PARTE ANTICA.I.
L’armonia che dal cielo, dalla terra, dalle onde, traspira — la vasta ed arcana espressione delle umane e delle divine cose — gli antichi compresero nella magica parola diMusica.
Ermète la definì, conoscenza ed ordine di tutte le cose. Pitagora e Platone insegnarono essere una musical’Universo.
Ho altrove mostrato[1]e ripetendo qui mi giova premettere che, Pitagora, il genio della metempsicosi, il filosofo che intendea le anime formate dalla armonia, colla quale volea farne rivivere le facoltà, come dalle armonie celesti le credeva in terra nelle singole anime primieramente raccolte, fece nella Magna Grecia le sublimi sperienze di ridonar la salute e la vita coll’arte divina che i primi fisici e savj impiegarono a calmare i dolori, a sperdere i malinconici filtri, a frenare i deliri, a ricostituire l’ordine, la calma nelle commosse menti, nelle fibre alterate.
E forse per questo, l’antica Indiana sapienza ritenne la musica di origine divina, come la parola.
Per questo, ed è mio pensamento, in tanti paesi dell’Indie professano i popoli sommo culto al loro animale l’elefante, che all’utilità de’ suoi servigi associal’istinto speciale di farsi meglio pieghevole e più intelligente alla forza del canto; onde anche in oggi gli Siamesi addomesticano con questo mezzo quegl’animali, e li solleticano ai più fecondi loro accoppiamenti.
Di tanto bene, di questostrumentoil più perfetto e insinuante alla espressione delle armonie, a Brama, loro Dio, gl’Indiani attribuirono la invenzione; nelle sacre carte ne riposero la dottrina; e col sanscritto, lingua religiosa, trattarono le cose musicali.
L’essenziale di questa divina emanazione riconobbero nella virtù del canto; e la prima parte della sacra legge musicale è Gana, cioè il canto.
Per questa divinità, immutabili sono i sistemi dei canti Bramini, come quei di Confucio, che però non son privi di melodiali dolcezze, tramandate dalle più remote generazioni con sempre nuovo affetto, e colle passioni della vita e della parola.
Il Yo-King, antichissimo codice de’ Cinesi che andò perduto, conteneva i cantici ispirati dalle loro divinità «i vivi sospiri, le lamentevoli esclamazioni in cui la parola, troppo insufficiente, naturalmente prorompe, formando suoni in cadenze, canti pieni d’armonia[2].»
Quindi Confucio, che insegnava a suo figlio non poter parlar bene senza saperne di canto; e i suoi seguaci autori dei famosi libri diventati la dottrina de’ savi, consacrarono l’accentuazione e la ritmica della parola, siccome immagine delle delizie celesti, esorcismo alle influenze malefiche, scandaglio alle inclinazionide’ popoli, sollievo alla fatica dei coltivatori, condimento alle mense, calma alle agitazioni del polso[3], e in pari tempo regola della morale: ond’è che la musica tien sì gran parte nella coltura Cinese[4].
Per questi antichissimi insegnamenti, anche Platone, nel suo Protagora, mise ilMélosnel semplice discorso, significando con ciò ilcanto della parola, e quasi il mele (μἐλι) che discorre da essa; ed asserì che i suoni della musica, a seconda dei loro gradi e delle loro vibrazioni portano o le virtù od i vizj contrarj, nè si potrebbero cangiare senza alterare in un tempo la morale costituzione.
Aristotile, eterno contradditor di Platone, a quei sensi pur non si oppose; e seco lui si mise d’accordo per la potenza della musica sul fisico, sull’indole e sui costumi.
Polibio, col suo far giudizioso, provò come ad addolcire le tendenze degli Arcadi abitatori di tetri climi e gelati, impiegasse la musica: quelli di Cyneto che tanto bene negligentavano, sorpassavano in crudeltà tutti i Greci.
Orfeo, col canto non giunse a commuovere i sassi?... Non furono tratte le anime dall’Averno, e come crede Macrobio, a forza di canti non furono ricongiunte all’origine delle musicali dolcezze?...
Quest’arcana modificazione della voce umana con cui formansi suoni variati ed apprezzabili, è una delle prime espressioni del sentimento, che ci diè la natura.
Egli fu per mezzo dei differenti suoni della voce, che gli uomini ebbero primamente ad esprimere le differenti loro sensazioni. La natura lor diede quei suoni per tradurre esteriormente i sentimenti di dolore, di gioja, di piacere che internamente provavano, come pure i desiderii e i bisogni da cui erano mossi. La formazione delle parole successe a questo primo linguaggio. L’uno fu opera dell’istinto, l’altro fu un seguito delle operazioni dello spirito. Veggiamo infatti gl’infanti, soddisfando al bisogno di questa speciale ginnastica, esprimere le diverse situazioni del loro animo con suoni flebili o acuti, tristi od allegri: e per questo linguaggio que’ piccoli esseri vengono da tutti compresi, perchè quello appunto è espression di natura; mentre allorquando giungono que’ fanciulli ad esprimersi colle parole, non sono intesi più, se non da quelli della medesima lingua, essendo le parole convenzioni speciali che ciascuna società o ciascun popolo seppe formarsi.
Sono ben lungi adunque i suoni della parola da quelle leggi di armonia universale che formano i suoni del canto; e benchè difficilissimo torni il precisare in che consista una tal differenza, pure convenir bisogna che, dalle inflessioni della voce parlante non scorre quell’armoniosa corrente; e le permanenze ne’ suoni che formano la parola, se valgono alla potenza di questa, non bastano alle manifestazioni sublimi del canto.
Difficilissimo altresì è assegnare il principio di questa bella forma di espressione, ossia, definire, come disse il padre Merçenne,quo momento Cantilena incipiat. Imperciocchè qualsivoglia canto essendo omogeneo e della medesima natura in ogni sua parte, non v’hasuono a cui la natura della Cantilena non convenga, per modo tale che non sapresti se questa sia al suono anteriore[5].
Ingegnosamente s’intese provare questa proposizione il dottore sant’Agostino, al lib. Confess. cap. 29, che vago di penetrare i più alti misteri, anche alla natura del canto rivolse i suoi studj, ponendo la tesi che: nessun’altra cosa che il suono potea precedere a tal linguaggio; come nella eternità, Dio sta innanzi a tutto; nel tempo, il fiore precede il frutto; per elezione il frutto al fiore; per origine il suono al canto. Dei quali quattro asserti, ei soggiunge, mentre i due medj sono chiarissimi, il primo e l’ultimo difficilmente s’intendono.
