduto, e si erano accontentati di percepire un tributo minore di ciò che portava la legge,per non annientare molti rami di commercio e deviare tutti i transiti dello Stato[11]. Questo è pure il motivo per cui avendo a combattere un errore autorizzato dalla pratica, si diffuse Verri nel suo Progetto, sul danno risultante all'erario dal soverchio aggravio del tributo nella tariffa, dimostrandolo con molti antichi e recenti esempi. La corte, nell'eccitarlo ad esporre le sue idee, non si era ancor decisa tra una modificazione della tariffa esistente e una totale riforma. Ma la faraggine degli errori e dei disordini fu da lui sì evidentemente dimostrata, che quella non esitò a preferire l'ultimo rimedio. Così ottenne Verri la gloria di aver applicato al multiforme tributo indiretto quella regolarità di principii e quella semplice uniformità cui era già stato ridotto dal presidente Neri il censo delle terre; e come questa fu l'epoca del risorgimento dell'agricoltura, del pari la nuova tariffa il fu per l'industria e per il commercio.
Chi crederebbe che, frammezzo a sì gravi e moltiplici occupazioni, cui sembra che appena possa bastare un uomo solo, avesse Verri a trovar agio per occuparsi ancora de' favoriti suoi studii? Eppure fu in quel tempo che eglisi produsse di nuovo in pubblico come scrittore di economia e come metafisico, stampando nel 1771 leMeditazioni sull'economia politica, e nel 1773 ilDiscorso sull'indole del piacere e del dolore.
LeMeditazionisono state accolte con singolare applauso. In due anni furono ristampate sei volte in Italia; e di nuovo, nel 1773, a Losanna, tradotte in francese, e a Dresda in tedesco, nel 1774. Quest'opera può essere considerata il deposito de' principii che egli ha seguiti come magistrato, e il risultato della sua esperienza. Del metodo che tenne nello scriverla c'informa egli stesso nella prefazione alla nuova edizione che ne fece eseguire nel 1781, unitamente ad altri suoi Discorsi[12]. «L'economia politica, dic'egli, è la materia più vasta de' delirii di chiunque, e una specie di medicina empirica, che serve di argomento ai discorsi e agli scritti anche i più inetti, e potrebbe essere la facoltà di chi volesse insegnare senza possedere facoltà alcuna. In questo campo io pure sono entrato, ma il metodo tenuto da me non è simile a quello che comunemente è stato di norma a molti autori. Essi, dall'ozio tranquillo del loro gabinetto, formandosi idee astratte sopra del commercio, della finanza e di ogni genere d'industria, mancando di aiuti per esaminare gli elementi delle cose, sopra ipotesi, anzi che sopra fatti conosciuti, hanno innalzate le loro speculazioni. Il mio ingegno è stato più lento. Ho impiegato varii anni a conoscere i fatti: le commissioni colle quali la clemenza del sovrano mi ha onorato, me ne hanno somministrato i mezzi. Quasi tutte le idee mie hanno cominciato coll'essere idee semplici e particolari; poi, coll'occasione di esaminare oggetti reali, accozzate, disputate, contraddette, si sono andate componendo, e le generali idee sonoemanate poi dopo una lunga combinazione di elementi conosciuti. Questo metodo non ha il merito certamente di essere il più breve, nè il meno penoso, ma a lui solo credo di essere debitore della onorevole accoglienza che è stata fatta a questa serie d'idee, le quali le trovo vere e riducibili ad esecuzione anche oggidì, come le trovai dieci anni fa nel pubblicarle la prima volta. Vorrei essere collocato fra gli autori buoni; ma ambisco ancora di più l'essere conosciuto un buon cittadino. Felice quel popolo da cui comunemente si ragiona della virtù, e le di cui dispute famigliari hanno per oggetto i mezzi che producono la felicità dello Stato».
