Capitolo IX.Come Damiano si persuase di non avere amato mai, prima d'allora.Noi non istaremo a sentire tutti i discorsi che si fecero su quel tono, il cacìco Guacanagari e il regio notaio Rodrigo di Escobar, essendo intermediario il naturale di Cuba. Sono lunghi, troppo lunghi, i discorsi che hanno bisogno d'interpetre; e per solito non sono neanche piacevoli. Del resto, i due personaggi duravano già molta fatica a farsi intendere dal loro intermediario, per il frastuono che si faceva intorno a loro da una intiera tribù d'uomini, donne e fanciulli. La curiosità di veder da vicino i figli del cielo era grande; tutti volevano avvicinarsi, tutti volevano guardare e toccare. Sicuro, anche toccare. Forse annettevano a quella tastatina la stessa virtù preservativa che noi annettiamo, al toccare una santa reliquia. E per avvicinarsi tutti, dovevano pigiarsi; per toccare, dovevano cacciarsi l'un l'altro; quei che riuscivano ad avvicinarsi, a toccare, non si sarebbero più mossi di là; donde gli spintoni, le grida, il tumulto, il baccano indiavolato, che confondeva, a pochi passi di distanza, il cacico Guacanagari, il notaio Rodrigo di Escobar, e l'interpetre Cusqueia.[pg!149]Finalmente, il cacìco si alzò da sedere, volgendo da prima un gesto autorevole, poi la parola alle turbe. Che cosa disse? Le turbe si ritrassero umiliate: ma parecchi restarono al posto, battendo le palme in segno di allegrezza; e subito, spartiti in manipoli, s'impadronirono dei quattro compagni di Rodrigo di Escobar, mentre di lui s'impadroniva il cacico in persona.—Che cosa si vuole da noi?—gridò Damiano all'interpetre.—Che diavolo ha detto il cacico?—Figli del cielo, bisogna mangiare e poi riposare;—rispose Cusqueia.—Amici consiglieri di Guacanagari condurre nelle case figli del cielo.—Ospitalità?—disse Damiano.—E niente banchetto nella casa reale? Tanto meglio. E la fortuna assista ognuno di noi. Cosma mio bello, salute!—Cosma era già nelle mani di tre o quattro persone, che lo portavano, più che non lo conducessero, verso il lato sinistro della piazza. Damiano si lasciò trascinare verso il lato destro. E non era neanche scontento di quella dolce violenza; neanche scontento di vedersi per un po' di tempo lontano dalla eterna compagnia dei figli del cielo, suoi fratelli amatissimi. L'amicizia è una bella cosa; ma qualche volta è pesante; specie quando il cuore vi dice che essa non basta alla vostra felicità, e che una.... Ma c'è egli bisogno di mettere i puntini sugli i?Damiano era stato preso per le braccia da un vecchio, il quale gli faceva un discorso e dei gesti vivaci. Egli non capì una parola del discorso, ma indovinò dai gesti che la casa in cui lo avrebbero accolto non era molto lontana. Anzi, tutt'altro, era in fondo alla piazza, e molto vicina alla casa del re.—Sono coi pezzi grossi;—pensò.—Cusqueia, del resto, lo ha detto: amici e consiglieri di Guacanagari. [pg!150] Attento Damiano! qui bisognerà star bene in gambe, e non far onta alla nostra eccelsa Repubblica.—Col vecchio venivano due giovanotti, forse figliuoli, forse nipoti, fors'anche generi del personaggio eminente. Generi!... Damiano pensò naturalmente alle figlie. Infatti, dove son generi, son sempre figliuole. Per contro, dove sono figliuole, non è ancor detto che i generi abbondino.Damiano si lasciava condurre, sorridendo alle frasi del vecchio, sorridendo alle frasi dei giovani, sorridendo a tutti e a tutto. Si sarebbe arrivati finalmente in qualche luogo, dov'egli potesse continuare a sorridere, e con più gusto che allora.E si arrivò davanti ad una capanna, la cui grandezza e l'architettura esteriore promettevano assai. Le antenne, che salivano a sostenere il gran tetto di palme, erano tutte vestite di gaio fogliame e di fiori, bell'indizio di altri fiori ch'egli avrebbe ritrovati nell'interno. La porta aveva stipiti di legno, intagliati rozzamente, ma di bella apparenza, perchè l'intaglio era screziato di vivaci colori. In alto, dove i grandi d'Europa mettono lo stemma e la corona, si vedeva un bianco teschio d'animale, in mezzo ad un trofeo di frecce, spiedi, mazze ed altre armi selvagge.—Questo,—disse Damiano tra sè, poi ch'ebbe veduti quei simboli,—è certamente il savio che presiede alle cose della guerra. Mi sia propizia Minerva! Ma io, confesso il mio peccato, preferirei un'altra divinità.—In quel mentre, una famiglia numerosa si affollava all'ingresso. E più innanzi di tutti veniva una donna, vestita del suo guarnello bianco e di un piccolo drappo girato ad armacollo dal fianco alle spalle.[pg!151]—Che sia questa, Minerva?—pensò Damiano.—O non piuttosto la Giunone di questo Giove sbarbato?—Era infatti Giunone, la moglie del padrone di casa, la madre di famiglia, che stese la mano per toccar l'ospite sulla fronte, secondo il rito del paese, e gli diede il benvenuto con una frase ch'egli non doveva capire.Damiano rispose con un inchino. Ma subito gli venne un'idea luminosa.—Qui,—disse tra sè,—onorano l'ospite a modo loro; l'ospite deve onorare a modo suo i padroni.... e le padrone di casa.—E fermatosi di botto sull'uscio, si volse al vecchio, lo guardò e gli stese la mano, per dargli una stretta famosa. Poi, voltosi alla moglie dell'ospite, prese la mano di lei, e s'inchinò, come per imprimervi un bacio. Fece l'atto, s'intende, ma non andò fino a toccar con le labbra. Non tutte le mani si baciano; e una bella cerimonia, uguale per tutte, vi consente di aggiustarla come vi pare.L'uomo era rimasto lì, in atto di osservare, studiando; si era lasciata prender la mano, e stringere a quel modo che ho detto; e subito aveva fatto un cenno del capo e data un'occhiata ai suoi, che pareva volesse dire: capite? questa è l'usanza degli uomini bianchi. La donna, a sua volta, aveva lasciato fare, notata la diversità dell'atto, e sorriso al marito, come per dirgli: i figli del cielo fanno così, per dimostrare l'amicizia e il rispetto. E tutti e due, guardandosi ancora, e ammiccando, parevano accordarsi a conchiudere che il loro ospite faceva le cerimonie secondo l'uso della sua terra; che queste cerimonie si facevano sull'uscio, come da loro; che erano di due forme, per gli uomini e per le donne, e volevano dire su per giù: sono [pg!152] l'amico del padrone, sono il servo della padrona di casa.Da uomo savio ed accorto, il nostro Damiano non prese altre mani, nè per stringere, nè per baciare. Ce n'erano troppe, del resto, e di belle e di brutte, di delicate e di ruvide. Ad un certo punto, guardandosi intorno.... altro che mani, buon Dio! Tra vecchie e giovani, stavano a contemplarlo due dozzine di femmine.E si capiva che la più parte fossero ancelle della padrona, o del padrone di casa. Ma cinque o sei, che erano in prima fila, più giovani, e meglio adornate, si capiva ancora che fossero figliuole dei padroni di casa, o spose dei loro figliuoli.Tra persone che non parlano la medesima lingua, non è da far cerimonie. Anche i naturali di Haiti intendevano questa verità elementare. E subito condussero Damiano nella stanza più vasta, quella del focolare, che è la più intima, e che, presso tutti i popoli primitivi, del nuovo mondo come del vecchio, è quella in cui si ricevono gli ospiti, nella dolce intimità del convito. Colà, su piccoli deschetti di canne, era imbandito il pasto. Ciotole e vasi d'argilla erano disposti davanti ai commensali; ma la parte maggiore del vasellame di tavola si componeva di zucche, d'ogni forma, d'ogni misura, e in vari modi tagliate, per servire a tutti gli usi, del mangiare e del bere.Innanzi di prender posto, Damiano aveva guardato attentamente in giro. E adocchiate le giovani donne, subito ne aveva distinta una, su cui doveva ritornare più frequentemente il suo sguardo. Si sbagli o no, a qualcheduna bisogna pur dare la palma, e a lei volgere la muta adorazione, la giaculatoria degli occhi. L'attenzione di Damiano si era fermata sopra una bellezza nascente, dal color di rame [pg!153] assai chiaro, traente al roseo. Come forma, era fatta a pennello, anzi meglio, a scalpello, se non da Fidia o da Prassitele, certo da uno dei loro più valenti discepoli. Mi chiederete come potessero artisti greci aver passato l'Atlantico, per modellare quella bella creatura; ed io correggerò la mia frase dicendo che non un discepolo di Fidia o di Prassitele, ma lo stesso maestro dei greci maestri aveva plasmata quella creta e spiratole in fronte il soffio della vita. L'opera ci guadagnerà, in questo cambio d'artefice, e il narratore si sarà accostato alle fonti del vero. Quanto ad attingervi direttamente, si sa, è un altro paio di maniche.Debbo io dirvi della fronte breve, mezzo nascosta dai ciuffi indocili della sua negra capigliatura? Amerei meglio parlarvi della grazia birichina con cui portava una ghirlanda di vitalba, o d'altro fiore consimile, al sommo della testa. E più ancora amerei parlarvi (ma bisognerebbe farlo bene) delle sue guance floride, lucenti e morbide come le pesche mature; guance aperte e sporgenti, a cui davano spicco due grandi occhioni neri, maravigliosamente frangiati di ciglia e di sopracciglia nerissime. Erano quelli i veri occhi parlanti, e dicevano, quando ella arrovesciava un pochino la testa, per guardarvi dall'alto, un visibilio di cose, consigliandovi naturalmente un visibilio di pazzie. E quelle labbra tumidette, coralline, rugiadose! E quei denti piccolini, luminosi nella loro candidezza lattea! Oh, infine, non voglio che perdiate la testa, come il nostro amico Damiano. Vi dirò brevemente che era dal capo alle piante un miracolo di bellezza, di salute, di gioventù; che si vedevano e si sentivano in lei tutte le native eleganze che si sogliono immaginare oggidì nella creola americana, e che del resto non mancano neppure in Europa, sebbene qui un altro tipo prevalga.[pg!154]Damiano era rimasto sbalordito. Ma voi sapete che questi sbalordimenti non mettono un uomo per terra, anzi gli addoppiano le forze, ravvivando, stimolando, aguzzando tutte le sue facoltà. Egli parlava a tutti e a tutte, dicendo quelle frasi corte con cui si suole accompagnare il gesto, quando si sa che solamente da questo e per questo possiamo esser capiti. E di qua e di là si volgeva, parlando e gesticolando con quanta più grazia poteva; ma si volgeva alla guisa degli innamorati, che, dopo aver ben girato con gli occhi, cascano sempre a guardare in un punto, e pare che non abbiano guardato altrove, se non per descrivere il mezzo cerchio, e ricascare a quel punto.La bellissima creatura aveva capito tutto quel sapiente artifizio di occhiate. E quando gli sguardi dell'ospite, dopo aver ben girato di qua e di là, venivano a fermarsi, a raccogliersi amorosamente su lei, si confondeva, abbassando le ciglia. E allora le due frange nere pendevano come lembi di velo, ad ombreggiare il sommo delle guance. Ma tosto si rialzavano, e di sotto a quei lembi balenava un doppio raggio bianco azzurrino, che andava diritto agli occhi dell'ospite, e dagli occhi al cuore, per accendergli il sangue.Quello era un linguaggio tra i due, che non aveva mestieri d'interpetre. E se nella vita si potesse parlare sempre quello, confessiamo sinceramente che nessuno di noi vorrebbe imparar lingue straniere, nè perdere il tempo su quel congegno legnoso, tormentoso e sciocco, che è la grammatica.Che cosa diedero quel giorno da mangiare a Damiano? Egli non se ne avvide; mandò giù, senza badarci più che tanto. Del resto, egli mangiò pochissimo. Che cosa gli diedero da bere? Doveva essere uno di quei soliti liquori, che mordono la [pg!155] lingua, bruciano il palato, e mandano i fumi al cervello. Ma egli ne assaggiò a mala pena. Il padrone di casa si avvide sicuramente che il suo ospite non gradiva le bevande fermentate di Haiti, perchè ad un certo punto, fatta appressare una gran zucca, gli versò dell'acqua nella ciotola. E allora Damiano tracannò tutta quell'acqua, che era fresca e gustosa, chiedendone tosto dell'altra. E bevve, da quel momento in poi, bevve largo e frequente. Gl'innamorati, si sa, bevono sempre molt'acqua. Non hanno bisogno di bevande eccitanti, perbacco; piuttosto di refrigeranti, che estinguano, insieme con la sete, i soverchi ardori del sangue.Egli era dunque rimasto preso ai vezzi della giovane indiana? Già ve l'ho detto. Si era messo in testa di doversi innamorare, e innamorare a buono, di una pelle rossa. E manteneva la sua promessa, correva la sua ventura, soggiaceva al suo fato.Strano capriccio di fortuna! Avevano messa accanto a lui quella bella creatura. Ma era poi da vederci un capriccio della fortuna, o non piuttosto una scelta, più o meno giudiziosa, ma sempre meditata, dei padroni di casa? Poteva essere una delicatezza di costume, non rara tra selvaggi, di collocare al fianco dell'ospite la più bella donna della casa, come d'imbandirgli la più preziosa vivanda sul desco. Fors'anche era un rito, che la più giovane donna fosse data per compagna al forestiero, fino a tanto egli dimorasse sotto il tetto ospitale. Insomma, potevano essere tante cose e tante altre; e Damiano non poteva immaginarsele tutte, nè provarsi a cercarle. Se anche gli fossero balenate tutte alla mente, egli, nello stato d'animo in cui era, e nella assoluta ignoranza degli usi selvaggi, non avrebbe saputo cavarne un costrutto. Ora, delle cose che non si sanno, una scienza mediocre insegna a non cercare il come e il perchè.