ELZEVIRI E NON ELZEVIRI[17]
La poesia è diventata civetta. Sembra si sia finalmente accorta d’essere un po’ invecchiata, di non potersi più fidare delle sue grazie naturali per allettar la gente a corteggiarla; ed eccola in cerca di tutti i lenocinii della toeletta, f di tutti i segreti della sarta e del profumiere. Bisogna vedere come perda il tempo allo specchio, e come s’industrii a nascondere i guasti degli anni sulla sua faccia dizittellona. Una volta si contentava d’un vestitino modesto, d’un par di scarpine con su un semplice fiocco di nastro, e mostrava altiera e baldanzosa il suo visino fresco, le sue labbra di corallo, i suoi grandi occhi lampeggianti di luce divina. Le trecce, appena annodate alla nuca, le balzavano qua e là sulle spalle d’alabastro ad ogni muover di passo, e le sue canzoni volavan per l’aria spensieratamente, festosamente, come quelle dell’usignuolo, un vero inno della giovinezza e dell’amore, cantato in aperta campagna, alla luce del sole, fra gli alberi fioriti, tra le valli piene di ombre e di mormorii. Ah, il bel tempo d’allora! E come le si correva dietro alla vaga incantatrice che ci ripeteva ad alta voce quello che la giovinezza e l’amore ci susurravano basso dentro il petto!
Oggi è tutt’altro. La sua bellezza è ita via. La freschezza della pelle vien simulata dai cosmetici; l’oro della capigliatura è un prodotto dall’auricomea dieci franchi la boccetta con la relativa istruzione. Lei ha paura del sole; riceve nel salotto, colle persiane socchiuse, colle tendine abbassate, in una penombra seducente ma ingannatrice, che dà valore a quel che non vale. La sua conversazioneha tutte le procaci libertà degli anni vissuti, ma non ha più le grazie inconscie, le innocenti malizie, le allegre storditezze della giovinetta dalle risa argentine. La poesia è diventata civetta; non comparisce che in elzeviro.
Uno dei miei amici suol chiamare gli elzevirila poesia della poesia. Infatti son proprio carini quei volumetti in trentaduesimo, dalla carta palliduccia, dalla copertina gialla, dai frontespizii rossi e neri, dai fregi a rabeschi, dai caratterini minuti, sottili, che allineano i versi sveltamente entro i margini larghissimi e le pagine quasi bianche. Non bisogna essere addirittura bibliofili per lasciarsi cogliere dalle lusinghe di queste piccole Circi tipografiche, che promettono tanto e spesso mantengono così poco: hanno una malìa particolare. Quando n’è montato soltanto un volume sopra le sbarre dei vostri scaffali, state sicuri che si chiamerà dietro tutti gli altri, anche a vostro dispetto. Fanno così bella mostra! Mettono una macchietta così gaia dietro le vetrine, accanto a quei volumi e volumoni serii, mutrioni, affogati dentro la rilegatura di cuoio a guisa di severi magistrati nelle larghe pieghe della loro toga!
La poesia della poesia!È un motto atroce. Come se il sentimento poetico si fosse tutto rifugiato nella forma esteriore, nell’accidentalità tipografica! Come se quelle strofe, o quei versi sciolti, stampati altrimenti, non potessero avere un valore, nè produrre alcun effetto! La poesia dev’essere invecchiata davvero, se non le si usa più nemmeno il rispetto della galanteria.
Ma lasciamo andare. Vecchia o no, è sempre una donna, una gran dama, uno di quegli esseri delicati, raffinati, c’hanno ancora qualcosa di attraente che cercherebbesi invano presso altre persone. Vi son dei momenti nella vita nei quali riesce dolce il rinchiudersi in un piccolo salotto, da solo a sola, con lei. Ha l’arte della conversazione squisita, della frase gentile; l’arte di rendere interessante perfino le cose futili e triviali, di condir le sciocchezze con un sorriso che piace, per quanto talvolta ci apparisca forzato, di spargere una stilla di spirito sulle cose comuni, o un po’ di profumo sopra le sgradevoli, di velarne abilmente i difetti, e arricchirne la miseria con la sua eleganza sempre dignitosa, anche quando è affettata. Spesso, nelle ore più liete, ritrova la spigliatezza dei suoibei tempi; solletica, inebria, esalta, apre degli spiragli che neppur sospettavate potessero esistere, vi comunica il languore delizioso del dormiveglia, vi rende fanciulli tutt’occhi ed orecchie, attenti alle sue fole, ai suoi rimpianti di un mondo che fu, alle sue aspirazioni d’un mondo che non sarà mai. La sua parola, cadenzata come una musica ed insistente come un ritornello, vi rimescola le forze assopite dell’età irragionevole.
