VII.

Il dottor Giulio è uso a fare ogni sera, quando il tempo è buono, due passi sulla spianata del castello.

Il cielo si è rasserenato verso il tramonto, ed è limpido e chiaro: l’aria è fredda, ma tranquilla. Giulio passeggia col capo chino sulla stradicciuola erbosa che taglia obliquamente l’altura in mezzo ai filari sull’area degli edifizi abbattuti, fino all’incontro d’un angolo del corpo di fabbrica superstite. Quivi alza gli occhi e guarda il muro lacerato, pieno di screpolature, per le quali è cresciuta l’erba e si sono arrampicati il luppolo ed il rovo. Poi corruga dolorosamente la fronte, si volta, e, come per cacciare un pensiero molesto, gitta uno sguardo sull’orizzonte, su quelle curve moltiformi, innumerevoli, che paiono ondate d’un mare burrascoso fatto immobile per incanto, ad un tratto: i campanili che emergono nelle creste hanno l’aspetto di fari spenti.

È uno spettacolo mirabile, fantastico. Qua e là spiccano sull’azzurro pallido del cielo profili neri, bizzarri come di scogli sgretolati dai marosi.

Erano i castelli di Corsione, di Mirabella, di Albereto, e sono adesso mucchi di rottami, sfasciumi di muri cadenti. Sotto, a mezza costa appaiono nell’ombra caseggiati vasti, bassi, quadrati, deformi: le case deiricchi.

Giulio china ancora gli occhi a terra; ritorna verso la casa della defunta contessa, e volge un altro sguardo al muro screpolato, pendente visibilmenteinfuori: pare abbia a crollargli addosso da un momento all’altro.

Rifà nuovamente la strada sino al ciglio della spianata; al suo piede si stende il villaggio d’Ormeto, come un’esseallungata: quante case! e chi porta il nome d’Ormeto non ha più una spanna di tetto!

Giulio continua la sua passeggiata innanzi indietro.

Dall’angolo del castello la stradicciuola rasenta, a sinistra, il giardino e scende allacascina nuova, quella che suo nonno ha fatta edificare da circa quindici anni. Dopo molte giravolte, Giulio s’accosta alla chiudenda del giardino e guarda là dentro: sono ancora due brevi tronchi di viale ombreggiati da alberi centenari e in mezzo a quelli alcuni sedili di pietra; fra l’uno e l’altro albero vi sono siepi di mortella e macchie di arbusti.

A quindici anni, quando al collegio leggeva i primi romanzi, egli pensava a quel povero lembo di parco gentilizio, vi collocava le scene dei suoi libri favoriti, e la notte sognava vagare egli stesso nell’ombra di quegli alberi, al chiaro di luna, nel silenzio della campagna, solo con una damina al braccio, la sua damina, una contessa per lo meno, la regina dei suoi pensieri di collegiale, col lungostrascico di seta, con le mani bianche e le maniere aristocratiche, e di sedere su di uno di quei sedili: e la mattina svegliandosi avrebbe volentieri ceduto tutti i poderi della sua famiglia a chi gli avesse potuto far vero quel sogno.

Sogni di adolescente, da un pezzo svaniti! — Proprio svaniti del tutto?

Alla finestra del primo piano, proprio in faccia a lui, vi è lume; sui vetri si disegnano di quando in quando delle ombre e dei profili che passano e ripassano e spariscono e ritornano. Cosa succede in quella stanza? Anche in certi momenti gli par di udir delle voci confuse.

Poi sente a correre dalla parte opposta sul sentiero che sale dal villaggio; egli allora ritorna indietro qualche passo, entra in mezzo alla vigna, fa il giro del castello e viene dietro un filare donde si scorge la porticina.

In quel mentre arriva un ragazzo di corsa e dalla porticina del castello esce un uomo. Giulio riconosce Pasquale.

Il ragazzo trafelato dice:

— Il medico è fuori del paese.

Pasquale fa un’interiezione di dolore e soggiunge:

— Entra dentro, io vo’ dallo speziale.

E s’allontana con furia.

A Giulio il cuore batte in modo singolare.

Egli prende una risoluzione: esce dal suo nascondiglio, viene alla porticina e la spinge; entra in casa.

Il ragazzo che stava nel corridoio si spaurisce.

Giulio gli dice:

— Conducimi nella stanza della malata.

Il ragazzo lo riconosce ed obbedisce...

Trovano la contessina svenuta sopra un canapè e presso a lei la moglie di Pasquale che le stropiccia le mani, la chiama, singhiozza e non sa cosa farle.

Giulio s’accosta e chiede:

— Cos’è stato?

— Sarà mezz’ora che m’è svenuta e non c’è verso di riaverla... l’ho spruzzata d’acqua, le ho fregato i polsi, bagnate le tempie, tutt’inutile... Sor medichino ha fatto bene a venire, ha fatto proprio una carità.

— Avete fuoco acceso in cucina?

— Sì.

— Datemi un panno qualunque... sì, questo va bene, voi spogliatela in fretta e mettetela in letto.

Poi corre in cucina e fa scaldare il panno: inquella giunge Pasquale con un ampollino in mano, e, vedendolo, sbarra gli occhi in atto di meraviglia.

Ma Giulio non s’accorge; egli è in quell’istante medico, null’altro che medico: porge la pezzuola all’altro:

— Andate, gli dice, e fatela porre sul petto alla malata.

Gli strappa di mano l’ampollino, lo guarda, fa un gesto di disapprovazione, e dice:

— Questo non serve, — ed esce.

Tutto questo in un baleno.

Dopo alcuni minuti ritorna con un cordiale e con un cucchiaio, ne versa qualche goccia fra i denti della contessina. Poi dà parecchi ordini, ai quali Pasquale e la moglie obbediscono con premura.

Finalmente la contessina dà segno di riaversi, mette un sospiro che termina in un penoso sbadiglio.

Poi apre gli occhi e guarda intorno a sè.

Giulio si è ritirato in fondo alla camera, nell’ombra, e contempla pietosamente quel visino smorto e patito.

La fanciulla chiede con un filo di voce alla donna:

— Cos’è accaduto?

— Nulla, — risponde la donna. — Come si sente?

— Sono stanca, — e chiude gli occhi ancora.

Giulio esce fuori nel corridoio e con lui Pasquale e poi la donna.

La donna domanda:

— Cosa ne dice lei?

— Questo è passato e speriamo non sarà nulla, — risponde Giulio.

— Non sarebbe meglio darle qualche nutrimento, un po’ di brodo?

— Sciocca! — esclama Pasquale.

— Sciocca niente affatto, — dice il dottore; — il male della signorina è sfinimento. Datele pure il brodo; ma badiamo, poco e leggiero. Buonanotte; se accade qualche novità venitemi ad avvertire. Tornerò domani a vederla.

Uscito il dottore, Pasquale chiede col suo tono burbero:

— Chi l’ha chiamato?

