Capitolo VII.

Capitolo VII.Si cerca Babeque, si smarrisce la Pinta, e si ritrova Haiti.L'almirante aveva spesi utilmente quei giorni di aspettazione, facendo tirare a terra e spalmare laSanta Maria, che incominciava a sentire il bisogno di essere racconciata. L'opera dei calafati era a mala pena finita, e la caravella in pronto per navigare, quando ritornarono i messaggeri alla costa, e riferirono al comandante supremo tutto ciò che avevano veduto nel loro viaggio entro terra. Era quel giorno il 5 novembre. E perchè la freschezza delle notti faceva preveder vicino l'inverno, l'almirante deliberò di non avanzarsi troppo verso settentrione, e di non fermarsi più a lungo in così povere contrade.Per altro, innanzi di salpare le áncore dalRio de los Mares, comandò che si prendesse qualche naturale dell'isola di Cuba, avendo in animo di condurre d'ogni isola visitata qualche abitante in Castiglia. Furono presi così dodici naturali, tra uomini, donne e fanciulli. Le navi erano già alla vela, quando si accostò in una piroga un selvaggio, chiedendo [pg!117] di essere preso a bordo egli pure. Marito di una delle donne prese dagli Spagnuoli, padre di due fanciulli che con la madre erano stati condotti alla nave, il poveraccio non vedeva che cosa avrebbe potuto far egli a terra, lontano dalla sua famigliuola. L'almirante lo accolse festosamente, e comandò che fosse trattato, egli e i suoi, con ogni cortesia. Così contenti tutti, si uscì dalla foce del fiume, nella giornata del 12, muovendo verso levante, alla ricerca dell'isola di Babeque.Fu un grave danno per lui, quella illusione di Babeque. Se avesse volta la prora a ponente, e seguitato il suo consueto cammino, avrebbe toccate le coste della Florida; od anche, seguitando a costeggiare l'isola di Cuba, nel rombo di libeccio, avrebbe incontrate le sponde opposte dell'Yucatan, così facendo nel suo primo viaggio la scoperta del Messico, cioè della più ricca e della più incivilita contrada del nuovo mondo.Ma per allora, seguendo le indicazioni dei naturali di Bohio, egli andò a cercare Babeque, la irreperibile Babeque. Le navi avevano appena pigliato il largo, che incominciò a soffiare il vento di tramontana, e così fresco, da consigliare una poggiata verso l'isola di Cuba. La spedizione entrò allora fra alcune isolette, le quali sorgevano in vicinanza di un gran porto, a cui Cristoforo Colombo impose il nome di porto del Principe. Egli spese qualche giorno a visitare coi suoi palischermi il grazioso arcipelago, a cui diè nome di Giardino del Re. Erano quelle isole così fitte e vicine, che dall'una all'altra non era più d'un quarto di lega; e tanto erano profondi i canali, le rive così adorne di alberi e di erbe così verdi, che niente si sarebbe potuto immaginare di più bello. Tutte quelle isole erano vuote di abitanti; eppure ci si vedevano tracce di molti fuochi [pg!118] di pescatori. Sicuramente, a quelle isole andavano i naturali di Cuba, per attendere alla pesca; la qual cosa si seppe poi con certezza, insieme con altre particolarità, che importano poco al nostro racconto, e che per amore di brevità si ommettono. Ce ne sappia grado il lettore.Il 19 dicembre, che fu un lunedì, l'almirante salpò nuovamente dal porto del Principe, ripigliando il suo cammino verso la fantastica Babeque. E seguitava a cercarla il 21, quando Martino Alonzo Pinzon, seccato di cercare Babeque in compagnia dell'almirante, si mosse per suo conto alla ricerca di una isola nuova, che i naturali a bordo dellaPintachiamavano Bohio, come i villaggi dell'interno di Cuba. Evidentemente, con quel nome di Bohio indicavano la casa, o un ceppo di case; un luogo abitato, insomma.Vedendo laPintaallontanarsi verso levante, Cristoforo Colombo la richiamò coi segnali d'uso. Ma laPintanon fece caso dei richiami, e andò innanzi per tutto il resto della giornata. Sopraggiunta la notte, l'almirante fece serrare alcune vele, e appiccar lanterne all'albero di maestra, pensando ancora che laPinta, ottima veliera, lo avrebbe raggiunto; ma invano. LaPintanon ritornò; allo spuntar del giorno si era dileguata del tutto.Che voleva dir ciò? Noi sappiamo che i racconti di un selvaggio, accennando ad una ricchissima regione, avevano abbagliato il Pinzon. Ma senza sapere di ciò, l'almirante pensava dirittamente dell'altro; pensava ad esempio che Martino Alonzo non era il più obbediente degli uomini e sopportava con impazienza l'autorità del comandante supremo. E sospettava, per conseguenza, di qualche brutto disegno. Il Pinzon voleva, arrogandosi un comando separato, procurare a sè vantaggi separati; [pg!119] oppure egli faceva conto di ritornarsene in Ispagna, per usurpare al comandante supremo l'onore delle fatte scoperte.La lentezza dellaSanta Marianon permetteva d'inseguire laPinta. Cristoforo Colombo, che già tante contrarietà aveva dovuto sopportare e tanti affronti mandar giù, ricacciò il suo giusto sdegno nel fondo dell'animo; e seguitò a veleggiare lungo la costa di Cuba. Gli occorse anzi di ritrovare un bel porto, e di ancorarvisi, per fornirsi d'acqua e di legna. In quel porto, che egli chiamò di Santa Caterina, vide alla foce d'un fiume alcune pietre che avevan mostre d'oro; e le montagne tutto intorno erano vestite di pini così alti, che se ne potevano far alberi per grosse navi.Ma non era tempo d'indugiarsi. La tardaSanta Mariae la tardissimaNinaripigliarono il viaggio: toccarono un altro porto, che fu chiamato porto Santo, e di là volsero alla punta orientale di Cuba, che prese il nome di Alfa ed Omega. Laggiù, mentre correva bordeggiando, incerto della via da prendere, l'almirante scoprì a scirocco una nuova terra: e questa a grado a grado si mostrava più chiaramente, innalzandosi le sue alte montagne a foggia di piramidi, sulla linea dell'orizzonte, ed annunziando un'isola di grande estensione.I naturali di Guanahani e di Cuba, che erano a bordo dellaSanta Maria, vedendo quell'isola in lontananza gridarono: Bohio! Quando videro che l'almirante faceva drizzar la prora a quella volta, diedero segni di gran terrore, e lo supplicarono di mutar cammino, assicurandolo che gli abitanti erano feroci e crudeli. Parve anzi di capire dai discorsi dell'interpetre che fossero antropofagi e che avessero un occhio solo nel mezzo della fronte. Davvero, in quel maraviglioso viaggio del navigator [pg!120] genovese, un po' d'Odissea non guastava, e Polifemo ci ritrovava il suo posto.Il vento si era voltato contrario; nè osando far vela nella notte per quei mari sconosciuti, l'almirante spese due giorni intieri per arrivare alla temuta isola di Bohio. Ma egli potè lungamente ammirarla, in mezzo alla trasparente atmosfera dei tropici. Le sue montagne erano più alte e rocciose di quante egli ne avesse vedute in quell'isole; per contro, sorgevano dal verde cupo di fitte boscaglie le ridenti colline; e le verdeggianti praterie che la circondavano, i segni di coltura che offrivano le pianure, i fuochi innumerevoli che si vedevano brillare nella notte, le colonne di fumo che di giorno s'innalzavano al cielo, davano indizio di un popolo numeroso e felice. Tale si offerse Bohio, o per chiamarla col suo vero nome, Haiti, agli occhi dell'almirante e del suo equipaggio.Egli era partito dal capo Alfa ed Omega la mattina del cinque di dicembre. Non toccò la punta occidentale della nuova isola che nella sera del sei. Approdò ad un porto, a cui diede il nome del santo di quel giorno, san Nicolò; nome che i posteri hanno conservato a quel sorgitore, spazioso e profondo, attorniato di alberi d'alto fusto, molti dei quali erano carichi di frutti.Verso il fondo del porto si stendeva una vasta pianura, irrigata da un'acqua limpidissima. Nel porto si vedevano cinque piroghe, grosse come fuste spagnuole, di quindici banchi ciascuna. Sicuramente erano villaggi in vicinanza; ma i naturali, alla vista delle navi straniere, erano tosto fuggiti alla macchia.Non potendo aver pratica con quella gente, l'almirante fece rimettere alla vela, seguendo la costa verso tramontana, finchè giunse ad un altro porto, da lui chiamato della Concezione. Anche in quel [pg!121] porto metteva foce un piccolo fiume. La costa abbondava di pesci, molti dei quali saltavano perfino nei palischermi. E perchè la più parte di quei pesci somigliavano a quelli delle coste di Spagna, e perchè parve di udir dai boschi vicini il gorgheggio del solito rosignuolo di Andalusia, e perchè l'aspetto dei monti e delle colline ricordava anch'esso la terra dond'erano partiti i navigatori animosi, l'isola ebbe il nome nuovo di Spagnuola, innanzi che fosse conosciuto il suo vero nome di Haiti.Erano nel dintorni del porto le tracce d'una grossolana coltura; ma non si vedevano abitanti, perchè tutti erano fuggiti all'arrivo degli stranieri. Quattro o cinque ne furono veduti in una radura del bosco, che stavano spiando i nuovi venuti; si diede loro la caccia, ma non fu possibile raggiungerli.Desiderando l'almirante di entrare ad ogni modo in relazione coi naturali dell'isola, mandò sei uomini bene armati in esplorazione. Trovarono essi dei campi coltivati, delle tracce di sentieri, delle eminenze con avanzi dì carbone e di cenere; ma gli abitanti impauriti si erano sempre tenuti lontani da loro. Non era molto, ma bastava a convincere l'almirante che la popolazione dell'isola fosse abbastanza numerosa. Quei fuochi che egli aveva veduti risplendere la notte innanzi, e di cui erano state ritrovate le vestigie, ricordavano ciò che si sapeva per tradizione in Ispagna, dei fuochi accesi nelle montagne dal popolo cristiano, al tempo della invasione degli Arabi, per avvertire gli abitanti del piano di fuggire quanto più potessero lontani dal lido minacciato.Era il 12 dicembre, quando Cristoforo Colombo piantò solennemente una croce, sopra un poggio all'ingresso del porto, per dinotare che ne aveva [pg!122] preso possesso. Cosma e Damiano, che passeggiavano allora in quelle vicinanze, scopersero sul confine di una macchia vicina un gran numero di naturali. Data la voce ad alcuni compagni, e tosto seguiti da essi, corsero sulle tracce di quella gente, che si era data, come potete immaginarvi, alla fuga. Non impediti da drappi, nè da falde, quei naturali guadagnarono facilmente terreno, e non furono potuti raggiungere. Ma la fortuna arrise a Damiano, che era più innanzi dei compagni, e potè metter la mano sopra una giovane donna, rimasta ultima dello stuolo fuggitivo.Confessiamo, per amore di verità, che Damiano da principio non pensò al sesso della sua preda. L'aveva abbrancata e la teneva forte. Ma alle strida di lei, riconobbe di aver sotto l'unghie una donna. E senza lasciarla tuttavia, la strinse un po' meno, cercando in quella vece di chetarla, con quel po' di lingua selvaggia che aveva imparata.Quel poco, per altro, era pochissimo; una sola parola.