[pg!156]Egli, dopo tutto, non era uomo da stillarsi il cervello. Aveva quella vezzosa creatura daccanto, e approfittava volentieri della vicinanza per volgersi a lei, ora con un pretesto, ora con un altro, per guardarla molto negli occhi. E le parlava ancora, offrendole cortesemente i pezzi migliori delle vivande che gli erano poste sul tagliere, o sulla focaccia di cassava che faceva uffizio di tagliere, di piatto, di tutto quello che vi parrà meglio. Ma parlandole con tanto maggior libertà, quanto era più sicuro di non esser capito, si guardava bene dal dirle la sola parola della lingua di lei, che egli sapeva a memoria.Taorib, vi ricordate? Ma questa la serbava per un discorso a quattr'occhi. In quella numerosa brigata il suotaoribsarebbe stato sentito da tutti. L'amore ha la sua verecondia, la sua ritenutezza. E quella volta Damiano era innamorato per davvero; anzi, diceva a sè stesso di non avere amato mai, prima d'allora.La bella creatura lo stava a sentire, senza capirlo mai, ma certamente indovinandolo spesso. Forse dico male; forse ella indovinava sempre le chiacchiere di Damiano, intendendo ch'egli parlasse a caso, e non per altro che per poterla guardare negli occhi. Ed ella rideva, ad ogni frase di lui, mostrandogli tra le due labbra di corallo tenero i bei denti piccini, luminosi nella loro candidezza; e arrovesciando la testa, con quel suo gesto consueto, lo guardava di sotto alle palpebre socchiuse, di sotto a quei veli frangiati che sapete, e che, sollevati a mezzo, come lembi di tende misteriose, parevano dirgli: qui non penetra raggio importuno di sole, nè occhio geloso di rivale; vieni.E quelle guance morbide, quella gola tenera, quel collo soave!... Damiano guardava, e pensava; e il suo pensiero si potrebbe esprimere a un dipresso [pg!157] così: Buon signore Iddio! che mirabile cosa avete voi fatta, nell'ultimo giorno delle vostre creazioni! Si capisce che per farla così bella, ve la siate serbata per l'ultima. Per noi, vedete, buon signore Iddio? per noi, è la prima, senza contrasto la prima. Ah, poveri noi, frattanto! Ma pensate, misericordioso come siete, che, se perdiamo la testa, è ancora e sempre per ammirazione delle opere vostre; e non vogliate farcene un capo d'accusa,in novissima die.Il banchetto era giunto a quell'ora in cui tutti i convitati sciolgono Giordano. Dovrebb'essere un cane; ma è invece lo scilinguagnolo. In quell'ora ognuno incomincia a dire quel che gli pare, immaginando che tutti lo ascoltino; e nessuno ascolta, o, se ascolta, non capisce un bel nulla. Damiano incominciava a parlare; ed essendo egli l'ospite, l'uomo bianco, il figlio del cielo, i commensali non si fecero dar sulla voce dal padrone di casa, per prestare un'attenzione benevola al parlatore. Ma questi, che aveva bevuto soltanto acqua, non s'ingannava, come a quell'ora si sarebbe ingannato ogni altro parlatore. Sapeva benissimo che nessuno lo avrebbe inteso; ma non gliene importava affatto. Parlava, per bisogno di parlare, di farsi udire da quella cara bambina che sedeva alla sua destra. Neanche lei lo avrebbe capito: ma che importava ciò, per allora? La cara bambina avrebbe sentito il suono della sua voce, e indovinato da certi segni, da certi indizi frequenti, che il discorso era tutto per lei.—Vedete, cari selvaggi?—diceva Damiano.—Voi siete brava gente, ed io vi amo. Non già per le vostre facce, oh no. Voi m'inspirate un modico affetto. Siete mio prossimo? Non lo so. Per averne un barlume, dovrei almeno sapere che discendete da Cam, da Sem, o da Jafet. Perchè, io non ve lo [pg!158] nascondo, il prossimo nostro si racchiude tutto in questa biblica terna, moltiplicata per cinquanta secoli e più, secondo la regola antica ed accetta. Ma siete brava gente, vi ripeto, e non voglio farvi torto, mettendovi al bando della umana famiglia. Come potrei farlo, del resto? Avete tra voi una bella creatura, che non mi sarà prossimo, ma mi è prossima, e nondimeno mi pare ancora troppo lontana. Dove l'avete pescata? Dove e come vi è nato questo fiore maraviglioso, che si chiama.... Come ti chiami, adorata vicina? Io lo ignoro. E mi duole che non sia qui, per domandartelo, il savio interpetre Cusqueia.—Cusqueia!—gridò uno dei commensali, udendo la prima parola di cui potere capire qualche cosa.—Cusqueia: Cusqueia!—ripeterono parecchi.E tutti risero, ripetendo quel nome. Damiano, lì per lì, ne rimase sconcertato.—Capisco,—diss'egli, dopo un istante di pausa,—il nome del naturale di Cuba significherà qualche cosa ridicola, come avviene di tanti nomi nel vecchio mondo. Ebbene, non importa, tiriamo avanti. Non vorremo mica guastarci il sangue per un nome di selvaggio. Ritornerò alla bella creatura che mi sta al lato destro, ed occupa già tutto il mio lato sinistro. Una bella donnina in una società, è la mano di Dio. Niente vale una bella donnina; nè ricchezze, nè onori, nè gioventù, nè salute. Nel vecchio mondo, per una donna bella, due popoli si sono bisticciati dieci anni, insanguinando largamente due palmi di terra; e il primo poeta della Grecia ne ha cantato assai lungamente, alla maniera degli orbi. Onore a lui, che non fu orbo per la bellezza di Elena! C'è nella donna bella il granquiddell'esistenza. Perchè si vive, infine? perchè si studia? perchè si cerca tutti di comparire, meglio che si può, a costo di cento sacrifizî, e di mille? Fino a che [pg!159] siamo giovani, e gli occhi scintillano, e le guance rosseggiano, e i capelli.... nereggiano (alcuni uomini li hanno biondi, ma, credete a me, i capelli biondi non valgono un fico secco), amiamo con fiducia, sicuri di essere amati, o giù di lì. Poi.... perchè c'è un poi, l'ambizione ci si appiccica al cuore; vogliamo avere gli onori, conquistar le ricchezze. Ma perchè? Per comparire ancora, per comparir sempre, per essere amati, se ci riesce. Non c'è altro che questo, nel mondo, o, se c'è altro, non vale. Voi, per esempio, selvaggi dell'anima mia, valete pochino. Io pagherei non so che cosa, perchè tu, vecchio consigliere di Guacanagari, ministro, anziano, o che altro tu sia, te ne andassi di qua: e con te tutta la tua gente, meno questa cara bambina, che mi fa girare la testa, come se avessi bevuti i vostri liquori. Ma già, vicino a queste bellezze, anche l'acqua ubbriaca.—Gesticolava parlando. E stavano tutti a sentire quel discorso in lingua sconosciuta, guardandosi ad ogni tanto l'un l'altro, e ridendo stupidamente, come sempre avviene, quando si ride senza sapere di che. Ma qualcheduno si provò a parlare, rispondendogli; naturalmente fuori di tono. E risero anche di più, ma almeno sapendo di che cosa ridevano. A breve andare parlarono tutti, alternamente da prima, e poi tutti insieme, facendo un passeraio.—Sì, bravi, parlate un poco voi altri;—diceva Damiano.—Io non ne potevo già più. Parlate molto, fino a schiattarne. E non date retta a me, sopra tutto. Lasciatemi discorrere con questa graziosa vicina, che mi arrovescia la testa, con tanta languidezza di gesto, e mi guarda di sotto a quelle frange nere. Che cosa vuoi dirmi con quegli occhioni, selvaggia dell'anima mia, che io mi sorbirei tanto volentieri, come un ovo fresco? Mi dirai che [pg!160] non è cortese, in un ospite, dopo aver desinato, accogliere pensieri e desiderî da stomaco digiuno. Ma che ci posso far io, se tu sei tanto bella? e se devi, come sei bella, esser buona? Ah, infine, ve ne andate, voi altri? Volete lasciarmi con questa dolcetaorib.—Aveva in Haiti iltaoribla stessa potenza magica del Sesamo nella novella orientale di Alì Baba? Probabilmente non si trattò che di una coincidenza fortuita. Ma intanto, i commensali di Damiano incominciarono ad uscir dalla sala; pochi minuti dopo, non c'erano neanche più i due padroni di casa. Questi, per altro, non si ritirarono alla guisa degli altri; si volsero indietro parecchie volte, guardando Damiano, poi ammiccandosi l'un l'altro, quasi volessero dirsi, a mo' di un babbo e di una mamma d'Europa; poveri ragazzi! lasciamoli discorrere; avranno tante cose da dirsi!—Taorib!—mormorò Damiano, piegandosi sulla vita, verso la bella selvaggia.—Taorib!—ripigliò, mettendo nella parola tutta la intensità soave e profonda di cui erano capaci le sue corde vocali.—Mara Taorib;—rispose ella, tentennando la testa.—Ada turey taorib.—Mara!—esclamò Damiano.—Che roba è questa? Ma vediamo. Le ho detto bella, ed ella mi risponde.... Che cosa mi risponderebbe in simili casi una forosetta della vecchia Europa? Ah, mi par di capire.Mara taorib, come a dire: niente bella. Ma che cosa vorrà poi direAda turey, che è per giuntataorib? Dimmi, bambina;—soggiunse egli, facendo il viso dell'uomo impacciato;—che cosa vuol direAda turey?—La bella selvaggia rise delle angustie in cui era il suo povero interlocutore. Poi, levato il braccio, e [pg!161] descrivendo coll'indice un mezzo, cerchio in aria, più alto che potè gli disse:turey.—Il cielo?—domandò egli.E per farsi meglio intendere, dopo aver descritta con ambe le mani la volta del firmamento, fece l'atto, di curvarsi, pregando. La bella selvaggia battendo le palme, ripetè ancora due volte:turey.—Dio voglia che io abbia capita la prima parte del tuo discorso, come mi par di capire la seconda. Infatti, che cosa ci ha da fare qui il cielo... che è bello? Non vuoi tu forse dirmi: io non son bella, ma è bello il figlio del cielo? E perciò, divina creatura, io sono iltaorib? io, iltaorib, non è vero?—E ripetendo la parola, Damiano si recava ripetutamente l'indice al petto. La bella selvaggia fece prontamente un cenno affermativo.—Ada turey taorib;—soggiunse, confermando il cenno con un gesto della mano, che rivolgeva al suo interlocutore.Qui, poi, fu Damiano che battè palma a palma, rallegrandosi di quella prima vittoria.—Grazie!—diss'egli.—Ma questa lingua è facilissima. Io farò miracoli, fin dalla prima, lezione. Ora, otaorib, poichè siamo così bene avviati, vorrei sapere il tuo nome.—Questo era il guaio. Come farsi, capire? Ma il nostro Damiano si era riscaldato al giuoco, e niente doveva parerai difficile oramai.—Vediamo un poco;—diss'egli tra sè.Poi, accennatole col gesto, di essere in procinto di fare uno sforzo supremo, chiese ed ottenne facilmente tutta l'attenzione della bella selvaggia.—Io,—le disse, volgendo l'indice al petto,—iotaoribDamiano. Damiano!—ribadì, segnando ripetutamente sè stesso.—E tu?—proseguì, volgendo rapidamente l'indice a lei.—E tu?—[pg!162]Ma la bella selvaggia non capiva quel monosillabo. E mostrò di non capirlo, guardando lungamente Damiano con le ciglia inarcate.—Ho messo il carro avanti ai buoi;—disse Damiano tra sè....—Studiamone un'altra.—Allora, indicando con la mano fuori della capanna, disse alla sua vicina:—Guacanagari!—Ella capì; e non era difficile che capisse alla prima, poichè egli proferiva il nome del cacìco della tribù. E rispose, accennando del capo:—Guacanagari.—Damiano, allora, accostandosi la mano alla guancia e facendola scorrere in atto di carezza fin sotto al mento, ripigliò:—Cacique Guacanagari.... taorib?La bella selvaggia si mise a ridere, e gli rispose:—Nala u nala.—Dovrebb'essere: così così!—pensò Damiano.—Già, non avevo neanche bisogno di domandarglielo; perchè io l'ho veduto, il cacìco, e non m'è parso niente di prelibato.—Poi, sempre accennando fuori della capanna, nella direzione della piazza, ripetè:—Guacanagari.—E subito rivolgendo l'indice a sè, soggiunse:—Damiano; io Damiano, io.—Qui, come il lettore intenderà di leggeri, l'indice batteva ripetutamente il petto.La bella selvaggia stava a guardarlo con tanto d'occhi. E si capisce ch'ella aveva un gran desiderio d'intendere.Damiano ripigliò il suo doppio lavoro, di gesto e di voce, indicando il lontano col nome del cacìco, e sè stesso col nome suo proprio, aggiungendogli ancora l'epiteto.[pg!163]—Damiano,—diceva egli,—Damianotaorib.—Un lampo di allegrezza, balenato dalle pupille di quella vezzosa creatura, disse al nostro Damiano che egli era stato finalmente inteso. E glielo dissero ancora due parole di lei:—Taorib.... Damiana.—Ma questo non piaceva troppo a lui.—Damiana!—borbottò egli.—MaraDamiana! Damiano! Damiano!—ripetè, battendo sulla finale.—Non mi cambiare il sesso anche tu, creatura assassina!—Damiano;—ripetè la selvaggia, con accento dimesso.—Ah bene!—ripigliò egli allora.—Vedete che testina! Questa selvaggia impara le cose a volo.—Ma non bastava ancora ch'ella sapesse il nome di lui. Occorreva ch'egli sapesse il nome di lei. E perciò il nostro Damiano fece da capo il gesto solenne che invitava all'attenzione; poi disse, aiutandosi sempre col gesto dell'indice:—IotaoribDamiano; e tu,taorib....taorib....—Ma ella non intendeva. E Damiano incominciava a disperarsi, quando gli venne alla mente un'idea luminosa.—Vediamo,—diss'egli a sè stesso,—se una scorribanda nel calendario selvaggio mi potesse aiutare. Nel vecchio mondo, chi domandasse ad una donna il suo nome pronunziando quello di un'altra, si farebbe schiaffeggiare, a dir poco. Ma qui bisogna escire da un passo difficile. Corriamo il rischio, per bacco.—E ripigliò la sua frase, accompagnandola ancora col gesto dell'indice:—IotaoribDamiano; e tu?...taoribSamana? taorib Caritaba?—MaraSamana;—rispose la selvaggia.—MaraCaritaba. Abarima![pg!164]—Abarima!—gridò Damiano.—Abarima, tu? è il tuo nome, Abarima?TaoribAbarima! Tu sei di tutti i miei pensieri in cima. Fino a' tuoi piedi questo cuor s'adima. Lascia che il labbro un caldo bacio imprima.... sovra quegli, occhi tuoi d'indaco, prima.... ch'ei ti esalti sua donna in prosa e in rima. Abarima! o dolcissima Abarima!