CONTINUAZIONEDEL BARONE PIETRO CUSTODI

CONTINUAZIONEDEL BARONE PIETRO CUSTODI

PREFAZIONE DEL CONTINUATORE

Allorquando l'anno 1804, nelleNotiziepremesse alle Opere Economiche del conte Pietro Verri nellaRaccolta degli Scrittori classici italiani di Economia Politica(tomo XV della Parte moderna) mi dolsi della sfortuna accaduta alla di luiStoria di Milano, di essere stata mutilata e interpolata da mano inesperta per la metà del secondo volume della edizione originale, e spiegai il desiderio che fosse una volta restituita nella sua integrità; era ben lungi dal prevedere che dopo tanto intervallo di tempo avrebbe il caso recato a me l'incarico di riformare e di compire questo lavoro. E quando vidi che gli editori della ristampa della storia, confidando nella mia buona volontà, nel chiudere il terzo volume contrassero col pubblico l'impegno di dare riveduto e compito per mia mano il restante dell'opera, me ne incaricai di buon grado senza che ben sapessi ciò che si sarebbe potuto da me mantenere, e mentre non abbastanza conosceva sino a qual segno avrei potuto giovarmi de' materiali lasciati dal conte Verri, nè quanto avrebbe importato la riforma del centone del canonico Frisi. Il che feci per quella costanza di affetto e di venerazione che mi unirono all'autore nell'ultimo periodo della sua vita, e per un dovuto ricambio della benevolenza con cui mi distinse, benchè io avessi allora oltrepassato appena i ventiquattro anni; e da ciò altronde ne venneche soltanto alcuni mesi dopo la fatta promessa mi trovai posto in grado di dare incominciamento all'opera, coll'essermi stati dal figlio dell'autore, istruito e cortese cavaliere, comunicati i manoscritti contenenti le prime tessere da quello predisposte per il proseguimento della storia. Ho quindi dovuto protrarre quasi d'un anno l'allestimento di questa continuazione; nè altro da me si è potuto, per compensarne il ritardo, se non che adoperarvi la possibile diligenza onde reggesse con minore vergogna al paragone del lavoro che lo precede.

Nella seguente esposizione intorno all'opera del conte Verri e al merito di essa, e di quanto si è fatto dal canonico Frisi e da me per proseguirla, sarò possibilmente breve, e per tal modo con minor noia de' lettori riuscirò più presto a sdebitarmi.

Pietro Verri pubblicò nel 1783 il primo volume in 4.º dellaStoria di Milano. Tre anni dopo, avendo ottenuto quel riposo da ogni pubblico incarico, che per oscure cabale era desiderato non meno da lui, che da chi doveva concederlo, pareva che egli avrebbe con alacrità progredito nel suo lavoro; ma il disgusto che ne avea preso, e di cui si dirà in séguito, ne lo allontanò; sicchè dalle sue carte non si ha traccia che se ne sia di nuovo occupato, se non nell'ultimo anno della sua vita, nel quale intraprese la stampa del secondo volume, che era giunta alla pagina 208, e fino all'epoca del 1524, allorquando, nella notte del 26 giugno 1707, cessò improvvisamente di vivere, essendo in età prossima all'anno settantesimo. Il canonico Anton-Francesco Frisi, fratello dell'insigne matematico e filosofo diquesto nome, che sopravegliava all'eseguimento della stampa, s'incaricò pure di compiere il volume, e lo continuò con quell'esito del quale si renderà conto nel § III.

Dopo di avere trascorsa la miglior parte della sua vita in difficili e importantissime incumbenze in servigio del sovrano e del suo paese, e dopo di essersi meritato l'estimazione del pubblico come letterato di fino gusto, e scrittore profondo di filosofia e di economia politica, il Verri si preparò alla sua opera storica, esaminando con somma pazienza le faragginose cronache comprese nell'insigne collezione del Muratori, gli storici patrii che il precedettero, e in ispecie il conte Giulini, cui rese la dovuta lode e il tributo della propria riconoscenza nella prefazione alla Storia; e gli spogli che si propose di farne, distinse e classificò in tre grossi volumi in foglio, tutti scritti di sua mano, il primo de' quali intitolòCronache, e comprende i tempi anteriori al secolo XV, e un altroAnnaliper i tempi posteriori, ordinati per decennio. In un terzo volume scrisse gli estratti politici ed economici, senza titolo speciale, e aventi la sola data del 1777. In quest'ultimo fece nota di quanto le sue letture gli offersero concernente il governo della città, le famiglie illustri, i tributi, la popolazione, il commercio, le monete, l'agricoltura e l'industria, le ricchezze e il lusso, la giurisdizione del clero, le usanze e i costumi, e lo stato delle lettere e delle arti. Rare volte ne' suoi estratti dà forma di abbozzo ad un frammenta di storia, ma per la massima parte sono nudi sommari od epoche di fatti rimarchevoli, scritti a volo di penna, e talvolta frammischiati di frizzi spontanei, suggeritigli dalla sua naturale giovialità e schiettezza. Onde porre chi legge in situazione di formarsene una chiara idea, ne riporterò i pochi frammenti che seguono.

«Anno 1188.... V'erano in tutto in Milano sei monasteri di frati e sette di suore. Al giorno d'oggi siamo assaipiù divoti, e se non vi fosse la Giunta Economale lo saremmo ancora di più».

«1515. Morì Tristano Calco, nè potè condurre a fine la Storia di Milano. Il conte Giulini è morto pure a messo il suo lavoro. Sarebbe uno sproposito insigne se io pure facessi questa cattiva creanza di abbandonare a mezzo i miei cortesi lettori. Per servir bene la nobiltà loro bisogna passeggiare più che non faccio; mangiare più sobriamente di quello che non soglio; lasciar andare il mondo comodamente col suo moto: e allora staremo bravamente sani e saldi, ricordandoci che nostro padre è morto di ottantotto anni, e nostro avo di novantadue. Esempi imitabili veramente!»

