II

Dopo che abbiamo chiacchierato tanto, vi parrebbe tempo, o signori, di fare una passeggiatina? Vi sono torrenti scroscianti che c'invitano, freschissimi castagneti, gruppi di frassini, pendii, scese, scaglioncini da giardino inglese, frane dirotte, ciclami nicchiati sotto ai massi stillanti, stradoni e stradette mulattiere, ponti altissimi eplancetraballanti, paesotti, manifatture e castella e storiche memorie: di lontano sempre i sommi deserti delle Alpi. Volete carrozze? Biella ne ha a centinaia. Volete cavalli? Eccovi bestie membrute, colle gaie sonagliere. Volete camminare da alpinisti? Provvedetevi un paio di scarpe dal calzolaio Crosa di Via Maestra.

Dove si va? All'Ospizio di Oropa. In questo ci arresteremo un po' fra alcuni giorni: scegliamo per ora le scorse. Si va a Cossila,lunga e sottil, sino allo stabilimento idropatico aperto nel 1858 dal dottor Vinea ed ora tenuto del dottor Emilio Coda con poco prospere sorti: si va al Favaro dallafia di Nastasiae si può salire alla vetta della Burcina: a Pollone, al grandioso lanificio Piacenza: a Sordevolo, paese sull'Elvo, dove strepitano le industri macchine del Vercellone, del Sormano, del Maia, dove ancora si rappresenta eroicomicamente ilmistero della passione e morte: all'austero convento della Trappa (1058 m.), fra le cui tetre rovine d'arcate, di sale, di celle, di refettori, si scalcinano all'eterno oblio imoniti salutaridipinti; dietro la Trappa in un piccolo abituro c'è la tomba, colla scritta C. W. 1803, dell'ultimo di quei laboriosissimi monaci agricoltori: si va all'Ospizio di Graglia, di cui ciarleremo più sotto: ai due Occhieppo: al villaggio di Graglia: al castello di Gaglianico, donato nel 1152 da Federigo imperatore al vescovo Uguccione, il fondatore di Biella-Piazzo: al castello di Moncavallo: alla vetta del Bricco e al castello di Ternengo, a Pettinengo, a Mosso: ad Andorno, a Sagliano-Micca, all'Ospizio di san Giovanni, pei quali luoghi prometto tre ciarle: si va alla Colma d'Andorno, ai tre Turlo, alla Bocchetta della Sessera: a Tolegno; alle castella di Perrione, di Verrone, di Valdengo, di Perretto, di Castellengo, di Repolo, di Masino, d'Azeglio… Volete altro? Non finirei più: e vi dico che queste sono tutte scorse bellissime che soddisfano tutti i gusti. La signora troverà la strada comoda o la carrozza, o strillerà capricciosamente sulla sella dei muli: la ragazza avrà i fiorellini, i maschiotti le noci da rubacchiare e i prati dove scorrazzare, saltando le rustiche barriere. C'è un poeta nella comitiva? Canterà lechiare, fresche, dolci acque: intanto che il prete sberretterà cento cappelle colla Madonna negra, l'uomo serio calcolerà icavalli-vaporedella tale e tal'altra macchina, l'innamorato, che non manca mai, vedrà la gonna diletta sventolare voluttuosamente alle frizzanti aure dell'Elvo, dell'Oropa, del Cervo, e il botanico incomincierà e proseguirà per non finire:—Cyclamen europæum, rudici orbiculari, foliis synanthiis cordato orbiculatis obtusiusculis denticulates subzonalis lacitis corollæ lanceolatis corollæ fauce integra. C. æstivum Reich, excurs. 407, C. litorale Sadler. C. officinale Wend. C. retroflexum. Moeneh apud Duby… etc. Dove lascio me? Io avrò sempre da sorridere alle lapidi dei morti e alla formica, che, arrampica, arrampica, arrampica, vuole scalare i dadi di pietra degli antichi castelli. Poveri morti e povera formica!

Ho promesso due righe per l'Ospizio di Graglia, per Andorno, Sagliano e San Giovanni: la sosta la faremo all'Oropa.

L'Ospizio di Graglia sorge a 826 m. sul livello del mare, su di un colle verdeggiante, fra monti verdeggianti, e signoreggia una pianura verdeggiante che muore nel glauco nebbioso dell'orizzonte, dall'Elvo fin oltre il Ticino e a Milano. Ed ecco le Alpi Graie, il Monviso, la catena degli Appennini, Superga, la cupola di san Gaudenzio di Novara, l'aguglia del nostro Duomo: e sotto sotto i villaggi dall'Elvo alla Serra. E per la povera penna la descrizione è finita: nel calamaio ho solo il nero sbiadito dell'inchiostro e l'acido dell'aceto, negli occhi ho il sole fulgidissimo, coloritore, diffuso, nel cuore ho una mestizia indefinita: tra gli ampi spettacoloni e la mia povera pupilla sempre si pone una lente colle iridi più care, una bella lagrima e ben calda…. Dite quello che volete: ma è così, e così ho imparato solitariamente ad amare Madre Natura. L'Ospizio ha una facciata greggia, con un piccolo corpo avanzato nel mezzo, cioè due loggiati sovrapposti a tre archi, e un terrazzo al sommo: su un fianco i mattoni addentellati promettono la continuazione dell'edificio: dall'interno s'alza una cupola di 38 metri, a foggia di un torrione. Non squilla nessuna campanetta pei nuovi venuti: non s'invoca nessun santo, nè si scioglie voto: chi arriva a piedi trova che l'ingresso al santuario è l'ingresso a una trattoria. L'odore delle bistecche sale su ai tre corridoi dei tre piani, ove s'allineano gli usci delle camere ospitali. La chiesa è costrutta secondo la forma di una croce greca, un po' squallida, un po' fredda, colle pitture della cupola fatte da Fabrizio Calliari e una statua in legno della Madonna. Il tutto insieme che aspetto ha? Un aspetto tranquillo, polito e, diciamolo, melanconico. A me ha fatto l'effetto di una solitudine in una gran solitudine. Il passeggiare nei freschi corritoi mi sembra una occupazione da fraticelli vecchissimi: fra il toc-toc degli orologi a torricella, le gerle delle guide che sono andate alla chiesa o a succiare l'acqua della fontana, fra i busti dei benefattori, le lapidi degli insigni visitatori, leggiamo l'uffiziolo, quieti, strascicando le ciabatte larghe, cogli occhi imbrogliati dal sonno della pace, passandoci la mano grinzosa sulla testa pelata che luccica di riflessi d'avorio…. Ah che vita!… O fraticelli, non falliamo l'uscio delle cellette: elegantissime signore vengono all'Ospizio nei mesi d'estate e d'autunno, e vi rimangono nove giorni, lasciando al decimo sui mobili la cipria rosea, e nei cassettoni quei profumi nobilissimi, indizio ch'è passato un serpente: è vero, entrando in una camera così abbandonata di fresco si è persino rispettosi dinnanzi al grande disordine sparso da una piccola manina, e si soffre caramente un ignoto abbandono, e si ama la cipria e l'opoponax. Verrà la lercia fantesca, affagottata come una monaca, a spolverare i mobili colla scopa, a spargere il suo tanfo di sudore e di sacristia. D'altro non so dirvi, perchè non ho letto il libro del teologo Marocco:Rimembranze di un viaggio da Torino a Graglia. Dall'interna piazzuola sotto il giro degli alberi, dopo avere fatto un sonnellino ristoratore, colla pancia al sole e la testa all'ombrìa verde, ho dato uno sguardo alle poche cappelle che vanno su su al monte, abbrustolandosi al meriggio. Le statue in terra cotta del Tabacchetti non valevano due soli degli svolazzucci dorati che dal collo lanuginoso della nostra guida, laMain, scappavano sotto le trecce attorte della gentilissima testina. Povera figliuola! Rammento la sua tinta bruna, gli occhi ingenui se guardavano, pudichi se erano guardati, il sorriso confidente dei sedici anni, e quel mento e quel collino da gran dama! Aveva il suo fazzoletto, la pezzuola, il corsetto, la gonna, il grembiale, tutto a modo, tutto per lei: due sole cose mi facevano compassione, le scarpacce e la gerla: quelle parvero dirmi:—Noi costiamo tanto e tanto!—e questa:—Ho portato delle colazioni, con molta roba di Dio, su alle cime pei gran signori che mangiano coi guanti: ma la mia povera padroncina all'inverno, quando mi colma di legna gelate e mi fa ballare giù, giù giù, fino al Favaro, trova una minestra lunga e bianca bianca….—Ah, signori miei, non mi commovo alla polenta ruvida, al latte coagulato, ai formaggi duri, anzi per me le considero come leccornie capricciose d'un giorno all'anno, ma la minestra che fa scaldare le mani attorno alle scodelle, che si mangia a cucchiaiate, che fa tanto bene allo stomaco, l'auguro saporita a tutti, massime alla povera gente! E in tutti i giorni dell'anno!… Quando laMainfosse stata sposa (e glie lo desideravo presto), mi pareva che un grande garofano dovesse su quei capegli spirare l'aperta allegria di un mattino di maggio, e lei, volgendo la testina all'insù a prendere ingordamente il sodo bacione di un bersagliere del Favaro, lei dovesse mostrare tutto il suo collo, candido di sotto, rispettato dal sole. Sì,Main, io ho amato le tue trecce bionde, lo ripeto ancora, attorte dietro la testina, e la medaglietta d'Oropa che si perdeva giù fra le modeste pieghe della tua camiciuola. E ti rammento Graglia perchè là eri lieta, sollazzevole, senza pensiero. Un dì forse racconterò la brutta istoria delle tue lagrime, io che le ho viste cadere sulle tue manine, come le prime gocce di un grande uragano. Non avevi mai pianto, povera capretta dei monti!