—Non ardì per altro di accostar le labbra all'indaco che aveva accennato. Si contentò di prendere la mano di lei, e di baciarle con cavalleresco riserbo il sommo delle dita.—Vedi, Abarima?—le disse, commentando il suo atto.—Nei nostri paesi si comincia di qui; ordinariamente dal dito mignolo; poi su su, lentamente, o alla svelta, secondo i casi, si procede al dorso della mano. Ci sono anche dei sapientissimi uomini che con una dolce violenza ti rivoltano una bella mano, dal dorso alla palma; così vedi, così....—Abarima rideva; ma intanto ritirava la sua mano dal giuoco, e gliene assestava un colpettino sul volto; quasi a punirlo, ma non troppo gravemente, della sua impertinenza.—Come nel vecchio mondo!—esclamò Damiano, ripigliando la destra di Abarima.—Oh Dio! non siamo della medesima stirpe? piuttosto, non lo siete voi donne, tutte figliuole d'Eva ad un modo? E così, da un buffetto, da una ceffata, prendete occasione di far conoscenza col nostro mostaccio. Abarima! Io ti adoro. Te lo lascierai dire, che hai gli occhi d'indaco? e le guance morbide, profumate, come le pesche di settembre? Vorrai tu venire in Europa? Io te lo giuro, ti sposerò davanti a tutti i parroci della cristianità.—Chiacchierava, chiacchierava, bene intendendo che ella non lo avrebbe capito. Ma le parole gli davano animo a guardarla ben da vicino negli occhi e a [pg!165] carezzarle la mano. Ella aveva incominciato a ridere: e aveva riso ancora, dandogli quella lieve ceffata. Ma ormai non rideva più. Guardava timidamente, si confondeva, abbassava le frange nere sulle guance, fremeva e taceva. Nessuno, intanto, capitava là dentro.—Capisco;—pensò Damiano, che aveva notata la cosa;—è costume di questi paesi. L'ospite è padrone; il meglio della casa è per lui. Dicono che sia così anche in certe regioni dell'Asia.... e nell'India pastinaca di Luigi de Torres. E non mi dispiace, il costume di qui. Nel nostro vecchio mondo, a quest'ora, sarebbero già venuti i servi a sparecchiare. Oppure, vedendoci star bene a quattr'occhi, sarebbero capitati in venti curiosi ad osservarci. Vecchio mondo, io ti abomino, ti esecro e ti maledico. Abarima! dolce Abarima! senti, vorrei dirti un mio pensiero all'orecchio.—Abarima capì il gesto, e porse ingenua l'orecchio.—Ti amo;—le bisbigliò Damiano.—Ti amo.—Ti.... a.... mo;—ripetè la selvaggia, ammirata di poter proferire le parole del figlio del cielo.Egli, allora, aiutandosi con tutti gli artifizi della mimica, le spiegò il pronome ed il verbo. Per il pronome, veramente, bastava indicare la sua graziosa vicina. Ma il verbo.... il verbo, come sapete, è il gran mistero di tutte le lingue. E i misteri si capiscono a volo, si sentono, si afferrano di schianto con tutte le virtù dell'intelletto, ma non si spiegano per indicazioni, per segni approssimativi. Nondimeno, trattandosi del verbo per eccellenza, e del suo modo indicativo, e del suo tempo presente, e della prima persona, Damiano ci si provò con coraggio. Additando lei parecchie volte, si carezzò il viso, storcendo gli occhi in atto di spasimo; additò lei parecchie altre volte, come per riferire a lei la [pg!166] carezza che aveva regalata a sè stesso; finalmente si recò le mani al cuore, e dal cuore le stese verso di lei in atto di preghiera, di desiderio, di tutto quello che segue e che per amor di brevità si ommette; da ultimo, e continuando i gesti appassionati, le ripetè dolcemente, teneramente, languidamente:—Ti amo.—Ella era stata ad osservare con molta attenzione tutto quel lavorio faticoso, ma chiaro nella sua intensità. Diede in una risata argentina, mosse la testa come per dirgli: ho capito, e tradusse la frase nella sua lingua:—Lessinitli—E vada perlessinitli;—rispose Damiano.—Ti dirò allora la mia frase completa:Damiano lessinitli Abarima taorib.Abarima chiuse le palpebre e tentennò la testa in atto d'incredula. Poi, a mezza voce, gli disse:—Mara nala kini sindekì?Damiano rimase male, a quella domanda, scoccata così a bruciapelo. Un povero diavolo che crede di sapere il tedesco perchè ha fatti i primi due esercizi dell'Ollendorf, e si sente domandare per via da un pronipote di Arminio a che ora parte il primo treno diretto, non rimane più sconcertato di quello che rimase Damiano davanti a quella selvaggia, tanto bella e tanto birichina per giunta.—Mara....?—diss'egli, tanto per dire.—Mara nala kini sindekì?—ripetè ella, ridendo.—Cara mia,—disse Damiano, avvilito,—questo è arabo, turco, egiziano, per il tuo umilissimo servo. Così, credo io, parlavano i mastri muratori della torre di Babele, quando incominciarono a non capirsi l'un l'altro. Dove vai? diceva l'uno; e l'altro rispondeva: le son cipolle. Dolce bambina, pensaci [pg!167] bene; io ti ho detto:Damiano lessinitli Abarima taorib;e tu mi rispondi....—Mara nala....—replicava la bella selvaggia.—Si, ho inteso, basta!—gridò Damiano.—Per mara, non ci vedo difficoltà; è il vostro modo per dir di no.Nala, ora che ci penso, l'hai detto poc'anzi, nella frase:nala u nala, che io ho interpetrato: così così. Ma il tuokini sindekìmi allega i denti, bambina bella. «Non così....» Che frase può incominciare con queste due parole, e con accento interrogativo, come hai fatto tu? «Non così....» Oh, senti, io ne faccio una,Abarima taorib. Tu vuoi burlarti di me; io non ti ricaccerò le tue parole in gola, che sarebbe atto scortese, con una donna; mi contenterò di suggellartele in bocca.—E si accostava, come aveva già fatto una volta; ma non accennava al desiderio di parlarle all'orecchio.Un braccio alzato e un'occhiata espressiva interruppero a mezzo il gesto di Damiano. Il braccio alzato, per verità, avrebbe fatto poca difesa. L'occhiata espressiva gli diceva troppo chiaramente: fermatevi, c'è qualcheduno che vede.Damiano si volse di soprassalto, e intravvide qualcheduno che era apparso allora sulla soglia. Il padre di Abarima, forse? o un altro della famiglia? No, un compagno di Damiano, e il più fedele, Cosma!La testa di Medusa non avrebbe.... Ma no, lasciamo lì i paragoni classici. Questo, poi, non reggerebbe neanche. Damiano non rimase di sasso; al più si potrebbe dire che egli, a guisa di un mattone, cavato lì per lì dalla forma, e tenuto un pezzo al sole, rimase abbastanza.... seccato.—Cosma!—esclamò.—Son io, perdonami;—disse Cosma, inoltrandosi di qualche passo.—Do noia, forse?[pg!168]—No, caro; giungi un pochino a contrattempo; ecco tutto. E se tu fossi rimasto dov'eri, ti saresti sicuramente meno annoiato. Perchè qui, vedi, si studia. Ero tutto occupato a prender lezione di lingua Haitiana. Non puoi immaginarti come ne siano difficili i principii. Ma con un po' di buona volontà, sudandoci naturalmente....—È somigliantissima a quella di Cuba;—disse Cosma.—No, sai? questa è più dolce; oh, molto più dolce.—Questione di più e di meno, allora;—riprese Cosma;—e il nostro Cusqueia potrebbe bastare.—È vero, sì; ma Cusqueia, vedi, non ha metodo. Ti rammenti che cosa diceva il nostro maestro, commentando Aristotele? Senza il metodo, uomo non isperi di profittare in nessun ramo dello scibile. Ma io ti faccio dei discorsi inutili, caro; e tu sei venuto per parlarmi di cose gravi, m'immagino.—Sfido io!—rispose Cosma.—Son venuto per dirti che è tempo di partire. Son tutti sulla piazza, incominciando dal regio notaio, e non si aspetta che te per metterci in cammino.—Si va via!... e perchè?—Per ritornare alle navi, che diamine! Dove hai la testa? ai grilli?—Eh! almeno a quelli del focolare;—rispose Damiano.E si volse con aria dolente a guardare la sua bella interlocutrice, che era rimasta là, mezzo incantata a guardare i due figli del cielo.—Abarima taorib,—disse Damiano,—vedi? questi è un mio amico, ma un amico crudele. Egli mi rapisce a te, soavissima fra tutte le pelli rosse. Ti prego, Cosma;—soggiunse egli, parlando all'amico, ma senza voltarsi a lui;—non mi fare il bello, ora, col pretesto d'esser biondo.[pg!169]—Ma che? sei matto?—Perchè, vedi,—riprese Damiano,—questa volta sono innamorato a buono. Addio,Abarima taorib. Ada tureydeve partire,—Così dicendo, faceva il gesto dell'andare.—Azatlan?—disse Abarima.—Eh cara, non so che paese sia; ma il comando è di andare. Che fretta è mai quella del regio notaio? Va, te ne prego, Cosma, digli che vi raggiungo subito.—Ma non perdiamo tempo, mi raccomando.—No, no; un addio, l'ultimo addio, e ti corro sull'orma. Va.—Cosma sorrise, fece una giravolta sulla persona, e si avviò verso l'uscio.[pg!170]
Capitolo IX.Come Damiano si persuase di non avere amato mai, prima d'allora.Noi non istaremo a sentire tutti i discorsi che si fecero su quel tono, il cacìco Guacanagari e il regio notaio Rodrigo di Escobar, essendo intermediario il naturale di Cuba. Sono lunghi, troppo lunghi, i discorsi che hanno bisogno d'interpetre; e per solito non sono neanche piacevoli. Del resto, i due personaggi duravano già molta fatica a farsi intendere dal loro intermediario, per il frastuono che si faceva intorno a loro da una intiera tribù d'uomini, donne e fanciulli. La curiosità di veder da vicino i figli del cielo era grande; tutti volevano avvicinarsi, tutti volevano guardare e toccare. Sicuro, anche toccare. Forse annettevano a quella tastatina la stessa virtù preservativa che noi annettiamo, al toccare una santa reliquia. E per avvicinarsi tutti, dovevano pigiarsi; per toccare, dovevano cacciarsi l'un l'altro; quei che riuscivano ad avvicinarsi, a toccare, non si sarebbero più mossi di là; donde gli spintoni, le grida, il tumulto, il baccano indiavolato, che confondeva, a pochi passi di distanza, il cacico Guacanagari, il notaio Rodrigo di Escobar, e l'interpetre Cusqueia.[pg!149]Finalmente, il cacìco si alzò da sedere, volgendo da prima un gesto autorevole, poi la parola alle turbe. Che cosa disse? Le turbe si ritrassero umiliate: ma parecchi restarono al posto, battendo le palme in segno di allegrezza; e subito, spartiti in manipoli, s'impadronirono dei quattro compagni di Rodrigo di Escobar, mentre di lui s'impadroniva il cacico in persona.—Che cosa si vuole da noi?—gridò Damiano all'interpetre.—Che diavolo ha detto il cacico?—Figli del cielo, bisogna mangiare e poi riposare;—rispose Cusqueia.—Amici consiglieri di Guacanagari condurre nelle case figli del cielo.—Ospitalità?—disse Damiano.—E niente banchetto nella casa reale? Tanto meglio. E la fortuna assista ognuno di noi. Cosma mio bello, salute!—Cosma era già nelle mani di tre o quattro persone, che lo portavano, più che non lo conducessero, verso il lato sinistro della piazza. Damiano si lasciò trascinare verso il lato destro. E non era neanche scontento di quella dolce violenza; neanche scontento di vedersi per un po' di tempo lontano dalla eterna compagnia dei figli del cielo, suoi fratelli amatissimi. L'amicizia è una bella cosa; ma qualche volta è pesante; specie quando il cuore vi dice che essa non basta alla vostra felicità, e che una.... Ma c'è egli bisogno di mettere i puntini sugli i?Damiano era stato preso per le braccia da un vecchio, il quale gli faceva un discorso e dei gesti vivaci. Egli non capì una parola del discorso, ma indovinò dai gesti che la casa in cui lo avrebbero accolto non era molto lontana. Anzi, tutt'altro, era in fondo alla piazza, e molto vicina alla casa del re.—Sono coi pezzi grossi;—pensò.—Cusqueia, del resto, lo ha detto: amici e consiglieri di Guacanagari. [pg!150] Attento Damiano! qui bisognerà star bene in gambe, e non far onta alla nostra eccelsa Repubblica.—Col vecchio venivano due giovanotti, forse figliuoli, forse nipoti, fors'anche generi del personaggio eminente. Generi!... Damiano pensò naturalmente alle figlie. Infatti, dove son generi, son sempre figliuole. Per contro, dove sono figliuole, non è ancor detto che i generi abbondino.Damiano si lasciava condurre, sorridendo alle frasi del vecchio, sorridendo alle frasi dei giovani, sorridendo a tutti e a tutto. Si sarebbe arrivati finalmente in qualche luogo, dov'egli potesse continuare a sorridere, e con più gusto che allora.E si arrivò davanti ad una capanna, la cui grandezza e l'architettura esteriore promettevano assai. Le antenne, che salivano a sostenere il gran tetto di palme, erano tutte vestite di gaio fogliame e di fiori, bell'indizio di altri fiori ch'egli avrebbe ritrovati nell'interno. La porta aveva stipiti di legno, intagliati rozzamente, ma di bella apparenza, perchè l'intaglio era screziato di vivaci colori. In alto, dove i grandi d'Europa mettono lo stemma e la corona, si vedeva un bianco teschio d'animale, in mezzo ad un trofeo di frecce, spiedi, mazze ed altre armi selvagge.—Questo,—disse Damiano tra sè, poi ch'ebbe veduti quei simboli,—è certamente il savio che presiede alle cose della guerra. Mi sia propizia Minerva! Ma io, confesso il mio peccato, preferirei un'altra divinità.—In quel mentre, una famiglia numerosa si affollava all'ingresso. E più innanzi di tutti veniva una donna, vestita del suo guarnello bianco e di un piccolo drappo girato ad armacollo dal fianco alle spalle.[pg!151]—Che sia questa, Minerva?—pensò Damiano.—O non piuttosto la Giunone di questo Giove sbarbato?—Era infatti Giunone, la moglie del padrone di casa, la madre di famiglia, che stese la mano per toccar l'ospite sulla fronte, secondo il rito del paese, e gli diede il benvenuto con una frase ch'egli non doveva capire.Damiano rispose con un inchino. Ma subito gli venne un'idea luminosa.