Le inversioni di cui questa lingua è suscettibile, sono favorevolissime alla buona melodia; per esse la frase musicale si sviluppa in maniera più grata e interessante. Le sospensioni e le tronche parole, sconosciute ad altre lingue, che rendono così famigliare alla musica la sua costituzione felice, non possono essere supplite da chi non le possede che per mezzo di silenzj, che non sono mai canto, e che in certe occasioni mostrano piuttosto la povertà della musica che le risorse del musicista.
Gl’Italiani pretendono che la melodia francese sia piana e senza alcun canto. Tutte le nazioni neutre confermano unanimemente il loro giudizio su questo punto. Milord Shaftesbury ebbe a dire, che coll’uso di parlar francese in Inghilterra, divenne in moda anche tale musica: ma ben presto la musica italiana, mostrandoci la natura più da vicino, ci disgustò di quella, e ce la fece riconoscere così piana, goffa o sguajata, com’è di fatto.
I Francesi accusano di bizzarria e barocchismo l’italiano canto: ci sembra, dissero i neutri, che non possa più osarsi un tal rimprovero a quella melodia dappoichè s’è fatta intendere fra noi; è un fatto che questa musica mirabile non ha che a mostrarsi qual è per giustificarsi di tutti i torti di cui la si accusa.
Rousseau ama meglio credere che gli uni e gli altri s’ingannino, piuttosto che dover acconsentire che,nelle contrade dove le scienze e le arti tutte sono pervenute a sì alto grado, la musica sola sia ancora da nascere— ed aspetti il suo essere dall’avvenire.
Non sembra ch’egli scrivesse appunto per le questioni del 1870?!..
Egli segue: i meno prevenuti fra noi s’accontentarono dire che la musica italiana e la francese son buone entrambi, ciascuna nel suo genere, e per la lingua che a ciascuna è propria. Ma oltrechè le altre nazioni non convengono in tale giudizio, resta sempre a sapere quale delle due lingue può comportare il miglior genere di musica.
Rousseau, dichiarandosi in quello stato necessario per pronunziare in una tale questione spassionato, cioè di buona fede, e versato egualmente ne’ due stili e fornito di quelle cognizioni indispensabili a giudice competente, motivò per tal modo il suo consiglio, velando però la definitiva sentenza purtroppo severa pe’ suoi.
Ho preso dalle due musiche alcune arie egualmente pregiate ciascuna nel suo genere, e spogliando le une de’ loro portamenti e cadenze, le altre delle note sott’intese, le ho solfeggiate esattamente sulle note, senza alcun ornamento, e senza fornir niente di mio nè al senso nè al legame della frase: nè vi fu dubbio per la decisione.
Altra prova più decisiva.
Feci cantare ad italiani le più belle arie di Lulli, — (tanto vantato dai francesi e ritenuto come lor gloria nazionale, mentr’il fiorentino non facea che adattarsi alle loro maniere; per quella guisa che anche un Verdi mostrò poi di saper attagliarsi a’ gusti stranieri) —; e diedi a trattare a musici francesi arie di Leoe di Pergolese: ed ho rimarcato che questi, benchè fossero ben lontani da cogliere il vero gusto di tali pezzi, essi ne sentivano peraltro la melodia, e ne tiravano alla loro maniera frasi cantabili e gradevoli.
Ma gl’Italiani solfeggiando molto esattamente le arie francesi le più patetiche, non hanno potuto mai riconoscervi nè frasi, nè canto; non erano per loro che note poste senz’ordine e come per caso, musica priva di senso; essi le cantavano precisamente come voi leggereste parole arabe scritte in carattere francese.
Non pertanto, i musicisti francesi pretenderebbero ricavare un vantaggio da questa notabile differenza:noi eseguiamo la musica italiana, essi dicono con la loro baldanza accostumata, e gl’italiani non possono eseguire la nostra, dunque la nostra è migliore.
Non s’avvedono che dovrebbero tirarne una conseguenza totalmente contraria, e dire:dunque gl’italiani hanno una melodia e noi non ne abbiamo.
Terza esperienza di Rousseau.
Vidi a Venezia un Armeno, uomo di spirito, che non avea intesa mai musica, e davanti il quale si eseguiva in uno stesso concerto, un monologo francese, ed un’aria di Galuppi. L’uno e l’altra cantati furono mediocremente da francesi, e male da italiani. Rimarcai nell’Armeno, durante tutto il canto francese, più sorpresa che piacere; ma osservarono tutti gli assistenti, dalle prime battute dell’aria italiana, che il suo viso e i suoi occhi si raddolcivano; egli era incantato; seguiva coll’anima le impressioni della musica, e benchè egli non intendesse la lingua, i semplici suoni gli causavano un sensibile rapimento. D’allora in poi non gli si potè più fare ascoltare alcun’aria francese.
