GINO CAPPONI[1]

GINO CAPPONI[1]

Chi dimorò in Firenze negli anni della capitale provvisoria incontrò spesso per le vie un vecchio di regolare statura, dai capelli bianchi, dalla barba anche bianca che gli contornava la faccia, con un occhiale bleu a quattro lenti da cui veniva malamente nascosta la sua cecità, con abiti decenti ma infilzati alla meglio e scarpe grossolaneche stonavano un poco coll’aspetto dignitoso e coll’aria signorile di tutta la persona. Appoggiato al braccio d’un servitore meno vecchio di lui, andava con passo alquanto affrettato, la testa alta, le labbra un po’ affondate dentro la bocca priva di denti. Era un personaggio che faceva impressione e destava curiosità; si capiva facilmente come non fosse un uomo volgare. Infatti era il marchese Gino Capponi.

Per un giovane che usciva caldo caldo dalla lettura del Foscolo, del Leopardi, del Giusti, del Guerrazzi la prima vista del Capponi aveva qualcosa dell’apparizione. Io ricordo che, tutte le volte per caso lo incontrassi, portavo involontariamente la mano al cappello, quantunque sapessi che lui non potesse accorgersi di quel mio segno di rispetto. La sua figura mi ridestava tante emozioni giovanili. Allora avevo appena letto due o tre brevi scritture di lui; però sapevo che il Leopardi gli avesse dedicatoLa palinodia, il Foscolo una lettera sul Commento allaDivina Commedia, il Guerrazzi l’Isabella Orsinie il Giusti leNozzee laTerra dei Morti. Da queste dediche e dagli epistolarii del Foscolo e del Giusti avevo appreso ad amare e a venerareun uomo riputato degno di tali amicizie e di tanto rispetto, il nome del quale trovavo sempre mescolato a quanto di nobile e di grande s’era fatto in Italia nella prima metà di questo secolo; e la sua vista faceva rivivere sotto i miei occhi tutta un’epoca di entusiasmi, di lotte e di gloria letteraria (non mi preoccupavo di altro) che oggi apparisce così lontana da dover fare uno sforzo per rammentarsela.

Ricordo anche il mio dispetto e il mio rossore un giorno che in una conversazione, e da un giovane fiorentino, intesi qualificare comescroccatala reputazione del Capponi. Quali sono le sue opere? Che resterà di lui per giustificare nell’avvenire quest’aureola che ora lo circonda? domandava quel mio amico a cui avevo manifestato la mia gioia di aver inteso un breve discorso del Capponi in una tornata dell’Accademia della Crusca nell’occasione del Centenario dantesco.

Il mio amico se la prendeva contro il cattivo vezzo degl’italiani d’accettare certe riputazioni belle fatte senza domandarne i titoli e senza discuterle. Il Capponi, secondo lui, doveva ritenersi un mito, una leggenda. Quello di via San Sebastiano era, senza dubbio, ungentiluomo, un patriota come se ne conoscevano tanti; ma, infine, quelvenerandoche gli si appiccicava per indicare una grandezza o d’ingegno o di carattere gli pareva un’iperbole. Io sapevo ben poco di particolare per rispondere a tale sfuriata, pure dissi qualche cosa e con calore. Allora quegli rincarò la dose: Non voleva parlare degli scritti. Dove erano? Articoli di giornali! Non si andavaad astracon questi. Il patriottismo? Dio mio! In un’epoca dove tanti s’eran fatti fucilare, imprigionare e torturare per l’Italia, lo sgusciare fra tre rivoluzioni senza aver torto un capello, non era piuttosto una dimostrazione del contrario? Insomma, volevo saperla schietta? Il Capponi era un codino! Due anni prima aveva scritto una lettera contro il matrimonio civile. Se si fosse torto un capello al Papa, si sarebbe dimesso dalla carica di senatore. E conchiuse: Gino Capponi?Un fétiche!— Io rimasi mortificato e, non lo celo, un po’ scosso. Quando venne pubblicata la suaStoria di Firenzecominciai a leggerne il primo volume con grandissima curiosità. Volevo trovarvi una risposta vittoriosa alle scettiche osservazioni di quel mio amico che non mi erano uscite di mente; ma i primi capitoli midisillusero peggio, e non andai oltre. Vi cercavo l’artista, lo storico moderno, e mi pareva di scorgervi un lavoro stentato, fatto con intendimenti e con mezzi invecchiati e fuori d’uso. Per quanto fossi conscio della mia incompetenza a giudicare un’opera di quel genere, non potevo mettere in dubbio, per lo meno, la sincerità delle mie impressioni. I giudizii della stampa mi fecero capire che forse non avevo tanto torto; e già se non ripetevo anch’io: Gino Capponi?Un fétiche!ci mancava poco.

