XVI.UNA TRADUZIONE.[66]
Questa traduzione è una battaglia valorosamente combattuta e gloriosamente vinta, e rimarrà forse il più originale dei lavori poetici del Rapisardi. Per un’assai rara combinazione c’è tra il poeta e il suo traduttore una così meravigliosa rassomiglianza psicologica, che, trasportando nel verso italiano le robuste immagini di Lucrezio, il Rapisardi non ha fatto altro che gettare nel classico cavo della forma latina i suoi sentimenti e le sue idee.
La sincerità, l’entusiasmo, la sdegnosa fierezza di libertà di pensiero, laquædam divina voluptasdell’uno agitano colla stessa violenza anche il cuore dell’altro e v’irritano l’acre virtù dell’animo(acrem inritat animi virtutem) che distingue i neofiti. Tuttie due hanno dolorosamente lottato prima di sottrarsi al giogo del sentimento religioso, tutti e due portano ancor vivo nel cuore le profonde ferite della lotta. Un ardore febbrile li sopraffà e li rende sbalorditi della propria vittoria; una gioia baldanzosa e intollerante li spinge a partecipare agli altri i benefizî del trionfo; e l’inno sgorga impetuoso dai loro petti, ricco d’incantevole freschezza d’imagini, d’inarrivabile intensità di sentimento, un vero e sublime carme religioso cantato dallo spirito umano alla Diva Natura.
Infatti questa traduzione non è semplicemente un esercizio di stile.
Poichè agli altari rovesciati indarnoSupplichevole in atto anco s’abbracciaL’ignaro vulgo, ed imprecando al VeroLa mercatrice Ipocrisia volpeggia,Dritto è ben che tu sorga, o fulminatoEncelado dell’Arte, e in mezzo a tantaMandria di vili più terribil suoniLa voce tua nel novo italo verso.[67]
Poichè agli altari rovesciati indarnoSupplichevole in atto anco s’abbracciaL’ignaro vulgo, ed imprecando al VeroLa mercatrice Ipocrisia volpeggia,Dritto è ben che tu sorga, o fulminatoEncelado dell’Arte, e in mezzo a tantaMandria di vili più terribil suoniLa voce tua nel novo italo verso.[67]
Poichè agli altari rovesciati indarno
Supplichevole in atto anco s’abbraccia
L’ignaro vulgo, ed imprecando al Vero
La mercatrice Ipocrisia volpeggia,
Dritto è ben che tu sorga, o fulminato
Encelado dell’Arte, e in mezzo a tanta
Mandria di vili più terribil suoni
La voce tua nel novo italo verso.[67]
La coscienza del Rapisardi si è svolta con lenta evoluzione.
NellaPalingenesi, la vigilia d’armi del suo pensiero, com’egli la chiama, la sua mente si muoveva entro gli stretti limiti d’un protestantesimo sentimentale, e idoleggiava un avvenire di fraternità evangelica pel genero umano.
Roma era tuttavia l’eterno santuario del mondo.Nelle sue mistiche visioni la Religione e la Libertà
qual chetaOnda di lago su l’aduste aiuoleSi diffondean sulle rinate genti;[68]
qual chetaOnda di lago su l’aduste aiuoleSi diffondean sulle rinate genti;[68]
qual cheta
Onda di lago su l’aduste aiuole
Si diffondean sulle rinate genti;[68]
e in mezzo al nuovo affaccendarsi dei commerci e delle industrie cantavano ancora le Muse, fide seguaci delle Sapienza,
a cui gli occultiDi natura son cari.
a cui gli occultiDi natura son cari.
a cui gli occulti
Di natura son cari.
La storia del mondo vi era concepita secondo lo visto teocratiche del Bossuet, incardinata nel popolo ebreo e nella venuta del Cristo. La Riforma di Lutero iniziava i tempi nuovi del cristianesimo; e le stragi di San Bartolomeo e i roghi di Filippo II vi apparivano come frutto delle mali arti di Satana che tentava impedire o ritardare il trionfo del vero.
