UN IGNOTO[4]

UN IGNOTO[4]

Dal 1865 al 1870 lagiovine letteratura torinese, com’allora la chiamavano, ebbe un centro di riunione in quel Circolo che poi prese il nome diDante Alighieri. Nato modestamente per opera di Baldassare Cerri, non ancora direttore dellaGazzetta del popolo, del Maisa ora console d’Italia in Alessandria d’Egitto, del Sacchetti e del Galateo, giovanissimi e addottorati di fresco, i quali già mostravano voler essere più amanti dell’arte che della gloria avvocatesca, nel 1869 ilCircolo s’era ingrandito, aveva preso un nome e teneva le sue pubbliche sedute nella sala dell’anfiteatro clinico di San Francesco di Paola. Vi si facevano delle letture, vi si discutevano appassionatamente e liberamente le cose lette. Il Giacosa vi presentava al pubblico i suoi primi lavori. Il Camerana vi declamava, colla sua voce sepolcrale e, direi quasi, pittoresca, quegli stupendi paesaggi in versi che tutti i suoi amici rammentano con ammirazione profonda; il Termidoro vi osava una fiera apologia del suicidio; il Faldella e il Galateo vi difendevano con entusiasmo giovanile i meschini romanzi del Garibaldi, il Sacchetti vi ragionava così nebulosamente d’estetica trascendentale che, mi disse una volta ridendo, dopo due giorni lui stesso non capiva più nulla del suo scritto. Chiuse le discussioni, si votava, per alzata e seduta. L’immortalità dell’anima vi fu ammessa con notevole maggioranza. L’esistenza di Dio passò a mala pena per tre o quattro voti.

Il pubblico accorreva numerosissimo (lo spettacolo era gratuito) e applaudiva fragorosamente i varii oratori. C’era la doppia attrattiva della giovinezza e dell’ingegno. Infatti vi si profondeva lo spirito, l’entusiasmo,la fede cieca ed assoluta nelle grandi idee, l’ammirazione per ogni cosa bella, l’avida curiosità per ogni cosa nuova. Palestra senza sussiego, la società letterariaDante Alighieririuscì una vera scuola per quanti vi presero parte. Molte manifestazioni, molte evoluzioni di veri ingegni ebbero origine lì. I suoi soci, dopo poco tempo, si dispersero di qua e di là, spinti dalle liete o dalle tristi esigenze della vita; diventarono commediografi, giornalisti, romanzieri, consiglieri provinciali, avvocati, alti impiegati ferroviarii, dottori, dilettanti d’ogni cosa, anche farmacisti o semplici borghesi; ma nessun di loro ha dimenticato laDante, ma tutti confessano volentieri che qualcosa sopravvive in essi di quella continua comunione d’idee e di sentimenti, di quelle ardite avvisaglie del pensiero e dell’arte nelle quali s’esercitarono le prime forze del loro ingegno.

Quest’influenza s’è incarnata, ha preso corpo. V’è un nome ch’essi pronunziano con una specie di riverente ammirazione mista a un rimpianto severo. La morte ha circondato d’un’aureola di mito la strana figura di quel giovane che pareva avesse nella mente un intiero mondo di creazioni sublimi, non scrissemai un sol rigo, e intanto impresse tale orma di sè in tutte le menti dei suoi amici da sembrare li perseguiti con qualcosa di simile al fascino o all’ossessione anche dal regno delle ombre.

Fu un infelice sin da bambino. Sua madre (non è invenzione di romanziere realista) amò più un cane che lui! Un giorno, tornando a casa tutto contento d’esser riuscito ilsecondodella classe, egli aveva montato le scale così frettolosamente da perdervi il fiato: non gli pareva vero di poter annunziare alla mamma il suo gran successo. In casa c’era lutto; un silenzio d’ospedale, una mezza oscurità: la mamma seduta in un angolo immersa nel dolore.

— Che cosa è stato? domandò il bimbo tremando come una foglia.

— Ah! il cane ha la tosse! risponde la mamma fra uno scoppio di pianto.

Il giovinetto divenne un cattivo scolare, un terribile spauracchio di professori e di colleghi. Poi rinsavì quasi ad un tratto. Sentì bollirsi nella mente una folla d’imagini, sentì nel cuore un’esuberanza d’affetti. Drammi, commedie, tragedie, poemi, tutte le possibilità e le impossibilità letterarie gli si presentaronoinnanzi, lo sedussero, lo tennero occupato da mattina a sera con un’incubazione interminabile: serie di capolavori che si seguivano, s’accavalcavano, s’annullavano perpetuamente nella sua fantasia per ricominciare da capo la loro abbarbagliante apparizione. Da tutto questo tramestìo, ridottosi infine ad una suprema impotenza, scaturiva intanto una aspirazione elevatissima, uno sdegno delle cose comuni, delle trivialità, e una vera intuizione dei larghi orizzonti dell’arte moderna che si rivelavano nelle sue frasi sdegnose, incisive, assiomatiche, o nelle sue spallate.