—Qui,—disse tra sè,—onorano l'ospite a modo loro; l'ospite deve onorare a modo suo i padroni.... e le padrone di casa.—E fermatosi di botto sull'uscio, si volse al vecchio, lo guardò e gli stese la mano, per dargli una stretta famosa. Poi, voltosi alla moglie dell'ospite, prese la mano di lei, e s'inchinò, come per imprimervi un bacio. Fece l'atto, s'intende, ma non andò fino a toccar con le labbra. Non tutte le mani si baciano; e una bella cerimonia, uguale per tutte, vi consente di aggiustarla come vi pare.L'uomo era rimasto lì, in atto di osservare, studiando; si era lasciata prender la mano, e stringere a quel modo che ho detto; e subito aveva fatto un cenno del capo e data un'occhiata ai suoi, che pareva volesse dire: capite? questa è l'usanza degli uomini bianchi. La donna, a sua volta, aveva lasciato fare, notata la diversità dell'atto, e sorriso al marito, come per dirgli: i figli del cielo fanno così, per dimostrare l'amicizia e il rispetto. E tutti e due, guardandosi ancora, e ammiccando, parevano accordarsi a conchiudere che il loro ospite faceva le cerimonie secondo l'uso della sua terra; che queste cerimonie si facevano sull'uscio, come da loro; che erano di due forme, per gli uomini e per le donne, e volevano dire su per giù: sono [pg!152] l'amico del padrone, sono il servo della padrona di casa.Da uomo savio ed accorto, il nostro Damiano non prese altre mani, nè per stringere, nè per baciare. Ce n'erano troppe, del resto, e di belle e di brutte, di delicate e di ruvide. Ad un certo punto, guardandosi intorno.... altro che mani, buon Dio! Tra vecchie e giovani, stavano a contemplarlo due dozzine di femmine.E si capiva che la più parte fossero ancelle della padrona, o del padrone di casa. Ma cinque o sei, che erano in prima fila, più giovani, e meglio adornate, si capiva ancora che fossero figliuole dei padroni di casa, o spose dei loro figliuoli.Tra persone che non parlano la medesima lingua, non è da far cerimonie. Anche i naturali di Haiti intendevano questa verità elementare. E subito condussero Damiano nella stanza più vasta, quella del focolare, che è la più intima, e che, presso tutti i popoli primitivi, del nuovo mondo come del vecchio, è quella in cui si ricevono gli ospiti, nella dolce intimità del convito. Colà, su piccoli deschetti di canne, era imbandito il pasto. Ciotole e vasi d'argilla erano disposti davanti ai commensali; ma la parte maggiore del vasellame di tavola si componeva di zucche, d'ogni forma, d'ogni misura, e in vari modi tagliate, per servire a tutti gli usi, del mangiare e del bere.Innanzi di prender posto, Damiano aveva guardato attentamente in giro. E adocchiate le giovani donne, subito ne aveva distinta una, su cui doveva ritornare più frequentemente il suo sguardo. Si sbagli o no, a qualcheduna bisogna pur dare la palma, e a lei volgere la muta adorazione, la giaculatoria degli occhi. L'attenzione di Damiano si era fermata sopra una bellezza nascente, dal color di rame [pg!153] assai chiaro, traente al roseo. Come forma, era fatta a pennello, anzi meglio, a scalpello, se non da Fidia o da Prassitele, certo da uno dei loro più valenti discepoli. Mi chiederete come potessero artisti greci aver passato l'Atlantico, per modellare quella bella creatura; ed io correggerò la mia frase dicendo che non un discepolo di Fidia o di Prassitele, ma lo stesso maestro dei greci maestri aveva plasmata quella creta e spiratole in fronte il soffio della vita. L'opera ci guadagnerà, in questo cambio d'artefice, e il narratore si sarà accostato alle fonti del vero. Quanto ad attingervi direttamente, si sa, è un altro paio di maniche.Debbo io dirvi della fronte breve, mezzo nascosta dai ciuffi indocili della sua negra capigliatura? Amerei meglio parlarvi della grazia birichina con cui portava una ghirlanda di vitalba, o d'altro fiore consimile, al sommo della testa. E più ancora amerei parlarvi (ma bisognerebbe farlo bene) delle sue guance floride, lucenti e morbide come le pesche mature; guance aperte e sporgenti, a cui davano spicco due grandi occhioni neri, maravigliosamente frangiati di ciglia e di sopracciglia nerissime. Erano quelli i veri occhi parlanti, e dicevano, quando ella arrovesciava un pochino la testa, per guardarvi dall'alto, un visibilio di cose, consigliandovi naturalmente un visibilio di pazzie. E quelle labbra tumidette, coralline, rugiadose! E quei denti piccolini, luminosi nella loro candidezza lattea! Oh, infine, non voglio che perdiate la testa, come il nostro amico Damiano. Vi dirò brevemente che era dal capo alle piante un miracolo di bellezza, di salute, di gioventù; che si vedevano e si sentivano in lei tutte le native eleganze che si sogliono immaginare oggidì nella creola americana, e che del resto non mancano neppure in Europa, sebbene qui un altro tipo prevalga.[pg!154]Damiano era rimasto sbalordito. Ma voi sapete che questi sbalordimenti non mettono un uomo per terra, anzi gli addoppiano le forze, ravvivando, stimolando, aguzzando tutte le sue facoltà. Egli parlava a tutti e a tutte, dicendo quelle frasi corte con cui si suole accompagnare il gesto, quando si sa che solamente da questo e per questo possiamo esser capiti. E di qua e di là si volgeva, parlando e gesticolando con quanta più grazia poteva; ma si volgeva alla guisa degli innamorati, che, dopo aver ben girato con gli occhi, cascano sempre a guardare in un punto, e pare che non abbiano guardato altrove, se non per descrivere il mezzo cerchio, e ricascare a quel punto.La bellissima creatura aveva capito tutto quel sapiente artifizio di occhiate. E quando gli sguardi dell'ospite, dopo aver ben girato di qua e di là, venivano a fermarsi, a raccogliersi amorosamente su lei, si confondeva, abbassando le ciglia. E allora le due frange nere pendevano come lembi di velo, ad ombreggiare il sommo delle guance. Ma tosto si rialzavano, e di sotto a quei lembi balenava un doppio raggio bianco azzurrino, che andava diritto agli occhi dell'ospite, e dagli occhi al cuore, per accendergli il sangue.Quello era un linguaggio tra i due, che non aveva mestieri d'interpetre. E se nella vita si potesse parlare sempre quello, confessiamo sinceramente che nessuno di noi vorrebbe imparar lingue straniere, nè perdere il tempo su quel congegno legnoso, tormentoso e sciocco, che è la grammatica.Che cosa diedero quel giorno da mangiare a Damiano? Egli non se ne avvide; mandò giù, senza badarci più che tanto. Del resto, egli mangiò pochissimo. Che cosa gli diedero da bere? Doveva essere uno di quei soliti liquori, che mordono la [pg!155] lingua, bruciano il palato, e mandano i fumi al cervello. Ma egli ne assaggiò a mala pena. Il padrone di casa si avvide sicuramente che il suo ospite non gradiva le bevande fermentate di Haiti, perchè ad un certo punto, fatta appressare una gran zucca, gli versò dell'acqua nella ciotola. E allora Damiano tracannò tutta quell'acqua, che era fresca e gustosa, chiedendone tosto dell'altra. E bevve, da quel momento in poi, bevve largo e frequente. Gl'innamorati, si sa, bevono sempre molt'acqua. Non hanno bisogno di bevande eccitanti, perbacco; piuttosto di refrigeranti, che estinguano, insieme con la sete, i soverchi ardori del sangue.Egli era dunque rimasto preso ai vezzi della giovane indiana? Già ve l'ho detto. Si era messo in testa di doversi innamorare, e innamorare a buono, di una pelle rossa. E manteneva la sua promessa, correva la sua ventura, soggiaceva al suo fato.Strano capriccio di fortuna! Avevano messa accanto a lui quella bella creatura. Ma era poi da vederci un capriccio della fortuna, o non piuttosto una scelta, più o meno giudiziosa, ma sempre meditata, dei padroni di casa? Poteva essere una delicatezza di costume, non rara tra selvaggi, di collocare al fianco dell'ospite la più bella donna della casa, come d'imbandirgli la più preziosa vivanda sul desco. Fors'anche era un rito, che la più giovane donna fosse data per compagna al forestiero, fino a tanto egli dimorasse sotto il tetto ospitale. Insomma, potevano essere tante cose e tante altre; e Damiano non poteva immaginarsele tutte, nè provarsi a cercarle. Se anche gli fossero balenate tutte alla mente, egli, nello stato d'animo in cui era, e nella assoluta ignoranza degli usi selvaggi, non avrebbe saputo cavarne un costrutto. Ora, delle cose che non si sanno, una scienza mediocre insegna a non cercare il come e il perchè.[pg!156]Egli, dopo tutto, non era uomo da stillarsi il cervello. Aveva quella vezzosa creatura daccanto, e approfittava volentieri della vicinanza per volgersi a lei, ora con un pretesto, ora con un altro, per guardarla molto negli occhi. E le parlava ancora, offrendole cortesemente i pezzi migliori delle vivande che gli erano poste sul tagliere, o sulla focaccia di cassava che faceva uffizio di tagliere, di piatto, di tutto quello che vi parrà meglio. Ma parlandole con tanto maggior libertà, quanto era più sicuro di non esser capito, si guardava bene dal dirle la sola parola della lingua di lei, che egli sapeva a memoria.Taorib, vi ricordate? Ma questa la serbava per un discorso a quattr'occhi. In quella numerosa brigata il suotaoribsarebbe stato sentito da tutti. L'amore ha la sua verecondia, la sua ritenutezza. E quella volta Damiano era innamorato per davvero; anzi, diceva a sè stesso di non avere amato mai, prima d'allora.La bella creatura lo stava a sentire, senza capirlo mai, ma certamente indovinandolo spesso. Forse dico male; forse ella indovinava sempre le chiacchiere di Damiano, intendendo ch'egli parlasse a caso, e non per altro che per poterla guardare negli occhi. Ed ella rideva, ad ogni frase di lui, mostrandogli tra le due labbra di corallo tenero i bei denti piccini, luminosi nella loro candidezza; e arrovesciando la testa, con quel suo gesto consueto, lo guardava di sotto alle palpebre socchiuse, di sotto a quei veli frangiati che sapete, e che, sollevati a mezzo, come lembi di tende misteriose, parevano dirgli: qui non penetra raggio importuno di sole, nè occhio geloso di rivale; vieni.E quelle guance morbide, quella gola tenera, quel collo soave!... Damiano guardava, e pensava; e il suo pensiero si potrebbe esprimere a un dipresso [pg!157] così: Buon signore Iddio! che mirabile cosa avete voi fatta, nell'ultimo giorno delle vostre creazioni! Si capisce che per farla così bella, ve la siate serbata per l'ultima. Per noi, vedete, buon signore Iddio? per noi, è la prima, senza contrasto la prima. Ah, poveri noi, frattanto! Ma pensate, misericordioso come siete, che, se perdiamo la testa, è ancora e sempre per ammirazione delle opere vostre; e non vogliate farcene un capo d'accusa,in novissima die.Il banchetto era giunto a quell'ora in cui tutti i convitati sciolgono Giordano. Dovrebb'essere un cane; ma è invece lo scilinguagnolo. In quell'ora ognuno incomincia a dire quel che gli pare, immaginando che tutti lo ascoltino; e nessuno ascolta, o, se ascolta, non capisce un bel nulla. Damiano incominciava a parlare; ed essendo egli l'ospite, l'uomo bianco, il figlio del cielo, i commensali non si fecero dar sulla voce dal padrone di casa, per prestare un'attenzione benevola al parlatore. Ma questi, che aveva bevuto soltanto acqua, non s'ingannava, come a quell'ora si sarebbe ingannato ogni altro parlatore. Sapeva benissimo che nessuno lo avrebbe inteso; ma non gliene importava affatto. Parlava, per bisogno di parlare, di farsi udire da quella cara bambina che sedeva alla sua destra. Neanche lei lo avrebbe capito: ma che importava ciò, per allora? La cara bambina avrebbe sentito il suono della sua voce, e indovinato da certi segni, da certi indizi frequenti, che il discorso era tutto per lei.—Vedete, cari selvaggi?—diceva Damiano.—Voi siete brava gente, ed io vi amo. Non già per le vostre facce, oh no. Voi m'inspirate un modico affetto. Siete mio prossimo? Non lo so. Per averne un barlume, dovrei almeno sapere che discendete da Cam, da Sem, o da Jafet. Perchè, io non ve lo [pg!158] nascondo, il prossimo nostro si racchiude tutto in questa biblica terna, moltiplicata per cinquanta secoli e più, secondo la regola antica ed accetta. Ma siete brava gente, vi ripeto, e non voglio farvi torto, mettendovi al bando della umana famiglia. Come potrei farlo, del resto? Avete tra voi una bella creatura, che non mi sarà prossimo, ma mi è prossima, e nondimeno mi pare ancora troppo lontana. Dove l'avete pescata? Dove e come vi è nato questo fiore maraviglioso, che si chiama.... Come ti chiami, adorata vicina? Io lo ignoro. E mi duole che non sia qui, per domandartelo, il savio interpetre Cusqueia.—Cusqueia!—gridò uno dei commensali, udendo la prima parola di cui potere capire qualche cosa.—Cusqueia: Cusqueia!—ripeterono parecchi.E tutti risero, ripetendo quel nome. Damiano, lì per lì, ne rimase sconcertato.