La vecchia maga, la vecchia dama galante non ha che quell’ora, quell’unico momento per soggiogarvi col suo prestigio; ma, quando venite fuori dal suo salotto, quando avete terminato la fantastica conversazione con lei, non dite ingratamente che non ci abbiate guadagnato proprio nulla... Vi resta, se non altro, un senso gentile che, di quando in quando, in mezzo al frastuono assordante della vita, ha il suo pregio anch’esso: fa riposare i vostri nervi senza assonnarli del tutto. Se vi capita di trovarla nel momento propizio, ringraziatela; e perdonatele, per riguardo di questo, le inconcludenze, le chiacchiere vuote, le smancerie da zittellona, le stupidaggini barbogie che v’è toccato di sopportare qualche altra volta.
Ecco, per esempio, questa volta (ve l’assicuro) la troviamo nel momento buono. Ha il solito belletto dell’elzeviro, ma ci si presenta a braccio d’uno dei suoi più fidi cavalieri serventi, Vittorio Betteloni, che la corteggia da parecchi anni con la costanza d’un vero innamorato. Su questi gentili foglietti colorchamoisil Betteloni ha fissato qualcuno degli interminabilibavardargesdella sua vecchia dama. Oh, come sono deliziosi! Si capisce subito ch’egli sia dei più intimi, dei privilegiati. Con lui ella adopera i modi più semplici e più naturali, usa il grande artificio di non far scorgere alcun artificio, se non tenta quello, impossibile, di non adoperarne nessuno. Ma la sua elegante semplicità riesce aggradevole anche quando lascia sospettare di esser un effetto voluto, cercato e raggiunto per via d’un’abilità consumata.
Si passa un magnifico quarto d’ora. Quel Vittorio Betteloni è invidiabile! La vecchia dama non lo tratta come gli altri. Con lui non fa la sostenuta. Se sentiste che confidenze! Alcune volte vi sembra che non sia più lei che parli, la grande signora aristocratica; parla così alla buona, senza costringervi a sbarrar gli occhi dalla meraviglia edalla sorpresa, senza farvi distendere i muscoli dello spirito perchè afferriate qualcosa che vorrebbe essere un concetto sublime e non è che un non senso! Ho dettobavardarges; ma, veramente, manca la frivolezza che implica questa graziosa parola francese. Qui abbiamo un che di garrulo, di facile, di espansivo e di tenero, ma insieme un che di malinconico e di sereno: la tristezza vi è sorridente. La gran dama ha vissuto molto, ha provato troppe cose. L’emozione, quando la coglie, non la prende mai alla sprovveduta; e lei se ne fa beffe, delicatamente, con grazia, nel punto stesso che la subisce. Ma che accenti ritrova, fin per le cose più umili! Un volgare fatto diverso, udite, assume nella sua bocca l’elevata intonazione della tragedia greca:
Una fanciulla sedicenne e ignaraDegli inganni d’Amore a lui si diedeChe sedurla si piacqueSotto sembianza di gentil garzone.Ed or che il testimoneElla del proprio errore in grembo portaPer vergogna e doloreInsoffribil la vita le si rende....
Una fanciulla sedicenne e ignaraDegli inganni d’Amore a lui si diedeChe sedurla si piacqueSotto sembianza di gentil garzone.Ed or che il testimoneElla del proprio errore in grembo portaPer vergogna e doloreInsoffribil la vita le si rende....
Una fanciulla sedicenne e ignara
Degli inganni d’Amore a lui si diede
Che sedurla si piacque
Sotto sembianza di gentil garzone.
Ed or che il testimone
Ella del proprio errore in grembo porta
Per vergogna e dolore
Insoffribil la vita le si rende....