A ventidue anni era un bel giovane, alto, aitante della persona, occhi neri e profondi, fisonomia severa ma simpaticissima. Fattosi consegnare dalla mamma la sua eredità paterna, un ottantamila franchi, s’immerse nella vita pazzamente, da gran signore, da gran sibarita, da artista, ma anche da uomo di cuore e da eroe. Ridotta, in un par d’anni, la sua fortuna a poca cosa, egli partiva per l’America, sognando di rifarla col commercio. Ma dopo alcuni mesi ritornava in Italia. «Aveva fatto l’ostetrico sopra un bastimento a vela, aveva portato colle sue braccia damigiane di petrolio, ricevute mance da facchino,e accordati pianoforti a Buenos Ayres.». A chi gli domandava notizie dei suoi lavori, rispondeva: «aver ottenuto dalla cortesia d’un macchinista il favore d’abbruciare i suoi manoscritti letterarii, i suoi lunghi studii nel fornello d’una locomotiva a vapore.»

Visse alla meglio, ruminando il capolavoro che non cominciava mai a scrivere, aspro colla famiglia contesagli da un cane, colla società che non gli dava due uova al tegamino ogni giorno, con sè stesso perchè pieno di tanta alterigia e di tanta miseria. La coscienza della sua superiorità gli faceva sprezzare tutte le forme sociali. Domandava ad imprestito dagli amici, come se quegl’imprestiti gli fossero dovuti. Stancò la pazienza ed anco l’affetto di tutti: stancò sè stesso. Il giovine elegante, l’artista che aveva orrore del triviale, del sudicio, era diventato un uomo irriconoscibile. «Portava in testa un cappellone polveroso con la visiera dura per le pioggie ricevute e lurida per l’unto che vi s’era appastato. Portava addosso un pastrano da inverno in immediato contatto con la camicia che era dello scuro più laido, un pastrano giallo come il mantello di certi cani levrieri, con strappi ed altre macchie indelebili. Avevala barba lunga e squallida, le occhiaie livide: era scarno come un crocifisso; aveva le ugne orlate di velluto nero, come un prete del Porta.» Trovò finalmente il misero impiego di distributore di libri nella biblioteca Nazionale di Firenze. Rifinito di tante sofferenze fisiche e morali, tentò d’afferrarsi alla fin fine all’àncora salvatrice della famiglia: ma la sua mamma fu dura peggio di prima. Allora si lasciò andare: tutto crollò dentro di lui, anche la sua splendida intelligenza, e una mattina venne trovato morto di fame nella sua fredda e misera cameretta. La mamma, allo annunzio, corse subito da un notaio per rinunziare l’eredità... dei debiti alimentari del figlio!

«Egli aveva tutti gli ideali, anche quelli della virtù casalinga. Creduto uno scioperato qualsiasi dai suoi più cari, di lui inconsapevoli o incapaci di capirlo, egli, fabbricatasi con il più tormentoso lavoro cerebrale la sua gelosa utopia letteraria, forse un giorno le avrebbe dato fuoco, solo per irradiarne l’altare di sua famiglia... Benchè finito misero e oscuro, — noi dobbiamo altamente asserirlo, dice il Faldella — egli fu grandissima parte del nuovo gruppo letterario di giovani piemontesi,i quali gli devono quasi tutti moltissimo, avendo ricevuto e trasfuso nei loro lavori qualche lembo di quella poderosa natura artistica, senza che certamente abbiano saputo esprimere nulla com’egli avrebbe voluto e avrebbe saputo.»

Doveva proprio esserci qualcosa di grande in quella testa e in quel cuore se ne durano ancora le vibrazioni nello spirito dei suoi amici, se la sua figura s’impone alla loro imaginazione, s’irradia, si sviluppa, si sminuzza in tutte le loro creazioni artistiche con una prodigalità che fa stupore.

Mi limito a due soli esempi.

Riccardo il tirannodel Sacchetti è uno schizzo di lui buttato giù con due tratti di penna.

NelCesare Marianidello stesso Sacchetti, Giorgio Murena, un personaggio secondario, è un altro riflesso di lui.

«Gli venne incontro, lo salutò con esagerata e ruvida cordialità e gli disse: — Ho visto le prove del vostro romanzo — vi ha del talento che ammiro, — ma sono franco, non lo credo un lavoro serio, — non ci trovo un concetto robusto; voi vi perdete nei sogni, nel misticismo, mentre avete attorno a voi lagrande quistione sociale. — Voi romanzieri avete l’obbligo di darvene pensiero: l’arte è una leva.