Era impossibile che quest'opera non incontrasse degli oppositori; essa aveva una decisa superiorità di dottrina, e si era osato in essa di dimostrare erronee le venerate massime dei nostri maggiori. Perciò gl'invidiosi e gl'idolatri delle proprie abitudini ne dovevano muover schiamazzo; il che infatti avvenne. Tra i secondi si distinse certo M. Bisthowen, che pubblicò in Vercelli, col titolo diEsame breve e succinto, un volume di sarcasmi, di trivialità e di sofismi, in cui si propose di contraddire da capo a fondo alleMeditazioni, e di fare una illimitata apologia del vigente sistema economico, senza riflettere che, con un tal sistema, la popolazione deperiva nello Stato, l'agricoltura vi era negletta, l'industria languente, il commercio passivo e i racconti dell'antica prosperità erano omai riguardati come una favola. Un altro non men violento oppositore a quest'opera, benchè più ragionevole, suscitò l'invidia in un uomo il quale era altronde fornito di bastanti meriti perchè non avesse dovuto degradarsi cotanto. Fu questi il conte Gian-Rinaldo Carli, allora presidente del Supremo Consiglio di Economia. Ho già indicato nelle notizie di lui[13]qual fuil principio di rivalità che il mosse a ricorrere a questo poco onorevole artifizio. L'amarezza che lo animava, traspira quasi ad ogni pagina. Dice in un luogo:L'oceano ingoia le navi e le isole, un terremoto distrugge le città, una voragine abissa un paese, un autor fervido confonde e trasforma i principii dell'Economia Politica, tenta una rivoluzione nello spirito degli uomini, e si delira. Mentre affetta di parlar sempre dell'autore anonimo, fino ad asserire che egli siasiimpenetrabilmente tenuto occulto, si cura poscia di rimarcare chesi sono veduti dei bilanci stampati, i quali, se non hanno discreditata la nazione, perchè i fatti veri trionfano su le illusioni della mente, hanno onorato poco l'autore che gli ha formati; con che allude apertamente al primo bilancio di Verri. In difesa delle sue dottrine fece questi alcune aggiunte alleMeditazioni, nella sesta edizione che se ne eseguì in Livorno l'anno 1772, in cui non mancò di ribattere talvolta la mordacità del suo censore. Ma una reciproca stima riavvicinò in seguito i due illustri competitori; e si è di sopra veduto che Verri consultò lealmente il suo antagonista sul Progetto della nuova tariffa, e gli rese una solenne testimonianza dell'utilità de' suoi suggerimenti.
Non meno applaudita è stata l'altra opera che successe alleMeditazioni, cioè ilDiscorso sull'indole del piacere e del dolore. L'autore vi stabilisce la teoria che il piacere consiste nella cessazione del dolore; teoria ch'egli seppe ornare con tutta la magia dello stile e i magnifici colori dell'immaginazione, benchè forse non sia applicabile con eguale esattezza alla generalità delle umane sensazioni. Egli deduce per corollario della sua teoria che «il prodigioso avvenimento dei quattro illustri secoli d'Alessandro, d'Augusto, dei Medici e di Luigi XIV, che fu un mistero, cessa di esserlo tosto che si conosca essere spuntati quei secoli dai dolori e da così turbolenti governi,che gli uomini ricevettero le massime spinte per agire[14]».
Ma se senza limiti era lo zelo di Verri per ben sistemare l'amministrazione economica dello Stato, nel tempo stesso che promoveva co' proprii scritti la propagazione delle utili dottrine, non era meno sollecito il sovrano a ricompensare i suoi servigi con successive promozioni. Già si disse che nel 1765 era stato eletto consigliere del Supremo Consiglio di Economia. Soppressa questa magistratura nel 1772, coll'erezione del magistrato Camerale, cui venne pure affidata l'amministrazione delle finanze, egli ne fu nominato vicepresidente con diploma onorevolissimo[15]. Nel 1780 fu promosso alla carica di presidente, rimasta vacante per la giubilazione accordata al conte Carli. Nel 1783 fu decoratodel grado di consigliere intimo attuale di Stato, e nello stesso anno creato cavaliere di Santo Stefano. L'erezione della Società Patriotica di Milano per l'avanzamento dell'agricoltura, delle arti e delle manifatture, seguita con dispaccio 2 dicembre 1776, sul modello della Società Patriotica di Slesia e di quella d'arti e manifatture di Londra[16], procurò a Verri una nuova testimonianza della confidenza della corte, coll'essere destinato conservatore anziano della medesima. In questa qualità intervenne alla sua prima adunanza, pronunziandovi un discorso che, dato alle stampe e spedito al principe Kaunitz, gli procurò per di lui parte la lusinghiera dichiarazione che «la robusta eloquenza, la giustezza delle vedute, la finezza colla quale l'autore ha saputo toccare gli oggetti più importanti della pubblicaamministrazione, e combinarli collo scopo della Società per risvegliare la passione del bene generale, sono altrettanti motivi per i quali egli ha diritto all'applauso da lui ottenuto»[17].
