Chapter 5

È superfluo l'aggiungere che il vecchio Castillia, essendo sceso nella tomba alcuni mesi prima dell'imperatore Francesco, morì senz'avere riveduto il figliuolo. Affranto dall'età e dalla malattia, accerchiato dagli altri suoi figliuoli, ma sempre affisato col pensiero in quello che avea perduto, ebbe gli ultimi suoi giorni pieni d'angosce e d'affanni. Pareagli continuamente di vedere agenti di polizia appressarsi al suo letto e porre le mani or sull'uno or sull'altro de' suoi figliuoli. Voler parlare, diceva, al direttore generale, volere accertarlo che niuno de' suoi congiurava, voler supplicarlo di lasciarlo morire in pace. Nè quel tremendo delirio cessò che allo spegnersi in lui della vita.

Null'altro mi rimane a dire intorno ai fatti dell'anno 1821, o nulla almeno di cui io possa accertare l'esattezza e che sia ignoto tuttora al pubblico; perocchè non la finirei più s'io volessi narrare l'infinito numero degli aneddoti che corsero per le bocche degli uomini intorno ai tormenti inflitti ai prigionieri, e alla fredda crudeltà dei giudici. Avrei dovuto per avventura riferirne alcuni per additare tutte le cause dello sgomento ormai generale in Lombardia; ma non volli farlo, perocchè mi parve essere sofficiente, anche per ottenere questo intento, la verità incontrastabile.

La storia delle congiure lombarde non è già chiusa con la congiura del 1821. Quando la Francia bandì nuovamente le massime che avea recate giù dall'Alpi nell'anno 1796, l'Italia credette che un governo democratico, fondato sopra l'osservanza dei dritti d'ogni cittadino, dovesse sforzarsi di avere attorno altri governi fondati sopra analoghi princìpi, e non potesse, senza nota di follía, rassegnarsi a lasciar occupare l'Alta-Italia dall'Austria. Si parlò pertanto assaissimo di propaganda nei primi mesi trascorsi dopo l'avvenimento al trono della dinastia orlienese, ned eravi personaggio, per grande, che disdegnasse di darvi mano. Ben presto però cessarono i membri del governo di parlare di propaganda, e vi surrogarono la parola di non-intervento. La Lombardia avea fondate le sue speranze nella propaganda; quando le fu tolta quella speme, si ristrinse a desiderare che non venisse così presto abbandonato il principio del non-intervento. E invero, se questo principio non potea bastare alla Lombardia, soggetta di presente all'Austria, potea esso tuttavia assicurare la liberazione degli altri Stati italiani, i cui governi, troppo deboli di per sè, non si reggono che in grazia del soccorso dell'Austria. Società segrete avevano apparecchiata in tutta l'Italia, tranne la Lombardia, una generale sollevazione, ed un numero assai grande di Lombardi erano complici della congiura, sì per la loro qualità d'Italiani, e sì per la speranza di conseguire più tardi quel tanto che volevano cooperare ad ottenere a pro dei loro compatrioti. Io non vo' qui ripetere ciò che è stato tante volte e da per tutto replicato: che i liberali improntarono i moti di Bologna, di Modena, di Parma, ecc., con un carattere affatto esclusivo, per tema di non dare appiglio alcuno a rimproverarli d'immischiarsi nei fatti dei vicini, e di violare con ciò il principio del non-intervento; che la notizia dell'appressarsi delle truppe austriache non fu mai udita che con disdegno dai cittadini degli Stati sollevati, per essere i medesimi persuasi della inviolabilità del principio del non-intervento; che l'ingresso definitivo di queste truppe, e l'impossessamento per parte loro delle contrade sollevate, fu cosa al tutto inaspettata, e vero sovvertimento del principio dietro il quale erasi operata la rivoluzione. Notissime sono tutte queste cose, e la sposizione degli ulteriori particolari ch'io potrei soggiugnere intorno a quelle congiure e a que' congiurati, porrebbe in pericolo tutti coloro che sono stati sdimenticati dai governi nelle loro persecuzioni. Avvertirò soltanto che se la congiura del 1821 fu ordita di conserva col principe ereditario di Piemonte, quella del 1831 fu concertata col duca di Modena. L'ambizione di fare una bella comparsa sedusseli entrambi; la paura di perdere uno Stato sicuro, benchè mezzano, col volersene creare un altro glorioso, ma incerto e pieno di pericoli, trattenneli entrambi. Le leggi della probità non furono da veruno di essi servate; il duca di Modena si rivolse contro i rivoluzionari ch'egli avea inanimiti, a quel modo istesso che avea fatto dieci anni prima il principe piemontese. Ma questi, più felice dell'altro, non ebbe a condannare di propria mano le macchinazioni che aveva approvate, nè a sottoscrivere di proprio pugno le sentenze di morte contro i suoi partigiani. Abbandonando i rivoluzionari, non fece altro che denunziarne i disegni al maresciallo Bubna e al re Carlo Felice. Il duca di Modena, all'incontro, fece mozzare egli stesso il capo al Menotti, suo amico e suo complice.

Potrei descrivere le trame dell'altre congiure ordite dopo il 1831. Ma le stesse ragioni che mi hanno costretto a tacere delle circostanze tuttora ignorate che si riferiscono alle sollevazioni del 1831, mi sforzano di tacere eziandio di queste nuove macchinazioni, che non ebbero effetto alcuno. Io mi sono proposto di mostrare il come e per quali mezzi sia venuto fatto all'Austria di trasformare un popolo irrequieto, energico, operoso, ambizioso, sindacatore, impetuoso, in quell'altro popolo freddo, inerte, indifferente, sgomentato, cupo e disanimato che abita ora l'Alta-Italia. Se io non ho fallito lo scopo, avrò adoperato per modo che il lettore non ne abbia smarrita la vista, e che, tenendo dietro a' miei passi sulla via da me percorsa, egli abbia, per così dire, sentito l'oppressiva influenza del sistema austriaco calarsi lentamente sul popolo da me descritto, e tarpargli a poco a poco la vita istessa. Per proseguire e condurre a termine l'opera mia non è necessario narrare novelle congiure. Basterà ch'io spieghi alquanto minutamente i mezzi posti in opera dall'Austria, sì per impedire che si rinnovelli o si tenti alcun moto rivoluzionario, e sì per conoscerne e punirne l'intenzione.