La donna intimidita risponde:

— Nessuno, è venuto da sè.

Pasquale fa un moto di sorpresa, poi borbotta fra i denti:

— Diavolo; che il pruno voglia fare ciliege?

L’indomani il dottor Giulio deve fare la visita promessa.

È quasi mezzogiorno e al castello non c’è stato ancora. Però sono due ore che egli ha preso il sentiero della collina. Maurizio, credendo che volesse visitare i piantamenti di viti, ch’egli ha fatto sulla spianata, gli è venuto dietro e, raggiuntolo, senza cerimonia gli si è posto ai fianchi. Poi ha cominciato a dipanare la filatessa delle sue spiegazioni.

Ma, arrivato in cima, il dottore s’è seduto su un rialzo di terreno, ha levato un libro dalla tasca del soprabito l’ha aperto e v’ha cacciati gli occhi dentro così bene, che Maurizio non ha potuto più farglieli alzare: perciò, stanco di parlare al vento, ha preso partito di andarsene, cercando fra sè d’indovinare il motivo del mal’estro che da due giorni osserva sul viso del suomedichino.

Giulio, rimasto solo, ha chiuso il libro, l’ha riposto in tasca; ha acceso un sigaro, l’ha lasciato spegnere, è restato lunga pezza immobile colle mani incrocicchiate attorno ad un ginocchio; poi s’è alzatoe s’è posto a passeggiare; poi è tornato ancora a sedere.

La giornata è splendida, il sole caldo, l’aria tepida e queta; proprio l’estate di S. Martino. Ma il viso del dottore s’oscura sempre più.

La moglie di Pasquale gli passa accanto e lo saluta.

Giulio si scuote, e le chiede:

— Come sta?

— Meglio; non viene a vederla?

— Ah! sì...

S’alza e con la donna viene al castello, all’uscio della camera dove sta la malata. La donna entra: egli rimane sulla soglia; egli che allo stabilimento ha un passo così sicuro, che non aspetta mai nell’anticamera dei suoi clienti, perchè è avvezzo invece ad essere atteso.

La donna annunzia il dottore alla contessina e questa risponde:

— Venga, venga.

Giulio allora entra. La contessina si tira in fretta le coperte fino al mento e lo saluta con un cenno di capo.

Gli occhi di lei mostrano i segni del pianto di molti giorni, e sono pieni di lagrime.

Giulio s’inchina profondamente, s’avvicina in silenzio:le chiede del suo stato, l’esamina in fretta e poi ad un invito si siede al capezzale.

Tacciono tutti e due qualche minuto, poi la contessina dice:

— Dottore, so che lei è stato qui iersera, la ringrazio.

Giulio fa un’esclamazione sommessa e non risponde.

La contessina si volge a guardarlo e soggiunge:

— Sa che da me non l’avrei riconosciuto? l’ultima volta che l’ho visto era tanto giovane ancora, non aveva barba affatto: e sono quasi otto anni; era ad una festa al castello di Cortanze.

— Lei si ricorda di quel giorno?

— Altro che, e lei?

— Anch’io... lei portava un abito violetto a balze bianche.

— È vero.

— Io me ne stavo vergognoso in un canto ed in silenzio, intimidito da tutta quella compagnia di signori: e lei nelcotillonvenne a prendermi per danzare.

— Poi quando uscii io l’ho salutato e lei non mi ha risposto...

— Io non me ne sono accorto; non osavo guardarla...

— Aveva paura di mia nonna? — domanda con un leggiero sorriso la contessina; poi subito si abbuia e sclama sottovoce singhiozzando:

— Povera nonna!

Essa piange qualche minuto in silenzio, volgendosi dalla parte del muro; le sue treccie bionde si sciolgono e s’attortigliano sul guanciale.

Infine riesce a calmarsi e soggiunge:

— Lei sta a Torino?

— Sì.

— Tutto l’anno, anche la state?

— La state vo ad Acquasana.

— Torino! com’è bello Torino! come ci andrei volontieri!

— Ma non ci va ella adesso?

La contessina crolla malinconicamente la sua testina.

— Ma non ha i parenti colà?

— Ma... non so...

— Oh!

— Sì, forse qualcuno che non conosco, che non ho mai visto, che non sa neppure ch’io viva.

Poi aggiunse amaramente:

— Meglio così...

— Perchè?

— Perchè l’entrare in casa di gente che viprende per farvi una grazia è cosa che mi spaventa; io...

— Dunque!

— Dunque ci penserà Pasquale a collocarmi; io sono stanca, non sono buona di pensare alle cose mie; me lo diceva sempre la povera nonna. Pasquale è la mia grossa provvidenza; io mi sono rimessa in lui.

— Pasquale, il suo servo?

— Pasquale non è servo; è nostro grande amico, egli vien qui per affezione... ha la disgrazia di volerci bene...

— Perchè dice disgrazia?

— Creda, è proprio così: ho notato che tutti i nostri amici sono stati sventurati, mentre quelli che ci hanno fatto del male, oh quelli hanno prosperato...

Queste parole dette così innocentemente, senza intenzione, feriscono il dottore; la contessina se ne accorge, se ne adonta, e tutti e due restano impacciati.

Giulio s’alza poco dopo, raccomanda le sue prescrizioni e prende congedo.

La contessina Maria, tratto fuori in fretta un braccio di sotto la coltre, gli porge con gentile franchezza la mano.

Il dottore la prende con la sua e gliela stringe con premura, quasi con riconoscenza; ed osserva involontariamente che quel candido e morbido braccio è coperto da una manica di tela grossa e bigia.

— Tornerò stasera, — egli dice.

— Grazie.

La sera ci ritorna difatti, e trova che la contessina è stata colta da una febbre ardente; egli le raccomanda il silenzio, la calma, fa un’ordinazione ed esce. Nello stesso modo succedono le due visite del domani e quelle del posdomani. La malata lo accoglie con un sorriso, con un altro sorriso lo congeda; egli non fa che le interrogazioni strettamente necessarie. La febbre scema al mattino e ripiglia forza alla sera. Ma nel pomeriggio del terzo giorno continua a sminuire e nella mattina del quarto è scomparsa del tutto.

La contessina Maria accoglie il dottor Giulio con un sorriso più bello del solito, lo saluta con voce quasi gaia, e porgendogli il polso gli dice:

— Dottore, mi dica subito che sto meglio, se no glielo dico io.

Giulio osserva che stavolta il braccio della contessina è chiuso in una manica di battista fina, benchè un po’ logora.

Egli si siede e conversa una mezz’ora con lei. Nei discorsi della contessina le nubi della malinconia si squarciano qua e là e compare qualche fugace lembo di azzurro. — La convalescenza è sempre una primavera, e, — quando si hanno vent’anni, — una festa, un ineffabile tripudio della vitalità entro le fibre, che invade a poco a poco lo spirito e lo riempie di gioia.

