VENEZIA[23]
Non sembra una storia, ma una biografia. La meravigliosa città prende l’aspetto d’una bellissima donna, e la sua vita di secoli ci presenta tutte le attrattive del romanzo.
La sua giovinezza è piena di avventure, attiva, laboriosa, una vera lotta per l’esistenza. Su quelle rive dell’Adriatico seminate d’isolette aride, pantanose, esposte all’azioneroditrice delle acque, le case di legno si alzano a furia di palafitte, come nei tempi delle abitazioni lacustiche. Ingegnosi ripari di vimini e di graticci infrenano le acque, mentre da ogni parte si scavano pozzi, si rassodano fondamenta, si costruiscono scoli, si profitta del flusso e del riflusso per preparare saline e per attivare mulini, si bonificano terreni, si colmano seni paludosi dal nome funesto ditombe, si lanciano ponti da un’isoletta all’altra, e sulla spiaggia ferve ardentemente il lavoro dei costruttori di barche, dei calafati, dei marinai che si preparano alle future battaglie col mare, addestrandosi alla pesca, addomesticandosi colle onde. La nuova patria dei rifugiati di Aquilea dà i primi segni di vigore; s’organizza, si raccoglie trasportando la sede ducale nelle isole realtine; e la sua crescenza è rapida, il suo sviluppo meraviglioso.
Dal IX al XIV secolo la sua costituzione democratica fiorisce sul tronco della tradizione romana, e laConsociazionedei tribuni comincia la sua graduale trasformazione, finchè arriva ad essere il famosoComune venetiarum: il quale prende forma visibile nel doge chemaiores, mediocres et minores et magnavenetorum conglobatioeliggono per la prima volta nel 697 in Eraclea. Poi sopraggiunge un pullulare di organismi minori, di tribuni, diguastaldiducali, digiudici, diministeriali, didecani, diripari, diboni homines, di altre forme varie e potenti di guarentigie liberali e popolari, e tutto un arruffio di gare, e di tumultuose tragedie domestiche. Poi questo rigoglio di forze s’acqueta di mano in mano e s’ammansisce limitando i poteri ducali, infrenando i diritti del popolo facilmente sfruttati dagli arruffoni, chiudendo collaSerrata del Maggior Consigliol’opera della sua faticosa evoluzione politica, per incominciarne un’altra di civiltà e di grandezza.
Cinque secoli d’effervescenza e d’operosità vertiginosa! I muscoli della città si sono fortificati, la mente s’è resa svelta, e la smania del godimento della vita ha già prese tutte le forme, dall’ambizione di dominio all’avidità commerciale, dai piaceri della forza alle molli delizie del lusso, dalle materiali sensazioni degli spettacoli sfarzosi alle iniziali soddisfazioni della cultura dell’intelletto. Mentre le navi veneziane s’impadroniscono del commercio orientale e riducono Costantinopoli quasi un loro emporio; mentre spingonsi neiporti del Marocco, sulle spiaggie del Mar Nero e del Mar di Azof, trafficando d’ogni cosa, perfino di schiavi; mentre il governo impone e annoda dovunque patti, trattati, convenzioni che agevolino le relazioni commerciali e assicurino ai mercanti veneti una specie di monopolio, la vita cittadina risente gli effetti dell’affluente prosperità e s’espande in feste, in tornei, in caccie di tori, in solennità d’ogni genere. Alle quali spesso s’innesta il ricordo d’un avvenimento degno di perpetuarsi nella memoria dei posteri, come la vittoria sui pirati slavi nellaFesta delle Marie, la vittoria sui pirati narentani nellaFesta dell’Ascensione, la vittoria sui friulani del patriarca d’Aquilea nellafesta dei porcimen nota delle due prime.