«1621. Il 31 marzo muore Filippo III in età di anni quarantatre. Morì per etichetta. Era convalescente, e si trovava a sedere nel suo consiglio. Una bragiera di fuoco lo incomodava; era assente l'ufficiale cui spettava maneggiare il fuoco; il re non volle moversi dal suo posto; nessuno ardì di guastare l'ordine di corte, trasportando la bragiera: infine il mamalucco morì».

Di siffatti spogli egli giovossi nello scrivere la Storia, senza più essere costretto ad interrompere l'ordine e la scorrevolezza del suo dettato per rintracciare nelle fonti i fatti e le discussioni di essi. Che tale fosse il suo intento nella paziente e noiosa opera di formare quegli spogli, apparisce chiaro dal vedersi ch'essi concernano esclusivamente gli antichi e bassi tempi; e nel volume degliAnnali, che unico si estende oltre di quelli, dal principio del secolo XVI in poi, le materie vanno rendendosi sempre più scarse, a segno che, per gli ultimi due secoli, si risolvono in nude note cronologiche, e queste pure incomplete, sparse raramente di qualche racconto di fatti parziali o di cenni caratteristici di alcuni personaggi. E specialmente intorno ai fatti del secolo XVI, di cui stava occupandosinel proseguimento del suo secondo volume, varii lunghi frammenti avea scritto l'autore, in separati fogli, da inserirsi poi agli opportuni luoghi, diversi de' quali mi furono mostrati dall'autore stesso mentre gli scriveva, come li avrà veduti il canonico Frisi; ma di quelli non esiste più traccia.

Condusse il conte Verri il suo lavoro con sobria erudizione, con fina critica e con moderata filosofia, quale si conveniva alla condizione dell'illustre autore, e allo scopo da lui propostosi di ammaestrare dilettando. Sprezzò le assurde e magnifiche favole delle origini municipali, oggetto di comune ridicolo, compensato e reso muto in ciascun municipio dal pericolo di un eguale ricambio; svolse dalle tenebre de' primi e de' bassi tempi le istituzioni, le sorti, i costumi che diedero luogo allo sviluppamento della successiva nostra civiltà, talvolta nei fatti peggiore della prisca barbarie; chiarì la prepotenza dei pochi a rendere sottomessa la massa della nazione, e la reazione di questa, resa forte per l'industria, il commercio, l'unione, per ristabilire l'egualità delle condizioni, siccome è il voto della natura nella egualità della specie. Dimostrò le vicende del clero, prima favoreggiato dai popoli come mediatore di pace, di concordia, di consolazione; poi accarezzato dai sovrani come strumento per abbassare l'orgoglio e contenere il soverchiar de' magnati; quindi costituitosi difensore dei popoli contro le pretese e le vessazioni del partito imperiale; reso in séguito audace per l'acquistato ascendente; giunto a riclamare per sè maggiori prerogative di quelle contrastate ai nobili e agl'imperatori; e infine, nella lotta tra esso e i sovrani d'accordo coi popoli, sceso a moderare l'esorbitanza delle sue pretese, e a limitarsi per gradi ad una preminenza di considerazione, che sola gli è dovuta. Narrò come lo Stato di Milano, primo tra gli altri d'Italia, al pari di essi, per la libera scelta, per i compri voti, perl'aperta forza, passò alla piena obbedienza di coloro che, a riguardo de' propri meriti e della dignità del casato, erano stati promossi ai consigli ed alla direzione delle forze del comune; come i popoli furono per lungo tempo zimbello dell'ambizione, de' raggiri e de' tradimenti de' loro nuovi tiranni; e come questi furono successivamente con giusta vicenda traditi e sottomessi da tiranni maggiori, e per ultimo tutti assorbiti nel vortice delle grandi monarchie, che avrebbero pur recato ai popoli la pace da tanto tempo sospirata, se non avessero scelta l'Italia a teatro delle loro interminabili querele, non che de' capricci e della rapacità de' loro generali e governatori. Era entrato l'illustre autore a svolgere gli accidenti di quest'infausto periodo della nostra storia, quando, sorpreso dalla morte, fu causa che al canonico Frisi e a me toccasse l'incarico di un proseguimento, ingrato e difficile per il soggetto, e assai più pericoloso per il confronto.