Mi sia concesso di riepilogare in poche parole quel tanto che ho già detto a tale proposito. Ho menzionata la legge austriaca che ingiugne ad ogni cittadino di denunziare i delitti politici o d'altra fatta, così nel caso che siangli stati in segreto manifestati, come in quello ch'egli medesimo abbiali scoperti. In certe date circostanze il suddito austriaco è anche in grado di aver a fare di più che non sia il denunziare i colpevoli; perocchè gli è ingiunto di arrestarli, e gli è promessa una mercede per quest'opera. Dal che ne avviene che i soli pubblici uffizi di cui il cittadino austriaco possa attribuirsi l'esercizio senza esservi specialmente autorizzato da una nomina imperiale, sono gli uffici del birro, ed anche del carnefice; perocchè in siffatta congiuntura l'individuo arrestato che faccia contrasto può essere ucciso da chi si è fatto innanzi per arrestarlo, e la colpa dell'omicidio non è allora ad altri imputata che alla vittima. Una popolazione onesta ed intelligente, quale si è certamente la lombarda, si sdegna alla prima lettura di queste odiose leggi; ma non si dà popolo, per illuminato, che valga a sottrarsi agli effetti dell'abitudine. Chi oggi si è sdegnato furiosamente, non proverà più altro domani, per la stessa cagione, che un certo quale dispetto; e il nobile rubellarsi dell'animo suo andrà di giorno in giorno scemando, insino a tanto che si riduca ad un freddo sentimento di biasimo, il quale cederà alla sua volta il luogo al sentimento, più freddo ancora, dell'indifferenza. Ora che avverrà ove i fatti concordino con le leggi, ove tutti i tratti esterni, e come tutti gli accessori del delitto, la pena e il biasimo dell'autorità pubblica, accompagnino l'infrazione di queste inique leggi? L'onestà non è già obbietto per la moltitudine di grandi passioni, di quell'eroico entusiasmo che fa possibile il martirio. L'uomo di volgo non s'indurrà a perdere la libertà, nè gli strumenti della sua arte od industria, nè si rassegnerà a vedersi chiusa la bottega dalla gendarme, piuttostochè appalesare parole dette in sua presenza o nominar persone che sieno passate dinanzi alla sua porta. Io conosco in tutti gli ordini della società degli onesti che sclamerebbero, e a santa ragione, contro questa mia asserzione; il numero di essi sarebbe ancor maggiore in certe congiunture, verbigrazia, negl'istanti di crisi; ma io parlo qui dell'effetto che la pubblicazione e l'esecuzione cotidiana di siffatte leggi dee necessariamente produrre sopra il popolo; e in questi termini niuno potrà accusarmi d'avere infoscato di troppo i colori della mia pittura.

Non è picciolo il numero degli uomini che anteporrebbero la sciagura all'infamia; ma coloro che, edotti del pericolo annesso all'adempimento di una buona azione, avrebbero il coraggio di consigliarla ai loro figliuoli, sono pochi. Le donne sono incomparabilmente più vili in questo particolare che gli uomini. Dovremo pertanto meravigliare che tutti i genitori non crescano la loro prole nella stretta osservanza delle leggi dell'onore, cotanto fatali a coloro che le riveriscono? Io confesso che onesti genitori non s'indurranno giammai ad educare i loro figliuoli per lo spionaggio; ma procureranno di eludere la quistione; ed ove, passando con essi sulla piazza del pretorio, vi veggano un infelice esposto alla berlina per non avere appalesato un segreto ch'eragli stato affidato, ben pochi di loro, interrogati dal fanciullo del delitto commesso da quello sventurato, avranno il coraggio di rispondergli: il suo preteso reato è virtù, e se tu vuoi che la nostra benedizione ti accompagni per a traverso la vita, adopera in quel modo che ha adoperato costui, e sappi soffrire al pari di lui.

