Capitolo XIV.

Capitolo XIV.In che salsa vanno accomodati gli amici quando ci guastano le uova nel paniere.Damiano si aspettava di tutto, fuorchè quella notizia, ricevuta così a bruciapelo dal suo dilettissimo Cosma. O, per dire più veramente, se anche un vago sospetto di quella novità gli era venuto allo spirito, egli si aspettava di tutto, fuorchè di sentirselo confessare con tanta tranquillità.Ma perchè gli tornava così ostico che Cosma avesse deliberato di restare? Non restava ancor egli? E non era naturale che, vedendo lui tanto fermo nel suo proposito, Cosma avesse finito con adattarsi alla medesima fine? Tutto considerato, si poteva ricostituire benissimo la serie di argomentazioni per cui era passato l'amico. Da principio aveva tentato di persuadere Damiano a ritornare in Europa; poi si era stizzito vedendo la sua ostinazione, e aveva lasciato trapelare il disegno di ricorrere all'autorità dell'almirante. Di lì la risoluzione di scendere a terra anche lui, e di salire alla fortezza, dove l'almirante era andato. Ma per via si era pentito, o perchè gli paresse che le sue ragioni non sarebbero bastate a muovere l'almirante, o perchè temesse di [pg!247] render ridicolo il suo compagno, con la esposizione di quelle ragioni. E allora, non sapendo più a qual santo rivolgersi, era avvenuto a Cosma un quissimile del caso del profeta Balaam, che, andato per maledire, si era voltato di schianto a benedire. Damiano voleva restare ad ogni costo? Ebbene, non bisognava lasciarlo solo in quella terra lontana; anche Cosma, il vecchio amico, sarebbe rimasto laggiù; e la sua risoluzione avrebbe fatto arrossire di vergogna l'ingrato Damiano, per cui Cosma si disponeva ad un sacrifizio così grande.Questa risoluzione tornava sicuramente a grande onore dell'amicizia. Si era detto, nei tempi antichi, Damone e Pizia, Niso ed Eurialo, Oreste e Pilade; si sarebbe detto, nei tempi moderni, Cosma e Damiano. È sempre bene che certi tipi, belli ma antiquati, si rinnovino, in quella stessa guisa che si rinfrescano i vecchi dipinti.Eppure, no, la ricostituzione delle fasi psicologiche per cui poteva esser passato Cosma, non finiva di persuadere Damiano. Egli sentiva Cosma, da parecchio tempo, come uno che gli vogasse sul remo. Senza volerlo, sì, forse; ma infine, non è necessario che uno sia innocente dell'averci pestato un piede, se ci dà noia e dolore pestandolo; e tutti abbiamo in uggia il nostro compagno di passeggiata, che, senza farlo a posta, solo per vizio d'abitudine, ci dà l'eterno colpettino sul braccio.Damiano, adunque, sentiva da qualche tempo riuscir molesto l'amico. La noia che Cosma gli aveva data in altre isole non poteva dargliela pure in Haiti? E qui certe idee vaghe, ma dolorose, passavano per la mente di Damiano. Abarima che sapeva il nome di Cosma.... E perchè ciò? Come poteva ella ricordarlo, avendo veduto una volta sola, e alla sfuggita, l'amico di Damiano, mentre questi [pg!248] non ricordava di averne proferito il nome, vedendolo apparire nella sala del convito?E poi, quel desiderio, manifestato da lei, che Cosma restasse! Gli amici dovrebbero star sempre uniti; bella ragione! Ma deve passare per la mente di una donna, che ami l'uno dei due? L'opposto dovrebbe essere, precisamente l'opposto.E finalmente, quella discesa di Cosma a terra, subito dopo di lui, ma senza lasciarsi vedere da lui!... Abarima diventata ad un tratto così capricciosa, che non pareva più quella del giorno innanzi!... Il rumore venuto dal bosco, dove ella non aveva voluto più ritornare con Damiano!... Ah, per tutti i diavoli!...Lettori, vi è mai avvenuto di almanaccare su certi fatti che vi riguardassero, e di cui non sapeste darvi ragione? Voi mettevate in fila tutte le ipotesi più ragionevoli, facevate le deduzioni più logiche, ricavandone una spiegazione naturalissima del problema che vi affaticava lo spirito. Un matematico se ne sarebbe contentato; voi no. Voi andavate a cercare un fatto da nulla, quasi un fuscellino dimenticato per via, e su quello fondavate un altro ragionamento, più leggero, più sottile, più vano. Ed era quello che vi contentava di più. Perchè ciò? perchè un vago sospetto, un presentimento sordo, come la voce dell'istinto, vi diceva: la traccia è quella; tutto il resto è.... logica; e la logica, in questa materia, non serve.—Ah, per tutti i diavoli!—aveva detto Damiano, tra sè, mentre uno sprazzo di luce ideale gli balenava alla mente.—Se è così come io vedo, ti aggiusto io, bell'amico.—Quell'altro, stando sempre a capo chino, rovesciava acqua a secchie sul tavolato del cassero, e subito dopo ripigliava a lavorare di strofinaccio. La [pg!249] posizione non si poteva tenere, col pericolo continuo di essere innaffiati come gambi di cavolo. Damiano colse l'occasione d'uno spruzzo che gli era venuto più vicino; e borbottando ridiscese dal cassero di poppa nella corsìa.Ivi si trattenne un pezzo a far le volte del leone, seguitando a svolgere la sua coroncina. Non erano avemmarie nè paternostri, come vi potete immaginare.—Ah sì, eh? Mi guasti le uova nel paniere? Vedrai, vedrai in che salsa ti accomodo. Perchè, non c'è dubbio, egli ha veduta Abarima.... Questa volta, per altro, è arrivato un po' più tardi del solito. Sono meglio avviato, qui, che non fossi a Cuba. Ma qui mi preme assai più di vincere il giuoco. Fossi pazzo!... Ho detto di voler diventare l'Infante di Haiti, il principe ereditario..... e vivaddio, lo sarò, in barba a tutti i biondi dell'universo. Purchè quell'altra non sia rimasta stregata dai suoi capelli d'oro!... Strano, del resto, questo capriccio delle donne, al Nuovo Mondo! Hanno l'oro a bizzeffe, lo dànno in cambio del vetro e del bronzo, e rimangono incantate davanti a quattro fili di quel colore. Ma non corriamo tanto coi sospetti, via! Abarima non ha ancor lasciato trapelare di avere di questi gusti sciocchi. Comunque sia, qui bisogna lavorare di fine, mio caro Damiano; «qui si parrà la tua nobilitate.», come ha detto il poeta.