Non gli sfuggi la massima rammentata da Robertson nella Prefazione all'Istoria dell'America, chechi scrive gli avvenimenti delle epoche rimote, non merita la confidenza del pubblico, se non avvalora con testimonianze le proprie asserzioni. E nel produrre queste testimonianze fu egli esattissimo, non affastellando le citazioni altrui, alla foggia di un suo invidioso censore, che ci occuperà nel § II, ma attingendole alle fonti, dopo che, non fidando alla critica altrui, l'aveva affinata al crogiuolo del suo sperimentato criterio. Opportuno fu in ciò il suo avvisamento, ed ottimo sarebbe riuscito, se egli vi avesse aggiunto una diligenza di più, lasciando scorrevole e piana la sua narrazione, e riservando alle note le discussioni e le testimonianze, specialmente in lingue straniere, sicchè queste non fossero d'inciampo ai lettori, con rendere quindi necessario per una non piccola parto di essi l'espediente adottato dagli editori della presente ristampa, di far eseguire da abilemano ed aggiungere in piè di pagine la traduzione dei frequenti passi di latinità, per lo più barbara, che si incontrano nel testo. Di due metodi di scrivere la storia, intorno ai quali è da tanti secoli contrastata e disputata la preferenza, egli prepose all'aridità delle cronache la spontanea e ragionata esposizione de' fatti, quale è sporta dalla natura nella famigliarità del discorso, dove il racconto si trova frammischiato colle riflessioni suggerite all'opportunità dall'esperienza e dall'ingegno del narratore. E in vero, il pretendere che la narrazione sia arida e circoscritta ai nudi fatti, è contrario al principale istituto dello storico, che è d'istruire cogli esempi, mentre nissuno contenderà che novanta almeno sopra cento lettori sono incapaci di concordare e commentare ciò che leggono; laddove per la maggior parte possono appropriarsi e far tesoro per il loro ammaestramento delle riflessioni che trovano pronte e naturalmente esposte frammezzo e come conseguenze delle cose narrate. Colla riunione di tante doti di talento, di dottrina, di esperienza e di filosofia, non è da stupirsi se Verri è riuscito a primeggiare fra il popolo degli storici particolari dell'Italia; chè ben popolo può chiamarsi lo sterminate loro numero, a segno che il semplice catalogo di essi raccolto dal Coleti in un grosso volume in 4.º appena ne racchiude circa la metà. Ed egli, che sapeva quanto ingente fatica avesse sostenuto e quali difficoltà superate per porgere a' suoi paesani, scevro d'ogni spino, il racconto degli avvenimenti patrii e delle gesta dei loro maggiori, non può dirsi al certo troppo presuntuoso se si lusingò di meritarsi da essi qualche significazione di aggradimento. Per ben giudicare quindi delle sue doglianze, conviene ricordarci del di lui carattere, che, fortificato per il sentimento de' molti suoi meriti, era vivamente ambizioso di estimazione e di lode, e che s'egli ebbe la prima nel segreto de' buoni, che mai non mancanoanche nella più trista società, non ebbe della seconda alcuna palese testimonianza. L'abate Isidoro Bianchi, nell'Elogio Storicodel nostro autore (pag. 210), dice che, disgustato per tale ingratitudine, fu in procinto di dare al fuoco gli esemplari del primo volume della storia e le preziose memorie preparate per proseguirla, e che ne fu distolto dagli uffici degli amici. Io non posso far fede di tanto; so bensì che in più luoghi degli scritti da lui lasciati appaiono gli onorati suoi sdegni e le sue doglianze; e basterà di qui riferire come un saggio, quanto scrisse sulla coperta del rammentato volume delle sueCronache: «Per la fatica di molti anni, per molte spese fatte per consegnare nelle mani dei Milanesi una storia leggibile della loro patria, e un libro che senza rossore potessero indicare ai forestieri curiosi d'informarsene, io non ho avuto dalla città di Milano nemmeno un segno che s'accorgesse ch'io abbia scritto. Ma già lo sapeva prima d'intraprendere un tal lavoro, e conoscevarerum dominos gentemque togatam. Nella Toscana, nella terra-ferma veneta e nella romagna vi è sentimento di patria e d'amore della gloria nazionale. Ivi almeno una medaglia, una iscrizione pubblica, un diploma d'istoriografo, qualche segno di vita si darebbe, se non altro per animare alla imitazione. Ma noi viviamo languendoin umbra mortis. Non si sapeva il nome di Cavalieri; l'Agnesi è all'ospedale; Frisi e Beccaria non hanno trovato in Milano che ostacoli e amarezze. Il sommo bene di chi ardisce di far onore alla patria è se ottiene la dimenticanza di lei. Io forse l'ho ottenuta......»

Il conte Verri, per ciò che appare da' di lui scritti, mostrò di occuparsi soltanto della critica fatta ad un passodella sua storia dal canonico Mario Lupi, dotto antiquario di Bergamo. Nell'osservare quanto scarse e sterili sieno le memorie rimasteci del secolo decimo, e la diligenza del conte Giulini intorno ad esse, egli aveva soggiunto nel tomo I, pag. 57 della prima edizione (T. I, p. 94 della presente) che «ben lungi dal farne io un rimprovero al saggio scrittore, gli tributo l'encomio che ha meritato colla immensa fatica da lui sopportata, e coll'esatta critica adoperata esaminando fatti che meritavano la luce, e per essere preziosi avanzi di quei tempi, e per la possibilità che servano a beneficio di private persone;sebbene non siano materiali servibili per tesserne una storia». Era chiaro in questo passo l'intendimento dell'autore, che non contendeva il merito di cotali ricerche, ma solo dolevasi della poco utile messe che se n'era conseguita. Ma il canonico Lupi, qual chi è avvezzo a misurare l'importanza dei lavori dalla fatica impiegatavi, riguardò il concetto del Verri come una sentenza di riprovazione degli studi antiquari, e alla colonna 1040 del suoCodice Diplomaticosortì colla seguente doglianza:[69]Propterea miror vehementer clarissimum Comitem Petrum Verri, in recentissima sua Mediolanensi Historia, pag. 57, tradidisse, hujusmodi monumenta ad historiam harum aetatum contexendam nihil conferre, quod quidem adeo absonum mihi videtur, ut fateri cogar me ignorare quidnam historiae nomine clarissimus auctor intelligat.Si meritò quindi una nota di risposta, dataci imperfetta dal canonico Frisi e riprodotta intiera in questa edizione, che può leggersi al capitolo vigesimosesto di questo terzo volume.