Le rigide matrone, i ruvidi marinai s’ammolliscono intanto al continuo contatto coll’Oriente. Nel 1071 una principessa greca aveva scandalizzato Venezia. Si lavava soltanto con acque odorose, profumava tutto il corpo, faceva raccogliere ogni mattina dai suoi schiavi la rugiada, credendo poter così mantenere più facilmente la freschezza del viso. Guanti profumati, vesti sfarzose di seta e d’oro, bastoncelli d’oro per portarsi i cibi alla bocca,raffinatezze di ogni specie; non si era mai visto fra le lagune nulla di simile. E quando la principessa greca, diventata dogaressa Selvo, morì marcita da una malattia forse prodotta dall’abuso dei profumi, la sua morte fu ritenuta una vera punizione di Dio. Ma, da lì a poco, ecco i musaici e le miniature del tempo a rivelarci che le semplici vesti antiche hanno già ceduto il posto alle foggie bizantine, alle vesti scollate tessute in oro ed in argento, con lunghissimo strascico e strette ai fianchi da un cinto d’oro, all’ampio manto ornato di zibellino, al berretto greco, splendente d’oro, ai diademi, ai manti di seta immensi pei giorni di festa. Però la vita delle donne è ancora molto ritirata e casalinga. Le fanciulle non possono prender marito prima dei vent’anni, nè mostrarsi per le vie senza aver coperto il viso da un doppio velo di seta. È un tratto dell’estrema resistenza che fa al nuovo l’antico.
I giuochi rovinosi, gli amori illeciti, le bigamie, la corruzione domestica penetrano nella società veneziana appena la sua vitapolitica e commerciale s’assoda e s’allarga. Il Petrarca si lagna del turpiloquio e dellatroppa libertà del parlare per la quale in Venezia gli uomini onesti dagli infami, i dotti dagli ignoranti, i forti dai vili, i buoni dai malvagi sono impunemente vituperati...; mali inevitabili in qualunque società che non s’arresti nella barbarie dell’infanzia e varchi la soglia del gran tempio della storia. Ma già della Venezia primitiva esistono ormai pochi vestigi. Alle case di legno, soggette a frequenti incendii sono succedute da per tutto le case murate. Le popolane, basse, severe, con strette finestre a sesto acuto, senza ornamenti, senza comodi; ma quelle dei ricchi hanno due o tre piani, ampie finestre, cornici, sagome lavorate e sono ornate di stemmi, di scudi, di angioli o di puttini. La pesante mobiglia bizantina si trasforma anch’essa e adotta fogge italiane. Letti larghi, con lenzuola sino a terra, con strani padiglioni, con cupole sostenute da colonne intagliate; tappeti, coppe dorate, bacili e cucchiai d’argento, oggetti preziosi di ogni sorta splendono fra pareti dove, scrive un contemporaneo fiorentino,poco vi si vedeva altro che azzurro ed oro fino. Le chiese, i monasteri sfoggiano mosaicie colonne di porfido, di serpentino e di verde antico. San Marco diventa, come dice il Ruskin,un vasto messale alluminato, rilegato in alabastro invece che in parghemena, e il palazzo dei Dogi sorride gaiamente sotto il cielo azzurro, coi suoi mille archi acuti, coi suoi mille trafori, colle sue centinaia di colonnine, coi suoi svelti loggiati, come un palazzo creato dai gnomi in una notte per la festa nuziale d’una fata.
Si vede ancora per la città uno stato di formazione, ma di formazione avanzata. I canali s’incrociano chiusi da catene di sicurezza, fiancheggiati spesso da alberi; le vie sboccano innanzi a larghe piscine, o nei prati dove tuttavia pascolano armenti e vegetano boschetti; gli argini delle saline stendono qua e là le loro braccia in muratura, incassati fra i canali; gliaquimoli(mulini a vento) agitano le loro ruote all’azione del flusso e del riflusso; e, innanzi alle case e sui tetti, veggonsi sventolare e specchiarsi nelle acque della laguna le vele e le bandiere delle navi, le vere fattrici della veneziana grandezza.
