25 novembre.—Angelucci, vecchio ed illustrissimo pedante, viene a Milano, e presso i pedanti illustri di Brera, critica il mio opuscoletto sulle armi del museo archeologico. Che m'importa? Ma credevo quello studio una prima base, per farmi un po' di nome, per andare avanti,per rendermi degno di te. Che m'importa dell'archeologia? Sono artista e non antiquario: son poeta e non rigattiere. Ma mi sento sconfortato.
27 novembre.—Ieri mi trovai coll'Angelucci. Ilchiarissimoamico non moverà un dito per aiutarmi: e se gli venisse l'occasione, mi mozzerebbe anche la strada, parlando dei miei spropositi. Mille grazie. Per il nuovo lavoro che devo cucire avevo bisogno di un po' di coraggio. Mongeri mi spaura, Porro è indifferente e Angelucci mi lasciò freddo. Nessun passo farò: sono ricco, lo dicon tutti e me lo dicono…. Grazie.—Anche oggi devo aspettare l'Angelucci qui in casa. Oh questo mio studiolo dovrebbe per me essere un luogo di pace, di raccoglimento, un santuario di speranze: le mie belle armi, i mobili, la luce, il sole, il tuo ricordo….
Da un po' di tempo, per queste mie sciocchezze d'archeologia, che non approdano a nulla, trascuro i poveri e mi faccio indifferente alla miseria altrui…. Ero sepolto, ero oscuro, ero rassegnato, ero buono, perchè ridiventai ambizioso e impaziente e credulo in un avvenire mio? Mi tornano le malattie tremende.—A guarirmi da questi spasimi vorrei viaggiare: sarei anche partito per l'Egitto, ma perchè rompere l'ordine posticcio della famiglia? Mio Dio! mio padre invecchia e mi fa compassione, mia madre, dopo tante sofferenze incomincia a star un po' benino…. E viaggiando non sentirei il demonio dell'odio e l'angelo dell'amore in me?
(Sera).—Sin dopo il primo dell'anno 1881 non voglio vedere nessuna ragazza: aspetto il tuo biglietto di visita! E poi?
28 novembre.—Devo andare in casa Sola-Busca per vedere gli oggetti d'arte antica. La ricchezza mi spaventò sempre. Vorrei andare a Limbiate al vecchio cimitero. La morte mi consola sempre. Credo in Dio e sento la sua pace.
3 dicembre.—Oggi ho incominciato il lavoro di archeologia: non ho pensato a te e ho potuto lavorare.—Mio padre è a letto, non si sente bene. Se di notte mi sveglio, i miei pensieri sono tristissimi. Che figlio sono io per lui? Che uomo d'onore sono io per te? Li capisci questi tormenti?
Ieri il Consiglio della Società degli artisti e Patriottica mi volle proporre a segretario; oggi dal Comitato per l'esposizione del 1881 ricevo la nomina di membro di una commissione per una mostra d'arte antica. I miei concittadini hanno fiducia in me: io solo non ho coraggio! Lavorerò, accetto pensando a te.
11 dicembre (sera).—Oggi prima di pranzo mia madre mi racconta che Vittoria è fidanzata. Era la fanciulla conosciuta da lei, da lei amata, da lei forse desiderata…. Non ti nascondo una mia illusione: avevo avuta molta intimità con lei, là sui monti, in faccia al cielo…. Sullo scoglio dello Spitz mi aveva dato il braccio….
Che vuoi? Nella mia vita stupida, fredda, senza gioie e senza dolori, mi era parsouna gloria l'essere vicino ad una vergine: pensando a te, Lidia, che non mi amavi! Mi pareva di non essere così brutto, o così sciocco, o così pedante, come sono!
Perchè sarò incatenato alla tua memoria? perchè morire scettico e illuso per te? L'essere con una fanciulla, gentile ed elegante, in una chiesetta di montagna, il toccarle il piedino per darle la staffa, il ricever sorrisi e la frase:—Oh credevo che lei fosse serio serio!—l'offrirle fiori, confetti, erbe: il mangiare con leicoquettementsullo stesso vassoino un dolce, vedere un volto fresco, lieto, aperto, udir una voce giovane, capisci, Lidia, che sono cose che per me le dico tentazioni? Il tuo ricordo impallidiva.
Dovevo forse lacerare tutte queste carte. Il tuo nome solo, o mia Lidia, doveva esser scritto su queste pagine. Invece, quante volte ti dimentico per esprimervi sogni, speranze, illusioni! Ma questa è la storia dell'anima mia.
Ti avrei scritto anche le orgie, gli abbracci lascivi, le ebbrezze, se non fossi sempre vissuto così timido!
* * *
Vado a prendere delbromuro di potassio. È la cura per i miei amori.
13 dicembre.—Oggi fui in casa E. Per vedere le cose antiche sedevo sul tappeto ai piedi di una scansia: la signorina era vispa e spensierata, ma io sarei troppo vecchio per lei.
15 dicembre.—Oggi prima di pranzo la mamma mi dice che Vittoria sposa un ingegnere e va a Merate, in campagna. Ciò prova che era una buona ragazza adatta per me. O Lidia!
25 dicembre(Natale).—Sono in pace: ieri a sera ho baciati mia madre e mio padre. Oggi De Marchi mi manda delle sue novelline pel Natale: le dedica—Alla mia Lina, che m'intende, Chi intende me? Io avevo tanto bisogno d'amici e di quiete d'animo, e come invece son sfortunato!—Penso se mi manderà o no a capo d'anno il biglietto di visita!
26 dicembre.—Stanotte, morbosamente, le ho sognate tutte le spaventose voluttà della donna. Stamattina, vedendo il sole, ho sentito desiderio della mia fanciulla! Che importa a me di tutto?—Vorrei esser felice.
È squallido l'oblio.
27 dicembre.—Come sono scoraggiato! Stassera vado da Monsignor Arcivescovo. Sono invitato come uno dei patrocinatori pel ristauro di San Vincenzo in Prato. Che m'importa dell'archeologia? Una volta avevo tanto dolore, ma tanta era la mia speranza! Ora non ho più dolore, ma non ho più speranze! Apatia!
28 dicembre.—Gli altri che lavorano hanno un po' d'ambizione ed io mi sprofondo nel massimo sconforto! Eppure l'anima mia si sente nata per sprezzare ogni ambizione, ogni fumo, ogni finzione, e per esser modesto e tranquillo e felice con una donna!—Studiare? Studiare? No, no, no! s'accresce il mio sconforto sui libri!
Devo scrivere per Treves un articolo sulla Rocchetta del Castello.Sento il peso che mi sono imposto.
Sono persuaso che i miei sono studii di archeologia seria ed utile?No: rubo dai libri. Sono persuaso che ci vuol grande fatica a studiare e che mi manca tutto? Sì enon ho più volontàdi studiare. E perchè? perchè, mio Dio, ho la mente tanto torpida? Dicono ch'io scrivo con facilità: se sapessero il mio tormento!
«Oh blest be thine unbroken light!»
1.° gennaio 1881.—È finito un anno! Un altro incomincia!—Trepido aspettando il tuo biglietto, o Lidia.—Chi si ricorda di me? Vittoria pensa alla felicità delle sue nozze: tu dove sei? Come hai passato Natale? Ti ricordi che ho una famiglia? Che dovresti averne una anche tu?
Ho lavorato fino alle cinque e mezzo, si fa buio. Presto andrò d'abbasso pel pranzo. La portinaia mi darà il tuo biglietto?
2 gennaio.—Jeri, scendendo le scale, mi dissi:—E se mi mandasse col suo biglietto un altro che fosse di suo marito?—Stamattina ero quasi libero e gaio: a mezzo giorno, tornando quassù per lavorare, accendo la stufa. L'odore di pino bruciato mi rammenta Limbiate, e i fuochi dei poveri focolari in novembre, e il tormento dell'anima mia…. Non dimenticarmi che ho sofferto tanto! Non dimenticarmi! Verrà la primavera a darmi i languori e le poesie e i ricordi…. Ed io sarò solo nell'anima mia.—Non dimenticarmi!—Vorrei guardare il tuo ritratto, ma non oso!
