GIOVANNI VERGA.
Quando il Verga scrisse laNeddaforse non credeva d’aver trovato un nuovo filone nella miniera quasi intatta del romanzo italiano. La povera raccoglitrice d’ulive rimase un’eccezione nel suo lavoro d’artista e pareva stesse a disagio fra le eleganti sue sorelle che portavano i nomi pieni di fascino d’Eva, d’Adele, di Velleda e di Nata. Che veniva a farci lavarannisacolla sua vestina di fustagno lacera e insudiciata, coi suoi piedi scalzi, intrisi di mota, colla sua faccia abbronzatadal sole e travagliata dai patimenti, colla sua capigliatura arruffata e i suoi occhioni neri dalla pupilla sbalordita, che veniva a farci in mezzo a quelle figure tutte parate di seta, di velluti e di trine, tutte coperte di minio e di polvere di Cipro, profumate d’opoponax e di fieno fresco, coi guanti a trentadue bottoni e gli stivaletti di raso dal tacco enorme? In mezzo a quei cuori divorati da strane passioni, a quei nervi sconquassati dalle violente ebbrezze dei sensi, fra quelle meteore luminose e sinistre portate via dal turbine delle feste, dei teatri e delle corse, che veniva a farci lei, la infelice creatura? Era proprio un’intrusa.
Però Eva, Velleda e Nata avrebbero dovuto guardare con un occhio d’invidia la pietosa contadina siciliana che amava coll’istintiva sincerità dell’animale e manifestava il suo profondo affetto di madre ringraziando la Madonna d’essersi portata in paradiso il frutto precoce d’un amore disgraziato. Nel mondo dell’arte quella contadina valeva assai più di loro. Rare volte s’era inteso in Italia un accento così schietto di vera tristezza, un’impressione così viva e così immediata della realtà, che rivelano una potenza d’artista affattofuori dell’ordinario. Quel bozzetto acquistava sotto gli occhi le grandi proporzioni di un quadro. Le tinte sobrie ma calde davano la vigorosa sensazione del cielo infocato della Sicilia. In quel paesaggio arsiccio, selvatico, sotto l’ombra del bosco di castagne sui fianchi dell’Etna, la figura dellavarannisasi modellava con una meravigliosa nettezza di contorni, con un rilievo potente: e l’emozione destata nell’animo del lettore dall’opera di arte differiva poco o nulla da un’emozione di prima mano. L’autore aveva avuto la felice malizia di nascondersi dietro la stupenda solidità delle sue figure e il lettore non vedeva che queste: l’illusione era completa.
Ma il Verga tornò subito alle scene della vita elegante che sembrava prediligere perchè poteva studiarle più da vicino.EroseTigre realeriportarono i lettori nell’ambiente raffinato e quasi artifiziale dell’alta società; tra sentimenti troppo riflessi per potersi dire sinceri, tra vizii che perdono il loro carattere sotto la maschera dell’eleganza e della indifferente disinvoltura, fra passioni che rimangono compresse e sfibrate dai pregiudizii dell’educazione e dalla invincibile forza delche si dirà?Però in quest’ambiente elevato, pienod’ombre e di sottintesi, smussato, levigato pareva che l’artista perdesse molte delle sue belle qualità mostrate tanto vigorosamente nel bozzetto dellaNedda. Le figure non arrivavano a prendere un completo rilievo; nuotavano, sfumate, entro una luce che sembrava falsa e qualche volta era davvero un po’ di convenzione, come nellaTigre reale. L’arte si lasciava scorgere. Non si provava più la impressione diretta. Già si cominciava a dubitare della reale potenza del suo talento di scrittore, a creder laNeddauno di quei colpi di buona fortuna che capitano soltanto una volta e non provano niente per la costituzione artistica d’un ingegno. Le circostanze confermavano queste supposizioni poco benevole.Tigre reale, scritta prima dell’Erosma pubblicata dopo, parve un passo indietro e, forse non a torto, la cosa più fiacca del Verga, quantunque avesse due o tre scene degne dell’autore dell’Eva. Ah! le promesse di questo primo lavoro che aveva messo, di lancio, il nome dell’autore tra i più noti fra noi, le belle promesse di questo volumetto pieno di passione e di sentimento non erano state mantenute! E quando il Verga, oppresso da lutti domestici, rinunziò per parecchi anni alle dolcezzedell’arte, molti che domandavano di qua e di là: Ma il Verga? Ma che fa il Verga? pareva avessero una convinzione di sconforto sull’avvenire dello scrittore.