—Così mulinava Damiano dentro di sè, quando vide Cosma che scendeva dal cassero di poppa. Non volle più rimanere, e si affacciò al capo di banda, per chiamare una piroga delle solite, che si aggiravano intorno allaNina.Cosma si fermò presso di lui, in atto di voler appiccare discorso. Ma egli non aveva nessuna voglia di tenergli bordone.[pg!250]—Ti saluto;—gli disse.—Te ne vai?—Sì, vado a terra.—Bravo! e dàtti bel tempo.—Che credi?—brontolò Damiano, seccato di quella licenza.—Che ci sia solamente da sollazzarsi, a terra? Ho il mio da fare, lassù. Non debbo anche prepararti l'alloggio?—A me?—disse Cosma.—Certamente. Non mi hai annunziato poc'anzi che hai mutato opinione, e che vuoi restare alla Spagnuola anche tu?—Ah sì, è vero;—rispose Cosma, che aveva l'aria di risovvenirsi in quel punto.—Ma tu parlavi di un alloggio per me; ed io mi contento di poco!—Sei camere ti bastano?—Anche dodici.—Benissimo; le avrai.... E la tredicesima, per il buon peso.—Ciò detto per metà ad alta voce, e trattenendo il resto nella chiostra dei denti, Damiano scavalcò il capo di banda e saltò nella piroga.—Ora, facciamo giudizio;—mormorò egli mentre lo schifo scivolava leggero sull'acqua.—Prima di tutto, niente a quella capricciosa principessa, che possa metterla in sospetto. Già, col poco che so della lingua di Haiti, potrei fare poco lungo discorso; non potrei di sicuro addentrarmi nelle sottigliezze di una conversazione agrodolce.—Prima ch'egli giungesse albohiodi Guacanagari, Damiano aveva stabilito il suo disegno di battaglia. Per verità, egli si disponeva ad usare di tutte armi, e la coscienza gli rimordeva un pochino.—Oh, infine!—esclamò, dando una scrollata di spalle.—La mia è difesa legittima. Un uomo mi [pg!251] vuol mettere il piede addosso, ed io non devo mandarlo a gambe levate? S'intende che io metterò mano agli estremi spedienti solo nel caso che egli abbia veduta Abarima. Se l'ha veduta, il suo intento di nuocermi è chiaro, ed io non debbo più usare riguardi.—Si, tutto bene; ma come sapere se Cosma avesse veduto Abarima? Sospettarlo non bastava; era necessario di averne certezza. Ora, con una donna, sia pure selvaggia, non c'è mai verso di sapere quel che vi preme. Le accennate in coppe, vi risponde bastoni.Poco sicuro del modo in cui avrebbe condotte le prime avvisaglie, Damiano salì al villaggio di Guacanagari; e come fu sulla piazza, si volse alla casa di Tolteomec. I servi stavano certamente in vedetta, perchè due naturali, che si stavano soleggiando all'aperto, entrarono subito in casa, e poco stante apparve il vecchio sull'uscio.—Mandavo a cercare di te,—disse Tolteomec.—È l'ora di metterci a tavola.—Ah si? molto bene!—rispose Damiano, affrettando il passo.L'accoglienza festosa del vecchio gli parve di buon augurio. Entrò più allegro nella casa ospitale.—Purchè tu non mi stia sempre alle costole, benedetto patriarca!—diss'egli tra sè, muovendo verso la sala del banchetto, che era già tutta preparata come pochi giorni addietro.Abarima comparve, più bella che mai e con un'altra ghirlanda di fiori sulle chiome nerissime. Sorrise all'ospite, parve anche guardarlo con attenzione, tra curiosa e benevola, come le donne usano, che non si sa mai quale sentimento sia il vero.Damiano, per altro, non ci badò tanto nel sottile. Era in presenza della donna amata, la vedeva sorridere [pg!252] e dimenticava volentieri una parte delle sue inquietudini. Aggiungete che a tavola trovava il medesimo posto al fianco di Abarima, e immaginate che egli fosse molto disposto a dimenticare anche l'altra metà.Un pranzo non si racconta, se non quando sia da trarne occasione per descrivere le sensazioni gastronomiche dei personaggi. Del resto, il pranzo è sempre eccellente, fosse pur quello di un avaro, quando l'ospite è innamorato, e siede accanto a lui la donna ch'egli ama. Se a Damiano avessero servito in tavola un coccodrillo arrosto, metto pegno che il nostro eroe non ci avrebbe badato. Se poi gli avessero domandato come lo trovasse, di sicuro avrebbe risposto: squisito! Un pranzo è come il tempo, che si tinge sempre del colore dell'anima nostra. Il cielo è sempre azzurro, quando siamo al fianco di una cara creatura.Or dunque, poichè torna inutile raccontarlo, finiamola con questo pranzo di Tolteomec. Abarima si è alzata, e Damiano la segue all'aperto. Ella prende un canestro di vimini, in cui sono parecchi manipoli di filamenti erbacei, disseccati e tutti di variati colori; snoda due o tre manipoli, prende alcune fila tra le dita, e si mette ad intrecciarle. È quello il suo ricamo. Damiano vuole imparar l'arte, o dice di volerla imparare, e prende occasione da questo suo desiderio, per aver sempre la faccia china sul braccio della bella selvaggia.Tolteomec stette un pochettino a vedere. Ma egli non ci aveva le stesse ragioni, per imparare a tessere una stoia. Perciò si mosse di là, e andò in casa a prendere alcune foglie secche, arrotolate in forma di fusi.—Ne vuoi?—diss'egli, ritornando, e offrendo uno di quegli arnesi a Damiano.[pg!253]Damiano fece un gesto di orrore.—No, grazie;—rispose.—non mi piace.—Molto buono!—disse Tolteomec.—Questo discaccia dalla casa gli spiriti della sera.—Per cacciare i miei ci vuol altro!