(Sera).—Perchè mi hai dimenticato così? Non sai ch'io lavoro per te? Che m'importa dell'archeologia, della politica, dell'arte?
Mi rompo lo stomaco di giorno nelle biblioteche, e rubo il sonno di notte, per lavorare per te…. Senza cuore! dimenticami, ma non sarai dimenticata da me; verrà la primavera, verranno le mie prime viole, leggerò ancora il mio Byron…. E ti amerò! Ti amerò!Ti amerò sempre!
3 gennaio.—Oggi sono rimasto fuori di casa tutto il giorno. Tornando a pranzo, speravo che la portinaia mi desse il tuo biglietto…. Come due soli anni fa t'avevo santamente e mestamente pregata di mandarmi un solo biglietto!—Nulla.—Come è squallido l'obblio! Lo sento ora. Che scopo avrà la mia vita se anche questo sogno è perduto? Lavoravo, lavoravo, lavoravo, perchè il mio nome giungesse a te come un nome onorato e stimato…. Ed ora?
Il nome? il nome? Per un matrimonio, che accontenti le ciarle del mondo, bastano i denari di mio padre! Chi sa ch'io fui casto, tormentato, poeta e gentile? Chi lo sa? Perchè non mi sono dato alle femmine?—Mio Dio! tu sei in alto, più in alto di me e di Lidia e tu vedi e mi premii così! L'obblio! E perchè non la morte, se mi cadono tutti i sogni di sette od otto anni?
4 gennaio.—L'oubli seul sépare. Siamo separati e questa volta per sempre! O mie memorie, miei boschi di Limbiate, mio cimitero, mie malattie!—Tutto è finito ed io coltivo squisitamente il mio dolore.
6 gennaio.—Suonano le campane da morto. È morta anchel'anima mia! Chi conosce il tormento di questa mia solitudine?
Tu non mi ami! hai pensalo a spezzare il filo fra noi, il filo sottilissimo? Hai provato dolore?
Io non reggo! Mi decido a mandarti il mio biglietto. Capirai perchè ho tardato?—ho guardato il biglietto che mi hai mandato l'anno scorso: mi sono sentito commosso.—Tutto il giorno ho studiato, e mi sento stanco: un giorno il mio lavoro lo dedicavo a Te.
Ho preparato il mio biglietto per Lidia. Per vedere l'indirizzo, ho voluto rivedere quello suo dell'anno scorso: la busta è povera, c'è un francobollo meschino dadue!—Chi è questa fanciulla?—Ti mando il mio biglietto: tardi: che dirai? Ti annoio?—Se non mi rispondi col Tuo, siamo davvero separati dall'oblio.
9 gennaio.—Dimmi, quando sarà finito il mio tormento? Aspetto la tua carta di visita. Se non rispondi, Ti odierò!Sarà l'odio, non l'oblio!
11 gennaio.—Perchè annoterò anche le debolezze? ho pianto! Or ora ho incontrata la mia fanciulla….
Non scrivo! non scrivo! E supplico Dio che Tu mi dimentichi, o Lidia! E perchè?—Chi mi vorrà un po' di bene?—La scienza, la scienza dei libri è crudele, è crudele e mi schiaccia!—E questo stupido pettegolezzo della politica come è vuoto! Dio mio!
Mi suona nell'anima un riso argentino di fanciulla che poteva farmi felice.—E sono qui impotente, iroso ed odio.—Che mi valgono quelle sciocchezze che ho pubblicato sui giornali e sui libri? Sono ambizioso io?
Vorrei essere felice: vorrei essere contento: vorrei esser quieto.
12 gennaio.—Quante cose ho sognato stanotte. Ero felice!
18 gennaio.—Mi faccio forza: non voglio scrivere…. Siamo separati. Tuhai obliato! Io non posso rimanere qui, in questo studio. C'è il mobiletto, le tue, le mie lettere, il mio tormento. Come vorrei mutare studio e incominciare una vita nuova!
Ieri a sera ho veduto il seno opulento di un modello nudo alla scuola degli artisti: io ho aiutato a vestire quella ragazza. Dio, che perdizione nelle carni della femmina! Ho ventinove anni e vorrei impazzire nella voluttà.—Oggi devo accompagnare al cimitero una mamma. Stamattina ho baciato la mia.—Il tarlo fa un gran buco nel mio cassettone.—Come vorrei mutare!—Spero ancora…. Il mio biglietto T'è giunto?
Forse sei partita per la Germania e il mio biglietto non Ti trovò aVenezia.
30 gennaio.—Siamo separati. Come hai dimenticato!Ed io ti ho amato tanto!
Perchè rimarrò qui? dove tutto mi fa ricordare di Te? Vorrei cambiare cielo e abitudini…. Vorrei la mia donna!
Non scrivo di più.—La Tua memoria è santa. Tu fosti il mio angelo, ho tanto sofferto per Te. Ma non ti odio, no, no! Ti benedico.—Forse sono l'ultime righe che scrivo. Seppellirò tutte queste carte, ma la tua memoria sarà sempre in me, e lo sa Dio s'io ti perdono.
10 febbraio.—Perchè non posso sognarle le mie illusioni?—Perchè sono artista?
19 febbraio.Anche tu, Lidia, dovevi sposarti in febbraio. Oggi si marita quella ragazza con cui ho passato più di un'ora gentile, là sui monti, dove tremavo di vederti.—È finita ogni mia speranza!
20 febbraio.—Da vari mesi trascuro i poveri, per darmi a un po' di studio…. A che studiare? Io non riuscirò. Ho sempre scritto pensando a qualche anima gentile…. Ed ora?Che deserto!
Mio Dio, Ti supplico, ginocchioni, gettato a terra Ti supplico, fammi morire!
Ho letto le memorie dell'anno scorso.—Mio Dio, fammi morire.Risparmiami un altro anno di tormenti.
Trovo nel cassetto una memoria che mi diede Vittoria. Oh piango!—E devo scrivere pei musei e pelle biblioteche.
Ho lavorato cinque ore. Scendo. Trovo i confetti della sposa.
21 febbraio.—Perchè sono sì sconfortato?—Si muore così bene a trent'anni.
25 febbraio.—Ho lavorato tutto il giorno, come un somaro, come uno scolaretto. A chi dedico ora i miei pensieri?
26 febbraio.—Ho sentito le campane—solenni—di San Carlo suonare come in quelle sere in cui dopo la mia malattia nel 74 io passeggiavo solo nei giardini pubblici… O Lidia, come Ti amo ancora!
Oh suicidio!—È sera: è buio. Dispero.—Lidia, non potei resistere. Lessi una tua lettera a me: tu fai voti pel mio avvenire.—Sono scorsi due anni e Tu mi hai dimenticato!
27 febbraio.—Hanno finito di sorridere per me le fanciulle…. e non mi hanno mai sorriso.—Come vi voglio bene, o miei ferri vecchi, o povere armi, che fra tante tempeste mi avete dato occasione a un po' di svago! Le conosco tutte:—alcune mi rammentano delle date: quando Lidia mi scrisse: quando scrissi a Lei: quando ero disperato: quando ero consolato…—Avevo giurato di non aprire più queste memorie, di perdere la chiave di questo cassetto. Se potessi mutare camera, idee, abitudini, e pigliare un po' di speranza!
28 febbraio.—Povero mio cuore!… Sciocco! povera mia carne che nulla godesti, che avesti l'inferno nelle fibre e che sarai mangiata dai vermi! Povera giovinezza che sei passata, senza godimenti, senza voluttà, senza ubbriachezze!—E il mio inno a Dio?
3 marzo.—È primavera: è giovedì grasso, ho assistito in cimitero alla cremazione del prof. Goletti. Una donnina elegante e bella ciarlava. Gli uccelli sentivano l'amore.—Sono solo!—Stanotte ho vegliato penosamente. Mio Dio, darei tutto a' tuoi poveri, sacrificherei questa mostruosa passione per le cose antiche, mi rinnegherei, ma Tu dammi—per un'ora sola—il conforto sommo di appoggiare la mia testa sul seno di una donna che mi ami—che io ami!—Chi mi ha amato? È primavera: mi guardo nello specchio—come sono brutto io!
