XI.

La notte era alta ancora, quando una bianca figura, rasentando il muro del giardino, salì sulla spianata e scomparve nella tenda di Nick; una vecchia cavalla, a cui passando sfiorò la groppa, nitrì festosamente, e, dai vicini accampamenti, tutte le altre bestie le risposero.

La campagna dormiva e russava nel canto vasto dei grilli e delle cavallette; appena impallidivano alcune stelle in scialbo orliccio, che profilava i ciglioni oltre la Sesia.

L’astro di Venere, al confine dell’orizzonte, ammiccava maliziosamente all’apparente quiete delle tende e a cento mani solerti, affaccendate all’ultime prede sulla collina di Peveragno.

Poco dopo il pianeta si tuffava nell’ombra dei boschi, e, come ad un segnale, gli accampamenti si ridestavano. Le tende si ripiegavano in fretta nei carri stipati di cenci, di sciarpe, di donne, di bambini, si disponevano in fila, scendevano sulla strada; la marcia si ordinava rapida, silenziosa.

Quando, verso l’alba, il conte si affacciò alla finestra della torre, la carovana era lontana parecchie miglia, si svolgeva come un lungo serpente nella pianura, si tuffava nei vapori densi delle risaie, spariva. Il torrente del destino aveva ripreso il suo limo.

Unica traccia della loro dimora, le cime scalvate dei colli, simili a lembi di deserto e di barbarie caduti in mezzo ai colti. Come dopo un temporale, nei vigneti e nei campi, i contadini verificavano i danni lasciati da quel flagello umano, e sorgeva un coro d’imprecazioni, consueta espressione dell’odioche la razza, maledetta per un arcano peccato originale, suscita sul suo cammino.

Il conte Emanuele, triste, oppresso dal pensiero di quella infinita sciagura, discese nell’appartamento di Luscià, povera rondinella che lo scirocco del destino aveva buttato sotto il suo antico tetto feudale...

Trovò la camera vuota: Luscià era scomparsa, portando seco le sue gioie e il suo abito da sposa.

Egli non smaniò, non fe’ ricerche; chiuse nell’anima questo disinganno cogli altri, e si rassegnò a portarlo.

Ma la sera, verso l’imbrunire, sotto il viale del parco, gli si presentò Nick, e indicandole Luscià che lo seguiva per mano di Nad, gli disse con uno scaltro sorriso:

— Vedete, se ilRonmitschelè di parola: io vi riconduco Luscià; ella è vostra, io ve la rendo.

— Io non voglio farle violenza, disse il conte tentennando il capo; ella è libera di seguire la sua gente.

— Violenza? interruppe lo zingaro meravigliato. Se un cavallo vi sfugge, lo lasciate andare?

— Noi facciamo una differenza fra le donne e i cavalli.

Nick divenne riflessivo.

Poi, pigliando un fare magnanimo:

— Voi l’avete pagata la dote; è vostra; sotto la mia tenda non c’è più posto per lei.

— Non voglio trattenerla per forza.

— Non è per forza, ella è giovine, non sa quel che si faccia, bisogna avvezzarla: io le ho detto che ella deve rimanere, ella mi obbedisce, e rimarrà, ne rispondo io. Se voi m’aveste lasciato parlare con lei iersera, ciò non sarebbe avvenuto. Luscià, tu rimarrai?

Luscià si fe’ innanzi premurosa, e disse in fretta baciando la mano al conte:

— Sì, sì!

La sua voce tremava.

— Vedete!... soggiunse Nick con un ghigno di trionfo. Pagherete almeno il mio servizio?

Il conte disse alla donna:

— Orsù, io non vi mando via, la mia casa è la vostra: stateci se volete; tenete con voi anche Nad. Voi siete la padrona di restare o di andarvene.

La vecchia voleva buttarsegli ai piedi; il conte la trattenne e le ordinò di seguir Luscià nella sua stanza.

Poi, quando ebbe aggiustati i conti con Nick, rientrò anch’egli, venne a cercar la sposa, e le parlò con una gran calma, una grande tristezza.

— Or che siamo soli, ti ripeto che sei libera di far quel che vuoi: se non ci stai volontieri, va che Dio ti benedica.

— No, no, sclamò Luscià.

— Hai paura di Nick? ti accompagnerò io da Dan, egli ti proteggerà.

— No, no, io resto con te.

Nad s’intromise:

— Lagalvayvi vuol bene; ella non è fuggita. Nick l’ha nascosta per ingannarvi. Voi non l’avete regalato — egli l’ha fatto per avere ilpleisserdum.

Il conte si rasserenò.

Nad soggiunse umilmente:

— Mi tenete con voi? vi servirò bene.

— Ma sì, ma sì, buona mamma, sclamò il conte.

Poi, volto a Luscià:

— Hai inteso quel che ella ha detto... ed è vero?

La giovane fe’ cenno di sì.

Emanuele fu vinto. Riaperse l’animo alle sue care illusioni, si risentì felice.

Dopo il giorno delle nozze, fu quello per lui il primo momento di vera e schietta gioia.

Finalmente quel cuore e quell’esistenza gli appartenevano; egli n’era sicuro. S’udiva nella valle il galoppo di un cavallo che si allontanava.

Strinse quella bruna testolina sul petto, ve l’adagiò, la carezzò teneramente senza parlare, pensando ai tesori d’intelligenza e di affetto ch’ei vi avrebbe fatti sbocciare, alle sue candide meraviglie, alle dolci sorprese, ai tripudi infiniti...

Luscià s’era addormentata fra le sue braccia.