Perocchè se il canto è un suono formato, non essendo stati emessi ne’ primordi che suoni informi e senza canto, questi in seguito a migliori forme esser doveano accomodati, e formati quindi, come de’ legnami rozzi si fabbrica l’arca[6].
Eppure non è il suono artefice del canto, il quale vien tratto quasi da quella prima materia per la potenza dell’anima del cantore; onde giustamente non si può dire che il suono sia prima del canto, mentre ambidue simultaneamente cominciano; e quello che è suono nel primo stadio, senel secondo momentocanto si appella, non lascia d’essere contemporaneo d’origine, siccome parti indivisibili d’un solo tutto.
Secondo le profonde definizioni Agostiniane si avrebbe dunque quasi una nuova triade, distinta nel suono, nel canto e nello spirito, e procedente nella medesima natura e sostanza.
Senonchè diversi suoni,partes cantilenae, doveano concorrere alla formazione del canto, come il discorso di molte parole,plura Commata, di certi periodi e frasi, è composto.
Così i due linguaggi procedettero alla loro perfezione; e vennero l’uno a l’altro scambievolmente in ajuto, senza che mai stabilir si potesse una rispettiva priorità o dipendenza: che mentre talvolta la parola ispirò il canto, questo non meno alla parola fu ispiratore.
Bacchio insegna nell’Isagoge, come i Greci definito avessero il canto unadolcezza.
Virgilio addimostra come i Latini lo dicessero un incanto con cui vincevansi anche le serpi —cantando rumpitur anguis— e ritennero tale significato in quel nome, le razze che dai latini discesero[7].
Apulejo trova perenne un tale incanto nella natura. Mattutino lo attribuisce alle rondini; meridianoalle cicale; serotino alle nottole; vespertino alle ulule; notturno ai gufi; antelucano ai galli; i quali, egli dice, ci augurano e ci ammaestrano al risveglio; come il gufo al canto tremolo, l’ulula al lamentevole, la nottola all’avviluppato, le cicale e le rondini allo strepitoso e all’acuto.
Rodigino seguendo le nozioni degli antichi autori, quali Polluce, Luciano, Ateneo, nota cinque principali specie di cantilene formate dagl’uomini primitivi: moderata (Sophronisticen) quale usava il cantore di Clittenestra; encomiante (Encomiasticen), modo celebrato d’Achille; lugubre (Threnetricen); danzante o saltatoria (Orchematicen); inneggiante quale Omero volgeva ad Apollo (Peoniam), a scongiuro de’ mali e quasi medicatrice[8].
Ma se tali distinzioni valsero anticamente a specificare certi canti più celebri, non a questi soltanto s’attenne quell’innato linguaggio universalmente concesso.
Una delle migliori definizioni esplicanti la natura e la generalità di questa umana potenza, è quella dataci dal suaccennato Mercenne alla sua 2.a proposizione.
«Cantus est modulatio seu flexus et transitus vocis a gravi in acutum, vel ab acuto ad grave per intervalla concinna et harmonica, qui aptus est ad animae laetitiam, dolorem, aut alium affectum exprimendum, vel commovendum.»
Io credo inesplicabile altrimenti questo grande e naturale istinto, che poi divenne l’Arte di esprimere colla voce i sentimenti; quindi l’interprete della parola.
E più che la parola, fu legame validissimo d’intelligenza fra l’uomo e quegli esseri che non possedono la parola; in ogni tempo il cacciatore, che fu il primo a provvedere alimenti, attira ed arresta i volatili imitando i loro canti; alletta e prende i cervi col canto; e con questo, modulato nel zuffolo, le renne; oscillato sulla zampogna, gli orsi; rinforzato nel cavo d’un corno, ammansa il buffalo e l’elefante, educa il cane, richiama lo sparso sciame delle api; col canto fa sopportare le fatiche e la fame ai cammelli lungo gl’infuocati deserti della zona torrida, ai muli sulle dirupate alture della Sierra Morena; disarma la rabbia dei crotali americani e d’altri rettili formidabili, mentre alcuni di questi con simile mezzo avvisano l’uomo alla fuga dai velenosi loro morsi, o gli fanno presentire le convulsioni della natura; e nei mari Siculi e Corsi i pesci perfino meglio armati di seghe e di spade, seguono docili e improvvidi le barche sirene che colla cantilena continua apprestano loro le reti.
Fra gli Oceanici si può dir linguaggio comune e continuo il canto de’ selvaggi e degli animali, forse di quelli più semplici e istrutti: nè fa maraviglia, se ricordiamo che i colti Latini alconticinioegallicinioaffidavano la divisione delle ore, e, secondo Tito Livio, da simile canto, più che altro[9], riconoscevano la salute di Roma.
Miracolosi per la divinazione migliore di questo linguaggio, gli Asiatici ebbero i loro Ling-lum, i Kovei, i Pin-mu-kia, che trassero la parola dagli accenti del canto.
Questa voce naturale, comune, indefinita, fu prima ristretta dagli uomini dei varj paesi all’espressione di certe parole, s’unì a regole quasi uniformi, e perdette allora una parte della sua forza: che la parola significando da sola l’interno moto da esprimere, l’inflessione della voce diviene meno necessaria, e quindi anche in questo la natura riposa dove l’arte supplisce. E questo canto modificato è l’accento, più o meno marcato secondo i vari climi, secondo l’indole e le abitudini degli animali dalla parola.
Trovata questa, quegl’esseri che già possedevano il canto, se ne servirono per esprimere in maniera più viva il piacere e la gioja. Tali commozioni dovevansi pingere necessariamente nel canto con maggiore vivacità delle sensazioni ordinarie; quindi la differenza che passa tra il canto di comune linguaggio e il canto musicale.
È naturale il credere che il canto degli uccelli, le voci diverse degli animali, i varii suoni cagionati dai venti, l’agitar delle fronde, il mormorare delle acque, indirizzassero primamente a regolare i differenti tuoni della voce umana. I suoni erano nell’uomo; egli intese cantare; colpito dall’impressione degli esterni rumori, pei sensi e per l’istinto fu tratto all’imitazione. I concerti di voce furono dunque i primi. Quelli degl’istrumenti successero poi, e questi furono una seconda imitazione; chè in tutti gl’istrumenti conosciuti, fu la voce che si volle imitare.