La contessina è sinceramente mortificata di non sentirsi afflitta come le pare di dover essere, e fa di tutto per spegnere le liete vibrazioni che il suo cuore manda al suo cervello: ma non sempre ci riesce: i moti del cuore si ribellano di quando in quando e la vittoria rimane a loro; — però è una vittoria fugace che il dolore sincero arriva ad imbrigliare in tempo.

Prima che il dottore sorta, vedendo che egli la saluta con gravità maggiore dell’altre volte, gli domanda con sollecitudine:

— Tornerà a vedermi?

— Stassera sì.

— E domani?

— Domani spero che lei non avrà più bisogno dell’opera mia.

La sera la contessina Maria è divenuta pensierosa; nel congedare il dottor Giulio, gli dice in un certo modo inesprimibile:

— Vedrà, domani sarò ancora malata.

E quando il giorno dopo Giulio entra nella camera e la trova bene oltre ogni desiderio, essa si abbuia in viso ed esclama:

— Vuol credere che sono stata malata fino adesso? almeno ero di cattivo umore; l’una cosa è segno dell’altra.

Infatti essa ha gli occhi rossi: ha pianto.

La contessina aggiunge ingenuamente:

— È curioso che quando ella è qui io mi sento benissimo, appena esce m’accorgo che avevo mille cosucce, una quantità di mali da confidarle.

Giulio, che per solito è sempre molto serio, sorride a queste parole, e con piglio che vuol parere scherzoso, ma non è troppo calmo:

— Ebbene, facciamo così: io tornerò finchè essa se ne ricordi, — oppure se ne dimentichi affatto... dei suoi mali.

Il tempo è freddo, invernale; perciò il dottore va a rilento nel permettere alla convalescente d’alzarsi, ed essa osserva scrupolosamente il suo divieto.

Poi le concede di lasciare il letto con precauzione, poco alla volta, solo per qualche ora nel mezzogiorno, e intanto continua le sue visite, nè più nè meno come prima, perchè la contessina è afflitta e piange sempre quand’egli non c’è.

Egli viene al mattino un po’ più tardi quando ella è alzata: — essa si siede in una poltrona accanto al camino, ed egli le tiene un po’ di compagnia.

I suoi consigli le fanno bene; ella si rasserena leggermente, — promette di non pensare a «cose brutte».

E ciò è tanto più singolare, che anche questi consigli egli li dà con viso scuro e malinconico.

Quando sono insieme, quello che ha più bisogno di conforto, di svago sembra lui, il dottore. Una volta essa, scherzando, glielo fa notare; e questo scherzo, invece di farlo ridere, lo turba.

Egli si mostra ogni giorno più triste: una sera la contessina gli domanda:

— Si ricorda quel che le dissi alla sua prima visita? La mia amicizia porta disgrazia. Si guardi dalla iettatura!...

Il dottore scuote il capo, e poi:

— Crede lei ch’io sia suo amico?

— Certo.

— E perchè lo crede?

— Ma... per il bene che mi ha fatto, per le sue premure...

— Tutto questo non è che dovere; sa lei che chi di noi due è creditore è ancora lei?

— Come! — sclama con stupore la contessina.

Il dottore non risponde; egli è inquieto, pare volerle dire qualcosa, ma si vede che non sa decidersi a cominciare.

La contessina Maria lo guarda fiso stupita, e ripete:

— Si guardi dalla iettatura, dottore.

Giulio risponde vivamente con gesto di dolore:

— Oh il iettatore credo d’esser io! e mi pare che tutto qui intorno, questi muri, questa casa mi insinuino il malefizio.

Maria è oltremodo sorpresa e chiede nuovamente:

— Come?

Ma anche questa volta il dottore non risponde.

Poco alla volta il malumore di Giulio si fa contagioso, e s’apprende anche all’animo di lei. I loro colloqui riescono scuciti, qualche volta penosi. Tutti e due fanno spesso strane imprudenze; toccano inavvertitamente dei tasti scabrosi, stridenti, e allora, — è finita, — una sgraziata, irreparabile atonia insorgetra loro; — la conversazione langue, gli sforzi per rianimarla staccano altre note discordi: non si capiscono più, dicono l’opposto di quel che vogliono dire, e poi non sanno più dir nulla e succedono lunghi quarti d’ora di uggioso silenzio. Dopo una lunga e inutile scherma si separano molto malcontenti di sè stessi.

Una sera Giulio arriva mentre Maria sta scrivendo: egli è spiacente di essere venuto a frastornarla e vuole andarsene. Maria lo prega di rimanere; egli insiste per partire, essa insiste per indurlo a trattenersi e soggiunge che non permetterà mai ch’egli sorta così; poi, approfittando del suo esitare, accosta una poltrona al camino e, tirandolo pel braccio con dolce violenza:

— Si segga, suvvia, un pochino soltanto. Vuol far cerimonie qui — in casa sua?

Giulio, a queste parole, corruga involontariamente la fronte; essa se ne accorge, s’accorge di avere incespicato in un ginepraio e rimangono tutti e due confusi e senza parola.

Finalmente Maria si fa coraggio e dice:

— Se lei mi promette di restare, io finisco la mia lettera.

Giulio siede. Maria torna allo scrittoio; in due minuti ha finito, piega la lettera e comincia la soprascritta;ma si ferma a mezzo e si volta a Giulio.

— Sa lei l’indirizzo del marchese di Pamparato? in via Borgonuovo, numero nove o numero diciannove?

— Mi pare diciannove, — risponde Giulio. Il marchese è suo parente?

— No, egli dirige il ritiro delleVedove e nubilia Torino, e siccome un dì o l’altro io dovrò uscire di qui...

— Perchè?

— La sua famiglia...

— Oh!

— Volevo dire che la sua famiglia ha premura — insomma bisogno dell’appartamento.

Nuova confusione e nuovo silenzio più lungo e più fastidioso del primo.

Stavolta è Giulio che domanda a Maria:

— Che pensa lei di... della mia famiglia?

— Io... nulla...

— Non sa delle animosità che esistevano tra la sua casa e... laCascina? Non gliene hanno mai parlato?

— Sì, la nonna... So ch’essa e Giacomo... il signor... suo nonno, non andavano intesi...

— Da che parte crede stesse il torto?

— Io non sono buona di pensare alle cose serie,gliel’ho detto; è una storia lunga che non ho mai potuto capire, un vero garbuglio di liti, di vendite, di sentenze, di ipoteche... Lei saprà cosa sono...

— Sì, pur troppo, signorina, sono strumenti d’odio e di rancore, di un’avidità maligna, astiosa...

E Giulio s’interrompe, si morde le labbra. Poi:

— Che opinione ha lei di me?

— Chi?

— Lei...

— Io... certe cose, dottore, non si dicono in faccia.

Ma, parendole leggere un dubbio sul volto di Giulio, soggiunge con una dolce serietà:

— Come potrei pensar male di lei?

— Oh dei motivi ne avrebbe d’avanzo.