Sino da quando io ero alle prime scuole, fra idoveri morali e civili, che imparavo a sillabare, come tipo di un dovere sublime, mi giganteggiava innanzi la figura nera di un soldato, di cui mi pareva rammentarne l'uniforme, coi nastri alle bottoniere, la grande tracolla e la miccia bituminosa e fumante. Pietro Micca era giù nel sotterraneo, fra i barili di polvere: suonavano i picconi dei nemici sempre più vicino: crepitava la fiamma della miccia nel buio. Si udì uno di quei sospiri che fremono come l'aria del liberissimo mare, quando sembra sdegnoso di confini: la piccola fiamma—sicurissima—avvampò. Poi successe il caos che tuona, l'inferno che strugge, sbattendo le ruine al cielo, la tremenda ridda delle mille viscere squarciate e palpitanti, i rivi di sangue sulla terra abbrustolata e fessa, i cervelli oscenamente incollati e le ossa scheggiate. Torino è salva! i francesi distrutti! la rocca è saltata! Io leggevo e rileggevo quel racconto, e con me i piccolini sillabanti finivano a guardare il vecchio maestruccio che piangeva. Eravamo nel 1859: a chi è di già agghiacciato a certi entusiasmi valga qualcosa la data. È giunto il tempo in cui io ho potuto pellegrinare nel Biellese a visitare la casetta del martire minatore: ma il mio povero maestruccio ha finito di addentare mozziconi ultimissimi di sigari e giace sotto fra le quattr'assi: come l'ho ricordato!… Sagliano-Micca è la continuazione del borgo d'Andorno: un paese di 2300 abitanti, colla solita via maestra a case belle e brutte, alcuni lanifici, stabilimenti di filature, 600 operai fabbricatori di cappelli, un collegio-convitto, e giù il Cervo strepitante che si mesce alla Moreccia. La casa del Micca dà in un vicoluccio: due muretti e una scala, ecco tutto. Non vi fila la vecchia discendente dell'animoso, ma una vecchia Madre, la Patria, sublimemente silenziosa e presente, sembra alla religione invocare la santa illusione di una seconda vita. Che Pietro Micca ritorni al suo focolare e vegga! Ch'egli ancora santifichi questo santuario degli Italiani! Ch'egli viva eterno giacchè è morto colla fede dei primi cristiani!… Sei lapidi fregiano gli scheggioni storici della casetta:

Entra e vedrai il marmo—che ti addita l'umile abituro—del gran minatore Pietro Micca.

Pietro Micca—il sesto giorno di marzo 1677—trasse in questa casipola i natali—il ventesimonono di ottobre 1704 impalmò Maria Pasquale Bonini—da cui venne allietato del figlio Giacomo—e la memoranda notte del 29 agosto 1706—allo sboccar delle schiere francesi—nella vegliata rocca di Torino—incendiando animoso le mine—ostia volontaria s'immolò alla patria—ammirate nel saglianese—un Codro novello.

Amedeo Maria di Savoia duca d'Aosta—il quarto giorno di agosto 1864—-visitando non ancora quadrilustre—la casipola di Pietro Micca—mostrò—di nutrire i sensi del generoso—che alla vita antepone la patria—ridestò negli animi la speranza—di nuove glorie all'Italia—e fece atto di viva gratitudine—verso il soldato pel cui eroismo—la corona ducale fu conservata—e la regia posta in capo—ai principi di Savoia.

Giuseppe Garibaldi—il diciannovesimo di giugno 1859—pria di avviarsi alla guerra italica—inspirandosi all'abituro dell'eroe biellese—il cui magnanimo sacrificio—salvò il Piemonte dal franco invasore—vi appose in omaggio del generoso—un serto di fiori—arra certissima del serto d'alloro—che avrebbe incoronata la fronte—all'eroe niceno—le cui mirabili gesta tanto conferirono—a redimere la Lombardia—dal teutono oppressore.

A Pietro Micca—morto a difesa d'Italia—contro l'invasione straniera—nel loco ove nacque—alcuni modenesi—crociati per la indipendenza della patria—pronti all'armi al cessare della pace—questa memoria—1848.

Alla memoria di Pietro Micca—morto eroicamente—nel compimento di un santo dovere—alcune donne—delle diverse provincie d'Italia—come esempio ai figli—posero questa lapide—il III agosto1876.

Salve—Pietro Micca—vera gloria d'Italia—di santissimo eroismo—splendido esempio—Te fra gli itali campioni—la storia illustra ed eterna—e Sagliano che ti diè culla—sull'abituro reso grande da te—nel secondo centenario di tua nascita—pone riverente questo ricordo—addì 27 agosto 1876.

L'esempio del Micca ha valso: un secolo dopo di lui Giacomo Antonio Pasquale nelle milizie napoleoniche seppe meritarsi il vanto d'esser nato (1778) in Sagliano: a Ronzon in Aragona nel 1813, minatore e sott'ufficiale del genio, con 100 soldati combattè fiera guerra sotterranea contro 3000 spagnuoli, non cedendo il forte che onorevolissimamente, dopo la caduta di Lerida e di Maquinenza..—St'anno, non so perchè anticipandolo, s'è celebrato il secondo centenario del Micca: non ho veduto apparecchi in Sagliano: so che ci furono discorsi e banchetti, ma principalmente attesto che il maggiore Pasquina del 17° fanteria, dalla festa ritornato al nostro stabilimento idropatico, fu salutato con sincerissimi evviva: egli mostrava fregiato il suo petto da due medaglie al valor militare e dall'altre delle campagne dell'Indipendenza. Nell'esercito italiano si continuano le tradizioni memorande del piccolo esercito piemontese.

Andorno è borgo antico: fu donato dal vescovo Liutprando, da Carlo il Calvo alla chiesa vercellese, riconfermato da Ottone III: nel 1378 dal vescovo Fieschi venduto a Ibleto di Challand: un anno dopo per la spontanea dedizione si affidava alla mano leale di Amedeo VI di Savoia. Il castello colla torre fu un'antica commenda dei cavalieri gerosolimitani: ora guarda giù, rintonacato alla moderna, e vede le industrie animose, svariate, produttive: esempio massimo il cotonificio di Miagliano. Lo stabilimento idropatico (600 m.) così bene diretto dal dott. Carlo Corte, così frequentato dai milanesi, flagella le sue docce su morbidi corpicciuoli, candidissimi e nervosi, dove un dì borbottavano incappucciate e insaccate, giallissime e linfatiche, le monache cistercensi: e dove si chiudeva come in un castello l'arcigno vescovo Fieschi, sui bei giardini della montagna, sugli spiani claustrali scorazzano sanguigni giovanotti, inseguendo farfalle… o fanciulle. La natura intorno vi è mesta: giù prati con salici, dossi boscosi di castagneti, edifici bianchi e rumorosi opifici, e folte case e cielo compiacente. Vi paiono luoghi che conoscete da un pezzo, che avete visti e stravisti, dove avete letto l'Aleardi e fumata la prima sigaretta, per piacere alla primafiammavagabonda sulle rive a cercare il fiorello azzurronon ti scordar di me… Vedete anche il grano turco che vi rammenta le aie e le canzoni lombarde e le melanconie erotiche alla luna, quandoleicolle sue manine voleva cavarsi il capriccio di scartocciare le pannocchie: vedete le viti coi grappoli dell'idillio;leiche vivrebbe anche d'un grano solo al giorno se… Vedete le patate. In altra occasione vi farò della poesia, per ora no, e vi dico che la natura di Andorno sta a questa di Oropa precisamente come una fanciulla brianzuola ad una donna alpigiana.—Ad Andorno è nato nel 1707 e morto nel 1794, il valente pittore di prospettiva Bernardino Galliari, cheall'eccellenza dell'ingegno, semplicità di costume, bontà e religione accoppiando, colle opere sue dentro e fuori d'Italia il suo nome eternò. Così l'iscrizione sul suo sepolcro nella chiesa parrocchiale.

L'Ospizio d'Andorno è detto di San Giovanni ed è assai insù nella valle del Cervo, ad un'ora e mezza di vettura dal borgo. Il Cervo colle sue acque battezza una generazione laboriosa, amantissima del focolare paterno, dalla montanara, che coi calzoncini di panno (vireireovirùi) sui pendii scoscesi delle prealpi, suda alla raccolta del fieno selvatico (siùn), agli imprenditori, ai maestri di muro, agli opranti, che colla certezza delle braccia robuste e del cuore gagliardo, corrono l'Europa, vanno in Algeria, si fanno lodare all'istmo di Suez. La montanara abbella il suoalpcon qualche medaglietta di San Giovanni e d'Oropa: i nuovi arricchiti innalzano ville sontuose e cooperano all'edilizia pubblica, aprendo stradoni, costruendo ponti, facendo segare marmi e pietre per cimiteri e chiese. La valle è magnifica: montagne verdeggianti e dolci, poi rocciose ed erte, piene di paesetti come nidi selvatici, ricche di borghi alle comode falde, capricciose e franate nelle insenature, dominatrici dalle cime, cave squarciate e pascoli e torrenti diroccianti, e in fondo il Cervo colle lavatrici, le gore, le furie, le lingue secche di sabbia, i labirinti dei ciottoloni, le corna delle scheggie, le spume, le pennellate d'oltremare e le velature d'asfalto, i capricci dell'artista e le calcolate architetture dei ponti. Signori miei, questa è Svizzera. Fumano le allegre gole degli alti camini e rumoreggiano gli opifici con gagliarda festa di lavoro: consoliamoci, questa è Italia!