Qualora si prescindesse dall'avvertire che avevasi a fare con un soggetto che avea trascorsa la più gran parte e la migliore della sua vita tra le lettere, la filosofia e le gravi incumbenze di alte e difficilissime magistrature, altre e più sode avvertenze potevano esser fatte intorno alla sua opera storica, e alcuna se ne fece, ma con quella moderazione che si addice agli uomini veramente dotti parlando di persona rispettabilissima. Non meno l'abate cisterciense Angelo Fumagalli, che il conte Gian-Rinaldo Carli, l'uno nelleAntichità longobardico-milanesi, e il secondo nelleAntichità italicherimarcarono e dimostrarono l'esagerazione sostenuta dal nostro autore, d'essere stata Milano pressochè distrutta dalla vendetta del generale de' Goti Uraia. Scarsa nellaStoria di Milano, più che non potevasi, è la parte storica e politica delle dominazioni barbare, e alla sterilità delle notizie si aggiunse per i tempi dei Longobardi l'adozione de' volgari pregiudizi intorno alla loro rozzezza e brutalità, dimostrate insussistenti da una critica più diligente e più severa; per i quali due oggetti merita particolar lode un altro patrizio, il marchese Giuseppe Rovelli, il quale, nelle Dissertazioni preliminari della suaStoria di Como, con meno alti voli, ma con più pazienza, illustrò in particolare la legislazione de' Barbari che tra noi dominarono. Mentre s'incontrano nella Storia dei Verri varie discussioni di fatti oscuri o disputati, condotte con isquisita diligenza, quale tra le altre è quella delle lunghe e sanguinose contestazioni agitate tra il clero milanese nei secoli IX e X per il celibato de' preti, alcune inesattezze vi si rimarcano all'opposto, pure in argomenti parziali; e basterà il citarne alcuni esempi. 1.º Il severo e ingiusto giudizio dato del governo della repubblica milanese succeduta alla morte del duca Filippo Maria Visconti, riportando con affettato studio le minuzie delle ordinarie prescrizioni municipali, che sole per caso furono a notiziadell'autore, e non le varie utili istituzioni, non la sagacità, il vigore e la costanza degl'istantanei provvedimenti, non le leghe destramente conchiuse co'sovrani esteri, non il valor militare in più occasioni dimostrato; con aggiungere per tal modo verso quel breve governo il peso di non meritati rimproveri al torto, già per sè grandissimo, di essere rimasto soccombente. 2.º L'avere seguito la volgare opinione che attribuisce a Leonardo da Vinci l'invenzione dei sostegni necessari a compensare il diverso livello delle acque, per far comunicare la navigazione del naviglio della Martesana con quella del naviglio grande per mezzo della fossa che circuisce la città, mentre è provato che que' sostegni ingegnosissimi esistevano più anni prima che il Vinci venisse ai servigi del duca di Milano. 3.º L'asserzione che fosse stato eretto nella chiesa di Santa Marta il monumento sepolcrale di Gastone di Foix, scolpito da Agostino Busti, benchè consti che questo insigne lavoro, di cui tante belle parti si conservano tuttora in più luoghi, non sia mai stato ridotto a compimento; e infine la troppo facile giustificazione del tradimento usato in Novara dagli Svizzeri a danno del duca Lodovico Maria Sforza, dal quale erano stipendiati, d'onde venne la di lui miserabile prigionia, che non ebbe fine se non colla morte: giustificazione così gratuita, che neppure fu adottata dagli storici svizzeri, ultimo dei quali è il Mallet. Ma queste inesattezze sono tanto più scusabili, ove si rifletta che la polvere degli archivi copriva ancora nella massima parte i documenti che sarebbonsi potuti allegare a difesa e ad illustrazione di quella procellosa triennale repubblica, ecclissata poi dalla vittoria e dalla magnificenza del nuovo governo sforzesco; che l'insussistenza degli altri due fatti riferibili alle arti lombarde risulta per prove emerse posteriormente all'epoca in cui il Verri scriveva; e che l'indebita apologia delle milizie svizzere, le quali in allora, per le facilità di mercanteggiare i loroservigi, per la loro venalità, rapacità ed incostanza, potevano a ragione chiamarsi gli Albanesi del secolo XV, è soltanto ripetibile dalla soverchia fede prestata all'autorità di quell'ambizioso intrigante di Girolamo Morone, che aveva per abito d'immischiarsi in tutto e di vantarsi di tutto sapere.