Noi abbiamo finora veduto Verri magistrato abilissimo ed instancabile, riformatore della parte più complicata e difficile dell'amministrazione dello Stato, scrittore di metafisica, di economia generale, e quindi separatamente di monete, di finanze e di annona. Ma tutto ciò che poteva giovare alla di lui patria, diveniva tosto l'oggetto dei suo più fervido interessamento. Questo carattere non gli permise di rimanere indifferente nell'universal gara de' saggi onde ottenere che fossero proscritte dalla procedura criminale le atrocità che la deturpavano. L'abolizione della tortura formava allora il voto di tutti i filosofi. Fin dal 1764 Verri avea abbozzato alcune idee su quell'orribile abuso[18]; le riassunse nel 1777, e per rendere più efficace la forza de' ragionamenti scelse un famoso esempio di un delitto impossibile, confessato per l'eccesso de' tormenti, cioè il fatto delle unzioni venefiche, cui si attribuì la pestilenza che desolò Milano nel 1630. L'ordine, la chiarezza, la forza de' raziocinii e l'insinuantesi fluidità del suo stile trovansinelleOsservazioni su la Torturain un grado eminente. Non temo d'incontrar la taccia di esagerato, se dico che quest'opera mostra più che ogni altra qual grand'uomo era Verri. Egli ebbe il talento di rendere una lettura interessante dei pezzi di processo scritti col barbaro frasario de' tribunali, ancor più barbaro a que' tempi; d'insinuare l'austerità de' ragionamenti per la via sempre facile e lusinghiera della sensibilità; e di trasfondere ne' suoi lettori, colla commozione della sua anima, la sua stessa persuasione. Ma, per mala sorte, suo padre era presidente di quel collegio di supremi giudici, che cento quarantasette anni prima avea dato un sì atroce esempio d'ignoranza e di crudeltà nel legale assassinio di tanti innocenti. Si credette che l'estimazione del senato potesse restar macchiata per la propalazione dell'antica infamia. Questo riflesso prevalse; Verri, per rispetto del padre, rinunciò all'idea di dare alle stampe le sueOsservazioni; e così il pubblico rimase defraudato di un'opera che certamente su tutte le altre di eguale argomento avrebbe riportato la palma.
La diligente ricerca delle antiche memorie, onde appieno conoscere le successive vicende economiche della sua patria e la vera causa di esse, gli aperse la via ad un più vasto lavoro, laStoria di Milano. Fino a lui non si aveano che dei cronisti più o meno ignoranti, rare volte esatti e rozzi sempre; e il conte Giulini, che, per qualche gusto di sana critica, si distingue tra gli antiquari, non avea raccolto che dei materiali. Questa bella parte d'Italia, sì celebre per antica potenza e per tante vicende, deve riconoscere in Verri il primo suo storico che sia degno di tal nome. Il primo volume, che si estende fino alla morte dell'ultimo dei Visconti, fu pubblicato nel 1783 con qualche pregio di eleganza tipografica[19]. La nitidezza della edizione,la dignità del racconto, l'indeclinabile proposito dell'utile e la filosofia de' concetti, meritamente gli ottennero il generale applauso degl'intendenti. Dell'imparzialità da esso osservata così rende ragione egli stesso in fine della prefazione; «Ho rappresentato lo stato de' nostri maggiori senza fiele e senza adulazione. Ho rispettato la patria e i miei lettori, e non presento loro favole illustri. Ho imparzialmente dipinte la grandezza e la depressione, la oscurità e la gloria, il vizio e la virtù, quali mi sono presentati nella successione dei tempi. Destiamoci ora noi, per trasmettere ai posteri costumi ed azioni che la storia possa narrare con piacere, senza bisogno di alcun ornamento».