—rispose Damiano.Ma egli aveva parlato nel suo vernacolo genovese. Col gesto, intanto, ringraziava, ricusando l'offerta.Tolteomec si fece portare dei carboni ardenti dal focolare domestico, accese la sua foglia, e poscia si allontanò. Aveva sulla piazza i notabili del villaggio, e se ne andava volentieri a barattare due chiacchiere con loro. I vecchi, si sa, hanno poco a mettere del proprio nei discorsi dei giovani. Così restarono soli sul prato Abarima e Damiano.—Voglio imparare a tessere le stoie;—aveva detto Damiano, stringendosi più presso alla fanciulla.—È facile;—rispose Abarima.—Vedi, come si fa?—Vedo, ma bisognerebbe avere le tue mani. Con la tua sveltezza, del resto, e con la tua grazia, credo che non lavori nessun'altra donna.—Abarima crollò il capo, e sorrise. Damiano incominciò a pensare di essere corso troppo innanzi coi sospetti.E si accostava via via. Ma si accostò forse un po' troppo, ed ella incominciò a trarre indietro la spalla ignuda, su cui veniva a morire l'alito caldo della belva umana. Egli finse di non avvedersi dell'atto, e si avvicinò tanto, quanto ella si era tirata indietro. Abarima non poteva ritirarsi dell'altro, senza rimuovere il sedile. Perciò si volse a lui e gli disse:—Per imparare a tessere le stoie, puoi stare anche più in là.[pg!254]—Dove?—chiese Damiano.—A questa distanza.... così.—E fattolo alzare, lo mise a posto lei, due spanne più in là dal suo braccio.—Troppo lontano!—mormorò egli, con voce piagnolosa.—Oh, basta così! Sei vicino anche troppo.—Così dicendo, la bella Abarima sorrideva ancora. Anzi, diciamo più veramente, sorrideva senz'altro.Donna che ride è di buon umore, ha detto il savio. E con una donna di buon umore si può fare a fidanza. Damiano prese animo ad entrarle in discorso dei suoi disegni nuziali.—Oggi dunque,—diss'egli,—parlerò a Tolteomec.—Di che cosa?—Del nostro matrimonio, mia cara.—No; non ancora, ti ho detto.—Ma perchè?—diss'egli,—Perchè questi ritardi? Ed è male, sai? Vedi tu e giudica se non devo aver fretta, anche dopo la ragione principale dell'amor mio per te, Abarimataorib. Fra pochi giorni la nostra fortezza è finita, e il capo degli uomini bianchi fa stender le ali alla sua grande piroga per ritornarsene.... inAzatlan. Prima che l'almirante se ne vada, io vorrei potergli dare una buona novella. Gli farei tanto piacere, a dirgli che sono il tuo sposo.—Abarima volse la faccia sulla spalla, a guardare il suo interlocutore.—E perchè tutto questo piacere?—domandò.—Perchè egli mi ama, e la mia felicità deve esser la sua. Aggiungi che egli dovrebbe assistere alle nostre nozze.—Come te le fai vicine!—esclamò la fanciulla, con un risolino asciutto e sarcastico.[pg!255]—Ma....—disse Damiano.—Se tuo padre è contento.... mi pare....—Ed anche se fosse contento mio padre, credi tu che le nozze, da noi, si facciano così presto? Prima di tutto, bisognerebbe aspettare la luna piena: poi la risposta del grande Spirito; poi....—Oh diavolo?—esclamò Damiano, interrompendo la filastrocca.—C'è ancora più difficoltà qui che in Europa, per metter la corda al collo di un galantuomo!—Che cosa hai detto?—Niente, non badare; sono sbruffi di lingua patria, e vengono così naturalmente alle labbra! Ma parliamo chiaro, e nella lingua di Haiti. Vuoi, o non vuoi?—La fanciulla rimase un istante sovra pensiero; poi brevemente rispose:—Tolteomec comanda.—Damiano, a sua volta, ristette un poco, masticando la sua stizza; poi, col medesimo accento, ripigliò:—Ma tu? che ne pensi?—Quello che Tolteomec vuole;—rispose Abarima.E doveva essere stizzita un pochino anche lei, perchè aveva smesso d'intrecciar le sue fila di sparto, e guardava davanti a sè, verso la macchia, non mostrando a Damiano che la sua guancia in isbieco.—Perchè sfuggi il mio sguardo, Abarima?—diss'egli.—Perchè guardo di là.—Di là! c'è la macchia, di là; ed oltre la macchia, c'è la fontana.—Ebbene?Ebbene,—rispose Damiano, che perdeva la [pg!256] pazienza;—la fontana, presso la quale tu hai veduto.... ier l'altro.... un altr'uomo.—Abarima diede un sobbalzo, e si volse turbata a guardare Damiano.—Sicuramente,—ribadì egli,—un altr'uomo; il mio compagno Cosma... il cui nome ti è noto.—Come lo sai?—diss'ella, fissandolo negli occhi, con un'aria di stupore.—Il come importerebbe poco;—rispose Damiano, gustando, in mancanza di meglio, la feroce voluttà di avere indovinato il secreto.—Ma tu immagina pure che io lo abbia saputo dal grande Spirito. Cioè, dico male, dal piccolo spirito. Voi altri interrogate il grande, quando la luna è piena; noi abbiamo il piccolo, che vive con noi, e ci avverte, ad ogni quarto di luna.—Abarima era rimasta lì, come trasognata.—Di tutto?—chiese ella.—Di tutto, e d'altro ancora. Io dunque so che Cosma è venuto qua, dalla macchia; che ti ha veduta, che ti ha parlato, e ti ha detto.... tante belle cose, che tu non hai capite, perchè egli non ha potuto parlarti nella tua lingua.—Abarima si era a grado a grado riavuta dal suo alto stupore. E Damiano, per apparirle tanto bene informato dal suo genio tutelare, incominciava a parlare un po' troppo.—Il tuo piccolo spirito si è ingannato!—gridò ella, ridendo.—Il tuo piccolo spirito ha occhi, ma non ha orecchi.—Come sarebbe a dire?—Che non ha orecchi, e non sa riferire quello che è stato detto,—rispose Abarima, seguitando a ridere di gusto.—Lascia stare gli orecchi del mio piccolo spirito;—disse Damiano, pentito di essersi cacciato troppo [pg!257] avanti sulla via delle scoperte.—Sono migliori che tu non creda. Fermiamoci agli occhi, che hanno veduto giusto. Puoi tu negare di aver parlato a Cosma?—No;—rispose Abarima.—E sentiamo;—soggiunse Damiano, dopo essersi morse un pochino le labbra;—che cosa ti è sembrato.... della sua faccia?