Ma eccolo che rientra nella vita letteraria e trionfalmente, da pari suo.
Le otto novelle che formano questaVita dei campiprovano che laNeddanon fosse un’eccezione quasi inesplicabile, e che l’ingegno dell’autore non sia punto esaurito. Egli ricomparisce con tutta la potenza di disegno e di colorito da lui mostrato in quel fortunato bozzetto, ma con una maestria più affinata, più vigorosa e più progredita nei grandi segreti dell’arte. Oramai Nedda non sarà sola. Mara, Lola, lagnaPina la lupa, la Peppa, la Saridda le terranno buona compagnia col loro corteggio di amanti e di mariti. C’è Jeli il pastore mezzo inselvatichito fra i solitarii pascoli di Tebidi; Rosso Malpelo e Ranocchio vere talpe della cava di rena rossa alla Carvana; c’è Turiddu, il bersagliere, e compare Alfio,l’omo, che non si lascia posare una mosca sul naso: c’è in ultimo quel buon diavolo di Pentolaccia che finisce così male, in galera, per aver perduto in un momentola sua filosofia di marito senz’occhi e senza orecchie.
Il romanziere della vita elegante è ritornato fra i campi della sua Sicilia, in quell’angolo dell’isola che sta fra il monte Lauro, le colline di Vizzini e la vasta pianura di Mineo.
Oh, come è stato bene ispirato a riprendere l’intatto filone scoperto collaNedda!
Il suo libro (questo volume è un vero libro, benchè composto di novelle diverse) ha un carattere d’originalità spiccatissimo anche per via del soggetto: ma non soltanto per questo. Le otto novelle son riuscite delle opere d’arte che non trovano nessun riscontro nella nostra sbiadita letteratura, e stanno a paro dei più bei lavori di simil genere della Sand e dell’Auerbach. Li vincono anzi per la sincerità del sentimento, la freschezza delle tinte, la perfetta intonazione del colorito. Il Verga può dire anche lui d’aver fatto qualcosaqui ne ment pas et qui aie l’odeur du peuple.
Un’opera d’arte, novella o romanzo, è perfetta quando l’affinità e la coesione d’ogni sua parte divien così completa che il processo della creazione rimane un mistero; quando la sincerità della sua realtà è così evidente,il suo modo e la sua ragion d’essere così necessarie, che la mano nell’artista rimane assolutamente invisibile e l’opera d’arte prende l’aria d’un avvenimento reale, quasi si fossefatta da sèe avesse maturato e fosse venuta fuori spontanea, senza portar traccia nelle sue forme viventi nè della mente ove germogliò, nè dell’occhio che la intravvide, nè delle labbra che ne mormorarono le prime parole. È la teoria dell’arte moderna; il Verga l’ha espressa quasi colle stesse parole (pag. 154). Ma dalla teorica alla pratica il passo è lungo, lunghissimo. Egli che l’aveva già fatto, con molta abilità, nellaNedda, lo ripete con maggior sveltezza nellaVita dei campi.
Questi suoi contadini non sono soltanto siciliani, ma più particolarmente di quella piccola regione che sta, come dissi, fra Monte Lauro e Mineo. Tolti di lì, anche nella stessa Sicilia, si troverebbero fuori posto. I loro sentimenti, le loro idee sono il necessario prodotto del clima, della conformazione del suolo, degli aspetti della natura, degli usi, delle tradizioni che costituiscono col loro insieme il carattere particolare di quell’antica regione greco-sicula. L’artista gli ha presinella loro piena concretezza, nella loro più minuta determinatezza, facendosi piccino con loro, sentendo e pensando a modo loro, usando il loro linguaggio semplice, schietto, e nello stesso tempo immaginoso ed efficace, fondendo apposta per essi, con felice arditezza, il bronzo della lingua letteraria entro la forma sempre fresca del loro dialetto, affrontando bravamente anche un imbroglio di sintassi, se questo riusciva a dare una più sincera espressione ai loro concetti, o all’intonazione della scena, o al colorito del paesaggio. Ed è così che ha potuto ottenere davvero che l’opera suanon serbi nelle sue forme viventi alcuna impronta della mente in cui germogliò, alcuna ombra dell’occhio che la intravvide.