Ridonato per tal modo all'ozio domestico, la sua famiglia ed i suoi studii divennero le sole sue cure. Talvolta accordava ancora qualche attenzione alle cose pubbliche, e lasciò manoscritte diverse pregievoli memorie sulle riforme del 1786, e sullo stato politico del Milanese nel 1790,unicamente, come si espresse,per dare sfogo alle sue idee sulla pubblica felicità.
La morte del suo intimo amico, il matematico Paolo Frisi, seguíta nel 1784, lo determinò a scrivere leMemoriedella sua vita e de' suoi studii, che rese pubbliche nel 1787, indirizzandole al celebre ed infelice marchese di Condorcet. Nè qui si è limitato lo sfogo della sua dolente amicizia. Ma duemonumenti gli fece erigere: uno nella chiesa della sua villa di Ornago, e l'altro nella chiesa de' Barnabiti di Sant'Alessandro di Milano, colla di lui medaglia, scolpita in marmo di Carrara dal valente professore Giuseppe Franchi. Mi sia qui lecita una riflessione. Frisi e Parini, il di cui busto, scolpito dallo stesso Franchi a spese del celebre astronomo Oriani, fu collocato nel ginnasio di Brera, sono forse i soli tra tanti illustri italiani morti a' nostri tempi che abbiano ottenuto l'onore di un monumento: e questo pure nol debbono che a' loro amici. Mentre pertanto e Beccaria e Agnesi e Mascheroni e Spallanzani ed altri molti giacciono tuttora indistinti, quanto non è doloroso e umiliante che, anche nel poco che si è fatto, la sola forza della privata amicizia abbia dovuto supplire a tutto per onorare la memoria degli uomini grandi?[20]
Stette Verri nella sua beata tranquillità fino al 1796, quando proruppe in Italia la forza preponderante delle armate francesi. Allora, sotto la licenza di un governo militare, tutte le passioni si sfrenarono, e l'irritazione de' diversi interessi introdussero la discordia tra i cittadini. Nei principii di questi turbamenti Verri fu eletto a far parte della Municipalità di Milano, e poco dopo presidente di quel Consiglio di quaranta cittadini che dovea esaminare i conti della pubblica amministrazione, ma che, per le cabale di coloro che avevano interesse nel mistero, cessò di esistere appena avea cominciato a dar segni di vita. Egli rientrò nella pubblica carriera animato dalla più ardente brama di promuovere il bene della sua patria; ma, in partela sua tenacità al rigor de' principii, forse soverchia in quella violenza di circostanze, e in parte un sistema di fanatiche contraddizioni, resero quasi affatto vana la lusinga. Tuttavia la felicità della patria fu il costante scopo dei suoi più fervidi voti; ed io stesso il vidi più volte afflitto profondamente nel riflettere su la successione di tanti traviamenti, e inturgidirsi di pianto que' parlanti occhi, che sì bene esprimevano le commozioni della sua anima.
Fu nel 1796 che Verri fece stampare, per ammaestramento de' nuovi governanti, le sueRiflessionisull'annona, scritte ventisette anni prima, di cui già si disse. Nel 1797 intraprese la stampa del secondo volume dellaStoria di Milano, che venne poi condotto a termine dal di lui amico il canonico teologo Frisi, certamente con pubblica benemerenza, se non si fosse permesso due gravissimi arbitrii. È il primo di aver interpolato i propri supplimenti alle lacune lasciate dall'autore senza alcuna indicazione che li distingua, contro la pratica dei Freinsemii, dei Brotier e dei più dotti editori di storici antichi e moderni. L'altro, di aver violato la protesta da lui fatta[21]di trascriverefedelmentei frammenti dell'autore, mentre osò dimutilarli. Queste arbitrarie alterazioni, le quali avrebbero pregiudicato alla fama di Verri se dessa stata non fosse solidamente fondata, rendono maggiore il desiderio di veder presto eseguita un'edizione completa delle di lui opere, affinchè vi si possa ristabilire il testo dellaStorianella sua integrità, aggiungendovi i preziosi frammenti che esistono per la continuazione di essa fino al regno di Maria Teresa.