E via così, con la semplicità delle ballate del Goethe. La piccola tragedia si dibattenel cuor della fanciulla tra laVoce della vitalaVoce d’uno spirito, laVoce del terrorealla quale si mescola quella dellaMorteche sembra una carezza severa, ma piena d’affetto.
Vieni fanciulla, posaIn seno a me la testa:Nelle mie braccia ascosa.. . . . . . . . . .L’arcano sonno avraiDa cui non si ridestaOcchio a pianger più mai.
Vieni fanciulla, posaIn seno a me la testa:Nelle mie braccia ascosa.. . . . . . . . . .L’arcano sonno avraiDa cui non si ridestaOcchio a pianger più mai.
Vieni fanciulla, posa
In seno a me la testa:
Nelle mie braccia ascosa.
. . . . . . . . . .
L’arcano sonno avrai
Da cui non si ridesta
Occhio a pianger più mai.
Ma di solito la gran dama non è mai triste; èrêveuse, senza essere però sentimentale, e al Betteloni concede proprio le sue confidenze... stavo per dire più umane, perchè son quelle che riguardano i sentimenti della famiglia e della casa. Quando va su questo tema, diventa un incanto l’ascoltarla. Che adulatrice quella vecchia dama! Come parla bene, all’orecchio del suo cavaliere, delle cose che lei sa di riuscirgli più care! QuelPiccolo mondoè un vasto poema nelle sue minuscole proporzioni. L’emozione comincia alle prime note, e cresce e si svolge, tra lagrime e sorrisi, entro le domestiche mura.
O alti stipi addossati a la pareteSeggioloni, erti letti e mense gravi,O vecchi arredi a cui le meste e lieteVicende e i sensi noti fur degli avi;Io vi ammiro in silenzio e quasi provoVergogna d’esser io vostro padrone.Chè il serio aspetto vostro assai m’imponeE pur meschino in faccia a voi mi trovo.... . . . . . . . . . . . . . . . . . .Io rifeci la casa a poco a pocoChe fu della mia gente antico nido:Or più non move il fiocoSuono dall’età spentaDa queste mura, ma il giocondo gridoDell’avvenir parmi che intorno io senta.
O alti stipi addossati a la pareteSeggioloni, erti letti e mense gravi,O vecchi arredi a cui le meste e lieteVicende e i sensi noti fur degli avi;Io vi ammiro in silenzio e quasi provoVergogna d’esser io vostro padrone.Chè il serio aspetto vostro assai m’imponeE pur meschino in faccia a voi mi trovo.... . . . . . . . . . . . . . . . . . .Io rifeci la casa a poco a pocoChe fu della mia gente antico nido:Or più non move il fiocoSuono dall’età spentaDa queste mura, ma il giocondo gridoDell’avvenir parmi che intorno io senta.
O alti stipi addossati a la parete
Seggioloni, erti letti e mense gravi,
O vecchi arredi a cui le meste e liete
Vicende e i sensi noti fur degli avi;
Io vi ammiro in silenzio e quasi provo
Vergogna d’esser io vostro padrone.
Chè il serio aspetto vostro assai m’impone
E pur meschino in faccia a voi mi trovo...
. . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Io rifeci la casa a poco a poco
Che fu della mia gente antico nido:
Or più non move il fioco
Suono dall’età spenta
Da queste mura, ma il giocondo grido
Dell’avvenir parmi che intorno io senta.
E l’idilio domesticosi compie, e il primogenito sbuccia, come un fiore, sotto il tetto della casa rifatta, e l’inno della felicità paterna finisce, sommessamente, in una vera preghiera.
È una delle poche volte che l’elzeviro mantiene le sue allettanti promesse.
— Ma è proprio poesia questa, che va così terra terra? Questa, che al partito di esser semplice, schietta, alla mano, sacrifica persino....
— Capisco, capisco! Accordatemi che qui c’è una nota affatto insolita per noi italiani, e vi concederò facilmente che ci si può trovare, qua e là, un po’ d’eccesso nella misura. Accordatemi che queste confidenze riprodotte dal Betteloni, che questibavardagesd’un minuto della vecchia dama galante lasciano una gentile e durevole impressione, e vi concederòche qualche volta la povera vecchia ha delle intermittenze, delle stanchezze, e che allora il suo cavalier servente ha torto a prestarle la sua attenzione.... Ma si tratta, ricordatevene, d’un vero innamorato. È molto che, innamorato com’è, non senta la tentazione di domandarle più di quello che ora gli potrebbe concedere.... Senza dubbio, il Betteloni lo sa meglio di noi che è vecchia; e forse non tanto lo seduce il presente, quanto il passato di lei. Colle vecchie signore galanti accade spesso così.