Della Scienza e della Fede vi si cantava:
. . . . .Rubelle a Dio levò la fronteDa pria l’irta Scienza e de la FedeLe candide strappando infole sacreCon sacrilega mano, in lunga guerraLa combattè, poi dall’error compuntaAl cor la strinse e la chiamò sorella.[69]
. . . . .Rubelle a Dio levò la fronteDa pria l’irta Scienza e de la FedeLe candide strappando infole sacreCon sacrilega mano, in lunga guerraLa combattè, poi dall’error compuntaAl cor la strinse e la chiamò sorella.[69]
. . . . .Rubelle a Dio levò la fronte
Da pria l’irta Scienza e de la Fede
Le candide strappando infole sacre
Con sacrilega mano, in lunga guerra
La combattè, poi dall’error compunta
Al cor la strinse e la chiamò sorella.[69]
della Fede:
. . . . .Di caste imagini e di dolciSperanze l’irrequiete alme consolaE del vergine sen fatto guancialeLe profane baldanze affrena in Dio.[70]
. . . . .Di caste imagini e di dolciSperanze l’irrequiete alme consolaE del vergine sen fatto guancialeLe profane baldanze affrena in Dio.[70]
. . . . .Di caste imagini e di dolci
Speranze l’irrequiete alme consola
E del vergine sen fatto guanciale
Le profane baldanze affrena in Dio.[70]
Poi vennero le lotte:
Signor, che a questo brumeDoni del sole il provvido sorriso,Toglimi al dubbio gelidoChe all’ingenua mia fede ammorza il lume!Deh! ch’io non più ne l’orridaNebbia, che il cor m’intenebra,Gema da te diviso.[71]
Signor, che a questo brumeDoni del sole il provvido sorriso,Toglimi al dubbio gelidoChe all’ingenua mia fede ammorza il lume!Deh! ch’io non più ne l’orridaNebbia, che il cor m’intenebra,Gema da te diviso.[71]
Signor, che a questo brume
Doni del sole il provvido sorriso,
Toglimi al dubbio gelido
Che all’ingenua mia fede ammorza il lume!
Deh! ch’io non più ne l’orrida
Nebbia, che il cor m’intenebra,
Gema da te diviso.[71]
Finalmente
Dentro ai gelosiPenetrali del cor caddero assaiColpite ostie di affetti, assai ridentePopol d’inganni![72]
Dentro ai gelosiPenetrali del cor caddero assaiColpite ostie di affetti, assai ridentePopol d’inganni![72]
Dentro ai gelosi
Penetrali del cor caddero assai
Colpite ostie di affetti, assai ridente
Popol d’inganni![72]
Ma la vittoria non è allegra. Il suo cuore e il suo spirito non s’acquetano nella loro nuova situazione. Una rabbia contro il passato gli turba la serena contemplazione della verità e lo spinge ad insorgere, e gli faavventare al cielo le serrate falangi dei suoi canti. Si preoccupa troppo degli altri: non guarda con occhio indulgente le calme e modeste evoluzioni che già avvengono attorno a lui. La sua è piuttosto una metamorfosi del cuore, che una larga e compiuta trasformazione della mente. Infatti la religione, per lui, è tuttavia un’astuta invenzione sacerdotale e non un epurativo e vivente processo dello spirito umano. Perciò il suo sentimento prende le forme ironiche e antifilosofiche del Voltaire, e ignora la pia tolleranza della scienza moderna.
Il Lucifero è la più schietta manifestazione diquesto stadio della coscienza del Rapisardi. È un caos. Gli elementi del mondo religioso così violentemente buttato giù e distrutto vi s’affollano, vi si urtano, senza mai riuscire ad organizzarvisi in un mondo migliore. Vi si scorge come una sensazione indefinita della verità, ma non il sentimento e molto meno l’idea chiara e schietta di essa. D’onde l’inane fatica della facoltà poetica per indurre il soffio vitale nelle forme plasmate, d’onde il retorico artificio di tutto il poema che alfine riducesi una terribile e deleteria ironia di sè stesso.