—Capisco,—diss'egli, dopo un istante di pausa,—il nome del naturale di Cuba significherà qualche cosa ridicola, come avviene di tanti nomi nel vecchio mondo. Ebbene, non importa, tiriamo avanti. Non vorremo mica guastarci il sangue per un nome di selvaggio. Ritornerò alla bella creatura che mi sta al lato destro, ed occupa già tutto il mio lato sinistro. Una bella donnina in una società, è la mano di Dio. Niente vale una bella donnina; nè ricchezze, nè onori, nè gioventù, nè salute. Nel vecchio mondo, per una donna bella, due popoli si sono bisticciati dieci anni, insanguinando largamente due palmi di terra; e il primo poeta della Grecia ne ha cantato assai lungamente, alla maniera degli orbi. Onore a lui, che non fu orbo per la bellezza di Elena! C'è nella donna bella il granquiddell'esistenza. Perchè si vive, infine? perchè si studia? perchè si cerca tutti di comparire, meglio che si può, a costo di cento sacrifizî, e di mille? Fino a che [pg!159] siamo giovani, e gli occhi scintillano, e le guance rosseggiano, e i capelli.... nereggiano (alcuni uomini li hanno biondi, ma, credete a me, i capelli biondi non valgono un fico secco), amiamo con fiducia, sicuri di essere amati, o giù di lì. Poi.... perchè c'è un poi, l'ambizione ci si appiccica al cuore; vogliamo avere gli onori, conquistar le ricchezze. Ma perchè? Per comparire ancora, per comparir sempre, per essere amati, se ci riesce. Non c'è altro che questo, nel mondo, o, se c'è altro, non vale. Voi, per esempio, selvaggi dell'anima mia, valete pochino. Io pagherei non so che cosa, perchè tu, vecchio consigliere di Guacanagari, ministro, anziano, o che altro tu sia, te ne andassi di qua: e con te tutta la tua gente, meno questa cara bambina, che mi fa girare la testa, come se avessi bevuti i vostri liquori. Ma già, vicino a queste bellezze, anche l'acqua ubbriaca.—Gesticolava parlando. E stavano tutti a sentire quel discorso in lingua sconosciuta, guardandosi ad ogni tanto l'un l'altro, e ridendo stupidamente, come sempre avviene, quando si ride senza sapere di che. Ma qualcheduno si provò a parlare, rispondendogli; naturalmente fuori di tono. E risero anche di più, ma almeno sapendo di che cosa ridevano. A breve andare parlarono tutti, alternamente da prima, e poi tutti insieme, facendo un passeraio.—Sì, bravi, parlate un poco voi altri;—diceva Damiano.—Io non ne potevo già più. Parlate molto, fino a schiattarne. E non date retta a me, sopra tutto. Lasciatemi discorrere con questa graziosa vicina, che mi arrovescia la testa, con tanta languidezza di gesto, e mi guarda di sotto a quelle frange nere. Che cosa vuoi dirmi con quegli occhioni, selvaggia dell'anima mia, che io mi sorbirei tanto volentieri, come un ovo fresco? Mi dirai che [pg!160] non è cortese, in un ospite, dopo aver desinato, accogliere pensieri e desiderî da stomaco digiuno. Ma che ci posso far io, se tu sei tanto bella? e se devi, come sei bella, esser buona? Ah, infine, ve ne andate, voi altri? Volete lasciarmi con questa dolcetaorib.—Aveva in Haiti iltaoribla stessa potenza magica del Sesamo nella novella orientale di Alì Baba? Probabilmente non si trattò che di una coincidenza fortuita. Ma intanto, i commensali di Damiano incominciarono ad uscir dalla sala; pochi minuti dopo, non c'erano neanche più i due padroni di casa. Questi, per altro, non si ritirarono alla guisa degli altri; si volsero indietro parecchie volte, guardando Damiano, poi ammiccandosi l'un l'altro, quasi volessero dirsi, a mo' di un babbo e di una mamma d'Europa; poveri ragazzi! lasciamoli discorrere; avranno tante cose da dirsi!—Taorib!—mormorò Damiano, piegandosi sulla vita, verso la bella selvaggia.—Taorib!—ripigliò, mettendo nella parola tutta la intensità soave e profonda di cui erano capaci le sue corde vocali.—Mara Taorib;—rispose ella, tentennando la testa.—Ada turey taorib.—Mara!—esclamò Damiano.—Che roba è questa? Ma vediamo. Le ho detto bella, ed ella mi risponde.... Che cosa mi risponderebbe in simili casi una forosetta della vecchia Europa? Ah, mi par di capire.Mara taorib, come a dire: niente bella. Ma che cosa vorrà poi direAda turey, che è per giuntataorib? Dimmi, bambina;—soggiunse egli, facendo il viso dell'uomo impacciato;—che cosa vuol direAda turey?—La bella selvaggia rise delle angustie in cui era il suo povero interlocutore. Poi, levato il braccio, e [pg!161] descrivendo coll'indice un mezzo, cerchio in aria, più alto che potè gli disse:turey.—Il cielo?—domandò egli.E per farsi meglio intendere, dopo aver descritta con ambe le mani la volta del firmamento, fece l'atto, di curvarsi, pregando. La bella selvaggia battendo le palme, ripetè ancora due volte:turey.—Dio voglia che io abbia capita la prima parte del tuo discorso, come mi par di capire la seconda. Infatti, che cosa ci ha da fare qui il cielo... che è bello? Non vuoi tu forse dirmi: io non son bella, ma è bello il figlio del cielo? E perciò, divina creatura, io sono iltaorib? io, iltaorib, non è vero?—E ripetendo la parola, Damiano si recava ripetutamente l'indice al petto. La bella selvaggia fece prontamente un cenno affermativo.—Ada turey taorib;—soggiunse, confermando il cenno con un gesto della mano, che rivolgeva al suo interlocutore.Qui, poi, fu Damiano che battè palma a palma, rallegrandosi di quella prima vittoria.—Grazie!—diss'egli.—Ma questa lingua è facilissima. Io farò miracoli, fin dalla prima, lezione. Ora, otaorib, poichè siamo così bene avviati, vorrei sapere il tuo nome.—Questo era il guaio. Come farsi, capire? Ma il nostro Damiano si era riscaldato al giuoco, e niente doveva parerai difficile oramai.—Vediamo un poco;—diss'egli tra sè.Poi, accennatole col gesto, di essere in procinto di fare uno sforzo supremo, chiese ed ottenne facilmente tutta l'attenzione della bella selvaggia.—Io,—le disse, volgendo l'indice al petto,—iotaoribDamiano. Damiano!—ribadì, segnando ripetutamente sè stesso.—E tu?—proseguì, volgendo rapidamente l'indice a lei.—E tu?—[pg!162]Ma la bella selvaggia non capiva quel monosillabo. E mostrò di non capirlo, guardando lungamente Damiano con le ciglia inarcate.—Ho messo il carro avanti ai buoi;—disse Damiano tra sè....—Studiamone un'altra.—Allora, indicando con la mano fuori della capanna, disse alla sua vicina:—Guacanagari!—Ella capì; e non era difficile che capisse alla prima, poichè egli proferiva il nome del cacìco della tribù. E rispose, accennando del capo:—Guacanagari.—Damiano, allora, accostandosi la mano alla guancia e facendola scorrere in atto di carezza fin sotto al mento, ripigliò:—Cacique Guacanagari.... taorib?La bella selvaggia si mise a ridere, e gli rispose:—Nala u nala.—Dovrebb'essere: così così!—pensò Damiano.—Già, non avevo neanche bisogno di domandarglielo; perchè io l'ho veduto, il cacìco, e non m'è parso niente di prelibato.—Poi, sempre accennando fuori della capanna, nella direzione della piazza, ripetè:—Guacanagari.—E subito rivolgendo l'indice a sè, soggiunse:—Damiano; io Damiano, io.—Qui, come il lettore intenderà di leggeri, l'indice batteva ripetutamente il petto.La bella selvaggia stava a guardarlo con tanto d'occhi. E si capisce ch'ella aveva un gran desiderio d'intendere.Damiano ripigliò il suo doppio lavoro, di gesto e di voce, indicando il lontano col nome del cacìco, e sè stesso col nome suo proprio, aggiungendogli ancora l'epiteto.[pg!163]—Damiano,—diceva egli,—Damianotaorib.—Un lampo di allegrezza, balenato dalle pupille di quella vezzosa creatura, disse al nostro Damiano che egli era stato finalmente inteso. E glielo dissero ancora due parole di lei:—Taorib.... Damiana.—Ma questo non piaceva troppo a lui.—Damiana!—borbottò egli.—MaraDamiana! Damiano! Damiano!—ripetè, battendo sulla finale.—Non mi cambiare il sesso anche tu, creatura assassina!—Damiano;—ripetè la selvaggia, con accento dimesso.—Ah bene!—ripigliò egli allora.—Vedete che testina! Questa selvaggia impara le cose a volo.—Ma non bastava ancora ch'ella sapesse il nome di lui. Occorreva ch'egli sapesse il nome di lei. E perciò il nostro Damiano fece da capo il gesto solenne che invitava all'attenzione; poi disse, aiutandosi sempre col gesto dell'indice:—IotaoribDamiano; e tu,taorib....taorib....—Ma ella non intendeva. E Damiano incominciava a disperarsi, quando gli venne alla mente un'idea luminosa.—Vediamo,—diss'egli a sè stesso,—se una scorribanda nel calendario selvaggio mi potesse aiutare. Nel vecchio mondo, chi domandasse ad una donna il suo nome pronunziando quello di un'altra, si farebbe schiaffeggiare, a dir poco. Ma qui bisogna escire da un passo difficile. Corriamo il rischio, per bacco.—E ripigliò la sua frase, accompagnandola ancora col gesto dell'indice:—IotaoribDamiano; e tu?...taoribSamana? taorib Caritaba?—MaraSamana;—rispose la selvaggia.—MaraCaritaba. Abarima![pg!164]—Abarima!—gridò Damiano.—Abarima, tu? è il tuo nome, Abarima?TaoribAbarima! Tu sei di tutti i miei pensieri in cima. Fino a' tuoi piedi questo cuor s'adima. Lascia che il labbro un caldo bacio imprima.... sovra quegli, occhi tuoi d'indaco, prima.... ch'ei ti esalti sua donna in prosa e in rima. Abarima! o dolcissima Abarima!—Non ardì per altro di accostar le labbra all'indaco che aveva accennato. Si contentò di prendere la mano di lei, e di baciarle con cavalleresco riserbo il sommo delle dita.—Vedi, Abarima?—le disse, commentando il suo atto.—Nei nostri paesi si comincia di qui; ordinariamente dal dito mignolo; poi su su, lentamente, o alla svelta, secondo i casi, si procede al dorso della mano. Ci sono anche dei sapientissimi uomini che con una dolce violenza ti rivoltano una bella mano, dal dorso alla palma; così vedi, così....—Abarima rideva; ma intanto ritirava la sua mano dal giuoco, e gliene assestava un colpettino sul volto; quasi a punirlo, ma non troppo gravemente, della sua impertinenza.—Come nel vecchio mondo!—esclamò Damiano, ripigliando la destra di Abarima.—Oh Dio! non siamo della medesima stirpe? piuttosto, non lo siete voi donne, tutte figliuole d'Eva ad un modo? E così, da un buffetto, da una ceffata, prendete occasione di far conoscenza col nostro mostaccio. Abarima! Io ti adoro. Te lo lascierai dire, che hai gli occhi d'indaco? e le guance morbide, profumate, come le pesche di settembre? Vorrai tu venire in Europa? Io te lo giuro, ti sposerò davanti a tutti i parroci della cristianità.—Chiacchierava, chiacchierava, bene intendendo che ella non lo avrebbe capito. Ma le parole gli davano animo a guardarla ben da vicino negli occhi e a [pg!165] carezzarle la mano. Ella aveva incominciato a ridere: e aveva riso ancora, dandogli quella lieve ceffata. Ma ormai non rideva più. Guardava timidamente, si confondeva, abbassava le frange nere sulle guance, fremeva e taceva. Nessuno, intanto, capitava là dentro.—Capisco;—pensò Damiano, che aveva notata la cosa;—è costume di questi paesi. L'ospite è padrone; il meglio della casa è per lui. Dicono che sia così anche in certe regioni dell'Asia.... e nell'India pastinaca di Luigi de Torres. E non mi dispiace, il costume di qui. Nel nostro vecchio mondo, a quest'ora, sarebbero già venuti i servi a sparecchiare. Oppure, vedendoci star bene a quattr'occhi, sarebbero capitati in venti curiosi ad osservarci. Vecchio mondo, io ti abomino, ti esecro e ti maledico. Abarima! dolce Abarima! senti, vorrei dirti un mio pensiero all'orecchio.—Abarima capì il gesto, e porse ingenua l'orecchio.—Ti amo;—le bisbigliò Damiano.—Ti amo.—Ti.... a.... mo;—ripetè la selvaggia, ammirata di poter proferire le parole del figlio del cielo.Egli, allora, aiutandosi con tutti gli artifizi della mimica, le spiegò il pronome ed il verbo. Per il pronome, veramente, bastava indicare la sua graziosa vicina. Ma il verbo.... il verbo, come sapete, è il gran mistero di tutte le lingue. E i misteri si capiscono a volo, si sentono, si afferrano di schianto con tutte le virtù dell'intelletto, ma non si spiegano per indicazioni, per segni approssimativi. Nondimeno, trattandosi del verbo per eccellenza, e del suo modo indicativo, e del suo tempo presente, e della prima persona, Damiano ci si provò con coraggio. Additando lei parecchie volte, si carezzò il viso, storcendo gli occhi in atto di spasimo; additò lei parecchie altre volte, come per riferire a lei la [pg!166] carezza che aveva regalata a sè stesso; finalmente si recò le mani al cuore, e dal cuore le stese verso di lei in atto di preghiera, di desiderio, di tutto quello che segue e che per amor di brevità si ommette; da ultimo, e continuando i gesti appassionati, le ripetè dolcemente, teneramente, languidamente:—Ti amo.—Ella era stata ad osservare con molta attenzione tutto quel lavorio faticoso, ma chiaro nella sua intensità. Diede in una risata argentina, mosse la testa come per dirgli: ho capito, e tradusse la frase nella sua lingua:—Lessinitli—E vada perlessinitli;—rispose Damiano.—Ti dirò allora la mia frase completa:Damiano lessinitli Abarima taorib.Abarima chiuse le palpebre e tentennò la testa in atto d'incredula. Poi, a mezza voce, gli disse:—Mara nala kini sindekì?Damiano rimase male, a quella domanda, scoccata così a bruciapelo. Un povero diavolo che crede di sapere il tedesco perchè ha fatti i primi due esercizi dell'Ollendorf, e si sente domandare per via da un pronipote di Arminio a che ora parte il primo treno diretto, non rimane più sconcertato di quello che rimase Damiano davanti a quella selvaggia, tanto bella e tanto birichina per giunta.—Mara....?—diss'egli, tanto per dire.—Mara nala kini sindekì?—ripetè ella, ridendo.—Cara mia,—disse Damiano, avvilito,—questo è arabo, turco, egiziano, per il tuo umilissimo servo. Così, credo io, parlavano i mastri muratori della torre di Babele, quando incominciarono a non capirsi l'un l'altro. Dove vai? diceva l'uno; e l'altro rispondeva: le son cipolle. Dolce bambina, pensaci [pg!167] bene; io ti ho detto:Damiano lessinitli Abarima taorib;e tu mi rispondi....—Mara nala....—replicava la bella selvaggia.—Si, ho inteso, basta!—gridò Damiano.