È l’età virile: una nuova fase della felice e poderosa città. L’arte e la scienza si ricoverano all’ombra del suo libero governo. Sonoaperte scuole e fondate accademie. L’architettura dà il Sammicheli, il Sansovino, il Palladio; la pittura il Bellini, il Giorgione, il Tintoretto, il Veronese; la tipografia dà Aldo. Gli orti del Manuzio a Murano,per la vaghezza dell’aiere e del sito, lioghi da ninfe e da semidei, raccolgono quanto di più eletto hanno l’erudizione e le lettere. Una chiesetta, quella di san Bartolomeo, s’apre a lezioni di filosofia dettate da patrizii in lingua latina. Le industrie producono trine meravigliose, cristalli, specchi, margheritine, vasi che sembrano d’aria condensata. Il commercio fa circolare undici milioni e sessanta mila zecchini di capitali. Il naviglio componesi di tremila bastimenti con diciassette mila uomini, di trecento con otto mila, e di quarantacinque galere di varia grandezza con undici mila marinai. Con una popolazione di 190,000 abitanti, si contano tre mila costruttori, tre mila calafati, tre mila tessitori di seta, sedici mila di panno di fustagno. Il sangue rigurgita nelle vene del gran corpo: sangue sempre nuovo v’affluisce da ogni parte d’Italia. La vita è una festa colossale, uno splendore fantastico. Ogni abitazione di patrizio è diventata un museo prezioso. Alle facciate di marmo, ricchedi archi intrecciati e di colonnine spirali di suprema eleganza, corrispondono, nello interno, le splendide trabeazioni dei soffitti; le pareti rivestite di pelli conce, dorate e argentate concuori di oro, come si chiamano i fregi e le figure impressi sopra di essi; i camini tutti fogliami, putti e sirene; le lampade di foggia orientale in rame dorato, in bronzo niellato; le suppellettili d’oro e di argento; i vasi di Murano; gli oggetti antichi trovati negli scavi, che già cominciano ad esser di moda; le immense alcove sostenute da cariatidi dorate; gl’inginocchiatoi, gli armadii, le cassepanche intagliate; i velluti, gli arazzi, i quadri dei grandi maestri; gli stipi d’avventurina, i libri con fermagli e cesellature stupendi; le maioliche, le coppe, i piatti in ismalto a rilievo; la profusione delle gemme.
Ogni avvenimento della vita privata, matrimonii, battesimi, funerali, dà facile pretesto a grandi sfoggi d’ogni maniera. Il corredo della sposa ha per lo meno una dozzina di vesti di velluto, di broccato, di raso, e un’infinità di ricche cose. I gondolieri che l’accompagnano alla chiesa debbono portar le calze rosse, se non vogliono esser fischiati dagli altri barcaiuoli. Damaschi, tappeti alle finestre,servidori in livree tutte oro ed argento; spari di mortaretti, un corteo di più di trecento persone, banchetto in piatti di oro ed argento, profusioni di regali, rappresentazioni teatrali, balli, tornei. La stessa cosa nei battesimi. La morte perde la sua tristezza in mezzo all’ondeggiare dei paliotti delle Scuole che precedono il corteo e dei gonfaloni della Scuola alla quale appartiene il defunto, tra la ricchezza degli apparati sacri, col cadavere vestito di panno d’oro portato sulla bara da otto persone, e una folla di popolo variopinta, curiosamente accalcata nella piazza di San Marco e lungo Rialto. Il cadavere del Doge rimane esposto tre giorni, guardato da due nobili vestiti in rosso e dai canonici di San Marco. Pel doge Loredano suonano a mortorio tutte le campane della città, si chiudono le botteghe, e i gentiluomini di guardia diventano ventidue: centodicianove gonfaloni precedono la bara seguita dai patrizii, dai magistrati, da marinai, da famigli, da un popolo intiero.