Egli sognava per lei.

Ma quella contentezza gli fu presto amareggiata.

Luscià pareva stordita; ella così vivace, così inquieta, passava delle ore immobile, silenziosa, incantata.

Emanuele pensò ch’ella avesse bisogno di svago, di conforto, per la lontananza della sua gente. E la condusse a fare un viaggio.

Percorsero mezza Italia: visitarono la Toscana, il Veneto, la Lombardia.

Luscià era stata già dappertutto colla sua tribù, che da tre anni dimorava di qua dalle Alpi. Emanuele scrutava le sue impressioni, le sue memorie, avido di scoprirvi la poesia selvaggia e robusta di un’anima vergine, di un sentimento ingenuo. Nulladi tutto ciò: ella non si ricordava di nulla, non si entusiasmava di nulla: era insensibile alle meraviglie dell’arte; le bellezze della campagna, del paesaggio la lasciavano fredda: non amava che il moto continuo; preferiva a tutto lo strepito delle grandi città; lo scarrozzare per le vie popolose, sui grandi corsi pieni di sfarzo, di lusso, la sera luccicanti di lumi.

Amava la folla, le brillanti riunioni: fosse in teatro, in chiesa, alla passeggiata, per lei era lo stesso.

Ci andava vestita in gran pompa; tutte le acconciature, dalle più severe alle più strambe, s’attagliavano a quella sua figura ricchissima di contrasti: seria, vivace, inquieta come una cutrettola, contegnosa come una regina.

Quando, al braccio del marito, attraversava la folla, gli uomini si voltavano mormorando d’ammirazione; ella si guardava attorno e rideva.

Qualche volta Emanuele la riprese con dolcezza.

— M’hanno detto che son bella, non è forse vero? domandava Luscià.

— Sì, lo sei, te lo dico anch’io sempre, sei bellissima... ma per me.

— E allora, perchè veniamo qui?

Tentennava il capo — non capiva.

Emanuele taceva, sconcertato dalla sua logica primitiva, ma più dai suoi occhi affascinanti.

Al postutto, non era questa che una civetteria innocente e tollerabilissima.

Se avesse potuto accorgersene, egli si sarebbe inquietato di ben altri segni.

La giovine sposa, se non alle idee e ai sentimenti della sua condizione, si avvezzava rapidamente alle mollezze e ai comodi materiali della civiltà: vi si grogiolava dentro con una delizia indicibile: la pigrizia e la ghiottoneria s’educavano in lei mirabilmente. Dopo il piacere chiassoso, rumoroso, nulla l’era più caro che l’ozio, l’ozio assoluto sdrajone degli animali domestici. Avrebbe passato in letto a rosicchiar confetti tutte le ore che non passava in carrozza. In poche settimane aveva contratti tutti i vizi di una cagnuola favorita. Ma era tanto graziosa! La sua personcina si torniva, il suo fare si aggraziava; le sue carezze senza slancio, senza spontaneità, senza calore, acquistavano una morbidezza fine, squisita; offrivano tutte le voluttà della femmina, senz’ombra delle esigenze della donna.

Spesso il conte, rientrando dalle sue passeggiate mattutine, che s’era rassegnato a fare da solo, trovava Luscià che dormiva ancora. Al rumore dei suoi passi ella si svegliava, gli buttava le braccia al collo, si accovacciava sulle sue ginocchia, gli strofinava il volto col suo musettino delicato, rovesciavasulla sua spalla la testolina leggiadramente scarmigliata, guardandolo attraverso le palpebre socchiuse con le pupille voluttuosamente sonnacchiose. Poi erano baci, risolini soffocati, gemiti, tortoreggiamenti innumerevoli. Tutto ciò finiva ad un tratto, se un segno d’impazienza balenava nello sguardo d’Emanuele. Luscià era un giocattolo intelligente; sapeva capire quando il momento del trastullo era finito. S’alzava seria, e si ritirava nel suo cantuccio a lisciarsi colle zampine gentili i ricciolini scomposti e a pulirsi i dentini d’avorio.

Emanuele, come tutti i caratteri timidi e seri, a cui la ritrosia, la verecondia sbarrano la via del piacere, nei primi giorni ne andava matto, si abbandonava alla facilità di quelle delizie nuove per lui, se ne inebbriava perdutamente. Il suo spirito riflessivo, fantasioso, aveva qualche volta adorato la donna, ideale alto, lontano, che svaniva quando egli cercava raggiungerlo; i suoi sensi si risvegliavano tardi ma prepotenti, e si contentavano della femmina.

In quel primo ardore la sua mente, il suo cuore erano sopraffatti; gli occhi, ammaliati dalle forme, non vedevano che le perfezioni esteriori esagerandole, non potevano avvertire i modi strani, in cui trasparivano i difetti dell’indole. E Luscià ne avevamolti, e tali che avrebbero dovuto impensierire il marito, se l’innamorato l’avesse permesso; tanto più ch’ella nella sua ignoranza non pensava punto a celarli.

Un giorno, a Firenze, Emanuele, entrando nella camera della sposa, assistette ad una scena singolare.

Luscià, in gonnella e veste scollata, colle braccia nude, si lavava le mani in un catino, che il cameriere dell’albergo le teneva, non avendo potuto deporlo sulla toeletta, ingombra di minuterie d’ogni sorta.

Il servo, inanimito dalla confidenza, divorandola cogli occhi, le teneva dei discorsi assai poco convenienti: ed ella sbellicava dalle risa, buttandogli manciate d’acqua nel viso.