L’illusione è più completa che nellaNeddaperchè l’arte è più squisita. Un sentimento d’immensa tristezza si diffonde da ogni pagina e penetra il cuore e fa pensare. Ci troviamo, come quei personaggi, in diretta comunicazione colla natura. Non intendiamo più nulla dei nostri sentimenti, delle nostre idee; ci sentiamo sopraffatti dai sentimenti rudimentali, dalla morale non meno primitiva di quella gente che guarda e giudica ogni cosa dal suopiccolo e interessato punto di vista. Quando si vive nelle chiuse della Commenda o nella valle del Jacitano, come Jeli che, fin da quandonon arrivava alla pancia della Bianca, la vecchia giumenta che portava il campanaccio della mandra, andava qua e là,come un cane senza padrone, l’intelligenza si risolve unicamente in un continuo rimuginìo di sensazioni che non riescono ad elevarsi mai allo stato d’idee.
«Ei non ci pativa, perchè era avvezzo a stare coi cavalli, che gli camminavano dinanzi passo passo, cercando il trifoglio, e cogli uccelli che girovagavano a stormi, attorno a lui, tutto il tempo che il sole faceva il suo viaggio lento lento, sino a che le ombre si allungavano e poi si dileguavano: egli aveva il tempo di veder le nuvole accavallarsi a poco a poco e figurar monti e vallate; conosceva come spirava il vento quando porta il temporale e di che colore sia il nugolo quando sta per nevicare. Ogni cosa aveva il suo aspetto e il suo significato, e c’era sempre che vedere e che ascoltare in tutte le ore del giorno. Così verso il tramonto quando il pastore si metteva a suonare collo zufolo di sambuco, la cavalla mora si accostava masticandoil trifoglio svogliatamente e stava anch’essa a guardarlo, con grandi occhi pensierosi.»
Con questo genere di vita l’uomo animale continua a vivere ancora in mezzo ai trionfi della moderna civiltà, come tre, quattro mila anni addietro. Le sue idee sono limitatissime; i suoi sentimenti differiscono poco dal semplice istinto. Tale, e non altrimenti, l’artista ha voluto mettercelo sotto gli occhi. Quando Jeli vien condotto, legato, dinnanzi al giudice, per aver ammazzato Don Alfonso:
« — Come! diceva, non dovevo ucciderlo nemmeno?... Se mi aveva preso la Mara!»
Quando laLupaha rubato alla propria figliuola il marito che già le avea dato coll’intenzione di rubarglielo, «Maricchia piangeva notte e giorno e alla madre le piantava in faccia gli occhi ardenti di lagrime e di gelosia come una lupacchiotta anch’essa, quando la vedeva tornare dai campi pallida e muta ogni volta.
« — Scellerata, le diceva. Mamma scellerata!
« — Taci!
« — Ladra! Ladra!
« — Taci!
« — Andrò dal brigadiere, andrò!
« — Vacci!»
Son fatti così; e il merito dell’artista sta appunto nell’averli resi come sono, senza nessuna preoccupazione nè morale, nè religiosa, nè sociale che potesse nuocere al suo scopo.
