— Non capisce, mormorò, non capisce...
E fuggì a tentoni giù per la scala.
Mentre scendeva lo sportellino si apriva e una voce disse:
— Esmeralda è sola.
Qualcuno saliva dietro di lui.
Uscì in istrada.
Il caffè era aperto ancora. Nick giocava a un tavolino in fondo...
L’indomani, per tempissimo, il marchese Tornielli si vide capitare in camera il cugino, che pareva un uomo disfatto. Non ebbe cuore d’interrogarlo.
Il conte sedette accanto al fuoco, stette per oltre mezz’ora senza far parola: si passava la mano sul viso, si lisciava la barba.
— Sai? parto, disse finalmente.
— Parti?
— Ritorno a Peveragno e son venuto a salutarti.
Si abbracciarono, si baciarono, — il conte uscì.
Poco dopo rientrò.
— Volevo dirti che di tutto l’appartamento lascio padrona... lei...
— Non sarebbe meglio licenziare la casa... e consegnarle i mobili? non conviene ch’ella rimanga là... ti pare?
— Bene, come vuoi... addio, disse il conte.
— Arrivederci, rispose il marchese.
Poco prima che varcasse il limitare gli gridò ad alta voce:
— E coraggio, neh! davvero!
Cinque giorni dopo il conte di Peveragno scendeva colla posta dalla Gran Croce. Nella carrozza un prete savoiardo ed una donna attempata avevano riappiccato i loro sonni mattinali, nutriente ristoro dei vecchi.
I cavalli andavano lenti e faticosi giù per la china ghiacciata.
Un raggio di sole smorto, languido, si posava sopra la campagna coperta dalla neve come una fiacca gioia sulla canizie di un ottuagenario.
Il conte seguiva coll’occhio stanco, affaticato, con un’istintiva invidia, alcuni augelletti che svolazzavano fra i cespugli scotendone la brina densa e polverosa, pigolando il loro tripudio minuscolo in mezzo a tanta vastità di gelo, di solitudine, di desolazione.
Sul sedile davanti il vetturale discorreva con un montanaro che gli sedeva al fianco:
— Perchè ho lasciata la corriera di Annecy, voi dite? Oh l’è una storia curiosa. Il signor Molleton, il concessionario, non ve l’ha detto? Lo credo, non ha di che vantarsi. (Uh, uh, una schioccata.) Il signor Molleton ha l’abitudine di non consultar mai i suoi uomini sulla scelta delle bestie. Io glielo andavo ricantando. — Guardate, gli dicevo, voi non sapete cosa sia per noi vetturali un cavallo: l’ha da essere all’incirca come fra marito e moglie, — una intesa a fondo, limpida come l’acqua. — Non la voleva capire — e non se n’intendeva una maledetta. Fatto sta che un giorno che era tornato da Montpellier, mi ferma in istalla e mi mostra una bestiaccia d’inferno, — bella cavalla d’apparenza, nera come una mora, con un pennacchietto bianco sulla testa. Lui l’aveva tolta da un ufficiale francese, veniva dall’Africa o da casa del diavolo, che so io. — Io ho subito capito che l’era una malora — lui badava a dir — è bella, eh? — bella da imbalsamare, ho risposto. — Difatti me le avvicino, la piglio alla cavezza, la guardo, le apro la bocca, le caccio in gola il morso — pareva docile come un cagnolino. Mi volto — paf — il morso era caduto nella greppia. — Le mettevo la sella, colle zampe rompeva le cinghie e la buttava. — Ho cominciato ad attaccarla al biroccio una domenica,e ho fatto un giro, andava dritta finchè le tenevo le redini strette, rigide e la frusta sulla groppa; — guai a rallentarle un minuto; si buttava traverso la strada. Bastava che scendessi e la lasciassi, che pigliava il galoppo legno e tutto. Insomma io gli dissi, al signor Molleton: — la venda che non è affar mio — la bestia non m’intende, io non l’intendo; non siamo compatriotti — se stiamo insieme, uno dei due ammazza l’altro. Per fortuna sono stato io. L’attaccava da circa una o due settimane e la tenevo d’occhio e stavo all’erta. La diavolessa aveva un occhio che mi faceva paura — pareva sommesso, ma a fissarlo in fondo aveva certi guizzi pieni di perfidia. — Non passava dì che non me ne facesse una — o mi storpiava uno stalliere, o azzoppava un compagno, o mangiava i finimenti — insomma era stregata. Un mattino esco d’Annecy; l’oste della Scopa mi chiama per darmi una commissione. Scendo. Non ero entrato nell’osteria, che sento un gridìo in istrada. Mi son subito immaginato. — La diligenza partiva a precipizio. Dopo alcune rapide svolte si fiaccava contro una ripa. Nessuno si fece male — ma fu un brutto rischio. — Io addosso alla cavalla... era la causa di tutto, non si chiede manco; la mettevo nel mezzo — essa aveva preso a calci e a morsi le altre due bestie. — Erofuori di me; non so come mi trovassi un coltello in mano, e l’ho scannata come un maiale. Poi piantai lì tutto: la diligenza e il posto. E nessuno venne a cercarmi — non sono mica fuggito; anzi passai sull’uscio di Molleton un’ora dopo. E non ebbe il coraggio di dirmi verbo. —
Il conte rientrò nel suo castello sull’imbrunire, quietamente, soprappensieri, come se tornasse dalle sue solitarie passeggiate di un tempo.