Maria non comprende. Giulio non sa o non vuole spiegarsi: egli si trova impacciato.

Cosa strana! finiscono così tutti i loro colloqui, nei quali essi, con gentile intenzione, per delicato riguardo l’un per l’altro, si sforzano di parere più sereni e più tranquilli; — lo scherzo, la celia più innocente lascia sempre nei loro discorsi una traccia sinistra, come quei razzi falliti che esalano uno sgradevole puzzo di nitro e di zolfo.

È molto meglio quando lasciano che l’anime loro si aprano liberamente nella conversazione; s’intendono allora, passano insieme delle lunghe ore senza sforzo, senza pena, di una malinconia soave che fa bene, che pare uno sfogo a tuttedue. La contessina Maria richiama i ricordi dolorosi, gli stenti, le umiliazioni, i trambusti della vita girovaga che ha menato col padre, e conchiude sospirando:

— Povero papà, era pur buono!

Poi anche gli confida la triste monotonia degli ultimi anni, quando, morto il padre, fu raccolta dalla nonna fra nuovi dolori e nuovi stenti assai più penosi... Talvolta, senza volerlo, lascia capire le durezze patite dalla vecchia contessa, animo altero, carattere forte, inasprito dalle sciagure. Essa tuttavia la rimpiange sinceramente: non pronuncia mai il suo nome senza piangere, e, quando s’accorge che le proprie parole possono lievemente offenderne la memoria, si diffonde in lunghe giustificazioni, che non sempre ottengono l’effetto desiderato, ma sono sempre prova incontestabile dell’amore di lei. Il dottore ascolta con attenzione, fa qualche osservazione, e poi il discorso si avvia tranquillamente; e, alla fine, si separano riconoscenti l’uno all’altro, lei d’aver potuto ricordare, egli d’esser riuscito a dimenticare.

Così sono trascorse quasi quattro settimane, nelle quali Pasquale non è rimasto colle mani in mano: subito nei primi giorni inquietato dalle intimazioni di Maurizio, s’è recato dal giudice del mandamento, il quale gli ha detto che avuto riguardo all’infermità della contessina, questa poteva rimanere al castello fino a guarigione finita ed occuparvi due stanze; ma l’ha consigliato a rimettere tutto il resto senz’indugio, perchè il contegno della contessina non avesse l’aria di unadetenzione abusiva.

Veduto poi che il male si dileguava, si diè attorno per trovar di allogare la contessina; non sapendo s’ella avesse parenti ne ha scritto ad un vecchio cavaliere, amico della contessa, che molto tempo prima veniva tutti gli anni ad Ormeto a farle una visita. L’amico ha risposto così evasivamente che de’ parenti, che potessero alla contessina venire direttamente in aiuto, non ne conosceva; che unico partito conveniente per lei sarebbe quello di entrare nelRitiro delle vedove e nubili, sulla collina di Torino,luogo decente e arioso; che se la contessina voleva, ne avrebbe parlato al marchese Pamparato per farvela ricevere, che anzi la consigliava di scriverne ella stessa al marchese.

Intanto Maurizio ha installati al castello nelle stanze del piano terreno due famiglie d’inquillini, quattro creature sue; e da parecchi giorni quattro paia d’occhi e altrettanti d’orecchi si danno la muta nel vegliare sugli interessi del proprietario. Pasquale è fuori dei gangheri, egli brontola tutto il giorno e lancia moccoli contro tutti quei dellacascina, non escluso il dottor Giulio di cui, a dir il vero, egli comincia ad aver piene le tasche.

Un bel giorno entra nelle stanze della contessina dopo una visita piuttosto lunghetta di Giulio, e, sempre coll’usato rispetto, ma con piglio di visibil malumore, domanda:

— Cosa dice di bello ilmedichino?

Maria risponde sorridendo:

— Curioso! mi dice tante belle cose.

Pasquale si lascia sfuggire un gesto dispettoso, ma subito si pente e rimane afflitto, mortificato.

Maria gli viene accanto, e postagli una mano sulla spalla, gli dice carezzevole:

— Suvvia, hai da dirmi qualche cosa: dilla; tu sai che qualunque cosa sia detta da te non può spiacermi.

Pasquale la guarda intenerito e con rispetto.

— Cos’hai da dirmi?

— Io sono uomo grossolano, ma comunque siaho le mie opinioni; e non so capire cosa voglia ilmedichino. Io dico che il meglio di tutto sarebbe ch’egli s’intromettesse per liberarla da questi cani, per farla rispettare, egli che lo può, e poi le dicesse:

— «Stia qui finchè non ha trovato un posto dove andare...»

Maria gli pone la mano sulla bocca e dice in fretta:

— Zitto, zitto, se lo potesse l’avrebbe fatto.

E soggiunge:

— Egli non sa nulla.

— Come? viene due volte al giorno e non vede cosa si fa lì abbasso? Coloro là non sono forse suoi dipendenti? non li conosce? Dica piuttosto...

— Cosa?

— Che... anche lui è della famiglia.

— Oh! Egli è stato così buono con me...

— Anche glialtrisono buoni; buoni a tutto... fuorchè a far del bene...

La contessina non è persuasa, ma le parole di quell’uomo affezionato la scuotono dolorosamente.

Pasquale continua:

— Se sapesse come la conosco io quella razza lì; quando fanno bella ciera è quando ne studiano qualcuna delle più triste; essi non sono come noi, nonparlano per farsi capire ma per non lasciarsi capire.

Maria dice con qualche amarezza:

— Insomma, di’ subito che non sei contento che il dottore venga a vedermi...

— Oh, lei è padrona di fare quel che vuole.

— Ma tu non sei contento... io lo vedo; e, senti, io voglio fare tutto quello che mi dici... sai bene che voglio ascoltarti in tutto... Perchè non mi consigli... non mi dici schietto il tuo parere?... Guarda; per farti piacere, il dottore non voglio più vederlo.

Così dicendo si volta dall’altra parte, s’allontana e va a sedersi nella poltrona accanto al camino.

Dopo qualche minuto ripiglia:

— Ma di’, come si fa, quando viene, a mandarlo via?

Pasquale non sa cosa rispondere.

— Finchè sono qui in casa sua, per questi pochi dì che ci devo rimanere, non posso chiudergli l’uscio in faccia, non è vero? non posso.

— No... — mastica Pasquale fra i denti.

La contessina s’alza vivamente, s’avvicina di nuovo a lui.

— Bisogna ch’io continui a riceverlo; ma, senti:tutte le volte che viene tu starai qui a farmi compagnia; sì, sì, lo voglio.

Pasquale fa qualche ritrosia e poi si lascia persuadere; non avrebbe mai osato proporre una cosa simile; l’avrebbe creduta un’irriverenza bella e buona verso la contessina; ma, poichè lei lo vuole, questo fa piacere anche a lui. Egli accetta di buon grado questa nuova funzione e comincia subito nella sera stessa. Quando viene il dottore dopo cena, egli rimane là in un canto, silenzioso, riverente, ma immobile, duro come una pietra.