Io non voglio, come ho detto e ridetto, esagerare cosa alcuna; ma non è già esagerazione il dire che in una contrada retta da simili leggi, la morale politica non tarda gran fatto ad essere rilassata di molto. Il sentimento che viene a prevaler di gran lunga sotto l'influenza d'una giurisprudenza di tale fatta, si è la paura, la paura di commettere una viltà, la paura di apparire reo d'averla commessa, la paura di esporsi ad affanni per non commetterla. La paura più forte è poi quella che la vince; e da una tale proporzione dipende spesse volte l'onore o l'ignominia di tutta la vita di alcuno. L'uomo prudente non vede in tal caso altro mezzo per uscir dalle strette che quello di cansarsi dal cadere nell'acerba postura da cui non si esce che a prezzo dell'infamia o della condanna; ma l'ottener questo intento è opera di tutta la vita. Chi o per istinto o di proposito si propone un tale intento, deve invigilar di continuo sopra sè stesso. Abbattendosi, cammin facendo, in taluno di cui non bene conosca le opinioni politiche, dee far le viste di non ravvisarlo. Se un amico gli si accosta dicendo volere chiedergli consiglio, l'uomo prudente dee pregarlo di astenersene, e assicurarlo che qualunque altra persona sarà più acconcia pel fatto suo; conciossiacchè questo amico potrebbe volere consigliarsi con lui sulla risposta da farsi ad un emissario dei nemici del governo. Se il proprio figliuolo si mostra mesto e abbattuto, ei dee guardarsi bene dal chiedergliene il motivo, chè quella mestizia potrebbe pur essere mala contentezza politica. Ogni colloquio gli è grave, potendo il discorso repentinamente volgersi alle cose del governo. Gli uomini di questa tempra non sono rari, e sono essi i più onesti fra' vili; ma ove uno d'essi venisse arrestato, oppure solamente interrogato dal direttore della polizia, ov'ei si avvedesse che tutte le sue cautele per reggersi in quel periglioso equilibrio non gli giovarono punto, non dovrassi temere ch'egli rinunzierebbe all'onore, anzichè rinunziare alla propria salvezza? Se tale si è la prudenza delle persone allevate sotto il reggime dello spionaggio austriaco, chi potrà meravigliarsi della diffidenza sparsa generalmente negli animi tutti? Basta che un uomo d'indole amabile e insinuante, di genio compagnevole, frequenti parecchie diverse brigate per essere tosto battezzato col nome infame di spia. Officiosi zelanti corrono in tutte le case aperte dianzi all'amabile persona, e ragguagliano ognuno delle notizie raccolte intorno ad essa. Ed è strana cosa veramente il vedere con somma facilità creduti questi ragguagli. «In fatti», esclama come da repentina luce illuminato il padrone di casa, «in fatti, perchè mai viene egli costui in casa mia? perchè mai vi si mostra egli sempre così amabile? Io non posso invero giovargli in guisa veruna. E da ultimo, quando la sventura che è scesa sovra di me, e le sorde persecuzioni della Polizia mi avevano condannato alla solitudine, perchè mai non si è egli allontanato da me? Ei nulla dunque temeva per sè medesimo? Alla larga da quest'uomo pericoloso».—Basta parimenti che un tale altro si apparti dal mondo e ristringasi a vivere nell'angusto ámbito della propria casa, per dire subito ch'egli ha fatto la spia per un lungo tempo, e che essendo stato svergognato, si è ridotto in solitudine. Chi si mostra apertamente affezionato a Casa d'Austria è naturalmente cansato dagl'Italiani come un nemico; e chi, all'incontro, biasima gli atti del Governo cade in sospetto di voler adescare la confidenza altrui e tendere insidie. Quel ricco non ha egli accresciuto l'avere col prestare alla Polizia segreti servigi? Quel povero resisterà egli alla tentazione d'uscire dalla miseria a patto di commettere qualche viltà? Nissuno è in sicuro da simili sospetti, cosicchè non si dà forse oggidì un Lombardo che possa vantarsi di non temere di nulla. Gli uni, come ho toccato qui sopra, hanno paura di trovarsi compromessi senza saperlo nè volerlo; gli altri paventano di non esser forti abbastanza per non commettere turpitudini; altri ancora temono di trovarsi côlti nel bivio della persecuzione o dell'infamia; e quelli, infine, che sono securi di sè medesimi, nol sono a sufficienza dei loro amici o conoscenti. Ond'io replico, non esservi forse in Lombardia un uomo la cui fiducia nei più intrinseci suoi amici non abbia vacillato ben più d'una volta.

La presente generazione non è già quella del 1814 o del 1821. L'ordine naturale delle cose non porta che i figliuoli sieno formati dai genitori in guisa da rendere nel presente e nell'avvenire intiero omaggio al passato. Ogni generazione può essere, in fatti, risguardata come un gradino dell'ampia scala dell'umanità. Ma in Lombardia la generazione del 1821 non ha nemmeno adempito l'ufficio suo verso la generazione presente che gli è sottentrata. I captivi dello Spielberg, e la moltitudine degli spatriati ricoveratisi in Francia, in Inghilterra, in Ispagna o in Grecia, erano giovani quando abbandonarono la patria. Lasciarono essi per lo più una giovane famiglia, che trovossi priva repentinamente del suo capo e che perciò rimase derelitta. I profughi che tornarono in patria, trovaronvi i loro figliuoli fatti adulti ed anzi fatti uomini; ma quale fu la scorta illuminata che aiutò quei fanciulli a superare il difficile varco dalla puerizia alla virilità? chi ha per essi adempiuto l'importante uffizio paterno? Fu per lo più una donna timida e di corto senno, la quale riguardava le opinioni liberali come mostri devastatori che l'avevano dannata ad una precoce e sforzata vedovanza, e che avrebbe tenuto sè stessa per una madre snaturata se non avesse fatto ogni sforzo per preservare i figliuoli dal pericolo di lasciarsi sottrarre da cotali seduzioni; furono in altri casi vecchi congiunti, naturali e giurati avversari di ogni idea liberale, oppur frivoli amici, scampati dal naufragio che ingoiò gli uomini generosi, solo perchè eran troppo diversi da questi. Io conosco dei giovani, pieni certamente di ottime intenzioni, insigniti dei più splendidi nomi, e possessori d'immensi retaggi, che da una madre pia e divota sono stati cresciuti nel più alto abborrimento d'ogni pensiero politico. È veramente curioso spettacolo il vedere l'aria di candore e di soddisfazione colla quale, alla prima parola di politica proferita da altri in loro presenza, interrompono il discorso per dichiarare che non si sono brigati giammai di tali cose, e che non saranno mai per brigarsene. Chi gli ode e gli esamina attentamente, vede chiaro che la politica è stata loro rappresentata come un vizio depravante, al par del giuoco, della crapula, della lussuria. Confessano bensì questi giovanetti che le materne esortazioni non sono state tutte del pari fruttuose, che certi peccati non sono loro rimasti affatto ignoti; ma pure non sono del tutto corrotti, no, la Dio mercè; fra questi brutti vizi evvene uno almeno, del quale non si sono bruttati, ed è la politica; e per quanto io avviso, questa convinzione giova a rinfrancare la loro coscienza intorno all'altre mende da loro contratte. Ma chi doveva aspettarsi di più da giovanetti allevati per mano di donne e di vecchi? da giovanetti cui null'altro venne insegnato che pregiudizi, e i quali sono stati rinchiusi in un'atmosfera priva de' suoi più salubri elementi, della forza, vo' dire, e della costanza, che sono il pregio dell'uomo e che l'uomo solo può inspirare al fanciullo?

La legge dello spionaggio e la scomparsa quasi totale d'una generazione, per cui furono tolti a tante famiglie i loro naturali capi e custodi, non sono già le sole sorgenti attoscate onde i Lombardi attingono la sonnolenza e la morte. Nulla trascurandosi dall'Austria per anneghittire la contrada, io non posso esimermi dal passare a rapida rassegna i varii rami della sua amministrazione a fine di ragguagliar degli effetti ch'essa produce.