—Taorib!—le disse.—Taorib!—La donna seguitava a divincolarsi, ma inutilmente. Del resto, sopraggiungevano i compagni di Damiano, a prestargli man forte.—Per caso,—disse Cosma all'amico,—avresti ritrovata Samana?—Eh, qualche cosa di simile;—rispose Damiano.—Ma il diavolo mi porti, se ricasco nelle sue tentazioni.—Pure la donna era giovane e graziosa. Era nuda affatto, il che augurava male del grado di civiltà dell'isola Spagnuola. Ma essa portava sospesa alle narici una piastrella d'oro, e questo faceva sperare che il prezioso metallo fosse comune in quell'isola. Una miniera d'oro valeva bene uno stato di civiltà. [pg!123] Così almeno si ragionava allora, e il narratore non ci mette del suo nè sal nè pepe.La bella conquista fu portata in trionfo a piè della croce. Colà il suo spavento fu presto calmato dagli interpetri, e più dal benigno aspetto e dagli umanissimi gesti dell'almirante; il quale tosto ordinò che la bella sbigottita fosse coperta d'un manto, le diede anelli di rame da mettersi alle dita, una collana di perline di vetro e dei piccoli sonagli da mettersi al collo. Eva fu prontamente tranquillata. L'avevano ornata di bei presenti; la rimandavano libera: l'avevano chiamatataorib.—Taorib!si,taorib!—le andava ripetendo Damiano, mentre ella si allontanava.Ed ella si allontanava lentamente; o fosse, come credette Damiano, perchè non le dispiacesse quel complimento, o perchè al suo cuore riconoscente piacesse meglio mostrare con la lentezza del ritorno che era grata delle buone accoglienze ricevute.—Accompagnatela;—disse l'almirante agli interpetri.—Forse troverete modo di parlare agli uomini della tribù.—Tre degli interpetri obbedirono al comando.—Signore,—disse Damiano,—volete che l'accompagni qualcun altro di noi?—Fatelo, se vi pare. Io non pensavo di darne incarico a voi, immaginandovi stanchi della corsa già fatta.—Damiano volse un'occhiata a Cosma, invitandolo.—Io verrei;—gli disse Cosma, muovendosi;—ma non mi farai tu assistere a qualche altra follia?—Uomo di poca fede,—rispose Damiano,—ti ho detto che non ricascherò in tentazione. E voglio averti per testimonio della mia maravigliosa [pg!124] virtù. In questo momento, poi, mi ricordo di Scipione in Ispagna.—La donna, vedendosi seguire da tanti, incominciava a pentirsi di essere andata troppo lenta. Ma gl'interpetri furono solleciti a chetare i suoi timori; ed ella si mostrò contenta di ritornare al suo villaggio così bene scortata, con quel manto da regina sulle spalle.Damiano, in quella spedizione, mantenne la parola che aveva data al compagno. Non fece gli occhi teneri alla bella selvaggia; si contentò di chiamarla un centinaio di voltetaorib.—Parole,—diceva egli a Cosma,—parole che si dicono, e il vento se le porta. È sempre bene dire ad una donna che ella ètaorib, anche se una piastrella d'oro sospesa alle nari le sforma un pochettino la faccia. Ella ritorna a casa sua, vede le amiche, s'intrattiene di cento cose con loro, e trova sempre modo di ricordar loro quel gentil cavaliere che le ha detto tante belle cose, magari dicendogliene sempre una sola.—Ah, furfante di tre cotte!—esclamò Cosma, ridendo.—Così ti disponi tu a non ricadere in tentazione? preparandoti il terreno in guisa che tutta una popolazione femminile s'innamori di te? Vuoi dunque conquistare tutti i teneri cuori del nuovo mondo?—Sì, dammi la soia!—rispose Damiano.—Sei tu, Cosmataorib, che puoi parlarmi così? tu, che appena saremo al villaggio, mi vogherai bravamente sul remo?—Con grande soddisfazione di Damiano, che era fresco di malattia e non voleva far ricadute, non fu il caso che l'amico gli vogasse, anche involontariamente, sul remo. Sopraggiunse la sera, senza che avessero ritrovato il villaggio. Non volendo [pg!125] avventurarsi in piccol numero, e di notte in quei luoghi sconosciuti, pensarono di ritornare alla costa. La selvaggia, del resto, aveva veduto compagni sulle balze vicine; poteva ritornarsene insieme con loro al villaggio. Fu salutata, ossequiata, pose le mani sulla testa di tutti, in segno di riverenza e di fede, si sentì chiamare un'altra voltataorib, e mezzo sorridente, mezzo piangente, si separò dai suoi cavalieri.L'almirante vide a tarda sera ritornare i suoi uomini. E facendo assegnamento sul buon effetto che avrebbe dovuto produrre sui naturali il racconto della donna così prontamente rimandata libera e tanto onorata da tutti, pensò di mandar gente nell'interno dell'isola. Nella mattina seguente egli scelse adunque nove uomini, comandò che si armassero a dovere, e li spedì per la via di cui già avevano fatta una parte, a rintracciare il villaggio.Damiano, si capisce, era del numero; e Cosma non poteva non accompagnare Damiano. Un naturale di Cuba fu aggiunto al drappello, per servire da interpetre.Il villaggio fu ritrovato, a quattro leghe e mezzo dalla costa, e sulle sponde di un gran fiume. Conteneva un migliaio di capanne; ma tutte deserte, essendone fuggiti gli abitanti al primo apparire degli Spagnuoli. Per altro, non erano andati molto lontano; parecchi ne furono veduti ronzare tra gli alberi, in prossimità del villaggio, e come in vedetta, per dare avviso d'ogni novità ai loro compagni.Ad essi, per consiglio di Cosma, che capitanava il drappello, andò solo soletto l'interpetre. Trattenendoli coi gesti e con la voce amica, li raggiunse, parlò, e riuscì a persuaderli, discorrendo a lungo della bontà dei figli del cielo, che viaggiavano il [pg!126] mondo, facendo ricchi donativi a tutti, e male a nessuno.Si erano affollati in cento a sentirlo; crebbero a mille, mentre egli parlava; In duemila lo seguirono al villaggio, circondando i nove Spagnuoli, ma rispettosamente, sapendoli figli del cielo, e immaginando forse che quegli esseri soprannaturali, scesi dalla patria della folgore, potessero sprigionare da un momento all'altro scintille ed atterrarli a diecine.A poco a poco, vedendoli così buoni, che si lasciavano ammirare, e rivolgevano loro occhiate amorevoli, si addomesticarono del tutto. I più vecchi giunsero perfino all'atto di metter le mani sulla testa degli uomini bianchi; il che, come sapete, era segno di onore grandissimo, come di confidente amicizia per gli stranieri, e di buon augurio per sè. Quindi, sparpagliatisi per le case e pei campi, ritornarono in piazza con frutti, radici e pane di cassava. Vollero ancora che visitassero le loro capanne, portandoci la benedizione del cielo, e li pregavano di rimanere a lungo loro ospiti. Udito dall'interpetre che amavano i pappagalli, ne recarono molti addomesticati. Non oro, ahimè, non oro, che i figli del cielo anteponevano ai pappagalli. Salvo quelle piastrelle che taluni di essi, specie le donne, portavano sospese alle nari, non avevano in casa altro saggio del prezioso metallo. Ma lasciavano intendere che la terra dove si raccoglieva l'oro, giaceva più oltre a levante. Era un'altra parte dell'isola? era un'altra isola a dirittura, o un continente lontano? Era povero ancora il vocabolario, più povera la sintassi dell'interpetre; e quel punto difficile non fu potuto chiarire lì per lì, come avrebbero desiderato i figli del cielo.Gl'indigeni di quel villaggio erano dei più belli, per regolarità di fattezze e proporzione di membra, [pg!127] che i cristiani avessero veduti fino allora nelle isole scoperte. Avevano pure la pelle più bianca degli altri. Apparivano anche singolarmente felici, poichè la terra ferace produceva quasi senza coltivazione la maggior parte dei loro alimenti; i fiumi e le rive del mare davano pesce in gran copia. Tutto avevano comune, la terra del pari che l'acqua ed il sole; i loro frutteti, come i lor boschi, non si vedevano circondati da fossi, nè divisi da stecconate, nè protetti da muri. Vivevano senza leggi, senza giudici, senza uscieri e senza gendarmi, riguardando siccome malvagio chi si compiacesse di far male altrui, nè avendo altra cura fuor quella di vigilare la riproduzione delle radici di jucca, donde ritraevano il pane. Non era sconosciuta ad essi la poligamia, poichè assegnavano venti donne al capo della tribù; ma ognuno di loro pareva contentarsi di una. E non difettavano d'idee filosofiche, nè di credenze religiose. Stimavano esser l'anima immortale, e pensavano che, dopo la morte del corpo, ella andasse per boschi e montagne, vivendo eternamente collegata alla sua patria terrena, nel fondo delle caverne. Queste, perciò, avevano un culto, essendo riguardate con superstiziosa venerazione. E quelle voci che rispondono alla nostra nei luoghi solitarî, dalla cavità delle grotte, dalle pareti dei massi, erano, secondo loro, le anime dei trapassati. Vita bucolica, religione poetica, come vedete.Mentre i nove Spagnuoli stavano ragionando coi naturali del villaggio (per intromissione dell'interpetre, quasi non sarebbe mestieri di dirlo), videro avvicinarsi un numeroso stuolo d'indigeni, che portavano una donna sulle loro spalle, come in trionfo.