—Taorib.—Non è vero, che ètaorib, il mio caro amico Cosma? Sono proprio contento che tu abbia su questo particolare la mia stessa opinione. E quei capelli, poi....—Turey.—Eh, dovevo immaginarmelo, che li avresti giudicatiturey. È una maledizione, oramai. Tutte queste figliuole del nuovo mondo amano i capegli d'oro. E quelle del vecchio, niente?... Ah, se ritorno in Europa, com'è vero Dio, mi faccio radere come una pelle di capretto, e mi compero una parrucca, per fare la mia bella figura tra le genti. Vedrete allora, mie belle capricciose, che capelli d'oro filato saranno i miei! Febo Apollo, con la sua raggiera, potrà andarsi a nascondere. Ma ci vorrà del tempo, ad esser laggiù; e qui bisogna vederne l'acqua chiara. Senti, Abarima, parliamoci schietto. Io sono un buon figliuolo, e non voglio dar noia a nessuno. Sono anche capace di un atto eroico. Tutto sta a prendermi per il mio verso, a non carezzarmi di contrappelo. Dimmi dunque una cosa, ma sinceramente, come la diresti al sacerdote del grande Spirito, quando vai a fare le tue divozioni. Lo ami tu?—Io non t'intendo;—rispose Abarima, che era stata fin allora a sentirlo con gli occhi tesi, ma non venendo a capo di nulla.—Ti domando se ami Cosma.[pg!258]—Cosma è bello;—rispose Abarima.—E viva la tua faccia!—gridò Damiano.—Tu almeno, figlia delle isole dell'Oceano.... Ma no, che dico io? Anche in Europa si dànno, questi esempi d'audacia. Non creder dunque che la sincerità sia privilegio dei tuoi paesi.—Che dici?—chiese Abarima, che ritornava a non intendere.—Niente, niente; i soliti sbruffi di lingua patria. Tu dunque lo ami. E se egli chiedesse di sposarti?...—Abarima mise un piccolo grido, abbassò le ciglia e rannicchiò il collo tra le spalle.—Brava!—esclamò Damiano.—Io aspettavo che tu mi rispondessi: Tolteomec comanda.... quello che Tolteomec vuole.... il grande Spirito.... la luna piena.... Brava la mia principessa selvaggia! Ma io ho il dolore di doverti dire una cosa, Abarima taorib.... una cosa che ti raffredderà un pochettino il sangue nelle vene. Il mio amico Cosma non può amare la figliuola di Tolteomec.—Abarima si scosse, e diede un'occhiata curiosa a Damiano.—Come lo sai?—gli disse.—Eh lo so;—rispose Damiano.—Lo so bene, perchè Cosma è mio amico da tanti anni.... come fratello. L'esser venuto a vedere la bella del suo amico, te ne faccia fede solenne. È il nostro uso, inAzatlan, di vogarci sul remo, ed è prova di un affetto, di una cortesia, di una lealtà, veramente ammirabili. Incominci a non capire? Hai ragione; ritorno alla lingua di Haiti. Vuoi tu sapere, Abarima, perchè Cosma non ti può amare? Vuoi tu sapere la storia della sua gioventù?—Racconta;—disse Abarima.Damiano si raccolse un istante, pensando.[pg!259]—Vengo meno alla data parola. Ma in fine, perchè mi guasta egli le uova nel paniere? Io sono guarito di questa passione.... sicuramente, sono guarito.... lo voglio essere.... ho un diavolo per occhio, e non patirò mai che mi si pestino i piedi. Animo dunque, e non usiamo riguardi.—Racconta;—ripeteva Abarima.—Sì, racconterò, non dubitare. Cosma, per tua regola, è innamorato di un'altra donna; di un'altra donna, capisci?... di un'altra donna, che ha i capelli biondi come l'oro.... anzi, più che l'oro, biondi come il sole, quando è nel segno del Leone. Ah, che bei capelli di sole ha la donna amata dal mio caro compagno, dal mio fratello Cosma!—Ci sono donne con capelli d'oro, inAzatlan?—chiese Abarima, con aria di stupore.—Eh, sicuramente, mia bella. In Azatlan, oramai, non c'è altro che capegli d'oro. E si dànno via, come le perline di vetro, come i sonagli di bronzo. Ami una donna, in Azatlan! Glielo dici, ed ella subito si taglia una ciocca dei suoi capelli d'oro, e te ne fa un presente. Domanda a Cosma che ti faccia vedere quella ciocca di capelli d'oro, che porta sempre sul cuore, entro una borsa di cuoio. Vedrai che bellezza! Ma già, capisco che tu vorrai sapere la storia di Cosma, la storia dei suoi amori, non è vero?—Abarima stava con tanto d'occhi a guardarlo, come se volesse cavargli le parole di bocca. E ne capiva così poche! Damiano s'ingegnava come poteva, a farsi intendere; ma su cento parole ne diceva ottanta in tutt'altro idioma da quello di Haiti.—Incomincio,—riprese Damiano,—Il mio buon Cosma è nato a Genova. Non sai che cosa sia Genova? È unbohio, come questo, ma venti, trenta volte più grande. In quelbohio, che si chiama Genova, [pg!260] lo zio di Cosma è doge. Sai che cosa è il doge? È il cacìco di Genova. Ci sei?—Racconta;—disse Abarima.—Ecco, dunque. Cosma, appena fu giunto all'età di vent'anni, volle studiar medicina. Sai che cos'è la medicina? È l'arte di guarir le malattie del corpo, o di lasciarle durare, aspettando che il grande Spirito le guarisca lui. Il medico è quello che conosce la virtù delle erbe....—E dice le parole magiche;—soggiunse Abarima;—t'intendo.—Oh, benedetta ragazza! Tu sei dotata di una intelligenza rara. Torniamo dunque a Cosma. Egli partì da Genova, per andare a Pavia, dove poteva studiare la medicina. Andare allo studio di Pavia è una vecchia abitudine per noi naturali di Genova, fin dal tempo che il re Liutprando ci portò via i resti mortali di sant'Agostino.... Ma tu non capisci queste cose, Abarima; nè io trovo le parole per fartele capire. Oltre di che, ci vorrebbe un corso di storia.... Bene, capisci quello che puoi, e lascia stare il rimanente. Anch'io ero a Pavia; c'ero prima di Cosma, e soltanto in quella città ebbi modo di conoscerlo. Eravamo naturali dello stessobohio; ci legammo subito in amicizia; studiavamo insieme, o fingevamo di studiare, che finalmente è tutt'uno. L'arte è lunga, si sa; ma quando si hanno i vent'anni, pare anche lunga la vita.