L'istruzione pubblica è assai bene ordinata in Lombardia, vo' dire che il beneficio dell'istruzione vi è sparso da per tutto. Gl'infimi Comuni hanno un maestro ed una maestra di scuola, che insegnano ai figliuoli dei contadini il leggere, lo scrivere, il catechismo, l'aritmetica e la storia sacra. Pochi altri paesi d'Europa sono in questo particolare tanto avvantaggiati quanto è la monarchia austriaca. Il suo governo poche cose spinge all'estremo, ed è anzi propenso assai ai termini di mezzo e ai partiti moderati. Egli è appena più entusiasta dell'ignoranza che nol sia della scienza; ma lo scopo a cui tendono i suoi sforzi, il bene onde vorrebbe arricchire i suoi sudditi, si è la mediocrità. Mediocrità d'ingegno e di dottrina, non curanza di carattere, insensitività di cuore, attutamento delle passioni, scarsità di coraggio e di volontà; ecco quel che vi vuole per l'imperatore d'Austria. Un popolo formato giusta un tale modello non si ribella mai; ubbidisce, paga, ammira il suo padrone, e, se natura il concedesse, lo amerebbe.

Le scuole primarie sono pertanto protette in Austria, perocchè fanno entrar nelle menti del popolo quel primo e fievol barlume del sapere, che trionfa degl'istinti barbarici, e che, signoreggiando il selvaggio, lo guida sino al primo grado della civiltà, all'obbedienza. Benchè imperfettamente costituiti, i ginnasi e i licei potrebbero agevolmente venire riformati. Ma sulle Università particolarmente l'Austria appunta tutte le sue batterie, spiega intiera a tal uopo la sua perizia e la sua tattica, e appalesa pur troppo l'ardente sua brama di soffocare sin da' primordii ogni nobile e generosa tendenza.

Nulla dirò intorno al modo con cui sono nominati i professori, e regolati i pubblici esperimenti dei concorrenti a quei posti; nulla dei maestri mandati direttamente da Vienna, a dispetto dei corpi accademici e degli scuolari; nulla dei quesiti spediti da Vienna per temi degli esperimenti pubblici degli aspiranti alle cattedre; quesiti i quali, stesi in italiano da un Austriaco, sono spesse volte inintelligibili, e quasi sempre assurde. Questi inconvenienti, che sono assai più numerosi ch'io non dica qui, e che in pari tempo sono gravissimi, non possono però venire imputati al mal volere dell'Austria. Le scelte sono mal fatte e i pubblici sperimenti mal diretti, però che gli Austriaci sono di lor natura melensi; i quesiti proposti ai candidati sembrano destinati a muovere il riso e per la stessa cagione; e cosiffatti quesiti sono inviati da Vienna, perchè gli Austriaci presumono assai di sè stessi; i professori viennesi occupano molte cattedre a dispetto di tutto il corpo accademico, perchè è più bello il tener per sè un posto lucroso, che non sia il darlo ad un altro. Sono questi meri inevitabili effetti della straniera signoria, nè in tali fatti, veramente incresciosi, puossi riconoscere l'espressa intenzione di nuocere alla Lombardia. Ma quando io poi veggo scuolari dai venti ai ventiquattro anni d'età, stivati nelle scuole, inchiodati sui loro scanni, non poter permutare il posto fra loro ned appressarsi gli uni agli altri senza incorrere in un solenne e pubblico rabbuffo del professore; quando veggo i professori interrompere la propria lezione ed intimare agli scuolari di ripetere ad alta voce quel tanto che hanno udito; quando io so che l'infrazione di siffatti regolamenti, o l'essere entrato nella sala col cappello in capo, l'essersi affacciato alla porta con un cane dietro, il non avere rasa la barba, ec., bastano per condannare uno studente a ricominciare da capo gli studi; allora io comincio a riconoscere nella costituzione delle Università quella istessa tendenza che già ho notata altrove, a spogliare il Lombardo del sentimento della propria dignità, del proprio valore, della propria forza. Il Consiglio nelle cui mani sono posti i destini dei candidati alla laurea viene a deliberazione intorno a questi tre punti: Il candidato è egli istrutto? È egli stato diligente? Ha egli buoni costumi? Se lo studente ha imparato molto senza essere stato diligentissimo, non si tien conto della sua dottrina, e gli s'ingiunge di ricominciare gli studi dell'anno trascorso. Che se non è stato diligente per nulla egli è scacciato dall'Università, quand'anche egli fosse un Galileo redivivo. Evvi altronde la diligenza così propriamente chiamata, ed evvi la reverenza delle usanze e dei regolamenti universitarii, ch'entra a far parte della diligenza richiesta. Basta, per così dire, che uno studente annodi il collare altrimenti che i suoi condiscepoli, per infrangere le usanze universitarie e tirarsi addosso lo sfratto dall'Università. Passiamo ora a dire del giudizio sui buoni costumi. Questa materia soggiace alla direzione speciale della polizia centrale, che è come il riepilogo di tutte le polizie aizzate sugli studenti; perocchè essi sono invigilati dalla polizia dell'Università stessa, da quella del vescovado, da quella del delegato della provincia, da quella particolare della città, da quella del corpo municipale, e da non so quante altre polizie. Se uno studente ha omesso in un dato giorno festivo di andare ad ascoltare la messa, se ha mangiato carni in un giorno di magro, se ha fischiato od applaudito in teatro, se ha altercato con qualsiasi agente del governo, se gli è uscita di bocca una qualche parola un cotal poco leggermente detta contro i pubblici ufficiali o i loro atti, se ha un libro condannato, se ha contratto una qualche relazione disonesta con alcuno, ed uno di questi mancamenti gli viene apposto da alcuna delle dette polizie, tutta la dottrina di un Cuvier o d'un Humboldt, accoppiata con un'applicazione da Benedittino, non varrà a preservarlo da un avvilitivo sfratto. Ora sono queste le cose che i professori dell'Università hanno dritto di esigere dai giovani confidati alle loro cure? L'Università è essa un convitto di putti? I giovani in procinto di diventare uomini devono essi venir trattati come fanciulli? Sì, certamente, in Austria, ove l'intento così del legislatore, come dell'esecutore delle leggi, o altrimenti l'idea sulla quale è fondato il sistema della pubblica amministrazione, è appunto l'attutamento dell'energia umana, la trasformazione degli uomini in ragazzi, di creature ragionevoli, imputabili e dotate di volontà in creature passive, obbedienti ciecamente, che non presumano di giudicare nè di volere. I fanciulli di cui ho parlato di sopra, la cui educazione non è stata diretta dalla mano ferma ed abile del padre, la cui puerizia non è stata preparazione all'adolescenza, troveranno essi negl'istituti di pubblica istruzione il mezzo di riparare il tempo perduto, potranno essi coltivare, nell'adolescenza, i germi della virilità? Passano essi i giorni dell'adolescenza all'Università, in quel modo che hanno passato gli anni della puerizia presso una madre poco scorta o presso vecchi congiunti acciecati da rancidi pregiudizi. Non v'è nulla in quell'educazione di acconcio a formare un uomo, a maturarne il carattere e il senno, ad addestrarlo a comprendere ed a volere. Vi sono in Lombardia cuori onesti, sensitivi e buoni; vi sono ingegni ben colti, ma ben pochi sono i caratteri virili. Gli uni sono frivoli e leggeri come fanciulli, gli altri sono semplici e candidi, parimenti come i fanciulli; haccene di quelli che amano lo studio, che comprendono facilmente, e che tengono a mente senza sforzo, ma parecchi fanciulli posseggono queste belle doti. Il divario che passa tra l'uomo e il fanciullo non consiste soltanto nella cognizione che dee aver l'uomo di sè stesso e d'altrui, ma anche, ed anzitutto, nel sentimento della propria importanza, di quanto si aspetta da lui, di quanto ei vale ad operare, dell'influenza cui può esercitare, dell'idea cui vuole dedicarla. Tolgasi tutto ciò di mezzo, e non rimarrà cosa nell'uomo, che non appartenga egualmente al fanciullo, non rimarrà cosa che gli si possa invidiare; null'altro insomma gli rimarrà che un cuore meno espansivo, una mente meno vivace, un sorriso meno aggraziato, uno sguardo meno sereno, e delle fattezze appassite.

