VII.L. VIGO[20]e M. RAPISARDI.[21]
IlRuggieroe laPalingenesisono due opere che hanno un significato morale e letterario di non lieve importanza. La prima compendia in sè tutta l’azione degl’ingegni siciliani nella scorsa metà del secolo presente; la seconda inizia un nuovo movimento il quale, per le mutate condizioni dell’isola e per l’intrinseco suo valore, non rimarrà certamente circoscritto in brevi confini e quasi ignorato al di là dello stretto.
La stampa italiana, meno qualch’eccezione che conta poco, non ha fatto alcun cenno della pubblicazione delRuggiero. Intanto questo poema, operad’un ingegno di tempra robusta, è un monumento che lo storico dovrà consultare quando vorrà scrivere delle cose siciliane moderne con conoscenza profonda. L’agitazione che mantengono negli spiriti gli avvenimenti politici; lo scarso prestigio, anzi la cattiva fama (non ingiusta di certo) che le tipografie siciliane dividono colle napoletane, e nuoce più che non si creda alla diffusione de’ libri stampati laggiù; la mole dell’opera (537 pagine in 16.º di carattere compatto, cioè 1926 ottave e venti componimenti lirici intramezzati ai canti del poema); finalmente la natura del soggetto, d’interesse affatto siciliano anche pel lato civile, sono state senza dubbio le ragioni che han contribuito a far mantenere sul lavoro del Vigo un ingiusto silenzio.
Meno le preoccupazioni politiche che distolgono ancora dalla tranquilla religione degli studî buona parte de’ vecchi e dei giovani ingegni, il Rapisardi non ha da temere nessuno di questi ingrati contrattempi. La mole del suo libro è quella d’un giusto volume in 18.º; il tema dei suoi canti non tanto italiano quanto universale, e la pubblicazione, fatta da una delle più benemerite e più famose tipografie fiorentine, elegante e corretta.
Io credo che pochissimi, anche dopo quel che ora dirò, saran tentati di leggere un poema con cui si celebra la fondazione della spenta monarchia siciliana; pochissimi avranno il coraggio d’affrontare l’ardua asprezza d’un ingegno che ispira una specie di simpatia mista ad un indefinito sentimentodi paura. Ma credo però che questi pochi, i quali, sprezzando le faticose disuguaglianze del terreno, non si stancheranno di seguire il poeta dalla battaglia di Cerami all’assedio ed alla presa di Palermo, saranno lieti alla fine d’aver letto un’opera d’arte che, coi suoi pregi e i suoi difetti, è la personificazione più completa dello spirito siciliano degli ultimi anni.
Il Rapisardi già corre con favorevole accoglienza per le mani di molti, e da qui a poco sentiremo pronunziare il suo nome fra quei rari, che porgono alle nostre lettere sfinite e moribonde qualcosa di più che le solite belle speranze. Anch’egli è una viva espressione del carattere siciliano. Pieno dello spirito greco sempre alitante sulle rive del Jonio, differisce notabilmente da quanti fra noi coltivano la poesia con amor vero e profondo. Sicchè mi è parso giusto mettere insieme questi due nomi non solamente perchè onorano una provincia a me sacra per indelebili affetti, ma anche perchè segnano due diversi periodi dello svolgimento letterario e politico di essa.
Il poema del Vigo può paragonarsi ad uno di quei magnifici tramonti che si osservano spesso dall’alto delle montagne nell’interno dell’isola. Il cielo è coperto di nubi dense e basse che corrono, radendo la cima dei colli, trasportate dal vento. Sentesi ancora da lungi il brontolìo del tuono che si disperde. Cade ancora qualche goccia di pioggia che luccica per l’aria come un pezzettino di cristalloiridato. L’atmosfera è umida e grave. Le campagne smosse dagli aratri son già diventate di color nerastro per aver bevuto troppo acqua. Le viottole e gli stradoni risplendono con mille giri tortuosi come tanti rivoli d’argento. All’orizzonte le nuvole tingonsi di porpora con masse forti, in linee trasversali, e lasciano appena vedere una striscia di cielo che sembra un mar d’oro. Finalmente ecco il sole che si affaccia cogli ultimi raggi a quell’angusto finestrino; ed ecco una scena delle più pittoresche e più fantastiche che mai si possano immaginare! I raggi scappano lontan lontano sotto quella tettoia di nuvole la quale serve a rifrangerli giù. Le nebbie basse e sballottate dal vento si colorano di strane tinte, assumono figure più strane, mentre le linee cupe ed incerte del paesaggio si mostrano ad un tratto con una così minuta precisione, che ti fa credere o sparita la distanza o centuplicata la virtù della pupilla. Che fuga sterminata di pianure, di colline, di vallate, di montagne, di paesetti e di città, dove pochi momenti prima appariva una striscia di vapore nerastro! È l’illusione d’un istante. Appena il sole tramonta, l’oscurità copre fitta il cielo e la terra senza gradazione veruna, rotta da qualche lampo, che minaccia pel domani una tempestosa giornata.
I dieci canti del Rapisardi, al contrario, sono un’alba deliziosa di primavera. In riva al mare i pescatori affaccendati preparano i loro arnesi cantando e celiando con rozza semplicità. L’orizzonte ècolorito da mille tinte sfumate. Le acque tranquille si riversano sullo sponde con amorosa carezza. Un’aura fresca e sottile ricerca i polmoni, purifica il sangue e fa più libera la respirazione. Seduto sugli scogli della riva, tu aspetti incantato il levarsi del sole, guardi in fondo, ed esclami sospirando di dolcezza: che bella giornata vuol essere!