Il conte impallidì: fe’ uscire lo sguaiato famiglio, il quale non gli risparmiò una mezza impertinenza; e per decoro bisognò tenersela. Alla moglie non disse nulla: — ella era tanto stupita dell’accaduto, che il conte attribuì il trascorso all’ingenuità e non si chiese allora se quest’ingenuità non significava mancanza di quell’istintivo pudore che nei paesi civili è la massima delle virtù muliebri.

Dimenticò la scena; la sua tenerezza era disposta a passar sopra a cose ben più gravi.

La sua gioventù soffocata in fondo al cuore daldolore, dal dovere, gli montava al cervello: gli dava delle vertigini di imprudenza, di sregolatezza, e ridiventava fanciullo, diventava spensierato come non s’era sentito mai, neppure a diciott’anni.

Aveva sposata Luscià per il sentimento tutto paterno di farle da educatore, per elevarla al livello del proprio mondo aristocratico; ma invece la zingarella lo aveva di botto precipitato dal sommo della sua serietà patrizia nella vita vagabonda, e lo trascinava per mano, ammiccando cogli occhietti procaci e misteriosi, per sentieri ignoti, tortuosi, lubrici, a sensazioni nuove, a desideri strani, credulo, confidente, ammaliato.

Dava negli eccessi di uno studente birichino che fa la sua prima scappata; si buttava alle più stravaganti pazzie, con una foga di cui rideva egli stesso, incantato di trovarsi così vivace e brioso.

La loro vita era il rovescio dell’ordine, dell’abitudine; in cui tutte le convenzioni della giornata, dell’orario, andavano capovolte.

Giravano la notte per le vie remote, scorrazzavano per la campagna, irrompevano nelle osterie rustiche, si facevano imbandire una cena, mettevano tutto a soqquadro, vi improvvisavano un ballo, un festino, riddavano il trescone, poi, ad un tratto, buttando una manciata di monete in mezzo a quellafolla che la loro follia aveva radunata, eccitata, raggirata, scappavano via di corsa, sparivano come folletti capricciosi. Emanuele portava di peso Luscià nella carrozza che aspettava nelle tenebre, ve la buttava ridendo come un matto e soffocandola di baci. Tornando tardi, picchiavano alla porta dei caffè del sobborgo, si facevano aprire per prendere un rinfresco, bevevano nello stesso bicchiere, si buttavano acqua in viso, ed uscivano lasciando un concetto assai poco onorevole di loro agli avventori, ai seri fannulloni, ai giocatori gravi e imbronciati, e uno ottimo al tavoleggiante che regalavano liberalmente.

In queste scapestrerie il più spinto era naturalmente Emanuele. Luscià ci si trovava nel suo elemento, e aveva in fondo tutta la calma dell’intenzione. Ma vi si mostrava insaziabile.

Egli aveva le idee più arrischiate, più bizzarre, ella i gusti più godiglioni. Egli si stordiva, si inebbriava, si stancava delle cose più stravaganti; ella invece se la spassava e trovava sempre l’agio di succhiarsi con quiete qualche leccornia prelibata: — Alternava i baci e le pastiglie: i baci per lui, le pastiglie per sè. Non partecipava ai trasporti del marito, ma sapeva però destramente sfruttarli: essa aveva in quei momenti sempre qualcosa da chiedergli, che bisognava assolutamente darle e senz’indugio.

Una volta, alla Spezia, erano usciti in barca per una gita a Porto Venere, ma Luscià era di malumore; attraversando la città s’era invaghita di un cappellino esposto in una vetrina, ed Emanuele non era stato pronto a soddisfare il suo desiderio. Ma, accortosi della sua dimenticanza, dalla cera rannuvolata di lei, quando già erano lontani qualche miglio da riva, fe’ voltar indietro la barca, corse dalla crestaia, comprò il cappellino. Ritornati in barca, un temporale li sorprese, cadde un grande acquazzone che sciupò il regalo, mandò a monte la gita, per cui egli aveva data parola a tanti amici suoi. A Luscià non rincrebbe nè l’una, nè l’altra cosa.

I suoi capricci, una volta soddisfatti, svanivano, ma non ammettevano replica. Oramai, senz’accorgersi, il conte comprava, si può ben dire, tutte le sue carezze; il desiderio di avere un sorriso, una smorfietta di più, lo spingeva a spese inutilissime; non tornava mai a mani vuote.

Quando usciva per città, tutto ciò che le dava nell’occhio Luscià lo voleva.

Fu a Firenze ancora che accadde un’altra scena spiacente. Erano stati a Ponte Vecchio da un orefice per una qualche compera. Contrattata la mercanzia ed usciti dalla bottega, a un cento passi più in là, li raggiunse un commesso tutto sconvolto eli pregò di guardare nel pacco se, per isbaglio, vi fosse entrato un anellino di brillanti, che stava sul banco del suo padrone. E intanto sbirciava, con sospettosa timidezza, la borsa ricamata che Luscià teneva al braccio, e finì col pregarla di guardare anche là. Il conte si risentì, strapazzò il ragazzo, gli diede il suo nome e il suo indirizzo e rientrò tutto indignato di quella petulanza. Alla sera Luscià, tirando dalla borsa il fazzoletto, fe’ cadere l’anellino. Non arrossì, non si sconcertò, non si mostrò sorpresa, e il conte, senza chieder di più, timoroso di approfondir la cosa, corse dall’orefice a pagargli il gioiello.

Nel ritorno si trattennero alcune settimane a Milano, che, più di tutti gli altri paesi visitati, piacque a Luscià per la grossa giocondità delle sue usanze.