Un nuovo censore surse contro la storia del Verri nel cavaliere Carlo de' Rosmini, non tanto per quello che ne scrisse sotto il velo più trasparente, che per quello che non scrisse. Questo letterato, conosciuto con distinzione come scrittore diligente di varie istruttive biografie, si produsse di recente con un'altra voluminosaStoria di Milano. Qualche giornalista, e più delle parole di esso, la non curanza del pubblico, l'ha certamente posta più al basso che intrinsecamente non merita, come fatica di lunga lena, diligente in più luoghi e con dettato abitualmente piano e dignitoso, se non fosse guasto dalla coda spesso impiombata dei lunghi e strascicanti periodi per una troppo servile imitazione del suo modello, il Guicciardini. E a questi soli pregi dee star contento chi avrà la pazienza di leggerlo; chè degli altri molti richiesti dagli uomini dotti di tutti i tempi negli scrittori di storie, e per cui i buoni storici sono sì rari, cominciando dall'imparzialità, si farebbe inutile ricerca in que' quattro grandi volumi. I torti del cavaliere Rosmini verso il conte Verri sono varii e gravi: non lo citò mai, e quel ch'è più, il criticò talvolta senza nominarlo. Il primo rimprovero, come di semplice ommissione, potrebb'essere trasandato, senza quel suo peccaminoso compagno; quantunque abbia pur esso la sua dose di malizia in un'opera, come la sua, lardellata quasi ad ogni pagina di copiose citazioni, dove ha per costume di affastellare l'un dopo l'altro i cronisti della Raccolta del Muratori, e il Bosso e il Calco e il Corio e il Giulini e perfino il Ripamonti, il quale ognun vede che, fuori de' tempi in cui visse, è diuna stupenda autorità. Abuserei della pazienza dei lettori se volessi estendermi a dimostrare come e quante volte attinse egli all'opera del Verri, non citandola; onde mi circoscriverò a recare un solo esempio della sua seconda colpa, ma sarà di tale evidenza, che renderà superfluo il dirne di più. Fu quell'esempio già in parte allegato dall'autore dei tre Articoli critici intorno alla storia del Rosmini inseriti nellaBiblioteca Italiana(fascicoli LXXXII, LXXXIII e LXXXV, di ottobre e novembre 1822, e gennaio 1823), scritti con savia e sobria dottrina e brusca risolutezza; se non che ai lettori imparziali parvero essi troppo turgidi e rimbombanti e più strepitosi nel minacciare che nel ferir forti. Il passo del cavaliere Rosmini, in cui è evidente l'allusione al capitolo decimosesto della storia di Verri, è preso dal libro undecimo, al quale diede questo incominciamento: «Qualche moderno storico, per servire ai tempi in che fioriva, e per coprire la viltà di palpare i viventi colla non pericolosa baldanza di mordere i trapassati, ha ripreso come ingiusto ed insensato l'unanime consentimento de' Milanesi, dopo la morte del duca Filippo Maria Visconti, di sottrarsi ad ogni soggezione di principe, e puerili, stolte e cenobitiche ha dichiarate le leggi che i capitani e difensori della libertà, la repubblica rappresentanti, intorno al buon governo di essa han pubblicate: ec.» La critica essendo chiarissima, non ha bisogno di commenti; vediamone l'applicazione. Verso la fine di giugno 1797, quando fu sorpreso dalla morte, era giunto il Verri alla metà della stampa del suo secondo volume; e dal vedersi che il funesto caso interruppe nello stesso tempo la stampa e lo scritto, per modo che tosto dopo ha dovuto il canonico Frisi dar mano al proseguimento del lavoro, è chiaro che l'autore faceva progredire nella stampa a misura che innoltravasi nel dettato della storia; cosa tanto più eseguibile da esso per la somma facilità sua nello scrivere, nota a quanti il conobbero.Questa osservazione servirà a confermare il successivo mio discorso: intanto suppongasi ch'egli abbia composto quel capitolo, ch'è il primo del suo secondo volume (primo pure di questa ediz.) durante l'antico governo austriaco: quali erano sotto di esso i potenti che l'autore settuagenario voleva blandire? Forse i ministri, de' quali era disgustato? Forse i nobili, coi quali ben poco simpatizzò? Altronde, quale sorta di blandimento poteva esser quello che ancora non conoscevasi, e che anzi andava ad esser reso pubblico dopo che quei ministri non erano più tra noi, dopo che i nobili avevano perduta ogni prerogativa? — Tutto pertanto induce a persuaderci che quella parte di storia, quella specie di satira de' modi confusi, discordanti, tumultuari di uomini recentemente ordinati ad istituto di repubblica, fu scritta dopo gli sconvolgimenti politici incominciati nel maggio 1796; e siccome sotto le nuove istituzioni doveva essere pubblicata, così, se pur v'era un'allusione, era quella di fare ciò che i Francesi direbbono una parodia dei nuovi e strani ordini che allora chiamavansi governo. Scopo era questo consentaneo al carattere imparziale e franco di Verri, scopo degno del suo libero e forte animo, perchè non senza pericolo. E gli sdegni che nel profondo del petto gli fervevano per i deliri di quel tempo, e che a stento comprimeva, de' quali io e i pochi altri suoi confidenti eravamo continui testimonii, ben potevano aver avuto forza di farlo declinare dalla severa imparzialità dello storico, per dare un'indiretta lezione di saviezza a' suoi concittadini, del pari che si tentò da pochi altri, e tra questi dal noto autore de'Romani in Grecia. Una più seria doglianza a difesa della estimazione di un amico infelice debb'essere da me fatta contro il signor Rosmini, e risguarda i molti documenti ch'egli aggiunse alla sua storia del Magno Trivulzio, e alla posteriore di Milano, limitati all'epoca sforzesca. Non è che verità il dire che la ricerca, il rinvenimento, la scelta di que' moltipregevoli alti è dovuta soltanto alla diligenza e al noto spontaneo zelo per i progressi de' buoni studi delle antichità patrie di don Michele Daverio, che, fino alla cessazione del regno d'Italia, presiedette alla direzione del ricchissimo archivio di governo, detto diSan Fedele, dove la mole preziosa di tutte le carte procedenti dalla dinastia degli Sforza trovavasi concentrata e pressochè intatta; e che il cavaliere Rosmini appena salutò di uno sguardo alcuni de' copiosi documenti stati trascritti ed editi a grandi spese dal suo generoso mecenate: la quale cortesia egli rimeritò allora in più lettere (ch'io possiedo) con profuso rendimento di grazie, ma nessuna menzione ne fece poi nel pubblicarli; egli che si smania nel mostrarsi riconoscente verso le viventi illustri persone che il fornirono di minimi aneddoti, i quali con affettata premura inserì almeno nelle note della sua prolissa istoria; egli che non aveva dimenticato il nome di quegli cui di tanto era debitore, avendolo citato alla pagina 305 del volume II, come raccoglitore di alcune Memorie stampate, però stortamente indicandolo comearchivista della città; egli che in tutte le sue opere, e più nella storia di Milano, si mostra con ragione così tenero dell'osservanza de' precetti della buona morale, tra i quali al certo non è l'ultimo quello di dare a ciascuno il suo e la gratitudine de' beneficii, e che tanto s'incollerisce allorquando si avviene in esempi contrari; egli infine che, per la famigliare educazione di persona ben nata, e per il consorzio di distinti signori che l'ammisero alla loro dimestichezza, avrebbe dovuto avere avvezzato il proprio animo a quella cortesia che piuttosto abbonda anzi che mostrarsi scarsa nel rimeritare, almeno con officiose parole, i servigi che si ricevono. E sia questa una specie di funebre olocausto che l'occasione offrì e l'amicizia tributa alla memoria di Michele Daverio, che, fuori del torbido de' tempi in cui visse, e in altro paese, avrebbe gioito della stima dovuta al candoredella sua anima, alle sue sociali e domestiche virtù, alla purissima e fervida smania che il commoveva per il bene della sua patria;... benchè in essa pochissimi sapranno ch'egli abbia finito di subitanea morte la sua mondana carriera in Zurigo nei primi giorni del cadente anno.