4 marzo.—Perchè questo sconforto? Perchè ti ho amato troppo. E Tu lo meritavi?—Cominciano i giorni delle indecisioni, dei dubbi, degli spossamenti.—Dammi l'oblio,—dammi anche l'imbecillita: ch'io non abbia più memoria.
5 marzo.—-S'io prendessi moglie avrei coraggio di distruggere queste annotazioni? Avrei coraggio di conservarle?—Non prenderò moglie.
6 marzo.—Un giornale, laLombardia, parlando delle cose politiche, mi insulta. Che m'importa?—Ieri a sera ho accompagnato mia madre alla fiera di Porta Genova, ero felice d'averla con me. Oh sento come spenderei bene le mie premure con una donna!
La notte veglio penosamente.Sento un gran vuoto! Mio fratello ieri non si sentiva bene: ed io penso come sono cattivo con lui. Gli darò tutte le mie armi. Che mi resterà per un po' di svago? Le mie armi mi danno l'unico conforto: mi sento artista!
7 marzo.—Come sono melanconico, la mattina quando mi desto!—Come mi spavento pensando che il mio nome è lanciato al pubblico! Chiunque mascalzone avrà diritto di sindacare i miei atti della vita privata? Come mi spiacerebbe s'io divenissi ridicolo!—Chi mi insulterà? E rinuncierò io a quella soavissima e dolce pratica religiosa della eucarestia? ho sempre pensato a Te, Lidia.
Perchè non lavoro? Perchè l'unica mia gioia è il desiderare la morte? Qui nel mio studio sono tormentato da tutti i miei ricordi, da tanti rimorsi, da troppa sfiducia.
—Perchè ricordo quei mesi in cui studiavo il tedesco e l'inglese? Sono qui ancora i miei libri, Goethe e Byron, e mi fanno la più grande tristezza.—Disimparo le lingue per dimenticare le mie prime illusioni. O mio Gesù, lessi per primo libro in inglese e tedesco il tuo santo vangelo. Come era il mio amore?
9 marzo.—È una splendida giornata. A questo sole, a questo cielo, a questa gran vita che si diffonde io grido:—Mio Dio, fammi morire!—Come è profondo il mio sconforto! Di notte veglio tormentosamente pensando al mio avvenire. L'ho aspettata con ansia la primavera, per lavorare quassù al tepido, all'aria dolce, ed oggi mi sento che il marzo e l'aprile vengono a spossarmi funestamente. Non ho più la speranza in Te che mi consoli: ho la tua memoria che mi tormenta.—Ho bevuto stanotte molto bromuro di potassio. E come sono turbato! Devo fuggire da questo mio studiolo. Quanta tristezza!—Dove vado? In biblioteca fra i libri vecchi. Fuggo! fuggo da questo abborrito studiolo!—E quando, vecchio, sempre più disilluso, o infelicissimo o colpevole o—peggio—sterile, quando le cercherò ancora le memorie della mia giovinezza?
10 marzo.(Sera).—Suonano le avemarie. Come sarei felice vicino ad una donna! Nel buio scomparirebbero le mie bruttezze. Forse parlerebbe potente—poetessa unica—l'anima mia. Oh miei ricordi!
Credevo d'esser ambizioso e non lo sono!—Sono ammalato.
Era di marzo; ero convalescente, ero innamorato dei fiori e dei bambini, nel 1874, amavo amavo amavo la mia fanciulla! E mi cadevano i capegli e mi sentivo buono!—Ed oggi?
Adorai la Madonna nella Pinacoteca. Nel mio studiolo, venne un giovinetto mio conoscente, profumato, elegante,distinto…. Come in faccia sua mi sentivo piccino e sciocco e originale!
17 marzo.—Ho qui le bozze delle sciocchezze archeologiche che ho scritto pel Vallardi. Stamattina ho giocato con qualcuna delle mie armi antiche di predilezione, ero contento! O perchè ognuna di voi ha un ricordo per me?
Una sciocchezza. Il mio articolo pel Vallardi fu composto da varie donne. Vi leggo i nomi scritti in lapis. Perchè è un buon augurio? Perchè di così poco mi sento contento?
19 marzo.—È primavera. Stasera dovrò presiedere la Commissione degli studi alla Patriottica, una commissione di professori e diillustri. Che m'importa della scienza?
Sono nervosissimo.—Queste cose antiche che mi stringono d'attorno sono polverose. Vorrei avere dei fiori e degli uccellini.—È primavera!
25 marzo.—Stamattina dissi a mia madre: ho ilnichilismo nell'anima; dovevo dire:ho l'amore il più potente! E chi ama me? E così domandando chi mi ama, che sarà di me, se sarò felice, così, aspettando, pregando, soffocandomi, bestemmiando, ho lasciato scorrere otto anni, i più belli della giovinezza.
Sto correggendo le ciarle archeologiche pel Vallardi. Penso a Limbiate in questo giorno piovoso, e leggo qualche verso di Byron.
Fra sei giorni devo fare il buffone (per beneficenza) alla Patriottica ed oggi voglio uccidermi in uno dei peggiori accessi di amore e di odio.
28 marzo.—Continua il mio parossismo.—O mio avvenire! Oggi voglio fare una visita in cimitero.
Ma perchè scrivo? Èl'unico mio conforto.
(Sera).—Perchè vengo quassù? Per annotare: anche questo giorno è passato, un giorno di noia, di sconforto, di tormento, come tutti gli altri. Atrenta anni.
Sento un suono di pianoforte. O mio gentile, o mio santo, o mio mesto ideale della donna!
(Sera).—Il parossismo è passato.—Sono spossato!
1.° aprile.—La mia giornata incomincia colla noia. Io non posso più stare in questo odiato bugigattolo del mio studio, dove mi perseguitano tutte le memorie più tristi….Si je vous ai fait du mal…. Senza dubbio, mi hai fatto un grandissimo male.
Le mie memorie più dolci sono quelle di Limbiate, dei boschi, delle solitudini, del cimitero. Ieri ho visitato Mantegazza, De Albertis, Induno, nei loro studi: come li invidio! Il mio studio l'avrò, e nel mio studio verrà una donna a sorridermi?… Mi guardo nello specchio. Non ero poi sì brutto: dopo la malattia ho perduto i capegli e la giovinezza. Ero venuto quassù per scrivere il verbale della Associazione Costituzionale.
Perchè gli altri miei amici sono contenti?
Vidi ieri un mio amico—un gentile e bel giovinetto. Come lo sento il desiderio d'essere gentile e bello.
Torno quassù. Che disamore! che mancanza di fede e di entusiasmo!—Tutti i giorni l'istessa noia: la biblioteca, la Congregazione, la Patriottica.
Spossato come sono, morrei calmo e, direbbero i miei parenti, sereno. Non spero nulla. È finito tutto per me! Non leggo più Byron nè Goethe nè Dante: disimparo il francese, l'inglese e il tedesco (oh mie notti invano spese!), e oblio tutto, e se mi faccio inscrivere alla Società Storica Lombarda è per ironia.
Che importa a me di ciò che è grande e nobile e generoso?
La mia noia mi avvelena tutto.—Andrò in Biblioteca.
Una sola passione mi rimaneva—le mie armi. Un solo odio mi rode—l'odio contro me stesso che nulla volli o seppi godere nel mondo inebbriante. Che importa a me di tutti questi sogni? Da otto anni, da dieci, da dodici anni, io farnetico: c'è da impazzire.—Ora tutto è finito!
L'oubli seul sépare.—Ecco l'obblio.
Hai ucciso l'anima mia.
(Sera).—S'io prendessi moglie?—Oh suicidio!
2 aprile.—Proprio nel momento in cui preparo la tromba per la buffonata di stasera alla Patriottica (che tormento per me!) apro il mio mobiletto, e leggo questa mia frase a Lidia—La mia giovinezza non ha più scopi.
L'anima mia è ammalata a morte. Mi divertirò stassera? Farò ridere gli altri? Non volevo scrivere, ma lessi…. Dopo due anni, ho pensato sempre a te, o Lidia.