A me il libro dà la nostalgia del paese nativo, tanto vera e profonda è l’impressione che mi produce. Di mano in mano quei paesaggi tornano a distendersi, nella loro arida tristezza, sotto l’occhio dell’immaginazione; figure ben note ripopolano la fantasia coi ricordi dell’infanzia e della vita di provincia, figure malinconiche, pensose, raccolte nella loro meridionale indolenza, colla coscienza della fatalità della vita che giustifica tutto in faccia a loro. E non è soltanto un effetto potente dell’arte, ma anche del fatto, chè Tebidi, la valle del Jacitano, Passanitello non son paesaggi di convenzione. La fanciullezza dell’autore è trascorsa lì, e Jeli gli ha forse insegnato «come si fa ad arrampicarsi sino ai nidi delle gazze, sulle cime dei noci più alti del campanile di Licodia, o cogliere un passero a volo con una sassata o montare con un salto sul dorso nudo delle sue bestie selvaggie, acciuffando per la criniera la prima che passava al tiro, senza lasciarsi sbigottire dai nitritidi collera dei puledri e dai loro salti disperati.» Giacchè i personaggi di questi racconti, la più parte, hanno esistito realmente, e l’autore non ha fatto che degli studi dal vero. Quella Lupa io l’ho conosciuta. Tre mesi fa, tra le colline di S. Margherita, su quel di Mineo, passavo pel luogo dov’era una volta il pagliaio di lei, fra gli ulivi, presso una fila di pioppi che si rizzano gracili e stentati sul terreno umidiccio. Ella abitava lì per dei mesi interi, specie nel settembre e nell’ottobre, quando i fichi d’India eran maturi. Si vedeva ritta, innanzi il pagliaio, all’ombra dei rami d’un ulivo, in maniche di camicia, col fazzoletto rosso sulla testa, spiando le viottole, «pallida come se avesse sempre addosso la malaria,» in attesa di qualcuno che doveva arrivare dall’Arcura o dai Saracini o dalla Casa di mezzo, o da Sopra la Rocca. Spesso la s’incontrava allazena, china sulla lastra di pietra accanto al ruscello, apparentemente per lavare i panni, in realtà per fermare tutti quelli che passavano e attaccar discorso. Più spesso si vedeva andare di qua e di là per la campagna «sola come una cagnaccia, con quell’andare randagio e sospettodella lupa» tale quale il Verga l’ha superbamente dipinta.
Ora il pagliaio è distrutto, e quell’angolo di collina deserto. Io provavo un gran senso di tristezza nel guardar quella rovina. Ma non era il ricordo della vera Lupa che mi faceva evocare con tanta emozione la sua pallida figura dagli occhi neri come il carbone, dalle labbra fresche e rosee che vi mangiavano, no; era laLupadell’arte, laLupacreata dal Verga che sopraffaceva quella della realtà e me la metteva sotto gli occhi più viva della viva quand’era viva. Tanto è vero che l’arte non sarà mai la fotografia!
LaLupasi potrebbe dire un semplicefatto diverso. In quelle otto pagine non c’è un particolare che non sia vero, intendo dire che non sia accaduto realmente così. L’autore non ha inventato nulla; ha trovato, ha indovinato la forma, che è quanto dire: ha fatto tutto. LaLupaè forse la più bella cosa che il Verga abbia mai scritta; senza forse, è la miglior novella di questaVita dei campi. La forma è scultoria, d’una semplicità meravigliosa. Qua e là sembra una traduzione di qualche leggenda popolare, con quel ritorno d’imagini e di parole del quale l’autore s’èstupendamente servito. La figura dellaLupasi stacca sull’orizzonte del paesaggio fosca, indimenticabile, come quando andava incontro al genero che le veniva addosso per ammazzarla. «LaLupalo vide venire, pallido e stralunato, colla scure che luccicava al sole, e non si arrestò d’un sol passo, non chinò gli occhi; seguitò ad andargli incontro, con le mani piene di manipoli di papaveri rossi e mangiandoselo cogli occhi neri.»
Dopo laLupavienJeli il pastore. È una cosa affatto diversa. Che tristezza in quella campagna! E come vi si muore! E che notte quella in cui lostellatoche doveva esser venduto la mattina dopo alla fiera di San Giovanni, cadde nel burrone e si ruppe la schiena! Povera bestia!» Metteva fuori un rantolo che pareva un cristiano. Jeli si mise a tremare come una foglia quando vide il fattore andare a staccare lo scoppio dal basto della mula. — Levati di lì pane-perso! gli urlò il fattore, che non so chi mi tenga dallo stenderti per terra accanto a quel pulledro che valeva più assai di te, con tutto il battesimo porco che ti diede quel prete ladro!... E il rumore fiacco che fece dentro le carni vive il colpo tirato a bruciapelo parve a Jeli disentirselo dentro di sè!» — Quel viaggio di notte di tutta la mandria dei cavalli e la morte dellostellatoson delle pagine assai belle, commoventi in grado supremo.