La contessina Maria accoglie il dottore con un fare contegnoso che non è tutto volontario; i discorsi cadono più presto del solito, e il dottore se ne va di buon’ora.

Lo stesso avviene all’indomani mattina; Giulio s’inquieta, pare accorgersi di qualche cosa, e la sera non si fa vedere.

Pasquale fa di tutto per intrattenere la contessina, che è molto distratta e di malumore.

Il giorno dopo uno degl’inquilini del pian terreno, con pretesto di venir a cercar Pasquale, penetra fin nella camera della contessina; uscito di là, egli se ne va difilato da Maurizio a dirgli che la signorina è alzata, sta benissimo e che la storia della malattia è una famosa carota tallita.

Maurizio fain conformità a questa cognizionei suoipassiper costringere la signorina a sloggiare.

Nello stesso tempo arriva una lettera del vecchio cavaliere, colla data di due giorni prima; egli scrive «che ha parlato al marchese di P***, il quale si mostrò favorevolissimo alla sua preghiera, e gli ha detto che la contessina può considerarsi come accettata nel ritiro; che però non si tratta più che di sapere il giorno in cui potrà essere presentata e che a questo effetto egli ha per l’indomani un appuntamento col marchese. La contessina si tenesse dunque pronta a partire quando che sia.»

Questa buona notizia non fu accolta da Maria con troppa gioia, e anche Pasquale, che l’aspettava con tanta ansietà, pensando alla partenza della contessina, finisce per non provarne tutta la soddisfazione che credeva.

— Però è una cosa questa, — dice all’ultimo, ed è un comando ch’egli dà alla sua ragione di persuadere il suo cuore.

Il dottore non venne neppure quel giorno.

La mattina di poi egli manda alla contessina un bel canestro di moscatella sana e ghiotta quanto mai.

Maria ne va in solluchero e ne fa una gran festa, tanto che non s’accorge di Pasquale che è entrato in quel punto e che colla sua ciera stravolta fa un singolare contrasto con lei.

Il poveretto ha ricevuto anche lui allora allora un regalo, anzi due.

Il primo da parte di Maurizio, e glie l’ha portato l’usciere della giudicatura; è un regolare diffidamentoin formaper la contessina disgombrare, evacuare, dismettere i locali da lei occupati direttamente o per mediata persona, e ciò subito o almeno entro il termine di due giornidall’intimazione, sottole comminatorie legali per la forzata dismessione e pene conseguenti.

L’altro regalo è una lettera da Torino, che porge alla contessina dicendo:

— Vediamo questa.

È ancora del cavaliere; due sole righe:

«Mi recai oggi dall’Ill. marchese di Pamparato; trovai che era partito improvvisamente da ieri per Parigi, dove rimane per qualche tempo. Perciò non c’è altro da fare per ora che aspettare il suo ritorno.Con dispiacereVostro umiliss., ecc., ecc.»

«Mi recai oggi dall’Ill. marchese di Pamparato; trovai che era partito improvvisamente da ieri per Parigi, dove rimane per qualche tempo. Perciò non c’è altro da fare per ora che aspettare il suo ritorno.

Con dispiacere

Vostro umiliss., ecc., ecc.»

Pasquale resta fulminato; si butta sopra una sedia, si pone una mano sulla fronte, sugli occhi, si soffia il naso e riflette lungamente in silenzio:

— Signorina, — dice poi, — bisogna cercare per adesso un altro luogo per lei.

— Perchè?

— Perchè lei deve uscire di qui fra tre giorni; e l’ordine è venuto insieme coll’uva del medichino. Glie l’ho detto io che gente sono quelli là!

La contessina resta senza fiato.

— Bisogna cercare un qualche posto provvisorio; le toccherà contentarsi di quel che si può avere.

— Ma, povero Pasquale, dove vuoi ch’io mi trovi il posto provvisorio, — esclama piangendo la contessina, — dove vuoi che vada a cercarlo? perchè lo dici a me questo?...

— Egli è che... se lo vuole, il posto, così com’è, io l’avrei trovato... un buco, un letto.

— Dove?

— In casa mia.

— Oh Pasquale, mio buon Pasqualone!

— Vuole? — domanda trepidante il contadino.

— Ma sì, ma sì; io starò meglio di qui con voi altri due: qui mi annoio.

E la contessina, tutta rasserenata, scuote a Pasquale le due mani, e Pasquale ride anche lui tutto contento. Maria però si rannuvola tutto ad un tratto.

— Ma, povero Pasquale, io vi darò fastidio a voi altri.

— Oh giusto! lei mi farà un grande onore.

Quella mattina la moglie di Pasquale, incontrato il dottore, l’ha informato dell’imminente partenza della contessina; ella ignorava il contrordine venuto da Torino, perchè non aveva visto ancora la signorina; il marito, come dice lei, è unrusticoneche non le dice mai nulla.

Giulio càpita al castello nel pomeriggio, in ora insolita, e trova Maria sola, intenta a raunar le sue robe per farle recar a casa di Pasquale.

La saluta, si siede e pare aspetti ch’ella cominci.

Ma la contessina lascia da parte le sue faccende, come volesse fargliene un mistero; siede e tace anche lei; il dottore, stupito, ha un’interrogazione sulle labbra, ma non osa farla.

Finalmente le dice:

— Contessina Maria, son venuto a salutarla prima di partire.

— Lei parte?

— Sì, domani mattina: torno a Torino.

— Ah! — esclama seria seria Maria.

Giulio aspetta certo qualche altra parola; è presod’una curiosità invincibile che gli si pinge sul volto.

— Anche lei... se ne va? — soggiunge poi dando un’occhiata espressiva agl’involti che sono sulla tavola e sulle sedie.

— Oh sì, me ne vado, — risponde arrossendo la contessina.

— E... va anche lei a Torino...

— No... resto...

— Come?

— Qui ero così sola, questa casa è tanto triste e a quella buona gente riesce incomodo il venire fin quassù tutti i momenti per servirmi; io vado da loro... da Pasquale.

Ella parla in fretta, colla faccia in fuori, come se dicesse una bugia.

Giulio la guarda con attenzione e un sospetto gli attraversa la mente.

— Mi spiace... mi spiace che lei esca dalla sua casa in questi ultimi giorni.

— Perchè?

— Si possono pensare e dire tante brutte cose...

Dicendo queste parole tien gli occhi fissi su lei.

— Può sembrare... che... qualcuno le abbia... fatta... scortesia... e ciò mi rincrescerebbe molto.

La contessina pare molto confusa: non risponde.

— Spero che nessuno le avrà mancato... non è vero? Può lagnarsi di qualcuno?... Non mi dice nulla? è successo qualche cosa di spiacevole... qui in casa sua?

— Questa non è casa mia... io non ho casa...