Dal non essersi potuto da Verri ridurre a compimento il secondo volume dellaStoria di Milano, si sarà già eccitato nell'animo de' lettori il presentimento di un qualche disastro. Ed uno infatti sommo e irreparabile ne era accaduto;ma a lui non già, che placidamente era trapassato alla pace de' morti, bensì a tutti i suoi concittadini che privi rimasero dei suoi consigli e del suo esempio. Egli morì quasi improvvisamente, colpito d'apoplessia nella sala della municipalità, nella notte del 28 giugno 1797, essendo in età di anni 69, mesi 6 e 17 giorni.
Si ammogliò due volte. La prima con Maria Castiglioni, dalla quale ebbe una figlia; indi, il 13 luglio del 1782, fece sua sposa Vincenza Melzi, che amò sempre teneramente, formando delle sue domestiche virtù e della numerosa prole che da essa ottenne, la costante delizia degli ultimi anni suoi. Essa gli corrispose colla maggiore affezione, e rimasta a lui superstite nel fiore dell'età, gli fece erigere nella cappella gentilizia della rammentata villa di Ornago un decoroso monumento, accanto al sepolcro ch'egli stesso, vivendo, si avea preparato.
Di tre fratelli ch'egli ebbe, e tuttora viventi, Carlo ed Alessandro, si distinsero pur essi nella carriera delle lettere. Il primo, illuminato agronomo, pubblicò, non ha molto, due utili saggi su la coltura dei gelsi e delle viti; il secondo, oltre molti discorsi inseriti nel foglio periodico delCaffè, scrisse leAvventure della poetessa Saffo, la nota tragedia dellaCongiura di Milano contro Galeazzo Sforza[22], e leNotti Romane al sepolcro de' Scipioni, che gli ottennero una meritata celebrità per tutta l'Europa[23].
Fu ascritto a varie accademie, e specialmente a quelladi Mantova, di Padova, di Stokholm e all'Istituto di Bologna. Oltre una continua corrispondenza con suo fratello Alessandro, fu pure in relazione di lettere con Voltaire, Condorcet, Keralio, Morellet, Schmidt d'Avenstein, il conte di Saluzzo, de Felice, Filangieri, Spallanzani, ed altri molti.
La rimembranza delle sue qualità personali accresce il dolore della sua perdita. Non solo egli fu incorrotto ed instancabile magistrato; ma fu pure buon marito, buon padre, leale amico, di maniere cortesi, benefico, sincero, dotato della più viva sensibilità, costante nella gratitudine. Fu religioso, ma nemico della superstizione; zelante per la verità e paziente di esporla: appassionato per il bene de' suoi simili, e non meno bramoso di ottenere la pubblica stima. Questa passione era sì fervida in lui, che soleva chiamarla un bisogno incessante, insaziabile, e che continuamente lo tormentava. Scrisse molto e più operò; nè si sa qual preponderi in esso, se il profondo filosofo, o l'attivo ed utile cittadino. Nulla trattò che non avesse direttamente per oggetto il vantaggio pubblico. Anche il più sterile argomento si abbelliva sotto la sua penna; e il suo stile, benchè talvolta scorrevole in qualche lascivia di vezzo straniero, è sempre immaginoso, animato, persuadente. Mi lusingo che non dispiacerà ai lettori di vederne riferito qualche saggio, che servirà pure a dimostrare la purezza e la forza della filantropia che divampava nella sua anima.
NelleRiflessioni sull'annona[24], dopo di aver dimostrato il mal uso delle largizioni elemosiniere che si fanno nelle città al questuante di professione, mentre il misero agricoltore è lasciato nell'abbandono, soggiugne: «Io non pretendo di ammortizzare quel benefico sentimento di compassione, che è la parte più sacra e nobile dell'uomo. Non pretendo che alcuno rendasi duro ai gemiti deimiseri cittadini, pretendo soltanto di rendere illuminata la commiserazione, e avvisare che non si benefichi un cittadino col sagrificio crudele di otto contadini. Perda la mia mano il moto, e cessi io da scrivere prima che offenda la causa dell'umanità con alcuna opinione; la causa dei poveri e dei deboli è sempre stata e lo sarà, finchè io avrò vita, la causa per cui scriverò. Me felice, che sono nato e vivo sotto un governo, in cui questa causa liberamente si difende ed è favorevolmente ascoltata!»