L'Ospizio è un luogo tranquillissimo, romito, senza sfoggio d'architetture, poggiato tra il verde; Nessuna severità: ci si potrebbe arrivare con sei cavalli! Tre casette con portici tozzi, una quarta a quattro piani, un altro fabbricato, chiudono per tre lati una piazza colla fontana, un terrazzone da cui la vista signoreggia giù per la vallea. Ci sono entrato da un sentiero nicchiato sotto ai faggi, se potessi dirlo, una corritoia di verzura: l'Ospizio mi ha abbarbagliato gli occhi, cacciandomi dentro mille punture di luce, mille serpentelli, mille zigzag, colla sferza del suo sollione. Oh che sollione! Diventano verdi le tonache dei preti, e rosee le guance delle monachelle. Dell'esterno della chiesa vidi i capitelli di marmo bianco di Mozzucco, la statua del protettore, la facciata che a sinistra s'appoggia sul petrone di San Giovanni, e leggendo le iscrizioniVox clamantis in deserto—parate viam Domini, pensai che questo Ospizio deve procurare pochenovenecenobitiche in onore del suo santo, finchè avrà l'albergo Peraldo, fatto apposta per trasgredire il gran precetto del digiuno, punto primo per pulire a nuovo le coscienze. Nell'interno della chiesa c'è il cattivo gusto del seicento e del settecento: nel cupolino il pennello di Fabrizio Galliari vuolsi abbia superato l'opera del cupolino di Graglia. La Guida del Club Alpino cita, ed è giusto, i due evangelisti e la nascita del precursore del Bernardino Galliari, cita la cappelletta scavata nella roccia, e così soddisfa, se non gli amatori dell'arte, i curiosi e i pellegrini, i quali non capiranno mai la bellezza di quel lumicino scoppiettante in quell'umido eterno: ma la Guida tace, e non so perchè, nella seconda o terza cappella di destra, quella tavola delicata, ingenua, dolce e robusta a un tempo, che è chiusa nella sua cornice azzurrina ed oro, di stile elegantissimo rinascimento.—Che effetto m'ha fatto questo Ospizio? Dico chiaro e tondo: la devozione non m'è apparsa nè a Graglia, nè qui: là capitai in ora di pranzo, qui pure. Vidi gente che mangiava a quattro ganasce, gente che fa la sua vacanzetta di nove giorni coll'alloggiogratis, vidi poca poveraglia, preti tozzotti, fantesche ruvide, pretenziose provincialette, e qualchealpenstockche ambiva fregiarsi coi nomi della Mologna grande o dellapcita, o del Croso, o del Maccagno, giacchè dall'Ospizio vi sono i passaggi per Gressoney, per Valle Sesia, per Alagna. Buon appetito e buon viaggio.

Da Gressoney (1310 metri).

Ti scrivo dalla più simpatica cameretta che sì possa abitare. Pareti di larice rosso, un gran lettone, per tappeti delle pelli di camoscio, nel catino un'acqua ghiacciata, e dalla finestretta qual vista! Compererei questa cameretta, per non so quante mila lire, a patto di starci tanti anni, senza un pensiero, senza un rumore fastidioso, così come sono, innamorata dei silenzi dei boschi e delle valli,

L'alberghetto châlet, colla gronda sporgente e le grandilobiedi legno, è posto su un dolce pratello nel fondo della gran valle della Lys: alle spalle s'ergono i boschi di larici e scroscia una grande cascata, di fronte ancora boschi e cime; in fondo il campanile di Gressoney, il ponte, il torrente lattiginoso; in fondo ancora il Monte Rosa, coi ghiacciai del Lyskamm, e la Vincent-Pyramide, lo Schwarzhorn, il Ludwigshöhe, il Parrospitze, il Signal Kuppe. La valle della Lys è dei più bei luoghi dell'Alpi ch'io mi abbia visto. Questo hôtel-pension Delapierre è una casina lucida, specchiante, poetica.

Il comune di Gressoney tiene tutta la vallata, da Trina fino ai ghiacciai. Trina che trovasi a mezz'ora da Gressoney Saint-Jean, offre un alberguccio modesto, ove chi vien giù da Oropa sarà contento di trovare buona birra e all'uopo anche un letto. Gressoney Saint-Jean, quantunque distante un tre ore dai ghiacciai, è molto conosciuta nel mondo alpinistico. Fu eretto qui il primo buon albergo delle vallate alpine del versante italiano. Quivi fanno capo i passaggi della Valdobbia, dell'Ollen, della Pisse, del Lyskamm, della Betlina, della Betta-Furka, della Ranzola, e altri. La punta di Zumstein si denomina da un valligiano di quel nome, che tradotto in francese dicono Delapierre.

Curiosa è questa vallata per la confusione di favelle che vi si odono, dal francese al tedesco, con tutte le gradazioni intermedie di dialetti.

Due delle escursioni più belle da Gressoney, sono la salita alGranhaupt, per la sua vista sul Monte Rosa, e l'escursione al GrandPlateau sul ghiacciaio della Lys, molto interessante.

Un magnifico viaggetto in due tappe porta a Zermatt in Isvizzera: prima tappa a Fierg per la Betta-Furka; seconda tappa a Zermatt per le cime Blanches, Ghiacciaio di Aventina e quelle del Teodolo, facile e bellissimo.

Rimontando la valle, s'incontra la frazione di Gressoney la Trinità, indi Orsia, d'onde si dipartono i sentieri per la valle della Sesia da una parte, per la valle d'Ayas dall'altra. Adesso mo interroghiamo monsieur Delapierre: egli ci distingue«les promenades et environs, les ascensions principales, les voyages»soggiungendo che«l'ont tient des mulets, des guides pour la comodité des voyageurs.»O amica mia, quali passeggiate! Che bellezze! Alla cascata de l'Oobach, alla Cours de Lys, alla punta de la Rum, all'Ober e Montil Alpenz!

Le ascensioni possono spingersi alla Punta dei tre Vescovi, al CornoBianco, al Monte Nery, al Colle di Liskamm, al Corno del Camoscio.

E i viaggi? A Pont-Saint-Martin, a Brusson, a Châtillon, ad Alagna, a Maglia, a Varallo, a Piedicavallo….

Vedi, amica cara, io non mi starei quieta finchè sul mioalpenstokavessi tutti questi nomi, che per te sembrano appena appena nero sul bianco, per me sono quel che sono!

Che vita si fa, e che società c'è? Qui la cura è quelladell'aria. Ci alziamo presto e apriamo la finestra, poi scendiamo giù nel piazzaletto avanti l'albergo. Chi s'aspetta? Di che si ciarla? Una compagnia è partita per una gita: vogliamo vederli al ritorno. Che fiori ci porteranno? Ci conserveranno una manciata di neve? ecco tutti i nostri pensieri. S'entra nella sala: chi suona il pianoforte, chi legge i libri inglesi, chi spoglia gli album dei passeggeri. A tratto, dèn dèn, s'ode la campanella. Arrivano degli alpinisti, colla sacca sulle spalle, il lungo bastone, ilplaid, i calzaretti a stringhelle. Donde vengono? Dove vanno? Se potessimo seguirli su ai ghiacciai! Ecco i nostri pensieri. Esce loro incontro madama Delapierre a dire che le spiace molto, ma se vogliono alloggiare non ha più posto; però se s'accontentano alledépendances…. Ride la ragazza che loro serve di guida Ed essi mostrano sul Rosa, qualche larga pezza di serico bianco. Dormire? Essi fanno la curadel moto. Buon viaggio! Lasciano sull'albo i loro nomi.

Sono da Milano?—Li conosci?—Sì, no.—Chi possono essere?—Io credo uno d'averlo visto a una festa in casa ***—Sì, sì,—Bel giovanotto!—Già.—Perchè già?—Eh!… Si ride. E ridono le mamme. Intanto tornano i giovanotti, portando per regalo, quali ilmignin, quali laconcordia, quali lavanigliae la viola dell'Alpi.

Si ciarla a colazione, in questo refettorio di gaudenti, si ciarla tutto il giorno nella sala, sul piazzaletto, sullelobie, si passeggia e si ciarla prima di pranzo, facciamo toletta; e poi ciarliamo a pranzo. A pranzo tu vedresti freschissime vesti bianche, pettinature d'ottimo gusto col fiore alpino, gioielli preziosi, trine delicate, e, quel che più importa, visini allegri, nobili, capricciosetti. Qui vi sono molte signore torinesi, una signora milanese, che villeggia a Broni, la inglesina, la francese e la Y X.