Vi si apriva la stagione musicale d’autunno; in mancanza della società signorile, fuori a villeggiare, v’era il solito concorso di forastieri, di artisti teatrali, di virtuose, col loro codazzo di protettori, dipatiti, di parassiti, di ricattatori, una folla allegra, chiassosa e crapulona, che cominciava a vivere alle sette di sera, all’ora dello spettacolo, e che, uscendo, invadeva tutti i caffè, tutte le osterie, le bettole della porta e vi menava baldoria sino alle prime ore del giorno.

Quel mondo somigliava, almeno per la vita vagabonda e sregolata, alla razza di Luscià. Le affinità non tardarono a manifestarsi.

Alla Scala fu ben presto avvertita quella strana personcina dagli sguardi sfolgoranti.

Quando si seppe che ell’era una donna di condizione, che quella perla di venturiera era legata in un vero ed autentico blasone, la curiosità non ebbe più limiti; attirò tutti gli sguardi verso di lei, e il suo palco, per l’intromissione di qualche amico, fu ben presto preso d’assalto dai galanti più in voga. Fu una processione di gilè bianchi, di cravatte enormi, di pettinature meravigliose, di vagheggini sfatati, di nobili venturieri e di venturieri arricchiti.

Emanuele sentiva, da principio, un po’ di ripugnanza per costoro; ma il gusto di primeggiare era così naturale in Luscià, così innocente, eppoi la rendeva così seducente, così bella, ch’egli non seppe negarglielo.

Quanto a lei, preferiva, fra i suoi corteggiatori, i meno ammodo, i più matti, i più vivaci e meno educati. Questi allontanavano gli altri, e travolgevano i due sposi in una baraonda di concerti improvvisati, di festicciuole scapigliate, di serenate, di veglie, di conversazioni, in cui non si discorreva — si strepitava, si rideva, si faceva baccano.

Il mezzo con cui tutta questa gente, uomini e donne, riusciva ad imporsi, era uno solo: una fervida, schietta ammirazione per Luscià.

Ella li attirava senza volerlo, poi, una volta fatte le relazioni, alle prime parole la dimestichezza nasceva una dimestichezza di giochi, di scherzi, di pettegolezzi, non profonda, ma invadente. Emanuele si trovò invischiato senza pur accorgersene. Al caffè, al teatro, nell’albergo, le conoscenze gli fioccavano intorno, come falene intorno alla fiammella; e la fiammella era quello stesso fascino, a cui il suo orgoglio patrizio s’era bruciacchiato l’ali per sempre.

Finì, tuttavia, col disgustarsene.

Egli era in obbligo di fare una visita sul lago ad un generale, amico di suo padre, vecchio celibe, senza famiglia. Per risparmiare alla sposa una noia e salvare una quantità di convenienze, risolse d’andarci solo. Doveva trattenersi fuori una notte.

Luscià rimase colla cameriera, che il conte le aveva presa per la sua dimora in Milano. Costei, una specie diSuson, intrigante di professione, scaltra ingannatrice di mariti, non trovava il suotornaconto nella tolleranza del conte, che rendeva inutili i suoi talenti.

Tanto per non perdere la mano, colse dunque al balzo quell’occasione per suggerire alla sua padrona, che — secondo il suo costume coi servi — le accordava una grande confidenza, uno dei suoi segretumi.

Sapendo che Luscià ammattiva per la coreografia, ella, che aveva un fratello o un cugino ballerino alla Scala, le propose di farlo venire con una squadra di compagni e di compagne, tutti in costume, ad eseguire, per lei, qualcuno dei passi che più incontravano nel ballo della stagione:La caduta di Missolungi.

A questo primo disegno, ella aggiunse poi la cena con degli inviti, — insomma una vera e completa baldoria; felice di completare la cosa coi suoi lucrosi ripieghi da mezzana, pensò ella stessa alla spesa, mettendo a pegno qualche gioiello della padrona.

A mezzanotte la compagnia era a tavola nel salotto quando capitò il conte.

Egli aveva trovato il generale infermo, perciò, fatta la sua visita, era, senz’altro, ritornato indietro.

Non rimase poco sorpreso; ma, da vero gentiluomo, dissimulò la contrarietà che ne sentiva, e pigliòla cosa con tanta buona grazia, da far credere che tutto fosse stabilito col suo consenso.

Luscià, benchè non troppo turbata, andò, per consiglio della cameriera, che amava il drammatico, a buttargli le braccia al collo e a chiedergli perdono.

Egli non la lasciò parlare, e le disse sottovoce, con atto rispettoso: — tu sei la padrona.

Poi l’aiutò egli stesso a far gli onori dell’ospitalità alla strana brigata, e volle che si compisse esattamente il programma concertato.

Il banchetto terminò allegramente, con un’infinità di brindisi burleschi, largamente inaffiati di sciampagna.

Il conte, per una liberalità eccessivamente scrupolosa, non aveva voluto far le cose a mezzo; i fattorini servivano gl’invitati senza discrezione.

Poi si levarono le tavole, i suonatori invitati trassero i loro strumenti, e, al suono della piccola orchestra improvvisata, iCleftie leAlbanesie iGiannizzerifecero i loro passi.

Terminata la lunga serie di capriole, di prilli, di scambietti, di catene, di intrecciamenti, tutta la compagnia si abbandonava alle danze, che si protrassero a lungo, tumultuose, senza ritegno.

Quella genìa irriverente, chiassona, inanimita dalla complicità della padrona, dalla condiscendenza delconte, dal vino tracannato a garganella, trascese a degli eccessi straordinari.