Tutto questo però è nobile e degno di rispetto, come ogni cosa che scaturisce dalla sincerità del cuore e della coscienza. E quando il poeta, scambiando perfino le critiche d’arte per risentimenti dell’offesasuperstizione, si chiude in una sdegnosa solitudine e canta:
Solo starò, come solingo sasso,A cui rigido bora e il ciel malignoNullo consente onor d’erbe o di rami;Si dilungan da lui greggi e pastoriPassan lungi gli augelli; egli coi nembiPugna indefesso, infin che una nemicaForza lo schianti, e il suol natio l’inghiotta,
Solo starò, come solingo sasso,A cui rigido bora e il ciel malignoNullo consente onor d’erbe o di rami;Si dilungan da lui greggi e pastoriPassan lungi gli augelli; egli coi nembiPugna indefesso, infin che una nemicaForza lo schianti, e il suol natio l’inghiotta,
Solo starò, come solingo sasso,
A cui rigido bora e il ciel maligno
Nullo consente onor d’erbe o di rami;
Si dilungan da lui greggi e pastori
Passan lungi gli augelli; egli coi nembi
Pugna indefesso, infin che una nemica
Forza lo schianti, e il suol natio l’inghiotta,
è impossibile difendersi da un profondo sentimento d’ammirazione, benchè si vegga che manca al poeta il vero senso della vita moderna, intendo della vita moderna dell’intelligenza, nella quale tutti i dissidî del pensiero s’armonizzano e si conciliano in una comprensione piena di religione e di poesia.
La traduzione del poemaDe Rerum Naturapuòcalcolarsi come un’amplificazione del secondo canto delLucifero. In questo era già evidentissima la tentata imitazione di Lucrezio. Lucifero dottoreggiava coll’indomita vittima di Giove, Prometeo, alla stessa maniera del poeta latino colladiletta proledi Memmo, e se n’assimilava le immagini, le frasi, perfino le transizioni:
Or deggio dir, che, di regnar mal paga, ecc.
Or deggio dir, che, di regnar mal paga, ecc.
Or deggio dir, che, di regnar mal paga, ecc.
precisamente come Lucrezio:Nunc age... espediam(lib. II, v. 60).Nunc locus est... confirmare tibi(lib. II. v. 184).Dico igitur(lib. III, v. 42). L’intiera sostanza del libro V del poema lucreziano era lì condensata e un po’ adattata al livello della coltura contemporanea, e basta rileggerlo per comprendere subito quello che c’è di identico nella situazione psicologica dei due poeti, e quello che li fa differire e forma la forza dell’antico e la debolezza del moderno.
Mi fermo su questo punto che mi par capitale.
La scienza positiva e la filosofia delLuciferosono, per non dir altro, molto incomplete. Cantare:
Due sonoLe virtù che le cose hanno in governoLa Natura e il Pensier.... . . . . . .Chi la temutaPrepossanza di Dio tenne equilibreCon perenne agitar? Fu la fecondaLite, che il mar dall’essere commoveCon assiduo flagello e dai cozzantiCorpi la luce e l’armonia deriva;
Due sonoLe virtù che le cose hanno in governoLa Natura e il Pensier.... . . . . . .Chi la temutaPrepossanza di Dio tenne equilibreCon perenne agitar? Fu la fecondaLite, che il mar dall’essere commoveCon assiduo flagello e dai cozzantiCorpi la luce e l’armonia deriva;
Due sono
Le virtù che le cose hanno in governo
La Natura e il Pensier...