Si moltiplicano i festini e i conviti, e vanno famosi per l’Europa. Ai festini intervengono dei cardinali che ballano anch’essi ilcappello, una specie di contraddanza. Nei conviti espongonsisulle credenze argenterie del valore di 5000 ducati. I piatti si servono preceduti da servitori con torcie; il pane, le ostriche, fin le candele sono dorate. Le sale da pranzo vengono ornate di piante odorifere e d’acquarii. Dai rami delle piante pendono canestri d’argento pieni di frutta, di lepretti, di conigli e di uccelli vivi, legati con fettucce di seta. La fantasia dei cuochi si sbizzarisce non solamente nel condire ma nel foggiare le vivande. Le insalate han forma di castelli, colle torri di rape e colle mura di limoni, di fette di prosciutto, di suoli di capperi, di olive, di arenghe e di caviale, tutte ornate di fiori. Le paste di marzapane han forma di statue o di draghi. I pavoni arrosto vengono serviti coperti delle loro splendide penne, colle code a ruota e con nastri e confetti dorati pendenti dal collo. Enrico III riceve nelle stanze del Consiglio dei Dieci una colazione ove le tovaglie, le salviette, i piatti, i coltelli, le forchette, il pane, ogni cosa è di zucchero e imitata così al naturale che l’occhio n’è ingannato. E al lusso della tavola e delle feste fa riscontro quello delle vesti e degli ornamenti. Le fogge francesi già prevalgono. La piazza di San Marco, ilistonidi S. Stefano e di San Polo, nei giorni di festa e di bel sole, paiono una fantasmagorica visione di rasi, di velluti, di sete, d’oro, di gemme, di capelli biondi, di seni scoperti, di gorgiere che sormontano la testa, di strascichi immensi, di veli, di cuffie, di reticelle d’oro, d’un vasto spumeggiare di trine. Lo scomodo di non poter andare attorno senza il sostegno di due fantesche e di due cavalieri non impedisce alle signore d’adottare dei trampoli alti più di mezzo metro. La smania d’aver la capigliatura d’un biondo d’oro non si lascia scoraggiare dalla fatica che costa. La raffinatezza dei bagni diventa eccessiva: si profumano di muschio, d’aloe, di mirra, di lavanda.
Il belletto invade anche i seni; e questi son così scollacciati che un contemporaneo non capisce come le vesti non caschino giù. Per conservare la freschezza del viso s’adoperano durante la notte fette di vitello crudo tenute già immerse nel vino. E alle frenesie esteriori corrisponde il costume. Non è soltanto un’orgia veneziana, ma europea, ma quasi mondiale. L’oriente e l’occidente si mescolano in riva alle lagune con una foga turbinosa di commerci, di interessi, di godimenti.Nel 1500, la città conta 11,000 prostitute e le leggi pei delitti contro natura si moltiplicano, arrivando perfino a comminare la pena di morte. Una prescrizione del Governo ordina alle meretrici di stare alla finestra col seno scoperto per allettar gli uomini e distoglierli dall’abominevole vizio. Disordini di ogni specie accadono nelle chiese aperte fino a tarda notte. Schiave d’oriente vendonsi al pubblico incanto a San Giorgio e a Rialto, e i preti (notai, sino al 1600) stendono i contratti dove le belle circasse e le giorgiane son dichiaratesane et integre nei loro membri occulti e manifesti. Già veggonsi patrizii che non si vergognano di dare il loro storico nome a una cortigiana. Le sale dei vecchi palazzi s’aprono a balli osceni di meretrici. Il doge Pietro Mocenigo, settuagenario, dorme fra due belle levantine. La cortigiana gareggia colla gentildonna e spesso vince; la gentildonna, per non farsi sopraffare, prende le maniere della cortigiana. La pia, l’onesta Veronica Gambara chiama lo Aretinodivino signore Pietro mio. Coll’Aretino, sguaiato, sboccato, sfacciato fino al cinismo, cenano in casa del Tiziano le più nobiligentildonne, fin la gentile Irene da Spilimbergo, una vera fanciulla.
La bella città, stavo per dire la bella gentildonna, par presa da frenesia. Profusione e sperpero da per tutto, anche di leggi suntuarie che vorrebbero, in un baleno di resipiscenza, infrenar quella vertigine oramai diventata una seconda natura. Ma le leggi restano subito lettera morta. La baccante, col suo tirso in mano, col capo coronato d’edera, coi capelli d’oro sciolti al vento, torna ad agitarsi scompostamente, come in una notte dionisiaca, mezzo ignuda, provocante di forme e di bianchezza. È l’ultimo sforzo del suo rigoglio.