Il festino prese, bel bello, l’andamento dell’orgia.

Gli sposi occupavano cinque stanze al primo piano dellaBella Venezia; il piccolo quartierino fu invaso da cima a fondo senza riguardo al mondo, messo nel più grande scompiglio.

Il conte, per la singolarità della sua posizione, ripugnandogli di far la parte dirustegodi commedia, non volle adoprar altro freno che la dignità garbata del suo contegno, il quale da solo non serviva guari.

Egli stesso dovette, con bella maniera, schermirsi dai trasporti di ammirazione, di tenerezza, che la sua indulgenza destava nei cuori sensibili dellealbanesi. Non poteva incantucciarsi un momento, senza che ne avesse una sulle spalle o sulle ginocchia, e senza sentirsi sotto il naso l’alito avvinazzato e ardente di una baccante inuzzolita.

Quanto a Luscià, riavutasi facilmente dal leggero sgomento, ci pigliava un gusto matto, rideva, saltellava di gioia, non stava ferma un minuto. La cameriera le aveva ben sussurrato il sospetto che il marito celasse la sua collera, per isfogarla poi a quattr’occhi; ma i suoi modi, il fare di lui l’avevano interamente rassicurata. Quando ella gli passava vicino, scrutandolo cogli occhi in viso, per scoprirvile secrete intenzioni dell’animo, egli le stendeva amichevolmente la mano e le sorrideva bonario, premuroso, come al solito. Una volta anche le aveva fatto fare un giro di valzer, e nel ricondurla a sedere, stringendole il braccio, le aveva detto: — ti diverti? — come sempre usava quando la menava a qualche sollazzo.

Il baccano continuava intorno; egli non pareva aver occhi che per lei.

Del resto Luscià non faceva, come si dice, nulla di male; sfogava il suo talento naturale dello schiamazzare, il suo ardore infantile di muoversi, di sparnazzare, di scalmanarsi, null’altro...

Eppoi, sotto gli occhi del marito, nessuno le mancava di rispetto.

Però il conte, per quella notte, fece una gran prova di pazienza. E quando la brigata gli fe’ la grazia di andarsene, ed egli, data l’ultima stretta di mano, potè chiudere la porta dietro a quella mascherata fastidiosa, diè in un grande sospiro di sollievo.

Attraversò l’appartamento, corvettando fra le sedie rovesciate nell’ultimo congedarsi, e si ritirò nella camera.

Luscià s’era buttata, vestita, sopra il divano, stanca, pesta di fatica, non sazia, fantasticava cogliocchi spalancati, accesi, come fosse nella sua vecchia tenda, dopo i lascivi contorcimenti deltanâna. Intorno i segni del baccano che era penetrato fin là; i tappeti voltolati, spiegazzati, i cuscini buttati a terra; le cortine del letto aperte, attorcigliate sui bracciuoli, lasciavano intravedere il letto sconvolto, una sedia colle gambe in aria al posto dei guanciali, i guanciali rovesciati a mucchio nel corsetto, le coltri trascinate sul pavimento; profanazione ed oltraggio non casuale alla vereconda poesia del talamo.

Un lurido, ributtante disordine, un’atmosfera densa di polvere, di fumo, di moccolaia, un tanfo acuto di vino e di tinello.

Il conte socchiuse la finestra.

La brigata si spandeva cantando e sghignazzando nella strada; sull’angolo di San Fedele un gruppo di ballerini aveva preso d’assalto un fiacre, e altercava col cocchiere, che si opponeva al carico soverchio; correvano bestemmie grossolane, grida, minaccie, strilli acuti di donna.

Al lume tremulo di un lampione si vedevano gli alti cimieri e i turbanti ottomani, — le aste levate in alto facevano alla scherma colla frusta prosaica del fiaccheraio.

Il portinaio dell’albergo chiudeva brontolando.

Emanuele allibì; comprese l’eccesso cui era trascorso.

Non accusò che sè stesso, non si vergognò che di sè. — Egli, il suo sensualismo cieco, la sua foga intemperante di divertimenti, erano la causa di tutto.

Sentì un cocente rammarico del pericolo, delle sconvenienze cui esponeva la sua sposa, egli il suo custode, egli il suo educatore; — un vivo bisogno di farne una riparazione, di rialzarsi nella sua stima, di chiederle perdono.

Ella, augellino smarrito, gettato sopra un letamaio, vi si dibatteva; — povera innocente, ella avrebbe dovuto guardarsi dal male in cui lui, fanciullone di quarant’anni, la precipitava, con tutta la furia viziosa di una tarda giovinezza?

Riparò in fretta, con mano sdegnosa, il disordine, — spense i lumi, testimoni dell’orgia. Il crepuscolo discreto e tranquillo dell’alba, penetrando fra i pizzi delle cortine, ricondusse nella camera un soave candore di raccoglimento e di purezza.

Le pupille di Luscià lucevano nella penombra e lo seguivano inquiete.

Emanuele, quand’ebbe rifatto alla sua adorazione la sua nicchia casta, vereconda, si accostò al divano, si inginocchiò in silenzio.

Una mano s’insinuò, timida e molle, come un invito, entro i suoi capelli, e scese a carezzargli il collo; egli la prese, la baciò riverente, a fior dilabbra; poi si alzò, attraversò riguardoso, in punta di piedi, la camera.

La cameriera, che origliava alla porta, spiando lo scoppio delle violenze presentite, lo vide, al fioco barlume mattutino, ritirarsi quetamente nel suo studio, stupì della sua calma, e sospettò fosse matto o peggio, — chissà cosa...