«Poi scotendo la testa con atto di superbo rammarico, soggiunse: — capisco, voi seguite il gusto e la moda, perchè questi danno il successo e il guadagno, — il guadagno, il sozzo corruttore di tutte le grandi idee! — »[5].

Un giorno il Murena si mise in capo che un suo amico era un genio miracoloso e che doveva partorire un capolavoro. Lo condusse in una casa di campagna e ve lo tenne chiuso parecchie settimane affidato alla custodia di un contadino sordo e scimunito. Poco cibo, molto caffè, tutti i libri necessarii: il capolavoro doveva venir fuori ad ogni costo con questo inesorabile regime. Invece ci mancò poco che il povero diavolo lì rinchiuso non ammattisse addirittura. L’aneddoto è vero. Il Sacchetti non ha fatto altro che prestarlo al personaggio del suo romanzo. L’autore di quella strana prigionia era stato anchelui.

Sfogliate leFigurinedel Faldella; vi fa capolino qua e là. Il conte Oscar dellaGentilina, l’ironico maestro di scuola della stupendaVita nell’aja, un po’ ancheLord Spleen, sono tutti brulichii luminosi di quella strana personalità.

Sfogliate leConquistedel medesimo autore; e rimpetto a quella Fiorina, forse un ricordo troppo personale dello scrittore, troverete in Gaudenzio altri bagliori dilui. «Sentite, canaglia di amici, sentite?» C’è il suono della sua voce. E nelMale dell’Arte: «Com’è tormentoso il sentimento dell’impotenza artistica! Sentire dentro di noi un formicolìo di concetti e di fremiti che forano come aghi e vogliono spuntare da tutti i pori; avere la convinzione che soltanto sfregacciando il nostro naso sulla carta o sulla tela debba uscirne un capolavoro; e poi quelle idee e quelle sensazioni che ci parevano così vive e così roventi dentro di noi, una volta travasate e ridotte sulla carta o sulla tela, eccole lì flosce e frigide come cadaveri di bruchi lanciati stramazzoni sulla strada da un temporale....»

Finalmente ecco nelleRovineil ritratto intiero, una biografia ampia, quasi completa, alla quale manca poco più del vero nome del protagonista per potersi dire completa affatto. Sembra che il Faldella abbia cercatodi svincolarsi tutto ad una volta dall’assorbente influenza di quell’incubo possente; ma forse non v’è riuscito. Si capisce ci sian dei tratti di quell’ammaliante fisonomia ancora rimasti nell’ombra. Si vorrebbe sapere qualcosa di più delle intime lotte, dei giganteschi progetti che s’agitavano dietro quella fronte luminosa, come un mare in tempesta. La sua malìa, la sua forza magnetica veniva appunto dal di dentro, da quel caos d’imagini e di idee che mostrava le apparenze d’un genio creatore e aveva la impotenza dell’ennuco. Su questo punto il Faldella si contenta di accennare. Ma che belle pagine, massime verso la fine! Che emozione sincera in quella lettera di Pinotto alla mamma, quando per intenerirla le parla del cane dell’usciere presso cui è ricevuto per carità! «Mi sento rinato, massimamente perchè penso a te, perchè fondo tutte le mie speranze sopra di te...., Ha poi un cane l’usciere, un cane che è una meraviglia. Si chiama Fido e non usurpa il suo nome. Vorrei che tu lo vedessi, mamma! È un grosso barbone, bianco come la giuncata. Va lui in piazza con la sporta fra i denti, e pare dica ai passeggeri come Napoleone I colla corona di ferro: Guai a chi mela tocca!... Vedi, mamma, se son diventato buono. Mi sono persino riconciliato con i cani!...»

Che belle pagine, ripeto, specie quelle che seguono questa lettera e descrivono gli ultimi giorni della infelicissima vita di Pinotto! Anche la forma è più piana, più semplice, senza esser meno efficace dell’ordinario.

La forma del Faldella ha un carattere tutto suo. Vi predomina una certa stranezza ruvida che colpisce, anche quando non piace. Colorita, immaginosa, si serve di tutti i mezzi per rendere il suo concetto il più sinceramente che può; spesso l’arcaismo è per essa un mero affar di tavolozza. La stessa cosa può dirsi dell’imagine che il Faldella vuol nuova, stridente, rumorosa, insomma tale che faccia l’effetto di qualcosa che scoppi, di qualcosa che abbagli. Ma non di rado gli manca la misura e vi si sente lo sforzo, un gran nemico dell’arte.