—Abarima non capiva più, e non si studiava neanche di capire. A Damiano parve anzi di vedere che ella reprimesse uno sbadiglio.—Questi particolari ti annoiano, non è vero? E tu vorresti sbadigliare, deliziosa selvaggia? Sbadiglia pure liberamente, e consentimi soltanto di bere quello sbadiglio sulle tue labbra di cinabro.—Abarima non represse solamente lo sbadiglio, ma [pg!261] anche un atto di Damiano, che veramente meritava il garofano di cinque foglie.—Buon segno!—pensò Damiano.—La mano di una bella donna è come la lancia di Achille; ferisce, ma può risanare le piaghe che ha fatte. E siccome è una lancia intelligente, non ne farà, voglio sperare, senza avere in animo di risanarle.—Abarima non gradiva il silenzio di Damiano. Era una selvaggia, ma era donna, e sapeva che quando l'uomo sta zitto, c'è sempre pericolo che pensi. Ora, il pensiero che non ci si manifesta con parole, è come le armi insidiose, come le pistole di corta misura, che il nostro vicino può avere in tasca, e trarle da un momento all'altro, per farci un brutto partito.—Racconta;—gli disse Abarima, dopo la lunga pausa che era seguita al suo amabilissimo ceffone.—Racconterò;—rispose Damiano.—Ti ho detto che eravamo a Pavia, per lo studio della medicina. Naturali del medesimobohio, ci riconoscemmo per tali e ci legammo subito di grande amicizia, sebbene le nostre famiglie a Genova si vedessero di mal occhio. Avevamo preso a vivere insieme, eravamo inseparabili, come quei vostri piccoli pappagalli che stanno sempre a coppie, e non c'è' caso che uno si discosti un passo dall'altro. Ma l'uomo non è fatto per l'uomo, e l'amicizia non gli basta: Cosma s'innamorò di una bellissima donna, della bionda che ti ho detto poc'anzi.—Come si chiamava quella donna?—chiese Abarima.—Oh, non dubitare; non voglio defraudarti del nome. Si chiamava Catarina.... Catarina Bescapè. Vecchia ed illustre famiglia, la sua, come la tua in Haiti. Donna Catarina abitava sulla piazza del Regisole. Hai capito? No certamente. Ma queste sono minuzie, che non importano affatto. Importa invece [pg!262] moltissimo il dire che donna Catarina era bellissima, quantunque avesse i capelli d'oro.—Non ami i capelli d'oro, tu?—Ohibò, che roba!—gridò Damiano, facendo un gesto di orrore.—Eccoli, i capelli che amo.—Lascia stare, e racconta.—È già un'ora che racconto, e capirai che qualche riposo ci vuole. Ma ritorniamo a Catarina. Un grande amico di Cosma se ne era innamorato.... e prima di Cosma. L'amico poteva sperare di essere riamato dalla bellissima donna; anzi, ti dirò che poteva esserne certo.... come si può esser certi di queste cose, specie avendo da fare con la più cruda metà del genere umano. Ma un giorno l'amico si avvide che Cosma andava troppo volentieri anche lui nella piazza del Regisole; s'insospettì, stette in agguato, disdisse la sua amicizia al rivale. Incominciarono a guardarsi in cagnesco, erano già per venire alle brutte, quando Cosma capitò d'improvviso nella casa dell'amico, gli si gittò fra le braccia, e gli pianse sul petto tutte le lagrime dei suoi occhi. Cosma non poteva più vivere, se non gli si lasciava amare la bella Catarina; Cosma si sarebbe buttato nel fiume Ticino, dove è più profondo, se l'amico non lo lasciava libero di far la corte alla sua dama. Allora io....—Tu?.... sei tu l'amico?—interruppe Abarima.—No, cara; non ti ho già detto che io non amo il turey nei capelli? Volevo dire: allora io mi misi in mezzo ai due contendenti: e tanto dissi, che persuasi l'amico di Cosma a ritirarsi dal giuoco, a lasciare che Cosma facesse liberamente l'occhio languido a donna Catarina Bescapè.—L'amico si è contentato? Amava dunque assai poco.—Oh cara, come t'inganni! Egli amava moltissimo. [pg!263] Ma era un'anima grande. Se fosse nato due mil'anni prima, sarebbe stato un eroe Romano, o Greco, o giù di lì, e Plutarco ne avrebbe scritta la vita, mettendolo in parallelo con qualche Scipione. Tutte cose che non capisci, lo so; fa conto che io non te ne abbia parlato. Del resto, l'amico non si chetò mica alle prime. Egli fece a Cosma questo ragionamento: «Senti, bambino, queste cessioni non si possono fare; bensì è la donna che deve scegliere. Io posso credere che ella veda me di buon occhio: ma posso anche ingannarmi. E tu, dal canto tuo, che cosa puoi dire?» Cosma non poteva dir nulla; pure, sentendo che l'amico si sarebbe inchinato alla scelta della dama, Cosma si rallegrò; si buttò un'altra volta nelle braccia del rivale, s'inginocchiò, gli abbracciò le ginocchia, fece un visibilio di pazzie. «Caro il mio Tolomeo!» gli disse: «Io sono un uomo morto, se quella donna non mi ama. Che perdi tu ad esplorare l'animo di lei? a lasciare che i fati si compiano?» Insomma, tanto pregò, tanto pianse, che io.... consigliai all'amico rivale di andare da madonna Catarina e di parlarle chiaramente. Povero amico, tanto generoso, e tanto.... come chiamarlo? Di nome si chiamava Bartolomeo; gli amici, per abbreviazione gli dicevano: Tolomeo; altri più sbrigativamente Tomèo. Di cognome, poi.... Ma lasciamo il cognome, che non importa al racconto.—E Catarina, seppe tutto?—Aspettami, impaziente creatura. Tolomeo andò dalla bella Catarina e le disse: «Io amo Cosma come un fratello. Le nostre famiglie, a Genova, sono nemiche, appartengono a due fazioni diverse. Ma qui, siamo fuori di casa nostra, lontani dalle ire cittadine, avvicinati dal medesimo studio. Per altro, è strano che dobbiamo innamorarci della medesima [pg!264] donna. Sapete, Catarina? Egli è pazzamente innamorato di voi.»—Tolomeo ha parlato così?