Chiese tosto d’Aurelia.
Dopo cena, non vedendo comparire la governante, ridomandò di lei — e allora soltanto intese la risposta del servo: Aurelia era morta.
Ripigliò un po’ più tristamente ancora le sue antiche consuetudini; con qualche restrizione però. Egli evitò nelle passeggiate qualche strada, condannò le finestre che guardavano verso San Nazario. Durante la sua assenza egli aveva venduto quel podere, la parte migliore dei suoi fondi, le antiche quercie erano state abbattute e di là un aratro non suo si spinse per la prima volta fin contro le mura del castello.
Questo era il marchio obbrobrioso che la manina sottile della piccola zingara aveva impresso sul vecchio dominio feudale, votandolo alla rovina.
Ma v’erano altri segni più dolorosi, che l’erede di Peveragno voleva dissimulare; e che la sua fronte calva innanzi tempo e il suo occhio incavato rivelava.
I giorni tornarono a scendere nel suo spirito lenti, monotoni, tristi come cade la goccia nell’acqua morta di una cisterna abbandonata in mezzo nel deserto.
Passò l’inverno, sbocciarono e caddero volta a volta i fiori dei pruni, dei meli, delle siringhe, delle gaggie, delle madriselve.
La verzura dei prati si fè oscura, ingiallì quella dei campi. Scoppiò fra i solchi lo strido della cicala e lo squittir delle quaglie raminghe.
Il viale dei tigli gettava l’ultimo tributo di profumi al sole di primavera.
Fu una tempestosa mattina di giugno, aveva fatto temporale la notte, che Emanuele si trovò Luscià svenuta sulla gradinata del giardino; alcune pedate d’uomo che si perdevano nel parco indicavano che qualcuno l’aveva colà abbandonata alla sua misericordia.
Senza esitare un momento, senza perdersi in meraviglie, come l’aspettasse da un pezzo, la portò nella sua camera.
Ella aveva le vesti di seta a brandelli, gli stivaletti impastricciati di fango; il viso deformato da un morbo orribile; era disfatta, poco più d’un cadavere.
Il medico fu sbalordito di vederla in quello stato, — non diè alcuna speranza.
Emanuele le si pose d’attorno, lottò contro il male con l’energia disperata della sua indole soldatesca, non pensò alla incertezza della vittoria — l’ottenne.
Dopo molte settimane ella tornò in sè stessa.
Aperse gli occhi, lo guardò, accettò le sue curesenza ombra di rimorso e di riconoscenza, — pacata, serena, come non fosse mai uscita dal castello.
La malattia tirò in lungo quasi tutta l’estate.
Emanuele non lasciò mai ad altri il suo posto del capezzale. Non le lasciò accostare nessuno. Non riposò che ad ore spezzato sul divano — la notte ella stava peggio del giorno. — Egli la vegliava attento, nel cupo silenzio della campagna non interrotto che dal canto triste dei risaiuoli, che andavano a scambiare la fame colla febbre.
Raccolse tutti i suoi lamenti, tutte le sue parole, tutti i suoi sguardi — non ebbe da lei nè una lagrima di rammarico, nè un ringraziamento. Non glielo chiese. Forse non ci pensava.
Alla fine d’agosto cessò il pericolo.
Poi ella si riebbe rapidamente. Il suo viso rifiorì, rivestì una nuova grazia, una nuova purezza.
Quando il medico le annunciò la guarigione — battè le mani con gioia infantile, non pensò neppure a guardare il marito che l’aveva salvata.
Emanuele non le ricordò il passato.
Egli però qualche volta pensava con isgomento all’avvenire: ma finchè durò il male diceva fra sè: quando starà meglio; — e quando essa fu convalescente: lasciamo che guarisca; — poi si contentòdi crollare le spalle e qualche volta aggiungeva: vedremo che farà lei.
Ma ella non fece assolutamente nulla: — s’alzò, ricominciò la sua vita di due anni prima; tornò a cantare, ad annoiarsi, a girellare un po’ nei dintorni, — tutto come prima.
Emanuele non aspettava quasi più di «vedere.»
Il presente l’opprimeva — ma aveva paura dell’avvenire. Non era una paura infondata.
Una notte, dopo la vendemmia — sentì un leggero rumore nel suo studio.
Da qualche settimana si lamentavano dei furti nei paesi vicini: accese un lume, prese una vecchia pistola che teneva carica nel comodino, e andò a vedere.
Trovò lo scrigno aperto e vuoto. Qualcuno si allontanava pel corridoio. L’inseguì.
Un’ombra fuggente spiccava nel vano della porta aperta, rischiarata dalla luna. Gli parve riconoscere Nick.
Appuntò la pistola... sparò.
Il ladro si chinò rapidamente, una figura bianca apparve e cadde.
Un cachinno di scherno si dileguò nel giardino.
Emanuele tornò pel lume; accorse — vide Luscià distesa a terra.
La recò nella vicina stanza di sua madre.
Era ferita, il sangue le usciva a fiotti dal petto: spirava al posto dove l’aveva incontrata la prima volta, senza mostrargli rancore d’averla uccisa, come non gli aveva mostrato riconoscenza del suo amore — lo fissava con quello sguardo impassibile, impenetrabile nella gioia, come nel dolore, — uguale nello stravizzo e nell’agonia.