Senza dubbio egli ha un’originalità di umore e di tenerezza simpatica assai (in questo volumeDegna di morireè una cosettina soave, pregna di poesia); ed è frequente il caso che il suo bizzarro concetto prenda la forma piùschietta e si riveli quasi trionfalmente con unacrânerieproprio artistica.

Ma io mi riserbo di fare un completo studio sul Faldella, appena verrà fuori il suoViaggio a Roma senza vedere il Papagià annunziato dal Casanova.

Ricorderò un aneddoto che qualifica bene la sua naturale ironia e quell’amore ad ogni costo dell’immagine che colpisce.

Erano i più bei giorni dellaDante. Il Garibaldi aveva pubblicato quei suoi romanzi politici che la stampa deplorava come dei veri delitti di lesa letteratura. Il Faldella volle difenderli, più illuso dal miraggio rettorico del patriottismo, che convinto dell’eccellenza artistica di quei zibaldoni. Allora egli usciva da un bagno di filologia, come direbbe il Carducci, e il suo scritto zeppo di tutte le frasi, di tutti i vocaboli più arcaici del 400 e del 500 suonò declamato solennemente per la sala dell’anfiteatro. Secondo lui, innanzi a quei lavori del Garibaldi il pubblico non aveva altro diritto che l’ammirazione.

— Signori, egli conchiuse, quando Garibaldi entrò in Napoli una folla immensa si era accalcata sotto il palazzo d’Ancri applaudendo il dittatore, chiamandolo ad alte gridaper rivederlo al balcone colla sua camicia rossa. Il generale non compariva: le grida si accrescevano, il frastuono diventava immenso. A un tratto, invece di Garibaldi, ecco il Medici.

— Il generale dorme, egli disse alla folla.

E la folla riverente, commossa, si disperse in punta di piedi.

Signori, rimpetto ai romanzi di Garibaldi anche il pubblico deve disperdersi in punta di piedi! —

Non guarantisco le parole, ma il senso era questo. L’imagine si rivoltava, come la mula del medico; e l’ironia scaturiva da essa incosciente, malgrado di lui. Al Faldella quest’incoscienza dell’ironia accade tutt’ora. È una delle sue forze.

Son sicuro di far cosa grata ai lettori ristampando, intorno al CircoloDante Alighieri, i ricordi personali che il Giacosa ebbe la gentilezza d’indirizzarmi in un’appendice delRisorgimento.