Il Lombardo non esce mai dall'atmosfera snervante preparatagli dall'Austria. I ricchi godono d'una certa quale libertà, in quanto però non si mostrano disposti a farne uso altrimenti che nell'angusto cerchio dei puerili sollazzi. Chi compra cavalli e carrozze, chi rinnovella ogni anno la mobiglia, chi mantiene concubine con grave spesa è ben veduto dal Governo. Ma chi impegni il nome e i capitali in qualsiasi intrapresa, chi si faccia a proteggere le arti e il commercio, chi apra istituti di beneficenza; chi inventi od introduca macchine, chi proponga miglioríe in qualsivoglia ramo della pubblica amministrazione, chi si dia a scientifiche investigazioni, diventa ben presto sospetto. S'ei batte la via delle cariche, deve deporre ogni speranza di avanzamento, e apparecchiarsi a soffrire le sorde persecuzioni di un governo ipocrita ed implacabile. Se aspira ad un posto vacante, non l'otterrà, perocchè la Polizia, o, per dir meglio, le innumerevoli polizie che stendonsi a guisa d'inestricabil rete su tutto il paese sono interrogate relativamente ad ogni nomina, e basta che alcuna di esse dica: il candidato N. non è ben pensante, i suoi sentimenti sono biasimevoli, o qualche generale taccia gli apponga della stessa fatta, per troncargli la via. Sarà aggravato dal soverchio lavoro, sarà a bella posta trattato sdegnosamente, ad ogni piè sospinto sarà rimproverato, gli si supporranno mancamenti per rabbuffarlo o punirlo, gli si apporranno a colpa le relazioni con persone malvedute dal Governo, gli si imputerà d'avere proferite lagnanze o di averne udite. Una sua domanda a pro dello stabilimento cui è addetto, per quanto siane rilevante od utile lo scopo, non sarà mai ascoltata. I suoi congiunti, i suoi figliuoli, ove battano parimenti la via delle cariche, incorreranno essi pure nel disfavore in cui egli è caduto, sicchè alla fine ei dovrà riguardare sè stesso, ed a ragione, come il flagello della propria famiglia. Sonovi in Lombardia stabilimenti commerciali che caddero d'improvviso in disgrazia del Governo, e ve ne furono di quelli che succumbettero sotto le persecuzioni, perciò che uno de' figliuoli del proprietario avea sposato la figliuola d'un uomo in mala vista dell'autorità. Nè speri alcuno in tal caso ottenere giustizia, venire in cognizione dei torti che gli sono imputati, discussare i fatti, farne accettare la giustificazione. Qualunque instanza tendente a quest'uopo sarà un novello gravame aggiunto ai precedenti. Il direttore della Polizia lo farà chiamare, l'accoglierà a quel modo che i cadì turchi accoglievano, dugent'anni fa, i venditori d'aranci del loro risôrto che contrafacevano alle leggi; gli chiederà adirato, di che abbia a lagnarsi, e se creda che i magistrati sieno tenuti di giustificare presso di lui i sentimenti che inverso a lui nutrono, ed esorterallo alla fine ad interrogare a tale proposito la sua coscienza. Dopo del che ei sarà ancora più malveduto di pria, poichè sarà apparso in fatto poco disposto a riverire i capricci de' suoi padroni e della moltitudine dei loro cagnotti. Tale si è il destino dei pubblici ufficiali, i quali abbiano, anche con una sola parola, esternato i virili loro sentimenti o il loro amore del bene.