Dirò prima qualcosa intorno al concetto autonomico del poema del Vigo. Gli avvenimenti politici ch’ebbero luogo in Sicilia dalla proclamazione della Costituzione del 1812, fino alle insurrezioni e reazioni del 1821 e del 1837 ne sono il naturale e indispensabile commento. L’autore fa bene ad avvertire non si dimentichi che vi si contiene ilruggito d’una gente ferita al petto da un despota, la quale si sforza risorgere per immergergli nel cuore il pugnale con cui la percosse. Se volessi tradurre in linguaggio preciso i personaggi storici e le fantasie del poeta, vedrebbesi tosto significata in Ruggiero e nei suoi baroni l’indipendenza siciliana; nei saraceni, gli odiati napoletani che la tenevano oppressa; nella presa di Palermo e nella proclamazione del Gran Conte a capo supremo dell’isola, il trionfo del diritto del popolo calpestato dai Borboni. I siciliani, allora e nel quarantotto, respingevano ogn’idea nazionale; la credevano assurda. Pienidei ricordi della loro grandezza politica al tempo dei normanni e degli svevi, eransi ostinati a non riconoscere che, restando immobili mentre tutto si trasformava, facevano una stolta resistenza alla forza delle cose, e un gran male al loro presente o al loro avvenire; e per un calcolo d’egoismo, che ripeterono con più infauste conseguenze nel 1848, avevan veduto crollare, senza dispiacere e senza rimorsi, la rivoluzione napoletana del 1821. Le idee autonomiche erano in quel tempo un vero furore laggiù. Letterati e poeti soffiavano ardentemente ne’ facili pregiudizi del volgo, ora falsando il passato (come l’Amari colla suaGuerra del Vespro Siciliano, ove chiamastranieriRuggiero di Loria e Giovanni da Procida); ora cantando ed ingrandendo con idee partigiane fatti, che già ricevevano dalla filosofia della storia un significato men nobile di quello ad essi attribuito (come la conquista dei normanni celebrata dal Vigo). E se non mancavano gl’intelletti più veggenti, i cuori più larghi, cioè i discepolid’una scuola accesa di fede apostolica(Amari) che osavano pensarealla perniciosa chimera dell’italica unione(Lanza,Considerazioni sulla storia del Botta), la maggioranza però non sognava che un regno di Sicilia, una costituzione di Sicilia, unanazionesiciliana. Nè l’idea unitaria vi era rifiutata solamente nelle cose politiche. Si faceva distinzione (si fa spesso tuttora da persone coltissime) trasicilianieditaliani, come trasicilianiefrancesiedinglesi; e il Vigo, in tre luoghidel suo poema, che in avvenire saranno citati, dice parlando de’ pisani venuti in aiuto dei Normanni:
Vuol che l’italoesercito e ilsicano.Canto XIII, 32.ItalieFranchi.Canto XIV, 23.Forse indarno sudato al gran cimentoItali, Franchi avrebbero eSicani.Canto XVI, 22.
Vuol che l’italoesercito e ilsicano.Canto XIII, 32.
Vuol che l’italoesercito e ilsicano.
Canto XIII, 32.
ItalieFranchi.Canto XIV, 23.
ItalieFranchi.
Canto XIV, 23.
Forse indarno sudato al gran cimentoItali, Franchi avrebbero eSicani.Canto XVI, 22.
Forse indarno sudato al gran cimento
Itali, Franchi avrebbero eSicani.
Canto XVI, 22.
IlRuggiero, composto quando queste idee formavano la fede inconcussa dei patrioti siciliani, n’è certamente l’espressione più sincera e più calda. Convien ripeterlo: la storia ed il verso servivano al poeta per celar meglio la ribelle intenzione del suo concetto. Fortificato dalla certezza, che dentro l’anima sua non risplendeva la luce d’un’idea individuale, ma quella d’un popolo intero; che i suoi versi non eran temprati unicamente dai propri sdegni e dai propri dolori, ma da quelli di migliaia di cittadini che avevano combattuto, che soffrivano, che si preparavano a combattere per la medesima aspirazione e per la medesima conquista; il poeta ha amato quest’opera doppiamente, da cittadino e da artista. Concepita nel silenzio con giovanile trepidazione; maturata fra gli slanci entusiastici ed i penosi scoraggiamenti, che s’alternano in un lavoro difficile e di lunga lena, essa ha quasi assorbito tutta la forza vitale di lui. La sua mente, il suo cuore ardentissimo, potrei anche dire la sua carne ed il suo sangue visi son trasfusi dentro con ricca larghezza, ed egli non mentisce allorchè nella dedica del poema all’Augusta Madre, la Sicilia, dice:
Sacro è il carme che t’offro: in te sol vivo,Per te sol vivo, per te presto a morte,Nulla più dar ti posso, e tu lo sai;Che tutta quanta l’anima mi leggi.
Sacro è il carme che t’offro: in te sol vivo,Per te sol vivo, per te presto a morte,Nulla più dar ti posso, e tu lo sai;Che tutta quanta l’anima mi leggi.
Sacro è il carme che t’offro: in te sol vivo,
Per te sol vivo, per te presto a morte,
Nulla più dar ti posso, e tu lo sai;
Che tutta quanta l’anima mi leggi.