Un'altra censura fatta al conte Verri, non parziale alla storia, ma estesa a tutte le sue opere, è quella di essere licenzioso scrittore in fatto di lingua. La difesa ch'egli fece a sè e a' suoi colleghi nel noto foglio periodicoil Caffè, come pretendenti ad un illuminato arbitrio, provocò gli sdegni di un giudizioso ma intemperante critico, Giuseppe Baretti; il quale, dalla sua famigerataFrusta letterariain poi, continuò fino alla morte l'incessante suo chiasso per questa, a suo dire, imperdonabile arroganza. Verri, in quei primi ardimenti del suo ingegno, scriveva da filosofo, non da grammatico; forse errò nel menarne vanto; ma nel calore di una fazione di guerra, quale era quella propostasi dagli animosi e illustri giovani della società del Caffè contro i parolai e i pedanti, come misurare le mosse a compasso e pretendere che non trascendasi? Consimili cose erano state da me dette nelleMemoriebiografiche che ho fatto precedere agliScritti sceltidel Baretti, pubblicati nel 1822, e sembravano di avere con ciò servito abbastanza alla giustizia e all'imparzialità; nè credeva che fosse necessario di ripetere ad ogni passo sempre lo stesso avvertimento, imitando il costume de' legali nelle dispute forensi colle parole solenni, come le avrebbero chiamate i giureconsulti romani, d'impugno,nego, ec., per modo che il non opporle si avesse per una confessione dell'assunto dell'avversario. Ma così non parve all'anonimo che in due estratti inseriti nellaBiblioteca Italiana(numeri CII e CXII) rese conto di quel mio lavoro; e nell'estratto II, non contento di quanto io aveva scritto a correzione delle invettive del Baretti nei capi X e XVI, e in una nota all'articolo25 del capo XIX delle citateMemorie, altre annotazioni pretese che da melombardosi fossero fattea difesa dei lombardi ingegni. Premesso incidentemente ch'io non ho l'onore di appartenere alla Lombardia se non per la scelta del domicilio, essendo nato in un borgo del Novarese, non so con quale logica si pretenda che le lodi e le difese degli autori debbano prendere incitamento dell'accidentale affinità del municipio, anzi che dalla ragione; e forse che, conseguenza di questa logica, fu che l'autore di quegli estratti, per non essere lombardo, ha creduto di potersi dipartire nel secondo di essi dalla decenza serbata nel primo, e per cumulare qualche critica di più asserì, che raro è unicamente ciò che è inedito, e che di cose inedite appena un terzo si contiene in quella mia collezione, delle quali osservazioni dirò soltanto che nella prima farneticò, e nell'altra mentì apertamente, non essendo questo il luogo di estendermi in più copiose parole.

Avendo il conte Verri lasciata interrotta la sua storia circa alla metà del secondo volume, siccome si è detto, il canonico teologo Anton-Francesco Frisi si assunse di proseguirla, e la condusse per la succesione di quarant'anni sino al pontificato del cardinale arcivescovo Carlo Borromeo, chiudendo il suo lavoro col di lui elogio dettato colle parole di un vescovo francese e di un dottore della Sorbona, e mettendo in luce il volume nel 1798. Ne scrisse quindi un terzo volume, nel quale la storia è continuata fino al 1750, e questo, che ha la data del 1813, rimase inedito e si conserva nell'archivio della casa Verri. Nella nota alla pag. 208 del vol. II, dove il Frisi ci avvisa dellainterruzione del lavoro per la morte dell'illustre autore, soggiunse:Al compimento di esso mi sono data la pena di fedelmente raccogliere la più parte di quanto segue da alcuni tomi in foglio manoscritti ritrovati presso il defunto. Avendo io, vivente l'autore, avuto il comodo di vedere quei tomi, aveva potuto convincermi che l'asserita fedeltà non reggeva; quindi nelleNotizieche scrissi intorno alla vita e alle opere di Pietro Verri, colla franchezza che si conviene alla manifestazione del vero, diedi pubblico rimprovero al Continuatore (tomo I, pag. 25 di quest'edizione) «di aver violato la protesta da lui fatta di trascriverefedelmentei frammenti dell'autore, mentre osò dimutilarli». Sopravisse tredici anni ancora il canonico Frisi, cioè fino al 20 luglio del 1817, e riputando la difesa impossibile, non aprì mai bocca su quell'accusa, non ostante che ben conosce l'opera nella quale fu pubblicata, e che egli cita alla pag. 211 del rammentato tomo III inedito della sua continuazione. Ho voluto estendermi in questi dettagli, mentre qualche lettore superficiale avrebbe potuto oppormi a viltà l'accingermi a combattere un morto; nè senza la presente occasione avrei più parlato di lui; e nella necessità di parlarne e di giustificare la mia asserzione, il farò più compendiosamente che mi sarà possibile.

Non è colpa del canonico Frisi se, per la diversità dell'educazione e degli studi, e, diremo anche, per la sproporzione de' talenti, si trovò egli inferiore di forze a sostenere lodevolmente un carico che l'amicizia e la stima per l'illustre defunto gli fecero assumere; e così se egli, credendo di far meglio, stemperò in circonlocuzioni e frasi contorte e floscie il testo chiaro, preciso, robusto, evidente del Verri; se come canonico e teologo, tanto nel proseguimento stampato che nel tomo manoscritto, modificò o tacque ciò che di sfavorevole incontrava in argomenti di giurisdizione ecclesiastica, riducendo il suo lavoro ad un perpetuo panegiricode' governatori e degli arcivescovi di Milano; se avendo trovato nelle memorie del Verri le incisioni di quattro figure di danzatori ed una lunga di lui nota intorno ai balli e ai teatri della fine del secolo decimosesto, non ha potuto resistere alla bramosia di pubblicarle, e per riuscirvi trasportò la nota racconciata a suo modo dall'anno 1598, cui spettava, al 1545, con manifesto anacronismo; e se, vagando per tutta la storia dell'Europa, impinguò il suo testo con lunghi riempitivi presi dal Guicciardini e dal Muratori, senza riguardo al savio precetto del Verri, nel tomo I (pag. 68 di questa edizione), ove dice:Non avendo io preso a scrivere una storia generale, ma unicamente quella di Milano, nè per ora nè in séguito mi stenderò mai sugli avvenimenti d'Italia se non di volo, e per quella connessione che ebbero colla nostra città. Siccome sbagli innocenti debbono pure riguardarsi nel lavoro del Frisi diverse inesattezze di epoche o di nomi; quale è, per esempio, quella a pag. 248, dove con aperta distrazione di mente fa condurre da Lannoy, noto generale di Carlo V, un esercito francese in Italia in servizio della Lega; quella alla pag. 263, nell'avere indicato Francesco I qual possessore tuttavia di una buona parte del milanese, invece del duca Francesco II, come dice il Verri con più proposito; quella di aver detto alla pag. 269 che Clemente VII creò cardinale il figlio del gran cancelliere Morone nel 1542, mentre quel papa era morto fino dal 1534; e del pari l'altra, a pag. 358, che il governatore duca di Sessa fosse giunto in Milano in marzo dell'anno 1558, laddove il signor Salomoni, nelle sueMemorie storico-diplomatiche, pag. 147, ha provato che quel duca nel mese di giugno era ancora in Madrid: errore suo proprio, benchè minimo, non essendovi traccia di esso ne' manoscritti del conte Verri.