—Sì, cara; egli è stato tanto.... Tolomeo. Ma chi avrebbe mai preveduto?... Basta, quel ch'è fatto è fatto. L'amico Tolomeo parlava da uomo leale, senza immaginare che madonna Catarina lo piantasse lì per quell'altro.—Catarina ha fatto bene;—disse Abarima, sentenziando alla svelta, come una dama di Provenza in una corte d'amore.—Diciamo pure che Catarina ha fatto bene;—rispose Damiano.—Ma Tolomeo ha fatto male. Non credi?—Chi sa?—rispose Abarima.—E Catarina, che cosa disse a Tolomeo?—Due sole parole: «povero giovane!» Ma se tu avessi sentito con che accento!—Tu c'eri?—Si capisce. Io ero un po' da per tutto. E come io capii il senso di quella esclamazione, così l'amico fu pronto a capirlo. Si chiuse la sua rabbia nel cuore, e andato da Cosma gli parlò in questa guisa: «Senti, Cosma, tu mi hai tradito. La tua è un'azione da coltello. Tu sei più avanti nelle grazie della Bescapè di quello che io potessi immaginarmi. Ella mi ha tutto confessato. Tu la segui quando io non sono con te, ed ella ti guarda con benevolenza. Perchè non dirmi tutto? Mi avresti risparmiata la figura.... dell'uomo che fa ridere.»—Ah, ah!—gridò Abarima, ridendo la parte sua.—Capisco,—riprese Damiano,—che è lo stesso anche in Haiti, e che le donne, sotto ogni cielo, ridono saporitamente.... dei poveri Tolomei. Ma non importa. Ritorniamo a Cosma. Egli non rideva; egli ricavava maggior profitto dal piangere. «Perdonami, [pg!265] Tolomeo!» diss'egli all'amico. «Io non so nulla di quello che tu mi racconti. Che confessioni può averti fatte madonna Catarina? L'amo, ecco tutto. Se n'è ella avveduta? È possibile. Io credo che tutti abbiano dovuto avvedersene, come te n'eri avveduto anche tu.»—«Bella forza!» scappò detto all'amico.—E poi?—disse Abarima.—E poi, avvenne tutto ciò che avviene in simili casi. Tolomeo amava anch'egli davvero. Ma non si può stare per forza nel cuore di una donna, ne convieni? Tolomeo non ci stette; e disse a Cosma: «fai la tua strada, e crepi l'avarizia! se quella donna ti ama, sia tua.»—E Cosma la sposò?—Ecco....—disse Damiano.—C'era una piccola difficoltà. Madonna Catarina non era libera. C'era di mezzo.... un Bescapè.—Non capisco;—disse Abarima.—Oh cara! è meglio che tu non capisca. È sempre bene che ti rimanga qualche cosa di oscuro. Altrimenti, che cosa ci avresti più da studiare, nei costumi di Azatlan? Per ora, Abarimataorib, ti basti di sapere che Cosma non sposò madonna Catarina. Ma egli l'amava, e ne fu riamato. Fu allora che la bella donna gli regalò una ciocca dei suoi capelli d'oro, quella ciocca di capelli che egli porta sempre sul cuore, entro una borsa di cuoio.—E Tolomeo?—Tolomeo.... era l'uomo più infelice della cristianità. Non sai che cosa sia la cristianità? Ebbene, non te ne dolere; è un'ignoranza felice, la tua. Se tu sapessi infatti che bestie feroci son mai, a comporla! Quanto a Tolomeo, egli aveva finito il suo studio di medicina. Sarebbe rimasto ancora, sarebbe rimasto per sempre, se Catarina lo avesse [pg!266] amato. Ma ella non lo amava; ella rideva di lui, vedendolo passare per via. Che vergogna! che rabbia! In quei momenti, vedi? io.... essendo in compagnia di Tolomeo, arrossivo per lui. Lasciai Pavia, in quell'anno; e Tolomeo mi seguì. Ce ne ritornammo verso il mare, nel nostrobohiodi Genova. Laggiù si viveva sempre in guerra gli uni con gli altri, e noi, da buoni naturali di Genova, partecipammo alle civili discordie.—Che è ciò?—Ecco.... è un po' difficile a dirsi. Ma figurati che Genova sia come Haiti, e che da quattrocento anni i Caribi siano entrati a far parte di questa popolazione. Per un po', secondo la fortuna, comandano i Caribi, per un po' gli Haitiani, e una volta il cacìco è Caribo, un'altra volta è Haitiano. Ti capacita?—Se è l'uso di cambiare così....—No, non è l'uso; è la forza, o l'inganno, che comanda. E quando il cacìco di Genova è un Haitiano, i Caribi sono abbattuti, dispersi, cacciati dalbohio. Quando il cacìco è un Caribo, gli Haitiani hanno la peggio. Ora veniamo a noi. Tolomeo era, come tutti quelli della sua famiglia, amico degli Adorni, i Caribi del paese. Perciò era nemico dei Fregosi, che erano gli Haitiani, e che in quel mentre erano al governo, essendo un Fregoso il cacìco di Genova. Divampò la guerra in città, per ragioni che è inutile di dirti. Tolomeo si trovò un giorno con le armi alla mano, con quelli della sua gente, contro quelli della parte contraria. Era con gli Adorni, ti ho detto; diede addosso ai Fregosi. Tutte ire che, essendo fuori di Genova egli aveva dimenticate, ma che gli tornarono vive nel cuore appena ebbe respirate le dolci e fraterne aure della patria! Nel fitto della mischia fu un punto di vittoria per [pg!267] lui: poteva uccidere il capo della squadra nemica; già aveva alzata la scure su lui, quando riconobbe il nemico che aveva sotto il ginocchio. Quel nemico era Cosma.—Ah, povero Cosma!—gridò Abarima sbigottita.—Sì, povero Cosma, che da un mese appena era ritornato in patria, e anch'egli aveva riprese tutte le care abitudini delbohio! Ma io ti ho detto, Abarima, che Tolomeo aveva un'anima grande. Tolomeo, alla vista del fortunato rivale, sentì tutte le sue ire ribollenti nel sangue; calò la scure.... ma senza colpire; e perdonò al suo nemico.—Bravo Tolomeo!—gridò Abarima.—Lo amo.—Amami, deliziosa selvaggia; perchè Tolomeo.... sono io.—Ah!—esclamò Abarima, ridendo.—Lo avevo immaginato; e l'ho detto a bella posta.... per farti parlare.—Assassina!—gridò Damiano.—Ebbene, tanto fa. Potevo uccidere Cosma, e non l'ho ucciso. Anzi, l'ho tratto in salvo, l'ho ricoverato nelle nostre case. Era ferito; io l'ho curato; e quantunque fossi medico, l'ho guarito. Che te ne pare? Non sono io un uomo di Plutarco?