Le filature, i gorgheggi, le risposte, gl’intervalli, le pause, il solo ed i cori, s’intesero prima fra il verde de’ boschi e l’azzurro de’ cieli; il garrito, il lamento, il rimbombo si sparsero per le valli; e mille organi differenti di voci, intuonarono canti più o menmelodiosi, cui le caverne e gli spazj aggiunsero i risuoni, le gradazioni, le sfumature, il perdersi dell’ultime note. Bene espresse Lucrezio cantore:
«Ad liquidas avium voces imitarier oreAnte fuit multo, quam levia carmina cantuConcelebrare homines possint, aureisque juvare;Et Zephyri cava per calamorum sibila primumAgrestis docuere cavas instare cicutas.»
«Ad liquidas avium voces imitarier oreAnte fuit multo, quam levia carmina cantuConcelebrare homines possint, aureisque juvare;Et Zephyri cava per calamorum sibila primumAgrestis docuere cavas instare cicutas.»
«Ad liquidas avium voces imitarier ore
Ante fuit multo, quam levia carmina cantu
Concelebrare homines possint, aureisque juvare;
Et Zephyri cava per calamorum sibila primum
Agrestis docuere cavas instare cicutas.»
Dell’êco boschereccia è imagine il canoro Parnaso che fa pallidi di sua ombra gli abitatori; dell’armonioso gorgoglìo delle acque sono emblemi le cisterne di quel sacro monte in cui bevve la musa[10]; e le incantatrici Sirene dell’oceano e delle sfere furono sempre quelle che —disiando, qual di fuggir, qual di veder lo Sole, andarono —cantando, come donna innamorata.
L’antichità simboleggiò questa origine del canto in quel Lino, cui ne attribuì la invenzione, facendolo discendere da Giove padre dell’Universo, e in più stretta parentela legandolo con Apollo genio della Poesia, con Urania figlia del Cielo, Nettuno signore del Mare, Tersicore dea delle Danze, Diana preside ai Boschi, quasichè di tutte queste divinità vestisse natura, e sortisse le ispirazioni.
E Giove, non sarebbe quel Giubal che nella più remota tradizione dell’Asia, ritenuta 5307 anni da noi, fu creduto padre e maestro di quelli che cantarono il Kinor e l’Ugab[11]?
Quel Lino poi, primo maestro, formò al cantoOrfeo, il quale ebbe discepolo Museo, cantore e profeta, che estese la bell’arte da meritare che per lui forseMusicasi addimandasse.
Dal suono che rendevano le canne cresciute sulle rive del Nilo, quando i venti le cospergeano di arena, Diodoro deduce la prima idea della musica, che vuol d’origine egizia[12]: come altri ne traggono i primi sperimenti dai superstiti del diluvio, che dalla confusione degli elementi e nell’ebbrezza del salvamento, appresero a intuonare inni e lamenti.
Voci a intervalli e suoni accordanti, dissero Aristoxene e Quintiliano la musica. Il discorso delle Ore (orologio) e le voci ordinate delle Stagioni attorno il carro del Sole, furono i primi mitologici emblemi del regolato linguaggio che si disse il canto della natura.
Infatti i primi scopritori d’ignote terre, intesero nei vergini abitatori i primitivi accenti naturali, il canto innato e di comune linguaggio; ed ivi pure quel canto musicale che dalla grande scuola del creato traeva; per cui colla vaga imitazione dei genj canori dell’aria, o coi fischi e colle strida ferine, secondo che i selvaggi volevano esprimere la soddisfazione o il coruccio, que’ primi visitatori furono accolti. E col canto, le seducenti carolle o le ridde infernali.
S’inganna Rousseau se non li comprende e se li paragona ai mutoli infelici cui l’organo vocale non risponde, come ai ciechi brillano invano i colori dell’iride.
Ben s’appone invece quel filosofo allorquando conchiude che, se pur la parola non avesse cominciato dal canto, è certo, almeno, che si canta pertutto ove si parla.
E come col dirozzamento de’ popoli, coll’acquisto di cognizioni e col sociale progresso, ampliavansi i mezzi di esporre i sentimenti e i pensieri, e modificavasi il canto naturale fino a cangiarsi in discorso; così, presso ogni popolo col lungo andare del tempo, anche al canto musicale s’aggiunsero i ritmi, e si ridusse ad arte ciò che prima era stato dato dalla natura.
Siccome poi tutto ciò che vien da natura imperiosamente s’impone a chi ne sente l’istinto, così non avvi cosa all’uomo più naturale del canto stesso musicale; stilla anche questa di refrigerio alla sua agitazione, mistica provvianda lunghesso il cammino, disfogo alle sue piene, conciliazione a’ suoi sonni, sollievo costante che l’istinto gli suggerisce per addolcire le pene, alleviare le noje e gli stenti della vita.
Ecco dunque i primi figli del dolore e della vendetta che cercano il sopore ai loro mali nel canto. Henoc e Jubal-cain fanno parlare la Genesi (Cap. IV) dei loro canti che risuonano in Nod, dalla parte orientale, lungi dall’Eden. — Labano quindi lamenta in Gallaad,coi canti, il rapimento furtivo delle figliuole (Gen. XXXI). — E da quelle età remote in poi, il pellegrino lungo la via, il colono nei campi, il marinaro sul cassero, il pastor fra le greggi, l’artigiano nell’officina, cantano tutti quasi macchinalmente; e le fatiche sono interrotte, e la noja è scomparsa.
Il canto consacrato dalla natura per esilarare lo spirito, distrarlo dalle pene, e compensarci del retaggio di pianto d’una faticata esistenza, impiegato che fu poi a manifestare la gioja, servì ben tosto a celebrare le azioni di grazie cui l’uomo sentesi tratto verso alla Divinità. — La riconoscenza rese omaggio all’Essere supremo coll’espressione più bella; l’amore quindiusò il linguaggio della natura per espandere la sua tenerezza; e se ne valse infine alle lodi de’ suoi eroi, al clamor dei trionfi, all’ebbrezza delle feste, e pur troppo! all’adulazione dei grandi.