Ma quando, alcune ore dopo, fu congedata, e seppe che i padroni partivano alla volta del Piemonte, tornò a raccapezzarcisi a modo suo, andò intorno a spargere e commentare la notizia, a compiangere la contessina, la quale, povera vittima, si vedeva, partiva di mala voglia, e che feroce vendetta la attendesse, Dio vel dica; il marito era falso, brutale, unpiemontesee basta.

Gli sposi tornarono a Peveragno verso il fine di settembre.

Trovarono il castello queto, silenzioso, come lo avevano lasciato; solenne, ma non triste; il sole sfavillava nei vetri e avvivava i mille colori autunnali dell’eriche e dei muschi, temperava l’austera maestà dell’alte muraglie brune.

Emanuele era sereno, quasi ilare, ricuperava, nell’aria salubre del suo paese, i suoi pensieri, i suoi ideali, la parte migliore di sè stesso.

Egli pensava alla profonda credenza latina, che perpetuava l’anima di una famiglia in un campo e in una casa.

Così, mentre i suoi sensi scorazzavano, ignari di sè, il suo spirito, il buon lare di Peveragno, era rimasto là nel cuore del maniere feudale, nel viscere dell’antico torrione, ed ora gli dava il bene arrivato.

La carrozza saliva lentamente l’erta di San Nazario, e il conte, tenendo per mano la sposa, faceva i più bei sogni di domestica pace, di gioia onesta ed uguale. Egli le raccontava le vecchie usanze della sua casa, e vi ricamava su i suoi disegni d’avvenire.

Luscià, che per viaggio era stata sempre sonnacchiosa, diventava inquieta, nervosa.

Si guardava intorno impaziente.

— Siamo arrivati, sei contentai le chiese il conte. Ella rispose di sì, distratta.

Appena smontata dalla carrozza si buttò al collo di Nad, ch’era venuta ad incontrarla, la trascinò nella sua camera, si fe’ portar tutti i gingilli ch’ella recava seco dal viaggio, li sparpagliò per i mobili e fra lei e la vecchia seguì un lungo cicalìo in gergo.

Emanuele venne più volte all’uscio per vederla;il dialogo non finiva mai; Luscià rideva, sospirava, chiacchierava continuamente; egli non volle turbarle questo sfogo naturalissimo; — e sempre tornò indietro.

A cena ella si mostrò stanca. Si ritirò subito dopo.

Il conte discese in giardino.

La notte era tiepida, molle, tranquillissima. Dei vapori, leggere nuvolette, lambivano le falde della collina. Il cielo, coperto di una rada caligine, pareva un velo trapunto di diamanti.

A un tratto gli parve intravvedere una bianca figura, che filava dietro le piante, dove l’erba era più fitta, — spariva dietro le siepi e i filari, correva rapidissima.

Attraversando un lembo del prato, il suo profilo si disegnò un minuto sul nero cupo dell’erba.

Emanuele chiamò Luscià.

Ella si fermò... venne alla sua volta.

— Dove vai? le chiese.

Esitò un poco, poi rispose:

— Venivo a cercarti.

— Come sapevi ch’ero qui?

— Me l’ha detto Nad.

— Ma Nad non era coricata?

— L’ho fatta levare per mandarla a vedere.

Il conte non insistette.

Le prese il braccio: passeggiarono.

Nelle aiuole alcune rose esalavano l’ultimo loro profumo a quell’estremo sorriso della stagione: sulle siepi i grisantemi fioriti mettevano una nevicata precoce.

Il conte le parlava con una tenerezza grave del suo avvenire, delle sue speranze, del suo affetto.

Ella si penzolava a lui e sonnecchiava un poco.

Rientrarono; il conte l’accompagnò sino all’uscio della sua camera.

Si ritirò nel suo appartamento: non si sentiva di dormire. Spense il lume e si gettò vestito sopra un divano.

Dopo mezz’ora intese distintamente una leggera pedata attraversare la galleria attigua e scender giù per la scaletta.

Uscì, ridiscese, — trovò la porticina del giardino socchiusa.

Egli si rammentava ben d’averla serrata a doppia mandata: difatti la stanghetta sporgeva dalla toppa, ma il contrafforto era levato. Qualcuno aveva aperto di dentro, poi, uscendo, riaccostati i battenti.

Egli andò fuori, percorse smanioso i sentieruoli del giardino, s’inoltrò fra le macchie del parco, chiamò Luscià per nome.

Alla fine si vergognò; tornò indietro lentamente.

Era strano però!

Sedette sugli scalini dell’uscio: chi era uscito sarebbe rientrato...

Ma non era tranquillo, come avrebbe voluto; s’indispettiva del proprio dispetto. Voleva ridere di sè — e trovava il tempo enormemente lungo.

S’alzò venti volte, e tornò a sedere.

Poi tornò a passeggiare.

All’angolo del pergolato si trovò faccia a faccia con Luscià.

— Dove sei stata? le domandò.

Egli l’avea lasciata qualche ora prima sfinita, che cascava dal sonno: la rivedeva sveglia, ansante, accesa da una corsa precipitosa, coi capelli sciolti e le vesti scomposte.

— Dove sei stata? ripetè.

— In nessun luogo, rispose Luscià un po’ intimidita.

— Ma cos’hai? tu mi nascondi qualche cosa.

Ella rimase interdetta.

— Perchè sei uscita?

— Sentivo caldo.

Emanuele si rabbonì, — quel gigante aveva viscere d’indulgenza materna.

— Perchè non me l’hai detto? t’avrei fatto compagnia.

— Non osavo.