—Per mara, non ci vedo difficoltà; è il vostro modo per dir di no.Nala, ora che ci penso, l'hai detto poc'anzi, nella frase:nala u nala, che io ho interpetrato: così così. Ma il tuokini sindekìmi allega i denti, bambina bella. «Non così....» Che frase può incominciare con queste due parole, e con accento interrogativo, come hai fatto tu? «Non così....» Oh, senti, io ne faccio una,Abarima taorib. Tu vuoi burlarti di me; io non ti ricaccerò le tue parole in gola, che sarebbe atto scortese, con una donna; mi contenterò di suggellartele in bocca.—E si accostava, come aveva già fatto una volta; ma non accennava al desiderio di parlarle all'orecchio.Un braccio alzato e un'occhiata espressiva interruppero a mezzo il gesto di Damiano. Il braccio alzato, per verità, avrebbe fatto poca difesa. L'occhiata espressiva gli diceva troppo chiaramente: fermatevi, c'è qualcheduno che vede.Damiano si volse di soprassalto, e intravvide qualcheduno che era apparso allora sulla soglia. Il padre di Abarima, forse? o un altro della famiglia? No, un compagno di Damiano, e il più fedele, Cosma!La testa di Medusa non avrebbe.... Ma no, lasciamo lì i paragoni classici. Questo, poi, non reggerebbe neanche. Damiano non rimase di sasso; al più si potrebbe dire che egli, a guisa di un mattone, cavato lì per lì dalla forma, e tenuto un pezzo al sole, rimase abbastanza.... seccato.—Cosma!—esclamò.—Son io, perdonami;—disse Cosma, inoltrandosi di qualche passo.—Do noia, forse?[pg!168]—No, caro; giungi un pochino a contrattempo; ecco tutto. E se tu fossi rimasto dov'eri, ti saresti sicuramente meno annoiato. Perchè qui, vedi, si studia. Ero tutto occupato a prender lezione di lingua Haitiana. Non puoi immaginarti come ne siano difficili i principii. Ma con un po' di buona volontà, sudandoci naturalmente....—È somigliantissima a quella di Cuba;—disse Cosma.—No, sai? questa è più dolce; oh, molto più dolce.—Questione di più e di meno, allora;—riprese Cosma;—e il nostro Cusqueia potrebbe bastare.—È vero, sì; ma Cusqueia, vedi, non ha metodo. Ti rammenti che cosa diceva il nostro maestro, commentando Aristotele? Senza il metodo, uomo non isperi di profittare in nessun ramo dello scibile. Ma io ti faccio dei discorsi inutili, caro; e tu sei venuto per parlarmi di cose gravi, m'immagino.—Sfido io!—rispose Cosma.—Son venuto per dirti che è tempo di partire. Son tutti sulla piazza, incominciando dal regio notaio, e non si aspetta che te per metterci in cammino.—Si va via!... e perchè?—Per ritornare alle navi, che diamine! Dove hai la testa? ai grilli?—Eh! almeno a quelli del focolare;—rispose Damiano.E si volse con aria dolente a guardare la sua bella interlocutrice, che era rimasta là, mezzo incantata a guardare i due figli del cielo.—Abarima taorib,—disse Damiano,—vedi? questi è un mio amico, ma un amico crudele. Egli mi rapisce a te, soavissima fra tutte le pelli rosse. Ti prego, Cosma;—soggiunse egli, parlando all'amico, ma senza voltarsi a lui;—non mi fare il bello, ora, col pretesto d'esser biondo.[pg!169]—Ma che? sei matto?—Perchè, vedi,—riprese Damiano,—questa volta sono innamorato a buono. Addio,Abarima taorib. Ada tureydeve partire,—Così dicendo, faceva il gesto dell'andare.—Azatlan?—disse Abarima.—Eh cara, non so che paese sia; ma il comando è di andare. Che fretta è mai quella del regio notaio? Va, te ne prego, Cosma, digli che vi raggiungo subito.—Ma non perdiamo tempo, mi raccomando.—No, no; un addio, l'ultimo addio, e ti corro sull'orma. Va.—Cosma sorrise, fece una giravolta sulla persona, e si avviò verso l'uscio.[pg!170]
Come Damiano si persuase di non avere amato mai, prima d'allora.
Noi non istaremo a sentire tutti i discorsi che si fecero su quel tono, il cacìco Guacanagari e il regio notaio Rodrigo di Escobar, essendo intermediario il naturale di Cuba. Sono lunghi, troppo lunghi, i discorsi che hanno bisogno d'interpetre; e per solito non sono neanche piacevoli. Del resto, i due personaggi duravano già molta fatica a farsi intendere dal loro intermediario, per il frastuono che si faceva intorno a loro da una intiera tribù d'uomini, donne e fanciulli. La curiosità di veder da vicino i figli del cielo era grande; tutti volevano avvicinarsi, tutti volevano guardare e toccare. Sicuro, anche toccare. Forse annettevano a quella tastatina la stessa virtù preservativa che noi annettiamo, al toccare una santa reliquia. E per avvicinarsi tutti, dovevano pigiarsi; per toccare, dovevano cacciarsi l'un l'altro; quei che riuscivano ad avvicinarsi, a toccare, non si sarebbero più mossi di là; donde gli spintoni, le grida, il tumulto, il baccano indiavolato, che confondeva, a pochi passi di distanza, il cacico Guacanagari, il notaio Rodrigo di Escobar, e l'interpetre Cusqueia.
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Finalmente, il cacìco si alzò da sedere, volgendo da prima un gesto autorevole, poi la parola alle turbe. Che cosa disse? Le turbe si ritrassero umiliate: ma parecchi restarono al posto, battendo le palme in segno di allegrezza; e subito, spartiti in manipoli, s'impadronirono dei quattro compagni di Rodrigo di Escobar, mentre di lui s'impadroniva il cacico in persona.
—Che cosa si vuole da noi?—gridò Damiano all'interpetre.—Che diavolo ha detto il cacico?
—Figli del cielo, bisogna mangiare e poi riposare;—rispose Cusqueia.—Amici consiglieri di Guacanagari condurre nelle case figli del cielo.
—Ospitalità?—disse Damiano.—E niente banchetto nella casa reale? Tanto meglio. E la fortuna assista ognuno di noi. Cosma mio bello, salute!—
Cosma era già nelle mani di tre o quattro persone, che lo portavano, più che non lo conducessero, verso il lato sinistro della piazza. Damiano si lasciò trascinare verso il lato destro. E non era neanche scontento di quella dolce violenza; neanche scontento di vedersi per un po' di tempo lontano dalla eterna compagnia dei figli del cielo, suoi fratelli amatissimi. L'amicizia è una bella cosa; ma qualche volta è pesante; specie quando il cuore vi dice che essa non basta alla vostra felicità, e che una.... Ma c'è egli bisogno di mettere i puntini sugli i?
Damiano era stato preso per le braccia da un vecchio, il quale gli faceva un discorso e dei gesti vivaci. Egli non capì una parola del discorso, ma indovinò dai gesti che la casa in cui lo avrebbero accolto non era molto lontana. Anzi, tutt'altro, era in fondo alla piazza, e molto vicina alla casa del re.
—Sono coi pezzi grossi;—pensò.—Cusqueia, del resto, lo ha detto: amici e consiglieri di Guacanagari. [pg!150] Attento Damiano! qui bisognerà star bene in gambe, e non far onta alla nostra eccelsa Repubblica.—
Col vecchio venivano due giovanotti, forse figliuoli, forse nipoti, fors'anche generi del personaggio eminente. Generi!... Damiano pensò naturalmente alle figlie. Infatti, dove son generi, son sempre figliuole. Per contro, dove sono figliuole, non è ancor detto che i generi abbondino.
Damiano si lasciava condurre, sorridendo alle frasi del vecchio, sorridendo alle frasi dei giovani, sorridendo a tutti e a tutto. Si sarebbe arrivati finalmente in qualche luogo, dov'egli potesse continuare a sorridere, e con più gusto che allora.
E si arrivò davanti ad una capanna, la cui grandezza e l'architettura esteriore promettevano assai. Le antenne, che salivano a sostenere il gran tetto di palme, erano tutte vestite di gaio fogliame e di fiori, bell'indizio di altri fiori ch'egli avrebbe ritrovati nell'interno. La porta aveva stipiti di legno, intagliati rozzamente, ma di bella apparenza, perchè l'intaglio era screziato di vivaci colori. In alto, dove i grandi d'Europa mettono lo stemma e la corona, si vedeva un bianco teschio d'animale, in mezzo ad un trofeo di frecce, spiedi, mazze ed altre armi selvagge.
—Questo,—disse Damiano tra sè, poi ch'ebbe veduti quei simboli,—è certamente il savio che presiede alle cose della guerra. Mi sia propizia Minerva! Ma io, confesso il mio peccato, preferirei un'altra divinità.—
In quel mentre, una famiglia numerosa si affollava all'ingresso. E più innanzi di tutti veniva una donna, vestita del suo guarnello bianco e di un piccolo drappo girato ad armacollo dal fianco alle spalle.
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—Che sia questa, Minerva?—pensò Damiano.—O non piuttosto la Giunone di questo Giove sbarbato?—
Era infatti Giunone, la moglie del padrone di casa, la madre di famiglia, che stese la mano per toccar l'ospite sulla fronte, secondo il rito del paese, e gli diede il benvenuto con una frase ch'egli non doveva capire.
Damiano rispose con un inchino. Ma subito gli venne un'idea luminosa.
—Qui,—disse tra sè,—onorano l'ospite a modo loro; l'ospite deve onorare a modo suo i padroni.... e le padrone di casa.—
E fermatosi di botto sull'uscio, si volse al vecchio, lo guardò e gli stese la mano, per dargli una stretta famosa. Poi, voltosi alla moglie dell'ospite, prese la mano di lei, e s'inchinò, come per imprimervi un bacio. Fece l'atto, s'intende, ma non andò fino a toccar con le labbra. Non tutte le mani si baciano; e una bella cerimonia, uguale per tutte, vi consente di aggiustarla come vi pare.
L'uomo era rimasto lì, in atto di osservare, studiando; si era lasciata prender la mano, e stringere a quel modo che ho detto; e subito aveva fatto un cenno del capo e data un'occhiata ai suoi, che pareva volesse dire: capite? questa è l'usanza degli uomini bianchi. La donna, a sua volta, aveva lasciato fare, notata la diversità dell'atto, e sorriso al marito, come per dirgli: i figli del cielo fanno così, per dimostrare l'amicizia e il rispetto. E tutti e due, guardandosi ancora, e ammiccando, parevano accordarsi a conchiudere che il loro ospite faceva le cerimonie secondo l'uso della sua terra; che queste cerimonie si facevano sull'uscio, come da loro; che erano di due forme, per gli uomini e per le donne, e volevano dire su per giù: sono [pg!152] l'amico del padrone, sono il servo della padrona di casa.
Da uomo savio ed accorto, il nostro Damiano non prese altre mani, nè per stringere, nè per baciare. Ce n'erano troppe, del resto, e di belle e di brutte, di delicate e di ruvide. Ad un certo punto, guardandosi intorno.... altro che mani, buon Dio! Tra vecchie e giovani, stavano a contemplarlo due dozzine di femmine.
E si capiva che la più parte fossero ancelle della padrona, o del padrone di casa. Ma cinque o sei, che erano in prima fila, più giovani, e meglio adornate, si capiva ancora che fossero figliuole dei padroni di casa, o spose dei loro figliuoli.
Tra persone che non parlano la medesima lingua, non è da far cerimonie. Anche i naturali di Haiti intendevano questa verità elementare. E subito condussero Damiano nella stanza più vasta, quella del focolare, che è la più intima, e che, presso tutti i popoli primitivi, del nuovo mondo come del vecchio, è quella in cui si ricevono gli ospiti, nella dolce intimità del convito. Colà, su piccoli deschetti di canne, era imbandito il pasto. Ciotole e vasi d'argilla erano disposti davanti ai commensali; ma la parte maggiore del vasellame di tavola si componeva di zucche, d'ogni forma, d'ogni misura, e in vari modi tagliate, per servire a tutti gli usi, del mangiare e del bere.
Innanzi di prender posto, Damiano aveva guardato attentamente in giro. E adocchiate le giovani donne, subito ne aveva distinta una, su cui doveva ritornare più frequentemente il suo sguardo. Si sbagli o no, a qualcheduna bisogna pur dare la palma, e a lei volgere la muta adorazione, la giaculatoria degli occhi. L'attenzione di Damiano si era fermata sopra una bellezza nascente, dal color di rame [pg!153] assai chiaro, traente al roseo. Come forma, era fatta a pennello, anzi meglio, a scalpello, se non da Fidia o da Prassitele, certo da uno dei loro più valenti discepoli. Mi chiederete come potessero artisti greci aver passato l'Atlantico, per modellare quella bella creatura; ed io correggerò la mia frase dicendo che non un discepolo di Fidia o di Prassitele, ma lo stesso maestro dei greci maestri aveva plasmata quella creta e spiratole in fronte il soffio della vita. L'opera ci guadagnerà, in questo cambio d'artefice, e il narratore si sarà accostato alle fonti del vero. Quanto ad attingervi direttamente, si sa, è un altro paio di maniche.
Debbo io dirvi della fronte breve, mezzo nascosta dai ciuffi indocili della sua negra capigliatura? Amerei meglio parlarvi della grazia birichina con cui portava una ghirlanda di vitalba, o d'altro fiore consimile, al sommo della testa. E più ancora amerei parlarvi (ma bisognerebbe farlo bene) delle sue guance floride, lucenti e morbide come le pesche mature; guance aperte e sporgenti, a cui davano spicco due grandi occhioni neri, maravigliosamente frangiati di ciglia e di sopracciglia nerissime. Erano quelli i veri occhi parlanti, e dicevano, quando ella arrovesciava un pochino la testa, per guardarvi dall'alto, un visibilio di cose, consigliandovi naturalmente un visibilio di pazzie. E quelle labbra tumidette, coralline, rugiadose! E quei denti piccolini, luminosi nella loro candidezza lattea! Oh, infine, non voglio che perdiate la testa, come il nostro amico Damiano. Vi dirò brevemente che era dal capo alle piante un miracolo di bellezza, di salute, di gioventù; che si vedevano e si sentivano in lei tutte le native eleganze che si sogliono immaginare oggidì nella creola americana, e che del resto non mancano neppure in Europa, sebbene qui un altro tipo prevalga.