. . . . . . .Chi la temuta
Prepossanza di Dio tenne equilibre
Con perenne agitar? Fu la feconda
Lite, che il mar dall’essere commove
Con assiduo flagello e dai cozzanti
Corpi la luce e l’armonia deriva;
cantare così è assai insufficiente come scienza, edarida astrattezza come poesia. E quando, pel suo istinto artistico, il concetto del poeta tenta rivestirsi d’un’imagine, anzi assumere vita e persona, risulta insufficientissimo il metter in bocca a Lucifero il mito della lotta dei Titani contro Giove e, poco dopo, le proprie lotte contro l’implacato Jeovache lo stesso Lucifero non sa ben dire se sia unfantasma incompreso, o
. . . . .un’ombraDel suo stesso pensiero, o una diversaImagine con lui nata e divisaFatalmente da lui.
. . . . .un’ombraDel suo stesso pensiero, o una diversaImagine con lui nata e divisaFatalmente da lui.
. . . . .un’ombra
Del suo stesso pensiero, o una diversa
Imagine con lui nata e divisa
Fatalmente da lui.
Giacchè fra quei due miti non può avvenire fusione o idealizzazione di sorta; l’artificio mostra le sue cuciture, e le due impressioni discordanti distruggono il fantasma poetico, mettendo a nudo la vacuità e l’ingenuità veramente primitiva dell’idea.
La scienza moderna è troppo vasta e troppo rigida da permettere all’imaginazione di chiuderla e circoscriverla entro la forma poetica. E se essa contiene un suo speciale sentimento poetico (epico, lirico, talvolta anche tragico), è un sentimento indefinito che non può condensarsi in una schietta creazione. La scienza è già per sè stessa l’assoluta negazione della forma.
Tra la scienza di Lucrezio e la scienza moderna corre un’immensa distanza. «Gli antichi, ha detto il Martha[73]non osservavano gran fatto la natura ed ancor meno facevano esperienze. In cambio di studiaregli effetti per rintracciarne poi le cause, cominciavano coll’ammettere certi principî i quali dovevano bastare alla spiegazione di tutta la natura. Innanzi tratto imaginavano le cause, e quando credevano di averle scoperte se ne servivano per ispiegare i fenomeni.» In altri termini la scienza antica era una specie di poesia. Le ipotesi ardite, le sorprendenti divinazioni che precorrono di lungo tratto le idee del tempo vi si mescolavano a ragioni e ad errori puerili, e spesso le diverse spiegazioni, benchè contrarie fra loro, venivano proposte con una facile indifferenza che ci lascia sorpresi.
Lucrezio ebbe la fortuna d’incontrarsi con questa scienza bambina e potè agevolmente scaldarla del suo genio poetico e animarla d’un soffio immortale. Pel suo poema accade precisamente il contrario di quello che accade coi poemi moderni di consimil genere. Gli anni, invece di diminuirne il valore poetico, glielo accrescono sempre più. Giacchè tutto è ingenuo, tutto è schiettamente sentito in quei sei libri, e non ci è ombra d’artificio anche lì dove parrebbe naturale e quasi necessario che artificio ci sia stato. Le forme, per dir così, scientifiche si compenetrano con le poetiche, e queste comunicano a quelle il loro carattere, come nel mito di Venere, la creazione più bella e più meravigliosa di tutto il poema. Anzi a dispetto delle cautele messe in opera, il sentimento artistico spesso prende la mano al poeta e lo trascina seco e gli fa accarezzare come una realtà quello che poco dopo s’affretta a ripudiarecome falso:
Longe sunt tamen a vera ratione repulsa.
Longe sunt tamen a vera ratione repulsa.
Longe sunt tamen a vera ratione repulsa.
E, malgrado le proteste, tutto vi prende corpo visibile, anche le cose invisibili; tutto si agita e vive. I suoi atomi piccoli, rotondi, lisci, uncinati non ci fanno sorridere, ma si muovono, si aggruppano, si mescolano sotto i nostri occhi epicamente. La puerilità della ipotesi scientifica è sempre trascesa e sorpassata dalla grandiosità del sentimento; e questodi làdiventa poesia vergine e sublime anche nelle parti più aride dell’esposizione didattica.