Quello che non vorrà mai sentir parlare di vecchiezza della poesia è l’autore dellaIn solitudine, un innamorato timido, ma cotto, stracotto, che ha tutte le arditezze dei timidi, e tutti gli entusiasmi di chi s’affonda in una unica passione nella vita. Delle cattive lingue hanno tentato di dargli ad intendere che la poesia era morta. E lui:
Quando avran tutti obliataLa tua luce, la tua fè,Su quell’urna abbandonataResterò solo con te.. . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . .Nella notte dell’oblìoDove sei, penetreròChi ti spense fosse un Dio,Io, sol io, ti desterò!
Quando avran tutti obliataLa tua luce, la tua fè,Su quell’urna abbandonataResterò solo con te.. . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . .Nella notte dell’oblìoDove sei, penetreròChi ti spense fosse un Dio,Io, sol io, ti desterò!
Quando avran tutti obliata
La tua luce, la tua fè,
Su quell’urna abbandonata
Resterò solo con te.
. . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . .
Nella notte dell’oblìo
Dove sei, penetrerò
Chi ti spense fosse un Dio,
Io, sol io, ti desterò!
Ecco quello che ha risposto il timido innamorato; non l’avrebbero pensato neppure i più intraprendenti. Tanta passione e tanta fede ispirano rispetto. L’autore dell’In solitudineè della stoffa degli apostoli, dei paladini. Ha il sacro fuoco degli uni, il valore ardimentoso degli altri. La sua timidezza si riduce infine a un riserbo eccessivo, a una modestia quasi incredibile a questi lumi di luna. La vecchia dama l’ha ammaliato, l’ha irretito in modo ch’egli non vede e non sente che per gli occhi e per gli orecchi di lei. Trovato un cuor giovine (cosa rara più che non sembri), avido d’emozioni, facile a riscaldarsi, straboccante d’affetto, se n’è subito impossessata e in maniera che sarà difficile poterla scacciare di lì.
Notate intanto ch’egli non è un ingenuo. È ammalato anche lui della grande malattia del secolo, il dubbio; è uno spirito aperto a tutte le voci della riflessione filosofica e della scienza positiva che gli arrivano da ogni parte in varie lingue, perchè è un mezzo poliglotta questo erede ripulito del Dafni etneo, vissuto a lungo, come l’antico, fra i boschi e le lave ai piedi del grande vulcano. Ma il sentimento predomina in lui, enormemente. La riflessionefilosofica, il concetto scientifico, appena gli sian penetrati nella mente, subiscono una rapida elaborazione; e, al calore dell’imaginazione che li fonde con facilità, si trasformano in sentimento. La sua fede nella vecchia dama galante, la sua cecità d’innamorato provengon da questo. È inutile volergli far capire che l’apparente bellezza di lei è tutto un inganno dei cosmetici: ci risponderà che siamo matti o peggio. La poesia, secondo lui non può invecchiare; ha l’immortalità delle dee; è stata e sarà sempre la sublime divinatrice che rischiarerà coi suoi lampi il pensiero umano e precorrerà la scienza; il mondo riceverà la luce finale da un sacerdote di lei. Con che convinzione profonda ce l’afferma!
Qual balen passeran queste notti,Spunteran le novissime aurore,Compiransi i gran sogni interrotti,Altra luce sul mondo verrà.Dopo quest’altra voce miglioreUdrà il mondo ridesto e smarrito;Sui distrutti frammenti più arditoAltri il saldo avvenir pianterà.. . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . .Egli è il vate da lungo promessoOgni gente lo attende, lo vuole;Precursor, ne sospiro l’amplessoIo l’annunzio da questo a quel mar.Altri irrida alle strane parole;E che importa alla salda mia fede?Più lontan d’ogni irriso ella vedeUn gran sol nella notte spuntar.