Siamo in fondo a una valle, passano dinnanzi povere contadine vestite di panno rosso e vecchie insaccate di panno nero, vediamo picchi e ghiacciai; pure, amica cara, qui a dopo pranzo si risuscitano come cose attuali le mode, gli spettacoli, i pettegolezzi della città…. Si spogliano giornali di moda e cronache segrete…. Dove sarà la marchesa T. di Milano?—A Chamounix.—E la poetessa P. A. R. di Faenza?—Mi dicono ai bagni di mare.—La marchesa-alpinista D. M. di Genova è all'Oropa.—Chi sarà allasalutedi Cannobbio?—La V. di Milano e la contessa S. di Bergamo.—Mi dicono che all'Oropa ci siano dei colonnelli bellissimi e simpatici.—E ad Andorno molti milanesi.

Sfogliamo le cronache segrete:—Perchè l'Y un anno è ammalato di nervi, un altro di stomaco, un altro di gambe, e va un anno all'Oropa, un altro anno a Santa Caterina, un altro al mare?—Perchè?—Perchè all'Oropa, a Santa Caterina, al mare è andata la X.—Indaghiamo questa X.—Veste sempre all'inglese, ha il parasole-alpenstok, predilige la penna d'aquila nel cappellino.—Ed è ammalata?…—Di cuore!…

E qui uno scroscio di risa maliziose e contente.

Da Alagna (1205 metri).

Ho passato l'imponentissimo Col d'Ollen (2909) ed eccomi alla tanto rinomata Alagna: un paesetto cacciato giù, nella Valle della Sesia, ai piedi delle Due Gemelle. Come sono cari questichâlets!Murati al piano terreno, che serve per stalla e cantina, s'alzano in legno di larice rosso, ricinti nei due o tre piani da ballatoi assai sporgenti, e finiscono con un grazioso cuspide, qualche volta frangiato. Ma bisogna vedere le finestrine, le panche, le balaustrate, le scalucce! Sembrano costrutte per i pittori o per gli innamorati.

All'ombra dei larici quale tranquillità! Per queste straduzze quale oblìo! La chiesa spicca col bianco campanile e colle sue mura fra l'intonazione bruna e violastra della valle. E vicino, anzi intorno alla chiesa, si stende il cimitero colle cappelline della Passione.

Mi dicono che la prima capanna sia stata costrutta da un Enrico Staufacher: la piccola colonia crebbe a poco a poco, diventò paesetto, si spopolò per le emigrazioni degli Alagnesi in Isvizzera, in Francia, in Germania, in Ispagna, ma gli esuli volontari tornarono ancora e con danari acquistati coll'arte dell'intagliare legni e dipinger soffitti; il paese s'arricchì, l'amore al luogo natìo è spiccatissimo e gentile. Alagna vide sorgere belle casine e decorarsi la sua chiesa.

Ora ha il villino Grober e lochâletdel cavalier Farinetti, delizie da mettere nella scatolina colla bambagia.

Immaginati un paesaggio alpestre: picchi, foreste di larici, casette che sembrano inerpicate, mucche pascenti, gruppi di pecore, cime scoscese, aspre, abbrustolate, eppure sparse di neve, immaginati il Monte Rosa che giganteggia dominatore.—E le macchiette? Uomini colle calze groppose e gli zoccoli di legno, ragazze vestite di scuro, colle pieghettine sulla schiena, vecchie curve sotto il carico di legna o di fieno.

Passa anche qualche Fobellina, il cui costume tradizionale è pittoresco e notissimo. Una specie di grembiale ricamato s'attacca su quasi fino al collo, la cintura è altissima, di sotto la corta gonnella sporgono le calze di panno o di maglia, come s'usa nella Valle del Cervo (levireireovirtù).

Alagna è quartiere di grande concorso per gli alpinisti, essendo il centro ove convergono molti passaggi: Col d'Olen, Col della Pisse, Passo del Turbo, Passo della Piana, Col di Mond, Col di Rima, ed altri meno frequentati. La salita alle vette più importanti del Monte Rosa non è praticata da qui.

Da Alagna si può stringere l'alpenstokfino a…. a… interroghiamo il signor Guglielmina, buonissimo albergatore dell'eccellenteMonte Rosa: ci risponde che ci sono a fare escursioni, passeggiate e viaggi.

Il viaggio sarebbe a Varallo per Mollia. Da Alagna a Mollia vi è una strada mulattiera che segue la Sesia, pittoresca, ora fra prati, ora su roccie; da Mollia a Varallo ventisei chilometri si percorrono benissimo in vettura.

Escursioni da metter la scintilla elettrica nel cervello sono quelle al Corno Bianco pel lago del Tailli, ai ghiacciai della Sesia, alla punta delle Loccie per vedere Macugnaga, al Colle del Turlo, a Rima, a Fabello, a Zermate, al Riffel.

Vuoi passeggiate? Si va a Riva-Valdobbia a vedere la grande pittura a fresco della chiesa di Melchiorre d'Enrico d'Alagna, eseguita nel 1597, a godersi la magnifica vista del Rosa; si va alla cascata dell'Otro (metri trentatrè), all'Orrido, al Corno di Stoful, all'Alpe di Bors e di Von Decco, all'Alpe del Campo e di Von Sattel, alla cima des Kuffers Grod. Ti mostrerà fotografie, ma non c'è macchina, non c'è carta, non c'è nitrato d'argento che possa darti una mezza idea di questi luoghi. E poi! questopatoistedesco e francese ti fa parer d'essere su nella Svizzera famosissima.

L'albergo di Guglielmina ti dice come la gente onesta e laboriosa si abbia sempre un premio.

Passano e ripassano alpinisti di tutte le provincie; vi si fermano per un mese o due delle famiglie milanesi e torinesi. L'anno scorso avevamo insigni e pomposissime signore, decoro dei nostri bastioni, e molti signori. St'anno ebbimo anche il distinto archeologo A. C. e un duca inglese con un nome che mi suona aspretto, ma celebre.

L'albergo ha belle camere, eleganti corritoi, lieto salone da pranzo, simpatica sala da conversazione: vi trovi mescolato il larice alle pitture, le sbarre di legno alle dorature delle sbarre di di ghisa, il carattere montanaro alcomfortesigentissimo cittadinesco.

Avrei tante cose a dirti: ma sento una certa campanella che mi fa fare un salto di gioia…. Arriva qualcuno? Chi arriva?

Arriva la zuppa fumante, e chi impugna l'alpenstoksa come si stringa volentieri anche il cucchiaio.

A rivederci,

5 agosto 1880.

Quando un mio amico, chimico-farmacista d'archiginnasio, mi tirò fuori da uno scaffale polveroso il librattolo di messer Giovanni Graziano bergamasco, professore di medicina a Padova, e me lo spalancò dinanzi, sì ch'io vi lessiThermarum Patavinarum Examen, Patavi MDCCI, e quando mi citò le disquisizioni dell'Arduino, del Lorgna, del Mastino, io confesso che non mi vidi innanzi agli occhi (e come no?) altro che il conte Lelio Piovene da Vicenza, lo scopritore della fonte che ancora ne conserva il nome, e Fulgenzio e Domenico Griffani, usurpatori di essa; e il Serenissimo Principe, e i Provveditori, e i Pregadi, gli ufficiali della sanità pubblica, tutti riuniti in consiglio, una folla negra di parrucconi grigi, coi musi nascosti dai ricciolotti tiepoleschi, inferraiuolati, arcigni, incollarati, misteriosi. Mai, mai, mai non avrei sognato di vedere, nemmeno fuggitiva come un baleno, la faccia sorridente così gaia e la strettissima toletta bianco e nera di quella nostra signora milanese…. Amici miei, neppure le iniziali del nome vi dò: vorrei solo potervi dire il fascino di quelle linee elegantissime, il gusto di quella semplicità, l'audacia di quell'abito, che una signora mia conoscente dichiara il più bello e il più nuovo st'anno sin qui veduto a Recoaro. Il conte Lelio sullodato quand'ebbe scoperta l'acqua salutare, deve aver sorriso mestamente, pensando ai cento malanni della misera umanità, e deve aver sognato solo volti scialbi di montanari e di pastori, giù scendenti dalle Alpi Retiche, col melanconico brontolìo del rosario sulle labbra. Ma sì! Se egli avesse potuto ficcare gli occhi sino a noi! Avrebbe veduto, in groppa agli asinelli, le più care signore, felici di svelare una scarpina col tacco all'Efftein, e gli eleganti giovanotti felicissimi di poter loro tener la staffa; i buoni papà e le mamme che lasciano volontieri sviarsi tra i crocchi dei caffè e dei piazzali le loro ragazze sui diciassette, e i bimbi allegri, vestiti alla marinaresca che già offrono cavaliermente il braccio alle signorine, e i mariti che domandano:dov'è mia moglie?e le mogli che non domandano:dov'è mio marito?e i patriarcali piovani che sono sempre pronti e convinti a dire che tutto succede con permissione del Signore. Che festa! che gaiezza! che profumo di gioventù e di lusso! E quante speranze di confetti e quante benedizioni dal cielo! Il patrizio vicentino avrebbe veduto saloni elegantissimi per caffè e concerti; stabilimenti idropatici; alberghi d'aspetto svizzero, coi maggiordomi dalle basette all'inglese, colla tabella piena di titoloni, di contesse, di marchese, di duchesse…. E la villa Tomello l'avrebbe veduta quel cittadino d'una serenissima repubblica, la bianca villa che accolse e ancora deve accogliere la prima e la gentilissima Regina d'Italia? E avrebbe sognato, tra il basso fragore del torrente Agno, bisbigli di donna per lo meno in sette lingue e ciarle e riso e armonie di concerti musicali?