Il francese filosofo ed autore dell’Indovino delVillaggio[200], che tanti fatti l’hanno reso dubbioso perfino della esistenza d’una francese melodia, e gli hanno fatto supporre che questa potrebbe essere niente altro che una specie dicanto-piano modulato; che non ha niente d’aggradevole in sè, e non piace che coll’ajuto di qualche ornamento arbitrario, e soltanto a quelli che sono convinti di trovarlo bello.
Che tale musica è sopportabile appena alle stesse orecchie francesi quand’ella è eseguita da voci mediocri che mancano d’arte per farla valere; mentre ogni voce è buona per la italiana; perchè le bellezze di tal canto sono nella medesima musica, a differenza che quelle del canto francese non sono che nell’arte del cantante.
Alla perfezione della melodia italiana, trova il concorso delle tre condizioni indispensabili —la dolcezza della lingua — l’arditezza delle modulazioni — la rigorosa precisione del tempo— d’onde tutte le attrattive e la energia.
Perocchè quando si comincia a conoscere la melodia italiana, vi si rilevano da prima le grazie, onde non la si crederebbe atta ad esprimere che sentimenti di dolcezza; ma per poco che se ne studj il suo carattere patetico e tragico, si è ben tosto sorpresi della forza che l’arte dei compositori le presta.
Egli è per le modulazioni sapienti, per l’armonia semplice e pura, pegli accompagnamenti vivi e brillanti, che que’ canti divini straziano o inebbrianol’anima, mettono lo spettatore fuor di lui stesso, e gli strappano ne’ suoi trasporti, gridi di cui giammai le tranquille opere francesi furono onorate.
Il prodigio di que’ canti non è estraneo a quellaunità di melodiacui gli italiani compositori si conformano con tanta cura che degenera qualche volta perfino in affettazione; regola d’altronde indispensabile e non meno importante nella musica quanto l’unità d’azione nella tragedia.
Riconosciuta la potenza della musica italiana, ai tempi di Rousseau, e il primato assoluto di que’ canti «capi d’opera del genio, che strappano lagrime, che offrono quadri i più toccanti, che pingono le situazioni più vive, che trasfondono all’anima tutte le passioni che esprimono» il medesimo autore ci lascia la immagine del vero stato del canto francese nella sua epoca. «I Francesi, egli dice, danno il nome d’ariea quelle insipide canzonette che frammettono nelle scene delle lorOpéra, mentre chiamanomonologhiper eccellenza quelle trascinate e nojose lamentazioni, cui non manca perchè assopiscano ogni uditore, se non che siano cantate senza grida e con precisione...
Le parole delleariettefrancesi, sempre staccate dal soggetto, non sono che un miserabile gergo melato, che si è troppo felici di non intendere; una collezione fatta a caso di poche parole sonore che la nostra lingua può fornire, girate e rigirate in ogni maniera, eccetto quella che potrebbe darvi un senso: e su queste impertinentiamphigourisi nostri musicisti consumano il loro gusto e il loro sapere, e gli attori i loro gesti e i loro polmoni. Innanzi a questi stravaganti pezzi le nostre donne vengono meno d’ammirazione; e la più chiara prova che la musica francesenon sa nè piangere, nè parlare, è il non poter ella sviluppare quel poco di bello di cui è suscettibile, se non nelle parole di niun significato...
I nostri musicisti più che si sforzano di raggiungere gli effetti prodigiosi de’ canti italiani, più si scostano dalla possibile via; e se m’è permesso di dirvi naturalmente quello che penso, io trovo, che quanto più la nostra musica in apparenza si perfeziona, più ella in fatto si guasta.
Era forse necessario ch’ella venisse a questo punto, per avvezzare insensibilmente le nostre orecchie a rigettare i pregiudizj della abitudine ed a gustare canti diversi da quelli con cui le nostre nutrici ci addormentavano. Prevedo che per portarla al mediocrissimo grado di bontà di cui è suscettibile, bisognerà presto o tardi cominciare per rediscendere o rimontare al punto in coi Lulli l’avea collocata...»
Cessate le velleità de’ cantori dell’epoca di Rousseau, tornò la musica infatti, od apparve nella più povera infanzia dinanzi ai classici colossi italiani; e a tanti esempj, ed a furia d’imitazione, veggonsi in oggi i progressi di quella nazione che parea più inclinata ad emularli!...