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Damiano era rimasto sbalordito. Ma voi sapete che questi sbalordimenti non mettono un uomo per terra, anzi gli addoppiano le forze, ravvivando, stimolando, aguzzando tutte le sue facoltà. Egli parlava a tutti e a tutte, dicendo quelle frasi corte con cui si suole accompagnare il gesto, quando si sa che solamente da questo e per questo possiamo esser capiti. E di qua e di là si volgeva, parlando e gesticolando con quanta più grazia poteva; ma si volgeva alla guisa degli innamorati, che, dopo aver ben girato con gli occhi, cascano sempre a guardare in un punto, e pare che non abbiano guardato altrove, se non per descrivere il mezzo cerchio, e ricascare a quel punto.
La bellissima creatura aveva capito tutto quel sapiente artifizio di occhiate. E quando gli sguardi dell'ospite, dopo aver ben girato di qua e di là, venivano a fermarsi, a raccogliersi amorosamente su lei, si confondeva, abbassando le ciglia. E allora le due frange nere pendevano come lembi di velo, ad ombreggiare il sommo delle guance. Ma tosto si rialzavano, e di sotto a quei lembi balenava un doppio raggio bianco azzurrino, che andava diritto agli occhi dell'ospite, e dagli occhi al cuore, per accendergli il sangue.
Quello era un linguaggio tra i due, che non aveva mestieri d'interpetre. E se nella vita si potesse parlare sempre quello, confessiamo sinceramente che nessuno di noi vorrebbe imparar lingue straniere, nè perdere il tempo su quel congegno legnoso, tormentoso e sciocco, che è la grammatica.
Che cosa diedero quel giorno da mangiare a Damiano? Egli non se ne avvide; mandò giù, senza badarci più che tanto. Del resto, egli mangiò pochissimo. Che cosa gli diedero da bere? Doveva essere uno di quei soliti liquori, che mordono la [pg!155] lingua, bruciano il palato, e mandano i fumi al cervello. Ma egli ne assaggiò a mala pena. Il padrone di casa si avvide sicuramente che il suo ospite non gradiva le bevande fermentate di Haiti, perchè ad un certo punto, fatta appressare una gran zucca, gli versò dell'acqua nella ciotola. E allora Damiano tracannò tutta quell'acqua, che era fresca e gustosa, chiedendone tosto dell'altra. E bevve, da quel momento in poi, bevve largo e frequente. Gl'innamorati, si sa, bevono sempre molt'acqua. Non hanno bisogno di bevande eccitanti, perbacco; piuttosto di refrigeranti, che estinguano, insieme con la sete, i soverchi ardori del sangue.
Egli era dunque rimasto preso ai vezzi della giovane indiana? Già ve l'ho detto. Si era messo in testa di doversi innamorare, e innamorare a buono, di una pelle rossa. E manteneva la sua promessa, correva la sua ventura, soggiaceva al suo fato.
Strano capriccio di fortuna! Avevano messa accanto a lui quella bella creatura. Ma era poi da vederci un capriccio della fortuna, o non piuttosto una scelta, più o meno giudiziosa, ma sempre meditata, dei padroni di casa? Poteva essere una delicatezza di costume, non rara tra selvaggi, di collocare al fianco dell'ospite la più bella donna della casa, come d'imbandirgli la più preziosa vivanda sul desco. Fors'anche era un rito, che la più giovane donna fosse data per compagna al forestiero, fino a tanto egli dimorasse sotto il tetto ospitale. Insomma, potevano essere tante cose e tante altre; e Damiano non poteva immaginarsele tutte, nè provarsi a cercarle. Se anche gli fossero balenate tutte alla mente, egli, nello stato d'animo in cui era, e nella assoluta ignoranza degli usi selvaggi, non avrebbe saputo cavarne un costrutto. Ora, delle cose che non si sanno, una scienza mediocre insegna a non cercare il come e il perchè.
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Egli, dopo tutto, non era uomo da stillarsi il cervello. Aveva quella vezzosa creatura daccanto, e approfittava volentieri della vicinanza per volgersi a lei, ora con un pretesto, ora con un altro, per guardarla molto negli occhi. E le parlava ancora, offrendole cortesemente i pezzi migliori delle vivande che gli erano poste sul tagliere, o sulla focaccia di cassava che faceva uffizio di tagliere, di piatto, di tutto quello che vi parrà meglio. Ma parlandole con tanto maggior libertà, quanto era più sicuro di non esser capito, si guardava bene dal dirle la sola parola della lingua di lei, che egli sapeva a memoria.Taorib, vi ricordate? Ma questa la serbava per un discorso a quattr'occhi. In quella numerosa brigata il suotaoribsarebbe stato sentito da tutti. L'amore ha la sua verecondia, la sua ritenutezza. E quella volta Damiano era innamorato per davvero; anzi, diceva a sè stesso di non avere amato mai, prima d'allora.
La bella creatura lo stava a sentire, senza capirlo mai, ma certamente indovinandolo spesso. Forse dico male; forse ella indovinava sempre le chiacchiere di Damiano, intendendo ch'egli parlasse a caso, e non per altro che per poterla guardare negli occhi. Ed ella rideva, ad ogni frase di lui, mostrandogli tra le due labbra di corallo tenero i bei denti piccini, luminosi nella loro candidezza; e arrovesciando la testa, con quel suo gesto consueto, lo guardava di sotto alle palpebre socchiuse, di sotto a quei veli frangiati che sapete, e che, sollevati a mezzo, come lembi di tende misteriose, parevano dirgli: qui non penetra raggio importuno di sole, nè occhio geloso di rivale; vieni.
E quelle guance morbide, quella gola tenera, quel collo soave!... Damiano guardava, e pensava; e il suo pensiero si potrebbe esprimere a un dipresso [pg!157] così: Buon signore Iddio! che mirabile cosa avete voi fatta, nell'ultimo giorno delle vostre creazioni! Si capisce che per farla così bella, ve la siate serbata per l'ultima. Per noi, vedete, buon signore Iddio? per noi, è la prima, senza contrasto la prima. Ah, poveri noi, frattanto! Ma pensate, misericordioso come siete, che, se perdiamo la testa, è ancora e sempre per ammirazione delle opere vostre; e non vogliate farcene un capo d'accusa,in novissima die.
Il banchetto era giunto a quell'ora in cui tutti i convitati sciolgono Giordano. Dovrebb'essere un cane; ma è invece lo scilinguagnolo. In quell'ora ognuno incomincia a dire quel che gli pare, immaginando che tutti lo ascoltino; e nessuno ascolta, o, se ascolta, non capisce un bel nulla. Damiano incominciava a parlare; ed essendo egli l'ospite, l'uomo bianco, il figlio del cielo, i commensali non si fecero dar sulla voce dal padrone di casa, per prestare un'attenzione benevola al parlatore. Ma questi, che aveva bevuto soltanto acqua, non s'ingannava, come a quell'ora si sarebbe ingannato ogni altro parlatore. Sapeva benissimo che nessuno lo avrebbe inteso; ma non gliene importava affatto. Parlava, per bisogno di parlare, di farsi udire da quella cara bambina che sedeva alla sua destra. Neanche lei lo avrebbe capito: ma che importava ciò, per allora? La cara bambina avrebbe sentito il suono della sua voce, e indovinato da certi segni, da certi indizi frequenti, che il discorso era tutto per lei.
—Vedete, cari selvaggi?—diceva Damiano.—Voi siete brava gente, ed io vi amo. Non già per le vostre facce, oh no. Voi m'inspirate un modico affetto. Siete mio prossimo? Non lo so. Per averne un barlume, dovrei almeno sapere che discendete da Cam, da Sem, o da Jafet. Perchè, io non ve lo [pg!158] nascondo, il prossimo nostro si racchiude tutto in questa biblica terna, moltiplicata per cinquanta secoli e più, secondo la regola antica ed accetta. Ma siete brava gente, vi ripeto, e non voglio farvi torto, mettendovi al bando della umana famiglia. Come potrei farlo, del resto? Avete tra voi una bella creatura, che non mi sarà prossimo, ma mi è prossima, e nondimeno mi pare ancora troppo lontana. Dove l'avete pescata? Dove e come vi è nato questo fiore maraviglioso, che si chiama.... Come ti chiami, adorata vicina? Io lo ignoro. E mi duole che non sia qui, per domandartelo, il savio interpetre Cusqueia.
—Cusqueia!—gridò uno dei commensali, udendo la prima parola di cui potere capire qualche cosa.
—Cusqueia: Cusqueia!—ripeterono parecchi.
E tutti risero, ripetendo quel nome. Damiano, lì per lì, ne rimase sconcertato.
—Capisco,—diss'egli, dopo un istante di pausa,—il nome del naturale di Cuba significherà qualche cosa ridicola, come avviene di tanti nomi nel vecchio mondo. Ebbene, non importa, tiriamo avanti. Non vorremo mica guastarci il sangue per un nome di selvaggio. Ritornerò alla bella creatura che mi sta al lato destro, ed occupa già tutto il mio lato sinistro. Una bella donnina in una società, è la mano di Dio. Niente vale una bella donnina; nè ricchezze, nè onori, nè gioventù, nè salute. Nel vecchio mondo, per una donna bella, due popoli si sono bisticciati dieci anni, insanguinando largamente due palmi di terra; e il primo poeta della Grecia ne ha cantato assai lungamente, alla maniera degli orbi. Onore a lui, che non fu orbo per la bellezza di Elena! C'è nella donna bella il granquiddell'esistenza. Perchè si vive, infine? perchè si studia? perchè si cerca tutti di comparire, meglio che si può, a costo di cento sacrifizî, e di mille? Fino a che [pg!159] siamo giovani, e gli occhi scintillano, e le guance rosseggiano, e i capelli.... nereggiano (alcuni uomini li hanno biondi, ma, credete a me, i capelli biondi non valgono un fico secco), amiamo con fiducia, sicuri di essere amati, o giù di lì. Poi.... perchè c'è un poi, l'ambizione ci si appiccica al cuore; vogliamo avere gli onori, conquistar le ricchezze. Ma perchè? Per comparire ancora, per comparir sempre, per essere amati, se ci riesce. Non c'è altro che questo, nel mondo, o, se c'è altro, non vale. Voi, per esempio, selvaggi dell'anima mia, valete pochino. Io pagherei non so che cosa, perchè tu, vecchio consigliere di Guacanagari, ministro, anziano, o che altro tu sia, te ne andassi di qua: e con te tutta la tua gente, meno questa cara bambina, che mi fa girare la testa, come se avessi bevuti i vostri liquori. Ma già, vicino a queste bellezze, anche l'acqua ubbriaca.—
Gesticolava parlando. E stavano tutti a sentire quel discorso in lingua sconosciuta, guardandosi ad ogni tanto l'un l'altro, e ridendo stupidamente, come sempre avviene, quando si ride senza sapere di che. Ma qualcheduno si provò a parlare, rispondendogli; naturalmente fuori di tono. E risero anche di più, ma almeno sapendo di che cosa ridevano. A breve andare parlarono tutti, alternamente da prima, e poi tutti insieme, facendo un passeraio.
—Sì, bravi, parlate un poco voi altri;—diceva Damiano.—Io non ne potevo già più. Parlate molto, fino a schiattarne. E non date retta a me, sopra tutto. Lasciatemi discorrere con questa graziosa vicina, che mi arrovescia la testa, con tanta languidezza di gesto, e mi guarda di sotto a quelle frange nere. Che cosa vuoi dirmi con quegli occhioni, selvaggia dell'anima mia, che io mi sorbirei tanto volentieri, come un ovo fresco? Mi dirai che [pg!160] non è cortese, in un ospite, dopo aver desinato, accogliere pensieri e desiderî da stomaco digiuno. Ma che ci posso far io, se tu sei tanto bella? e se devi, come sei bella, esser buona? Ah, infine, ve ne andate, voi altri? Volete lasciarmi con questa dolcetaorib.—
Aveva in Haiti iltaoribla stessa potenza magica del Sesamo nella novella orientale di Alì Baba? Probabilmente non si trattò che di una coincidenza fortuita. Ma intanto, i commensali di Damiano incominciarono ad uscir dalla sala; pochi minuti dopo, non c'erano neanche più i due padroni di casa. Questi, per altro, non si ritirarono alla guisa degli altri; si volsero indietro parecchie volte, guardando Damiano, poi ammiccandosi l'un l'altro, quasi volessero dirsi, a mo' di un babbo e di una mamma d'Europa; poveri ragazzi! lasciamoli discorrere; avranno tante cose da dirsi!
—Taorib!—mormorò Damiano, piegandosi sulla vita, verso la bella selvaggia.—Taorib!—ripigliò, mettendo nella parola tutta la intensità soave e profonda di cui erano capaci le sue corde vocali.
—Mara Taorib;—rispose ella, tentennando la testa.—Ada turey taorib.
—Mara!—esclamò Damiano.—Che roba è questa? Ma vediamo. Le ho detto bella, ed ella mi risponde.... Che cosa mi risponderebbe in simili casi una forosetta della vecchia Europa? Ah, mi par di capire.Mara taorib, come a dire: niente bella. Ma che cosa vorrà poi direAda turey, che è per giuntataorib? Dimmi, bambina;—soggiunse egli, facendo il viso dell'uomo impacciato;—che cosa vuol direAda turey?—
La bella selvaggia rise delle angustie in cui era il suo povero interlocutore. Poi, levato il braccio, e [pg!161] descrivendo coll'indice un mezzo, cerchio in aria, più alto che potè gli disse:turey.
—Il cielo?—domandò egli.
E per farsi meglio intendere, dopo aver descritta con ambe le mani la volta del firmamento, fece l'atto, di curvarsi, pregando. La bella selvaggia battendo le palme, ripetè ancora due volte:turey.
—Dio voglia che io abbia capita la prima parte del tuo discorso, come mi par di capire la seconda. Infatti, che cosa ci ha da fare qui il cielo... che è bello? Non vuoi tu forse dirmi: io non son bella, ma è bello il figlio del cielo? E perciò, divina creatura, io sono iltaorib? io, iltaorib, non è vero?—
E ripetendo la parola, Damiano si recava ripetutamente l'indice al petto. La bella selvaggia fece prontamente un cenno affermativo.