Pace nell'altra vita a quel conte Lelio: e pace in questa ai mariti e ai babbi che mettono mano alle borse!

* * *

Con questi quattro scarabocchi io non pretendo di cucirvi una corrispondenza: vi mando delle note a lapis e se potessi vi darei più volentieri degli acquarelli che ho pennellato sul mio albo. La via provinciale che da Vicenza conduce per Tavernelle a Recoaro è lunga 42 chilometri e con due cavalli l'ho percorsa in quattro ore. Le montagne, i campi di granoturco, i cascinali, i prati, somigliano affatto a quelli della sponda dell'Adda tra Lecco e Bergamo: solo i vigneti hanno un aspetto diverso, perchè le viti sono arcadicamente maritate agli olmi. I binari di untramwaysi vedono già collocati, una macchina sbuffa potentemente e fra pochi giorni sarà aperto al pubblico un servizio opportunissimo fra Tavernelle e Valdagno. Nel lungo paese di Montecchio v'è il palazzo Cardelina, un esastilo grandioso, d'inspirazione Palladiana, con statue, scalee, muraglioni, cancellate, ma quasi deserto e mestissimo. Su un colle si veda la fastosa villa del cantore epico dell'Italia liberata dai Goti, il Trissino: e su su due castelli che dai crepacci delle mine sembrano l'uno ringhiare verso l'altro con astio feroce: la tradizione li dice i manieri dei Capuleti e dei Montecchi.

Una fermata a Valdagno, scrive l'egregio dottor Schivardi, è di rigore: e nota che è capoluogo, borgata, con una bella piazza Roma, il giardino dei conti Valle, le fabbriche di panno del signor Manzotto.

Io mi compiaccio ad osservare delle poderose facciate di case del secolo XVI, con balconi in ferro o parapetti a fogliami traforati in sasso; vedo dei gustosi martelli di porta, e per la prima volta disegno dei mascheroni o meglio delle testaccie tonde e scipite di greci e di turchi, sporgenti dagli archivolti, comeserragliebizzarre. Da Valdagno a Recoaro la strada si fa ripida, i monti giganteggiano, il verde è intenso: tutta la valle si restringe.

Recoaro (daRecubarium, luogo di riposo, o daRex aquarum, re delle acque) fino agli ultimi anni del secolo XVII non era che un paesucolo composto di gruppi di casolari qua e là sulle pendici delle Alpi Retiche. Ora è un paesotto; meglio è un solo albergo, un solo caffè, un solo stallo…

* * *

Chi sono e dove sono i Recoaresi? Tra questa folla in cento abiti, dalle foggie date dalla nostra Chaillon alle vestaccie affagottate delle alpigiane tirolesi, tra il sonare di otto o dieci lingue e la babele di cento dialetti, fra il va e vieni delle carrozze, il tempestare delle unghie degli asinelli, e gli inviti:paron! paron! paron!io non so dirvi chi sono e dove sono i Recoaresi. La scena è pittoresca; il paese lungo, la via erta, le case affatto moderne e come quelle della riviera ligure, la chiesa piccina e tutta bianca, il campanile grosso, tozzotto, degno d'un proposto capo pieve, una casa col tetto a quattro pioventi, un po' acuminato, la gronda a volticciuole e l'aria di un torracchiotto; in fondo le allee che a zig-zag vanno alle fonti, il santuario di Santa Giuliana raccosciato come tra il verde; a sinistra, quasi sempre incoronata di nubi, la vetta dello Spitz, e giù l'Agno dalle acque saponacee e dal letto sassoso, e a chiudere la scena, aduste, violastre, cornute, le formidabili alpi tirolesi.

Dello Stabilimento Giorgietti, del piazzale, dei divertimenti e delle cure vi parlerò un'altra volta.

Per ora, prima che si muti la folla degli ospiti, mi faccio premura ricordarvi che c'è qui il simpaticissimo e spiritosissimo Pompiere delFanfulla, la contessa W. alla villa Tonello, la marchesa P. di Venezia. E infine dico alle lettrici colla massima gioia che, fra la tolette di vera eleganza, noto sempre quelle delle nostre gentilissime concittadine, signora C., signora M., signora S.

11 agosto 1880.

Il buon milanese che, vergognoso, solo, rincantucciato nel fondo di una vettura, arriva sulla piazza della Fonte Lelia, allo stabilimento del mio amicone Giorgetti, e guarda l'orologio e vi trova segnate le 6,30 dopo il mezzogiorno non può a meno di consolarsi, dicendo:—Qui fra i monti si fa presto sera. Almeno domani laSagrasarà finita, e tutto sarà in pace per la mia cura felice. Che festa è quella d'oggi sul calendario?—Sì, le mie signore lettrici: a 6.30 le campane di Recoaro tampellano giù nella vallata con un suono maestoso e lieto: sulle allee trottano a torme gli asinelli bardati, e i mulattieri vociano nel loro festosissimo dialetto; davanti alle cento trabacche variopinte una folla oziosa brulica con un ronzio da vincere la voce del Prechel dirocciante nelle tane dell'Agno: là le grida dei venditori e le risa delle compratici: qui un'ondata di musica e un acciottolio di tazze da caffè e… È appunto qui che proprio il nuovo arrivato non s'arrischia a dare un'occhiata: ma è appunto qui per sua condanna che deve discendere dalla vettura, e sgranchirsi, e pigliarsi il fascio dei paracqua, dei parasole, dei bastoni, e far calare le non stemmate valigie, e cavare di tasca il telegramma del Giorgetti che ieri gli assicurava una camera… ritarda persino il maggiordomo! Quelle 6,30! benedetta ora per gli stomachi deboli! Proprio sotto laverandahd'ingresso v'è il crocchio del dopopranzo, le ciarle graziose, i bisbigli crudeli, i commenti arguti. Qui le scarpine proterve che batterebbero i tacchi anche sui frantumi di un paradiso, pur di correre ad un trionfo d'orgoglio: le calze nere e bianche, e carnicine, quanto pii schiette, tanto più superbe: qui la seta stupenda, i percali capricciosi, i velluti, i merletti antichi, le foggie studiatissime e le semplicità insidiose, i colori, i profumi, le linee olimpiche e le birichine audacie del Watteau: qui le candide manine straricche di anella, e le braccia nude, dal colore della cardenia, misteriosamente affogate nelle trine e roseamente tormentate dalla depressione dell'oro massiccio dei braccialetti… Il nuovo arrivato non ha coraggio di arrischiare un solo sguardo su quei volti femminili, e maledicendo al suo stomaco, al suo fegato, alle sue febbri intermittenti, si dice condotto nel regno della vanità, non nella severa valle d'Igea. Buona notte all'amico. Siccome è un figliuolo tanto giudizioso, ed ha la guida alle acque di Recoaro, prima di soffiar sul lume, legga quanti malanni affliggono l'umanità fisicamente e ricordi quanti altri la percotano moralmente, e poi si rassegni a pigliare il mondo com'è. Sognando qualche bionda testina di veneziana, con un garofano di Vicenza alle treccie, una collana di perle al collo, pensi a sant'Antonio, che solo, nel deserto, meditabondo ed arcigno, doveva sbadigliare fino a sgangherarsi le mascelle. E ciò è poca lode di messer Domeneddio, che, creando Recoaro, lo volle proprio sacro ad Imene ed alla Salute; ei volle che la vita qui fosse animatissima, come una perpetua sagra, senza santi di calendario: il giorno rallegrato dalla festa del sole, dalla vista dei monti, dallo scroscio dei torrenti; il crepuscolo vespertino poetizzato dalle gite sui somarelli pei viottoli deserti, e la notte dedicata alla musica, alla tombola, alla danza.

* * *

E si fa sera—la sera solenne dei monti. Le cime aduste e stagliate mano mano prendono le tinte violastre che fondono in un velo solo le frane, i torrenti, le insenature, le gobbe, gli ruffii selvatici, gli scaglioni, i torracchiotti: giù per i pendii vestiti di boscaglie, una fredda oscurità cancella i contorni dei faggi, dei castagni, dei pioppi, e versa il solo verde cupo della solitudine; i pratelli erbosi sembrano aggelati da cento rivoletti che, gorgogliando dalle chiuse e perdendo il luccicore, per tane e bugigattoli si smarriscono giù in fili bisbiglianti; i falciatori tornano soli e senza canzoni su pei viottoli di sassi ammontati e sui sentieruzzi guazzosi, sciacquano i falcioni alle cascatelle, e si dilungano tra i macchioni dei castagni, dove s'alza un filo di fumo color cobalto da un tettuccio di tegole muscose. Il cielo è del più intenso azzurro, profondo senza un fiocco di nube; e la prima stella sembra aprire e chiudere, ammiccando, la sua pupilla di luce, quasi mesta fra tanta pace, fra tanto silenzio, fra tanta solennità di morte. L'uggioso guaiolare di qualche cane, qualche lontanissimo muggito, il fragore basso dell'Agno: ecco i saluti di questo deserto che si addorme, che si sprofonda nell'oscurità, che ha i fremiti degli abissi e i sussulti del vento.