Da questo si può comprendere con che avida impazienza abbia io preso in mano il libro che il senatore Tabarrini ha dedicato al Capponi ai suoi tempi, ai suoi studi ed ai suoi amici. Lo apersi con diffidenza. Sapevo che il Tabarrini era stato uno degli intimi dell’illustre fiorentino, e avevo paura che l’amicizia gli avesse fatto esagerare le tinte e adulare un pochino la fisonomia dell’originale nel ritratto che presentava; nè le prime parole della prefazione mi rassicurarono. «Gino Capponi fu ai tempi nostri uomo veramente memorabile per altezza d’ingegno, rettitudine di animo ed opere virtuose; e tale quale era, e noi lo conoscemmo per lungaconsuetudine, vorremmo che passasse ai posteri: i quali quand’anche siano per essere pietosi alla presente generazione, è dubbio se sapranno intendere certe esistenze elette che si educarono con discipline ora messe fuori di uso come strumenti inservibili, e trassero le norme del vivere da dottrine oggi ripudiate, come pastoie incomode alla sconfinata libertà del pensiero.»

Però la maniera elegante, da vero gentiluomo, del discorso del Tabarrini cominciò subito a legar la mia attenzione e a vincere la mia diffidenza. Ogni pagina scorsa era una nuova attrattiva, ogni capitolo una vittoria. La figura del Capponi si disegnava, si coloriva, s’animava nettamente, potentemente, con naturalezza ammirabile, per via d’una sapiente sobrietà di tocco che la faceva grado a grado venir fuori dal fondo oscuro della tela come per una lenta invasione di luce; e quando, nelle ultime pagine del libro, lessi: «noi ci siamo fermati con compiacenza a tratteggiare questa nobile figura del nostro tempo, perchè dubitiamo che la scuola moderna difficilmente ne possa produrre somiglianti nell’avvenire...» quando lessi queste belle parole alzai la fronte soddisfatto. Avevo tuttavia dinanzi gli occhi loaspetto di quell’iroso giovane fiorentino, e mi pareva di rispondergli: ecco, Gino Capponi non è un mito!

Il libro è fatto con quell’arte squisita della quale sembra si sia perduto lo stampo in mezzo a questa fretta smaniosa di comporre imposta dalle febbrili circostanze della vita contemporanea. Vi si sente qua e là un’intonazione severa, d’uomo che ha visto tempi migliori o che meglio corrispondevano all’ideale della vita, ai sentimenti e al carattere creatigli dalle circostanze in mezzo le quali ha passato il primo fiore degli anni. Però nessun’animosità, nessun sconforto. «Alle porte di questa antica civiltà nostra, batte col pugno una gente che non riconosce altra forza che quella dei muscoli, che non pregia altre opere che le manuali, e si ride delle lettere, delle arti e di quant’altro ha fatto fin qui l’orgoglio del mondo civile. Al cospetto di queste selvagge assurdità, la disputa umilia ed irrita. Facciamo il dover nostro esaltando la luce divina dell’ingegno, rendendo omaggio agli uomini che hanno onorato degnamente la patria; e dei paradossi dell’ignoranza livellatrice, qualunque siano per essere i destini di questa civiltà così perfidamente schernita, appelliamociconfidenti alla coscienza del genere umano.» Sono le ultime parole del volume e non era facile il chiuderlo con più fiera dignità di così.