—Ada turey taorib;—soggiunse, confermando il cenno con un gesto della mano, che rivolgeva al suo interlocutore.
Qui, poi, fu Damiano che battè palma a palma, rallegrandosi di quella prima vittoria.
—Grazie!—diss'egli.—Ma questa lingua è facilissima. Io farò miracoli, fin dalla prima, lezione. Ora, otaorib, poichè siamo così bene avviati, vorrei sapere il tuo nome.—
Questo era il guaio. Come farsi, capire? Ma il nostro Damiano si era riscaldato al giuoco, e niente doveva parerai difficile oramai.
—Vediamo un poco;—diss'egli tra sè.
Poi, accennatole col gesto, di essere in procinto di fare uno sforzo supremo, chiese ed ottenne facilmente tutta l'attenzione della bella selvaggia.
—Io,—le disse, volgendo l'indice al petto,—iotaoribDamiano. Damiano!—ribadì, segnando ripetutamente sè stesso.—E tu?—proseguì, volgendo rapidamente l'indice a lei.—E tu?—
[pg!162]
Ma la bella selvaggia non capiva quel monosillabo. E mostrò di non capirlo, guardando lungamente Damiano con le ciglia inarcate.
—Ho messo il carro avanti ai buoi;—disse Damiano tra sè....—Studiamone un'altra.—
Allora, indicando con la mano fuori della capanna, disse alla sua vicina:
—Guacanagari!—
Ella capì; e non era difficile che capisse alla prima, poichè egli proferiva il nome del cacìco della tribù. E rispose, accennando del capo:
—Guacanagari.—
Damiano, allora, accostandosi la mano alla guancia e facendola scorrere in atto di carezza fin sotto al mento, ripigliò:
—Cacique Guacanagari.... taorib?
La bella selvaggia si mise a ridere, e gli rispose:
—Nala u nala.
—Dovrebb'essere: così così!—pensò Damiano.—Già, non avevo neanche bisogno di domandarglielo; perchè io l'ho veduto, il cacìco, e non m'è parso niente di prelibato.—
Poi, sempre accennando fuori della capanna, nella direzione della piazza, ripetè:
—Guacanagari.—
E subito rivolgendo l'indice a sè, soggiunse:
—Damiano; io Damiano, io.—
Qui, come il lettore intenderà di leggeri, l'indice batteva ripetutamente il petto.
La bella selvaggia stava a guardarlo con tanto d'occhi. E si capisce ch'ella aveva un gran desiderio d'intendere.
Damiano ripigliò il suo doppio lavoro, di gesto e di voce, indicando il lontano col nome del cacìco, e sè stesso col nome suo proprio, aggiungendogli ancora l'epiteto.
[pg!163]
—Damiano,—diceva egli,—Damianotaorib.—
Un lampo di allegrezza, balenato dalle pupille di quella vezzosa creatura, disse al nostro Damiano che egli era stato finalmente inteso. E glielo dissero ancora due parole di lei:
—Taorib.... Damiana.—
Ma questo non piaceva troppo a lui.
—Damiana!—borbottò egli.—MaraDamiana! Damiano! Damiano!—ripetè, battendo sulla finale.—Non mi cambiare il sesso anche tu, creatura assassina!
—Damiano;—ripetè la selvaggia, con accento dimesso.
—Ah bene!—ripigliò egli allora.—Vedete che testina! Questa selvaggia impara le cose a volo.—
Ma non bastava ancora ch'ella sapesse il nome di lui. Occorreva ch'egli sapesse il nome di lei. E perciò il nostro Damiano fece da capo il gesto solenne che invitava all'attenzione; poi disse, aiutandosi sempre col gesto dell'indice:
—IotaoribDamiano; e tu,taorib....taorib....—
Ma ella non intendeva. E Damiano incominciava a disperarsi, quando gli venne alla mente un'idea luminosa.
—Vediamo,—diss'egli a sè stesso,—se una scorribanda nel calendario selvaggio mi potesse aiutare. Nel vecchio mondo, chi domandasse ad una donna il suo nome pronunziando quello di un'altra, si farebbe schiaffeggiare, a dir poco. Ma qui bisogna escire da un passo difficile. Corriamo il rischio, per bacco.—
E ripigliò la sua frase, accompagnandola ancora col gesto dell'indice:
—IotaoribDamiano; e tu?...taoribSamana? taorib Caritaba?
—MaraSamana;—rispose la selvaggia.—MaraCaritaba. Abarima!
[pg!164]
—Abarima!—gridò Damiano.—Abarima, tu? è il tuo nome, Abarima?TaoribAbarima! Tu sei di tutti i miei pensieri in cima. Fino a' tuoi piedi questo cuor s'adima. Lascia che il labbro un caldo bacio imprima.... sovra quegli, occhi tuoi d'indaco, prima.... ch'ei ti esalti sua donna in prosa e in rima. Abarima! o dolcissima Abarima!—
Non ardì per altro di accostar le labbra all'indaco che aveva accennato. Si contentò di prendere la mano di lei, e di baciarle con cavalleresco riserbo il sommo delle dita.
—Vedi, Abarima?—le disse, commentando il suo atto.—Nei nostri paesi si comincia di qui; ordinariamente dal dito mignolo; poi su su, lentamente, o alla svelta, secondo i casi, si procede al dorso della mano. Ci sono anche dei sapientissimi uomini che con una dolce violenza ti rivoltano una bella mano, dal dorso alla palma; così vedi, così....—
Abarima rideva; ma intanto ritirava la sua mano dal giuoco, e gliene assestava un colpettino sul volto; quasi a punirlo, ma non troppo gravemente, della sua impertinenza.
—Come nel vecchio mondo!—esclamò Damiano, ripigliando la destra di Abarima.—Oh Dio! non siamo della medesima stirpe? piuttosto, non lo siete voi donne, tutte figliuole d'Eva ad un modo? E così, da un buffetto, da una ceffata, prendete occasione di far conoscenza col nostro mostaccio. Abarima! Io ti adoro. Te lo lascierai dire, che hai gli occhi d'indaco? e le guance morbide, profumate, come le pesche di settembre? Vorrai tu venire in Europa? Io te lo giuro, ti sposerò davanti a tutti i parroci della cristianità.—
Chiacchierava, chiacchierava, bene intendendo che ella non lo avrebbe capito. Ma le parole gli davano animo a guardarla ben da vicino negli occhi e a [pg!165] carezzarle la mano. Ella aveva incominciato a ridere: e aveva riso ancora, dandogli quella lieve ceffata. Ma ormai non rideva più. Guardava timidamente, si confondeva, abbassava le frange nere sulle guance, fremeva e taceva. Nessuno, intanto, capitava là dentro.
—Capisco;—pensò Damiano, che aveva notata la cosa;—è costume di questi paesi. L'ospite è padrone; il meglio della casa è per lui. Dicono che sia così anche in certe regioni dell'Asia.... e nell'India pastinaca di Luigi de Torres. E non mi dispiace, il costume di qui. Nel nostro vecchio mondo, a quest'ora, sarebbero già venuti i servi a sparecchiare. Oppure, vedendoci star bene a quattr'occhi, sarebbero capitati in venti curiosi ad osservarci. Vecchio mondo, io ti abomino, ti esecro e ti maledico. Abarima! dolce Abarima! senti, vorrei dirti un mio pensiero all'orecchio.—
Abarima capì il gesto, e porse ingenua l'orecchio.
—Ti amo;—le bisbigliò Damiano.—Ti amo.
—Ti.... a.... mo;—ripetè la selvaggia, ammirata di poter proferire le parole del figlio del cielo.
Egli, allora, aiutandosi con tutti gli artifizi della mimica, le spiegò il pronome ed il verbo. Per il pronome, veramente, bastava indicare la sua graziosa vicina. Ma il verbo.... il verbo, come sapete, è il gran mistero di tutte le lingue. E i misteri si capiscono a volo, si sentono, si afferrano di schianto con tutte le virtù dell'intelletto, ma non si spiegano per indicazioni, per segni approssimativi. Nondimeno, trattandosi del verbo per eccellenza, e del suo modo indicativo, e del suo tempo presente, e della prima persona, Damiano ci si provò con coraggio. Additando lei parecchie volte, si carezzò il viso, storcendo gli occhi in atto di spasimo; additò lei parecchie altre volte, come per riferire a lei la [pg!166] carezza che aveva regalata a sè stesso; finalmente si recò le mani al cuore, e dal cuore le stese verso di lei in atto di preghiera, di desiderio, di tutto quello che segue e che per amor di brevità si ommette; da ultimo, e continuando i gesti appassionati, le ripetè dolcemente, teneramente, languidamente:
—Ti amo.—
Ella era stata ad osservare con molta attenzione tutto quel lavorio faticoso, ma chiaro nella sua intensità. Diede in una risata argentina, mosse la testa come per dirgli: ho capito, e tradusse la frase nella sua lingua:
—Lessinitli
—E vada perlessinitli;—rispose Damiano.—Ti dirò allora la mia frase completa:Damiano lessinitli Abarima taorib.
Abarima chiuse le palpebre e tentennò la testa in atto d'incredula. Poi, a mezza voce, gli disse:
—Mara nala kini sindekì?
Damiano rimase male, a quella domanda, scoccata così a bruciapelo. Un povero diavolo che crede di sapere il tedesco perchè ha fatti i primi due esercizi dell'Ollendorf, e si sente domandare per via da un pronipote di Arminio a che ora parte il primo treno diretto, non rimane più sconcertato di quello che rimase Damiano davanti a quella selvaggia, tanto bella e tanto birichina per giunta.
—Mara....?—diss'egli, tanto per dire.
—Mara nala kini sindekì?—ripetè ella, ridendo.
—Cara mia,—disse Damiano, avvilito,—questo è arabo, turco, egiziano, per il tuo umilissimo servo. Così, credo io, parlavano i mastri muratori della torre di Babele, quando incominciarono a non capirsi l'un l'altro. Dove vai? diceva l'uno; e l'altro rispondeva: le son cipolle. Dolce bambina, pensaci [pg!167] bene; io ti ho detto:Damiano lessinitli Abarima taorib;e tu mi rispondi....
—Mara nala....—replicava la bella selvaggia.
—Si, ho inteso, basta!—gridò Damiano.—Per mara, non ci vedo difficoltà; è il vostro modo per dir di no.Nala, ora che ci penso, l'hai detto poc'anzi, nella frase:nala u nala, che io ho interpetrato: così così. Ma il tuokini sindekìmi allega i denti, bambina bella. «Non così....» Che frase può incominciare con queste due parole, e con accento interrogativo, come hai fatto tu? «Non così....» Oh, senti, io ne faccio una,Abarima taorib. Tu vuoi burlarti di me; io non ti ricaccerò le tue parole in gola, che sarebbe atto scortese, con una donna; mi contenterò di suggellartele in bocca.—
E si accostava, come aveva già fatto una volta; ma non accennava al desiderio di parlarle all'orecchio.
Un braccio alzato e un'occhiata espressiva interruppero a mezzo il gesto di Damiano. Il braccio alzato, per verità, avrebbe fatto poca difesa. L'occhiata espressiva gli diceva troppo chiaramente: fermatevi, c'è qualcheduno che vede.
Damiano si volse di soprassalto, e intravvide qualcheduno che era apparso allora sulla soglia. Il padre di Abarima, forse? o un altro della famiglia? No, un compagno di Damiano, e il più fedele, Cosma!
La testa di Medusa non avrebbe.... Ma no, lasciamo lì i paragoni classici. Questo, poi, non reggerebbe neanche. Damiano non rimase di sasso; al più si potrebbe dire che egli, a guisa di un mattone, cavato lì per lì dalla forma, e tenuto un pezzo al sole, rimase abbastanza.... seccato.
—Cosma!—esclamò.
—Son io, perdonami;—disse Cosma, inoltrandosi di qualche passo.—Do noia, forse?
[pg!168]
—No, caro; giungi un pochino a contrattempo; ecco tutto. E se tu fossi rimasto dov'eri, ti saresti sicuramente meno annoiato. Perchè qui, vedi, si studia. Ero tutto occupato a prender lezione di lingua Haitiana. Non puoi immaginarti come ne siano difficili i principii. Ma con un po' di buona volontà, sudandoci naturalmente....
—È somigliantissima a quella di Cuba;—disse Cosma.
—No, sai? questa è più dolce; oh, molto più dolce.
—Questione di più e di meno, allora;—riprese Cosma;—e il nostro Cusqueia potrebbe bastare.
—È vero, sì; ma Cusqueia, vedi, non ha metodo. Ti rammenti che cosa diceva il nostro maestro, commentando Aristotele? Senza il metodo, uomo non isperi di profittare in nessun ramo dello scibile. Ma io ti faccio dei discorsi inutili, caro; e tu sei venuto per parlarmi di cose gravi, m'immagino.
—Sfido io!—rispose Cosma.—Son venuto per dirti che è tempo di partire. Son tutti sulla piazza, incominciando dal regio notaio, e non si aspetta che te per metterci in cammino.
—Si va via!... e perchè?
—Per ritornare alle navi, che diamine! Dove hai la testa? ai grilli?
—Eh! almeno a quelli del focolare;—rispose Damiano.
E si volse con aria dolente a guardare la sua bella interlocutrice, che era rimasta là, mezzo incantata a guardare i due figli del cielo.
—Abarima taorib,—disse Damiano,—vedi? questi è un mio amico, ma un amico crudele. Egli mi rapisce a te, soavissima fra tutte le pelli rosse. Ti prego, Cosma;—soggiunse egli, parlando all'amico, ma senza voltarsi a lui;—non mi fare il bello, ora, col pretesto d'esser biondo.
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—Ma che? sei matto?
—Perchè, vedi,—riprese Damiano,—questa volta sono innamorato a buono. Addio,Abarima taorib. Ada tureydeve partire,—
Così dicendo, faceva il gesto dell'andare.
—Azatlan?—disse Abarima.
—Eh cara, non so che paese sia; ma il comando è di andare. Che fretta è mai quella del regio notaio? Va, te ne prego, Cosma, digli che vi raggiungo subito.
—Ma non perdiamo tempo, mi raccomando.
—No, no; un addio, l'ultimo addio, e ti corro sull'orma. Va.—
Cosma sorrise, fece una giravolta sulla persona, e si avviò verso l'uscio.
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