Un grande pensatore vivente, Herbert Spencer, crede che la cadenza del linguaggio primitivo delle passioni umane, abbia generato la musica[13]. Darwin, suo compagno, vuol anzi precisare che alla passione d’amore principalmente devonsi le note ed il ritmo acquistati dai nostri progenitori per sedurre il sesso opposto; e lo prova, raccontando le giostre d’amore che fanno alcuni augelletti per via del canto, fino a morir dalli sforzi di voce, aspettando che la femmina celata fra le fronde conceda la palma al più abile e costante gorgheggiatore.
Tratte da diverse sorgenti, mescolaronsi la musica e la poesia; quindi i sacerdoti dell’una e dell’altra si confusero col nome comun diCantori.
Lieti gli uomini del loro viatico natural di conforto, nell’armonioso teatro della natura, non tardarono dunque rivolgere il loro canto al Creatore: ed ecco Noè innalzare l’odor soaved’allegrezza innanzi all’Arco di riconciliazione. Mentre il suo contemporaneo Fo-Hi, gran padre e signore Cinese (ritenuto da alcuni il Noè medesimo), liba egli pure con acute voci, e donatore a que’ popoli della cetra, ne ingemma i tocchi di cantabili accenti.
Ecco Giobbe nelle piagnolose cantilene disfogare l’amarezza delle sue sventure; e con quelle — più che pietoso fare stanco il cielo. —
Ecco Moisè cantore, sulle sponde del mar Rosso, che scioglie il più famoso Inno di grazie; Giosuè coi cori e colle trombe attorno le mura di Jerico; Debora profetessa rinfuoca il sentimento nazionale e religioso coi canti mandati di sotto alla palma del monte di Efraim, ove rendeva giustizia; i tre fanciulli ebrei sfidano il tiranno col canto dalla fornace di Babilonia.
Ecco Davidil componitore delle soavi canzoni d’Israele(Samuel, 2, XXIII), che tripudia nelle feste dell’Arca del patto; Salomone che sviene d’amore nel Cantico.
Nell’Egitto e nella Grecia i primi canti conosciuti furono versi in onor degli Dei, modulati dai poeti medesimi.
Adottati ben presto dai Sacerdoti, addivengono rituali; e quindi il simbolico Osiride risponde e promulga le leggi col canto.
Anfione fabbrica Tebe cantando sulla cetra; e figura così l’armonia delle parti, e consacra ad Apolline, dio della massima scienza, quel suolo, onde poi Crissei e Focesi che lo profanarono, nella guerra indetta dagli Anfizioni furono sterminati.
Secondo altri, è Cadmo venuto di Fenicia e salvato dalla Corte di quel re, che stabilisce in Tebe il suo regno, ma seco adducendo siccome sposa, la canora Ermione, od Armonia, colla quale spiega gli oracoli, sfida i destini, e apprende la bell’arte alla Grecia e all’Illirio.
Musèo si fa cantore e profeta.
Femonea e le Pitonesse seguaci, cantano in Delfo i versi pronunciati dall’Oracolo. Quindi son versi lesentenzede’ filosofi, idettidei legislatori che si cantano per le vie della Grecia, affinchè meglio s’imprimano nelle menti e nei cuori.
A innalzare poi i lamenti di pietà e le lodi ai Superni, s’unisce il popolo; e alla guida dei poeti e dei sacerdoti meglio s’informa del canto, originando il concerto ed il coro.
Ma unire in coro le voci fu antica usanza anche degli Egizj, sia per le deprecazioni, e sia nei tripudj.
I Miti poetici e religiosi se spargono vivi raggi di luce nella oscurità dove la storia non giunge, non devono peraltro escludere il sussidio della savia induzione, che procedendo per fatti incontestabili, è valida altrettanto a illuminare per ignote regioni; e per questa, più che a tante Deità inventrici, dobbiam prestar fede all’opera della imitazione nelle discendenze e nelle migrazioni de’ popoli. È probabile infatti che anche i Greci come gli Ebrei, derivassero in gran parte le costumanze dal popolo che più profondamente d’ogni altro si perde ne’ tempi.
È fatto irrecusabile che l’Egitto fu prima culla dell’arti e delle scienze. Se Diodoro di Sicilia potè assicurare che gli Egizj teneano la musica come arte frivola e pregiudicevole, ei non ebbe a dir tanto del canto: ed anche ai riguardi della musica, altri autori non meno di Diodoro stimabili, affermano anzi che Mosè e Pitagora l’abbiano appresa da loro.
Erodoto, Platone, san Clemente d’Alessandria, ed altri, vollero che l’asserzione di Diodoro non si dovesse ammettere senza restrizione, e che solo intendere si dovesse, come l’antica sapienza certo genere di musica ritenesse corruttore, o l’abuso dell’arte spregievole. Limitazioni consimili applicavansi ad ogni disciplina che influenzare potesse sui costumi, e sui principj caratteristici di quella nazione.
D’altronde, Diodoro medesimo conviene che laindifferenza per la musica presso gli Egizj non era generale, e che Osiri l’amava moltissimo.
Dalle spiegazioni poi di Strabone, che, ammettendo il divieto a que’ popoli d’usare istrumenti nelle cerimonie di religione, assicura vaga e bene istrutta la gioventù egiziana de’ vari canti stabiliti, è giusto inferirne che le leggi sospettose e restrittive non riguardassero che l’uso de’ musicali strumenti, ben noti agli Egizj, come lo provano le dipinture antichissime di Palestina e di Ercolano; e che non dovevano turbare la serenità delle giubilazioni e delle preghiere affidate alle espressioni delle voci; legge da altre religioni imitata.
Non patirono certamente divieto le coltissime madri egiziane di porgere il nutrimento di vita ai loro figli insinuando loro nel tempo medesimo il primo educamento gentile colle melodie della propria voce, come poscia tutte le madri e nutrici acquetarono i loro bimbi colla dolcezza del canto.
Quali poi fossero i canti egiziani è supponibile, ma non è constatato: nè vale per questo congetturare con l’ab. Roussier sul musicale sistema a loro attribuito.
Fatto è che cantavano nelle feste, ne’ funeri, e ne’ sacrificj. La storia degli Ebrei, sortiti di Egitto, chiaramente lo conferma; ed essi medesimi, che da altri non aveano potuto apprenderlo, piamente o scelleratamente lo mostrano, invitati da Mosè ne’ trionfi, o condannati se fra canti e balli idolatri li discopre attorno il vitello d’oro al suo discendere dal Sinai.