«La natura, dice il Trezza, come la riproduce Lucrezio, è tutta a così dire impregnata di sensazioni vivaci e fresche che accusano gli organi sani e gagliardi che la ricevono; le imagini di cui si riflette hanno un che di largo e di schietto e direi quasi un’aura di origini che qualche volta fa ricordare il Rig-Veda. Vi è in lui sovente un vigor di riflessione plastica per cui le imagini ti si pongono con rilievo così forte e spiccato che sembrano avere polsi e nerbo di vita.[74]»
In Lucrezio, il Rapisardi ha come ritrovato sè stesso. Il lavoro di traduzione ha dovuto dargli tutte le voluttà d’una creazione originale. Certamente nessuno meglio di lui, e dall’intima natura dell’ingegno e dalle circostanze della vita, nessunoera così ben disposto ad assimilarsi il sentimento e la forma del gran poeta latino. La lotta è stata gigantesca, ma la vittoria è completa.
Io ho seguito passo a passo per tutti i sei libri il poeta dellaNaturae il suo traduttore, confrontando questi con gli altri che lo precessero nella difficile impresa; e vorrei poter comunicare al lettore per via di ampî raffronti il risultato delle mie osservazioni o meglio delle mie ammirazioni. Non ho mai sentito come in questa occasione la tirannia del poco spazio concesso dai giornali politici agli studî letterarî.
Il Marchetti diluisce troppo i maschi concetti del testo, e talvolta li fraintende. Il Tolomei, nei saggi pubblicati, si accosta assai più di esso all’originale, ma non rende quella che il Montaigne chiamavala gaillardise de l’imaginatione ilgrose ipleindello stile lucreziano. L’anonimo che pubblicò la sua traduzione a Lugano nel 1827, per amore di concisione, dà allo stile una certa secchezza ed aridità che è ben lontana dalla muscolosa potenza del grande poeta.
Il Rapisardi invece si afferra al testo e vi aderisce e direi si confonde con esso, semplicemente, senza sforzo, quasi sempre parola per parola, spesso colla stessa giacitura della frase, colla stessa andatura del periodo; ed è raro che aggiunga un epiteto di suo, raro che inverta l’ordine dei concetti, o che affievolisca o che gonfi un’imagine. Si trova a suo agio. Il sentimento poetico che non giunge a diventarforma viva nelle sue opere originali, qui è forma vivissima e delle più elevate; ed egli si tuffa in quest’onda mirifica di poesia come in un proprio elemento e n’esce ritemprato. Tutto quello che una traduzione può rendere del suo modello originale questa ce lo dà e senza ricorrere a mezzucci. Certamente la rubesta selvaggezza dello stile lucreziano qui è un po’ rammorbidita, giacchè il traduttore non ha provato le difficoltà del suo autore:
Multa novis verbis praesertim cum sit agendumPropter egestatem linguae et rerum novitatem.
Multa novis verbis praesertim cum sit agendumPropter egestatem linguae et rerum novitatem.
Multa novis verbis praesertim cum sit agendum
Propter egestatem linguae et rerum novitatem.