5 aprile.—Come sei triste, o primavera, per me!—Sono disoccupato. Il mio cervello si ottunde: sento un peso alla testa: non saprei scrivere due righe. Potessi divenire pazzo!—Vorrei viaggiare, ma ecco un nuovo tormento: non posso, e potendo non vorrei: il sole mi macchierebbe orrendamente la faccia: sono già sì brutto!
Ricevo la notizia che il povero Don Angiolo di Limbiate è morto e già sepolto. Ecco un altro anello al nostro passato che si spezza. Ricordo i soli delle brughiere, le nostre caccie, i nostri giorni felici.
7 aprile.—Ieri ho fatto una visita in casa G. La signorina è gentilissima con me. Arriverà il giorno in cui io abbrucierò queste pagine? È un sacrificio necessario pel mio avvenire.—Sono stanco, impigrito, senza speranza, senza dolore e senza gioia.—Perch'io possa mutare vita è assolutamente necessario ch'io non venga più quassù, ch'io non pensi più, ch'io non prenda più la penna…. A che?—Lidia mi ha fatto gli auguri di un avvenire felice. Sarò felice? Con chi?—O la mia vita sarà nel doloresempreper lei che si è dimenticata di me?—Ti sei fatta sposa? Dove sei? Dolore! dolore! dolore! Non so scrivere e non so sperare.
Oggiper gli altrifui impaziente e risoluto: permesono sempre stato un somaro e uno schiavo.
È primavera. Rinverdiscono gli alberi: tornano le rondini…. Un poco di pace, un poco di pace!—cessi l'odio.
Oggi ho comperato il letto a una povera mamma giovane. Una volta la carità la facevo in nome Tuo, ispirandomi a Te, o Lidia, ed ero gentile… Ed ora?—Bisogna ch'io fuggaquesto luogo e queste memorie.
Domenica 10 aprile.—È domenica. Io non prego Dio: ma lo maledico: io impreco, io bestemmio, perchè ioodio. Tormenti indicibili d'amore e d'odio, di gelosia, di furore! E c'è il mondo che vede, che parla, che vuol ciarlare, che ciarlerà: quindi io chino la testa, e misoffoco: mi vinco, mi uccido, mi sbatto a terra e faccio l'indifferente!
L'indifferente?…. Fuggi! fuggi, lontano lontano, viaggia e dimentica.—Perdo in salute, peggioro il mio carattere: ma sto qui…—Ho letto con voluttà mestissima lemie ultime volontàa mia madre. O gente positiva, come ridereste voi se mi vedeste piangere! Mi ammalerò ancora? perderò i capegli? diventerò gentile nell'anima ma schifoso nel corpo?
—Prendi moglie, mi dicono gli amici, e una signorina mi fa tante gentilezze, una signorina ricca, d'ottima famiglia, e côlta.
(Sera).—A te, povero foglio di carta che puoi essere bruciato, a te consegno le espansioni dell'anima mia—il sangue del mio cuore.
S'avvicina Pasqua e spererò nel perdono di Dio. Dio non può perdonarmi…. Eppure ti prego ginocchioni:—Fammi morire, prima ch'io muoia maledetto dagli altri e fa che tutti sappiano ch'io muoio, augurando la felicità agli altri.
Rilessi le memorie dell'aprile dell'anno scorso. Dove seppellirò queste pagine?
14 aprile.—Ho messo in ordine queste mie cose vecchie. Ho cambiato di posto a' miei manoscritti e a' miei libri letti nella malattia del 1874. Per far luogo…. a che? Spero ancora di scrivere?—Oggi sono stanchissimo. Sono spossato dall'odio e perdono! Ma che scopo ha la mia vita?—Due dì fa sono stato a Limbiate: oh primavera! oh primavera, come io ti sento! Vidi i fiori, i bambini, le rondini, le farfalle. O fanciulle, se sapeste come io mi tormento!—Giù, là in fondo, in quel terzo giardinetto tutto il dì siede una mamma felice e gentile.
15 aprile (sera).—Venerdì Santo. Tu risorgerai, o Gesù, ma l'anima mia è morta.—Sono spossato, Oggi ho pensato delle cose gentili, pure, con un po' di speranza.
16 aprile.—Ho accettato di scrivere le appendici artistiche delPungoloper l'Esposizione. Avrò coraggio di scrivere? E che scriverò?… Uscivo dalla Direzione delPungolo: mi sentivo contento, superbo: con un po' di speranza…. Perchè Ti ho ricordata? Il mio supplizio deve essere eterno?
17 aprile.—Un po' di giorni fa sono stato a Limbiate. Come ho ricordato i miei tormenti! Ho tentato di scrivere un raccontoTisi ed isterismoper scrivere i tormenti di un giovane e di una giovane: oggi trascrivo qui queste righe:—«Il corpo sentiva addoppiarsi la vita e la robustezza, sentiva un veleno diffondersi prepotentemente per tutte le fibre: v'erano dei momenti in cui tremavo di febbre e sentivo come in me spezzarsi qualcosa, dei momenti senza mia coscienza in cui mi gettavo a terra, abbracciando l'immensa madre. Nei campi graffiavo a smuovere le zolle, cercando la feconda vita degli insetti e dell'erbe, odorava con voluttà l'odore che usciva da quelle viscere, scaldate dal sole. Questa terra coprirà un giorno le mie ossa, dicevo, e precorrendo col pensiero, vivevo una vita superstite nei mille atomi del mio corpo, che si sarebbe sfatto, per rinascere, per fecondare l'amore degli insetti e dell'erbe: e gioivo, gioivo, piangendo, e parevami che le mie mani strette negli steli, i miei capegli mossi dal vento, il mio occhio fisso in qualche fiore, mi dessero la massima delle voluttà, che emana dai capegli di una maliarda, dall'abito infocato, dalle pupille spossate. Terra! terra! Come ti ho amato! E da quei deliri, da quei contorcimenti mi levavo, fissando lo sguardo nel cielo….»
Chi capirà il mio tormento?—Vi vidi insieme e contenti! Oh siate felici!
(Sera).Leggevo una lettera di Lidia a me, la più gentile, la più confidente…. Ed ecco uno sciocco amico, illuso letterato, mi chiede denaro…. Vita stupida fra questi giornalisti!—Che scopo ha la mia vita? L'Arte?—Non credo all'Arte.
Lunedì 18.—Ieri a sera, vicino ad una Birreria e casa di giuoco, mentre raccontavo ad un mio amico d'infanzia i miei scoraggiamenti e le mie amarezze, udii il suono dell'orgia. Voci di donne e canti di avvinazzati…. Dio! perchè mi fai tanto soffrire?—Oggi visitai un mio amico che è felice pensando che sposerà la suaZozò: cara famigliarità! dolci scherzi! tenere confidenze!My dear Zozò.
—Sono rimasto qui al tavolopiù di tre ore. Non mi è uscita un'idea mediocre dal cervello. Come farò?
(Sera).Dottore, dottore, senti il mio martirio orrendo. Ho amato una vergine: mi ha dimenticato: e sono legato a lei. Quella vergine non la vedrò più, ma spero nel perdono di Dio.
Dottore, dottore, come si guarisce da queste malattie? È orrendo il mio tormento! Che cosa ho fatto per meritarmi tanto castigo? Mio Dio, la mia fede era tanto gentile e l'anima mia era sì pura!
Martedì 19.—Io non reggo più. Ho dormito affannosamente con una smania terribile.
Sono l'ultime righe che scrivo. E come se morissi e ricevessi il pane dell'amore di Dio, parlo a tutti dal profondo dell'anima mia.—Perdonatemi tutti: sii felice, tu prima di tutti e di tutte, o Carlo. Sii felice, Tu, povero Peppino, e ricordati di me che ti ho amato tanto e ti ho sempre ispirato gentili sensi di affetto e salde parole didovere: cresci buono e studioso e fidente nella vita. Perdonami, o R., il mioTintoretto, il mioGiuliano!… E Tu, Lidia, povero cuore, Tu, gentile mia illusione, ricordami, se puoi, ricordami come si ricorda un fratello. Ma non odiarmi! E perchè? perchè odiarmi? Dio ti conceda le dolcezze che a me vennero dal tuo ricordo, quelle sante paci, quelle soavi e purissime religioni. Non ti affligga Dio coi miei martirii. A te ripeto:Sii felice! sii felice, sii felice!come quattro anni fa. E ricordo che anche tu mi avevi fatto questo augurio:Soyez heureux comme vous méritez de l'être.—O Lidia, il mio pensiero era di darti mia madre, di darti il mio cuore, di farti contenta, ed io avrei lavorato, forse avrei acquistato un nome, e Tu dovevi essere la miapace. Perdonami e sii felice!—E a Te, mia mamma, che dico? Quante volte mi sarei ucciso, ma sempre ho pensato a Te. Eccoli, o mio amore sincero, costante, vigila, eccoti il mio cuore.—Non spaventarti dei miei martirii e delle mie bestemmie. Ho avuto dei momenti di fede così gentile, che Dio mi salva.