Nella gran terra poi dove la poesia ebbe il maggior sviluppo, e a cui fu dato il merito sommo di averla mirabilmente al canto sposata, Siagro sarebbestato il primo a cantare in versi la celebre guerra di Troja. Quindi Omero, principe della poesia greca non solo, ma una delle più splendide glorie musicali, perchè compositore, maestro, sonatore e cantante.
Infiammato il popolo alla voce de’ suoi grandi cantori, meglio che quel d’Israele, spinto da felice natura, ed educato da tanti filosofi, nel cui studio fu primo Pitagora, coltivò sovranamente quest’arte.
I guerrieri non potean dirsi completi se non erano valenti anche nei canti; quindi Tirteo insegnò quelli per cui Sparta e i Dori infiammavansi prima d’uscire alla lotta.
Il forte Achille cantò sulla nave dei Mirmidoni, e frenò col canto la giusta sua ira contro Agamennone che Briseide gli avea rapita. Alcibiade tornò fra i Cantori dall’esilio, mentre accompagnavano il coro i tonfi de’ rematori.
I Greci che introdussero le feste teatrali, le corse de’ cavalli e de’ carri, ignote agli Egizj[14], perfezionando col loro ingegno anche i musicali istromenti, poterono renderli compatibili al canto, associarli alla musica vocale, ed introdurli nelle festive e religiose cerimonie, non però senza difficoltà e corso di tempo; mentre quegli utensili sonori di cui gli Egizj ci lasciarono traccie ne’ monumenti (il pholiux, il timpano, il sistro, la tuba), benchè dovuti alle invenzioni delle loro Deità, poco gradevoli, come lo dimostra Claudiano, non potevano essere ammessi almeno da sacerdoti all’accompagnamento dei riti.
È probabile che per primitiva imitazione soltanto, l’istesso Pitagora s’abbia acquistata fra i Greci lafama di scopritore di quella corda con cui misurava gl’intervalli de’ suoni (che anticamente erano soli quattro, non considerando gli altri che come ripetizioni); e similmente Tepandro e Timoteo, pei loro miglioramenti introdotti a quell’arnese musicale: così Telefano di Samo ritenuto inventore del flauto; ed Erodoro primo autor della tromba, a sussidio de’ greci canti.
Basta accennare che il re africano Jopa, perito nelle scienze della natura e nell’arte del canto, ben prima di Pitagora accompagnandosi cogli accordi di quell’istrumento svelava le vie de’ cieli dai lidi fenicj.
Ma non tardarono anche gli Egizj a valersi dei perfezionamenti greci, appena giunsero a conoscerli, e col solito ricambio d’arti e di costumi, il regno dei Tolomei accolse i riformati cantori; onde nella gran festa di Filadelfo, descritta d’Ateneo, perfino seicento persone d’ogni nazione formarono un coro, trecento delle quali erano e cantori e citaristi.
Ivi pure, i re medesimi finirono abbandonandosi ai nuovi canti; e l’ultimo de’ Tolomei di star fra i cantori era vaghissimo.
Con egual costume fra gli Ebrei, appena Samuele, secondo le sacre carte, fondò una scuola compendiante in allora la poesia nazionale e la musica, i re ne addivengono in uno ed allievi e protettori: Saule infiamma i suoi guerrieri coll’arpa e col canto; Davide regola un coro di quattromila cantori, tre maestri del Santuario, e duecentottantaotto pei Leviti, convocando, consigliando, e ordinando che ogni Nazione lodasse Iddio con suoni e canti (Sal. 93, 97)[15].
Salomone suo figlio e successore, secondo afferma Giosefo, si fa capo di duecentomilastole di lino, o cantori, che impiega nella dedicazione solenne del suo gran Tempio; massa corale non incredibile, se si pensa alle condizioni di quel popolo, di que’ canti, di quelle abitudini, e se in oggi riscontransi gli enormi concerti degli Oratorj biblici Handeliani che riproducono l’Israeleal Cristal-Palazzo di Londra.
In Grecia dunque, dove primamente vennero tali cori ordinati, troviamo Esiodo farsi capo d’una intera scuola di cantori: la prima che dalle storie ci apparisca, e formata in Beozia.
Resta però sempre comune il canto e indipendente nel popolo alla semplice scuola della passione, al richiamo del riso, all’espressione della esultanza; e la prosa cadenzata dei mimi diverte anche nel monodramma.
I poeti vestirono di nuove forme la parola, perchè al canto meglio s’attagliasse. I Greci infatti non ebbero poesia che non fosse al canto obbligata. La lirica cantavasi con accompagnamenti istrumentali: onde fu chiamatamélica. Il canto della poesia epica e drammatica era più sobrio d’inflessioni, ma non era meno per questo un vero canto; e tutti gli scritti degli antichi intorno alle loro poesie incontrastabilmente lo provano.
Bene argomentò in proposito M.r De Cahusac, insegnando doversi prendere nel vero e letterale lor senso le parole con le quali Omero, Esiodo, ed i classici e più antichi cantori iniziarono i loro poemi. L’uno invita la sua Musa a cantare i furori d’Achille; l’altro canta le Muse stesse, perchè le loro opere non erano fatte che per esser cantate.
Così fra poeti ebrei, nel medesimoCantico deiCantici, attribuito a Salomone, e che qualche autore pretende altro non sia che l’epitalamio delle sue nozze colla figlia del re d’Egitto, mentre i teologi lo dimostrano siccome emblema d’altra mistica unione, il sig. De Cahusac non vede che un’Operaperfetta e ammirabile; le scene, i recitativi, i duetti, i cori non vi mancano; ed egli non dubita che non sia stata rappresentata tale Opera cui propriamente si diè il nome diCantico.
La espressione di questa parolacanto, nella poesia, non cominciò diventarefigurache più tardi, presso i Latini, i quali serbando l’effettivo canto alle tragedie e a qualche oda, introdussero per le altre poetiche composizioni il recitativo.