Vien terzoRosso Malpeloil cavatore di rena. Ah, nella cava traditora non si vive tranquilli! La cava tende insidie ad ogni minuto. Ma oltre ad essa c’è anche l’uomo, il compagno che non lascia in pace il compagno, per poco che capisca di poter fare a fidanza con esso. Quel ragazzaccio di Malpelo ne toccava da tutti. «Al mezzogiorno, mentre tutti gli altri operai della cava si mangiavano in crocchio la loro minestra e facevano un po’ di ricreazione, egli andava a rincantucciarsi col suo corbello fra le gambe, per rosicchiarsi quel suo pane di otto giorni, come fanno le bestie sue pari; e ciascuno gli diceva la sua, motteggiandolo e gli tiravano dei sassi, finchè il soprastante lo rimandava al lavoro con una pedata». La cava ha inghiottito suo padre, mastro Misciu, inghiottirà anche lui, che non ha avuto altro affetto al mondo all’infuori che per Ranocchio, il ragazzo storpio. Egli lo maltrattava alla sua volta, ma gli voleva bene, da Malpelo, da ragazzo reso cattivo dalle soperchierie ricevute. Quando il povero storpiocomincia a sputar sangue. « — È meglio che tu crepi presto! Se devi soffrire in tal modo, è meglio che tu crepi,» gli dice brutalmente Malpelo; ma quella brutalità è piena di commiserazione. Oh, nella cava non si apprendono le frasi dolci e le belle maniere!
Malpeloha un’aria di leggenda popolare ha quella stessa impronta d’originalità diJeli il pastoree dellaLupa. La forma si è, anche qui, perfettamente compenetrata col soggetto: anche qui c’è quell’assimilazione della fresca essenza del dialetto, per cui alla lingua letteraria è stato possibile il rendere così fedelmente il colorito locale da lottare coll’evidenza della realtà. E quando dico forma, non intendo soltanto la frase, lo stile, ma qualche cosa di più elevato: la concezione, tutto l’organismo dell’opera d’arte, che funziona colla pienezza della vita, libero e indipendente dalla personalità che lo creò. È di questa forma che s’intende quando s’ha la fortuna di parlare d’un artista come il Verga.
Scritti in francese, a quest’oraI Malavogliaavrebbero reso celebre il nome dell’autoreanche in Europa, e toccherebbero, per lo meno, la ventesima edizione. In Italia, intanto, pare che pochi se n’accorgano o vogliano mostrare d’essersene accorti. Ecco, per esempio, io dubito molto che il De Sanctis voglia indursi a fare peiMalavogliaquello che osò per l’Assommoirdello Zola. Eppure mi sembra che pochi dei nostri libri moderni siano meritevoli quantoI Malavogliache l’acuta analisi del critico napoletano s’eserciti a farne risaltare le bellezze di prim’ordine, profuse con larghezza di gran signore in quelle quattrocento e più pagine.
Il caso non deve sorprenderci. Parecchie ragioni lo producono, e non è inutile cercarle.
Primieramente, l’autore ch’esce quasi allo improvviso dalla sua maniera. Dopo l’Eva, dopo l’Eros, dopoTigre reale, i lettori del Verga s’erano abituati a quei suoi personaggi del gran mondo, dalle passioni raffinate, dipinti con colori caldissimi, con pennellate nervose, figure nuotanti in un’atmosfera smagliante di luce, le quali seducevano per un cotal partito di crudezze di toni, di mezze tinte, di sfumature che somigliava molto da vicino al fare un po’ vaporoso d’Ottavio Feuillet.È vero che un giorno era venuta fuori laNedda, viva viva, con tutta la rozza realtà della campagna siciliana, con quell’asino che interrompeva un colloquio d’amore fra i castagni dell’Etna; ma pare ch’essa fosse riuscita piccante più per la novità del soggetto che per il fino magistero dell’arte con cui la natura scoppiava fuori immediata e potente dalle poche pagine della novella.