—Credevo fossero l'ultime righe! Ancora aggiungo:—O mia madre, o mia Lidia, perdonatemi, ricordatevi di me. Ancora una volta perdonatemi, perdonatemi.
5 maggio 1882. Venerdì.—È passato più d'un anno: ed apro il mio mobiletto: e noto questa data….
Come sono invecchiato! Non ho più fede! Non ho più speranza! Non ho più coraggio! Ho aperto questo mobiletto per vedere se c'erano nascoste certe mie annotazioni di cose antiche militari.—Da Lipsia, Sacher-Masoch mi invita a scrivergli un articolo…. È questa la gloria sognata? Il mio articolo sarà tradotto in tedesco.
Chiudo ancora il mobiletto: e non l'aprirò più fino a un altro anno. E poi?
Oh chiudete me sotterra!
Non amo più le mie memorie.
——
Da Milano.
Prima di chiacchierare un pochino e di aprire un foglio solo del mio gramissimo albo, devo dirvi, o amici miei, che ai tanti di luglio dell'anno di grazia 187…, in una caldissima ora di mezzogiorno, io mi trovavo in un vagone di seconda classe: e devo dire che il conduttore aveva spalancato lo sportello, gridando:—Serravalle!—Viaggiavo da modestobaccelliere: avevo lasciato Milano e correvo inverso Genova. Da Genova, alla ventura, dovevo partire per qualche paese della riviera.
Ora che ho posto la data di luogo e di tempo, fedele come un notaro, permettete che io mi presenti a voi con una penna d'oca e una cartaccia in mano, come siete soliti a vedermi e a canzonarmi. Ma aspettate!… La penna, a vero dire, l'avevo già stizzosamente rosicchiata da un mezzo mese e già era caduta in minuzzoli e sfilacci sulle pagine del mioCodex repetitæ prælectionis: la cartaccia era nelle mie mani e sotto i miei occhi (e c'è ancora nel mio cassetto): e ve la spiego innanzi, avvertendovi che contiene tutta roba rubata. Ma per mia scusa dico che niente mi pareva di più naturale: cioè voler sapere qualcosa e volerlo con minore fatica. Se desiderate, leggete:
«Il paese compreso fra il Varo e la Magra, fra l'Alpi, l'Apennino e il mare chiamossi anticamente Liguria, e Ligustico il mare interposto fra le amene sue rive e la Corsica. Prima delle guerre e delle mutazioni di stato avvenute in Italia per effetto della rivoluzione francese del 1789, tutta quella contrada, divisa in Riviera di Levante, Riviera di Ponente e marchesato di Finale rinchiuso in quest'ultima divisione, e denominata la Repubblica di Genova, corrispondeva in grandissima parte all'antica Liguria: perciocchè la contea di Nizza e la signorìa di Dolceacqua, Oneglia e Loano erano in potestà del re di Sardegna; Monaco, Mentone e Roccabruna formavano un principato dipendente da una famiglia francese»et cætera: «E quantunque la repubblica signoreggiasse eziandio un tratto nella Lunigiana e una parte delle pendici settentrionali dell'Apennino verso la Lombardia, erano nondimeno i monti liguri feudi imperiali appartenenti a famiglie genovesi»et cætera: «Riviera di Ponente, di lunghezza littorale miglia 102: Riviera di Levante lunga miglia 60: e paesi al di là dei gioghi, come Novi, Carcare, Calizzano ed altri»et cætera: «Il clima di tutta la Liguria è salubre, temperato, favorevole alle produzioni più preziose dell'Italia. Il suolo non è generalmente fertile: in qualche luogo è coperto di foreste, o presenta pascoli deliziosi: in altri invece non offre se non nude ed aride rocce:»et cætera: come olii, vini, agrumi, castagne, fichi, mandorle ed altri frutti. «Le antichità più notevoli del genovesato sono: le rovine di Luni, presso Sarzana: di Libarna alle falde dell'Apennino e a settentrione di Genova: d'Alba Docilia (la moderna Albisola Superiore) e di Vado, poco discosto da Savona; il ponte romano….»
Vi avverto ancora che queste notizie scritte sulla mia cartaccia sono tutta roba rubata: io non ne so tanto: vi domando perdono e ve ne interrompo la lettura; perchè anche a me l'interruppe la voce del conduttore, che, avendo gridato:—Serravalle! Serravalle!—di tutta forza sbattè lo sportello del vagone.
Fu proprio a Serravalle ch'io chiusi il dotto foglio, e lo misi nella sacca da viaggio: poi, quando il treno s'incamminò, sbuffando, cigolando, sbatacchiando i cuscinetti, avviandosi colla cadenza misurata degli stantuffi e col pettegolo bollire della caldaia, io, affacciatomi alla finestrella del vagone a tutto mio agio, giacchè ero solissimo, incominciai a guardare le valli e i monti e il cielo.
E pensavo, pensavo. Al mio occhio scappavano i pratelli, scappavano i vigneti, scappavano i colti rapidamente. E qua una chiesicciuola, là una villa, qua un ponte, là una capanna di paglia mi facevano nascere cento voglie e mille… Come posso dirle certe bizzarrìe? La poesia della natura mi stringeva il cuore dolcissimamente. Desideravo due gradini su un umile sagrato, per sedermi a sera su uno e per contemplare l'altro deserto: desideravo un'aiuola di rose fiorite per gettarvi in mezzo le pagine di un libro melanconico: desideravo un fiume corrente che mi susurrasse:—Semper—o un placido seno d'acque in cui sfiorasse l'ali acute la rondinella e fuggisse agli azzurri del cielo: desideravo un covone di paglia dorata sul quale una villanella sedesse, intenta a cucire un grembialino…. Alla mia immaginazione la chiesicciuola mi schiudeva le porte: vedevo il battisterio polveroso, giù le lastre delle tombe, le madonne, i seggioloni, gli stinchi dei poveri morti, la luce che scendeva dalle vetriere a tramontana: ed io sedevo su un gradino dell'altare; l'altro gradino non era deserto, ma sparso di petali di fiori…. Che v'era accaduto? Mi pareva che il ronzìo dell'organo, come un calabrone s'aggirasse alle volte cercando un'uscita. La villa mi invitava ai giardini, ai prati, ai sedili, alle aiuole, alle scalee di marmo. E quanto belle erano le bianche anticamere, le fresche sale, i terrazzi inondati di luce! E dappertutto mi giungeva una fragranza di rose e di donna, e un lontano murmure di poesia, triste nella dolcezza, come la memoria o il presentimento di un sogno. Mi trovavo dunque felice, e perchè?… Il fiume mi mostrava nel suo fondo le vene rosee e candide di ghiaia, i tappeti di sabbia, i guanciali di alghe, e sulle rive i campi, i paesi, i mulini: e su e su, a ritroso della corrente, io volevo andare alle scaturigini: e là volevo piangere. Mi trovavo dunque infelice, e perchè? Ma l'acque fragorose dicevano;—Che sono le tue lagrime per il corso nostro? Noi andiamo al mare.—Il seno, che il fiume lasciava a uno svolto, aveva le sponde tranquille e le campanule tremolanti alla superficie: una fanciulla sorridendo si specchiava nell'acqua, ma le ondine gorgoglianti dicevano:—Che è l'azzurro de' tuoi occhi per la faccia nostra? Noi riflettiamo il cielo.—La capanna che desideravo si apriva, e la villana, che sedeva sul covone, cantava allegra allegra, riacconciando il grembialino del figlio morto pel figlio che le nascerà…
E così sognavo, sognavo. Al mio occhio scappavano i pratelli, scappavano i vigneti e i colti e i monti rapidissimamente.