Vere e naturali canzoni erano quelle di Lino e di Orfeo, e quelle di Erifano che seguiva le traccie del cacciatore Menalca. Canzoni quelle che l’antico greco, cui furono nutrici le Muse, insegnò primo in Beozia, e che il cieco suo rivale sposò alla magica lira. Canzoni, le gravi monodie di Stesicore, e gli epitalamj di sua invenzione[16]. Canzoni, i melanconici racconti delle greche donne sulle avventure di Calice morta d’amore per l’insensibile Evalto, e delle figlie del loro re Pandione sfuggite al seduttore Tereo colle penne de’ più vaghi uccelli cantori; le istigazioni vendicative e sconcie di Tespi; gl’inviti bramosi di Sileno e di Bacco; le odi argute e immaginose d’Anacreonte, e quelle sublimi di Pindaro le poesie appassionate e ardenti di Saffo, e quelle della giovane Erinna sua discepola e amica (600an. av. Cristo). Veri cantori tutti i lirici poeti; comei Coreisciti fra gli antichi Arabi, custodi del santuario nazionale (Caaba) e delle nazionali tradizioni, dalla cui tribù poi nacque il cantore e veggente Maometto (571dopo Cristo).
Vero canto l’antico linguaggio quando servir dovea alle più vive o alle solenni espressioni. — All’aprir dei banchetti, all’accompagnamento delle danze, all’elogio della virtù, al lamento delle sventure, alla separazione dai defunti, gli antichi usarono il canto.
E da queste unioni che ci descrissero Dicearco, Plutarco, ed Artemone, si può riconoscere la formazione dei primiCori.
Lo studio dellaCorodiadivenne quindi parte precipua nelle greche Scuole, sia per raddolcire i costumi dei giovani; sia per informarli delle sacre dottrine e delle patrie storie, dai sacerdoti e poeti descritte nei Canti; sia per l’igienica vista di concorrere anche coi polmonari esercizj al fisico sviluppo ed equilibrarlo a quello mentale, secondo il sistema de’ loro Gimnasj[17].
Dalle invocazioni che gli antichi greci innanzi di porsi ai conviti, uniti insieme e d’una sola voce rivolgevano alla Divinità, traggono origine, come opina La-Nauze, i primicantici sacri.
Infatti i greci davano questo nome a certi monologhi appassionati delle loro tragedie, che si cantavano sui modi ippodorici o ippofrigi (Aristotile)[18].
Nelle feste, i cantori tenevano in mano un ramo di mirto.
L’accompagnamento della lira s’introdusse più tardi; — Tepandro ne fu l’inventore: — per la qual moda, tanti inesperti a trattarla vennero esclusi d’infra i cantori; e le canzoni si fecero più difficili (Plutarco) — e le pose dei cantori più irregolari (Artemone).
Non cantarono che i conoscitori della musica; da ciò, più finita la esecuzione — l’espressione men naturale — dubbio l’effetto.
La primitiva scuola dei canti fondata da Esiodo, cangiossi in una scuola musicale e com’è consuetudine alla comparsa d’ogni novità, e nell’invasione imperiosa della moda, ai modi semplici e primitivi si diè il bando e la beffa; onde a critica dei concerti sgraditi e a dispregio degli esecutori imperiti, tutti quelli che all’organo della voce non accordavano armoniosamente l’oscillazione delle corde, si disserocantori da mirto.
Precisamente come a nostri giorni, vengono volgarmente distinti dagli artisti o virtuosi teatrali, i cantanti da camera o da chiesa.
Anche gli Ebrei si trovano coi rami alla mano in atto di cantare: così adorne le loro fanciulle corrono incontro al giovanetto Davide reduce dal gigantesco duello in Filistea e in Gerusalemme il popolo canta e festeggia l’arrivo del profeta colle palme d’olivo.
Nell’Asia usarono sempre, come tuttora dalle Indie alla estrema Russia, staccar dalle selve i primi rami e in coro, le giovani specialmente, salutar con essi cantando il rinascere della natura, mistico segno che ben s’attagliava anche alle credenze cristiane.
La prima Chiesa, men disdegnosa e più fedelealle antiche usanze, mantenne il verde ramo ai suoi cantori; ond’è che nelle catacombe tanti depositi trovaronsi fregiati della verde palma, o di quelle intrecciate di olivo e di mirto; simboli della pace che regna sui sepolcri, della speranza che vi alleggia d’intorno, e del carattere nei defunti di cantori; segni, ai quali poi erroneamente o interessatamente si volle attribuito il significato del martirio, per cui le reliquie demarcate da una palma si ritennero tutte di martiri[19].
Ma tornando ai greci novatori che dispregiavano i semplici cantori da mirto, confessarono essi medesimi la difficoltà e la minore naturalezza dei canti fatti dipendere dallo stento e dai vizj degli strumenti, chiamando col nome ditortuose(scolies) le canzoni alla lira obbligate.
Ed anzi Timoteo da Mileto che, dopo trecento anni da che Tepandro avea introdotta la lira all’accompagnamento de’ versi, osava estendere i servigi di questo istrumento accrescendolo di quattro corde, fu condannato.
Perocchè in Grecia, dove riconosceasi la musica propriamente detta, l’arte, qual è veramente, delle emozioni piuttosto che dei pensieri, si riteneva anche quella semplice lirica strumentazione legata in dipendenza alla poesia; così che i poeti erano musici, mentre questi non eran poeti.
Chi era potente d’ispirazione e di voce per accentare i propri versi col canto, era il vero poeta cantore. E un tal canto era sobrio, espressivo, tonante.
Anche un Pryni, che introduceva innovazioni sue in questo modo di canto, venne biasimato acremente da Aristofane, ligio alle antiche usanze de’ Greci che si limitavano a pochi suoni.
L’esempio medesimo abbiamo dagli antichi biblici, in quel Giobbe che lamenta e condanna la confusione de’ strumentali clamori col canto.
Che se questi consideravano la musica come una maniera essenziale d’accentare la poesia, tennero in primo luogo la virtù del canto per esprimere quelli accenti che dai pochi suoni della musica potevano essere imitati.
Ed anche l’accento, credettero da prima i Greci, doversi circonscrivere nell’intervallo di un solo quarto. Più tardi, i musici cercando la varietà, estesero i suoni della scala e lasciarono intervalli maggiori, e ne nacquero le varie usanze; onde anche il canto a seconda dello stile, dell’indole e della moda, assunse le diverse maniere che, Frigia, o Dorica, o Lidia, s’addimandarono: finchè passando da una maniera all’altra, e queste fra loro intrecciandosi, l’accentuazione musicale prese un’espressione più viva e passionata.