Infatti, quando il Verga tornò, bene ispirato, a soggetti consimili; quando, come per esercitarsi la mano pel gran quadro, schizzò quei suoi stupendi bozzetti dellaVita dei campi, il nostro pubblico non fece al volume l’accoglienza festosa che c’era d’aspettarsi. Il Verga non aveva mai scritto nulla di così magistrale comeLa lupa, Jeli il pastore, Rosso Malpelo. Ma si vede che il grosso del pubblico vi cercava tutt’altro che la sincera evidenza della realtà, e assuefatto a manicaretti pepati di rettorica e di romanticismo, non riusciva a gustare quella semplicità quasi nuda. I lettori si trovavano lì faccia a faccia colla natura; invece pare amassero meglio vederla a traverso la simpatica personalità dell’autore, con tutti i fiori, i fronzoli e ilciarpame delle forme invecchiate e si sentivano messi fuori strada.
A proposito di forme, c’era anche la novità di quella che il Verga s’era creduto obbligato d’usare, perchè il difficile strumento di questa diabolica lingua italiana che ci tiene, tutti, impacciati, potesse rendere limpidissimamente, con la più assoluta trasparenza che l’arte della parola consenta, le più minute particolarità del suo soggetto siciliano. E la felice intuizione d’artista con cui il Verga colava la lingua comune e il dialetto isolano in un cavo straordinariamente lavorato, come disse d’aver voluto fare lo Zola colla lingua francese e il gergo popolare parigino nell’Assommoir, rompeva a un tratto tutte le nostre tradizioni letterarie impastate, anzi che no, di pedanteria, tenaci, più di quello che paia, anche nei meglio disposti verso le utili e necessarie novità e le arditezze ben riuscite.
Occorrerebbe assai meno di tutto questo per ispiegare facilmente l’accoglienza freddina che ora ricevonoI Malavoglia, benchè non ci sia neppure da far confronti fra il valore artistico d’essi, e quello di tutti i precedenti lavori del medesimo autore. Ma il ghiacciosi romperà; può prevedersi con sicurezza e senza aver l’aria di voler essere per questo un gran profeta.
Forse sarebbe troppo strano che accadesse diversamente di quel che accade. Il romanzo, da noi, è una pianta che bisogna ancora acclimare. Non ha tradizioni, nasce appena, quando è già grande e glorioso altrove, in Francia e in Inghilterra. In Francia, specialmente, si può seguire passo a passo tutto lo svolgimento di questa modernissima forma dell’arte che ha un colosso, il Balzac, tra i suoi cultori, uno di quei genii che fanno fare all’arte i passi del Giove antico. In Italia, quando avremo nominato iPromessi Sposi, non potremo citare che degli scarsi tentativi lodevoli, forse, meglio per le buone intenzioni che per altro. Anzi gli stessiPromessi Sposis’abbarbicano soltanto con poche radici nel suolo dell’arte moderna; più per una meravigliosa esecuzione delle parti secondarie, che per tutto l’insieme. Il quale s’attacca a Walter Scott, secondo una naturalissima necessità di circostanze che nessun ingegno, per grande che sia, potrà vincere mai intieramente.
Questa miseria non impedisce intanto a certi critici di domandare ai nostri scrittori ilromanzo schiettamente italiano, senza influenze nè francesi, nè inglesi, nè d’altra qualsivoglia nazionalità; quasi le forme dell’arte siano una capricciosa creazione dell’individualità degli autori, quasi fosse possibile non tener calcolo di tutti gli svolgimenti che una forma artistica ha subito presso letterature più precoci o più fortunate dalla nostra. Certamente è un problema interessantissimo quello che offre la letteratura italiana rispetto al romanzo. Quando troviamo, alle sue origini, il portento delDecamerone, dove tutti i germi dell’arte moderna son già sul punto di aprirsi, non si capisce perchè poi quei germi sian rimasti così infecondi e perchè bisogni fare il gran salto di parecchi secoli per arrivare al Manzoni. Prese una diecina di novelle delDecameronealle mani, potremmo trovare dei meravigliosi riscontri col Balzac, col Flaubert, collo Zola, tenuto il debito conto della differenza tra un organismo incipiente e un organismo quasi arrivato al suo completo sviluppo. Eppure la novella moderna e il romanzo, cominciano soltanto ora ad attecchire in Italia. E se non vogliamo rifare il già fatto (un’operazione assurda in arte e in ogni altra cosa) ci tocca, per forza, di cominciaredal punto dove questa forma d’arte è oggi arrivata altrove, e adottarne tutti i mezzi per adoperarli, s’intende, su materia nostra e per farla progredire, se n’abbiamo la forza.