—La regina!—disse Damiano.—Sì, piglia fuoco, bombarda!—fu pronto a ribattergli Cosma.[pg!128]—Eh, se sarà degna dei nostri omaggi, perchè no? Ne ho pensato una, sai? L'altra volta, caro mio, mi hai sconfitto facilmente, avendo io bevuto troppo di quel maledetto liquore, e sorbito quell'altro veleno nel fumo dell'erba magica, o che altro diavolo fosse. Ma questa volta, per tua regola, non berrò che acqua, non accosteròkohibaalle labbra, e ce la vedremo, mio caro!—Cosma ascoltava e sorrideva, di quel suo sorriso malinconico che non iscopriva i segreti dell'animo, ma li lasciava intravvedere, e faceva di lui un personaggio singolare in mezzo a quella numerosa famiglia di poveri naviganti.Il drappello si era avvicinato, e i due amici riconobbero nella creduta regina la giovane donna che avevano fatta prigioniera il giorno innanzi e poi ricondotta a mezza strada verso il villaggio. Coperte le spalle del suo manto dai vistosi colori, cinta il collo dei sonagli e delle perline di vetro che le aveva donato l'almirante, ella veniva tutta sorridente e felice su quel suo cocchio improvvisato. Il marito di lei precedeva il drappello, e fu molto contento di aver lì pronto un interpetre, per fare un lungo discorso, in cui esprimeva la sua profonda riconoscenza per la bontà che i figli del cielo avevano dimostrata verso sua moglie.Una buona parola non è mai sprecata. Damiano ebbe il premio di quella che aveva detta tante volte alla giovane selvaggia; lo ebbe sentendosi da lei chiamare per nome. Era il nome con cui essa lo aveva sentito chiamare dagli amici, e non lo aveva dimenticato.—Damiano!—gli disse;—Damiano!—E pareva contenta di rammentarlo; più contenta di dimostrargli che lo aveva ritenuto.—Ah! sia lodato il cielo!—mormorò Damiano.[pg!129]—Questa, almeno, non mi cambia il sesso. Buon giorno,taorib!—soggiunse ad alta voce, facendole con la mano un grazioso saluto.—Ella sa il tuo nome;—gli disse Cosma all'orecchio.—Chiedile almeno il suo.—A qual pro?—disse Damiano.—Ma, che so io? Per ricordartene.—E domandiamo il suo nome:—riprese Damiano.—Cusqueia!—Il naturale di Cuba, che si chiamava così per lo appunto, si volse.—Come si chiama quellataorib? Domandalo.—L'interpetre contentò subito il desiderio di Damiano; poi ripetè il nome che gli aveva detto la donna:—Caritaba.—Onore a Caritaba!—disse allora Damiano.E levatasi una rossa fascia di lana che portava in cintura, la porse a lei in presente. Caritaba ringraziò, battendo le palme e saltando.Era giunta l'ora di lasciare il villaggio. I marinai volevano essere prima di notte alla costa. Saputo della loro risoluzione, tutta la tribù si diede a gemere, a guaiolare, come se fosse accaduta una grande sventura.Ma poco valevano i pianti. Il destino era quello.Fata trahunt, avrebbe potuto dir loro Damiano, che sapeva di latino. Ma a qual pro', se i naturali di Cuba non capivano il latino?Il drappello si pose in cammino, accompagnato dal saluti, dai gemiti, dalle acclamazioni di tutta la tribù. Era un tumulto assordante, aggravato ancora, se pur ce ne fosse stato bisogno, dalle grida dei pappagalli, che gli Spagnuoli dovevano portare con sè, per non aver aria di sgradire i donativi di quell'ottima gente.—E tacete, che il diavolo vi porti, animali molesti, [pg!130] nemici dell'uomo!—gridava Damiano.—Se almeno si capisse il vostro linguaggio!—Tu non hai pazienza;—gli diceva Cosma.—Ne ho, perdincibacco, ne ho quanto occorre;—rispondeva Damiano.—Ma queste bestie maledette, la farebbero perdere a Giobbe.—Ah sì! bell'esempio che tu porti! un uomo che si lagnava dalla mattina alla sera, e dalla sera alla mattina.—E credi che non ne avesse ragione? Vorrei vederti, con quel po' po' di disgrazie e di guidaleschi addosso! e con quella razza di amici! e con quella donna, poi! Felice te, Cosma, che non hai preso moglie!...—Il viso di Cosma si rabbuiò, a quel discorso di Damiano.—Scusami, sai;—ripigliò Damiano, vedendo, o piuttosto indovinando l'effetto delle sue parole.—Volevo dire: felice te, che di amici chiacchieroni non ne hai alle costole che uno.—E lo amo, e son lieto di avercelo;—disse Cosma, stendendogli la mano.Si erano fermati un istante, alla svolta del sentiero, per mandare un ultimo saluto alla tribù, che era tutta quanta affollata all'ingresso del villaggio, in atto di contemplare i figli del cielo.—Che è?—disse Cosma.—Uno dei naturali viene verso di noi, correndo come una lepre.—Che cosa vorrà?—disse Damiano.—E che diavolo porta egli in mano? Qualche cosa di verde. Una foglia di palma, forse? A te, che hai un occhio di lince, e l'altro di falco; vedi un po' tu.—Povero Damiano!—esclamò Cosma, non potendo trattenere un sorriso.—Sta a vedere che quella palma è per te! Infine, non hai tu trionfato? e non la meriti? Ma pur troppo, amico mio, non è una [pg!131] foglia di palma. Tura gli orecchi, Damiano; è un pappagallo.—Che il diavolo si porti anche quello;—gridò Damiano.—Ma perchè poi dovrebbe essere destinato a me? Non sei tu il capo della spedizione? I donativi vanno al comandante, mi pare.—Il naturale si avvicinava. Quella sua pelle color di rame non permetteva agli Europei di riconoscerlo. Ma bene lo distinse l'interpetre.—Marito a Caritaba;—diss'egli.—Che cosa ti dicevo io?—mormorò Cosma all'orecchio di Damiano.—È il marito della bella: ti porterà un ultimo saluto di lei.—Era infatti il marito dell'indiana, a cui erano state fatte tante buone accoglienze il giorno innanzi, e tanta festa un'ora prima. Veniva egli con un pappagallo nel pugno; e giunto alla presenza degli Spagnuoli, guardò un poco nel crocchio, per cercare il suo uomo; lo ritrovò, diede un grido, e gli offerse il pappagallo, dicendo con breviloquenza spartana:—Caritaba.... Damiano.—Cari....—balbettò Damiano, confuso.—Caritaba;—gli rispose una voce.Ma non era la voce dell'indiano; era la voce del pappagallo.—Diciamo dunque Caritaba;—conchiuse Damiano, rassegnandosi.—E tu, Cusqueia, sapientissimo tra gli araldi, chiedi a questo ottimo naturale per qual ragione abbia portato a me un così maraviglioso presente.—L'interpetre capì ad un bel circa il pensiero di Damiano. E parlò al marito di Caritaba; ne ebbe la risposta, e la riferì prontamente a Damiano.—Caritaba,—diss'egli,—contenta dono Damiano. Figli del cielo amare bestie parlanti. Caritaba mandar bestia parlante Damiano.[pg!132]—Grazie!—rispose Damiano, commosso, ma non fino alle lagrime.—Dica quell'ottimo naturale alla sua dolce metà che io terrò questo pappagallo sul mio cuore, finchè mi duri la vita.—L'interpetre capì quel che potè, disse quel che gli parve meglio, e fece saltare quell'altro dalla gioia.—È contento vedi? è contento;—rispose Damiano.—Ma già, quell'ottimo naturale ha il suo segreto in corpo. Egli ha letto Plutarco, e sa il motto di Temistocle: a nemico che fugge, ponte d'oro.—Il marito della bella indiana levò le mani, salutando; fece una giravolta da ballerino, e prese il volo verso il villaggio.—Guarda,—disse Cosma,—guarda come è bene arnesato.—Arnesato, di che? Mi par nudo.—Non vedi? Ha la tua fascia rossa alle reni.—Damiano guardò, e riconobbe la fascia che egli aveva donata un'ora innanzi alla bella Caritaba.—Ah figlio di cane! e cane egli stesso!—gridò.—Ma quell'altra.... quell'altra, che gli ha ceduto il mio regalo!—Caro mio, non accusare quella povera donna. Non avrà potuto rifiutarlo ad una domanda del suo signore e padrone. Quella fascia, del resto, era arnese da uomini; doveva andare ad un uomo. Egli ha veduto che tu la portavi in cintura; l'ha voluta, e l'ha messa anche lui in cintura.—O giù di lì!—disse Damiano.—Ma di che ti lagni, uomo incontentabile?—riprese Cosma.—È venuto ancora a portarti il cambio del tuo presente; il pappagallo, la bestia parlante....—Cosma!—brontolò Damiano.—Giobbe aveva parecchi amici; tre, se io ricordo bene la Sacra Scrittura. Ma io ne ho uno, che fa per trenta.[pg!133]—Mi rinchiudo nel mio guscio,—rispose Cosma,—e non ti dico più nulla.—Damiano se ne ritornò verso la costa, tenendo sul pugno il suo pappagallo, che di tanto in tanto gli veniva ripetendo:—Caritaba!—Sì, Caritaba! e aggiungi anchetaorib, bestia malnata!—borbottava Damiano.—Io dunque ti porterò in Europa, perchè tu m'introni sempre gli orecchi, con quel tuo Caritaba?—Senti,—si provò a dirgli Cosma,—ora tu sei maravigliosamente ingiusto. Vorresti dunque che egli ti dicesse.... Samana?—Ah sì, non ci mancherebbe più altro;—rispose Damiano.—Ma infine, tu mi ci fai pensare: qui non è tutto male. Caritaba val meglio di Samana; alla Spagnuola è scongiurata la mala sorte di Bohio. Mi dirai che mi contento di poco. Ebbene, che fa? Uno sguardo, una parola, un pensiero, un ricordo; ecco l'amore.—Caritaba!—gracchiò il pappagallo.—Caritaba!—O senti, tu! non potresti cambiarmela, una volta tanto, la musica?—gridò Damiano, seccato.—Dirmi, per esempio, Caratiba? Carabita? Catariba? Ah sì, perbacco, Catariba. È quasi come dir Catarina; non è vero, Cosma?—Cosma non rispose più sillaba. Si era per davvero rinchiuso nel suo guscio.Quella sera, udita la relazione de' suoi messaggeri, Cristoforo Colombo depose la speranza, o l'illusione, di essere pervenuto ai confini orientali del Cattaio, e di dover mai, per quel viaggio almeno, usare della scienza poliglotta di don Luigi de Torres.Selvaggi, selvaggi, ancora, selvaggi sempre. Terra vergine, adunque: e non era la realtà più bella del sogno?[pg!134]