Nel 1865, anno della pubblicazione, non solamente erano già mutate le condizioni politiche della Sicilia, ma in molta parte anche le convinzioni dell’autore. IlRuggieroera ormai diventato un corpo senza anima; e la voce del poeta, che non aveva potuto risuonare all’aperto quando forse sarebbe riuscita utile ed opportuna, trovavasi affiochita, anzi spenta prima di emettere un sol grido. Queste considerazioni non hanno dissuaso però il Vigo dal dare alla luce il poema.Rinunziare al Ruggiero, sarebbe stato un’abiura, egli scrive nell’Avvertenza;chi non mi comprende suo danno. Si può rinnegare il passato se gli si deve il presente che prepara l’avvenire? Il Giove omerico tocca il culmine dell’Olimpo in tre passi; ma senza la prima non si stampa la terza orma; ciascheduna d’esse è fatale.Vera o no questa sua filosofia della storia che vede una logica relazione tra il suono delle campane del Vespro e quello della campana della Gancia, non sarò certamente io quello che biasimerà il Vigo di averci fatto risuonare all’orecchio l’eco d’idee e di tempi spariti per sempre, che io non amai e che non posso rimpiangere. Se di qualcosa dovessi appuntarlo, mi lamentereiinvece con lui perchè non ha saputo resistere alla tentazione d’aggiungere al suo quadro una o due pennellate moderne, che stonano affatto sull’antiche. Quando nel canto settimo trovo in bocca di un vecchio siciliano queste focose parole:
Noi siam sangue pelasgo: e se Iddio vuole,Unificati alpopolo latinoPotrà vederci nuovamente il soleRisuscitar la stirpe di Quirino:. . . . . . . . . . . . . . . .Ben ci uniremo all’itala fortunaSe, pari in dritto, sue provincie in una;
Noi siam sangue pelasgo: e se Iddio vuole,Unificati alpopolo latinoPotrà vederci nuovamente il soleRisuscitar la stirpe di Quirino:. . . . . . . . . . . . . . . .Ben ci uniremo all’itala fortunaSe, pari in dritto, sue provincie in una;
Noi siam sangue pelasgo: e se Iddio vuole,
Unificati alpopolo latino
Potrà vederci nuovamente il sole
Risuscitar la stirpe di Quirino:
. . . . . . . . . . . . . . . .
Ben ci uniremo all’itala fortuna
Se, pari in dritto, sue provincie in una;
quando nel quindicesimo canto sento dire da Uriele:
Finchè trionferà sull’AventinoCustodita dagli angioli la croce,EItalia, tutto il popolo latinoInvocherà d’un cuore e d’una voce,Non morta è la progenie di Quirino,E un dì sorgerà grande eferoce;Odo il mugghio dell’armi e la minacciaGigante d’un sol capo e cento bracciaRisorgerà: sì Dio l’ha scritta in cielo;...
Finchè trionferà sull’AventinoCustodita dagli angioli la croce,EItalia, tutto il popolo latinoInvocherà d’un cuore e d’una voce,Non morta è la progenie di Quirino,E un dì sorgerà grande eferoce;Odo il mugghio dell’armi e la minacciaGigante d’un sol capo e cento bracciaRisorgerà: sì Dio l’ha scritta in cielo;...
Finchè trionferà sull’Aventino
Custodita dagli angioli la croce,
EItalia, tutto il popolo latino
Invocherà d’un cuore e d’una voce,
Non morta è la progenie di Quirino,
E un dì sorgerà grande eferoce;
Odo il mugghio dell’armi e la minaccia
Gigante d’un sol capo e cento braccia
Risorgerà: sì Dio l’ha scritta in cielo;...
quando insomma incontro questo e qualche altro passo consimile, provo subito l’effetto che fa un restauro moderno in un antico monumento. Il poeta non aveva bisogno di farsi perdonare il suo concetto con tali concessioni. IlRuggieronon si mostra più come una luce diretta, ma come un riflesso, non come un’apparizione del presente, ma quale una testimonianza del passato.
Al par di tutti i poemi moderni, ilRuggieroè un poema meramente archeologico.
Il Vigo infatti ha trovato pochissimi ricordi viventi della conquista normanna sia nelle tradizioni, sia ne’ canti popolari siciliani: e la sola fonte leggendaria, a cui abbia potuto attingere, è la cronaca del monaco cassinese Malaterra. Il quale, evidentemente, raffazzonò per ispirito di parte ogni cosa a suo modo, e poco o nulla rilevò dallestorieo rapsodie popolari, se mai ve ne furono. Questo mio dubbio non proviene soltanto dal non trovarle esistenti anch’oggi, come trovansi presso i popoli del Nord i grandiosi frammenti dei Nibelunghi, ma da considerazioni storiche di maggiore importanza. Il silenzio dei canti popolari siciliani non vorrebbe dir nulla. Essi nominano appena una o due volte re Guglielmo il Buono; una o due volto Carlo II (ricordo recentissimo in paragone dell’altro). Non si è certi se mai parlino di Procida; e il solo cenno del famosissimo Vespro ch’essi ci danno sente troppo il letterato e il moderno e non può venir preso sul serio.[22]
Ma nè Guglielmo il Buono, nè il Procida, nè il Vespro avevano però le qualità necessarie per diventarcaratteri ed avvenimenti da epopea. La natura delle loro azioni e delle loro influenze sulla vita civile e morale del popolo (brevi e soffocate subito da altre azioni e da altre influenze) vietava quella vasta trasformazione che i caratteri ed i fatti devon subire gradatamente per passare dal ciclo storico nel leggendario.