A Luigi Capuana.Oggi fa giusto un mese in un’appendice del giornale:Il Corriere della Sera, lei ha parlato di quella che fu dal 1865 al 1870 lagiovine letteratura torinesee del CircoloDante Alighiericheessa creò, e nel quale essa prese nome e persona. Ne ha parlato con simpatia sincera e calda, con retto giudizio e conoscenza, come di suo vivo ricordo, ed ha svegliato in me un doloroso desiderio di rivedere un’altra volta quei giorni, di rappresentarmi le nostre figure, quelle degli amici dispersi, ed anche la mia, se vuole, ringiovanita di dieci anni.A Torino, la SocietàDante Alighieri, se pure vi fu conosciuta, è ora del tutto dimenticata; appena se qualche volta dopo i rari pranzi e le più rare cene artistiche e letterarie, trovandosi a braccetto per via, due di quelli d’allora, e incalorati, più che dal vino, dalle ciarle rammentataci, uno dei due scappa a dire: ti ricordi dellaDante?O altre volte incontrando, a zonzo, qualche viso che non ci par nuovo, e frugando in giù nella memoria, per trovare a chi darlo, dopo un gran cercare, ed un grande smarrirsi, ci sovviene ad un tratto: l’ho veduto allaDante.E sempre quel nome:la Dante, ci apparisce sul fondo scuro delle reminiscenze confuse; come una parola scritta a pagliuzze di oro vivo, scintillanti e sfolgoreggianti, e sorgono daccanto ed in coda a quella memoria, mille memorie di giovinezza, di illusioni, di forza, di poesia.La SocietàDante Alighierisegue ora dopo morta la sua brava evoluzione. Quando fioriva, nessuno di noi la teneva in più conto che non meritasse; ci passavano per la mente delle idee, le quali si risolvevano quasi di per loro o in un capitolo di prosa o in qualche centinaio di versi, e a noi pareva la cosa più naturale del mondo, che ci fosse un luogo apposito dove smaltire quei versi e quelle prose. Nessuno di quelli chelavoravanosognò mai di crescere importanza alla Società, o di farsene scalino per salire in riputazione.Leggevamo i nostri lavori, li discutevamo a viva voce, sostenendoli contro gli attacchi degli amici, e non erano censure e difese fatte per esercizio di dialettica; e le forme parlamentari non ci avevano sempre molto a vedere. Un giornaluccio ringhioso d’allora, chiamava la nostra, una Società di mutuo incensamento: (una di quelle frasi vili che non si possono mai ribattere).Ma non era. La tabe accademica non offese mai quel ricco e giovane sangue. Mi ricordo che, negli ultimi anni, un uomo dietà matura, un medico napolitano, fiore di cortesia, iscrittosi come socio, soleva, nominando la società, chiamarla Accademia, e tutte le volte che la nominava correva per la sala un mormorìo di protesta. Fu così poco accademica che appena il suo pubblico salì in numero e qualità e le sue discussioni dovettero farsi più compassate; essa cessò di vivere quando più pareva che le fossero cresciuti gli elementi di vita. Morì, senza languori e senza malattia, cosciente di morire, anzi volente, fedele alla sua bandiera, dove in quei giorni si potevano scrivere queste superbe parole: Arte ed Inutilità.Prima di scendere a particolari ritratti mi lasci soffermare un poco alla fisonomia generale della società. Le formole riassuntive che oggidì sono tanto in moda vi erano affatto sconosciute; non si sposavano partiti e non si facevano classificazioni. L’arte si chiamava arte, e nulla più, la si coltivava ingenuamente, la si adorava caldamente, e la si metteva sopra tutte le cose di questa terra. Eravamo quasi tutti disotto i venticinque anni, alcuni non ne contavano venti, ed ora che la guardo di lontano mi avvedo che il quadro doveva essere bello e confortevole, e non è certo a stupire se in alcuni dei soci ancora superstiti all’arte, si riverbera anche oggi qualche raggio del calore che irradiava da quel gran fuoco di fedi e di entusiasmi.Due o tre volte la società aveva corso pericolo di mutare la originaria natura, e di sciuparsi in una utilità pratica immediata. Bisogna sapere che tre quarti dei soci erano addottorati in legge e, di questi, due buoni terzi, o avvocati fatti o in via di divenirlo, freschi di studi, convinti della importanza dell’avvocatura, impazienti di gettarsi alle lotte della sbarra, orgogliosi della toga recente, questi avrebbero voluto convertire la società in una palestra forense, dove porre e risolvere i maggiori problemi del diritto moderno e dove esercitarsi alle battaglie della parola. Vi furono tentativi di riforme statutarie, si lessero dissertazioni di indole puramente legale, alle quali noi, mostrando di non vedere dove mirasse il colpo, battevamo furiosamente le mani incocciandoci a considerarle, a dispetto della verità e del buon senso, come lavori d’arte. Prendere il toro per le corna non volevamo, perchè ci pareva che discutere intorno alla supremazia dell’artefosse un mancare di rispetto a quell’arte istessa che avremmo impreso difendere.Una domenica, nel 1871, fummo a un pelo d’essere suonati. Uno dei più arrabbiati utilitari era arrivato a convincere molti di