Capitolo VII.Si cerca Babeque, si smarrisce la Pinta, e si ritrova Haiti.L'almirante aveva spesi utilmente quei giorni di aspettazione, facendo tirare a terra e spalmare laSanta Maria, che incominciava a sentire il bisogno di essere racconciata. L'opera dei calafati era a mala pena finita, e la caravella in pronto per navigare, quando ritornarono i messaggeri alla costa, e riferirono al comandante supremo tutto ciò che avevano veduto nel loro viaggio entro terra. Era quel giorno il 5 novembre. E perchè la freschezza delle notti faceva preveder vicino l'inverno, l'almirante deliberò di non avanzarsi troppo verso settentrione, e di non fermarsi più a lungo in così povere contrade.Per altro, innanzi di salpare le áncore dalRio de los Mares, comandò che si prendesse qualche naturale dell'isola di Cuba, avendo in animo di condurre d'ogni isola visitata qualche abitante in Castiglia. Furono presi così dodici naturali, tra uomini, donne e fanciulli. Le navi erano già alla vela, quando si accostò in una piroga un selvaggio, chiedendo [pg!117] di essere preso a bordo egli pure. Marito di una delle donne prese dagli Spagnuoli, padre di due fanciulli che con la madre erano stati condotti alla nave, il poveraccio non vedeva che cosa avrebbe potuto far egli a terra, lontano dalla sua famigliuola. L'almirante lo accolse festosamente, e comandò che fosse trattato, egli e i suoi, con ogni cortesia. Così contenti tutti, si uscì dalla foce del fiume, nella giornata del 12, muovendo verso levante, alla ricerca dell'isola di Babeque.Fu un grave danno per lui, quella illusione di Babeque. Se avesse volta la prora a ponente, e seguitato il suo consueto cammino, avrebbe toccate le coste della Florida; od anche, seguitando a costeggiare l'isola di Cuba, nel rombo di libeccio, avrebbe incontrate le sponde opposte dell'Yucatan, così facendo nel suo primo viaggio la scoperta del Messico, cioè della più ricca e della più incivilita contrada del nuovo mondo.Ma per allora, seguendo le indicazioni dei naturali di Bohio, egli andò a cercare Babeque, la irreperibile Babeque. Le navi avevano appena pigliato il largo, che incominciò a soffiare il vento di tramontana, e così fresco, da consigliare una poggiata verso l'isola di Cuba. La spedizione entrò allora fra alcune isolette, le quali sorgevano in vicinanza di un gran porto, a cui Cristoforo Colombo impose il nome di porto del Principe. Egli spese qualche giorno a visitare coi suoi palischermi il grazioso arcipelago, a cui diè nome di Giardino del Re. Erano quelle isole così fitte e vicine, che dall'una all'altra non era più d'un quarto di lega; e tanto erano profondi i canali, le rive così adorne di alberi e di erbe così verdi, che niente si sarebbe potuto immaginare di più bello. Tutte quelle isole erano vuote di abitanti; eppure ci si vedevano tracce di molti fuochi [pg!118] di pescatori. Sicuramente, a quelle isole andavano i naturali di Cuba, per attendere alla pesca; la qual cosa si seppe poi con certezza, insieme con altre particolarità, che importano poco al nostro racconto, e che per amore di brevità si ommettono. Ce ne sappia grado il lettore.Il 19 dicembre, che fu un lunedì, l'almirante salpò nuovamente dal porto del Principe, ripigliando il suo cammino verso la fantastica Babeque. E seguitava a cercarla il 21, quando Martino Alonzo Pinzon, seccato di cercare Babeque in compagnia dell'almirante, si mosse per suo conto alla ricerca di una isola nuova, che i naturali a bordo dellaPintachiamavano Bohio, come i villaggi dell'interno di Cuba. Evidentemente, con quel nome di Bohio indicavano la casa, o un ceppo di case; un luogo abitato, insomma.Vedendo laPintaallontanarsi verso levante, Cristoforo Colombo la richiamò coi segnali d'uso. Ma laPintanon fece caso dei richiami, e andò innanzi per tutto il resto della giornata. Sopraggiunta la notte, l'almirante fece serrare alcune vele, e appiccar lanterne all'albero di maestra, pensando ancora che laPinta, ottima veliera, lo avrebbe raggiunto; ma invano. LaPintanon ritornò; allo spuntar del giorno si era dileguata del tutto.Che voleva dir ciò? Noi sappiamo che i racconti di un selvaggio, accennando ad una ricchissima regione, avevano abbagliato il Pinzon. Ma senza sapere di ciò, l'almirante pensava dirittamente dell'altro; pensava ad esempio che Martino Alonzo non era il più obbediente degli uomini e sopportava con impazienza l'autorità del comandante supremo. E sospettava, per conseguenza, di qualche brutto disegno. Il Pinzon voleva, arrogandosi un comando separato, procurare a sè vantaggi separati; [pg!119] oppure egli faceva conto di ritornarsene in Ispagna, per usurpare al comandante supremo l'onore delle fatte scoperte.La lentezza dellaSanta Marianon permetteva d'inseguire laPinta. Cristoforo Colombo, che già tante contrarietà aveva dovuto sopportare e tanti affronti mandar giù, ricacciò il suo giusto sdegno nel fondo dell'animo; e seguitò a veleggiare lungo la costa di Cuba. Gli occorse anzi di ritrovare un bel porto, e di ancorarvisi, per fornirsi d'acqua e di legna. In quel porto, che egli chiamò di Santa Caterina, vide alla foce d'un fiume alcune pietre che avevan mostre d'oro; e le montagne tutto intorno erano vestite di pini così alti, che se ne potevano far alberi per grosse navi.Ma non era tempo d'indugiarsi. La tardaSanta Mariae la tardissimaNinaripigliarono il viaggio: toccarono un altro porto, che fu chiamato porto Santo, e di là volsero alla punta orientale di Cuba, che prese il nome di Alfa ed Omega. Laggiù, mentre correva bordeggiando, incerto della via da prendere, l'almirante scoprì a scirocco una nuova terra: e questa a grado a grado si mostrava più chiaramente, innalzandosi le sue alte montagne a foggia di piramidi, sulla linea dell'orizzonte, ed annunziando un'isola di grande estensione.I naturali di Guanahani e di Cuba, che erano a bordo dellaSanta Maria, vedendo quell'isola in lontananza gridarono: Bohio! Quando videro che l'almirante faceva drizzar la prora a quella volta, diedero segni di gran terrore, e lo supplicarono di mutar cammino, assicurandolo che gli abitanti erano feroci e crudeli. Parve anzi di capire dai discorsi dell'interpetre che fossero antropofagi e che avessero un occhio solo nel mezzo della fronte. Davvero, in quel maraviglioso viaggio del navigator [pg!120] genovese, un po' d'Odissea non guastava, e Polifemo ci ritrovava il suo posto.Il vento si era voltato contrario; nè osando far vela nella notte per quei mari sconosciuti, l'almirante spese due giorni intieri per arrivare alla temuta isola di Bohio. Ma egli potè lungamente ammirarla, in mezzo alla trasparente atmosfera dei tropici. Le sue montagne erano più alte e rocciose di quante egli ne avesse vedute in quell'isole; per contro, sorgevano dal verde cupo di fitte boscaglie le ridenti colline; e le verdeggianti praterie che la circondavano, i segni di coltura che offrivano le pianure, i fuochi innumerevoli che si vedevano brillare nella notte, le colonne di fumo che di giorno s'innalzavano al cielo, davano indizio di un popolo numeroso e felice. Tale si offerse Bohio, o per chiamarla col suo vero nome, Haiti, agli occhi dell'almirante e del suo equipaggio.Egli era partito dal capo Alfa ed Omega la mattina del cinque di dicembre. Non toccò la punta occidentale della nuova isola che nella sera del sei. Approdò ad un porto, a cui diede il nome del santo di quel giorno, san Nicolò; nome che i posteri hanno conservato a quel sorgitore, spazioso e profondo, attorniato di alberi d'alto fusto, molti dei quali erano carichi di frutti.Verso il fondo del porto si stendeva una vasta pianura, irrigata da un'acqua limpidissima. Nel porto si vedevano cinque piroghe, grosse come fuste spagnuole, di quindici banchi ciascuna. Sicuramente erano villaggi in vicinanza; ma i naturali, alla vista delle navi straniere, erano tosto fuggiti alla macchia.Non potendo aver pratica con quella gente, l'almirante fece rimettere alla vela, seguendo la costa verso tramontana, finchè giunse ad un altro porto, da lui chiamato della Concezione. Anche in quel [pg!121] porto metteva foce un piccolo fiume. La costa abbondava di pesci, molti dei quali saltavano perfino nei palischermi. E perchè la più parte di quei pesci somigliavano a quelli delle coste di Spagna, e perchè parve di udir dai boschi vicini il gorgheggio del solito rosignuolo di Andalusia, e perchè l'aspetto dei monti e delle colline ricordava anch'esso la terra dond'erano partiti i navigatori animosi, l'isola ebbe il nome nuovo di Spagnuola, innanzi che fosse conosciuto il suo vero nome di Haiti.Erano nel dintorni del porto le tracce d'una grossolana coltura; ma non si vedevano abitanti, perchè tutti erano fuggiti all'arrivo degli stranieri. Quattro o cinque ne furono veduti in una radura del bosco, che stavano spiando i nuovi venuti; si diede loro la caccia, ma non fu possibile raggiungerli.Desiderando l'almirante di entrare ad ogni modo in relazione coi naturali dell'isola, mandò sei uomini bene armati in esplorazione. Trovarono essi dei campi coltivati, delle tracce di sentieri, delle eminenze con avanzi dì carbone e di cenere; ma gli abitanti impauriti si erano sempre tenuti lontani da loro. Non era molto, ma bastava a convincere l'almirante che la popolazione dell'isola fosse abbastanza numerosa. Quei fuochi che egli aveva veduti risplendere la notte innanzi, e di cui erano state ritrovate le vestigie, ricordavano ciò che si sapeva per tradizione in Ispagna, dei fuochi accesi nelle montagne dal popolo cristiano, al tempo della invasione degli Arabi, per avvertire gli abitanti del piano di fuggire quanto più potessero lontani dal lido minacciato.Era il 12 dicembre, quando Cristoforo Colombo piantò solennemente una croce, sopra un poggio all'ingresso del porto, per dinotare che ne aveva [pg!122] preso possesso. Cosma e Damiano, che passeggiavano allora in quelle vicinanze, scopersero sul confine di una macchia vicina un gran numero di naturali. Data la voce ad alcuni compagni, e tosto seguiti da essi, corsero sulle tracce di quella gente, che si era data, come potete immaginarvi, alla fuga. Non impediti da drappi, nè da falde, quei naturali guadagnarono facilmente terreno, e non furono potuti raggiungere. Ma la fortuna arrise a Damiano, che era più innanzi dei compagni, e potè metter la mano sopra una giovane donna, rimasta ultima dello stuolo fuggitivo.Confessiamo, per amore di verità, che Damiano da principio non pensò al sesso della sua preda. L'aveva abbrancata e la teneva forte. Ma alle strida di lei, riconobbe di aver sotto l'unghie una donna. E senza lasciarla tuttavia, la strinse un po' meno, cercando in quella vece di chetarla, con quel po' di lingua selvaggia che aveva imparata.Quel poco, per altro, era pochissimo; una sola parola.—Taorib!—le disse.—Taorib!—La donna seguitava a divincolarsi, ma inutilmente. Del resto, sopraggiungevano i compagni di Damiano, a prestargli man forte.—Per caso,—disse Cosma all'amico,—avresti ritrovata Samana?—Eh, qualche cosa di simile;—rispose Damiano.—Ma il diavolo mi porti, se ricasco nelle sue tentazioni.—Pure la donna era giovane e graziosa. Era nuda affatto, il che augurava male del grado di civiltà dell'isola Spagnuola. Ma essa portava sospesa alle narici una piastrella d'oro, e questo faceva sperare che il prezioso metallo fosse comune in quell'isola. Una miniera d'oro valeva bene uno stato di civiltà. [pg!123] Così almeno si ragionava allora, e il narratore non ci mette del suo nè sal nè pepe.La bella conquista fu portata in trionfo a piè della croce. Colà il suo spavento fu presto calmato dagli interpetri, e più dal benigno aspetto e dagli umanissimi gesti dell'almirante; il quale tosto ordinò che la bella sbigottita fosse coperta d'un manto, le diede anelli di rame da mettersi alle dita, una collana di perline di vetro e dei piccoli sonagli da mettersi al collo. Eva fu prontamente tranquillata. L'avevano ornata di bei presenti; la rimandavano libera: l'avevano chiamatataorib.—Taorib!si,taorib!—le andava ripetendo Damiano, mentre ella si allontanava.Ed ella si allontanava lentamente; o fosse, come credette Damiano, perchè non le dispiacesse quel complimento, o perchè al suo cuore riconoscente piacesse meglio mostrare con la lentezza del ritorno che era grata delle buone accoglienze ricevute.—Accompagnatela;—disse l'almirante agli interpetri.—Forse troverete modo di parlare agli uomini della tribù.—Tre degli interpetri obbedirono al comando.—Signore,—disse Damiano,—volete che l'accompagni qualcun altro di noi?—Fatelo, se vi pare. Io non pensavo di darne incarico a voi, immaginandovi stanchi della corsa già fatta.—Damiano volse un'occhiata a Cosma, invitandolo.—Io verrei;—gli disse Cosma, muovendosi;—ma non mi farai tu assistere a qualche altra follia?—Uomo di poca fede,—rispose Damiano,—ti ho detto che non ricascherò in tentazione. E voglio averti per testimonio della mia maravigliosa [pg!124] virtù. In questo momento, poi, mi ricordo di Scipione in Ispagna.—La donna, vedendosi seguire da tanti, incominciava a pentirsi di essere andata troppo lenta. Ma gl'interpetri furono solleciti a chetare i suoi timori; ed ella si mostrò contenta di ritornare al suo villaggio così bene scortata, con quel manto da regina sulle spalle.Damiano, in quella spedizione, mantenne la parola che aveva data al compagno. Non fece gli occhi teneri alla bella selvaggia; si contentò di chiamarla un centinaio di voltetaorib.—Parole,—diceva egli a Cosma,—parole che si dicono, e il vento se le porta. È sempre bene dire ad una donna che ella ètaorib, anche se una piastrella d'oro sospesa alle nari le sforma un pochettino la faccia. Ella ritorna a casa sua, vede le amiche, s'intrattiene di cento cose con loro, e trova sempre modo di ricordar loro quel gentil cavaliere che le ha detto tante belle cose, magari dicendogliene sempre una sola.—Ah, furfante di tre cotte!—esclamò Cosma, ridendo.—Così ti disponi tu a non ricadere in tentazione? preparandoti il terreno in guisa che tutta una popolazione femminile s'innamori di te? Vuoi dunque conquistare tutti i teneri cuori del nuovo mondo?—Sì, dammi la soia!—rispose Damiano.—Sei tu, Cosmataorib, che puoi parlarmi così? tu, che appena saremo al villaggio, mi vogherai bravamente sul remo?