Il marito le prese la mano: era ghiacciata.

— Perchè non osavi?

Sedette, la tirò sulle ginocchia.

— Sai bene, che io voglio contentarti in tutto... Hai le pianelline infangate.

— È la rugiada.

— Guarda, tu sei andata sull’erba, — hai la veste tinta di verde.

— Sono caduta.

— Ti sei fatta male?

— No.

— Sì; il tuo braccio sanguina.

— È una spina che m’ha graffiata.

Emanuele riprese, intenerito, mezzo ridendo:

— Senti, carina, tu non mi fai mica de’ sotterfugi?

Ella sorrise.

Il conte sentì dileguare tutte le sue inquietudini ad un tratto: ell’era così tranquilla...

— Io mi dimenticavo, disse, che tu sei una piccola selvaggia, che hai bisogno di boschi, dell’aria aperta, della rugiada, — di correre, di saltellare sull’erba. Ma senti, — quando ti pigliano di questigusti, dimmelo. Correremo insieme, salteremo insieme.

Ella fe’ cenno di sì, seria seria.

Emanuele rise della sua serietà, le raccontò come quand’era ragazzo, nella profonda malinconia del castello, egli s’annoiava e si rattristava. Mattina e sera, dicendo il paternostro, dopo aver chiesto al buon Dio il pane quotidiano, aggiungeva a mezza voce con un sospiro: — ed un camerata!

— Il camerata è venuto, un po’ tardi — ma faremo di riguadagnare il tempo perduto, disse prendendola sulle ginocchia con infantile vivacità e buon umore.

Così era sempre lui che discendeva al livello di lei.

Curioso però: questo fascino pareva in lei involontario; si prestava per compiacenza alle bizzarrie ch’ella ispirava senza quasi parteciparvi. Il conte non poteva restar tranquillo con lei — ella serbava sempre, sotto una vivacità superficiale, una grande padronanza di sè stessa, e anche una grande freddezza.

La sua stravaganza era natura, caparbietà, condiscendenza, non mai passione.

Tuttavia il conte cominciò nei dì seguenti a pensare davvero all’educazione di Luscià. Volle farle egli stesso da maestro, per non cedere ad alcuno le primizie della sua intelligenza.

Le diede con la massima gravità, tutte le mattine, lezione per un’ora o due, e si sforzava di conservare la sua gravità. Poi nel pomeriggio le teneva dei lunghi discorsi per farle intendere come dovesse comportarsi in casa e fuori.

Per questo egli aveva scelta la camera della madre, per dar una certa solennità alle proprie parole e sopratutto per essere sicuro della propria serietà. Le parlava della contessa, cercando nell’esempio di lei l’insegnamento per la sua Luscià: la memoria della madre, evocata come un angelo tutelare, gli ridava in quell’ora la dignità e la calma riflessiva del suo carattere. Ridiventava il protettore del primo loro incontro.

Ma ella non era più la piccola vagabonda riverente di allora. Quel luogo non le faceva più l’effetto di prima; ci s’era avvezzata e ci si annoiava: quella penombra malinconica le dava un sonno molesto, pesante, ostinato. Quanto al ritratto della signora, aveva perduto per lei il suo caratteresoprannaturale dell’idolo; e tutte le apologie figliali di Emanuele non valevano a sostituirvi un’altra influenza: in fin dei conti era immagine d’una donna — per bellezza Luscià ne aveva incontrate di meglio, e del resto, della virtù, delle qualità morali già non si vedeva nulla — poi ella non doveva farne gran caso. Era ben vestita, ma ella poteva fare altrettanto.

Docile, obbediente, ella non si ribellava a quella noia di tutti i giorni — ma gli sbadigli sempre più frequenti delle sue labbruzze di carmino, la nervosa irrequietudine delle sue manine nelle frangie della sedia, i moti, gli scatti repentini della sua personcina rivelavano il suo supplizio.

Il conte faceva la vista di non accorgersene, felice della propria resistenza; della quale poi faceva ammenda colle condiscendenze meno ragionevoli.

Appena usciti di là si sprofondavano insieme nelle macchie del parco, nel più fitto dei cespugli, — ed egli, da quel grande ragazzo che era divenuto, era il primo a darle il segno della gazzarra. Egli stesso aveva, più di lei, bisogno di sfogo. La trascinava di corsa, la portava di peso sulle braccia, si abbandonava a dei matti trasporti. E la povera influenza che poteva aver guadagnato col suo contegno sfumava così ad un tratto.

Luscià faceva poco profitto delle lezioni. Aveva preso presto una vernice superficiale, — ma oltre a questo, null’altro. Una certa speditezza nel parlare era tutto per l’istruzione, una certa grazia chiassona nel vestire, una certa morbidezza di maniere, una certa pigrizia di gusti era tutto per l’educazione.

La zingarella era scomparsa, ma la dama non appariva.

Quei tre mesi l’avevano cambiata all’epidermide, — ma sotto, chi poteva vedere?

L’indole petulante erasi raccolta dentro ad una crisalide di seta: ne sarebbe uscita bruco o farfalla?

Il conte confidava nei primi tempi di trarne una buona, una affettuosa mogliuccia, una savia, un’adorabile damina.

Intanto però ella era qualcosa d’indefinibile; una specie di enigma; la sua stranezza meno farfallina aveva qualcosa di più intenso e di più profondo. Il suo viso, nel quale non traspariva mai l’ombra di un sentimento, si accentuava in un proposito tenace, ostinato, incomprensibile.

E il marito credeva leggervi delle disposizioni serie alla vita domestica.