Ma le difficoltà sono immense. E certamente non servono a levarle di mezzo i giudizii strambi a proposito dei tentativi che gli scrittori italiani van facendo da una diecina di anni in qua. Ad essi, per contentare certi critici, anche la materia riesce ribelle. I popoli moderni han perduto, in gran parte, il loro vecchio carattere particolare. L’italiano, il francese, l’inglese, il tedesco di certe classi sociali si può anzi dire non esistano più. La aristocrazia e la borghesia oramai non sono di questa o di quella nazionalità, ma europee. Molti angoli sono smussati; molte differenze, specialmente interiori, furono scancellate affatto; e quelle che ancora rimangono son così impercettibili che bisogna armarsi d’una lente d’ingrandimento per riuscire a distinguerle. Talchè non è solamente la forma straniera (e dicostranieraper modo di dire, l’arte non avendo patria), ma è anche lamateria italiana, così poco diversa dalla francese, dall’inglese, dalla tedesca, quellache impaccia i nostri passi e ci fa apparire più imitatori di quanto noi non siamo in realtà. Eppure si sa che nessun autore, neppure i genii, cascano belli e formati dalle nuvole, senza procedere da qualcuno che gli ha preceduti; si sa che la generazione spontanea non è ancora provata in arte più che non sia provata nella natura. E, pel romanzo, non si tratta d’un organismo elementare o protozoo letterario, ma d’un organismo completo che oggimai si riproduce per fecondazione diretta e trasmette in eredità i suoi caratteri speciali, perfezionandoli, adattandoli, ma non mutandoli a capriccio di questo o di quello.
Il Balzac, il gran padre del romanzo moderno, ha i suoi predecessori ai quali sta, forse, meno attaccato che i suoi successori non istiano a lui. Il Flaubert, i De Goncourt, lo Zola che hanno fatto e che altro fanno se non svolger meglio, ridurre a maggior perfezione quelle parti della forma del romanzo rimaste nellaComédie humainein uno stato incipiente o imperfetto? Ilnaturalismo, i famosidocumenti umaninon sono una trovata dello Zola. Bisogna non aver letto la prefazione del Balzac al suo immenso monumento per credere che il trasportare nel romanzoil metodo della storia naturale sia una novità strana e pericolosa. Senza dubbio lo elemento scientifico s’infiltra nel romanzo contemporaneo e lo trasforma più pensatamente, con più coscienza, nei lavori del Flaubert, dei De Goncourt e dello Zola; ma la vera novità non istà in questo. Nè sta nella pretesa di unromanzo sperimentale, bandiera che lo Zola inalbera arditamente, a sonori colpi di grancassa, per attirar la folla che altrimenti passerebbe via, senza fermarsi, com’egli confessava francamente al De Amicis. Un’opera di arte non può assimilarsi un concetto scientifico che alla propria maniera, secondo la sua natura d’opera d’arte. Se il romanzo non dovesse far altro che della fisiologia o della patologia, o della psicologia comparata in azione, come il Berquin faceva una volta dellamorale in azione, il guadagno non sarebbe nè grande nè bello. Il positivismo, il naturalismo esercitano una vera e radicale influenza nel romanzo contemporaneo, masoltanto nella forma, e tal’influenza si traduce nellaperfetta impersonalitàdi quest’opera d’arte. Tutto il resto, per l’arte, è una cosa molto secondaria, e dovrebbe esser tale anche nei giudizii che si pronunziano intorno ai lavori rappresentanti,più o meno efficaci, della nuova formola artistica.