—Con grande soddisfazione di Damiano, che era fresco di malattia e non voleva far ricadute, non fu il caso che l'amico gli vogasse, anche involontariamente, sul remo. Sopraggiunse la sera, senza che avessero ritrovato il villaggio. Non volendo [pg!125] avventurarsi in piccol numero, e di notte in quei luoghi sconosciuti, pensarono di ritornare alla costa. La selvaggia, del resto, aveva veduto compagni sulle balze vicine; poteva ritornarsene insieme con loro al villaggio. Fu salutata, ossequiata, pose le mani sulla testa di tutti, in segno di riverenza e di fede, si sentì chiamare un'altra voltataorib, e mezzo sorridente, mezzo piangente, si separò dai suoi cavalieri.L'almirante vide a tarda sera ritornare i suoi uomini. E facendo assegnamento sul buon effetto che avrebbe dovuto produrre sui naturali il racconto della donna così prontamente rimandata libera e tanto onorata da tutti, pensò di mandar gente nell'interno dell'isola. Nella mattina seguente egli scelse adunque nove uomini, comandò che si armassero a dovere, e li spedì per la via di cui già avevano fatta una parte, a rintracciare il villaggio.Damiano, si capisce, era del numero; e Cosma non poteva non accompagnare Damiano. Un naturale di Cuba fu aggiunto al drappello, per servire da interpetre.Il villaggio fu ritrovato, a quattro leghe e mezzo dalla costa, e sulle sponde di un gran fiume. Conteneva un migliaio di capanne; ma tutte deserte, essendone fuggiti gli abitanti al primo apparire degli Spagnuoli. Per altro, non erano andati molto lontano; parecchi ne furono veduti ronzare tra gli alberi, in prossimità del villaggio, e come in vedetta, per dare avviso d'ogni novità ai loro compagni.Ad essi, per consiglio di Cosma, che capitanava il drappello, andò solo soletto l'interpetre. Trattenendoli coi gesti e con la voce amica, li raggiunse, parlò, e riuscì a persuaderli, discorrendo a lungo della bontà dei figli del cielo, che viaggiavano il [pg!126] mondo, facendo ricchi donativi a tutti, e male a nessuno.Si erano affollati in cento a sentirlo; crebbero a mille, mentre egli parlava; In duemila lo seguirono al villaggio, circondando i nove Spagnuoli, ma rispettosamente, sapendoli figli del cielo, e immaginando forse che quegli esseri soprannaturali, scesi dalla patria della folgore, potessero sprigionare da un momento all'altro scintille ed atterrarli a diecine.A poco a poco, vedendoli così buoni, che si lasciavano ammirare, e rivolgevano loro occhiate amorevoli, si addomesticarono del tutto. I più vecchi giunsero perfino all'atto di metter le mani sulla testa degli uomini bianchi; il che, come sapete, era segno di onore grandissimo, come di confidente amicizia per gli stranieri, e di buon augurio per sè. Quindi, sparpagliatisi per le case e pei campi, ritornarono in piazza con frutti, radici e pane di cassava. Vollero ancora che visitassero le loro capanne, portandoci la benedizione del cielo, e li pregavano di rimanere a lungo loro ospiti. Udito dall'interpetre che amavano i pappagalli, ne recarono molti addomesticati. Non oro, ahimè, non oro, che i figli del cielo anteponevano ai pappagalli. Salvo quelle piastrelle che taluni di essi, specie le donne, portavano sospese alle nari, non avevano in casa altro saggio del prezioso metallo. Ma lasciavano intendere che la terra dove si raccoglieva l'oro, giaceva più oltre a levante. Era un'altra parte dell'isola? era un'altra isola a dirittura, o un continente lontano? Era povero ancora il vocabolario, più povera la sintassi dell'interpetre; e quel punto difficile non fu potuto chiarire lì per lì, come avrebbero desiderato i figli del cielo.Gl'indigeni di quel villaggio erano dei più belli, per regolarità di fattezze e proporzione di membra, [pg!127] che i cristiani avessero veduti fino allora nelle isole scoperte. Avevano pure la pelle più bianca degli altri. Apparivano anche singolarmente felici, poichè la terra ferace produceva quasi senza coltivazione la maggior parte dei loro alimenti; i fiumi e le rive del mare davano pesce in gran copia. Tutto avevano comune, la terra del pari che l'acqua ed il sole; i loro frutteti, come i lor boschi, non si vedevano circondati da fossi, nè divisi da stecconate, nè protetti da muri. Vivevano senza leggi, senza giudici, senza uscieri e senza gendarmi, riguardando siccome malvagio chi si compiacesse di far male altrui, nè avendo altra cura fuor quella di vigilare la riproduzione delle radici di jucca, donde ritraevano il pane. Non era sconosciuta ad essi la poligamia, poichè assegnavano venti donne al capo della tribù; ma ognuno di loro pareva contentarsi di una. E non difettavano d'idee filosofiche, nè di credenze religiose. Stimavano esser l'anima immortale, e pensavano che, dopo la morte del corpo, ella andasse per boschi e montagne, vivendo eternamente collegata alla sua patria terrena, nel fondo delle caverne. Queste, perciò, avevano un culto, essendo riguardate con superstiziosa venerazione. E quelle voci che rispondono alla nostra nei luoghi solitarî, dalla cavità delle grotte, dalle pareti dei massi, erano, secondo loro, le anime dei trapassati. Vita bucolica, religione poetica, come vedete.Mentre i nove Spagnuoli stavano ragionando coi naturali del villaggio (per intromissione dell'interpetre, quasi non sarebbe mestieri di dirlo), videro avvicinarsi un numeroso stuolo d'indigeni, che portavano una donna sulle loro spalle, come in trionfo.—La regina!—disse Damiano.—Sì, piglia fuoco, bombarda!—fu pronto a ribattergli Cosma.[pg!128]—Eh, se sarà degna dei nostri omaggi, perchè no? Ne ho pensato una, sai? L'altra volta, caro mio, mi hai sconfitto facilmente, avendo io bevuto troppo di quel maledetto liquore, e sorbito quell'altro veleno nel fumo dell'erba magica, o che altro diavolo fosse. Ma questa volta, per tua regola, non berrò che acqua, non accosteròkohibaalle labbra, e ce la vedremo, mio caro!—Cosma ascoltava e sorrideva, di quel suo sorriso malinconico che non iscopriva i segreti dell'animo, ma li lasciava intravvedere, e faceva di lui un personaggio singolare in mezzo a quella numerosa famiglia di poveri naviganti.Il drappello si era avvicinato, e i due amici riconobbero nella creduta regina la giovane donna che avevano fatta prigioniera il giorno innanzi e poi ricondotta a mezza strada verso il villaggio. Coperte le spalle del suo manto dai vistosi colori, cinta il collo dei sonagli e delle perline di vetro che le aveva donato l'almirante, ella veniva tutta sorridente e felice su quel suo cocchio improvvisato. Il marito di lei precedeva il drappello, e fu molto contento di aver lì pronto un interpetre, per fare un lungo discorso, in cui esprimeva la sua profonda riconoscenza per la bontà che i figli del cielo avevano dimostrata verso sua moglie.Una buona parola non è mai sprecata. Damiano ebbe il premio di quella che aveva detta tante volte alla giovane selvaggia; lo ebbe sentendosi da lei chiamare per nome. Era il nome con cui essa lo aveva sentito chiamare dagli amici, e non lo aveva dimenticato.—Damiano!—gli disse;—Damiano!—E pareva contenta di rammentarlo; più contenta di dimostrargli che lo aveva ritenuto.—Ah! sia lodato il cielo!—mormorò Damiano.[pg!129]—Questa, almeno, non mi cambia il sesso. Buon giorno,taorib!—soggiunse ad alta voce, facendole con la mano un grazioso saluto.—Ella sa il tuo nome;—gli disse Cosma all'orecchio.—Chiedile almeno il suo.—A qual pro?—disse Damiano.—Ma, che so io? Per ricordartene.—E domandiamo il suo nome:—riprese Damiano.—Cusqueia!—Il naturale di Cuba, che si chiamava così per lo appunto, si volse.—Come si chiama quellataorib? Domandalo.—L'interpetre contentò subito il desiderio di Damiano; poi ripetè il nome che gli aveva detto la donna:—Caritaba.—Onore a Caritaba!—disse allora Damiano.E levatasi una rossa fascia di lana che portava in cintura, la porse a lei in presente. Caritaba ringraziò, battendo le palme e saltando.Era giunta l'ora di lasciare il villaggio. I marinai volevano essere prima di notte alla costa. Saputo della loro risoluzione, tutta la tribù si diede a gemere, a guaiolare, come se fosse accaduta una grande sventura.Ma poco valevano i pianti. Il destino era quello.Fata trahunt, avrebbe potuto dir loro Damiano, che sapeva di latino. Ma a qual pro', se i naturali di Cuba non capivano il latino?Il drappello si pose in cammino, accompagnato dal saluti, dai gemiti, dalle acclamazioni di tutta la tribù. Era un tumulto assordante, aggravato ancora, se pur ce ne fosse stato bisogno, dalle grida dei pappagalli, che gli Spagnuoli dovevano portare con sè, per non aver aria di sgradire i donativi di quell'ottima gente.—E tacete, che il diavolo vi porti, animali molesti, [pg!130] nemici dell'uomo!—gridava Damiano.—Se almeno si capisse il vostro linguaggio!—Tu non hai pazienza;—gli diceva Cosma.—Ne ho, perdincibacco, ne ho quanto occorre;—rispondeva Damiano.—Ma queste bestie maledette, la farebbero perdere a Giobbe.—Ah sì! bell'esempio che tu porti! un uomo che si lagnava dalla mattina alla sera, e dalla sera alla mattina.—E credi che non ne avesse ragione? Vorrei vederti, con quel po' po' di disgrazie e di guidaleschi addosso! e con quella razza di amici! e con quella donna, poi! Felice te, Cosma, che non hai preso moglie!...—Il viso di Cosma si rabbuiò, a quel discorso di Damiano.—Scusami, sai;—ripigliò Damiano, vedendo, o piuttosto indovinando l'effetto delle sue parole.—Volevo dire: felice te, che di amici chiacchieroni non ne hai alle costole che uno.—E lo amo, e son lieto di avercelo;—disse Cosma, stendendogli la mano.Si erano fermati un istante, alla svolta del sentiero, per mandare un ultimo saluto alla tribù, che era tutta quanta affollata all'ingresso del villaggio, in atto di contemplare i figli del cielo.—Che è?—disse Cosma.—Uno dei naturali viene verso di noi, correndo come una lepre.—Che cosa vorrà?—disse Damiano.—E che diavolo porta egli in mano? Qualche cosa di verde. Una foglia di palma, forse? A te, che hai un occhio di lince, e l'altro di falco; vedi un po' tu.—Povero Damiano!—esclamò Cosma, non potendo trattenere un sorriso.—Sta a vedere che quella palma è per te! Infine, non hai tu trionfato? e non la meriti? Ma pur troppo, amico mio, non è una [pg!131] foglia di palma. Tura gli orecchi, Damiano; è un pappagallo.—Che il diavolo si porti anche quello;—gridò Damiano.—Ma perchè poi dovrebbe essere destinato a me? Non sei tu il capo della spedizione? I donativi vanno al comandante, mi pare.—Il naturale si avvicinava. Quella sua pelle color di rame non permetteva agli Europei di riconoscerlo. Ma bene lo distinse l'interpetre.—Marito a Caritaba;—diss'egli.—Che cosa ti dicevo io?—mormorò Cosma all'orecchio di Damiano.—È il marito della bella: ti porterà un ultimo saluto di lei.—Era infatti il marito dell'indiana, a cui erano state fatte tante buone accoglienze il giorno innanzi, e tanta festa un'ora prima. Veniva egli con un pappagallo nel pugno; e giunto alla presenza degli Spagnuoli, guardò un poco nel crocchio, per cercare il suo uomo; lo ritrovò, diede un grido, e gli offerse il pappagallo, dicendo con breviloquenza spartana:—Caritaba.... Damiano.—Cari....—balbettò Damiano, confuso.—Caritaba;—gli rispose una voce.Ma non era la voce dell'indiano; era la voce del pappagallo.—Diciamo dunque Caritaba;—conchiuse Damiano, rassegnandosi.—E tu, Cusqueia, sapientissimo tra gli araldi, chiedi a questo ottimo naturale per qual ragione abbia portato a me un così maraviglioso presente.—L'interpetre capì ad un bel circa il pensiero di Damiano. E parlò al marito di Caritaba; ne ebbe la risposta, e la riferì prontamente a Damiano.—Caritaba,—diss'egli,—contenta dono Damiano. Figli del cielo amare bestie parlanti. Caritaba mandar bestia parlante Damiano.[pg!132]—Grazie!—rispose Damiano, commosso, ma non fino alle lagrime.—Dica quell'ottimo naturale alla sua dolce metà che io terrò questo pappagallo sul mio cuore, finchè mi duri la vita.—L'interpetre capì quel che potè, disse quel che gli parve meglio, e fece saltare quell'altro dalla gioia.—È contento vedi? è contento;—rispose Damiano.—Ma già, quell'ottimo naturale ha il suo segreto in corpo. Egli ha letto Plutarco, e sa il motto di Temistocle: a nemico che fugge, ponte d'oro.—Il marito della bella indiana levò le mani, salutando; fece una giravolta da ballerino, e prese il volo verso il villaggio.—Guarda,—disse Cosma,—guarda come è bene arnesato.—Arnesato, di che? Mi par nudo.—Non vedi? Ha la tua fascia rossa alle reni.—Damiano guardò, e riconobbe la fascia che egli aveva donata un'ora innanzi alla bella Caritaba.—Ah figlio di cane! e cane egli stesso!—gridò.—Ma quell'altra.... quell'altra, che gli ha ceduto il mio regalo!—Caro mio, non accusare quella povera donna. Non avrà potuto rifiutarlo ad una domanda del suo signore e padrone. Quella fascia, del resto, era arnese da uomini; doveva andare ad un uomo. Egli ha veduto che tu la portavi in cintura; l'ha voluta, e l'ha messa anche lui in cintura.—O giù di lì!—disse Damiano.—Ma di che ti lagni, uomo incontentabile?—riprese Cosma.—È venuto ancora a portarti il cambio del tuo presente; il pappagallo, la bestia parlante....—Cosma!—brontolò Damiano.—Giobbe aveva parecchi amici; tre, se io ricordo bene la Sacra Scrittura. Ma io ne ho uno, che fa per trenta.[pg!133]—Mi rinchiudo nel mio guscio,—rispose Cosma,—e non ti dico più nulla.—Damiano se ne ritornò verso la costa, tenendo sul pugno il suo pappagallo, che di tanto in tanto gli veniva ripetendo:—Caritaba!—Sì, Caritaba! e aggiungi anchetaorib, bestia malnata!—borbottava Damiano.—Io dunque ti porterò in Europa, perchè tu m'introni sempre gli orecchi, con quel tuo Caritaba?—Senti,—si provò a dirgli Cosma,—ora tu sei maravigliosamente ingiusto. Vorresti dunque che egli ti dicesse.... Samana?—Ah sì, non ci mancherebbe più altro;—rispose Damiano.—Ma infine, tu mi ci fai pensare: qui non è tutto male. Caritaba val meglio di Samana; alla Spagnuola è scongiurata la mala sorte di Bohio. Mi dirai che mi contento di poco. Ebbene, che fa? Uno sguardo, una parola, un pensiero, un ricordo; ecco l'amore.—Caritaba!—gracchiò il pappagallo.—Caritaba!—O senti, tu! non potresti cambiarmela, una volta tanto, la musica?—gridò Damiano, seccato.—Dirmi, per esempio, Caratiba? Carabita? Catariba? Ah sì, perbacco, Catariba. È quasi come dir Catarina; non è vero, Cosma?—Cosma non rispose più sillaba. Si era per davvero rinchiuso nel suo guscio.Quella sera, udita la relazione de' suoi messaggeri, Cristoforo Colombo depose la speranza, o l'illusione, di essere pervenuto ai confini orientali del Cattaio, e di dover mai, per quel viaggio almeno, usare della scienza poliglotta di don Luigi de Torres.Selvaggi, selvaggi, ancora, selvaggi sempre. Terra vergine, adunque: e non era la realtà più bella del sogno?[pg!134]