—Abarima lasciò cadere l'accenno classico, e per una buona ragione, che non è mestieri di dirvi.—E Catarina?—diss'ella.—Ecco: madonna Catarina si era lasciata amare da Cosma. L'amico aveva i capelli d'oro, i capelli di sole, di cielo, di tutto l'altro che dite voi in Haiti. Ma pare che una provvida legge di natura non permetta alle bionde di amar lungamente i biondi. Venne un giorno che le due capigliature d'oro non andarono più d'accordo. Madonna Catarina incominciò a seccarsi di Cosma. E allora si lasciò amare [pg!268] da un altro, che non aveva i capelli biondi, che non gli aveva neanche più neri. Quell'uomo, per altro, era un gran professore.—Professore! che cos'è?—Come fartelo intendere? Voi altri, in Haiti, non avete professori. Già, molte razze d'animali vi mancano. Figurati dunque una bestia rara; uno che insegna agli altri tutto quello che sa lui, ed anche quello che non sa; uno che ti sa dire come devi parlare, e come devi tacere, se devi ber fresco o caldo, sputar tondo o quadrato. Quello è un professore, mia cara. Tu sai che Catarina era moglie di un Bescapè. Il Bescapè, per certe sue ragioni di possesso, aveva bisogno del parere del professore, che era un gran conoscitore delle leggi, e i suoi pareri se li faceva pagare a peso d'oro, in tutti ibohiodell'Italia dove era stato. Oh, un gran professore, quel Giasone del Maino! Quando doveva parlar lui nella scuola, c'era tanta folla, che non c'entrava più neanche una mosca, o se c'entrava, non ardiva più di farsi sentire.—Ma lei?... Catarina?...—Ci vengo. Catarina conobbe il professore. Giason del Maino andò nella casa di lei, sulla piazza del Regisole. Madonna Catarina andò nella casa di lui, alla Torre del pizzo in giù. Questo è un particolare che non occorre spiegarti. Qui non ci sono torri, nè campanili, e l'idea di una torre il cui tetto a campanile sia voltato all'ingiù e posi sopra una grossa colonna, sullo spigolo della casa, non la potresti comprendere. Ti basti sapere che madonna Catarina andò nella casa del grande legista, e che, dopo esserci andata, ci ritornò. Cosma ne aveva avuto un sospetto; Cosma si appostò, conobbe che era vero, fece il geloso, e fu mandato gentilmente.... a quel paese. Da noi, cara, è l'uso costante. Quando [pg!269] una persona ci è venuta a noia, la mandiamo a quel paese; un paese sconosciuto, di cui nessuno sa darci notizia, e quando c'è andato non può portarcela di sicuro.—E Cosma?—Cosma non andò a quel paese; ritornò in patria, al suobohiodi Genova. Ma egli era sempre più innamorato che mai. Non ha più potuto levarsi Catarina dal cuore. L'ama ancora, l'amerà sempre. È fatto così, quel povero ragazzo. Io sono guarito, egli no. E tu capirai, dolce Abarima, che egli, seguitando ad amare Catarina Bescapè, non può amare la figlia di Tolteomec.—Abarima fece un gesto di compassione. Ma non era di compassione per il triste amore di Cosma, bensì per lo storto ragionamento di Damiano, o, se vi piace, meglio, di Tolomeo.—Capisco, sì, capisco;—diss'ella.—È un sortilegio.—Come, un sortilegio?—Sì, Catarina ha detto una parola magica, perchè Cosma sia sempre innamorato di lei;—rispose Abarima, con accento di grande sicurezza.—E quella parola magica l'ha pronunziata sopra qualche cosa che Cosma porta sempre indosso. Sì, ora ci sono; su quella ciocca di capelli d'oro che Cosma ha fatto male a non gettar via.—Mettiamo pure che sia così;—disse Damiano.—Che ci vuoi fare? Cosma non rinunzierebbe a quella ciocca di capelli per tutto l'oro del mondo.—Effetto del sortilegio;—rispose Abarima.—Devi rubargli la borsa di cuoio, mentre egli dorme.—Io? sei pazza? me ne guarderei bene.—Non hai coraggio; lo farò io;—disse Abarima.—Tu? e come?—Verrà nella casa di Tolteomec, ci dormirà, ed [pg!270] io strapperò il sortilegio. Io guarirò Cosma, povero Cosma! ed io allora sarò amata da Cosma.—Ah briccona!—esclamò Damiano.—Ma guardate che Tolomeo sono stato io! Valeva proprio la pena di tradire il segreto dell'amico, per giungere a questo bel resultato!—Dopo questi ed altri ragionamenti interiori, Damiano si volse ad Abarima, dicendole:—Ed io, Abarimataorib! ed io che ti amo?—Tu....—rispose la capricciosa selvaggia,—vai a quel paese.—Damiano ammirò la prontezza d'ingegno di quella figlia d'Haiti, che imparava così presto le usanze della civile Europa. E dopo avere ammirato, voleva andarsene di là, per ismaltire la sua rabbia. Immaginate quanta ne avesse in corpo, mista alla vergogna della sconfitta patita. Gli era parso di avere così buone armi, per mettersi in guerra, e quelle armi gli si erano spuntate nel primo assalto; peggio ancora, egli se l'era sentite crocchiare nel pugno. Ma a proposito d'armi, non è la gelosia un'arma a due tagli? Andate a dire ad una donna: «il tal di tale non può amar voi, perchè egli è innamorato di un'altra» e sentirete che cosa ella sarà capace di rispondervi. «Ah si! di un'altra? Volete vedere che cosa ne faccio io, di quell'altra?» Il frutto proibito non sarà che una mela; la butteremo via, magari dopo averla manimessa; fors'anche la passeremo al vicino; ma per intanto, e perchè si tratta d'un frutto proibito, un morso glielo vogliamo dare ad ogni costo. E così faceva Abarima, dando a modo suo, e senza pure saperlo, una prova della unità di origine delle stirpi umane.Ma lasciamo queste sottigliezze. Damiano era sul punto di andarsene; Abarima lo trattenne, e non già, voglio sperare, per prendersi giuoco dei tormenti [pg!271] di lui. Queste raffinatezze di crudeltà non dovevano essere in lei. Unità di origine, sta bene, fin che si vuole; ma la civiltà è di molti gradi, e quella figliuola di Haiti doveva essere ai primi scalini.