Perchè la conquista dei Normanni, cioè la liberazione della Sicilia dall’infame giogo saraceno, la restaurazione del culto cattolico che aveva spinto papa Nicolò II a dar l’investitura dell’isola al valoroso avventuriero, la creazione d’un ordinamento politico basato su d’un patto largo e dignitoso tra il governo ed il popolo; perchè insomma tutta questa prodigiosa unione di fatti grandissimi con grandissime idee che ai nostri giorni si è formulata in epopea riflessa (come s’era già quasi epicamente formolata nei racconti dei cronisti adulatori) non ha lasciato nessuna traccia nelle imaginazioni popolari? Perchè nell’Isola questo silenzio della coscienza artistica cioè dello schietto riflesso dell’individualità d’un popolo? Perchè finalmente questo affaccendarsi dell’erudizione d’oggi a creare un gran tipo ed un gran fatto, a metterlo in testa al risorgimento politico siciliano del medio evo, mentre la poesia e la tradizione popolare l’ignorano completamente?
La ragione, secondo me, sta nel modo falso e convenzionale con cui vien giudicato quel periodo di storia. Noi diamo alla conquista normanna un significatoassai più importante di quel ch’essa non ebbe; ed esageriamo tanto la parte dei saraceni quanto quella dei conquistatori; e sotto l’influsso di criteri religiosi poco retti e d’un retorico convenzionalismo seguitiamo ancora a credere uguale alla nostra l’impressione prodotta dagli avvenimenti sui contemporanei. La verità è che la conquista normanna ebbe allora pei siciliani tutta l’odiosità della conquista, e poco, quasi nulla il prestigio della liberazione. I Normanni andarono in Sicilia da predoni, da spogliatori, a distruggervi interessi che già si componevano e s’assodavano, a ridestarvi sdegni e fanatismi che cominciavano ad attutirsi un po’ per la natura del popolo stesso, un po’ per la mancanza di contrapposti che ne tenessero desta la vigoria. La loro invasione minacciava il commercio già rinascente, le arti che si svegliavano, le lettere e le scienze che principiavano ad attecchire, la prosperità universale che rialzava il capo dall’abbattimento in cui l’aveva gettata la dominazione bizantina. Essi non recavano con loro nè i semi d’una civiltà migliore della saracena, nè le raccomandazioni d’un’autorità religiosa venerata ed amata. Durava ancora la memoria delle nefande estorsioni dei legati pontificî, dei quali un testimone degno di fede scrisseprovinciarum diripiunt spolia;[23]durava ancora la memoria delle ostilità tra i diritti del popolo e le pretese papali; e quei liberatori che osavanopresentarsi coll’investitura del vicario romano come fonte del loro diritto alla poco invocata liberazione dell’isola, non potevano essere subito nè accettati, nè tollerati; e non lo furono difatti.
Le difficoltà incontrate dai Normanni nell’impadronirsi dell’Isola non provennero solamente dalla forza saracena, che non poteva esser grandissima, ma più dall’opposizione delle popolazioni siciliane le quali, combattendo nelle file dei nemici della fede, diedero valido aiuto a coloro che i frati ed i vescovi dipingevano come ferocissimi oppressori politici e persecutori religiosi.[24]La lotta durò ventotto anni, e con varia fortuna. Ed allorchè la forza diede ragione agli uomini del Nord, accadde quel che ai Romani in Grecia: i vincitori dovettero subire la superiorità dei vinti. I Normanni furono costretti a mantenere con pochissime modificazioni l’ordinamento politico e civile dei Saraceni. La religione cristiana fu da loro trovata in tale discredito nell’Isola, che la tolleranza religiosa messa in atto dagli arabi divenne una necessità alla quale i campioni della fede dovettero chinare il capo per consolidare il loro dominio. Questi fieri e rozzi baroni, usi alle asprezze delle battaglie e d’una esistenza nomade ed avventurosa, appena gustarono le dolcezze della vita e del fasto musulmano, vi s’abbandonaronocon ebbrezza ben altro che edificante. Ancora un secolo e mezzo dopo noi incontriamo alla corte di Guglielmo il Buono tutti gli usi, tutte le superstizioni dei vinti, non escluse le corruzioni deglihareme le vigili custodie degli eunuchi.
Quest’eroe così ammirato, questa figura colossale che il poeta ha circondato d’un’aureola di semidio appariva ben diversa ai suoi contemporanei, cioè meno eroica e senza punta santità. I siciliani d’allora dovevano scrollare il capo e sorridere amaramente sentendogli con alterezza chiamare la sua conquistaopus Dei(Diploma dei 1091). Quel Gran Conte infatti, quel campione della fede era un brigante, un ladro di passo il quale spogliava i mercanti che gli capitavano tra le mani e li costringeva a riscattarsi.[25]Era un meschino cavaliere il quale faceva magri desinari colla moglie quando non aveva predato; tremava di freddo nelle notti d’inverno perchè doveva dividere colla sua compagna l’unico mantello da lui posseduto; un cavaliere infine che, costretto a scappar dalla mischia, portava via sul dorso la sella del cavallo uccisogli dai nemici, non possedendo un altro cavallo, nè un’altra sella da sostituire.
Da siffatti elementi era difficile potesse scaturire un’epica leggenda. Quella che la storia ha messo insieme dopo, accettata per ragioni che qui non occorre accennare, è una continua falsità, una solenne menzogna. Le vere leggende son più vere della stessa storia. Questa dà lo scheletro, quelle lo spirito dei fatti.