Un treno che passò sul binario vicino, squarciando l'aria come una negra meteora, mi fece ritirare la zucca dalla mia finestrella. Dov'ero? Ah! nel vagone. Con buonissima volontà rifrugai nella mia sacca, presi il foglio della descrizione, roba rubata, e volli cercare un rifugio alle fantasmagorìe che mi rendevano il capo leggiero, come una bolla di sapone, vuoto e iridescente: feci forza per leggere, e lessi.
Due ore dopo, alla mia destra, al di là di un paese coi tetti di lavagna e le torri delle fucine fumanti come la gola di Vulcano,—io vidi il mare! Che contemplazione fu la mia! Il mare!
Era di un azzurro intensissimo: si confondeva all'orizzonte con una zona lucente: finiva alla spiaggia colla catena mutabile delle onde, che si gonfiavano colle loro crespe spumanti, piene di guizzi, di luce….
È impossibile ch'io descriva quel primo amore che mi trasse all'infinito facendomi rigurgitare l'anima in petto, spandendo il mio desiderio nei liberissimi cieli!
Quando raccolsi la cartaccia da notaro che m'era caduta di mano, e quando la riposi in fondo alla sacca, proprio in fondo trovai il mio albo sfogliato, quattro sbiaditi colori d'acquerello, due pennelli arruffati.
Sulla quale carta, coi quali colori, coi quali peli avevo intenzione di buttar giù qualche poverissimoacquerello.
Sobborgo di Genova.
Filatere interminate di vagoni, ruote scorrenti nel polverio nero, carichi immani, locomotive tozzotte dal fischio che pare lamento di fatica, io vi saluto. Luccicate al cielo, rumoreggiate sotto le gallerie, scuotendo le ossa fossili dei primi uomini, portate ricchezza, col vostro strido destate ilfiatdella vita, e col fumo mandate l'incenso santissimo, l'incenso del lavoro. Passate e passate.
Dove me ne vado io?
L'agenzia degliomnibusda Genova per la riviera mi pare posta innanzi a una bottega da parrucchiere. È cosa sicura: lì, su un piazzaletto vi sono e carrozzoni e bestie e mulattieri, un subbisso d'affaracci. Mi ci incammino. Chi può dire com'io abbia le orecchie straziate!—Sciü, sciä ven? Sciü, sciä, ven?—-Chi vuol condurmi qua, là, lontano, vicino, più oltre, sulla strada, a pochi passi, alla casa. Ma no, no, no! Voglio andare a Sestri Ponente!
Nella bottega, Balilla, l'impresariocoiffeur, in maniche di camicia, ti rade il baffo destro, o marinaio, ed esce a dare la pietanza alle rozze; ti rade il sinistro e scappa fuori ad ungere le ruote all'omnibus: ti lascia, e sei tutto pelato, coll'unico pizzo genovese, sotto il labbro inferiore. Oh che figura! E intanto passano sul tuo volto insaponato ombre di code irrequiete per le mosche, ombre di camiciotti svolazzanti all'aria della marina, ombre di ruote, e lustri…. di fanali e di ottoni? Oibò: lustri d'occhi. O genovesine bellocce, per amore dei vostri occhi desiosissimi, vi prego d'una cosa: date un buffetto al damo quando vi compare innanzi col solo pizzo, e dite che i bersaglieri lombardi hanno i baffi audaci alla Manara.
Il parrucchiere, che li lasciò col baffo dritto raso, uscì col troguolo della biada.—A Sestri! a Sestri!—incominciò a gridare, col sorrisine genovese, quello che nasce dalla golaccia dellepalanchee che si invernicia di un: caro, sono tutto ai vostri comandi, da umilissimo servitore.
—A Sestri! Sciü, sciä ven a Sestri?—così si fece incontro a me che giravo un po' lontano dalia piazzuola, e davvero aspettavo la ventura: così mi invitò, ed io andai lì dinnanzi ad una specie di barcaccia spellata sulle ruote, aggravata su due cavallucci, che labbreggiavano al di sopra di un truogolo.
—Sciü, sciä ven a Sestri?
—Quando partite?
—Allun! sciä munte chi, che mi vaggu cumme u vapure.
Ed io stetti per porre il piede sul predellone di quell'omnibusche sembrava già pronto.
Intanto che il parrucchiere rientrò in bottega, o marinaio, e ti rase anche il baffo sinistro, io di botto mi sentii alle nari un puzzo così virulento, che mi parve si fosse aperta la vetrina di un acquavitaio, ed ascoltai nelle orecchie questa vociaccia soffogata che diceva:—U Balilla u nu parte mancu in te chì e staseia. Sciü, sciä munte con mi.—Mi volsi e vidi un camiciotto sbiadito, un volto d'arrosto, un cappellaccio di paglia: un vetturale che m'additava un'altra barcaccia sulle ruote, i cui cavalli aspettavano il turbinìo delle frustate. Tra l'attendere un'ora sotto al sole, e il mettersi in viaggio tosto, è naturale che si scelga. Detto, ascoltato, fatto.
Il parrucchiere che uscì per ungere le ruote del suoomnibuse che tornò a gridare:—A Sestri! a Sestri!—vide me che ponevo il piede sul predellone di unomnibusrivale. Altro che Ballila che gioca il tiro al tedesco! E il camiciotto nemico peggio! Che furia! Io divenni quasi smorto, e quasi lasciai cadere parasole e sacca.
—Pelandrun! galeotto! Ti me vëgni a robâ i posti? Se ti nu me-a paghi oræ diventa…!
—Cöse t'eû che te paghe? T'æ i cavalli guersci e ranghi, l'omnibus co-e molle rutte, che da ûna parte u l'ha u xembo cumme tò muggië, e t'eû ancun che te a paghe?
—Puscioû che te vêgne mille diai in corpo! T'eû ancun avei raxun? U sciü u l'ëa xà con mi.
—Se u l'ëa xa con ti n'ho piaxei: oûa u l'è con mi. L'è a i bigetti che mì dagga mente. A Sestri! a Sestri! Partimmo subito!
—Pendin da furche!
—Ti me caxiæ sotta æ grinte!
—Ti me caxiæ sotta æ grinte, e se nu te rumpo quello brûtto muro lì, ciû tösto me fassu appende!
—A Sestri, a Sestri!
—A Sestri!
—Sciü, sciâ munte con mì!
—Sciü, sciâ munte con mì!
—Con mì!
—Con mì!
Questo è quello che si può scrivere. Le bestemmie genovesissime venivano giù come la tempesta maggenga nelle litanie dei santi: e i due furibondi si tenevano, come su un bastione, Balilla ritto sulla cassetta dell'omnibus, colla frusta alzata; l'altro con un piede sul predellino davanti e il sinistro sul mozzo della ruota pronto ad investire.
Grida e bestemmia, bestemmia e raglia, arrivarono i rinforzi: vennero fuori cioè dalle stalle e dalla barbierìa tanti garzonacci membruti, che alle litanìe risposero l'ora oro nobisma con che indulgenza!
—Pelandrun!—Pelandrun!—Galeotto!—Galeotto!
—U sciü u l'ëa xà con mi!
—Oûa u l'é con mi!
Io mi sentii tirare le falde dell'abito, ed afferrare il parasole e la sacca, poi spingere innanzi, e poi strappare indietro, e risospingere. Intorno si urlava come tanti insatanassati: temevo le forche e i rasoi. E già fuggivano spaventate le colombe ai tetti, scorrazzavano i cagnuoli arruffati, e dondolavano i piattelli all'insegna del parrucchiere….
Làh! manco male: a dividere il campo di battaglia arrivò in tempo una lunga fila di muli carichi di sucidissime corbe, tempestanti maledettamente coll'unghie, colle code a sferza.
Spiaggia di Sestri Ponente.
Nel descrivere questo stabilimento di mio non ci metto nemmanco una banderuola, nè una fune: punto primo, perchè non sono azionista di quella società di marinara e marinai, amici più del vino che dell'acqua benedetta: punto secondo, per amore del vero.