La vita di Gino Capponi può dirsi puramente intellettuale. L’azione, da giovine, gli venne quasi interdetta dalle circostanze politiche e sociali dei suoi tempi: poi, da quella completa cecità che gli sopravvenne prima del 1848 e lo dimezzò, impedendogli di studiare e di muoversi senza il soccorso degli altri. Eppure nessuno s’era preparato all’azione con maggior copia di studii e di osservazioni personali in tutti quei viaggi in Francia, in Inghilterra, in Olanda, in Germania, dopo di aver visitata da un capo all’altro la sua patria. E aveva dovuto lottare cogli esempi dei suoi contemporanei e colle tradizioni e coll’educazione della famiglia. La sua facoltà d’esame s’era sviluppata precocemente. A 22 anni notava della sua fanciullezza: «sensi di cuor buono, di carattere forte e cupo... occupazioni di mente, violenze di carattere, sogni d’imaginazione, malinconie continuate sensibilmente fino all’anno quattordicesimo:» e del 1806 poteva scrivere in quel suo fascicolo diAppunti sulla vita morale: «Cognizionedella mia situazione. Richiamo dei principî inveterati. Maggior frequenza coi genitori. Modi di vivere diversi dai medesimi per educazione; perciò abitudine e restringere dentro me medesimo le massime fatte ormai mie.» Ma la sua emancipazione non è ancora completa. Un giorno, a 19 anni, il padre lo conduce in casa Riccardi come se si trattasse d’una visita di cerimonia. Andando via, nello scendere le scale gli domanda se gli piacesse la marchesina. Sì, risponde Gino. Sta bene, essa sarà tua moglie, gli dice il padre. E Gino accetta, sottomesso, la volontà di quello o per lo meno non osa resistere; giacchè troviamo in quegliAppunti: «Sollevamenti di animo brevi.... Ingresso nel mondo lento. Esecuzione delle massime fatte da me e credute tutte praticabili in principio...» e i puntini così discretamente messi dal Tabarrini fanno intravedere qualcosa di serio nella lotta interiore che il giovane Capponi dovette allora sostenere. Però il carattere già si disegna, già comincia ad affermarsi quale fu poi per tutta la vita, colle sue sdegnose alterezze, colla sua fina penetrazione, colla sua attività interiore, coi suoi scoramenti, colle sue indecisioni, colla sua fermezza, colle sue generosetolleranze, col suo largo comprendere gli eventi e gli uomini che spesso lo rende esitante e lento nel risolversi quando più sarebbe opportuna una risoluzione pronta ed ardita.

È impossibile riassumere dalla stupenda narrazione dal Tabarrini l’azione nascosta ma energica del Capponi in tutti gli avvenimenti politici della penisola dal 1820 al 1848. Il Capponi non è un congiuratore, non ha fede nei mezzi violenti; ma i suoi consigli, la sua influenza personale si fanno sentire da per tutto, specialmente in Lombardia e nel Piemonte, ove è legato di forti amicizie coi capi che promuovono l’agitazione nazionale. In queiRicordiche colla rapida semplicità dello stile lo rivelano intiero, egli racconta che nel gennaio del 1831 il Libri tornato di Francia gli confidò un suo progetto per far violenza al Granduca e strappargli una costituzione. Al Capponi quel progetto parve del pari odioso che imprudente. Voi siete di quelli del secondo giorno, gli disse il Libri. E il Capponi rispose dignitosamente che avrebbe fatto la sua parte il secondo giorno, come la sua coscienza e come la sua prudenza lo avrebbero consigliato. E al Guerrazzi, che coi Livornesi voleva precipitar le cose, disse: «chenon avevaprurito alcuno di sconvolgere il paesesuochiamando sovra esso danni e miserie infruttuose pel solo amore delle rivoluzioni, le qualisonoun magro gusto quando il popolo medesimo che tu hai voluto liberale, poi ti ringrazia con le sassate.»[2]Parole queste ultime ch’esprimon bene quel senso pratico un po’ freddo e scettico, proprio dei toscani, ai quali un governo relativamente mite,da vinai, come diceva il Fossombroni, toglieva lo slancio impetuoso del cuore, principale elemento dei grandi fatti e creatore degli eroi.

Non intendo dire con questo che al Capponi mancasse il cuore. Se non pagò di persona, come tant’altri che s’arrischiarono per l’Italia in ardite e spesso inconsiderate imprese, pagò d’affetto e di sostanze. La sua casa fu aperta a tutti. Il Colletta e il Giusti vi trovarono ospitalità fraterna; gli esuli, i profughi, i varii tentativi di istituzioni dirette all’educazione civile e morale del popolo furono soccorsi largamente dalla sua borsa, senza punto badare a differenze di opinioni o di indirizzi. Nelle memorie di G. B. Vieusseuxpubblicate dal Tommaseo si legge, diretto da quello al Capponi, il seguente biglietto: «Ho dato a un profugo anche per conto vostro. Il suo nome è Garibaldi.»