Nel romanzo è accaduto quello che il Vacquerie scriveva tempo fa pel teatro: «De siècle en siècle, le poête a émancipé l’action. Ce n’est pas le premier jour qu’il a osé la quitter; il a fallu qu’elle grandît et que le public grandît avec elle, qu’elle parlât et que le publique entendit; il a hésité; il est parti pas à pas; il se retournait toujours pour la voir. Il a mis deux mille ans à sortir de la scène.» Nei romanzi del Balzac, questo sparire dello autore avviene ad intervalli. Egli si mescola ogni po’ all’azione, spiega, descrive, torna addietro, fa delle lunghe divagazioni prima di lasciar i suoi personaggi a dibattersi soli soli colle loro passioni, col loro carattere, colle potenti influenze del lor tempo e dei luoghi; e l’onnipotenza del suo genio non si mostra mai così intera come quando le sue creature rimangon libere, abbandonate ai loro istinti, alla loro tragica fatalità. I suoi successori intervengono assai meno di lui nell’azione o non intervengono affatto. Si può dire che la loro opera d’arte si faccia da sè, piuttosto che la faccian loro. E questo semplicissimo cambiamento ha già prodotto una rivoluzioneche il volgo dei lettori difficilmente sarà nel caso d’apprezzare nel suo giusto valore.
I Malavogliasi rannodano agli ultimissimi anelli di questa catena dell’arte. L’evoluzione del Verga è completa. Egli è uscito dalla vaporosità della sua prima maniera e si è afferrato alla realtà, solidamente. QuestiMalavogliae la suaVita dei campisaranno un terribile e salutare corrosivo nella nostra bislacca letteratura. Lasciateli fare e vedrete. Se avranno poi la consacrazione (e se la meritano) d’una traduzione francese, eserciteranno un’influenza anche in una sfera più larga e conteranno per qualche cosa nella storia generale dell’arte. Giacchè finora nemmeno lo Zola ha toccato una cima così alta in quell’impersonalitàch’è l’ideale dell’opera d’arte moderna. C’è voluto, senza dubbio, un’immensa dose di coraggio, per rinunziare così arditamente ad ogni più piccolo artificio, ad ogni minimo orpello rettorico e in faccia a questa nostra Italia che la rettorica allaga nelle arti, nella politica, nella religione, dappertutto. Ma non c’è voluto meno talento per rendere vive quelle povere creature di pescatori, quegli uomini elementari attaccati, come le ostriche, ai neri scogli di lava dellariva di Trezza. Padron ’Ntoni, Mena, la Santuzza, lo zio Crocifisso, lo zio Santoro, Piedipapera, ecc., sono creazioni che debbono essere un po’ sbalordite di trovarsi a vivere dentro la morta atmosfera della nostra stalattitica letteratura. Se non ci fossero Don Abbondio, Perpetua, Agnese, Renzo, Don Ferrante e Padre Cristoforo, dovrebbero proprio rassegnarsi di restare in famiglia con la Nedda, colla Lupa, con Jeli il pastore, con Rosso Malpelo.
Un romanzo come questo non si riassume. È un congegno di piccoli particolari, allo stesso modo della vita, organicamente innestati insieme. L’interesse che ispira non è quello volgare, triviale del come finirà? ma un interesse concentrato che vi prende a poco a poco, con un’emozione di tristezza dinanzi a tanta miseria, dinanzi a quella lotta per la vita, qui osservata nel suo primo stadio quasi animale, e che l’autore s’accinge a studiare nelle classi superiori con una serie di romanzi legati insieme dal titolo complessivo:I Vinti.
L’originalità il Verga l’ha trovata dapprima nel suo soggetto, poi nel metodoimpersonaleportato fino alle sue estreme conseguenze. Quei pescatori sono dei veri pescatorisiciliani, anzi di Trezza, e non rassomigliano a nessuno dei personaggi d’altri romanzi. Non è improbabile che il Verga si possa sentir accusare di minore originalità quando il suo soggetto lo condurrà fra la borghesia e le alte classi delle grandi città, perchè allora le differenze dei caratteri e delle passioni appariranno meno spiccate; ed è bene notarlo fin da ora.
I Malavoglianon sono certamente un lavoro perfetto; l’autore lo sa meglio di noi. Certi eccessi di forma minuta, certe sproporzioni di parti potevano forse evitarsi, senza che l’evidenza della rappresentazione ne soffrisse e con profitto del libro e dei lettori. Ma mi par di vedere il Verga che, dal fondo della sua coscienza d’artista, modestamente mi fa osservare:Forse no.