Non esaminerò il poema del Vigo da nessuno dei molti lati ch’esso presenta scoperti alla critica. Quando lo stesso autore ha avuto l’onesta franchezza di dire prima che altri glielo suggerisse: «Oggi non avrei dettato ilRuggiero, o l’avrei architettato in modo assai diverso da quello che è», la critica è costretta ad inchinarsi pulitamente ed a mettersi da lato. La sua parte si riduce soltanto a manifestare sensazioni ricevute, a confrontarle, ad illustrarle senza toccare le ragioni dell’arte le quali non entrano più in discussione, ed è quello che io farò, non così completamente come il soggetto meriterebbe.
Nessuno può idearsi, prima di vederlo alla lettura, qual immenso tesoro di fantasia abbia profuso il poeta fin nei più piccoli particolari dell’opera. L’azione è semplice, senza grandi contrapposti, senza dramma (prendendo questa parola nel più profondo significato), anche quando egli mostra l’intenzione d’innestarvi cogli episodi e la passione ed il dramma.Ma invece che ricchezza, che lusso, che varietà negli accessori e nel colore! Per avvalorare queste affermazioni bisognerebbe citare, e largamente, come non mi è permesso dal breve spazio di cui posso disporre. Noterò, per chi volesse riscontrarli, i seguenti brani: l’abitazione del Tradimento e della Peste, i Demoni dentro l’Etna nel canto nono; la stupenda descrizione degl’ipogei ed acquidotti feaci di Girgenti nel canto quarto, e quella della pestilenza nel decimo. Intanto, per far conoscere il leone, ne mostrerò la punta dell’ugna in due ottave bellissime, l’una per grandiosità e per colorito, l’altra per evidenza e per movimento. La prima dipinge un tramonto osservato dalle vicinanze di Catania:
Simile a scudo divampante, il soleSui basaltici culmini disceseDell’ardua Motta, ove l’occidua moleQuasi più vasta e immobile sospese,D’Etna i ciglioni e le ghiacciate gole,I fiumi, i laghi di sua luce accese,Che fosforica e tremula ti pareVestir di strisce di piropo il mare.Canto XIII, st. 72.
Simile a scudo divampante, il soleSui basaltici culmini disceseDell’ardua Motta, ove l’occidua moleQuasi più vasta e immobile sospese,D’Etna i ciglioni e le ghiacciate gole,I fiumi, i laghi di sua luce accese,Che fosforica e tremula ti pareVestir di strisce di piropo il mare.Canto XIII, st. 72.
Simile a scudo divampante, il sole
Sui basaltici culmini discese
Dell’ardua Motta, ove l’occidua mole
Quasi più vasta e immobile sospese,
D’Etna i ciglioni e le ghiacciate gole,
I fiumi, i laghi di sua luce accese,
Che fosforica e tremula ti pare
Vestir di strisce di piropo il mare.
Canto XIII, st. 72.
La seconda descrive l’esercito normanno che si prepara all’ultima battaglia intorno a Palermo:
A lunghe file celeri procedono,Giungono a piè del ponte, e lo sormontano;Nuove file alle prime ognor succedonoSon queste in capo agli archi e quelle smontano;Ed altre ed altre a suon di corni ascendonoLe prime si dileguano, tramontanoLunghesso i piani, ed oltre la GuadagnaS’attelano in battaglia alla campagna.Canto XX, st. 52.
A lunghe file celeri procedono,Giungono a piè del ponte, e lo sormontano;Nuove file alle prime ognor succedonoSon queste in capo agli archi e quelle smontano;Ed altre ed altre a suon di corni ascendonoLe prime si dileguano, tramontanoLunghesso i piani, ed oltre la GuadagnaS’attelano in battaglia alla campagna.Canto XX, st. 52.
A lunghe file celeri procedono,
Giungono a piè del ponte, e lo sormontano;
Nuove file alle prime ognor succedono
Son queste in capo agli archi e quelle smontano;
Ed altre ed altre a suon di corni ascendono
Le prime si dileguano, tramontano
Lunghesso i piani, ed oltre la Guadagna
S’attelano in battaglia alla campagna.
Canto XX, st. 52.
E qui, senza più perdermi in minute osservazioni, ne farò due sole importanti.
Il sovrannaturale ha larghissima parte nel poema. Oltre i demoni che vi fanno una delle solite congiure contro i cristiani (canto IX) e si azzuffano cogli angioli che li difendono (canto XVII); oltre a S. Giorgio che arringa innanzi a Dio la causa dei Normanni (canto XI) e combatte in persona, come le divinità d’Omero, contro l’esercito musulmano (canto XVII); oltre alle visioni ed alle profezie d’ogni sorta che si connettono all’orditura generale del lavoro, vi è anche un meraviglioso molto spicciolato che gli dà un’impronta individuale e bizzarra.
Infatti, malgrado le inevitabili stonature d’un vasto accozzamento di personaggi e di fatti disparati, tolti in prestito ora da un ordine di venerate credenze religiose, ora da reminiscenze classiche ed archeologiche, ora da mere personificazioni di concetti astrattissimi; malgrado la trascuratezza mostrata dall’autore nel trasfondere in chi legge la certezza poetica di quel ch’egli canta (spesso anzi infirma da sè medesimo l’azione del meraviglioso),[26]il poema si mostra sempre con un certo carattere d’originalità che colpisce. Come mai quello che in altri sarebbe stato imitazione triviale e freddo convenzionalismo apparisce nel Vigo una maniera propria e naturale?