Qual balen passeran queste notti,Spunteran le novissime aurore,Compiransi i gran sogni interrotti,Altra luce sul mondo verrà.Dopo quest’altra voce miglioreUdrà il mondo ridesto e smarrito;Sui distrutti frammenti più arditoAltri il saldo avvenir pianterà.. . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . .Egli è il vate da lungo promessoOgni gente lo attende, lo vuole;Precursor, ne sospiro l’amplessoIo l’annunzio da questo a quel mar.Altri irrida alle strane parole;E che importa alla salda mia fede?Più lontan d’ogni irriso ella vedeUn gran sol nella notte spuntar.
Qual balen passeran queste notti,
Spunteran le novissime aurore,
Compiransi i gran sogni interrotti,
Altra luce sul mondo verrà.
Dopo quest’altra voce migliore
Udrà il mondo ridesto e smarrito;
Sui distrutti frammenti più ardito
Altri il saldo avvenir pianterà.
. . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . .
Egli è il vate da lungo promesso
Ogni gente lo attende, lo vuole;
Precursor, ne sospiro l’amplesso
Io l’annunzio da questo a quel mar.
Altri irrida alle strane parole;
E che importa alla salda mia fede?
Più lontan d’ogni irriso ella vede
Un gran sol nella notte spuntar.
Infatti nell’In solitudinenon ci sentiamo più nel salotto, ma nel tempio, un tempio vasto quanto l’universo. Ci troviamo in faccia all’immensa Natura, in riva agli oceani, sulle montagne, tra i boschi, rapiti nella contemplazione del cielo stellato, assorti ad ascoltare le incessanti voci degli esseri che si mescolano in un’infinita armonia, in un sol palpito d’affetto. Cupi silenzii, tenebre misteriose, suoni rivelatori d’ignoti linguaggi e d’ignote creature, sfingi che si presentano rigide e scure sul limitare della vita e ci accompagnano, con glaciale taciturnità, fino al termine dell’esistenza, presentimenti pieni di terrore, slanci di speranza che vibrano da un punto all’altro dell’universo....
O prima essenza, o magicaVirtù che tutto sei,Natura e mondo ed animaCh’agiti i sensi miei,Nel più diverso aspettoUna tu sei; calore,Fecondità ed amoreMateria ed intelletto.Se in me tu sola palpiti.Se in me tu sola vivi,Svelati a te medesima;Detta tu stessa e scrivi;. . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . .È invan che più t’ascondaAgl’implacati studi.Forza è che il sen denudiIside vereconda!
O prima essenza, o magicaVirtù che tutto sei,Natura e mondo ed animaCh’agiti i sensi miei,Nel più diverso aspettoUna tu sei; calore,Fecondità ed amoreMateria ed intelletto.Se in me tu sola palpiti.Se in me tu sola vivi,Svelati a te medesima;Detta tu stessa e scrivi;. . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . .È invan che più t’ascondaAgl’implacati studi.Forza è che il sen denudiIside vereconda!
O prima essenza, o magica
Virtù che tutto sei,
Natura e mondo ed anima
Ch’agiti i sensi miei,
Nel più diverso aspetto
Una tu sei; calore,
Fecondità ed amore
Materia ed intelletto.
Se in me tu sola palpiti.
Se in me tu sola vivi,
Svelati a te medesima;
Detta tu stessa e scrivi;
. . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . .
È invan che più t’asconda
Agl’implacati studi.
Forza è che il sen denudi
Iside vereconda!
La vecchia dama sa con chi ha da fare: non ha mutato stile con lui. È con questi antichi artifizii che lo scalda, lo entusiasma, gli infonde l’ebbrezza divina e se lo tiene strettamente attaccato, devoto, capace del sacrifizio di tutto sè stesso.