* * *

E si fa notte—la notte lieta dello stabilimento Giorgetti. Il mercante turco attraversa il piazzale con un paggio non maomettano che gli regge religiosamente ilnarguilèe s'abbatte coll'ambasciatore russo: una signorina francese che fuma la sigaretta getta uno sbuffo che va a sfioccarsi fra le tese di un tricorno da piovano bergamasco: un professore col cappello a tuba cede la destra ad unmussetoche trotta colla sua greppia: due dame che combatterono per la toletta, si passano vicino e la gonna della trionfatrice fruscia ironicamente sulla coda della vinta: un giovanottoincendiatoed ardentissimo s'incontra colPompieredelFanfullae, guardate combinazione! una signorina accetta il braccio e il bisbiglio di un signorino. Ma chi ve la dipinge tutta questa folla! Sul piazzale si addoppia la vita alle prime battute di una quadriglia. Il prezioso filo d'acqua del conte Lelio Piovene, là sotto un portico del settecento, nella nicchia umida, ferrugginosa, magnesiaca, con un lumino scoppiettante a lato, sembra piangere di dover colare giù nelle bottigliette che si spediscono a Milano, a Venezia, a Verona, lui che la salute la vorrebbe regalarein luogo, accompagnato dall'allegria e dal corteo degli asinelli. Il ringhioso leone repubblicano, dagli archi bugnati, guarda giù, come un protettore, e se a vece del messale di San Marco, stringesse l'altro storico di Recoaro lo dovrebbe aunghiare un po' meno crudelmente, perchè ci sono pagine di color roseo e celeste. La folla si versa nel salone del Vicentino; là la tombola, i lancieri e le ciarle. E l'amico milanese, che non ha osato guardare le teste femminili, là le vedrebbe innondate di luci e di sorrisi, contornate da capelli biondi, neri e castagni, tante volte adorne nobilmente di mazzolini diedelweiss, di ciclami, di margherite, di grappolini di sorbo! E la cura? la cura felice, per cui s'è mosso l'amico, affrontando sette ore di ferrovia, i pericoli di un tramway snodato come una biscia, le scosse di una vettura a capponaia? La cura non ha orario e non ha metodo e non ha noia. Bevete e bevete.

* * *

Uno sguardo all'elenco dei forastieri ed ho quasi finito. Abbiamo avuto qui tanto corone da far invidia al fondatore dell'archivio araldico del Vallardi: i nuovi venuti da Milano sono il marchese C., i conti T., la nobile B.; da Torino, la contessa B. di G. e il commendatore V.; da Bologna, la contessa A. Volete anche della politica alle acque? È arrivato quel nostro insigne concittadino, che è il senatore G., prefetto di Verona, l'onorevole O., l'onorevole R., e il nostro marchese V., se pure egli non desidera d'essere posto fra i filarmonici.

* * *

Proprio l'ultime righe e ho finito. A Vicenza ebbi il piacere di conoscere quel cesellatore famoso, queir ageminatore, quello sbalzatore, quell'incisore che è il Coltellazzo. Come a lui, così a voi non nascondo un mio schietto convincimento: il nostro Gaggino a Milano è più amoroso dell'antico, è più ingenuo, è più fino; ed oltre all'arte del fare, conosce gli accorgimenti sagacissimi dell'irrugginire e dello sdrucire. Il Coltellazzo è creatore e libero: il Gaggino è archeofilo. Concludo dicendo che tra questi monti, a Valdagno, ho conosciuto un dotto istoriografo della vallata, il signor Giovanni Soster, il quale raccoglie documenti, pubblica monografie, incetta cose antiche, sì che la sua casa può dirsi un piccolo museo di memorie locali.

20 agosto 1880.

Da Recoaro, per Rovegliana e i sentieruzzi montani, l'arrivare a Schio sul dorso di una somarella orecchiuta, coll'armoniosa compagnia di unmussaro, che, menando botte da orbo sulla groppa paziente dellabarberina, fa rimbombare anche la nostra carcassa di ventiquattro costole; e lo sdrucciolare di sella colla disinvoltura di un pievano che stringa sotto le ascelle il parapioggia di cotone rosso e finisca di sonnecchiare sull'eterno salmo dell'eterno breviario non deve punto garbare alle mie gentili signore, che conoscendo già Schio, non possono soffrire di vedermi tanto goffo e impacciato da non rispettare i civili costumi di questa città dell'industria, sì moderna e sì famosa. Accetto il consiglio:Wer reisen will, tret'an am frühen Morgen und lasse heim die Sorgen!rinuncio agli sproni e alla nobile gualdrappa, prendo a nolo una prosaica carrozza, mi ci accomodo poltronescamente, e mi lascio trascinare sulla strada maestra, che corre ai piedi dei monti, fra colti e vigneti; dolcemente passa uncolle, per selvette cedue di castagni e massi lucenti di micaschisti, e, per valloncelli e distese di campi, attraversando i paesi di Malo e di San Vito, ci conduce a Schio.

* * *

Malo, con circa 3000 abitanti, presso la sinistra riva del Torlo, antico feudo dei vescovi di Vicenza, è un paesotto lungo lungo, che qua e là presenta qualche facciata di casa a linea severa, qualche finestra coi vetrucci tondi, qualche porta di tipo schietto, insomma qualche dettaglio che sa meritarsi uno sguardo da noi, avvezzi all'uniforme e merciaia pezzenteria di tante nostre borgate, a cui la ferrovia portò la secchia dell'imbianchino e i portenti artistici del ferro fuso. Se Malo sia proprio stato costrutto nel secolo VI dal gotico Amali e se la classica chiesa parrocchiale sia fondata sulle mine di un castello, lo domanderei al gentilissimo signor I. Rossi dei Club alpino italiano, a lui che mi fece imparare per queste valli tante belle cose antiche, ed io tutte le perdetti di memoria, quando sì fieramente e sì potentemente sussultai di gioia e di meraviglia nell'opificio di Schio. Così pochissimo so dirvi di San Vito: che sia stato percosso dalla peste del 1630 lo lessi in una lapide nel muro del cimitero: che conservi nella chiesa parrocchiale alcune pale del Maganza, lo credo benissimo, giacchè lo trovo in un libro stampato.

* * *

Schio, con circa 10,000 abitanti, con giurisdizione distrettuale su quindici comuni, giace lungo il torrente Leogra: a nord ha i monti Novegno e Summano; ad ovest, il Corneto, il Bufelan, la Cima di Pasta; a sud-est, la pianura veneta. Il Leogra, unitamente al Gogna, per mezzo di un canale, detto la Roggia, dà ai terreni una rete irrigatoria per più di 700 ettari, e agli opifici una forza di oltre 800 cavalli. L'agricoltura qui non spiega alcun sistema particolare: anzi, il lombardo che è abituato ad ammirare meritamente i propri latifondi, come una mappa, sì ordinati, geometrici, proficui, qui si scontenta nel vedere le viti inacidire i grappoli, nascondendoli nelle chiome amiche degli olmi, il grano-turco soffocato nell'ombre, i gelsi lasciati egoistici padroni dell'aria e della luce, le falde delle montagne improvvidamente disboscate. Ma il visitatore tace quasi a sè stesso il suo malumore, perchè al disopra di questo arruffio di verde e sullo sfondo delle montagne denudate, vede sorgere le immense torri che sbuffano il fumo del carbon fossile e l'alito possente delle macchine a vapore. È Schio! Quando si pronuncia il nome di questa città, non pare possibile si possa direSchio anticaeNuova Schio. Schio antica? mi osserverete anche voi con fare dispettoso. Ho capito benissimo. Lascio quindi ai foglietti del mio taccuino le annotazioni su alcuni particolari dello stile gotico-francescano (secolo XV), sugli stalli di legno (1504) e sulla Vergine del Verla (1512), che vidi nella chiesa di San Francesco; certe altre sul San Nicolò, nel 1536 dato ai cappuccini, sulla Santa Trinità (secolo XV), sull'antica rocca, distrutta nel 1512, e sul tiglio secolare. Ricordo solo il nome del domenicano Giovanni da Schio, morto verso il 1266, il predicatore alla famosa pace di Paquara; quello di Gerolamo Bencucci, benemerito a Giulio II, Leone X, Clemente VII; quello di Giordano Pace, precettore d'Ippolito Aldobrandini; di Francesco Gualtieri, pittore; dei due valorosi Manfron: di Bernardino Turinzio, letterato e fondatore dell'Accademia olimpica di Vicenza; di Francesco Grisellini, che fu nel secolo scorso segretario della nostra Società patriottica… Chiudo i fogli del mio taccuino, condannando al vostro oblìo tanti altri nomi illustri, perchè voi, le mie signore, vi spazientite quando io piglio la penna d'oca del professore, e, badate! torcete anche la faccina dal muso riccioluto di messer Nicolo Tron, patrizio veneto, che, col busto sì impettito, dalla sua nicchia rococò sul palazzo municipale, guarda giù la Schio nuova, come un nonno la sua nipotina diletta. Ma io vi condanno a prendervi l'inscrizione latina e il numero romano.Nicolao Trono, equiti divi Marci, utilium artium patrono scientissimo, primi Scledi mercatores m.h.p.p.a. MDCCLXXII. Questo magnifico signore, per la Repubblica ambasciatore in varie contrade d'Europa, dall'Inghilterra, dall'Olanda, dalla Francia, imparò a conoscere e a derivare macchine, sistemi opranti per l'arte della lana, che, stabilita in questa vallata nel secolo XIV, subiva le fortunose vicende della vita politica italiana. Per opera sua principalissima, nel 1738, sotto la firma Stal e Conig, coi capitali di vari soci, sorse un opificio con 44 telai, 500 impiegati nell'arte, su 4000 abitanti di Schio, nel luogo ora occupato da parte della sezione Rossi del Lanificio, verso il giardino, sulla via Palestro. Subite varie mutazioni, l'opificio di Schio, nel 1818 pel prezzo d'it. L. 7800, era arricchito del primo apparato di macchine a cardare, per opera del benemerito signor Francesco Rossi, il padre dell'illustre senatore Alessandro, unitosi allora in Società col signor Eleonoro Pasini, padre del geologo fu senatore Lodovico. Per parlarvi dell'industria dei pannilani dovrei farvi un grosso libro di economia e di meccanica industriale: e in mezzo a quei mastri di Mercurio tra un fragore di Vulcano, coll'entusiasmo mezzo artistico, mezzo poetico, tutto italiano, di un giovane che si sente trascinato ad inneggiare alla strapotenza del progresso, come raccapezzare un'idea? I magazzini sembrano una dogana di città mercantile, le macchine a vapore con ritmo possente scuotono le gallerie, i telai danno una completa immagine della celerità, dell'ordine, della perfezione; gli operai hanno l'aria severa di chi sente la coscienza del primo dovere dell'uomo, il lavoro. Più di 500 persone, dice il signor Rossi, sono occupate, nelle due vallate del Leogra e dell'Astico, per l'arte della lana, e in massima parte dalla Società del Lanificio, fondata nel 1873, per iniziativa del senatore Alessandro Rossi, col capitale di 24 milioni di lire. Ed eccomi coi nomi del Tron e dei Rossi, a parlare dellaSchio nuova. Lo scopo del fondatore di questa città del progresso fu di rendere possibile all'artiere di diventare proprietario, a poco a poco, di una casa sana, comoda, libera, costruendogliela o cedendola al costo.