Gli anni pesano sulle sue spalle. Non è men bella, nè meno corrotta; ma è già stanca e un po’ sciupata. La vita veneziana si riduce finalmente aduna specie di sonnolenza dolcissima e blanda. Il cuoco diventa un personaggio importante. Più importante il maestro di ballo, regolatore severo di cerimonie. Pari a questo, e qualche volta maggiore, il parrucchiere, confidente, mezzano,spesso amante fortunato delle sue gentili clienti. I cicisbei rendonsi indispensabili per le donne che passano sette ore ad abbigliarsi, studiando la posizione delle mosche da porsi sul volto, ognuno delle quali ha un significato speciale. Sonotutti radai el viso, leziosi, smorfiosi, da far dubitare del loro sesso. La toga riesce ad essi così pesante che la tengono riposta in certi camerini delle Procuratie per indossarla lì per lì, prima d’andare al Broglio e in Consiglio. Se vigor rimane in qualcuno dei discendenti degli antichi patrizii, trasmoda in azioni da bandito, in soperchierie, in duelli; ma è un’eccezione. Nemmeno la sensualità ha ormaitrasporti violenti: molte volte il cavalier servente che aiuta la sua donna a vestirsi e a spogliarsi non va più in là di un bacio. Frequenti le frivolezze e sciolti i costumi, ma il libertinaggio non si avvoltola nell’oscenità, non prorompe, come nella decadenza di Roma, in isfoghi brutali e dementi. Vi è più difetti che colpe, più passioni minuscole che malvagità. È una quiete voluttuosa e ornata dall’arte. Il riposo d’una gente, che dopo aver vissuto virilmente, si ritira fra i piaceri eleganti.
L’agonia della grande città non ha sofferenze.Negli ultimi momenti della sua vita repubblicana, Venezia trova un lampo della antica fierezza nel Pizzamano che respinge colla forza una nave francese dal porto di Lido, nel Donà che risponde al Bonaparte che la violenza non l’atterrisce, nell’Alvise Mocenigo e nel Giustinian che protestano di ricever ordini soltanto dal Senato, nel Pesaro e nel Grimani che consigliano la resistenza. E quando sulla piazza di San Marco vengono bruciati il Libro d’oro e le insegne ducali e sfregiato il Leone alato, simbolo della virtù patria, mentre le baldracche seminude danzano attorno all’albero della libertà piantato tra le macerie dell’antico edifizio politico, l’ultimo grido del popolo è sempre il suo vecchio grido di guerra: Viva San Marco!...
Tutto questo è uno sbiadito e rapido accenno del lungo lavoro del Molmenti. Ripeto che par di leggere non una storia, ma una biografia. Il libro è fatto con accuratezza, ricorrendo sempre alle fonti, facendo tesoro dei mezzi che la critica moderna mette in opera per risuscitare il passato, lasciandoparlare di preferenza il documento sincrono, quadro, stampa, cronaca, poesia, legge, oggetto d’arte, monumento. Forse tutti gli elementi raccolti non hanno avuto il tempo di fondersi per produrre un lavoro veramente omogeneo, opera di scienza storica e nello stesso tempo opera d’arte. Si notano qua e là delle sproporzioni di parti. Quell’aggruppare in uno stesso capitolo notizie che riferisconsi a diverse età nuoce all’evidenza della pittura e genera un po’ di confusione. Ma questi e simili nèi sono compensati dalla ricchezza delle informazioni e, più che dalla quantità, dalla qualità di esse spessissimo inedite.
Per iscusare la mancanza di quel calore organico che fa sentire in un’opera d’arte la pulsazione del sangue, forse potrebbe dirsi che l’autore si contenga a posta, volendo mostrarsi giusto anche a costo di parer freddo, pur d’imprimere al lavoro un carattere tutto moderno di ricerca e di ricostruzione spassionate. Giacchè bisogna rammentarsi che per la critica storica moderna una nazione, una città sono degli organismi che nascono, crescono e muoiono seguendo, al pari di qualunque essere vivente, le leggi supreme della natura: niente altro. La loro storia lainteressa perchè può verificarvi delle leggi, studiarvi l’azione delle piccole cause e delle accidentalità d’ogni specie che favorirono o impedirono il loro pieno svolgimento, che ritardarono o affrettarono il loro declino verso la morte: la interessa, ma la lascia completamente serena. La critica moderna non domanda alla storia insegnamenti di sorta. Sa che la esperienza di questa non serve a nulla; e, convinta di non esserci al mondo cosa che si ripeta, ha già scancellato dalla sua mente il vecchio dettohistoria magistra vitæ. Vuol sapere soltanto per sapere, per un elevato bisogno della ragione, non già, come prima, per un secondo fine di pratica utilità che un’accurata osservazione ha dimostrato illusorio.