— E per questo... via, mi dica francamente: le hanno fatta premura... Sì? sì dunque! Oh fino a questo punto!... mi dica cos’hanno fatto... no, non mi dica nulla... E pensare ch’io poteva, ch’io doveva prevederlo questo; che pure potevo impedire quest’ultima bricconata! ma dove avevo la testa io?... Adesso lei non crederà ch’io ignoravo tutto... che tutto s’è fatto a mia insaputa!...

— N’ero certa... interrompe commossa Maria.

— Sì... davvero? Ella crede alle mie parole?

Maria fa cenni affermativi colla testa.

— Ebbene, mi faccia un grande favore. Rimanga qui ancora... un sol giorno... almeno fino a domani a sera...

— Ma lei... non parte, lei, domani?

— No, non partirò: ci rivedremo... rimanga, abbia fiducia in me, rimanga; io ho bisogno di dimostrarle, se non altro, che tutta la mia colpa non fu che leggerezza in tutto questo... che se qualcuno... dei miei le ha fatto oltraggio, io la rispetto come si merita.

— Lo so, lo so.

— Ma un giorno può dubitare della mia lealtà, ed io non voglio che lei ne dubiti mai.

Maria si alza, e avvicinandosi gli stende la mano e gli dice colle lagrime agli occhi:

— Non ne dubiterò mai.

Giulio prende quella mano con tutte e due le sue, la stringe forte, la reca vivamente alle labbra, la bacia... Poi leva gli occhi; i loro sguardi s’incontrano, poi si sfuggono, poi si cercano ancora e s’abbassano...

— Non voglio prove... le ho...

— Grazie.

— Lei ha avuto compassione delle mie sventure.

— Non dica così!

— Non è vero forse? Lei è stato in questi giorni gentile, delicato, buono, e io... me ne ricorderò sempre... questa è la mia sola riconoscenza... la riconoscenza dei poveri come me... se vorrà ricordarsi di me...

— Se mi ricorderò? si figuri...

— Forse non ci rivedremo più... ma saremo amici.

Queste parole, che Maria pronunzia quasi sottovoce, a pause, con una intonazione calma, malinconica,mettono sossopra l’animo di Giulio che balza in piedi repentinamente:

— Ma io non posso lasciarla partire così da questa casa.

— Oggi o domani, non è lo stesso per me?

— Ma non per me...

— Che vuol fare?

— Non so, mi dia tempo a riflettere... ho bisogno di far qualcosa e farò qualcosa. La scongiuro, rimanga fino a domani.

E le prende nuovamente la mano e ripete:

— Rimanga! altrimenti non potrò credere alle generose parole che lei mi ha detto, e crederò invece che lei sia meco corrucciata...

— Ma no! no!

— Che non mi stimi più... che mi detesti...

Maria prorompe:

— Zitto, zitto; io detestarla! oh!... io che invece...

Ma s’interrompe tutto ad un tratto e s’allontana da Giulio rapidamente. Un passo d’uomo si fa sentire sulle scale.

Giulio rimane incantato; egli vorrebbe farle finir la frase che gli pare della massima importanza; — ma quel subito silenzio non è eloquente lo stesso e forse più?

Pasquale entra col suo fare grave e pesante, va dritto dalla contessina e le domanda:

— Vuol venire adesso?

La contessina, facendo uno sforzo per render calma la sua voce, risponde esitando:

— Non ho ancora potuto mettere insieme le mie robe...

— Non son quelle lì le robe?

— Non ci son tutte.

— Vuol che le dia una mano io?

— No... stassera non mi sento... sono stanca...

Pasquale china il capo in atto di rassegnazione e coll’usata discrezione va a sedersi in un angolo senza fiatare e senza rivolgere uno sguardo al dottore.

Maria soggiunge carezzevole:

— Povero Pasquale, t’ho fatto affaticare per me.

— Ah! — mormora Pasquale alzando le spalle.

— Verrò domani...

— La stanza è pronta, venga quando vuole.

Il dottore si alza a questo punto per uscire, e nel salutare la contessina la ringrazia tacitamente con una calorosa stretta di mano, che, se non fossero state le ombre della sera, avrebbe trovato il compenso in uno sguardo singolare di lei.

Anche Pasquale si muove augurando la buonanotte a Maria, che gli corre dietro, lo trattiene sulla soglia e gli dice ancora:

— Pasquale, non sei mica offeso?

— Ah! Non è lei la padrona?

— Non posso proprio, adesso... ma domani verrò...

— Le manderò la mia donna anche stassera.

— Se non ti rincresce...

Pasquale esce. Maria ritorna a sedere nel vano della finestra: è notte chiusa, la campagna è scura, avvolta in una fitta caligine; il castello pare siasi sollevato fra le nubi, nello spazio.

Maria sta per lasciarlo il castello, e con esso staccarsi dalle ultime reliquie della sua famiglia; e poi? che sarà di lei... in quel nero orizzonte, in quell’avvenire più nero ancora?...

Un fioco lumicino brilla sotto la nebbia giù giù nella scesa: è allaCascina della Trena...

— Cosa farà domani il dottor Giulio?

Pasquale e il dottore scendono insieme la collina, vengono insieme al villaggio; camminano silenziosi, impensieriti; Pasquale ha l’aria di non accorgersiaffatto del compagno. Quando son giunti innanzi alla sua casa, il dottore gli dice:

— Avrei qualcosa da dirvi.

Egli, senza parlare, apre l’uscio e gli fa segno di entrare.

Attraversano una specie di bottega ingombra di assi e di arnesi da lavoro. Pasquale fa un po’ il legnaiuolo e alterna le occupazioni del mestiere con la coltura di alcuni piccoli fondi ch’egli possiede.

Riescono nella cucina, dove la moglie ha scodellata la minestra, e così per ingannare il tempo e l’appetito fa ripetere le orazioni a due ragazzi, che divorano cogli occhi ilpane quotidiano.

La donna saluta sommessamente il dottore, gli pone una sedia accanto al fuoco. Pasquale si mette a desco. Cenano in fretta: poi i ragazzi vanno a letto e la donna ritorna al castello, dove, dopo la morte della contessa, suole passar la notte.

Quando sono rimasti in due, il dottore dice al legnaiuolo che gli volta le spalle:

— Pasquale, voi non mi volete bene.

Ma l’altro è tutto intento a sorbire la suamonferrina, cioè l’ultimo piatto di minestra condita col vino.

— Mi sono accorto che... non siete contento che io... parli con la contessina... Non siete contento?

— No.

— E... perchè?

— Perchè tutto il paese ci trova a ridire.

— E cosa dice il paese?

— Ci vuol poco talento ad immaginarlo. Che la signorina è sola, è giovane, e che lei, signormedichino, non può avere delle buone intenzioni...

— Ah!... e voi, Pasquale, cosa ne pensate voi?

— Cos’ho da pensar io?

— Non credete ch’io sia amico sincero della contessina?

— No.

— Anche voi credete ch’io abbia delle cattive intenzioni?