Si cerca Babeque, si smarrisce la Pinta, e si ritrova Haiti.

L'almirante aveva spesi utilmente quei giorni di aspettazione, facendo tirare a terra e spalmare laSanta Maria, che incominciava a sentire il bisogno di essere racconciata. L'opera dei calafati era a mala pena finita, e la caravella in pronto per navigare, quando ritornarono i messaggeri alla costa, e riferirono al comandante supremo tutto ciò che avevano veduto nel loro viaggio entro terra. Era quel giorno il 5 novembre. E perchè la freschezza delle notti faceva preveder vicino l'inverno, l'almirante deliberò di non avanzarsi troppo verso settentrione, e di non fermarsi più a lungo in così povere contrade.

Per altro, innanzi di salpare le áncore dalRio de los Mares, comandò che si prendesse qualche naturale dell'isola di Cuba, avendo in animo di condurre d'ogni isola visitata qualche abitante in Castiglia. Furono presi così dodici naturali, tra uomini, donne e fanciulli. Le navi erano già alla vela, quando si accostò in una piroga un selvaggio, chiedendo [pg!117] di essere preso a bordo egli pure. Marito di una delle donne prese dagli Spagnuoli, padre di due fanciulli che con la madre erano stati condotti alla nave, il poveraccio non vedeva che cosa avrebbe potuto far egli a terra, lontano dalla sua famigliuola. L'almirante lo accolse festosamente, e comandò che fosse trattato, egli e i suoi, con ogni cortesia. Così contenti tutti, si uscì dalla foce del fiume, nella giornata del 12, muovendo verso levante, alla ricerca dell'isola di Babeque.

Fu un grave danno per lui, quella illusione di Babeque. Se avesse volta la prora a ponente, e seguitato il suo consueto cammino, avrebbe toccate le coste della Florida; od anche, seguitando a costeggiare l'isola di Cuba, nel rombo di libeccio, avrebbe incontrate le sponde opposte dell'Yucatan, così facendo nel suo primo viaggio la scoperta del Messico, cioè della più ricca e della più incivilita contrada del nuovo mondo.

Ma per allora, seguendo le indicazioni dei naturali di Bohio, egli andò a cercare Babeque, la irreperibile Babeque. Le navi avevano appena pigliato il largo, che incominciò a soffiare il vento di tramontana, e così fresco, da consigliare una poggiata verso l'isola di Cuba. La spedizione entrò allora fra alcune isolette, le quali sorgevano in vicinanza di un gran porto, a cui Cristoforo Colombo impose il nome di porto del Principe. Egli spese qualche giorno a visitare coi suoi palischermi il grazioso arcipelago, a cui diè nome di Giardino del Re. Erano quelle isole così fitte e vicine, che dall'una all'altra non era più d'un quarto di lega; e tanto erano profondi i canali, le rive così adorne di alberi e di erbe così verdi, che niente si sarebbe potuto immaginare di più bello. Tutte quelle isole erano vuote di abitanti; eppure ci si vedevano tracce di molti fuochi [pg!118] di pescatori. Sicuramente, a quelle isole andavano i naturali di Cuba, per attendere alla pesca; la qual cosa si seppe poi con certezza, insieme con altre particolarità, che importano poco al nostro racconto, e che per amore di brevità si ommettono. Ce ne sappia grado il lettore.

Il 19 dicembre, che fu un lunedì, l'almirante salpò nuovamente dal porto del Principe, ripigliando il suo cammino verso la fantastica Babeque. E seguitava a cercarla il 21, quando Martino Alonzo Pinzon, seccato di cercare Babeque in compagnia dell'almirante, si mosse per suo conto alla ricerca di una isola nuova, che i naturali a bordo dellaPintachiamavano Bohio, come i villaggi dell'interno di Cuba. Evidentemente, con quel nome di Bohio indicavano la casa, o un ceppo di case; un luogo abitato, insomma.

Vedendo laPintaallontanarsi verso levante, Cristoforo Colombo la richiamò coi segnali d'uso. Ma laPintanon fece caso dei richiami, e andò innanzi per tutto il resto della giornata. Sopraggiunta la notte, l'almirante fece serrare alcune vele, e appiccar lanterne all'albero di maestra, pensando ancora che laPinta, ottima veliera, lo avrebbe raggiunto; ma invano. LaPintanon ritornò; allo spuntar del giorno si era dileguata del tutto.

Che voleva dir ciò? Noi sappiamo che i racconti di un selvaggio, accennando ad una ricchissima regione, avevano abbagliato il Pinzon. Ma senza sapere di ciò, l'almirante pensava dirittamente dell'altro; pensava ad esempio che Martino Alonzo non era il più obbediente degli uomini e sopportava con impazienza l'autorità del comandante supremo. E sospettava, per conseguenza, di qualche brutto disegno. Il Pinzon voleva, arrogandosi un comando separato, procurare a sè vantaggi separati; [pg!119] oppure egli faceva conto di ritornarsene in Ispagna, per usurpare al comandante supremo l'onore delle fatte scoperte.

La lentezza dellaSanta Marianon permetteva d'inseguire laPinta. Cristoforo Colombo, che già tante contrarietà aveva dovuto sopportare e tanti affronti mandar giù, ricacciò il suo giusto sdegno nel fondo dell'animo; e seguitò a veleggiare lungo la costa di Cuba. Gli occorse anzi di ritrovare un bel porto, e di ancorarvisi, per fornirsi d'acqua e di legna. In quel porto, che egli chiamò di Santa Caterina, vide alla foce d'un fiume alcune pietre che avevan mostre d'oro; e le montagne tutto intorno erano vestite di pini così alti, che se ne potevano far alberi per grosse navi.

Ma non era tempo d'indugiarsi. La tardaSanta Mariae la tardissimaNinaripigliarono il viaggio: toccarono un altro porto, che fu chiamato porto Santo, e di là volsero alla punta orientale di Cuba, che prese il nome di Alfa ed Omega. Laggiù, mentre correva bordeggiando, incerto della via da prendere, l'almirante scoprì a scirocco una nuova terra: e questa a grado a grado si mostrava più chiaramente, innalzandosi le sue alte montagne a foggia di piramidi, sulla linea dell'orizzonte, ed annunziando un'isola di grande estensione.

I naturali di Guanahani e di Cuba, che erano a bordo dellaSanta Maria, vedendo quell'isola in lontananza gridarono: Bohio! Quando videro che l'almirante faceva drizzar la prora a quella volta, diedero segni di gran terrore, e lo supplicarono di mutar cammino, assicurandolo che gli abitanti erano feroci e crudeli. Parve anzi di capire dai discorsi dell'interpetre che fossero antropofagi e che avessero un occhio solo nel mezzo della fronte. Davvero, in quel maraviglioso viaggio del navigator [pg!120] genovese, un po' d'Odissea non guastava, e Polifemo ci ritrovava il suo posto.

Il vento si era voltato contrario; nè osando far vela nella notte per quei mari sconosciuti, l'almirante spese due giorni intieri per arrivare alla temuta isola di Bohio. Ma egli potè lungamente ammirarla, in mezzo alla trasparente atmosfera dei tropici. Le sue montagne erano più alte e rocciose di quante egli ne avesse vedute in quell'isole; per contro, sorgevano dal verde cupo di fitte boscaglie le ridenti colline; e le verdeggianti praterie che la circondavano, i segni di coltura che offrivano le pianure, i fuochi innumerevoli che si vedevano brillare nella notte, le colonne di fumo che di giorno s'innalzavano al cielo, davano indizio di un popolo numeroso e felice. Tale si offerse Bohio, o per chiamarla col suo vero nome, Haiti, agli occhi dell'almirante e del suo equipaggio.

Egli era partito dal capo Alfa ed Omega la mattina del cinque di dicembre. Non toccò la punta occidentale della nuova isola che nella sera del sei. Approdò ad un porto, a cui diede il nome del santo di quel giorno, san Nicolò; nome che i posteri hanno conservato a quel sorgitore, spazioso e profondo, attorniato di alberi d'alto fusto, molti dei quali erano carichi di frutti.