Il canto divenne oggetto di studj e d’osservazioni particolari; e se per sè stesso non ebbe onoranza divina come nell’India, pervenne a nobilissimo culto; e Adraste, vissuto ai tempi d’Alessandro, ce lo ha dimostrato nei tre libri che scrisse intorno alla musica.
Alcuni di quei modi che aveano introdotto tanta varietà ed esagerata estensione nei canti, furono da Platone rifiutati siccome capaci di alterare i costumi; ciò che faceva anche Aristotile escludendo i modii più elevati; finchè Tolomeo li ridusse a sette soltanto[20].
L’antica filosofia riscontrò nel canto tre indispensabili elementi, onde lo definirono modificazione dell’umana voce — che forma variati suoni — e li determina. Quindi gli accenti della voce parlante, la durata e successione de’ suoni, ovverossia, laparola, ilsuonoe lamisura.
Platone ripose laMelodianel semplice discorso ov’egli intende il canto della parola, la dolcezza dell’accento.
E l’accento, modificazione della voce parlante, fu definito da Sergio,quasi canto; e da Dionigi d’Alicarnasso,seme d’ogni musica.
È un fatto che la diversità degli accenti è la vera causa che rende le lingue più o meno musicali; dal che ne segue che a seconda della loro mancanza, manca la melodia, e la lingua è più monotona, languida e scipita; ammenochè, dice Rousseau parlando delle lingue, quella non cerchi nel rumore e nella forza de’ suoni la vaghezza che non può trovare nella varietà degli accenti.
Rousseau parlando dell’accento patetico ed oratorio, ch’ei lo diceobbjetto il più immediato della musica imitativa teatrale, nota come la melodia speciale d’ogni nazione, sia generata dall’accento della rispettiva lingua. Una semplice differenza d’imaginazione o di sensibilità, ne cagiona una infinita nell’idioma accentato de’ popoli.
Segue Rousseau: «l’Alemano, per esempio, alzaegualmente e fortemente la voce nella colera, ei grida sempre sul medesimo tuono: l’Italiano, che mille movimenti diversi agitano rapidamente e successivamente nel medesimo caso, modifica la sua voce in mille maniere. Lo stesso fondo di passione regna nella sua anima; ma quale varietà d’espressioni ne’ suoi accenti e nel suo linguaggio! Il musicista che sappia imitarlo, dovrà a questa sola varietà l’energia e la grazia del suo canto.... E qual sarebbe il rapporto della Musica al discorso, se i tuoni della voce cantante non imitassero gli accenti della parola?...»
Cosa risponderebbero gli odierni sapienti musicisti, all’antica sapienza che facea della parola il primo elemento, ilmele, ilsemedella musica; dottrina confermata da tanti secoli, fino alla perentoria stretta domanda del non antico filosofo e musico Ginevrino?..
Cosa risponderebbero coloro, che van tenzonando nell’abbujato aere della questione,discorso della musicaemusica del discorso?!...
Qui vi sarebbe da scrivere un libro, non inutile affatto alla storia del canto, bensì nocivo alla pazienza del lettore, libro che non iscrivo, ma stringo in due sole e recenti risposte.
Il letterato tedesco Alfonso Karr disconosce ogni rapporto fra la parola e la musica, ed impreca a quelbarbaroche osò la prima volta porre le parole sotto la musica[21].
Schietta confessione di chi conosce l’indole propria e il proprio idioma negativi al bel canto. Confessione,che ad altri più felici d’indole e di lingua suonerebbe bestemmia, ma che trova scusa nel medesimo esempio premesso dal Ginevrino filosofo, e che giustifica la predilezione che in generale hanno i tedeschi per la musica strumentale adatta al lor genio, mentre provano un certo disdegno per la vocale cui la natura lor si ribella. Confessione confermata dal grande Beethoven che si trovava arrenato le poche volte ch’ebbe a comporre sulle parole.
Non per diversa cagione, ma per questa medesima difficoltà, anche i francesi fino ai nostri giorni sostennero non doversi nei drammi riguardare la musica che quale accessorio: e gravi loro autori, non per deferenza ai nostri, ma per trovare anche in questi un appoggio, fecero il gran merito ad Apostolo Zeno «d’essere stato il primo poeta italiano che abbia insegnato a’ suoi compatrioti questa bella dottrina, dando a loro nelle sueopereun’imagine delle buone composizioni teatrali francesi!»
Dissero questo con la loro boria istintiva, invece di dire che lo stile del Zeno non si presta granfatto alla musica ch’egli teneva com’arte precipua e indipendente, e che consultava e ammirava ne’ genii de’ predecessori Zarlino e Galileo ed in quello del suo contemporaneo Marcello.
L’italiano maestro Carlo Sessa, in un recente suo scritto artistico, mi dà la seconda e più sennata risposta. Egli considera i rapportimorali filologiciematerialitra la Musica e la Parola[22], risponde in primo luogo che questa, «senza restringere e limitareil senso indefinito della musica, le serve di guida e d’indicazione generale e sommaria all’interpretazione del sentimento musicale.» Chiama eresia la negazione della parola cantabile, quantostrano ed orribile che la musica interpreti la parola. Egli dice: «l’uomo esprime i suoi sentimenti sposando la parola al canto. Oh! la bellissima cosa udire la musica intrecciarsispontaneamentealla parola, l’una e l’altra armonizzando ciascunajuxta naturam suam.»
Ed ecco il linguaggio di chi conosce questa spontaneità di natura, questa facilità di connubio; ecco la manifestazione di chi si senta figlio alla terra daidolci accentie delle feliciispirazioni.
Nei rapporti filologici, il maestro di Modugno riguarda il canto unDiscorso modulato; e mostra quindi che la musicada apporsialle parole deve secondar sempre l’armonia del discorso parlato, rispettando le diverse membrature del periodo, corrispondenti alle diverse inflessioni del pensiero, sicchè una particella della frase del discorso non venga divelta stranamente dall’altra, onde poi il senso delle parole ne venga sfigurato.
Finalmente sotto l’aspettomateriale, la sillabazione ben distribuita, facile e naturale, influisce alla grazia ed alla facilità del canto; l’accento della parola non può contraddire a quello della frase musicale; e corrisponderanno le note alla parola ai riguardi perfino dell’atteggiamento della bocca per non impedire quella forma più naturale e graziosa che meglio d’ogni altra si presta a ben dispiegare la voce.