Bisogna cercarne la ragione nel carattere eccessivamenteimmaginoso del popolo siciliano che prova una continua necessità d’esprimersi con immagini vive, grandiose, abbaglianti. Il mondo reale gli riesce insufficiente. Non sa contentarsi nemmeno del mondo degli spiriti, che par gli sembri poco esteso, e ricorre allo creazioni fantastiche con le quali dà moto e corpo allo cose inanimate ed ai concetti morali. Quello che altri usa come artifizio retorico diventa per esso forma spontanea, vero stile: ed ecco perchè il Vigo possiede un accento affatto insolito negli altri poeti, il quale cela e tempera in lui quanto potrebbe dirsi schietto e non nuovo artifizio.
Metterò a riscontro del poeta letterato un poeta popolare che non sapeva nè leggere nè scrivere, un povero barcaiuolo del Simeto, Gaetano Virgillito, conosciuto ai suoi tempi col soprannome diTrimola. Vive ancora nel popolo un canto da lui composto sul terremoto del 1783, pieno di meravigliosa energia nelle immagini e nello stile. Il suoprocessopoetico non differisce in nulla da quello del Vigo.
Dio è sdegnato delle molestie che la monarchia (forse Carlo III) dà alla sua Chiesa, ed ispira al papa l’idea di presentarsi al re per indurlo a frenare gli abusi della potestà secolare. Il papa però va via dalla corte piangendo di sconforto, ed invocando in aiuto della religione i nomi di Gesù, di Giuseppe e di Maria. Un angelo gli risponde dall’alto:
Nun chianciri cchiù, no, miu Papa caruSi lu populu tó ’un ascuta a tiaLa sintenza avirannu ppi frivaru.
Nun chianciri cchiù, no, miu Papa caruSi lu populu tó ’un ascuta a tiaLa sintenza avirannu ppi frivaru.
Nun chianciri cchiù, no, miu Papa caru
Si lu populu tó ’un ascuta a tia
La sintenza avirannu ppi frivaru.
In febbraio infatti il minacciato castigo, il terremoto, vien giù dal cielo e, sconvolta tutta l’Europa (le strofe che ne descrivono il cammino sono bellissime), eccolo pronto a varcare lo stretto per subissar la Sicilia. La Madonna protettrice di Messina presentasi a Cristo colla famosa sualettera, ma non può ottenere il perdono del figlio alla diletta città. Messina fra le macerie e le rovine si lamenta col cielo al pari di Giobbe: Perchè son io immersa nel lutto mentre le altre città mie consorelle vivono in festa ed allegria? Perchè io sconquassata e Catania no? Cristo le risponde ch’essa è stolta paragonandosi ad una città già castigata collo stesso flagello 90 anni addietro ed ora un perfetto modello di pietà religiosa. Però Sant’Agata non si sente rassicurata da queste parole e prega il Signore che le risparmi la sua patria.
Gesù Cristu cci dissi: o Matri amata!Aita (Agata) di stu pettu calamita,Ti sia la tò citati pirdunata;Si’ vera catanisa ppi la vita!
Gesù Cristu cci dissi: o Matri amata!Aita (Agata) di stu pettu calamita,Ti sia la tò citati pirdunata;Si’ vera catanisa ppi la vita!
Gesù Cristu cci dissi: o Matri amata!
Aita (Agata) di stu pettu calamita,
Ti sia la tò citati pirdunata;
Si’ vera catanisa ppi la vita!
Il canto possiede tutte le proporzioni e tutti gli elementi d’un piccolo poema. Leggendolo per intero nella raccolta deiCanti popolari sicilianisi vedrebbero meglio le relazioni di forma che ho voluto accennare.
Lo stile del Vigo ha la pletora. È muscoloso, esagerato, come le figure michelangiolesche, ma non isfugge nel tempo stesso allo sforzato ed al contorto della scuola. Vario e disuguale, qua dolce, là tormentato,ha però un sigillo proprio che in parte deve attribuirsi alla straordinaria abbondanza di latinismi e di modi poco comuni. Quando vuole, sa esser semplice, blando, quasi carezzevole; ma lo vuole di rado. Come nel poema, così nelle liriche che l’accompagnano. Delle quali dirò di passaggio che la canzone alMare di Sicilia, l’altraad Agrigentoed il carme suProcidasono notevolissimi e degni d’esser letti.
La nota sentenza chelo stile è l’uomonon mi parve mai tanto vera quanto nel caso del Vigo. Chi lo conosce personalmente lo ritrova tutto intero nel suo poema, colla sua statura, colla sua fisonomia, colla sua voce, col suo gesto. Vi è in lui qualcosa di grandioso, di rozzo e di forte che ha una seduzione straordinaria per chi l’avvicina la prima volta. Il suo aspetto è largo, bruno, scabroso; l’occhio vivo ed aperto; le narici alquanto dilatate; le labbra grosse, che nel parlare si muovono con un fare quasi convulso, come se non volessero lasciar passare la parola senza averla improntata del proprio marchio. La sua declamazione è sonora, fortemente accentata con passaggi stridenti, con orientali monotonie, ed il gesto le corrisponde brusco, a scatti, di quando in quando. Alcune volte la sua voce s’intenerisce, a modo suo. Allora prende un accento acuto che fende l’aria e penetra nell’intimo del cuore pari al singhiozzo di chi vorrebbe piangere e non gli riesce. Dal suo petto larghissimo possono uscire senza fatica i periodi più lunghi; per ciò nelle sue liricheil periodo spessissimo corrisponde al polmone. Il Vigo è nato in Acireale il 24 settembre del 1797.
Col Rapisardi si passa subito a respirare un’atmosfera diversa. Fra il concetto autonomico delRuggieroe quello umanitario ed universale dellaPalingenesila differenza è grandissima, e può dar la misura del cammino percorso dal pensiero isolano dal 1848 in poi.