Verso il fondo del porto si stendeva una vasta pianura, irrigata da un'acqua limpidissima. Nel porto si vedevano cinque piroghe, grosse come fuste spagnuole, di quindici banchi ciascuna. Sicuramente erano villaggi in vicinanza; ma i naturali, alla vista delle navi straniere, erano tosto fuggiti alla macchia.

Non potendo aver pratica con quella gente, l'almirante fece rimettere alla vela, seguendo la costa verso tramontana, finchè giunse ad un altro porto, da lui chiamato della Concezione. Anche in quel [pg!121] porto metteva foce un piccolo fiume. La costa abbondava di pesci, molti dei quali saltavano perfino nei palischermi. E perchè la più parte di quei pesci somigliavano a quelli delle coste di Spagna, e perchè parve di udir dai boschi vicini il gorgheggio del solito rosignuolo di Andalusia, e perchè l'aspetto dei monti e delle colline ricordava anch'esso la terra dond'erano partiti i navigatori animosi, l'isola ebbe il nome nuovo di Spagnuola, innanzi che fosse conosciuto il suo vero nome di Haiti.

Erano nel dintorni del porto le tracce d'una grossolana coltura; ma non si vedevano abitanti, perchè tutti erano fuggiti all'arrivo degli stranieri. Quattro o cinque ne furono veduti in una radura del bosco, che stavano spiando i nuovi venuti; si diede loro la caccia, ma non fu possibile raggiungerli.

Desiderando l'almirante di entrare ad ogni modo in relazione coi naturali dell'isola, mandò sei uomini bene armati in esplorazione. Trovarono essi dei campi coltivati, delle tracce di sentieri, delle eminenze con avanzi dì carbone e di cenere; ma gli abitanti impauriti si erano sempre tenuti lontani da loro. Non era molto, ma bastava a convincere l'almirante che la popolazione dell'isola fosse abbastanza numerosa. Quei fuochi che egli aveva veduti risplendere la notte innanzi, e di cui erano state ritrovate le vestigie, ricordavano ciò che si sapeva per tradizione in Ispagna, dei fuochi accesi nelle montagne dal popolo cristiano, al tempo della invasione degli Arabi, per avvertire gli abitanti del piano di fuggire quanto più potessero lontani dal lido minacciato.

Era il 12 dicembre, quando Cristoforo Colombo piantò solennemente una croce, sopra un poggio all'ingresso del porto, per dinotare che ne aveva [pg!122] preso possesso. Cosma e Damiano, che passeggiavano allora in quelle vicinanze, scopersero sul confine di una macchia vicina un gran numero di naturali. Data la voce ad alcuni compagni, e tosto seguiti da essi, corsero sulle tracce di quella gente, che si era data, come potete immaginarvi, alla fuga. Non impediti da drappi, nè da falde, quei naturali guadagnarono facilmente terreno, e non furono potuti raggiungere. Ma la fortuna arrise a Damiano, che era più innanzi dei compagni, e potè metter la mano sopra una giovane donna, rimasta ultima dello stuolo fuggitivo.

Confessiamo, per amore di verità, che Damiano da principio non pensò al sesso della sua preda. L'aveva abbrancata e la teneva forte. Ma alle strida di lei, riconobbe di aver sotto l'unghie una donna. E senza lasciarla tuttavia, la strinse un po' meno, cercando in quella vece di chetarla, con quel po' di lingua selvaggia che aveva imparata.

Quel poco, per altro, era pochissimo; una sola parola.

—Taorib!—le disse.—Taorib!—

La donna seguitava a divincolarsi, ma inutilmente. Del resto, sopraggiungevano i compagni di Damiano, a prestargli man forte.

—Per caso,—disse Cosma all'amico,—avresti ritrovata Samana?

—Eh, qualche cosa di simile;—rispose Damiano.—Ma il diavolo mi porti, se ricasco nelle sue tentazioni.—

Pure la donna era giovane e graziosa. Era nuda affatto, il che augurava male del grado di civiltà dell'isola Spagnuola. Ma essa portava sospesa alle narici una piastrella d'oro, e questo faceva sperare che il prezioso metallo fosse comune in quell'isola. Una miniera d'oro valeva bene uno stato di civiltà. [pg!123] Così almeno si ragionava allora, e il narratore non ci mette del suo nè sal nè pepe.

La bella conquista fu portata in trionfo a piè della croce. Colà il suo spavento fu presto calmato dagli interpetri, e più dal benigno aspetto e dagli umanissimi gesti dell'almirante; il quale tosto ordinò che la bella sbigottita fosse coperta d'un manto, le diede anelli di rame da mettersi alle dita, una collana di perline di vetro e dei piccoli sonagli da mettersi al collo. Eva fu prontamente tranquillata. L'avevano ornata di bei presenti; la rimandavano libera: l'avevano chiamatataorib.

—Taorib!si,taorib!—le andava ripetendo Damiano, mentre ella si allontanava.

Ed ella si allontanava lentamente; o fosse, come credette Damiano, perchè non le dispiacesse quel complimento, o perchè al suo cuore riconoscente piacesse meglio mostrare con la lentezza del ritorno che era grata delle buone accoglienze ricevute.

—Accompagnatela;—disse l'almirante agli interpetri.—Forse troverete modo di parlare agli uomini della tribù.—

Tre degli interpetri obbedirono al comando.

—Signore,—disse Damiano,—volete che l'accompagni qualcun altro di noi?

—Fatelo, se vi pare. Io non pensavo di darne incarico a voi, immaginandovi stanchi della corsa già fatta.—

Damiano volse un'occhiata a Cosma, invitandolo.

—Io verrei;—gli disse Cosma, muovendosi;—ma non mi farai tu assistere a qualche altra follia?

—Uomo di poca fede,—rispose Damiano,—ti ho detto che non ricascherò in tentazione. E voglio averti per testimonio della mia maravigliosa [pg!124] virtù. In questo momento, poi, mi ricordo di Scipione in Ispagna.—

La donna, vedendosi seguire da tanti, incominciava a pentirsi di essere andata troppo lenta. Ma gl'interpetri furono solleciti a chetare i suoi timori; ed ella si mostrò contenta di ritornare al suo villaggio così bene scortata, con quel manto da regina sulle spalle.

Damiano, in quella spedizione, mantenne la parola che aveva data al compagno. Non fece gli occhi teneri alla bella selvaggia; si contentò di chiamarla un centinaio di voltetaorib.

—Parole,—diceva egli a Cosma,—parole che si dicono, e il vento se le porta. È sempre bene dire ad una donna che ella ètaorib, anche se una piastrella d'oro sospesa alle nari le sforma un pochettino la faccia. Ella ritorna a casa sua, vede le amiche, s'intrattiene di cento cose con loro, e trova sempre modo di ricordar loro quel gentil cavaliere che le ha detto tante belle cose, magari dicendogliene sempre una sola.

—Ah, furfante di tre cotte!—esclamò Cosma, ridendo.—Così ti disponi tu a non ricadere in tentazione? preparandoti il terreno in guisa che tutta una popolazione femminile s'innamori di te? Vuoi dunque conquistare tutti i teneri cuori del nuovo mondo?

—Sì, dammi la soia!—rispose Damiano.—Sei tu, Cosmataorib, che puoi parlarmi così? tu, che appena saremo al villaggio, mi vogherai bravamente sul remo?—

Con grande soddisfazione di Damiano, che era fresco di malattia e non voleva far ricadute, non fu il caso che l'amico gli vogasse, anche involontariamente, sul remo. Sopraggiunse la sera, senza che avessero ritrovato il villaggio. Non volendo [pg!125] avventurarsi in piccol numero, e di notte in quei luoghi sconosciuti, pensarono di ritornare alla costa. La selvaggia, del resto, aveva veduto compagni sulle balze vicine; poteva ritornarsene insieme con loro al villaggio. Fu salutata, ossequiata, pose le mani sulla testa di tutti, in segno di riverenza e di fede, si sentì chiamare un'altra voltataorib, e mezzo sorridente, mezzo piangente, si separò dai suoi cavalieri.

L'almirante vide a tarda sera ritornare i suoi uomini. E facendo assegnamento sul buon effetto che avrebbe dovuto produrre sui naturali il racconto della donna così prontamente rimandata libera e tanto onorata da tutti, pensò di mandar gente nell'interno dell'isola. Nella mattina seguente egli scelse adunque nove uomini, comandò che si armassero a dovere, e li spedì per la via di cui già avevano fatta una parte, a rintracciare il villaggio.

Damiano, si capisce, era del numero; e Cosma non poteva non accompagnare Damiano. Un naturale di Cuba fu aggiunto al drappello, per servire da interpetre.

Il villaggio fu ritrovato, a quattro leghe e mezzo dalla costa, e sulle sponde di un gran fiume. Conteneva un migliaio di capanne; ma tutte deserte, essendone fuggiti gli abitanti al primo apparire degli Spagnuoli. Per altro, non erano andati molto lontano; parecchi ne furono veduti ronzare tra gli alberi, in prossimità del villaggio, e come in vedetta, per dare avviso d'ogni novità ai loro compagni.

Ad essi, per consiglio di Cosma, che capitanava il drappello, andò solo soletto l'interpetre. Trattenendoli coi gesti e con la voce amica, li raggiunse, parlò, e riuscì a persuaderli, discorrendo a lungo della bontà dei figli del cielo, che viaggiavano il [pg!126] mondo, facendo ricchi donativi a tutti, e male a nessuno.

Si erano affollati in cento a sentirlo; crebbero a mille, mentre egli parlava; In duemila lo seguirono al villaggio, circondando i nove Spagnuoli, ma rispettosamente, sapendoli figli del cielo, e immaginando forse che quegli esseri soprannaturali, scesi dalla patria della folgore, potessero sprigionare da un momento all'altro scintille ed atterrarli a diecine.

A poco a poco, vedendoli così buoni, che si lasciavano ammirare, e rivolgevano loro occhiate amorevoli, si addomesticarono del tutto. I più vecchi giunsero perfino all'atto di metter le mani sulla testa degli uomini bianchi; il che, come sapete, era segno di onore grandissimo, come di confidente amicizia per gli stranieri, e di buon augurio per sè. Quindi, sparpagliatisi per le case e pei campi, ritornarono in piazza con frutti, radici e pane di cassava. Vollero ancora che visitassero le loro capanne, portandoci la benedizione del cielo, e li pregavano di rimanere a lungo loro ospiti. Udito dall'interpetre che amavano i pappagalli, ne recarono molti addomesticati. Non oro, ahimè, non oro, che i figli del cielo anteponevano ai pappagalli. Salvo quelle piastrelle che taluni di essi, specie le donne, portavano sospese alle nari, non avevano in casa altro saggio del prezioso metallo. Ma lasciavano intendere che la terra dove si raccoglieva l'oro, giaceva più oltre a levante. Era un'altra parte dell'isola? era un'altra isola a dirittura, o un continente lontano? Era povero ancora il vocabolario, più povera la sintassi dell'interpetre; e quel punto difficile non fu potuto chiarire lì per lì, come avrebbero desiderato i figli del cielo.

Gl'indigeni di quel villaggio erano dei più belli, per regolarità di fattezze e proporzione di membra, [pg!127] che i cristiani avessero veduti fino allora nelle isole scoperte. Avevano pure la pelle più bianca degli altri. Apparivano anche singolarmente felici, poichè la terra ferace produceva quasi senza coltivazione la maggior parte dei loro alimenti; i fiumi e le rive del mare davano pesce in gran copia. Tutto avevano comune, la terra del pari che l'acqua ed il sole; i loro frutteti, come i lor boschi, non si vedevano circondati da fossi, nè divisi da stecconate, nè protetti da muri. Vivevano senza leggi, senza giudici, senza uscieri e senza gendarmi, riguardando siccome malvagio chi si compiacesse di far male altrui, nè avendo altra cura fuor quella di vigilare la riproduzione delle radici di jucca, donde ritraevano il pane. Non era sconosciuta ad essi la poligamia, poichè assegnavano venti donne al capo della tribù; ma ognuno di loro pareva contentarsi di una. E non difettavano d'idee filosofiche, nè di credenze religiose. Stimavano esser l'anima immortale, e pensavano che, dopo la morte del corpo, ella andasse per boschi e montagne, vivendo eternamente collegata alla sua patria terrena, nel fondo delle caverne. Queste, perciò, avevano un culto, essendo riguardate con superstiziosa venerazione. E quelle voci che rispondono alla nostra nei luoghi solitarî, dalla cavità delle grotte, dalle pareti dei massi, erano, secondo loro, le anime dei trapassati. Vita bucolica, religione poetica, come vedete.