Lo strumento adoperato dal Rapisardi è ripulito, perfezionato; si può dire che scherzi colle difficoltà; e perciò manca nel suo lavoro un che che si assapora nel testo per quel divincolarsi del concetto nel foggiare e quasi sforzare lo stile e il verso, per quell’impronta che questi ricevono dalle forme arcaiche, e oserei dire ieratiche, della lingua, le quali ricordano i sentimenti dei mondi primitivi dello spirito umano. Ma pretendere tanto da una traduzione sarebbe proprio un pretendere l’impossibile. E molto che ci sia in gran parte quell’alito di freschezza e di giovinezza, quella pavida solennità del profondo sentimento che si maritano nella poesia lucreziana con mirabile accordo; e citerò in prova il piccolo tratto che parla delle trasformazioni lente e continue dopo che la terra cessò dalle grandi creazioni animali,
destitit ut mulier spatio defessa vetusto,
destitit ut mulier spatio defessa vetusto,
destitit ut mulier spatio defessa vetusto,
che il Rapisardi traduce benissimo:
Cessò, qual donna per vecchiezza stanca.Però che il tempo muta la naturaDi tutto il mondo, e d’uno ad altro statoDevono trapassar tutte le cose,Nè alcuna resta mai pari a sè stessa;Migrano tutte, tutte da NaturaSono a mutare, a trasformarsi astrette;E mentre l’una imputridisce e affrantaDa l’età langue, dal suo stato abbiettoVien fuori un’altra e chiaro lume acquista.Tutta dunque così mutano gli anniLa natura del mondo, e d’una ad altraCondizïon passa la terra, in guisaChe quanto pria poteva or più non possa,Quel che già non soffriva ora sopporti.
Cessò, qual donna per vecchiezza stanca.Però che il tempo muta la naturaDi tutto il mondo, e d’uno ad altro statoDevono trapassar tutte le cose,Nè alcuna resta mai pari a sè stessa;Migrano tutte, tutte da NaturaSono a mutare, a trasformarsi astrette;E mentre l’una imputridisce e affrantaDa l’età langue, dal suo stato abbiettoVien fuori un’altra e chiaro lume acquista.Tutta dunque così mutano gli anniLa natura del mondo, e d’una ad altraCondizïon passa la terra, in guisaChe quanto pria poteva or più non possa,Quel che già non soffriva ora sopporti.
Cessò, qual donna per vecchiezza stanca.
Però che il tempo muta la natura
Di tutto il mondo, e d’uno ad altro stato
Devono trapassar tutte le cose,
Nè alcuna resta mai pari a sè stessa;
Migrano tutte, tutte da Natura
Sono a mutare, a trasformarsi astrette;
E mentre l’una imputridisce e affranta
Da l’età langue, dal suo stato abbietto
Vien fuori un’altra e chiaro lume acquista.
Tutta dunque così mutano gli anni
La natura del mondo, e d’una ad altra
Condizïon passa la terra, in guisa
Che quanto pria poteva or più non possa,
Quel che già non soffriva ora sopporti.
Il Marchetti ha:
Quasi per troppa età donna impotente,
Quasi per troppa età donna impotente,
Quasi per troppa età donna impotente,
che non rende ildefessa;
tutto altrove fuggesi,
tutto altrove fuggesi,
tutto altrove fuggesi,
che sforma l’omnia migrant;
tutto volge,
tutto volge,
tutto volge,
che sfigura ilverter cogit; e mette:
Per vecchiezza egro e languente,
Per vecchiezza egro e languente,
Per vecchiezza egro e languente,
dove Lucrezio dice semplicementeaevo debile languet. Nel Rapisardi, oltre alla scrupolosa fedeltà del concetto, c’è invece quello che io chiamerei ilquid, ilnon so chelucreziano; e quasi sempre, da cima in fondo del poema, senza che mai apparisca la più lieve stanchezza, la più piccola esitanza.
Per mostrare che le mie lodi e le mie ammirazioni sono giustificato non voglio tacere i piccoli nèi che io vi ho scoperti. E dirò che ilVenere bellanonrende l’alma Venusdell’invocazione; nè
AbbandonandostupefattaindietroLabellatesta;
AbbandonandostupefattaindietroLabellatesta;
Abbandonandostupefattaindietro
Labellatesta;
iltereti cervice repostapiù semplice assai; che
Ansante irresoluto ei le palpeggia
Ansante irresoluto ei le palpeggia
Ansante irresoluto ei le palpeggia
non dà l’errante incerti corpore toto(lib. IV, v. 1104); che il
discorrer conaduncolabbroI calami sonori
discorrer conaduncolabbroI calami sonori
discorrer conaduncolabbro
I calami sonori
mi sembra, in italiano, un po’ sforzato rimpetto al
Et supera calamos unco percurrere labro;(lib. V, v. 1406.)