noi di queste due incredibili verità.La prima che eravamo oramai degli uomini seri; la seconda, che come tali ci bisognava metterci di proposito a lavori di più conto che non fossero le prose letterarie ed i versi arcadici. Quest’ultima parola, che molti fraintendono anche oggi, dopo che se ne è fatto tanto spreco, produsse allora un effetto terribile. Noi, i prosatori letterarii ed i poeti arcadici, contavamo esterrefatti il numero dei voti favorevoli e lo vedevamo così diminuito da non lasciarci neanche l’ombra di una speranza. Si stava per votare, quando entrò nell’aula uno dei poeti, un finissimo disegnatore e coloritore di paesaggi in versi, ora grave e rigido magistrato, il quale, intesa appena qualche proposizione, più pallido e con voce più cavernosa dei solito, tenendo in mano un dispaccio telegrafico, tremando per un’emozione profondissima, disse queste parole:Mentre noi diciamo delle corbellerie, bruciano al Louvre i capi-lavori di Rubens e di Van-Dik.Fu un affare finito e non se ne parlò mai più.Un’altra volta era venuta in campo e aveva sollevate vere burrasche la questione dellariabilitazione sociale della donna. Già da qualche mese s’era la politica insinuata nelle nostre riunioni, non la politica platonica che aveva suggerita al Faldella ed al Galateo l’eroica apologia dei romanzi di Garibaldi, ma una politica irosa, velenosa, traditrice e pettegola, una politica da giornale clandestino e da mitingaio. C’erano state delle avvisaglie; qualcheduno dei nostri, stuzzicato abilmente, s’era lasciato imprudentemente tirare ad assumere la difesa di nomi rispettabili, ingiustamente vituperati; cominciava a serpeggiare un senso di malessere nuovo, nascevano diffidenze e sospetti, si meditavano prudenze riguardose, si facevano frequenti invocazioni alla concordia, in nome dell’arte! (e qui le tirate rettoriche cogli aggiunti di arte serena, arte imparziale, ecc.) che prima non c’era mai bisogno nè di invocare, nè di nominare: insomma, non ci sentivamo più in casa nostra e non sapevamo ben dire chi mai ce ne avesse cacciati.Venne la discussione intorno lacondizione sociale della donna, e pareva che una tale discussione dovesse dare un nome a tutte le ire e rinfocolarle e farle apertamente divampare così da mettere a pericolo l’esistenza stessa della società. Qui il paciere involontario fu un prete. I frequentatori dellaDante Alighierilo rammentano tutti quel prete, un buon diavolaccio di apostolo riformatore, che voleva esser socio senza pagare, parlare senza essere socio, che non voleva sapere nè di presidente, nè di regolamenti, nè di colleghi, nè di pubblico; interruttore nervosissimo insofferente di interruzioni, ingenuo come chi cascasse dalla luna, cocciuto come chi ci volesse tornare, focoso, bilioso, distributore di prese di tabacco, assiduo sempre al suo posto, dove ingannava i mal sopportati silenzi, poppando, rosicchiando, graffiando e carezzando il pomo d’avorio ingiallito di un lungo bastone da parroco di campagna.Quel poveraccio voleva migliorata la condizione sociale della donna, e non passava seduta che non battesse o tentasse di battere il suo chiodo. S’immagini quando fu posto da altri il tema che le ho detto! Quando egli prese a parlare, la disputa era violenta e velenosa. Cominciò senz’altro con un racconto. Pochi giorni prima egli era andato a Pinerolo, e tornandone alla stazione aveva trovato cheil bigliettaroera una donna. Questo fatto lo aveva tanto commosso che egli s’era affacciato allo sportello e aveva detto alla signorina:Oh! Come godo...!Voleva raccontarci il seguito della sua apostrofe esclamativa, e dirci che godeva di vedere finalmente iniziata la grande riforma sociale o giù di lì, ma gli fu impossibile seguitare. Quelle tre parole le aveva profferite con tanta enfasi, quell’Oh! egli lo aveva trascinato attraverso una tal fila di inespremibili dolcezze, la sua voce era diventata così sonora, oserei dire, così sincera in quel momento, che mai effetto più comico fu prodotto da una più seria intenzione. Fu una risata generale, lunga e singhiozzante; egli rimase un momento sospeso, ci guardò tutti con una dolcezza grave, poi sorrise per forza e si rimise a sedere. Da quel giorno non prese più la parola, fu meno assiduo e poi lasciò affatto di venire. Poveretto, o pazzo, o savio, il suo era un’ideale, e dalla contemplazione estatica di quell’ideale la nostra risata lo aveva strappato violentemente per sbatterlo a terra.Rido ancora a pensarci, ma quelli che come me videro e sentirono il suo sguardo dolce e mite chiederci con meraviglia il perchè di quello strappo brutale, provano certo come me a quel ricordo un senso di amarezza che sa quasi di rimorso.Non ho mai saputo il nome di quel prete, nè che sia seguito di lui. Non era ricco, e forse non era sempre in senno. A buon conto la sua parte di paciere l’ha fatto, perchè dopo d’allora discutere di politica e sentire esclamare in tono:Oh! come godo!fu sempre una cosa sola.Giuseppe Giacosa.