Così, 16 ettari di terreno sono per più di metà occupati da costruzioni, o isolate, o unite, od aggruppate, con orti, corti, giardini; e non c'è quella monotonia che incoglie nella città di Sir Titus Salt, Saltaire, dalle larghe strade, dalle piazze ornate di sontuosi edifici pel culto e per l'istruzione, dall'elegante parco. Monotoni non saranno i quartieri ad Essen, ma ivi, come a Saltaire, le case, date a pigione dalla ditta industriale, non sono acquistabili. Oggidì a Schio le case nuove sono presso a 100; gli abitanti 500, di ogni condizione. L'illuminazione è bastante, copiosa l'acqua; le vie macadamizzate, e, tranne la principale che è comunale, son tuttora in manutenzione privata.—Così si espresse il signor Francesco Rossi nel 1878: come io debba modificare i suoi dati non so precisamente: certo è che Schio nuovo, sulle cui mura è scritto—il lavoro e il risparmio nobilitano l'uomo—cresce e crescerà e starà a modello di civile progresso e di vera morale educativa. Non vi sono taverne col tanfo del vino e dell'acquavite, nè gazzette colle acri fermentazioni dei romanzi e della falsa declamazione, nè spassi romorosi che facciano perdere la tranquilità dell'onesta vita dell'artiere. Ma vi sono le Scuole elementari, l'asilo, l'ospizio di maternità, la Palestra, il Bagno, il Lavatoio pubblico, il Panificio, ecc., ecc. Il sentimento che si prova visitando questi luoghi è tutto di dignità e d'amore. L'Asilo solo meriterebbe un libro popolare che lo illustri: la direttrice è la madre dei bimbi, le signorine istitutrici ne sono altrettante sorelle, la educazione, mirando tutta al cuore, sembra la più facile, la più persuasiva, la più proficua, per questi figli d'operai che sino dai tre anni sono avvezzi ad aver sottocchio il Nazzareno soave che invita a sè i piccini, e che grandicelli, nell'opificio tergendosi il sudore, leggeranno la scritta della massima morale, civile e religiosa:—L'operaio e il padrone sono eguali dinnanzi a Dio.

(Cannobio) 10 Agosto 1881.

Ecco, sbarco dal piroscafo, attraverso la piazza dell'imbarcaderovedo sì e no il nostro Conte Gilberto Borromeo, il nostro giovane letterato, l'E. B. e senza voler interrogare se c'è ancora sotto questo cielo quella gentilissima signora milanese, la L. C., dalle trecce nere, e quella bionda figlia di Genova la superba… (Niente! niente per ora!)… e senza voler sapere, dico, se i bagnanti alla Salute siano proprio oltre il centinaio,—salgo su pei viottoli del Cannobio… Al monte! al verde! all'azzurro! E la strada dopo i colatoi fra casetta e casetta, i portici semibui, le faccende delle botteghe, l'umida tenebria di un lavatoio e le spavalde accigliature di un torracchiotto, la strada esce fuori a sgranchirsi tutta al sole e a distendersi nella valle, qua ombriata da un profluvio di verde, là sciacquata quasi dai torrentelli colla sabbia argentina….

Passo dinnanzi allo stabilimento, dò un'occhiata alle muriccie su cui siedono cinque o sei giovanotti, ascolto un nome di un bell'astro, sbircio un lembo di paradiso fulgido e gaudente in gonnella e un mondo sciancato, sbillicante, riottoso al moto, e su e su e su… vado a sciogliere il voto alla mia Sant'Anna di Traffiume.

* * *

Sono solo.

Ecco il paesaggio mi si allarga dinanzi. Monti a destra, monti a sinistra, monti di fondo. I frassini, i tigli, gli aceri verdeggiano in sinfonia sul davanti e si fondono cromicamente colle nebbie azzurriccie della valle Cannobina: alle falde, qualche striscia di sentierucolo nei colti, qualche bugigattolo nelle vigne, qualche tocco di rosso in una macchietta all'ombra d'una siepe: su nel folto del bosco, le linee taglienti delle strade alle valli. E in alto il riso azzurro di un cielo profondissimo.

Allo svolto di un muretto, dove finiscono gli scheggioni ammucchiati del viottolo e cominciano le fughe serpeggianti delle scorciatoie sui pratelli; ecco un suono di campana… O Sant'Anna benedetta!

Nello stesso paesaggio di toni verdi e freschi ecco uno specchio lucente su un fondo translucido e sabbioso, di qua una parete di rupe a picco e bruciacchiata dagli uragani, di là un'altra massa fantastica di torracchiotti, di gobbe, e di arruffaglia, nel mezzo un anfratto nero, come la portaccia dell'ignoto, e su a cavalcioni dell'abisso, un ponticello bianco, due ciuffi di verde, e una chiesuola—la mia chiesuola col suo campanile a berrettaccio di mago e la sua voce tutta santa, tutta cara, tutt'ingenua, come la preghiera d'una mandriana.

E su, e su, e su. Dal ponticello si spia giù quell'orrida spelonca dei primi e mostruosi misteri tellurici: le pareti levigate dalla rabbia delle alluvioni, gli spacchi angolosi dei terremoti, i morsi giganteschi delle bufere, le bave isputacchiate dall'acque e le rogne dei licheni, i rovai dalle foglie sanguigne e la cupa opacità delle caverne, e il torrente senza colore, senza pace, senza pietà, che si storce, si gonfia, si avalla, si morde, si flagella e rimugghia con una sola nota di tinta e di suono—lo spavento.

* * *

Sono solo.

E quando la campanella ha cessato i suoi rintocchi, per raccogliersi pensierosa come negli echi della vallata, mi pare…. È o non è?… Mi pare e non mi pare di udire una cantilena che vien giù dal bosco, un suono basso di accordi e un suono argentino quasi di lamenti… È una preghiera… Sì, sì… Ed ecco qualche cosa che si fa spiare dall'occhio: un brulichio lungo, lentissimo, a pochi colori. È una processione. Sì, sì, una fila, due: c'è qualche lume abbacinato, qualche crocione d'oro, qualche cotta scialba di pievano, e qualche giubba verde di sindaco o qualche stendardo rosso…

Sono dugento povere donne montanare, bronzine, robuste, nei loro abiti scuri e colle scarpaccie di panno: sono altrettanti mariti e padri e fratelli e figli, abbruciati, tozzotti, colle tonache delle confraternite a zone rosse e gialle, a zone verdi e nere.

Sono alpigiani di un paesello della Val Vegezzo. Da quasi un mese si è inaridito il filo d'acqua vicino agli scheggioni delle loro capanne, e per sè e pei bimbi e per la mandra vengono giù ad implorare una Madonna del Gaudenzio. Non hanno più schiuma nei torrenti delle valli native, e per non cadere ancora sfiniti colle otri sulle spalle pei sentieri calcinati dal sole, arrivano colle gonne groppose e sudate e colle croci sulle spalle e le croci nel cuore, a strisciare contro le vostre sete profumate e i nostri paraseli di pizzo…

Oh che dite le mie signore, che sorridete, il dito mignolo in aria e l'anulare carico di gioie, frugando con una pagliuola nel fondo di una tazzona ghiacciata?

* * *

Non son più solo.

Una signora si fa portare una seconda tazzona e fra un sorso e l'altro mi dice che alla Salute c'è la gentile nostra contessa Dal Verme, la bellissima Signora P. A., la augusta signora T. M., e ci fu là brillante nobilissima L. C., e in un crocchio a lodare il mio amico architetto Giachi per le sue opere edilizie intorno alle doccie, le signore M. C., F. A., E. B. L'egregio nostro barone Galbiati mi racconta che lo stabilimento è pieno zeppo e la vita che vi si conduce è molto quieta di giorno, la cura e i lamenti pel caldo… e qualcuno dice anche per le bistecche; a sera un po' di musica, qualche trillo di fanciulla dilettante, qualche commento solitario ad una romanzetta incore e amore, alle 10 1/2 a letto. E tutto è finito. Vedrem.