E i responsi (non possono chiamarsi diversamente), i responsi confidatigli dalla sua dea lui ce li presenta in modo quasi primitivo, in due volumi d’oltre mille e dugento pagine, che fanno a prima vista un effetto niente bello. Siamo proprio agli antipodi della lindura dei graziosi volumetti in elzeviro. Ma la sua Dea ha forse bisogno di così vili lenocinii? Però, vinta la diffidenza, ispirata dalla rozzezza esteriore, scopriamo subito il miracolo della passione e della fede. Nel trascrivere le confidenze della vecchia dama, il giovane innamorato ci mette molto del suo.Prima di tutto la sincerità, una qualità di primo ordine. Perfino le cose stantie ringiovaniscono e si ritemprano passando a traverso il suo cuore. Quando par già di sentire una melodia ben nota, ecco delle variazioni sul tema che la rendono quasi originale per l’espressione tutta propria ch’egli le dà. Sincerità importa anche slancio, foga, entusiasmo. Un soffio caldo agita tutte queste pagine che mormorano, col fremito delizioso delle foglie in primavera, come cose animate. Ma la passione e l’entusiasmo non gli impediscono d’esser talvolta sincero anche colla stessa dama.
Musa gentil, non t’impancar cotanto,Non levar tanto la cervice al ciel,Lascia il sermoneggiar, tomba del canto,Creder lascia le genti al lor vangel.Buia è la notte, sassoso il cammino,Che far vorrai? Convergi altrove il vol;Luce apportar vorrai col lumicinoDove a tant’uopo fioca lampa è il sol?
Musa gentil, non t’impancar cotanto,Non levar tanto la cervice al ciel,Lascia il sermoneggiar, tomba del canto,Creder lascia le genti al lor vangel.Buia è la notte, sassoso il cammino,Che far vorrai? Convergi altrove il vol;Luce apportar vorrai col lumicinoDove a tant’uopo fioca lampa è il sol?
Musa gentil, non t’impancar cotanto,
Non levar tanto la cervice al ciel,
Lascia il sermoneggiar, tomba del canto,
Creder lascia le genti al lor vangel.
Buia è la notte, sassoso il cammino,
Che far vorrai? Convergi altrove il vol;
Luce apportar vorrai col lumicino
Dove a tant’uopo fioca lampa è il sol?
Allora la vecchia muta tono, allora lo sue confidenze prendono un’aria gaia. Non piùPsiche, non più ilCielo, non piùAlla Natura, oEffusionie simili soggetti, ma qualcosa di lieve, di fresco, di giovanile, per esempioRavvedimento, Sulle montagne, Noie autunnali,Altalena, Neve, Il bagno, dove una maggiore eleganza di forme avrebbe certamente giovato a far spiccare di più la gentile trovata e l’ispirazione.... E quando la vecchia accenna di voler tornare al serio, il povero innamorato si fa piccino, e colla graziosa smorfia d’un fanciullo viziato la svia e ne la distoglie:
Odo, o panni, un sordo romboDi più voci in un confuse;Sento un peso come piomboSulle palpebri socchiuse;Mentre l’anima sonnecchiaMentre l’occhio mi si appanna.Musa, cantami all’orecchiaQualche vecchia ninna nanna.
Odo, o panni, un sordo romboDi più voci in un confuse;Sento un peso come piomboSulle palpebri socchiuse;Mentre l’anima sonnecchiaMentre l’occhio mi si appanna.Musa, cantami all’orecchiaQualche vecchia ninna nanna.
Odo, o panni, un sordo rombo
Di più voci in un confuse;
Sento un peso come piombo
Sulle palpebri socchiuse;
Mentre l’anima sonnecchia
Mentre l’occhio mi si appanna.
Musa, cantami all’orecchia
Qualche vecchia ninna nanna.
E lei, compiacente:
Ninna nanna! Era una voltaLa natura immensurataNelle tenebri sepolta....
Ninna nanna! Era una voltaLa natura immensurataNelle tenebri sepolta....
Ninna nanna! Era una volta
La natura immensurata
Nelle tenebri sepolta....
una ninna nanna seria, seria, nuova, che culla dolcemente e fa fantasticare come una musica di Beethoven.
Da quest’In solitudinesi potrebbe tirar fuori un interessanteelzeviro, d’un gusto un po’ aspro per certa sprezzatura della forma, ma sano, ma muscoloso, come non è facile trovarne molti fra gli elzeviri più in voga.Sul frontispizio potrebbe anche leggersi il nome dell’autore, Tommaso Cannizzaro, che non ha nessuna ragione di tenersi nascosto... Ma sì! andate a parlare di cosmetici per la sua dama a questo benedettissimo innamorato!