Però la critica storica non ammazza il sentimento. Nel nome di Venezia c’è un fascino profondo. Chiuso il libro dello storico, si porge volentieri orecchio al poeta. Ed io non resisto alla tentazione di terminare la presente rassegna con alcune belle strofe tratte da un libro di versi del quale ho il torto di non aver parlato ai miei lettori[24].Tramonto inlagunaè il comento dell’arte alla severa parola della storia.
Dietro Fusina cala il sol; la gondolapresso i sepolcri scivola; lontanouna squilla perduta per l’oceanovien da Burano.E tutto parla d’un antico vivere:un suon d’amor par che dica: «Una volta!...»ah la dolce vision che nelle tenebresen va sepolta!O mercanti sovrani, o baldi canticicantati al lampo della mezza lunapensando ai baci cullati dal palpitodella laguna!O paci in grembo delle belle adriachenovellando di Scutari e d’Egina,mentre passavan cantando per l’ariaRuggero e Alcina,e gli occhi, specchïanti il brillar tremulodel Cipro nelle tazze di Murano,ebbri d’amore erravan sulle Veneridi Tiziano!...Oh tristo il dì, che addormentò sui morbididrappi la razza che da voi discese:a civiltà vestita, la barbariel’ugne vi stese;e, come sempre, ad infamar la vittimai più turpi color non parver sozzi:di voi null’altro aver parea la Storiache i Dieci e i Pozzi!
Dietro Fusina cala il sol; la gondolapresso i sepolcri scivola; lontanouna squilla perduta per l’oceanovien da Burano.
Dietro Fusina cala il sol; la gondola
presso i sepolcri scivola; lontano
una squilla perduta per l’oceano
vien da Burano.
E tutto parla d’un antico vivere:un suon d’amor par che dica: «Una volta!...»ah la dolce vision che nelle tenebresen va sepolta!
E tutto parla d’un antico vivere:
un suon d’amor par che dica: «Una volta!...»
ah la dolce vision che nelle tenebre
sen va sepolta!
O mercanti sovrani, o baldi canticicantati al lampo della mezza lunapensando ai baci cullati dal palpitodella laguna!
O mercanti sovrani, o baldi cantici
cantati al lampo della mezza luna
pensando ai baci cullati dal palpito
della laguna!
O paci in grembo delle belle adriachenovellando di Scutari e d’Egina,mentre passavan cantando per l’ariaRuggero e Alcina,
O paci in grembo delle belle adriache
novellando di Scutari e d’Egina,
mentre passavan cantando per l’aria
Ruggero e Alcina,
e gli occhi, specchïanti il brillar tremulodel Cipro nelle tazze di Murano,ebbri d’amore erravan sulle Veneridi Tiziano!...
e gli occhi, specchïanti il brillar tremulo
del Cipro nelle tazze di Murano,
ebbri d’amore erravan sulle Veneri
di Tiziano!...
Oh tristo il dì, che addormentò sui morbididrappi la razza che da voi discese:a civiltà vestita, la barbariel’ugne vi stese;
Oh tristo il dì, che addormentò sui morbidi
drappi la razza che da voi discese:
a civiltà vestita, la barbarie
l’ugne vi stese;
e, come sempre, ad infamar la vittimai più turpi color non parver sozzi:di voi null’altro aver parea la Storiache i Dieci e i Pozzi!
e, come sempre, ad infamar la vittima
i più turpi color non parver sozzi:
di voi null’altro aver parea la Storia
che i Dieci e i Pozzi!