Questo giovane poeta sembra amare l’arte sua come le anime religiose amano Dio. Io ho seguito con vivo interesse lo svolgimento del suo ingegno che si manifestò forte e severo sin ne’ primi saggi pubblicati in Catania parecchi anni fa. Erano cosa giovanile, ma vi si vedeva chiaro lo sforzo di chi cercava comunicare al suo stile la scultoria semplicità che ha reso immortali gli antichi. Le stesse vaporose incertezze che in abbondanza vi apparivano, sembravano piuttosto effetti di reminiscenze da lui subìte a malincuore, che sincere convinzioni di mente inesperta. Il Rapisardi ha poscia tenuto dietro al suo ideale con l’ostinata fermezza d’un perfetto innamorato. Ha fatto passare il proprio verso per una serie d’evoluzioni corroboranti, mettendolo alle prese sin colle inaccessibili bellezze del gran carme di Catullo, e temperandolo con altri esercizî non meno profittevoli sulla forma moderna delle letterature straniere. Così ha perfezionato il nobile istinto dellagrazia, dell’eleganza, dell’armonia. La natura (interrogata lungo le spiaggie del Jonio liete d’uno splendore orientale e tra quel lusso di vegetazione che veste di vigneti, di frutteti, di boschi di querce e di castagni i mitologici fianchi dell’Etna) ha contribuito ad educargli nell’animo il bisogno della bellezza serena, ed ha comunicato al suo accento alcune inflessioni di quella cara ingenuità rimasta intatto privilegio de’ poeti primitivi. I dieci canti ch’egli dà ora alla luce presentano il resultato di tali forze spontanee e di tali studî pazienti.
Essi non sono temi staccati, ma parti diverse d’un inno grandioso, che cantando il logico svolgimento del pensiero cristiano a traverso i secoli, trae dal passato e dal presente gli augurî per l’avvenire. Il poeta segue il cammino della tradizione ebraica, che penetra col cristianesimo nel mondo romano, e in tutto il mondo conosciuto quando la croce trionfa. Resa più umana per mezzo della redenzione, la vede trasformarsi, corrompersi nel medio evo con le lotte del papato e dell’impero; farsi inconsapevole strumento di civiltà colle crociate, e nuova redentrice per mezzo di Lutero, emancipando la umana ragione dalla tirannide papale. Egli le tien dietro fra gl’infami furori dei massacri protestanti e cattolici, fra il penoso esplicarsi dei diritti dell’uomo affermati una volta per sempre dalla rivoluzione francese; poi, si ferma con essa in Italia, ove il problema religioso aspetta uno scioglimento che tiene in grave imbarazzo le coscienze timorate e la politica.E cantate le tradite speranze di Pio IX e le recenti vicende nazionali, tentando di leggere nell’avvenire, proclama entusiasticamente la pace e la prosperità universali che col suo poetico sguardo vede già prodotte dall’inevitabile riforma religiosa, e conchiude la sua visione con queste parole:
Quivi candide tutte e tutte luceNe le vesti e negli occhi eran le Muse,Care, pietose Dee, che con la dolceFlessanime armonia ch’ebber dal cieloDi speranza e di amor veston la vita.Cinta di nubi e pensierosa in attoAd esse in mezzo procedea l’austeraDivina Sapïenza, a cui gli occultiDi Natura son cari, ed in occultiRigidi pepli il divin corpo asconde.Spargon su l’orme sue pioggia di fioriLe divine sorelle, e scoton l’arpeDomatrici de l’alme; essa il tentatoLabbro dischiuso, ove l’eloquio ha sede,Dolce a lor consentìa detti e sorrisi,E le mute fugando ombre d’intornoDi più docil beltà splendea nel viso.
Quivi candide tutte e tutte luceNe le vesti e negli occhi eran le Muse,Care, pietose Dee, che con la dolceFlessanime armonia ch’ebber dal cieloDi speranza e di amor veston la vita.Cinta di nubi e pensierosa in attoAd esse in mezzo procedea l’austeraDivina Sapïenza, a cui gli occultiDi Natura son cari, ed in occultiRigidi pepli il divin corpo asconde.Spargon su l’orme sue pioggia di fioriLe divine sorelle, e scoton l’arpeDomatrici de l’alme; essa il tentatoLabbro dischiuso, ove l’eloquio ha sede,Dolce a lor consentìa detti e sorrisi,E le mute fugando ombre d’intornoDi più docil beltà splendea nel viso.
Quivi candide tutte e tutte luce
Ne le vesti e negli occhi eran le Muse,
Care, pietose Dee, che con la dolce
Flessanime armonia ch’ebber dal cielo
Di speranza e di amor veston la vita.
Cinta di nubi e pensierosa in atto
Ad esse in mezzo procedea l’austera
Divina Sapïenza, a cui gli occulti
Di Natura son cari, ed in occulti
Rigidi pepli il divin corpo asconde.
Spargon su l’orme sue pioggia di fiori
Le divine sorelle, e scoton l’arpe
Domatrici de l’alme; essa il tentato
Labbro dischiuso, ove l’eloquio ha sede,
Dolce a lor consentìa detti e sorrisi,
E le mute fugando ombre d’intorno
Di più docil beltà splendea nel viso.