E faccio conto che vi sono circa a trenta baracche ocabine, allineate verso il mare, coperte di tela, e questa rare volte è comperata e tagliata apposta, ma spessissimo staccata da un albero daparanzella, perchè già troppo stirata ai quattro venti: fors'anche bucata? Oh allora…. Zitto, là, linguaccia. Quanto al mettere pezze il genovese pare fatto espresso, e le bagnanti non dimenticano punto gli spilletti riparatori, se mai…. Tra l'una e l'altra baracca vi sono certi vicolucci, certi vicolucci…. Lah! tiriamo dritto, senza odorare gli acri profumi di certe tolette…. Vi sono dei vicolucci che lasciano vedere terra terra qualche lembo di lenzuolo cascante, qualche tacco di stivaletto arrovesciato, qualche legaccio insidiatore. Scappa, scappa, santo Antonio dalle tentazioni!
Tra la quindicesima e la sedicesima baracca, press'a poco, vi è tanto spazio da collocare due panche e sette od otto scannelli di Chiavari, e da fare, spiegando a cielo una tenda a liste bianche e turchinicce, un'anticamera al mare e un verissimo bagno a vapore ai poverini, alle poverine, che hanno la sventura di aspettare. Qui è ritto un palo bianco che porta una bandiera coi tre colori sul campo giallo dato dalla spruzzaglia del mare, dal sole, dalla pioggia. Più in là, vicino alla palizzata che chiude il cantiere, sta la maggiore baracca degli azionisti, cucina, magazzeno, dormitorio, cantina: n'esce il fumo nauseoso deifriggæ, n'escono i rosari genovesi: là vedi le facciuole paffutelle dei bimbi addormiti, a guanciale la sabbia: là spii il bariletto tenuto in guardia dal cagnuolo bruno. Da quella trabacca ai pali del cantiere sono tese tante corde, e su queste, spettacolo della caducità delle umane cose! stanno i vestiti marinareschi delle signore, a braccia penzoloni, slavati, flosci, i neri conci in verdi, i bianchi in gialli, sbiadite quelle poche filettature rosse da diavoletto, perdute le crespe e gli sgonfi. Oh davanti a questa parata davvero c'è da passare a capo chino!
E sulla ghiaia della spiaggia, al cocentissimo sole, sono buttati ad asciugare i lenzuoli, ai quattro angoli stirati da quattro ciottoloni, e, più che buttati, scaraventati cappellacci di paglia, zucche prosastiche per le prime lezioni di nuoto, mutande maschili, scarpe di corda antipaticissime e disusate, sacche e braconi stillanti, appena svestiti, i bianchi cerchioni di sughero per salvataggio, gialli cuffiotti di taffetà, buoni per coprire le zucche secche, non le vostre care testine, o capricciosette nasconditrici di bellezze; e pancucce di legno, secchie dipinte in turchino, avanzi di stuoie, gambe di scannelli:et cætera, et cætera, uff!
E ancora sulla ghiaia, passando a dire delle cose animate, vedi schiene color di rame, schiene bianchissime, schiene tali e quali le fece Iddio, schiene come appena le permette di spiare il lenzuolo: ma tutte tutte decorate dalle immense tese dei cappelloni d'oro.
Eh via! Che vi frulla? Ch'io adesso voglia popolarvi lo sfondo di macchiette? Proprio no. Domani parleremo di marinai e di marinare e di bagnanti cittadini e cittadine.
Intanto voglio usare l'ultime gocce che m'ho sulla tavolozza, e dipingo;—di faccia il mare, a tre strisce, una verde oscura, come una pineta, l'altra paonazziccia, l'altra celeste: l'aria limpidissima: di qua e di là i monti tutti innondati di sole.
Scogliera di Cornigliano.
Ti rivedessi! A te venivo, o scogliera, nelle mie ore solitarie.
Ricordo il sentieruzzo attraverso il terriccio delle rupi sfaldate, la scoscesa salita, il varco tra le due corna estreme, il varco dove giunge il rugghiare dell'onda e il diguazzarsi delle ondine flottanti. Dall'alto io contemplo il mare!
Non mi volgo a sinistra, ove il fumo della locomotiva si addensa candidissimo nell'atmosfera velata che incombe alle nere officine, il fischio stride insistente tra le fitte case e il suono delle ruote, si mischia a quello delle industrie frementi. Va e va, lunga fila di carri: in fondo è il faro di Genova, la gagliarda mercantessa.
Nè mi volgo a destra, ove, al di là del castelluccio di santo Andrea, in mezzo al vasto fragore dell'opere fabbrili, ecco sul curvo lido i poderosi carcami dei bastimenti nel cantiere e le bianche trabacche pei bagni e le macchiette affaccendate intorno alle barche, cui striscia l'irrequieta frangia del mare. Le case di Sestri s'addossano alle case, i campanili levano il capo lucente d'ardesie embricate, le torri degli opifici danno col fumo nuvole conglobate e fuggenti allo splendidissimo cielo. Le montagne parate a vigne, sparse di ville, colorite gaiamente da giardini, si stringono a sfondo voluttuoso intorno a te, voluttuosissima Pegli, l'accarezzata dal tepido flotto; e le indecise linee degli ultimi promontori sfumano dietro le nebbie perlacee che fasciano la marina di sopori innamorati….
A te mi arrampico, o scogliera, nelle mie ore melanconiche. E contemplo giù il mare!
Rammento il varco tra le due corna estreme, le foglie lacerate degli aloè, le tenaci erbette grasse col fiorellino giallo, gli scheggioni di quelle rupi, e giù la scogliera e la spiaggia. Qua vedo angolosi profili, qua masse tondeggianti, qua pozzetti, a tinte turchinicce e livide: e qua sul dorso dì certe coste che si diramano come tante catene di montagne, formando tanti valloncelli scavati dalla rabbia di corrosione, sul dorso bruciacchiato le incrostazioni biancastre dell'acqua; là la massa nera si dirupa, là nelle basse caverne e negli anfratti sonanti sonvi i biechi colori dell'onda, il bruno funereo e il verde bavoso.—Ecco il mare! Ecco i capi sporgenti degli scogli arrotondati dal lavoro eterno ed alterno, l'immenso flusso che investe, il franto riflusso che rota. A voi vengo, o ultimi capi, all'ondoso rombare; o scogli circonfusi dal polverio acre dell'acqua: o scogli, a tratto attuffati, a tratto stillanti come tante teste a ciocche d'argento: o scogli remoti, dove non mi giunge voce d'uomini, dove mi schiaccia infinita battaglia di giganti.—Più in là la spiaggia è come un dolcissimo tappeto di sabbia.
Ti rivedessi: In te mi affisavo nelle ore fantastiche della mia contemplazione, onda della spiaggia, onda degli scogli.
Rammento i tuoi grigi pennacchi che venivano sulla varia superficie del mare, venivano incalzandosi e sfioccandosi: rammento il tuo gonfiare, il tuo colmo trasparente-verdiccio, e il concavo lenissimo: rammento la furia del voltolarti, la spuma bollente e il fragore del muggito, il torrente bianco che s'allargava sulla ghiaia, dibattendo le ondine, sommovendo i ciottoli, e i mille rivoletti che ridiscendevano con trosce lucenti, rigando la spiaggia a seconda del vento.
Rammento il torrente bianco che rompeva sui capi degli scogli, rimbalzando con pioggia sulle punte più alte, e il suo travolgersi, l'urtarsi, il frangersi, il ritornare tumescente, e le mille ondine, le cascatalle, le crespe: rammento il rombare dell'onda, poi il flagellare guazzoso, i mille gorgogli e i mille sospiri gravissimi: rammento i begli occhi iridei della spuma, che scoppiavano come tanti occhi di fantasime….
Vanavano come le speranze.
Spiaggia di Pegli.