Evvi per avventura un ordine di cittadini che potrebbe viversene ed anche lietamente in onta delle malevoli disposizioni del Governo. Che può di fatti temere colui il quale, ricco essendo ed indipendente, nè possedendo nè desiderando onori o dignità, si sta sempre nei termini della legge e non si espone perciò a legali processure? Costui, invero, non ha nulla a temere, ad eccezione però di quell'infinito numero di soprusi e di contrarietà che sono fatte a bella posta per porre alla pruova qualunque pazienza umana, e per affrontare le quali richiedesi forse maggior coraggio che non se ne richiegga per affrontare la bocca del cannone. Nelle città lombarde picciola essendo la compagnia, i varii partiti vi si incontrano continuamente; e il dovizioso che sia in mala vista del Governo vi è esposto agl'insulti continui di tutti i partigiani di questo; insulti altronde con sufficiente accortezza combinati acciò non gli sia concesso di porvi termine con un duello. Tutti i regolamenti di polizia e di finanza, così vessatorii che non sono mai eseguiti, verranno posti ad effetto contro di lui col massimo rigore; talmentechè non potrà uscir di città nè entrarvi senz'essere fermato alla porta e assoggettato a minutissima investigazione; che le guardie daziarie gl'imporranno l'istessa penitenza ogniqualvolta in lui si avverranno sia in città, sia nel contado; ch'ei sarà costretto di andare di passo in certi quartieri o in certe vie; che il direttore di Polizia lo farà tratto tratto chiamare per rimproverarlo da senno perch'egli non si sia cavato il cappello nel passare dinanzi al vicerè, non abbia salutato il governatore, ec. Se in teatro egli avrà fatto le fischiate ad un tristo attore, un agente di polizia lo minaccerà subito di porgli le mani addosso. Nè qui sta il tutto. Le persone o le cose per le quali egli pigliasse interesse, saranno perciò solo malvedute e perseguitate. Se a lui fosse data l'amministrazione di un instituto di beneficenza, quell'instituto avrà tosto a cozzare contro il Governo, cui non mancano i mezzi di nuocergli, e vedrassi inoltre spossessato della pubblica confidenza, che se ne scosterà come da un corpo che sta per disfarsi. Se un Comune lo scegliesse per suo deputato politico, ad esso Comune non verrà più concesso di aprire una strada, di scavare un canale, d'intraprendere in somma qualunque opera pubblica per la quale richieggasi l'approvazione del Governo. Basterà che un libro sia a costui dedicato per portarne il divieto, ch'ei faccia venire un giornale straniero per veder chiuso a quel foglio il confine: nulla, per dirla in breve, potrà riuscirgli a bene. Per un lungo tempo fu in uso un altro genere di persecuzione, il diniego cioè di passaporto. Se una persona sospettata presentavasi alla Direzione della Polizia per ottenere un passaporto, era condotta dal Direttore, il quale, cupamente guardandola, cominciava ad interrogarla in questi termini: «Volete andare in Francia, signore?»—«Appunto, signor Direttore».—«E perchè, di grazia?» Supponendo che l'instante, male accogliendo questa interrogazione, avesse risposto di non esser tenuto a render ragione delle cose sue alla Polizia, di voler andare in Francia perchè tale era la sua intenzione, e così via via, il Direttore, facendosi brusco, rispondeagli: «Non vi parrà male, signore, che, per non esser meglio giustificato il vostro progetto di viaggio, io vi neghi il passaporto»; e accommiatavalo poscia, non senza dargli a conoscere che un'ulteriore sua instanza sarebbe un tal fatto da compromettere gravemente l'autore. Era questo il trattamento che toccava ad un chieditore di passaporti stizzoso. Ora ecco il destino di quello che fosse più umile. Rispondeva questi all'interrogazione del Direttore: «Io mi reco in Francia per affari».—«Di qual natura sono questi affari?» L'instante esponevali alla meglio, ma riportava per lo più questa risposta: «Io non veggo, o signore, che si tratti qui d'affari importanti e pei quali sia indispensabile la vostra presenza. Potete mandare una procura». A dei giovani, i quali alla domanda del Direttore intorno al motivo che gl'induceva ad andare in una contrada straniera, risposero volervisi recare per cagione di salute o per fare i loro studi, replicò il Direttore: «L'aria di Vienna vi farà meglio»; oppure: «Andate a studiare in Vienna».

Ond'è che l'uomo il quale, malveduto dal Governo per essersi lasciato intendere, stretto perciò dall'urgente bisogno di sottrarsi per alcun tempo all'acerba soggezione in cui sentivasi posto, e speranzoso altronde di farsi sdimenticare da' suoi persecutori e di ammansirli col tenersi lontano da loro, diliberavasi ad uscir dallo Stato, non poteva ottenerne il permesso. Era egli fieramente rituffato nell'atmosfera letale che lo soffocava, una ferrea mano tenealo fermo in luogo, e le sue instanze aggravavano la mala disposizione altrui.

Duopo è, mi si dice, il saper resistere alle persecuzioni e non piegarsi sotto di esse. La qual cosa so anch'io; ma quegli che condanna lo sgraziato oppresso dalla soma, non è mai stato certamente nel caso di doverne portare una eguale. Si resiste per un tempo più o meno lungo; si surroga un'intrapresa novella ad una che sia stata sventata; si pone in opera novelli mezzi; picchiasi ad ogni porta, nè si cade d'animo insino a tanto che si spera ottenere un resultato, per quanto sia tenue. Ma giugne il giorno in cui la convinzione di nuocere alla causa cui vorrebbe servire s'impadronisce dell'uomo anche animoso. Gli sovvengono ad un tratto alla mente tutte le faccende che sono ite a male nelle sue mani, tutte le persone cui ha recato danno col volere proteggerle; e questa ricordanza, questa convinzione mortalmente lo feriscono. Tutta la sua energia da quel punto vien meno; ei si rimprovera i suoi sforzi, vergognasi del suo errore e delle sue illusioni, abbandona ogni intrapresa, e col cuore straziato ei corre a nascondere il suo scoramento in un qualche luogo solitario, in una qualche villa remota, ove si fa agricoltore od artiere. Ne ho vedute io pur tante di queste ammirabili angosce, di queste acerbe abdicazioni!

Non cada al lettore di mente che un tale sistema aggrava la Lombardia di già da due generazioni. La prima resistè valorosamente, nè cedette senza pugna; la seconda, allevata per l'obbedienza, si è sottomessa più prontamente.