E nemmeno deve intendersi ch’egli rimanesse in quell’inerzia contemplativa e quasi buddistica che la sua cecità potrebbe anche giustificare per la seconda metà della sua vita. La fondazione dell’Antologiadell’Archivio storico, specialmente quella della prima, segna una data memorabile nello svolgimento dello spirito italiano. Nè fu poca ventura per l’Italia l’incontro di due caratteri diversamente energici come quelli del Capponi e del Vieusseux che condussero a buon porto la difficile impresa di quel giornale. Prima della cecità egli pensava a grandi lavori storici d’argomento elevatissimo come, per esempio, laStoria civile dei Papidella quale scrisse soltanto quattro capitoli d’introduzione, quantunque ne avesse con molto studio messi insieme i materiali, ricorrendo direttamente alle fonti. Tutti i problemi d’economia politica e d’educazione lo attirarono, lo tentarono e non solo teoricamente, ma anche nella pratica: e pel carattere del Capponi questo significavaazione più immediatamente utile e meno arrischiata di qualunque altra.

Ma è innegabile, e il Tabarrini lo confessa senza attenuarlo, «che la potenza nell’intelletto non andava pari nel Capponi all’energia della volontà. Le risoluzioni erano in lui per lo più tarde e combattute e pareva che il molto sapere fosse d’impaccio più che di aiuto all’azione. Avezzo a indagare sottilmente il pro e il contro d’ogni cosa, rimaneva perplesso nella scelta... E in queste irresoluzioni lo aveva conformato la vita impostagli dai tempi ed aggravata dalla cecità, vita tutto di pensiero solitario, senza quello esercizio di azione che viene dalla pratica dei negozi.» Inoltre il Capponi fu troppo diffidente delle proprie forze. Arditissimo e liberissimo nel pensare quando fu giovane, ebbe poi quasi paura della sua arditezza, o meglio ebbe paura di manifestarla, giacchè anche dalla voluta e cercata oscurità della sua forma letteraria si scorga che l’energia della mente non si lasciò mai completamente sopraffare da riflessioni secondarie e da riguardi mondani.

Se si va in fondo alle sue idee, s’arriva alla conchiusione che il difensore del matrimonioreligioso non fu un cattolico. Le parolepartito cattolicoeinteressi cattolici, in questi ultimi tempi, gli facevan perdere la calma abituale. Probabilmente egli si contentò d’un vago deismo, d’una fede quasi poetica nella immortalità dell’anima umana, che diedero elevatezza alle sue azioni e pace al suo cuore. Questo stato intellettuale un po’ vaporoso si rivela benissimo in uno di quei suoiPensieripubblicati nel volume degli scritti inediti, ove dice: «Ricondurre la filosofia nel seno della religione, è ricondurre via via il sapere dentro alla cerchia del buon senso.» Sentenza che non dimostra una chiara idea della filosofia nè della religione, ma un sentimento oscuro di entrambe.

Nelle consuetudini della vita, dice il Tabarrini, egli sapeva unire il decoro patrizio alla semplicità popolana. Le stanze da lui abitate, nel suo vasto palazzo di via san Sebastiano, erano arredate coi mobili antichi lasciativi da suo padre. La sua voce robusta s’affaceva bene nelle conversazioni al suo modo di discorrere da controversista implacabile e qualche volta da tribuno. Pure nessuno era più tollerante di lui che aveva delle opinioni ferme perchè, direi, ben digerite e passate nelsangue e nelle fibre. Così si spiegano le sue lunghe amicizie con uomini di carattere opposto al suo, ben noti per rozza violenza come quelli del Libri e, specialmente, del Tommaseo.