Mentre i nove Spagnuoli stavano ragionando coi naturali del villaggio (per intromissione dell'interpetre, quasi non sarebbe mestieri di dirlo), videro avvicinarsi un numeroso stuolo d'indigeni, che portavano una donna sulle loro spalle, come in trionfo.

—La regina!—disse Damiano.

—Sì, piglia fuoco, bombarda!—fu pronto a ribattergli Cosma.

[pg!128]

—Eh, se sarà degna dei nostri omaggi, perchè no? Ne ho pensato una, sai? L'altra volta, caro mio, mi hai sconfitto facilmente, avendo io bevuto troppo di quel maledetto liquore, e sorbito quell'altro veleno nel fumo dell'erba magica, o che altro diavolo fosse. Ma questa volta, per tua regola, non berrò che acqua, non accosteròkohibaalle labbra, e ce la vedremo, mio caro!—

Cosma ascoltava e sorrideva, di quel suo sorriso malinconico che non iscopriva i segreti dell'animo, ma li lasciava intravvedere, e faceva di lui un personaggio singolare in mezzo a quella numerosa famiglia di poveri naviganti.

Il drappello si era avvicinato, e i due amici riconobbero nella creduta regina la giovane donna che avevano fatta prigioniera il giorno innanzi e poi ricondotta a mezza strada verso il villaggio. Coperte le spalle del suo manto dai vistosi colori, cinta il collo dei sonagli e delle perline di vetro che le aveva donato l'almirante, ella veniva tutta sorridente e felice su quel suo cocchio improvvisato. Il marito di lei precedeva il drappello, e fu molto contento di aver lì pronto un interpetre, per fare un lungo discorso, in cui esprimeva la sua profonda riconoscenza per la bontà che i figli del cielo avevano dimostrata verso sua moglie.

Una buona parola non è mai sprecata. Damiano ebbe il premio di quella che aveva detta tante volte alla giovane selvaggia; lo ebbe sentendosi da lei chiamare per nome. Era il nome con cui essa lo aveva sentito chiamare dagli amici, e non lo aveva dimenticato.

—Damiano!—gli disse;—Damiano!—

E pareva contenta di rammentarlo; più contenta di dimostrargli che lo aveva ritenuto.

—Ah! sia lodato il cielo!—mormorò Damiano.

[pg!129]

—Questa, almeno, non mi cambia il sesso. Buon giorno,taorib!—soggiunse ad alta voce, facendole con la mano un grazioso saluto.

—Ella sa il tuo nome;—gli disse Cosma all'orecchio.—Chiedile almeno il suo.

—A qual pro?—disse Damiano.

—Ma, che so io? Per ricordartene.

—E domandiamo il suo nome:—riprese Damiano.—Cusqueia!—

Il naturale di Cuba, che si chiamava così per lo appunto, si volse.

—Come si chiama quellataorib? Domandalo.—

L'interpetre contentò subito il desiderio di Damiano; poi ripetè il nome che gli aveva detto la donna:

—Caritaba.

—Onore a Caritaba!—disse allora Damiano.

E levatasi una rossa fascia di lana che portava in cintura, la porse a lei in presente. Caritaba ringraziò, battendo le palme e saltando.

Era giunta l'ora di lasciare il villaggio. I marinai volevano essere prima di notte alla costa. Saputo della loro risoluzione, tutta la tribù si diede a gemere, a guaiolare, come se fosse accaduta una grande sventura.

Ma poco valevano i pianti. Il destino era quello.Fata trahunt, avrebbe potuto dir loro Damiano, che sapeva di latino. Ma a qual pro', se i naturali di Cuba non capivano il latino?

Il drappello si pose in cammino, accompagnato dal saluti, dai gemiti, dalle acclamazioni di tutta la tribù. Era un tumulto assordante, aggravato ancora, se pur ce ne fosse stato bisogno, dalle grida dei pappagalli, che gli Spagnuoli dovevano portare con sè, per non aver aria di sgradire i donativi di quell'ottima gente.

—E tacete, che il diavolo vi porti, animali molesti, [pg!130] nemici dell'uomo!—gridava Damiano.—Se almeno si capisse il vostro linguaggio!

—Tu non hai pazienza;—gli diceva Cosma.

—Ne ho, perdincibacco, ne ho quanto occorre;—rispondeva Damiano.—Ma queste bestie maledette, la farebbero perdere a Giobbe.

—Ah sì! bell'esempio che tu porti! un uomo che si lagnava dalla mattina alla sera, e dalla sera alla mattina.

—E credi che non ne avesse ragione? Vorrei vederti, con quel po' po' di disgrazie e di guidaleschi addosso! e con quella razza di amici! e con quella donna, poi! Felice te, Cosma, che non hai preso moglie!...—

Il viso di Cosma si rabbuiò, a quel discorso di Damiano.

—Scusami, sai;—ripigliò Damiano, vedendo, o piuttosto indovinando l'effetto delle sue parole.—Volevo dire: felice te, che di amici chiacchieroni non ne hai alle costole che uno.

—E lo amo, e son lieto di avercelo;—disse Cosma, stendendogli la mano.

Si erano fermati un istante, alla svolta del sentiero, per mandare un ultimo saluto alla tribù, che era tutta quanta affollata all'ingresso del villaggio, in atto di contemplare i figli del cielo.

—Che è?—disse Cosma.—Uno dei naturali viene verso di noi, correndo come una lepre.

—Che cosa vorrà?—disse Damiano.—E che diavolo porta egli in mano? Qualche cosa di verde. Una foglia di palma, forse? A te, che hai un occhio di lince, e l'altro di falco; vedi un po' tu.

—Povero Damiano!—esclamò Cosma, non potendo trattenere un sorriso.—Sta a vedere che quella palma è per te! Infine, non hai tu trionfato? e non la meriti? Ma pur troppo, amico mio, non è una [pg!131] foglia di palma. Tura gli orecchi, Damiano; è un pappagallo.

—Che il diavolo si porti anche quello;—gridò Damiano.—Ma perchè poi dovrebbe essere destinato a me? Non sei tu il capo della spedizione? I donativi vanno al comandante, mi pare.—

Il naturale si avvicinava. Quella sua pelle color di rame non permetteva agli Europei di riconoscerlo. Ma bene lo distinse l'interpetre.

—Marito a Caritaba;—diss'egli.

—Che cosa ti dicevo io?—mormorò Cosma all'orecchio di Damiano.—È il marito della bella: ti porterà un ultimo saluto di lei.—

Era infatti il marito dell'indiana, a cui erano state fatte tante buone accoglienze il giorno innanzi, e tanta festa un'ora prima. Veniva egli con un pappagallo nel pugno; e giunto alla presenza degli Spagnuoli, guardò un poco nel crocchio, per cercare il suo uomo; lo ritrovò, diede un grido, e gli offerse il pappagallo, dicendo con breviloquenza spartana:

—Caritaba.... Damiano.

—Cari....—balbettò Damiano, confuso.

—Caritaba;—gli rispose una voce.

Ma non era la voce dell'indiano; era la voce del pappagallo.

—Diciamo dunque Caritaba;—conchiuse Damiano, rassegnandosi.—E tu, Cusqueia, sapientissimo tra gli araldi, chiedi a questo ottimo naturale per qual ragione abbia portato a me un così maraviglioso presente.—

L'interpetre capì ad un bel circa il pensiero di Damiano. E parlò al marito di Caritaba; ne ebbe la risposta, e la riferì prontamente a Damiano.

—Caritaba,—diss'egli,—contenta dono Damiano. Figli del cielo amare bestie parlanti. Caritaba mandar bestia parlante Damiano.

[pg!132]

—Grazie!—rispose Damiano, commosso, ma non fino alle lagrime.—Dica quell'ottimo naturale alla sua dolce metà che io terrò questo pappagallo sul mio cuore, finchè mi duri la vita.—

L'interpetre capì quel che potè, disse quel che gli parve meglio, e fece saltare quell'altro dalla gioia.

—È contento vedi? è contento;—rispose Damiano.—Ma già, quell'ottimo naturale ha il suo segreto in corpo. Egli ha letto Plutarco, e sa il motto di Temistocle: a nemico che fugge, ponte d'oro.—

Il marito della bella indiana levò le mani, salutando; fece una giravolta da ballerino, e prese il volo verso il villaggio.

—Guarda,—disse Cosma,—guarda come è bene arnesato.

—Arnesato, di che? Mi par nudo.

—Non vedi? Ha la tua fascia rossa alle reni.—

Damiano guardò, e riconobbe la fascia che egli aveva donata un'ora innanzi alla bella Caritaba.

—Ah figlio di cane! e cane egli stesso!—gridò.—Ma quell'altra.... quell'altra, che gli ha ceduto il mio regalo!

—Caro mio, non accusare quella povera donna. Non avrà potuto rifiutarlo ad una domanda del suo signore e padrone. Quella fascia, del resto, era arnese da uomini; doveva andare ad un uomo. Egli ha veduto che tu la portavi in cintura; l'ha voluta, e l'ha messa anche lui in cintura.

—O giù di lì!—disse Damiano.

—Ma di che ti lagni, uomo incontentabile?—riprese Cosma.—È venuto ancora a portarti il cambio del tuo presente; il pappagallo, la bestia parlante....

—Cosma!—brontolò Damiano.—Giobbe aveva parecchi amici; tre, se io ricordo bene la Sacra Scrittura. Ma io ne ho uno, che fa per trenta.

[pg!133]

—Mi rinchiudo nel mio guscio,—rispose Cosma,—e non ti dico più nulla.—

Damiano se ne ritornò verso la costa, tenendo sul pugno il suo pappagallo, che di tanto in tanto gli veniva ripetendo:

—Caritaba!

—Sì, Caritaba! e aggiungi anchetaorib, bestia malnata!—borbottava Damiano.—Io dunque ti porterò in Europa, perchè tu m'introni sempre gli orecchi, con quel tuo Caritaba?

—Senti,—si provò a dirgli Cosma,—ora tu sei maravigliosamente ingiusto. Vorresti dunque che egli ti dicesse.... Samana?

—Ah sì, non ci mancherebbe più altro;—rispose Damiano.—Ma infine, tu mi ci fai pensare: qui non è tutto male. Caritaba val meglio di Samana; alla Spagnuola è scongiurata la mala sorte di Bohio. Mi dirai che mi contento di poco. Ebbene, che fa? Uno sguardo, una parola, un pensiero, un ricordo; ecco l'amore.

—Caritaba!—gracchiò il pappagallo.—Caritaba!

—O senti, tu! non potresti cambiarmela, una volta tanto, la musica?—gridò Damiano, seccato.—Dirmi, per esempio, Caratiba? Carabita? Catariba? Ah sì, perbacco, Catariba. È quasi come dir Catarina; non è vero, Cosma?—

Cosma non rispose più sillaba. Si era per davvero rinchiuso nel suo guscio.

Quella sera, udita la relazione de' suoi messaggeri, Cristoforo Colombo depose la speranza, o l'illusione, di essere pervenuto ai confini orientali del Cattaio, e di dover mai, per quel viaggio almeno, usare della scienza poliglotta di don Luigi de Torres.

Selvaggi, selvaggi, ancora, selvaggi sempre. Terra vergine, adunque: e non era la realtà più bella del sogno?

[pg!134]


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