Dirò, per compendiare il fin qui detto, che il perno del Governo austriaco è la Polizia; che questa gode di un'autorità sconfinata; che non la trattiene riguardo di giustizia o di lealtà; ch'essa fa anzi pompa della sua ingiustizia e della sua slealtà; che non è sottoposta a verun sindacato, nè ad alcuna responsabilità, tranne quella delle idee liberali che potrebbero diffondersi, o delle mosse che potrebbero tentarsi; che nulla accade in Austria senza che essa abbiavi parte; che non è conferita una carica, sia nei tribunali, sia negl'istituti della pubblica istruzione, sia nelle finanze, sia nella Chiesa, nella Corte o nell'esercito, non è concesso favore alcuno, nè inflitto gastigo, nè fondato un istituto, nè dato, infine, qualsivoglia provvedimento senza che la Polizia potentemente abbiavi cooperato. L'onnipotenza della Polizia e del suo direttore si deriva ed estende a tutti i suoi ufficiali. Ogni uomo che abbia che fare con la Polizia per segreti o palesi relazioni, è posto al di sopra delle leggi; la sua testimonianza non potrebb'essere rivocata in dubbio, le sue pretensioni sono sempre ben fondate. Se non che il titolo o la qualità che gli conferisce di sì bei diritti alla infallibilità, il titolo cioè o la qualità di inserviente alla Polizia, lo priva ad un tempo del titolo e della qualità d'uomo onesto ed onorato; donde avviene che l'ordine più infamato della società è appunto per questo l'ordine più potente. Arrogi che quest'ordine è assai numeroso e sempre più cresce di numero, perocchè la spia essendo tal fatta d'uomo che inspira minor fiducia d'ogni altro, non appena è trovato, che si pruova subito il bisogno di farlo spieggiare da altri. Ed ecco in quali termini stieno le cose, verbigrazia, in un villaggio. L'invigilatore d'offizio del Comune per la polizia, è il commissario di Distretto; ma in cambio di far fondamento sopra di lui, il direttore dà all'aggiunto l'incarico d'invigilare attentamente sopra di esso; ma non appena l'aggiunto ha accettato l'onorato incarico, che la sospettosa sollecitudine del direttore è di nuovo ridestata. Perocchè, come può egli confidare che costui sarà più fedele del suo capo, mentre ha un salario minore? Per lo che il primo commesso è fatto invigilatore sopra l'aggiunto, e fa riguardo a questi l'istesso ufficio che l'altro fa riguardo al commissario. Lo spionaggio forma in tal guisa una catena in cui vengono ad annodarsi anche i contadini che hanno un po' di intendimento e d'ambizione. Il parroco è anch'egli talora uno degli annelli principali di questa catena; e il suo esempio, accompagnato dalle sue esortazioni, non basterà esso a persuadere ai semplici abitatori del contado che lo spionaggio è il punto in cui coincidono e felicemente si uniscono l'interesse e il dovere?

Ho detto che gli uomini della presentanea generazione, sottentrante a quella del 1821, si trovarono posti fin dalla più tenera infanzia nella condizione di orfanelli allevati da una madre timida e di corto senno, o da vecchi congiunti, ancor più timidi e meno assennati. Ho detto che l'educazione pubblica che ricevettero nella loro adolescenza non tendeva ad altro scopo che a fiaccare in loro ogni energia, ad inspirar loro l'unica virtù dell'obbedienza, ad inculcar loro queste massime: dovere l'uomo prudente cansare ogni briga; esser tenuto l'uomo giusto e buono a nodrire una sconfinata riconoscenza inverso al sovrano, che, nello spogliarlo d'ogni diritto, lo esime da ogni imbarazzo per non lasciargli altro debito da adempire che quello della sommessione. Ho detto che all'uscir dalla Università, colla mente ancora colpita dalle mostruose dottrine che loro sono state insegnate, quei giovani si trovano oppressi effettivamente sotto il sistema di spionaggio e di tirannia che è stato loro annunziato o, sto per dire, promesso come il migliore possibile governo. Veggono gli uomini generosi ridotti alla impotenza di procurare il bene, perseguitati ed angustiati persino nelle loro cose domestiche; e scorgono, dall'altro canto, i vili ed imbecilli servitori che hanno posto a frutto i funesti ammaestramenti della loro infanzia, insigniti dei segni esteriori della pubblica considerazione, conseguire l'intento di tutte le loro intraprese, passeggiare fastosi per le vie della città, col sorriso sulle labbra, la cera d'uomo contento, grassi e ben pasciuti. Chi meraviglierà che il più gran numero di questi giovani esposti senza schermo ad una serie di seduzioni, ch'ebbe principio, per così dire, fin dalla loro nascita, si lasci trascinare dalla corrente, cada in un certo quale torpore e si persuada da senno che la sua resistenza non avrebbe buon esito? Chi meraviglierà, perimenti, che il picciol numero di quelli il cui animo non può piegarsi a mostrarsi soddisfatto di un tale stato di cose, non sappia trovare altro migliore compenso che quello di abbandonare le città e il mondo per andare a sospirare liberamente ne' campi?