— Sì.

— Ebbene, voi non mi conoscete.

— Ah!... ho lì nell’orto un pero cotogno. Questa primavera ne levai un messiticcio e l’ho piantato; fra due anni porterà frutto: io giurerei che anch’esso farà pere cotogne... e lei?

Il dottore rimane dolorosamente colpito da questo sillogismo metaforico e non sa cosa rispondere. Dopo un breve quarto d’ora Pasquale gli domanda brusco brusco:

— Cos’ha da dirmi?

— Oh... volevo... persuadervi che mi giudicate male.

— Che cosa glien’importa a lei dei miei giudizi?

— Me n’importa assai.

— Uh!

— Sì, me n’importa assai; perchè voi siete un brav’uomo, il migliore ch’io conosca; poi perchè voi siete il confidente, l’aiuto, il sostegno di una persona per cui io ho moltissima stima...

— Eh!

— Sì davvero.

— Sì! non v’è angheria e malignità che isuoinon abbiano fatta a quella povera famiglia; cose che gridano vendetta. Non parlo delle antiche, tutti le sanno; ma solo di quelle che ho viste io in questi ultimi dieci anni: appena occupato il castello l’hanno affittato a della canaglia: al ferraio che picchiava tutta la notte sull’incudine mentre la contessa era malata; ad Ambrogio che le faceva il letamaio sotto le finestre e glielo rivoltava tutti i giorni a mezzodì nell’ora del pranzo. Poi hanno cominciato a demolire con tanta buona grazia, che un muro comune rovinò e fu miracolo se la contessa non rimase sotterrata; poi le hanno lasciato rubare le tegole, intorbidar l’acqua del pozzo, saccheggiare il giardino, e l’hanno fatta schernire e ingiuriare da Maurizio ogni giorno... E ora lei mi dice che ha dellastima! bell’avanzo per la contessina che non ha più casa, non ha più nulla, che ha il danno e le beffe di tutto il paese...

Pasquale s’è venuto a poco a poco scaldando e continua senza lasciar mezzo al dottore di aprir bocca.

— La cacciano di casa sui due piedi, senza carità, senza compassione, mentre è ancora mezza malata: questa è la stima. Le fanno una triste pubblicità, le fanno un’intimazione per mezzo d’usciere! E dopo questo lei vuol saper cosa penso io? io penso che lei dovrebbe lasciarla stare quella povera creatura; che dovrebbe lasciarle almeno quel po’ di buon nome che le resta. Il mio parere è questo; se le spiace, non so che farci; non doveva chiedermelo.

— Pasquale, voi avete ragione; ma sentite: di quello che hanno fatto... glialtriio non ho colpa... mi rincresce e, ve lo dico fermamente, qui a quattr’occhi, me ne vergogno per loro. Non ho saputo che oggi quest’ultimo affronto; se avessi potuto impedirlo l’avrei fatto. Vi giuro, Pasquale, che se potessi dire alla contessina: — Stia dov’è, faccia conto d’essere in casa sua; — darei non so cosa. Ma, voi lo sapete, il castello e tutte le antiche proprietà dei conti d’Ormeto appartengono a mio nonno,e con lui non si può parlare di nulla... io non posso per adesso far contro le sue volontà.

— Nessuno le chiede nulla a lei...

— Eppure io vorrei fare qualcosa: vorrei avere il mezzo di rimediare al male che si è fatto: son venuto qui per questo... perchè mi aiutiate a cercare questo mezzo...

Pasquale si volta allora per la prima volta, si alza dal tavolo su cui stava appoggiato colle gomita, viene a piantarsi in faccia al dottore e lo guarda con grande curiosità.

— Dunque, cosa mi dite?... — riprende Giulio.

— Ma!

— ... Se la contessina volesse... se si contentasse... vorrei farle una proposta... volete incaricarvene voi?

Il dottore s’appressa a Pasquale e gli sussurra nell’orecchio una sola parola che ha la virtù di mozzargli il fiato e fargli rifluire il sangue al viso.

— Come!... davvero? — esclama Pasquale non appena riesce a snodare la lingua.

— Vi do parola d’onore... Volete voi aiutarmi, Pasquale?

Pasquale leva un bicchiere dalla scansia, lo pone sopra un piatto di maiolica a fiorami turchini: lo riempie di vino e lo presenta al dottore.

Egli non aveva ancora offerto da bere al compagno, e questa mancanza, che colà non può essere involontaria, è uno dei più gravi insulti che un contadino dell’Astigiano vi possa fare.

Colma anche il suo bicchiere, e, sporgendolo pertoccarecol dottore, risponde alla domanda che questi gli ha fatta:

— Se lei parla da galantuomo, sì, con tutta l’anima.

Versa quindi nuovo vino al dottore e poi domanda:

— Dica un po’, quando?

— Ma... se la contessina... acconsente... io non chiedo altro... subito...

— Alla buon’ora!...

Il dottore vuole andarsene e Pasquale vuole accompagnarloper discorrere. Ma per istrada nessuno apre bocca.

Sulla porta dellacascinaPasquale dice sottovoce:

— Dunque, ho proprio da parlare alla signorina?

— Ma sì, ricordatevi che avete promesso d’aiutarmi... di far tutto quello che potete.

— E lo farò: ma guardi di far l’uomo, che poi non ci manchi!

— Non temete;... quando le parlerete?...

— Domattina.

— Bene, verrò io da voi a mezzodì a prendere la risposta... Mi raccomando!

Pasquale ritorna verso casa, e a poco a poco rallenta il passo come fosse sopraccolto da gravi e moleste riflessioni. Sull’uscio si ferma perplesso. Poi dà volta ancora e adagio adagio rifa la strada innanzi allacascina, sale al castello; trova la moglie che sta per porsi a letto nella stanza attigua a quella della contessina e le chiede:

— Che fa la signorina?

— Dorme.

Egli esce, passeggia per qualche mezz’ora sulla spianata benchè soffi un rovaio indiavolato, poi scende, passeggia ancora a lungo innanzi e indietro con precauzione avanti la porta dei Bellardi, e finalmente si decide, di malavoglia, a ritirarsi. Egli ha un sospetto. Perchè la contessina ha voluto rimanere quella sera? Aveva parlato col dottore... Se fosse un tranello...

All’indomani per tempissimo egli è in piedi, ritorna al castello e quivi chiede di nuovo alla moglie:

— La contessina dorme?

— Certo che dorme; che volete che faccia a quest’ora? — risponde la donna stupita.

Egli allora ridiscende a girellare intorno allacascinafinchè, verso le nove, vede uscirne ilmedichino.

Questi gli corre incontro e gli domanda:

— Ebbene, le avete parlato?

— Non ancora... lei è ancora dello stesso sentimento?

— Certo... voi dubitate ancora di me...

— Che vuole, mi scusi, non mi posso ancora persuadere che lei sia un onest’uomo.