Ma nelle ultime centosettantadue pagine del secondo volume della storia di Milano, che comprendono l'opera delFrisi, s'incontrano ben più gravi alterazioni in confronto de' frammenti che di quell'epoca in gran copia ci rimangono nei manoscritti del Verri; alterazioni eseguite il più delle volte avvertitamente per coscienziosi riguardi, e talvolta pure senza un fine espresso e per la sola cagione di non avere inteso il suo testo. Porgerò alcuni esempi delle une e delle altre. Delle copiose memorie raccolte dal Verri intorno alla celebre battaglia di Pavia, il suo continuatore molte ne traspose, altre ne ommise e in generale le confuse. Alla pag. 225 dice che il re di Navarra comprò la libertà dei militi cesariani del marchese di Pescara per settemila scudi; laddove furono questi pagati dal marchese ai soldati per avere il re in proprio potere, e quindi sottoporlo ad un esorbitante riscatto. Riferisce a suo modo, alla pag. 228, le sollecitazioni allo spergiuro fatte al re di Francia da chi meno il doveva; e mutila alla pag. 231 il racconto delle trattative per la lega italica, tacendo l'assicurazione data dal papa al Pescara di poter mancare di fede all'imperatore, benchè fosse provata colla testimonianza di un prelato, lo storico Sepulveda. Invece di riportare, alla pag. 240, i fatti che sono ne' manoscritti del Verri, per mostrare la situazione disperata nella quale trovavansi i Milanesi nel 1526, li tace in gran parte, ed accenna seccamente le uccisioni notturne: i fatti all'opposto recano maggiore convincimento, oltre che danno alla storia un interesse drammatico. Con notabile mala fede ha mutilato, alla pag. 242, il transunto della risposta di Carlo V al breve del papa, trasmessogli per mezzo del suo nunzio Baldassare Castiglione; ed a convincersene basta il confronto del suo e del mio testo, il qual ultimo è preso letteralmente dai manoscritti del Verri. Nel racconto dell'assassinio legale del Maraviglia, alla pag. 284-286, oltre le stemperature con cui il Frisi sconciò abitualmente il testo del suo autore, ne travolse pure il senso. Verri dice: «Sembra che il duca,sempre sotto gli occhi e la sorveglianza di Antonio de Leyva, non potesse sopportare la meschina figura che faceva, e cercasse pure qualche mezzo per liberarsi da sì umiliante condizione, e a ciò debba attribuirsi la brama di avere un ministro del re di Francia, col quale all'occasione prendere un concerto; ma inopportunamente svelatasi la cosa, siasi il duca ridotto al miserabile partito di tradire atrocemente il dovere più sacro alla fine di disarmare lo sdegno dell'imperatore». Il Frisi, volendo variare, secondo il suo costume, ne inverte del tutto il senso, dicendo stranamente.......Ma sciaguratamente svelatasi la cosa, siasi il duca ridotto al miserabile ripiego di non si curare dei patti solennemente giurati con Cesare, e di cercare a ogni modo pretesti di romperla seco lui, ed impegnarlo in nuove guerre col di lui gran rivale Francesco I.Se non si avessero altre prove della cultura d'ingegno del canonico Frisi, a giudicarlo dal riferito passo, si dovrebbe conchiudere ch'ei non capiva quello che leggeva, nè quello che scriveva.

Un'altra insigne prova degli stravolgimenti usati dal continuatore sia la seguente: Il Verri, nelleOsservazioni sulla tortura, § II, entrando a parlare della peste dell'anno 1630, dice:La storia di questa sciagura conviene cominciarla da un dispaccio che dalla corte di Madrid venne al marchese Spinola, allora governatore. Il dispaccio era firmato dal re Filippo IV,ec. Il Frisi dà la colpa a quel dispaccio di tutti i danni recati dalla peste; e se la famiglia del conte Verri non avesse avuto il buon giudizio di lasciar manoscritto il terzo tomo della storia, il pubblico avrebbe letto nel compendio di quelle osservazioni ivi inserito il detto passo, tramutato come segue: «un dispaccio che dalla corte di Madrid venne in questo tempo al marchese Spinola, governatore dello Stato di Milano,rese fatalmente quella pestilenza una delle più spietate cherammemori la storia, avendo essa distrutti niente meno che due terze parti di cittadini. Il dispaccio era firmato dal re Filippo IV, et.», e prosegue quindi la narrazione come sta nell'opera di Verri.