Altrove[25]dichiara i suoi principii politici nei seguenti termini: «Uomo benefico, uomo illuminato, che hai esaminati e conosciuti i sacri diritti dell'uomo, non ti sdegnar meco se ne prescindo e se unicamente lo considero come parte della società contribuente alla di lei forza e ricchezza. No, non degrado l'uomo alla servil condizione di un mero fondo fruttifero; così potesse la mia voce annunciare con frutto gli augusti primitivi diritti di un essere intelligente e sensibile, che, associandosi, non può averlo fatto che per il miglior genere di vita; dritti altamente pubblicati da sublimi uomini che la potenza ha in odio, il volgo non conosce, e alcuni pochi, deboli, sparsi e avvezzi alla meditazione, onorano! Sappi che a stento raffreno, scrivendo, gl'impeti del cuore; ma la fredda ragione mi suggerisce di promuovere il bene degli uomini, non col linguaggio del sentimento, ma coll'analisi tranquilla delle cose, e illuminando chi può far il bene, mostrare la coincidenza degli interessi comuni. Rispettiamo la elevazione del genio e la calda virtù di chi, posto in privata condizione, si erge a tuonare sull'abuso della forza, e vorrebbe far arrossire gli uominiin carica de' loro vizi e dei loro errori. Se perciò l'umanità venisse sollevata dai mali, la virtù ci additerebbe quel sentiero; ma la misera condizione degli uomini è tale, che più si ottiene generalmente sollecitando l'interesse personale, che non si fa interessando la gloria, a cui rare sono le anime che s'innalzino».
Riferirò per ultimo alcune sue riflessioni sull'influenza della filosofia negli Stati[26]. «Gli uomini di lettere, dice egli, hanno maggiore influenza del destino delle generazioni venture, di quanto ne abbiano gli stessi monarchi sugli uomini viventi. Spargono i primi semi de' lor pensamenti: semi tardi bensì a produrre, ma che nella gioventù s'innestano; e l'uomo di lettere determina le opinioni del secolo che vien dopo di lui. I libri de' filosofi son quelli che hanno finalmente costretto i tribunali, malgrado la tenacità delle antiche pratiche, a non più incrudelire contro le streghe ed i maghi; a non inferocire colle torture; a non infliggere pene atroci per opinioni; a limitare i supplizi ai soli casi estremi. I libri hanno resa accessibile al merito la strada degli onori, battuta in addietro da chi, scaltramente simulando, adulava gli errori volgari. Alle opere de' filosofi siamo debitori se alle nostre infermità ora assistono medici illuminati e cauti, invece di ciurmatori ignoranti; se nel ceto degli avvocati la probità e il buon senso vennero sostituiti alla maligna ed infida gravità; se, conoscendosi meglio la morale e i doveri dell'uomo e del cittadino, l'uomo soffre almeno il rossore nel violar tai doveri, e non si copre la perfidia impunita coll'ipocrito velo di una simulata religione. Insomma, i filosofi, trascurati, contraddetti, perseguitati durante la loro vita, determinano alla perfine l'opinione; la verità si dilata, da alcunipochi si comunica ai molti, da questi ai più; s'illuminano i sovrani, e trovano la massa de' sudditi più ragionevole e disposta ad accogliere tranquillamente quelle novità, che, senza pericolo, non si sarebbero presentate fra le tenebre dell'ignoranza. L'opinione dirige la fortuna e i buoni libri dirigono l'opinione, sovrana immortale del mondo».
Ma qui sia fine al parlar di lui, che un monumento si eresse più durevole dei marmi e dei bronzi e maggior d'ogni elogio ne' proprii scritti e nella indelebile memoria delle sue virtù e dei beneficii da esso recati alla sua patria. Nell'adempire a questo ufficio mi si ravviva nell'animo il dispiacere per l'improvvisa sua perdita, che allora mi riuscì tanto più grave, poichè non molto prima una prospera occasione mi aveva concesso, nel fervore della mia gioventù, di poter studiare davvicino i di lui esempi e approfittare de' suoi consigli.