Et supera calamos unco percurrere labro;(lib. V, v. 1406.)
Et supera calamos unco percurrere labro;
(lib. V, v. 1406.)
che
I templivagheggiardel cielo
I templivagheggiardel cielo
I templivagheggiardel cielo
è assai meno delcaeli templa tueri(lib. VI, v. 1227); che
Con sospesiDenti già già par che li abbocchi e inghiotta
Con sospesiDenti già già par che li abbocchi e inghiotta
Con sospesi
Denti già già par che li abbocchi e inghiotta
esagera l’imagine del
Suspensis teneros minitantur dentibus haustus.(lib. V, v. 1063 72.)
Suspensis teneros minitantur dentibus haustus.(lib. V, v. 1063 72.)
Suspensis teneros minitantur dentibus haustus.
(lib. V, v. 1063 72.)
Dirò infine che, più di queste inezie, mi ha sorpreso il veder tradurre due volte perfedela parolareligio:
Tantum religio potuit suadere malorum!(lib. I.)CotantoPotea di mal persuader la Fede!Religionum nodis(lib. IV.)Dai ceppi tenaci dellaFede;
Tantum religio potuit suadere malorum!(lib. I.)CotantoPotea di mal persuader la Fede!
Tantum religio potuit suadere malorum!(lib. I.)
Cotanto
Potea di mal persuader la Fede!
Religionum nodis(lib. IV.)Dai ceppi tenaci dellaFede;
Religionum nodis(lib. IV.)
Dai ceppi tenaci dellaFede;
giacchè Fede è parola e cosa tutta cristiana e moderna e mal risponde a quella che gli antichi chiamavanoReligione. Il metterla in bocca a Lucrezio èuna vera stonatura. Così mi pare ecceduto il concetto del
Rursus in antiquas referuntur religionis(lib. V, v. 62.)
Rursus in antiquas referuntur religionis(lib. V, v. 62.)
Rursus in antiquas referuntur religionis
(lib. V, v. 62.)
traducendolo:
Tornan di nuovo ai pregiudizi antichi,
Tornan di nuovo ai pregiudizi antichi,
Tornan di nuovo ai pregiudizi antichi,
versione che potrebbe invocare l’appoggio dell’autorità del Trezza in un passo consimile (Religionumanimum nodis exolvere pergo),[75]ma che mi sembra manchi d’una poetica sfumatura che Lucrezio ricerca e non è giusto tralasciare.
Inezie, ripeto, le quali con qualche altra non tolgono nulla all’eccellenza della traduzione, che forse resterà, come dissi in principio, l’opera più originale del Rapisardi.
Un ben venuto dunque a questo vero poeta della Natura. E il mio è un ben venuto puramente artistico. Giacchè io non credo che
a pugnar ne l’ultime battaglieSorge in itala veste il suo cantore,Nec tali auxilio nec defensoribus istisTempus eget.
a pugnar ne l’ultime battaglieSorge in itala veste il suo cantore,Nec tali auxilio nec defensoribus istisTempus eget.
a pugnar ne l’ultime battaglie
Sorge in itala veste il suo cantore,
Nec tali auxilio nec defensoribus istis
Tempus eget.
Lucrezio è la pura intuizione dell’ideascientifica moderna. Per la scienza moderna il poema della Natura non può esser altro che un documento. E soltanto per ristorarci col suo intimo e primitivo sentimento della Natura, soltanto per questo ricercheremo avidamente le sue pagine immortali.
20 Ottobre 1879.