Il governo austriaco ha trionfato della vigoria lombarda; l'ha intorpidita, se non l'ha distrutta. Ma egli stesso sconta ora il fio della sua lunga ipocrisia, dell'intollerabile soggezione impostaci. Col continuo trattarci da fanciulli, si è privato egli pure d'ogni virilità; col continuo fingere e dissimulare, ha contratto il vezzo che contraggono per lo più i menzogneri, ha perduto cioè la coscienza della sua esistenza, o la sua identità. Egli ha conservato l'apparenza della vita che ha logorata contro di noi, ma la vita se n'è da lui sfuggita come dal cadavere sottoposto all'azione galvanica. È come uno di quei leoni di cui sono ora popolati i musei di storia naturale, il cui aspetto è ancora terribile, ma che solo valgono a spaventare i fanciulli. Egli è stato forte ed oppressore dal 1815 fino al 1830; ha scoperto congiure ordite con molto accorgimento, ed ha repressi tutti i tentativi di sollevazione in cui l'Italia aveva posto sue speranze; e ciò mercè la vigilanza della sua Polizia e il numero grande de' suoi soldati. Non pose all'opera il carnefice, nè venne a battaglie armatamano. Le sue truppe mossero coll'arme al braccio, e i congiurati lombardi non diedero mai principio all'esecuzione dei loro disegni. La cosa sarebbe diversa presentemente. L'Austria teme quei rivoluzionari che ha conquisi. I Lombardi temono le persecuzioni austriache, le quali si sono logorate da sè stesse nè puonno più riprodursi. Un attento osservatore ben vede esser l'Austria in preda al terror panico che le inspira la malacontentezza dei Lombardi; ma ei vede pure che questi sono in preda ad un terrore non meno forte e non men puerile, che loro inspira la ricordanza delle vendette austriache. Conferisce assai a conservare all'Austria il suo aspetto terribile la permanenza in alcune cariche di quelle stesse persone che le occupavano nel 1821. Il direttore della Polizia, per esempio, è quello stesso d'allora; ei possiede le tradizioni politiche di Francesco I; ei parla con quel tuono medesimo di vent'anni fa, prorompe nelle stesse minacce, fa gli stessi rimproveri, tiene a' propri cenni un esercito di spie non men numeroso di quello di cui l'anno 1821 o l'anno 1814 videro le prime geste. Ma in ciò consiste la somiglianza tra la Polizia di quel tempo e quella dei giorni nostri. Accade bene spesso che le spie del direttore si pongono ai cenni di quei medesimi cui devono spieggiare. Stendono di conserva con essi le relazioni al Direttore, e li ragguagliano dei sospetti concepiti contro di loro, come pure dei provvedimenti loro relativi. Usa tuttora il direttore di far chiamare i cittadini nel suo gabinetto per rimproverarli o delle loro azioni o delle loro parole, od anche soltanto delle loro opinioni, e minacciarli di un pronto gastigo. Ma questo gastigo non giunge poi, e le persone abbastanza coraggiose per farsi a rispondere dignitosamente al Direttore, non si veggono per questo molestate maggiormente. Potrebbesi scrivere un volume se si volesse riferire le strane e goffe vessazioni commesse dalla censura della stampa¹; ma la sua stessa goffaggine invita ad ingannarla, e si può farlo impunemente. La domanda di un passaporto è tuttora seguìta da una chiamata del direttore della Polizia e da un interrogatorio sul far di quello accennato qui sopra. Il consiglio di andare a Vienna è dato oggidì pure, come vent'anni fa; l'instante è obbligato ad andare e venire più volte dall'uffizio dei passaporti all'anticamera del Direttore, e da questa a quello; vede gli uffiziali strignersi nelle spalle quando ei si mostra inquieto sull'esito di tanto andare e venire, ode confidenzialmente dichiararglisi che avrebbe fatto meglio a non chieder passaporti; ma pure s'ei la dura, senza lasciarsi intimorire, si può scommettere mille contro uno, ch'egli otterrà alla fine l'intento. Una circostanza giovò efficacemente a scavare le fondamenta del governo austriaco; ed è la cognizione recentemente acquisita dai Lombardi della corruzione sconfinata degli impiegati viennesi. Poche sono le cose che non si possano ottenere a Vienna col tempo e col danaro; e i Lombardi, che se ne sono addati, pigliano spesse volte questa via, tirando addosso così agl'impiegati milanesi frequenti mortificazioni.

¹ Per riferirne una sola, diremo che un libraio ricevette una volta un libro (era tedesco) intorno alla botanica, nel quale trattavasi particolarmente della generazione de' semi di certe piante. Non mi ricordo più del titolo del libro; ma so ben che vi si trovava la parola Pollen. Spaventato il Censore, manda chiamando il libraio, e gli dice: «Non potere il libro licenziarsi, il suo subbietto poter aprire un troppo bel campo ai demagoghi, la Polonia (Pohlen) esser morta oramai, ecc., ecc.» E molto stentò il libraio a comprendere che il Censore avea inteso per Pollen, polline dei fiori, Pohlen, la Polonia.

Se alcuno volesse convincermi della vigoria presentanea del governo austriaco, io gli dimanderei se esso ardirebbesi ora di porre alla berlina i più bei nomi della Lombardia, benchè ne sieno ora rivestiti uomini-ragazzi, ben diversi da quelli che li portavano nel 1821. Gli domanderei se la Polizia oserebbe pur solo far ora una perquisizione in uno dei palazzi dell'aristocrazia milanese; e s'egli mi rispondesse di sì, io chiederei qual cagione la trattenga, in tal caso, dal farne laddove essa non ignora esservi ammucchiati ben molti libri e giornali proibiti. Gli chiederei quale sia la fantasima che fa battere di notte tempo la chiama delle truppe austriache, solo per vedere se accorrano e se uomo possa far fondamento sopra di esse in caso di bisogno; che fa minacciare di morte i soldati sbrancati e ingiunger loro di non andare che attruppati; che pone in trambusto la Polizia per l'arrivo di uno straniero, o per un errore d'ortografia che trovisi sul suo passaporto; che fa fare divieto agli Austriaci di bere l'acqua delle fontane; che induce a far loro distribuzioni straordinarie di cartocci da carica, a tenerli chiusi nelle case d'arme, a farli marciare di notte da una città all'altra, e ciò nel mentre che la contrada è tranquilla, che niuno sogna nemmeno di congiurare o di sollevarsi, e che (dirò anzi) ogni sollevazione è considerata dai Lombardi istessi come una mattìa d'impossibile riuscita. Risponderei poscia, che questa fantasima è il terrore d'una coscienza troppo aggravata, d'uno spirito snervato dall'abuso dei mezzi estremi; terrore vano, inesplicabile, e che da noi soli però dipenderebbe il giustificare e il giovarcene pel nostro pro. Vorrei che i Lombardi conoscessero la vera condizione dell'Austria, ripigliassero animo, non si tenessero per chiusi in eterno dentro una tomba, facesser pruova delle loro forze in una progressiva e lenta tenzone con l'Austria, e si proponessero, per esempio, fermamente, di ubbidir solo alle leggi e di resistere legalmente alla potestà arbitraria. Vorrei che facessero questo tentativo; perocchè il fragile impalcato sul quale s'appoggia la potenza austriaca, fieramente scosso, s'agiterebbe un istante per isprofondarsi e scomparire per sempre.


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