A Luigi Capuana.

Oggi fa giusto un mese in un’appendice del giornale:Il Corriere della Sera, lei ha parlato di quella che fu dal 1865 al 1870 lagiovine letteratura torinesee del CircoloDante Alighiericheessa creò, e nel quale essa prese nome e persona. Ne ha parlato con simpatia sincera e calda, con retto giudizio e conoscenza, come di suo vivo ricordo, ed ha svegliato in me un doloroso desiderio di rivedere un’altra volta quei giorni, di rappresentarmi le nostre figure, quelle degli amici dispersi, ed anche la mia, se vuole, ringiovanita di dieci anni.

A Torino, la SocietàDante Alighieri, se pure vi fu conosciuta, è ora del tutto dimenticata; appena se qualche volta dopo i rari pranzi e le più rare cene artistiche e letterarie, trovandosi a braccetto per via, due di quelli d’allora, e incalorati, più che dal vino, dalle ciarle rammentataci, uno dei due scappa a dire: ti ricordi dellaDante?

O altre volte incontrando, a zonzo, qualche viso che non ci par nuovo, e frugando in giù nella memoria, per trovare a chi darlo, dopo un gran cercare, ed un grande smarrirsi, ci sovviene ad un tratto: l’ho veduto allaDante.

E sempre quel nome:la Dante, ci apparisce sul fondo scuro delle reminiscenze confuse; come una parola scritta a pagliuzze di oro vivo, scintillanti e sfolgoreggianti, e sorgono daccanto ed in coda a quella memoria, mille memorie di giovinezza, di illusioni, di forza, di poesia.

La SocietàDante Alighierisegue ora dopo morta la sua brava evoluzione. Quando fioriva, nessuno di noi la teneva in più conto che non meritasse; ci passavano per la mente delle idee, le quali si risolvevano quasi di per loro o in un capitolo di prosa o in qualche centinaio di versi, e a noi pareva la cosa più naturale del mondo, che ci fosse un luogo apposito dove smaltire quei versi e quelle prose. Nessuno di quelli chelavoravanosognò mai di crescere importanza alla Società, o di farsene scalino per salire in riputazione.

Leggevamo i nostri lavori, li discutevamo a viva voce, sostenendoli contro gli attacchi degli amici, e non erano censure e difese fatte per esercizio di dialettica; e le forme parlamentari non ci avevano sempre molto a vedere. Un giornaluccio ringhioso d’allora, chiamava la nostra, una Società di mutuo incensamento: (una di quelle frasi vili che non si possono mai ribattere).

Ma non era. La tabe accademica non offese mai quel ricco e giovane sangue. Mi ricordo che, negli ultimi anni, un uomo dietà matura, un medico napolitano, fiore di cortesia, iscrittosi come socio, soleva, nominando la società, chiamarla Accademia, e tutte le volte che la nominava correva per la sala un mormorìo di protesta. Fu così poco accademica che appena il suo pubblico salì in numero e qualità e le sue discussioni dovettero farsi più compassate; essa cessò di vivere quando più pareva che le fossero cresciuti gli elementi di vita. Morì, senza languori e senza malattia, cosciente di morire, anzi volente, fedele alla sua bandiera, dove in quei giorni si potevano scrivere queste superbe parole: Arte ed Inutilità.

Prima di scendere a particolari ritratti mi lasci soffermare un poco alla fisonomia generale della società. Le formole riassuntive che oggidì sono tanto in moda vi erano affatto sconosciute; non si sposavano partiti e non si facevano classificazioni. L’arte si chiamava arte, e nulla più, la si coltivava ingenuamente, la si adorava caldamente, e la si metteva sopra tutte le cose di questa terra. Eravamo quasi tutti disotto i venticinque anni, alcuni non ne contavano venti, ed ora che la guardo di lontano mi avvedo che il quadro doveva essere bello e confortevole, e non è certo a stupire se in alcuni dei soci ancora superstiti all’arte, si riverbera anche oggi qualche raggio del calore che irradiava da quel gran fuoco di fedi e di entusiasmi.

Due o tre volte la società aveva corso pericolo di mutare la originaria natura, e di sciuparsi in una utilità pratica immediata. Bisogna sapere che tre quarti dei soci erano addottorati in legge e, di questi, due buoni terzi, o avvocati fatti o in via di divenirlo, freschi di studi, convinti della importanza dell’avvocatura, impazienti di gettarsi alle lotte della sbarra, orgogliosi della toga recente, questi avrebbero voluto convertire la società in una palestra forense, dove porre e risolvere i maggiori problemi del diritto moderno e dove esercitarsi alle battaglie della parola. Vi furono tentativi di riforme statutarie, si lessero dissertazioni di indole puramente legale, alle quali noi, mostrando di non vedere dove mirasse il colpo, battevamo furiosamente le mani incocciandoci a considerarle, a dispetto della verità e del buon senso, come lavori d’arte. Prendere il toro per le corna non volevamo, perchè ci pareva che discutere intorno alla supremazia dell’artefosse un mancare di rispetto a quell’arte istessa che avremmo impreso difendere.

Una domenica, nel 1871, fummo a un pelo d’essere suonati. Uno dei più arrabbiati utilitari era arrivato a convincere molti di noi di queste due incredibili verità.

La prima che eravamo oramai degli uomini seri; la seconda, che come tali ci bisognava metterci di proposito a lavori di più conto che non fossero le prose letterarie ed i versi arcadici. Quest’ultima parola, che molti fraintendono anche oggi, dopo che se ne è fatto tanto spreco, produsse allora un effetto terribile. Noi, i prosatori letterarii ed i poeti arcadici, contavamo esterrefatti il numero dei voti favorevoli e lo vedevamo così diminuito da non lasciarci neanche l’ombra di una speranza. Si stava per votare, quando entrò nell’aula uno dei poeti, un finissimo disegnatore e coloritore di paesaggi in versi, ora grave e rigido magistrato, il quale, intesa appena qualche proposizione, più pallido e con voce più cavernosa dei solito, tenendo in mano un dispaccio telegrafico, tremando per un’emozione profondissima, disse queste parole:Mentre noi diciamo delle corbellerie, bruciano al Louvre i capi-lavori di Rubens e di Van-Dik.