Egli aveva voluto confidarle le chiavi della casama ella non era buona di trattar coi servi: il loro rispetto, il loro riserbo l’impacciava, le imponeva; ella non sapeva comandar loro nulla sul serio; volta a volta troppo impetuosa, troppo umile, troppo trascurata. Non fosse stata la tradizione severa della casa, li avrebbe guastati.

Poi quel materezzolo pesante le dava fastidio. Finì col darlo a Nad, la quale se ne valse per ficcare il suo naso dappertutto e satollarvi le sue ingordigie di mendica.

Ciò suscitò una seria tempesta e diede un serio impaccio al conte.

Aurelia la vecchia governante, avvezza da tanti anni al dominio reale della dispensa, della guardaroba, non potè rassegnarsi allo sperpero ghiotto che ne seguì: e se ne lagnò col conte.

Il quale si provò parlarne a Luscià.

— Tu devi tenere il governo della casa e non Nad.

— Vuoi dunque ch’io mi faccia tutto da me?

— No, ma tu devi ordinare, tu sola.

Finì coll’indurla a restituire le chiavi alla governante.

Ma da quel giorno Aurelia non ebbe più pace: — una guerra sorda cominciò fra essa e Nad, la quale, coprendosi della autorità della nipote, era infinitamente più forte di lei.

Luscià si lamentò col conte che la governante le faceva mancar tutto, che la maltrattava, che le voleva male.

Ciò era incredibile; il conte tentò di prendere le difese della povera donna; essa stessa, con tutto il riguardo della sua educazione, cercò di rabbonire la padrona, di persuaderla delle sue buone intenzioni, di dissipare rispettosamente le accuse che le si movevano.

Luscià sostenne, in presenza del conte, le sue lagnanze, ripetè con faccia franca che la malmenava, la faceva patire, trovò lì per lì dei fatti, delle prove, le colorì con la massima naturalezza.

E, si capisce, il torto rimase ad Aurelia; il conte le cedette l’uso di una piccola casetta in paese, ed ella dovette abbandonare, piangendo, colla morte nel cuore, il castello dov’era cresciuta, dov’era invecchiata, dove tutta la sua vita, onesta, laboriosa era trascorsa, lasciandovi tutte le sue abitudini, tutte le sue affezioni.

Nad era sempre l’unica confidente di Luscià.

Ella la vestiva, l’abbigliava, l’infronzoliva come una bambola; era, con lei, tenera, umile, servile ed anche esigente ed imperiosa; aveva l’autorità di esserle utile e necessaria.

Luscià non l’avrebbe lasciata un momento.

Ella non si affezionava punto nè alla casa, nè al paese.

Nel castello era sempre, come al primo giorno, un’ospite incomoda, non la signora; la zingara e il vecchio maniere non se l’intendevano punto, non si compenetravano.

Fra’ suoi istinti e quella veneranda chiocciola di una razza di potenti, v’era sempre la ripugnanza di due mondi diversi.

Non si sentiva bene che nella camera; e bisognava vederla quella camera! disordinata, piena di confusione come una tenda.

La giocondità grave e profonda della vendemmia si spandeva per le campagne; i vigneti, tinti di tutti i colori autunnali, gaia decrepitezza della verzura, erano pieni di canti, di operosità; dolci nenie la sera salivano il colle, accompagnate dallo stridere dei carri sopraccarichi di tinozze e di arbie ricolme.

Luscià non amava nulla di tutto ciò.

Il suo trattenimento favorito era di star seduta dinanzi allo specchio, ridendo con Nad o cantando sullacobza, ch’ella e la nonna sonavano benissimo, le melodie imparate a Milano; le melodie facili, allegre, erano quelle che preferiva.

Qualche volta i suoi ghiribizzi da zingara la pigliavano. Ella scorazzava allora per la campagna,squarciando filari, strappando tralci, imperversando come un animale malefico, per involare un grappolo di uva, che mordeva furiosamente, assaporandovi la voluttà del furto riuscito.

Il conte, testimone di queste scene, ne rideva di gran cuore.

Dell’altre volte si vestiva di tutto punto, si copriva da capo a piedi di gingilli, di gale, di pizzi, di merletti, di nastri d’ogni colore, d’ori, di brillanti, e così attillata, mascherata, impennacchiata, ella montava in carrozza e si faceva menare, di galoppo, attraverso a sette od otto villaggi dei dintorni.

Lo scampanìo delle sonagliere della sua quadriglia, lo schioccar della frusta, lo scalpitar dei cavalli, spinti alla corsa sul ciottolato ineguale, invadevano, con violenza improvvisa, la pace sonnolenta, la morta quiete dell’abitato; tutti correvano all’uscio, alle finestre; le donne balzavano, con meraviglia paurosa, a schivar i bambini, facevano ala dalle due bande, atterrite, sgomente. E Luscià passava sdraiata nel suo cocchio, sorridente, superba, contenta.

Una sera alla cascina di Evasio, uno dei massai del conte, spannocchiavano il granturco. La famiglia ed i vicini sedevano in semicerchio dinanzi al portico, sulle pannocchie; i vecchi in mezzo sopra alcune sedie, dinanzi a loro la gente matura, poi più in lài giovani, come vanguardia in prima fila, e ai due lati in mezzo alle foglie i ragazzi. I vecchi sonnecchiavano un poco raccontando le cose d’una volta; gli uomini discorrevano di cose positive; qualcuno contava qualche storia ardita, suscitando fra le donne degli scoppi saltellanti di risa secche, di singhiozzi repressi.

I giovani cantavano:


Back to IndexNext