Il dottore sorride tristamente: il suo viso smorto dimostra ch’egli non ha fatto nottata troppo quieta.

— Vado adesso... Venga ad aspettarmi sulla spianata.

— Sì... Sentite, ditele per bene le cose: ditele che voglio renderle in bene tutto il male che... gli altri le han fatto.

E continua così le sue raccomandazioni fin che sono in cima. Quivi si separano, Pasquale si allontana, egli lo richiama indietro e gli dice ancora:

— Ah! ditele... che... le voglio un gran bene.

— Eh!... questo s’intende, — risponde Pasquale.

Maria s’è levata di buon’ora, come nei giorni di grandi faccende; ma da due ore non sa che fare; è diventata nervosa: le pare debba venir qualcuno che ritarda.

Entra Pasquale come una bomba, trafelato, col volto acceso, e non dice nulla; si siede senza aprir bocca.

Maria gli domanda cos’è stato.

— Ah!... dica un po’... se avesse da maritarsi... le spiacerebbe?

— Cosa?

— Se avesse da maritarsi...

Maria lo guarda sorpresa e si mette a ridere.

— Hai uno sposo pronto?

— Certo che l’ho...

— Bello?

Pasquale fa una smorfia.

— Non è bello, — esclama Maria. — È alto come me? Sai che io detesto gli uomini piccolini.

— Ma senta...

— Dunque è piccolo. Ha spirito almeno?

— Che so io? — risponde Pasquale un po’ infastidito.

— Non ha nemmeno spirito, ma mio povero Pasquale, a chi mi vuoi dar tu?

— Mi lasci parlare...

— Aspetta, indovino io chi è: il figlio dello speziale: è un pezzo chemi vuole. Non è lui?

— Signorina, non fo mica da burla io, — dice Pasquale in tono di rimprovero.

— Ah già, tu non burli mai! Ebbene, eccomi qua seria anch’io ad ascoltarti. Cos’è questo tuo pretendente?

La Maria si fa contegnosa davvero.

— È, secondo me... un buon partito... un partito conveniente... è molto ricco...

— Ah sì? — dice la contessina distratta.

— Insomma, è questo qua, lì da basso... allacascina...

— Chi? — domanda Maria agitatissima.

— Ilmedichino...

— Oh!

— Me l’ha detto lui.

Maria spalanca gli occhi e diventa bianca come cera; vacilla, cade su d’una poltrona e rompe in un violento scoppio di pianto.

Pasquale la contempla meravigliato: non sa che dirsi.

— Non si affanni, per carità; se le spiace si dice di no, e tutto è finito... Egli è di quella razza maledetta... lo so, una volta la sua domanda sarebbe stata un affronto... Guai se l’avesse fatta alla contessa!...

Intanto s’è accostato a Maria, che singhiozza sempre e non può parlare.

— Però adesso, — continua Pasquale dopo una pausa, — adesso le cose sono cambiate... lei è sola, e alla sua età, nella sua condizione, una donna... non sta bene... Lei, certo, poteva desiderare di meglio assai... un nobile, un par suo... ma dove trovarlo adesso? a me mi pareva che lei potesse dir di sì... non fosse altro che per farla tenere a quell’orso di Giacomo. Eppoi almeno avrebbe finito tutti i fastidi... non avrebbe da pensar ad altro che a far la signora... Ma se non le va... non ci pensi più... faccia conto ch’io non abbia parlato... vado a mandarlo a spasso subito...

Egli si muove infatti per andare, ma la contessina si scuote ad un tratto, lo afferra per un braccio, lo tira a sè, gli lancia le braccia al collo, nella furia gli fa cadere la berretta, gli scompiglia i capegli grigi e grida:

— No, aspetta.

Pasquale è sbalordito. Essa fa inutili sforzi per parlare.

— Ma cos’ha? — dice Pasquale che comincia ad inquietarsi. — Non lo vuole? lo so.

Maria scuote il capo.

— Glielo dirò, ho capito.

— No, — esclama Maria.

— No cosa? non ho da dirglielo? E perchè? Bisogna che gli faccia una risposta... è fuori che aspetta.

— Ma sì...

— Dunque cosa dirgli?

— Sì...

— Dunque lo vuole?...

— Non hai capito ancora?... tu non capisci nulla...

— Ma lei le dice in un certo modo le cose...

— Ma va... va...

Pasquale la guarda temendo ch’ella sia impazzita, e ripete:

— Vado a dirgli di sì?

— Sei ancora lì?

— Eh non tema, non iscappa.

Quando è alla porta essa lo richiama indietro.

— Cosa t’ha detto, dimmi, bravo Pasqualone; parla... ci vuol poco a dire quello che t’ha detto... egli parla tanto bene! chissà che belle parole ti ha detto... e tu non me le ripeti... parla...

— Ma devo andare sì o no? Egli aspetta...

— Ah sì, va... me lo dirai dopo.

Pasquale è sempre stupito: egli stupisce di tutto... Esce in cerca di Giulio, senza troppo affrettarsi, mulinando e brontolando fra sè sulle stranezze della scena fattagli dalla contessina.

Giulio, che lo vede venire a quel modo, impallidisce e non ha coraggio di dare un passo per farsegli incontro.

— Ebbene?... — domanda con voce soffocata e tremante.

— Ebbene la contessina accetta.

— Davvero?

Anch’egli abbraccia Pasquale, che va di meraviglia in meraviglia.

— Davvero? — ripete il dottore, — e come ha detto?

Pasquale pensa fra sè: — anche questo qua vuol sapere come ha detto, — e poi con comodo risponde:

— Ha dettodi sì, cosa doveva dire? E adesso vuol venir su con me per cominciara discorrere?

— Adesso? io vo al castello...

— Vuol parlare a lei?

— Ma sicuro che voglio parlare a lei! — esclama Giulio con la ciera la più bella, la più raggiante del mondo.

E in furia, quasi di corsa s’avvia al castello. Pasquale gli vien dietro come può. Giulio sale a rotta di collo la scala, arriva all’uscio della camera dove sta la contessina e là si ferma come impietrito col bottone del battente fra le dita.

— Cosa fa adesso? — esclama Pasquale, entrando nella camera.

— Ecco qua il sor medichino, vuol parlare a lei.

Giulio si fa innanzi; Maria rimane seduta sulla poltrona e china il capo; egli la guarda intenerito. Pasquale si siede come al solito in un canto; ma vedendo che non parlano, crede abbiano soggezione di lui, ed esce dicendosi che al punto dove stanno le cose egli può senza pericolo ritirarsi.

Si ferma a piè della scala ad aspettare il dottore ch’egli si propone di non abbandonare finchè tutto non sia stabilito. Ma Giulio non si fa aspettar troppo; arriva dopo due minuti correndo con l’aria stravolta da una gioia ineffabile.

— To’, — pensa Pasquale, — avevano da parlarsi ed è già qui! non hanno avuto il tempo di dir nulla di nulla.

E la sua meraviglia è al colmo.


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