Analoghe deduzioni già compendiò Aristoxene nella sua distinzione de’ movimenti della voce umana, la quale con quellocontinuoè parlante, e col movimentodiastematicoo ad intervalli determinati, non è altro che il canto[23].
Ed anzi Aristide Quintiliano nella decenza e nei movimenti della voce espressiva fece consistere laMusicache per tal modo ei definì, aggiungendo essere questa l’arte del bello.
Dalla antica lira dei Greci, trasse i suoi primi accordi la lira de’ Latini e conseguentemente quella degli Italiani. Il purissimo cielo d’Italia armonizzava con quello della vicina Grecia; il linguaggio era congiunto colla derivazione più stretta; reciproca la fertilità delle menti; trasfusa da un popolo all’altro la civiltà.
Se, pel naturale progresso, o per una sensibilità più squisita, o per le successive invenzioni di regole e modi, la lira italiana giunse a vibrare corde più melodiche e ad esprimere canti più perfetti di quelli dei Lini, degli Orfei e dei Musei, i cui successori non superarono mai le barriere del convenzionalismo e la schiavitù de’ sistemi; non per questo la nazione meglio d’ogn’altra riuscita nell’arte dei canti può dimenticare quella di cui risente l’origine; e specialmente ai riguardi dello storico suo procedimento e sviluppo, deve rivolgere le osservazioni a quegli insegnamenti ed a quelle tradizioni dalle quali educato il suo genio ingrandì poscia di proprie forze, acquistandosi appunto il grado sommo d’onore, il primato invidiato da tutte le altre nazioni e non vinto.
Il filo storico adunque, e dirò quasi la strada maestra lungo la quale conoscere le fasi tutte dell’arte del canto, comincia in Grecia e mette fine inItalia: tutte le altre vie non sono che diramazioni, talvolta nobili e luminose, sovente viottole oscure e impraticabili. Per cui io vò tenendomi alla grande strada, accennando peraltro le circostanti.
Sotto duplice aspetto della fisica e della musica esaminarono gli antichi le teorie de’ suoni, delle cui relative modificazioni stabilirono il secondo elemento del canto. Ritennero riferibili anche ai suoni vocali i rapporti delle vibrazioni fra il corpo sonoro e l’organo uditivo, per mezzo del veicolo indispensabile dell’aria, e considerandone le modificazioni dal grave all’acuto, dal forte al debole, dall’aspro al dolce, e le rispettive durate, stabilirono anche per la voce iltono, laforzaed iltimbro. Quindi coi sistemi de’MonocordieTetracordifondarono le regole de’Canoni armonicidelle divisioni o rapporti degli intervalli, di cui parla specialmente il libro di Tolomeo.
Dal grado della elevazione della voce (tono), dalla sua intensità (forza), e dalla qualità o metallo onde rendesi il suono gradito o spiacevole (timbro), o colorito, trassero gli antichi la loroRytmopea, che dividevano in tremodiotropiprincipali, l’uno basso e serrato, l’altro elevato e grandioso, e fra i due quello dolce e tranquillo, riportandosi sempre ai versi o alle parole destinate pel canto.
Ecco dunque il terzo elemento, il ritmo dei movimenti della voce che i greci applicavano alla parola per trarne l’armonia nella eloquenza, la misura e la cadenza nella poesia; e riguardo al canto l’applicarono al valor delle note, formandone quelle divisioni che s’intesero poi sotto i nomi di tempo e di battuta.
L’isocronismo naturale delle durate, nelle danze,nelle marcie, e l’imitazione di quello degli animali e perfino degli elementi, contribuirono cogli accenti istintivi della prosodia alla formazione del ritmo.
Siccome le sillabe della lingua greca per la quantità e pel valore erano ben determinate e sensibili come in vero più che ogni altra la nostra lingua le imita, e siccome i versi che si cantavano erano composti d’un certo numero di piedi formati da quelle sillabe, lunghe o brevi, e combinate, il ritmo del canto seguiva regolarmente l’andata di que’ piedi e ne era la vera espressione. Dividevasi come quelle, in due tempi, l’uno battuto, l’altro levato; e contavasi di tre o più maniere secondo i diversi suoi rapporti. Così il tempo eguale odattilico; il doppio,trocaicoojambico, in cui ciascun tempo era ripetuto; il sesquialtero opeonio, durevole per ciascun tempo in rapporto del 3 a 2; e l’epitritodel 3 a 4. Tali ritmi procedeano più o meno lenti a seconda del minore o maggior numero delle sillabe o delle note lunghe o brevi, conservandone però sempre i rapporti, e del movimento che era invece arbitrario nel poeta secondo l’espressione delle parole e il carattere delle passioni rappresentate. Da questi due combinati mezzi nascevano mille altre modificazioni e varianze; cui influivano i piedi mantenuti di una sola specie nelle poesiesemplici, o mescolati in quellecomposteomiste; l’intralciamento quindi dei versi medesimi che sempre eguali, mantenevano il ritmo uniforme come negli esametri e ne’ pentametri, o ineguale nei jambici, coriambici, ecc. Aveano i silenzj per riempire il vuoto delle sillabe in certi versi mancanti; avevano infatti l’espressione della misura e dell’armonia de’ versi nel ritmo. Vossius, nel suo libro dePoëmatum cantûet viribus Rhythmi, attribuisce a questo tutta la forza dell’antica musica, e soggiunge che l’effetto del ritmo dipende dalle immagini delle cose che rappresenta; e come la melodia trae il suo carattere dalli accenti della lingua, così il ritmo si caratterizza dalla parola di cui è immagine e per la quale agisce, interpretando con essa o per la sua imitazione il carattere melodico e ritmico d’ogni passione.
Or ecco il canto dimostrato siccomeparola sonora e misurataa seconda degli interni movimenti o delle impressioni eccitate dalle esterne cose in quegl’esseri meglio capaci d’esprimerle e di spiegarle.
Ecco nella musica vocale un incentivo efficace a studiar la espressione, a migliorare la parola, a riformare la lingua; a modificare la voce, regolandola per la misura, educandola alla sonorità ed alla grazia. E qui nuovo campo d’osservazione ai riguardi della natura e dell’arte.