Ancora un esempio, e darò fine. NegliAnnaliriportò il Verri, sotto l'anno 1617, il racconto di una misera cameriera, stata bruciata come strega per avere ammaliato il senatore Melzi. Il Frisi l'ommise nel manoscritto del suo terzo tomo, e lasciò negliAnnalidel conte Verri l'annotazione di averlo fatto avvertitamente, perchèmolte principali persone vi fanno poco buona figura, e la notizia della strega non interessa la storia. Interessava meno la storia la nomenclatura de' ballerini e de' balli del secolo decimosesto; eppure per non ommetterla le diede un posto fuor di luogo, anticipandola di cinquant'anni. Il vero è che quella nomenclatura faceva conoscere i costumi piacevoli de' nostri maggiori; e il racconto della strega mostrava per il contrario l'ignoranza e i costumi barbari di essi anche nelle classi più eminenti. Sia però onore ai nostri tempi, poichè, se due secoli fa chi aveva il supremo potere si compiaceva nel far arrostire i suoi simili, e il riputava uno dei più sacri suoi doveri, la moda è talmente passata, che si ha vergogna di parlarne. Tale è l'effetto dei progressi dell'incivilimento, di ridurre alle forme del verogl'idoli della fantasia, come li direbbe il gran cancelliere Bacone, liberando così gli uomini dalla tirannia delle false opinioni armate del potere, le quali, dopo di averli oppressi per secoli, sono poi riconosciute per assurdità. Così avvenne del diritto preteso dai papi di essere arbitri dei troni, sciogliendo i popoli dall'obbedienza; del possesso in cui per sì lungo tempo si mantenne il clero, di non contribuire ai pesi dello Stato che lo proteggeva; del feudalismo de' nobili, del diritto di tenere schiavi gli uomini, dell'esistenza delle streghe e perfino degli indemoniati.

L'opera da me impiegata fu di due maniere. Per l'epoca dal 1525 al 1565, intorno alla quale esisteva la stampa del Frisi, mi circoscrissi a ristabilire nella loro integrità le parti spettanti al Verri col confronto delle minute da lui lasciateci; e dove mi trovai mancante di questa scorta, ridussi il testo alla dicitura che mi è sembrata più naturale e conveniente, seguendo l'ordinario lume della critica, che facilmente mi ha insegnato a distinguere lo stile stemperato e da predica, ed a sostituirgli quello di una spontanea e compendiosa narrazione. Il confronto che voglia farsi tra la stampa frisiana e la mia, ne mostrerà la somma differenza. Il togliere, l'aggiungere, il mutare fu opera di lunga lena e di gran noia, e quel ristauro importò una fatica assai maggiore, che non sarebbesi usata nel fare di nuovo. E il fu ancora di più, attesa la fedeltà propostami di conservare scrupolosamente il testo del Verri, e perfino qualche trascuratezza di lingua, riflettendo che l'emendare questi nêi nel solo terzo volume avrebbe recato difformità in confronto degli altri; e sono altronde macchie lievissime nel nostro storico presso qualunque lettore che nelle storie richieda, come principal merito, pensieri, nervo, stile, e non badi che per ultimo alle parole.

La stessa scrupolosa fedeltà ho osservato nell'inserire nel mio successivo lavoro i frammenti che ho trovato servibili nelle note del mio autore; ed oltre il fatto già accennato dell'uccisione del Maraviglia, e il ragguaglio dello stato in cui erano in Milano l'arte del ballo e del teatro al termine del secolo decimosesto, suoi sono i racconti del fine tragico della contessa di Celano, dell'ingresso in Milano dell'arciduchessa sposa del re Filippo III, della legazionea Roma del senatore Giambattista Visconti, della cameriera del senator Melzi bruciata nel 1617 come strega; la nota sul carattere de' nobili circa la metà del secolo decimosettimo; i fatti della condizione di Milano sotto il governatore Ponze di Leon; i caratteri del conte di Fuentes, del duca d'Ossuna e di alcuni ministri sotto il governo della casa d'Austria; la relazione della venuta e dimora in Milano dei Gallo-Sardi nella guerra del 1733, e dell'imperatore Leopoldo II nel 1791. In tutti questi frammenti non v'è altro di mio se non che pochi adattamenti estrinseci per connetterli e conformarli al corpo della narrazione; mai il fondo dei fatti, e in gran parte anche le parole appartengono al conte Verri. Anzi fino alla metà circa del secolo decimosettimo non ho voluto riportare altri fatti, fuorchè quelli accennati da esso nelle sue Memorie, come destinati per il proseguimento della storia; ma li riscontrai alle fonti, e diedi loro quello sviluppamento che l'autore solevagli riservare nel dar forma al suo lavoro. Perciò ho intralasciato più cose che poteva aver pronte, e che (per valermi di una frase d'uso, benchè poco modesta) avrebbero potuto illustrare maggiormente l'opera, come, per esempio, l'esposizione de' tributi straordinari imposti allo Stato di Milano nei regni infausti e turbolenti di Carlo V e di Filippo II, per cui il soloMensualefu quadruplicato sotto diversi nomi; mostrare che in que' sovrani l'ambizione e l'alterigia erano pareggiate dall'indifferenza sulla sorte de' popoli, sicchè le guerre erano per sistema intraprese e condotte senz'alcuna predisposizione per gli approvvigionamenti e per le paghe, e gli eserciti vivevano di rapina e a discrezione a carico de' miseri sudditi; estendermi in maggiori prove dell'annichilamento di tutte le sorgenti della prosperità pubblica, allorchè i flagelli fisici, la fame e la peste, si collegarono coll'inerzia e coll'indolenza quasi asiatica de' re successivi e colla brutale onnipotenzade' governatori; svolgere l'influenza esercitata sulla nazione dalla lunga durata e dalla scandalosa pubblicità delle controversie giurisdizionali, e altri fatti recarne, quali furono quelli col vescovo di Pavia per la dipendenza metropolitana di che tratta Bernardo Sacco, e per l'immunità de' coloni ecclesiastici, che diede occasione a un celebre consulto del Menochio, allora presidente del senato.

Se le accennate ed altre ommissioni furono volontarie, di altre diverse hanno debito le circostanze; ma sarebbe ora superflua cura il farne discorso. Chiuderò quindi desiderando che, nell'accingersi a giudicarmi, di due cose siano avvertiti i miei lettori: l'una, che loro si presenta l'opera di un novizio in questa parte di studi; l'altra, che vogliano disporsi ad una moderata aspettazione dal lato dell'importanza de' fatti che ho avuto a narrare, i quali non avrei potuto rendere più copiosi e interessanti, se non imitando il comune difetto degli scrittori di storie particolari, coll'innestare nel mio lavoro i fatti della storia generale.

24 dicembre 1825.

Pietro Custodi.


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