Stando io sulla spiaggia al nascere del giorno, ascoltavo un mattutino festevole e mosso a rintocchi. Da quale chiesetta mi giungeva? Non so. Ma dal suono delle campane la s'indovinava; un luogo tutto di pace, a fiori, a lampadette, a luci miti, con note d'organo amorose, col bianco battisterio, coi fraticelli lentissimi e salmodianti in processione. E forse l'aveva la piazzuola dinnanzi, e la piazzuola colle siepi di rosai guardava il mare: e le belle fanciulle, sfilando alla sacra portella, si rivolgevano, pregando e sospirando, all'azzurro scintillante. E forse anche la brutta che aveva vent'anni e ilpezzottocomperato coi propri soldi, la bruttina sorrideva a un'illusione…. Oh le campane squillavano annunziando:—Nasce il sole ed è l'amore del creato!
Al mattino, essendo appena imbiancato il tenebrore dallo schiarirsi dell'oriente, il mare era placidissimo. Nessuna vela, nessun uccello, alla spiaggia nessun uomo. La vastissima acqua dava tante e tante crespature curve sorradenti, che si succedevano soavi e venivano a morire sulla spiaggia; sembravano ciglia e ciglia aperte alla prima luce da un dormente stanco d'amore. Le crespature morivano in un gorgoglio, e questo pareva lamentasse:—Lasciatemi la pace della notte!—Le ondine facevano una spuma lenta e senza luci: le dicevi l'ultimo sorso sulle labbra di un voluttuosissimo ebbro.
Se io fossi pescatore, mi sceglierei quella casetta tutta bianca che guarda il mare, vorrei quella barca impeciata che al sole luccica, come se fosse d'argento, andrei alla spiaggia, cantando la canzone gaia e spensierata.
Spiaggia di Sestri.
I marinai sono macchiette, a vero dire macchione, color carnesalata, con un grande cappellaccio di paglia, slavato e cotto, e coll'uniche mutande turchine.Baciccia, Faccin, Balillu, Néto…. Sicuramente le contesse e le marchese ne ricordano tanti, come un dì le matrone ricordavano, invidiando, i gladiatori.
I marinai sono buoni diavolacci che, tutto il giorno, attendono ai bagnanti. Si pigliano su in collo i bimbi, a due a due, porgono la manaccia alle signorine, danno una palmata umida sulle spalle dei giovanotti, adagiano le mamme sulla sabbia. guizzano coi babbi fino a un miglio dalla spiaggia per mostrare il faro di Genova che sorge dall'ondoso piano. E cantano ai bimbi strillanti e promettono una barca d'argento piena di pesci d'oro. Sorridono alle signorine e dicono:—Brava!—se l'amara spruzzaglia del fiotto non trovò la spaurata bocchina aperta. Esclamano coi giovanotti, al confronto della loro mano bruna colla pelle cittadina:—Mié: u mainâ a l'hà a pelle neigra cumme u carbun…—Incoraggiano benevolmente le mamme:—Scignue, nu agé puia: tegnive a mi.—Con buona dimestichezza dicendo ed additando:—Là gh'è a Lanterna: nui atri semo cumme i vapui de Marseggia che arrivan: femo fume,—per far fumo concludono in mezzo all'onde:—Sciü, me o de un sigaro?—…. Un sigaro? Oh nuova, direte: tu i sigari li cavi dalle tasche delle mutande da bagno, belli e accesi? Come c'è la bottega pei delfini? I veri nuotatori o fumatori li cavano dal cocuzzolo del cappellaccio, e dal cocuzzolo pure il marinaio toglie lo scattolino degli zolfanelli.
Rare volteNétoera nel gruppo dei marinai, vestiti dei camiciotti turchini, a sera seduti sulla spiaggia, tra un cerchio di bimbi cittadini e qualche fanciulla pubescente, i marinai che raccontavano le istorie delle conchiglie fine e dei coralli della Madonna. Intanto l'onda faceva l'eterno rumore: e le donne pensavano all'eterno amore. La costa era sparsa di lumicini giallosi, la ghiaia chiara, la sabbia persa e su questa i ciottoli lucenti come pezzetti di specchio. Se c'era la luna! Luna nuova, luna crescente, plenilunio, luna scema: tenera, falcata, o tonda, sfumava giù il suo lustrore ed ondoleggiava nell'acqua cheta o scappava su mille creste guizzanti. Se c'erano le stelle! A sciami, a sciami gloriavano gli ozi del paradiso…. Tutto azzurreggiava…. O marchese, o contesse, o borghesine, seni tutti femminei dolcissimi, che vi gonfiavate, deprimendovi all'unissono coll'onda!… Tutto taceva sospirando….Nétopasseggiava sul lido, e guardava il mare. Qualche volta gli veniva dietro il cagnuolo bruno, tristo come lui: qualche volta un suo fanciullo scempio, un poverino che cercava tutto il dì i ghiaiotti che gli piacessero e non li trovava mai.
Nétotaceva.
Il fanciullo scempio sedeva sbadatamente sulla spiaggia e gettava la sabbia all'onda. Una volta udii che borbottava a sè stesso:—Guarda a mè barchetta, a và cumme u vento,—e accennava un alcione: una volta vidi che accarezzava il cagnuolo bruno, e questo lo leccava sulle mani e sul viso. Povero fanciullo! Forse quella era l'unica illusione, e quegli gli unici baci!… Lì intorno sorridevano tante mamme e tanti babbi felici.
Volete sapere l'istoria disgraziatissima diNéto?
Incomincio da te,Barchetta….
Forse la barchetta dell'amore, che va e va, colla prora inghirlandata di fiori, a cielo stellato, a gran notte?
No: avvezziamoci alla prosa della vita e scottiamo le carni al sole del mezzogiorno.Barchettaè una barcona: la barcona è una donnaccia: la donnaccia è la maggiore azionista delle baracche a mare, quella che alla spiaggia reca alle bagnanti le lenzuola, sbatte ai bagnanti le mutande. LaBarchettaha un volto tra l'allegro e il traditore, con due occhietti usi a spiare il fondo ai fiaschi, un collo a crespe cicciose, su un seno affagottato da farla dire mamma di tutti quanti i marinai, una schiena aggraziata come un barile. La barcona è una furbaccia, amicissima, prima di tutto, di quello che ha in tasca, poi de' suoi crediti, poi di quello che vorrebbe avere, poi del suo marebagno. La donnaccia sacramenta coi marinai quando è mal tempo, e quando è buono storce gli occhietti fra quei quattro peli di qua, di là, a sommare gli avventori: ha il saluto per chi viene alla spiaggia a fare il bagno, non per chi, già fattolo, se ne va: si dà colle mamme a persuadere i bimbi ritrosi che là sotto l'onda ci sono i pesci d'oro, e i pesci d'oro alla sera portano ai buoni un bastimento con tanti marinai, tanti cuochi, tanti cannoni; fugge le nonne austere che non vogliono bagnare la loro autorità: porge il cappellaccio e le scarpe alla marchesa: fa la sorda alle chiamate un po' volgari: promette sempre mare tranquillo fino a settembre: consiglia il bagno breve, ma la cura lunga: solleva dieci tele e si caccia, nè insidiosa, nè insidiata, nelle baracche, vede e non vede….
Ah donnaccia, se seibarchetta, hai satanasso in prora: troppi e troppe, peccatori tutti, colla fantasia venendo dietro a te, si sentono il sangue dare un tuffo e i nervi un pizzicore.Barchettadiavolessa! Ma che cielo stellato, che gran notte, che azzurro! Prosa, e sole di mezzogiorno: sollione.
E voi altre, brutte marinare? Nemmeno ricordo come abbiate nome. Tu che, sorridendo, mi auguravi il buon giorno? Tu che rubavi il bastimentino a' tuoi bruni bimbi per darlo agli inviziatelli cittadini, che strillavano a solo vedere un marinaio a schiena nuda? Tu che coprivi pietosamente col lenzuolo il pieduccio torto a quella signorina distesa su per la sabbia e vergognosa perchè la sua mamma la vi teneva a forza?
O buonacce, ricordo che non eravate belle.
Ma, tu, Filomena, vienmi innanzi. Ti porrei unpezzottobianco sulle treccie disciolte, ti darei un'anfora di terra e tu la recheresti sul capo, come una siciliana, contemplerei bene il tuo profilo austero ed italiano, e ti direi:—Va, bella, va cercandoti un cielo più ardente.
Ma no! Ritorna ancora e dammi da bere. Ho sete.