Ritorno ancora colla mente all'antico convento: e m'aggiro in que' luoghi, cercando un posto solitario ove raccogliermi ad ordinare ed esprimere le mie vive impressioni.

La storia vi lasciò il dignitoso suggello delle memorie: il genio dell'artista desta gli echi del passato col fremito del presente. Così è: la polve giace polve, ma la favilla dell'Arte risuscita le anime e riscrive nel volume della vita dell'oggi le passioni delle remote età. I grandi avvenimenti sono come grandi colonne, travolte nel fiume del tempo: le acque passeranno e passeranno, e l'oblìo cancellerà sempre i languidi profili del passato: ma a chi si affaccerà a contemplare la immensa massa dell'acqua, fremeranno sempre, rigurgitando, almeno colla spuma, le onde, sovra i ruderi sepolti.

L'uomo può dirlo?… Ohimè! egli lo spera! L'uomo è l'atomo turbinato dal tempo: e la Vita, grande poetessa con una missione, o inconscio giullare del caso, sembra compiacersi a creare i contrasti.

Il convento di Pontida venne edificato da Alberto di Sogra, in occasione che si ricostruiva la chiesa del villaggio, che è pare la presente. Alberto stesso ne fu primo priore, e per consenso dell'abate di Cluny vi fece osservare la regola cluniacese. Nel 1121 vi morì prete Liprando, il prete famoso, il quale nei tumulti avvenuti in Milano per la quistione del celibato ecclesiastico, ebbe mozzi naso e orecchie: lo stesso che per provare lasimonìadell'Arcivescovo Grossolano si offerse di passare in mezzo al fuoco,

Nell'anno 1119 il Comune di Milano ampliò notevolmente il convento, e vuolsi vi aggiungesse un ospedale. Nel 1167 vi fu giurata la santa lega: io ne vidi le lapidi memorande: sembravano scolpite colle punte delle spade:Foederatio longobarda Pontidae.—Monaci posuere. Nel 1372, divenuto asilo de' guelfi bergamaschi, fu assediato e distrutto da Barnabò Visconti. Nel 1492 i Benedettini di Santa Giustina di Venezia subentrarono ai cluniacesi, obbligandosi a pagare annualmente alle Procuratie 150 ducati aurei. Nel 1798 fu soppresso e fatta la vendita de' beni.

A' nostri dì, in quel convento, pei corritoi e per gli androni strillano i bimbi, e dalle porte delle celle vedi le mamme curvate sul paiuolo bergamasco, impugnando il matterello, lo scettro della famiglia, e tramestando la polenta d'oro.

Sotto gli archi Sansoviniani del solitario cortile, cantano le allegre setaiuole, variamente affaccendate: e la fanciulla che tira su la secchia all'orlo del pozzo de' frati, sorride, contemplandosi in quello specchio d'acqua oscillante.

Si trova bellina: e il damo de' monti le ha già regalata la collana di coralli. Ahi! il curato l'ha già vista rossa in volto…

Nelle quattro gallerie, sull'istesso cortile, nelle quali il nomeBibliotecaintagliato su un cappello di porta, richiama alla mente il vecchio sapere scolastico, senza fremito di vita«de omnibus rebus et de quibusdam aliis,» nelle gallerie regna la sola scienza del guadagno, e modernamente signoreggia coll'abbondanza di bozzoli ammucchiati.

—Erano più felici i nostri vecchi? Siamo più felici noi?—Lo domando al soprastante.

E questi mi risponde.—Colla seta si fanno aspate, faldelle, trafusole, matasse e matassine, per mettere in commercio.

In uno stanzone vanno e vengono le fanciulle, in un altro squilla incessante un campanello applicato a quel congegno, per cui si passa la seta al provino per ben valutarne il tiglio; in un altro fra i libri mastri, le corbe, i robinetti, le lucerne da filanda, gli schioppi, i vagoni e le gabbie da caccia, canta tuttodì un merlo vivace, a piena gola.

Dappertutto è vita: la prosa efficacissima e necessaria si è sovrapposta co' suoi strati moderni alle lapidi poetiche, illuminate dalle luci dell'Arte.

Ma dove lascio te, povera chiesetta del convento? È una cosina graziosa, di stile puro, colla facciata a finissime modanature: la porta rettangolare, e le due eleganti finestre, dimezzate da un agile pilastrello a reggere gli arconcelli egregi, rispondono nel cortile Sansoviniano: due altre finestre, assai semplici fra la semiluce che accresce il rispetto alle cose antiche, di tratto gettano nell'anima una corrente di vivissimi pensieri, perchè dai loro bruni telai lasciano vedere uno spicchio di cielo sereno, smagliantissimo, e l'allegro fogliame di un orto innondato di sole. Cosicchè peni a vedere lo sconnesso pavimento, su cui si prostrarono i frati, e sotto al quale, sopra i loro seggioloni disfatti, immagini gli antichi scheletri, confusi nelle tetre ironie della tomba: nè puoi godere il bell'affresco dell'altare, un po' secco, ma sentito; nè la ricchissima fascia che ricinge di ornati, di figurine, di fantasie, di colori, le somme pareti della chiesetta.

—Ove saranno tante anime? Quando, proprio qui, dov'io sorrido, elle supplicavano, si sentivano più forti dell'oblìo e del tempo?… Ove saranno?… Così a me sempre piace interrogare il mistero.

Rispondono dalle grandi stie allineate lungo i muri i polli chiassosi, beccandosi acerbamente, perchè l'uno ruba all'altro il posto a mangiare. Se quei polli mi rappresentano lafolla, ciascun di essi è veramentefilosofo.

Alla bellissima porta si presenta un figuro lungo, un chierico di sessant'anni, bianco, cogli occhi orlati di rosso, il quale, facendo dondolare una cotta grigiastra al disopra di un soprabito abbondante, ci domanda in bergamasco:—Hanno detto che vogliono vedere la chiesa grande?

—Andiamoci.

Proprio in quel momento dal campanile, che sembra pesare sulla corte, dal manto del San Giacomo di rame, scoccano gravemente le ore, e il ronzio si perde sotto gli archi e nel lungo corritoio.

Questo mette capo allo scalone del convento, un convento esso stesso, amplissimo, solitario, colla sbarra cadente, coi gradini, che, a volerli popolare di macchiette, esigerebbero una processione daCorpus Domini, a' tempi de' buoni Comuni, nè più, nè meno.

Siamo alla chiesa. Venne fondata nell'anno 861, da Aganone, vescovo di Bergamo, e ricostrutta verso il 1087. È grave edificio di architettura gotica, a tre navate, con maestosi piloni, spaziosa, con un quadro che vuolsi del Palma, ed altri grandissimi. Ma sgraziatamente fu tocco dalla manìa del nuovo: quindi è discorde di stili, appesantito nelle volte da poche opportune pitture di trafori, ripulito dalle memori tracce dell'antichità.

La sacristia risponde alla chiesetta del convento, ed è, com'essa, bella, elegante, colle linee graziose dell'arte risorta. In un andito si vede in bassorilievo l'arcigno e potentissimo Lione di San Marco; e due marmi a rozze figure del disperso sepolcro d'Alberto (1095).

Confesso: in tutti i luoghi percorsi non ho avuto un pensiero che fosse mio, proprio mio, sempre frastornato da traffici moderni.

Ma c'è nel convento un angolo romito, dal quale l'occhio, posandosi sul verde de' monti o sul cielo di crepuscolo o sulle abbandonate aiuole di un orticello, chiama e richiama dall'Ignoto il seducente bianco fantasma della meditazione: e la Poesia induce nell'anima la dolcezza dell'assopimento.

C'è un loggiato dove vorrei la mia sosta tranquilla. Un portichetto, a quattro o cinque colonne, sporge sul melanconico terrazzo: l'erba cresce sui sentieruzzi, segnati solo da qualche gentile orma di piede piccino che va ad una siepe di lamponi: un fusto di colonnina col capitello sorge a vetustissima memoria: una vasca d'acqua nel bacino immoto e nerastro riflette le foglione di una zucca: i ragni tessono i loro fili d'argento. Di fronte il Canto, a monotoni castagni: lì basso biancheggia, con dolcissimo fascino, la quieta e rolonda cappella per la Pace: di fianco si allarga la valle, e il bagliore dorato di un tramonto di settembre involge lutto in un amplissimo velo da fata…

Come lo ricordo!

Vorrei un seggiolone a grandi borchie, colla pelle che s'accartoccia a lasciar sfuggire l'imbottitura, vorrei un coroncione da frate sul dossale, e un arazzo a' piedi, e un liuto con una corda spezzata, e due fiori appassiti. Vorrei stancarmi nel contemplare e nel pensare: vorrei chiudere gli occhi a poco a poco, e aprire l'anima ai sogni e sentire una musica che blandisce, ed odorare un profumo. Strana cosa è il sonno!… Sento una calma, un riposo, una vicina oscurità. Non è poi strana cosa la morte!… Che è?… La oscurità incombe. Chi ha spezzato le corde al liuto? Quelle rose non erano fresche al mattino?… Nessuno risponde.


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