A proposito dei quali dirò che dilettevolissimi riescono i capitoli del lavoro del Tabarrini ove si parla delle loro relazioni col Capponi; ma sarebbero riusciti più attraenti se l’autore, oltre alle citazioni delle lettere di essi, avesse voluto esser più largo dei particolari e degli aneddoti che egli, vissuto così lungamente in mezzo a loro, deve certamente sapere. Per esempio il punto ove si tocca delle relazioni del Capponi col Niccolini mi sembra trattato con troppo ritegno. Della rottura tra il Niccolini e il Capponi, dopo una amicizia intimissima di quasi mezzo secolo, si vorrebbe sapere di più che queste magre parole: «Finì (il Niccolini) col romperla a dirittura con tutti gli uomini che non partecipavano ai suoi furori ghibellini, e più fieramente si sdegnò col Capponi che non volle più rivedere chiudendosi in una solitudine rabbiosa e soffrendo di parecchi parossismi nervosi che qualche volta somigliavano a demenza.»

Il Niccolini e il Capponi si trovavano insieme quasi tutte le sere in casa delle vecchie megere Certellini, in via della Vigna Nuova, una delle quali, vedova, era stata e forse era tuttavia l’amante del Niccolini. In quel ritrovo alla buona, che il petegolezzo delle due vecchie turbava spesso, sembra, per gelosie e con bisticci da ciane, la conversazione tra i due amici si elevava ad alti soggetti di letteratura. D’ordinario era tra loro una gara di citazioni di testi greci e latini, una furia di chiose e di comenti dove il Capponi non di rado vinceva, aiutato dalla sua ferrea ritentiva: gara vivacissima, d’un completo abbandono, d’un’intimità sconfinata che permettevano al Niccolini, quando il vittorioso era lui, delle uscite brutali come questa:il mio stivale ne sa più del tuo cervello, senza che la serenità del Capponi e la loro cordiale amicizia ne fosser turbate.

Dalla narrazione del Tabarrini pare che l’Arnaldo da Bresciafosse stato pubblicato prima della rottura col Capponi. È dunque una leggenda la scena che si racconta avvenuta tra lo sdegnoso poeta, il Capponi e il Centofanti quando questi due andarono come deputati di quel gruppo che il Salvagnoli chiamava laScuola storica di San Sebastianoe i fiorentini,tout court, Sansebastianisti?

Si dice che nella stanza di studio del Niccolini, nel soppresso convento di santa Caterina, il dialogo fra i tre amici fu vivacissimo e colorito di quel linguaggio popolano troppo energico che il Niccolini amava usare con libertà antica.

— E voi credete a tutto? domandò il Niccolini.

— A tutto, risposero il Capponi e il Centofanti.

— Anche alla Santissima Annunziata?

— Anche!

— E non avete nessun dubbio? Possibile?

— Oh! in verità, rispose ingenuamente il Centofanti, io ho qualche dubbio sull’immortalità dell’anima.

— Andate fuori.... dai piedi! urlò allora il Niccolini; fuori dai.... piedi, razza d’ipocriti e di falsi! E non mi venite più innanzi!

— Eh, via! disse il Capponi: tu ghibellino e noi guelfi, ma rimarremo sempre amici.

— Mai più! Mai più!

Il Niccolini, in preda a un vero parossismo, colla bava alla bocca, sputava alle spalle deidue che si allontanavano, e sbatacchiògli l’uscio quasi addosso.

Questo si dice. E se non è la verità, sarebbe stato bene trovare nelle pagine del Tabarrini la vera versione.

Ma io mi fermo su cose piccole e il soggetto è pieno di grandezza, di grandezza morale soprattutto. Giacchè io opini che di Gino Capponi sopravviverà nell’avvenire la figura e il carattere, ma nessuno degli scritti, o soltanto poche pagine e alcuni pensieri staccati pieni di profondità. Tra questi ne scelgo due di natura diversa come suggello del mio articolo:

«Per molti, uccidere i minori affetti a benefizio d’una passione sola, è porre ordine nella vita. Nel nostro animo le più volte accade come nelle città divise; dei più violenti è la vittoria, e quando hanno oppresso i deboli, dicono di avervi recato pace.»

«Quella sentenza del Macchiavelli, che vuole si riconducano le cose ai loro principii, io non la seppi mai bene comprendere. Nemmeno Dio può ricondurvele, perchè non può fare che tra esso e noi quello che è stato non sia stato.»

Intanto rifletto che anche i giudizii estremihan sempre qualche cosa di vero: Quel mio giovane amico, se pensava stortamente del Capponi come uomo, non aveva poi molto torto riguardo al Capponi scrittore.


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