Fu un affare finito e non se ne parlò mai più.

Un’altra volta era venuta in campo e aveva sollevate vere burrasche la questione dellariabilitazione sociale della donna. Già da qualche mese s’era la politica insinuata nelle nostre riunioni, non la politica platonica che aveva suggerita al Faldella ed al Galateo l’eroica apologia dei romanzi di Garibaldi, ma una politica irosa, velenosa, traditrice e pettegola, una politica da giornale clandestino e da mitingaio. C’erano state delle avvisaglie; qualcheduno dei nostri, stuzzicato abilmente, s’era lasciato imprudentemente tirare ad assumere la difesa di nomi rispettabili, ingiustamente vituperati; cominciava a serpeggiare un senso di malessere nuovo, nascevano diffidenze e sospetti, si meditavano prudenze riguardose, si facevano frequenti invocazioni alla concordia, in nome dell’arte! (e qui le tirate rettoriche cogli aggiunti di arte serena, arte imparziale, ecc.) che prima non c’era mai bisogno nè di invocare, nè di nominare: insomma, non ci sentivamo più in casa nostra e non sapevamo ben dire chi mai ce ne avesse cacciati.

Venne la discussione intorno lacondizione sociale della donna, e pareva che una tale discussione dovesse dare un nome a tutte le ire e rinfocolarle e farle apertamente divampare così da mettere a pericolo l’esistenza stessa della società. Qui il paciere involontario fu un prete. I frequentatori dellaDante Alighierilo rammentano tutti quel prete, un buon diavolaccio di apostolo riformatore, che voleva esser socio senza pagare, parlare senza essere socio, che non voleva sapere nè di presidente, nè di regolamenti, nè di colleghi, nè di pubblico; interruttore nervosissimo insofferente di interruzioni, ingenuo come chi cascasse dalla luna, cocciuto come chi ci volesse tornare, focoso, bilioso, distributore di prese di tabacco, assiduo sempre al suo posto, dove ingannava i mal sopportati silenzi, poppando, rosicchiando, graffiando e carezzando il pomo d’avorio ingiallito di un lungo bastone da parroco di campagna.

Quel poveraccio voleva migliorata la condizione sociale della donna, e non passava seduta che non battesse o tentasse di battere il suo chiodo. S’immagini quando fu posto da altri il tema che le ho detto! Quando egli prese a parlare, la disputa era violenta e velenosa. Cominciò senz’altro con un racconto. Pochi giorni prima egli era andato a Pinerolo, e tornandone alla stazione aveva trovato cheil bigliettaroera una donna. Questo fatto lo aveva tanto commosso che egli s’era affacciato allo sportello e aveva detto alla signorina:Oh! Come godo...!

Voleva raccontarci il seguito della sua apostrofe esclamativa, e dirci che godeva di vedere finalmente iniziata la grande riforma sociale o giù di lì, ma gli fu impossibile seguitare. Quelle tre parole le aveva profferite con tanta enfasi, quell’Oh! egli lo aveva trascinato attraverso una tal fila di inespremibili dolcezze, la sua voce era diventata così sonora, oserei dire, così sincera in quel momento, che mai effetto più comico fu prodotto da una più seria intenzione. Fu una risata generale, lunga e singhiozzante; egli rimase un momento sospeso, ci guardò tutti con una dolcezza grave, poi sorrise per forza e si rimise a sedere. Da quel giorno non prese più la parola, fu meno assiduo e poi lasciò affatto di venire. Poveretto, o pazzo, o savio, il suo era un’ideale, e dalla contemplazione estatica di quell’ideale la nostra risata lo aveva strappato violentemente per sbatterlo a terra.

Rido ancora a pensarci, ma quelli che come me videro e sentirono il suo sguardo dolce e mite chiederci con meraviglia il perchè di quello strappo brutale, provano certo come me a quel ricordo un senso di amarezza che sa quasi di rimorso.

Non ho mai saputo il nome di quel prete, nè che sia seguito di lui. Non era ricco, e forse non era sempre in senno. A buon conto la sua parte di paciere l’ha fatto, perchè dopo d’allora discutere di politica e sentire esclamare in tono:Oh! come godo!fu sempre una cosa sola.

Giuseppe Giacosa.


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