Se volessi discutere il concetto del poema entrerei in un campo troppo vasto e spinoso; ed io son qui per ragionare d’arte, non di religione e filosofia. Però non posso trattenermi dall’accennare un’osservazione sul tema ch’egli ha scelto. LaPalingenesiè di quei soggetti che la poesia dovrebbe oggi evitare, non avendo più braccia per cingerli da ogni parte. Vi fu un tempo in cui la scienza e la poesia vissero insieme, e poterono dirsi una lo spirito e l’altra il corpo della stessa persona. Ma quando coll’accrescersi degli studî e delle speculazionila scienza assunse proporzioni più grandi, la poesia rimase un vaso che non poteva più contenerla. Chi si provò a farvela entrare o lo pose in pericolo, o sparse il liquore per terra. Il moderno problema religioso non ha soltanto rapporto con gli avvenimenti politici del mondo intero, ma, e in modo più intimo, colla filosofia e con tutte le scienze d’osservazione. Queste già invadono il campo su cui il domma e la teologia dominavano fino a ieri da regine assolute; dissodano il terreno in senso opposto per farvi crescere rigogliosa la nobile pianta dellaverità razionalee sono al principio del loro immenso lavoro. Il modo con cui oggi si manifesta il bisogno d’una riforma religiosa è perfettamente scientifico; scientifici sono i mezzi che adopera l’umanità per raggiungere il suo scopo; ed il sentimento vi entra in proporzioni assai minori di quando mescolossi in altre rivoluzioni religiose, quali il buddismo nelle Indie e il cristianesimo nel mondo romano. Lo stato della presente civiltà infatti non può paragonarsi in nulla all’angosciosa aspettazione che precesse l’apparire del Cakya-Mouni indiano e quello del Cristo quattro secoli dopo. Noi non proviamo la febbrile ansietà d’una parola di compassione e di speranza come le popolazioni oppresse dall’insopportabile peso del bramismo, o dalla profonda tristezza dell’impero che si sfasciava. Il Verbo di consolazione e di speranza l’abbiamo tra noi, fecondo, inesauribile, fatto umano, abbandonato alle nostre dispute, al suo logico svolgimento; e per questo nonattendiamo nulla da nessuno, all’infuori che da noi stessi e dalla nostra ragione.
Dal lato del concetto il poema del Rapisardi mi sembra quindi imperfetto e come scienza e come arte; come arte sopratutto, perchè tenta un genere di poesia, il didascalico misto, che per le ragioni accennate più su dovrebbe calcolarsi come morto per sempre. La paroladidascaliconon tragga in inganno.La Palingenesiè un gran carme a modo di quelli che con altri mezzi ricostituì il Foscolo nelle sueGraziemescolando il didattico, l’epico e il lirico in un sol genere.[27]Io non biasimo nel lavoro del Rapisardi l’altezza del concetto per amore di quella frivola poesia che si riduce ad un passeggiero titillamento delle orecchie e a nulla più. Guardo all’avvenire del poeta; sperando ch’egli compenetri più intimamente l’espressione appassionata, drammatica, un po’ individuale ed indefinita della poesia moderna, e che l’amore della forma non gl’impedisca di vincere un certo impaccio evidentemente prodotto dall’esagerata riverenza delle forme antiche e dalla poca fiducia nella forza creativa della sua immaginazione.
Accettata laPalingenesicome una prova di stile, insolita e pressochè meravigliosa pei tempi che corrono, dirò che l’ingegno del Rapisardi vi ha trovato larghissimo campo di palesare la sua abilità descrittiva e pittorica. Tutto il poema si riduce infatti ad una gran galleria dove, passando di stanza in stanza,si passa con piacevole varietà di scuola in scuola. I grandi quadri sacri e storici vi s’ammirano con il medesimo gusto dei quadretti fiamminghi; e il fare largo e magistralmente ardito degli uni non nuoce al paziente e minuzioso degli altri. Il Rapisardi è schiettamente greco-latino di forma; per parlare più esatto, è plastico alla guisa greco-latina. La maniera dei grandi maestri dell’antichità non è in lui un processo da mosaicista, ma gli si è compenetrata nello spirito e nel sangue: è diventata propriosua. Tutto prende forme scultorie in questa giovane fantasia. Il paesaggio vi si foggia, come in Omero, sempre allo stato di un bassorilievo. Perfino il fantastico ed il grottesco vi assumono contorni netti e precisi, ma con un’aria spontanea che innamora chi legge. Frate Angelico, secondo la leggenda, dipingeva compreso d’un’estasi divina che lo commoveva fino al pianto; io credo che il Rapisardi debba meditare e comporre con ugual commozione e adorazione per l’arte. E nel modo che il frate pittore ricavava da quei suoi mistici trasporti un’espressione inimitabile d’ingenuità e di celestiale bellezza, ugualmente il giovane poeta ne ritrae una cert’aria di dolcezza e di candidezza rimasta, come dissi più innanzi, intatto privilegio dei poeti primitivi. Il poco spazio mi vieta di citarne qualche brano; e potendo non l’avrei fatto. Son sicuro che il lettore, quando avrà preso in mano il libro, leggerà da cima in fondo, tornerà a rileggere, nè sarà offeso di qualche neo dello stile prodotto in alcuni puntida eccessiva abbondanza d’epiteti, in altri da certe andature un po’ studiate e ripetute del verso.
E qui terminerò, augurandomi di poter salutare ben presto il poeta in un lavoro che invece di parlare all’intelletto, tentasse di scuotere le fibre più riposte del nostro cuore; che all’ispirazione lirica accoppiasse larghissimamente la passione, l’azione drammatica e mostrasse più spiccato l’individuo in lotta con sè stesso e colla fortuna, e l’Umanità meno astrattamente compresa.
26 Marzo 1868.