—Raccontami ancora;—diss'ella.—Come si è deciso Cosma ad andare così lontano da questa Catarina sciocca?—Ah, debbo narrarti di lui vita e miracoli? E sia, parliamo ancora di questo amatissimo Cosma;—rispose Damiano.—Ti ho detto che io lo avevo raccolto ferito, e lo avevo ricoverato e guarito. Di ritornare presso madonna Catarina non era più il caso. Saremmo andati ad ornare della nostra presenza il trionfo di messer Giasone del Maino. Del resto, noi siamo fatti così;—soggiunse Damiano, con un tal piglio aspretto che non era senza grazia;—quando una donna ci tratta male, possiamo amarla ancora, come fa Cosma, o dimenticarla, come ho fatto io, ma la rispettiamo sempre e non ci ostiniamo a darle noia. Restammo dunque nelbohiodi Genova. E fu allora, nei nostri colloqui amichevoli, che io seppi da Cosma tutta la serie delle sue disgrazie amorose. Quel giorno, vedi la grandezza dell'animo mio!... quel giorno, gli perdonai tutto quello che egli mi aveva fatto soffrire.—Soffriva anche lui!—esclamò maliziosamente Abarima.—Ah, bene! lo avete anche in Haiti, il proverbio: mal comune è mezzo gaudio? Ne ho piacere, perchè vi vedo già ben preparati per godere i frutti della nostra civiltà. Quel giorno, adunque, ci giurammo un'amicizia eterna, molto più forte di prima. E stavamo sempre insieme, non uscivamo a diporto che insieme, con grande maraviglia di tutti i naturali di Genova.[pg!272]—E perchè questa maraviglia?—Oh bella! perchè si era tutti in guerra, gli uni contro gli altri; e noi soli, di diverso partito, uno Caribo e l'altro Haitiano, eravamo in pace.—Si, è vero; ti capisco, ora.—Sia lodato il cielo! E non volevano capire, i nostri concittadini. Gli Haitiani dicevano a Cosma: perchè vai tu a braccetto con quel Caribo? E i Caribi dicevano a me: perchè vai tu a braccetto con quell'Haitiano? E gli uni e gli altri, con questi discorsi, non ci lasciavano aver pace. A sentirli loro, non si poteva essere buoni uomini, se non si sposavano tutte le ire della propria fazione. Così ad ambedue era venuta in uggia la patria. Triste quelbohio, dove non si può essere amici per elezione di cuore, dove si è condannati dalle collere accumulate di cinque o sei generazioni di matti, o d'imbecilli, a vivere in guerra con le persone che piacciono, a far lega con altre che si manderebbero volentieri....—A quel paese!—soggiunse Abarima.—Si, cara. La frase ti è rimasta impressa nell'anima? Ricordati almeno che te l'ho insegnata io, e non ne usare contro di me, ferocissima donna. Io ritorno al racconto. Seccati di quelle discordie, pensammo di andarcene. Ma dove? La sorte decida, fu detto tra noi. E allora si mise mano alle sorti Virgiliane.—Sorti?...—ripetè la selvaggia.—Virgiliane;—rispose Damiano.—Vediamo di farti capire questo bel giuoco. Si piglia un libro.... Ma sapete voi altri che cosa sia un libro, gente felice? Si piglia qualche cosa dove ci sono molti segni, molte parole dipinte.... E le parole su cui cadono gli occhi, sono il responso del grande Spirito. Noi dunque prendemmo un libro.... mucchio di parole [pg!273] dipinte da un gran mago, chiamato Virgilio, e leggemmo, aprendo a caso, queste parole:Nos patriae fines, nos dulcia linquimus arva.Tu non lo capisci? è latino; e significa: noi ce ne andiamo da casa nostra. Il grande Spirito, adunque, ci faceva sapere in tal modo che aveva capito il nostro desiderio. Ma il suo consenso? e l'indirizzo che noi chiedevamo? Voltammo i fogli, e gli occhi ci caddero su quest'altro verso:Bella cient primâque vetant consistere terra.Il che significa, mia cara; qui c'è guerra, e non ci si può rimanere. Ma dove andare? dove? Altra consultazione allora, con parecchie voltate di fogli; e gli occhi ci cascarono su quest'altre parole:Qualia multa mari nautae patiuntur in alto.In mare, adunque, in alto mare, a far vita di marinai, e cercar ventura.—«E sia» disse Cosma. «Non abbiamo noi sentito per l'appunto discorrere di un nostro concittadino, chiamato Cristoforo Colombo, che ha formato il disegno di cercar nuove terre di là dai mari d'Occidente? Egli è andato alla presenza del grande cacìco di Spagna, e gli ha detto: dammi tre grandi piroghe con uomini volenterosi, ed io ti scoprirò un nuovo mondo? Il grande cacìco di Spagna ha risposto a Cristoforo Colombo: sia; ti darò gli uomini volenterosi, e le grandi piroghe; va e trova le isole di là dai mari, per onor tuo e della Spagna.»—Colombo!—esclamò Abarima.—Il capo degli uomini bianchi! Come sapeva egli che dopo il mare avrebbe trovate queste isole?[pg!274]—Non saprei dirtelo;—rispose Damiano.—Ma si può credere che glielo avesse detto il suo piccolo Spirito, a lui mandato dal grande.—Capisco;—disse Abarima.—Ah, bene! tu capisci tutto, Abarimataorib. Capisci dunque ancora come arda il mio cuore per te; mentre quello di Cosma è freddo.... come la notte in un bosco. Vorrei dir neve, o ghiaccio;—soggiunse mentalmente Damiano.—Ma bisognerebbe saper la parola. Chi sa se conoscono la cosa, in questo tiepido clima!—Continua;—disse Abarima.—Voi due, allora, avete voluto raggiungere il capo degli uomini bianchi.—Sicuramente, dopo aver consultato ancora una volta le sorti. Il libro dalle parole magiche fu riaperto a caso, e diede quest'altra risposta:Fata viam invenient.... Che cosa si voleva di più chiaro! So bene che non è ugualmente chiaro per te. Ma tu potrai intendere approssimativamente che la volontà del grande Spirito avrebbe fatto ritrovar la via delle isole lontane. Allora noi siamo corsi a cercare il capo degli uomini bianchi; siamo saliti sulle grandi piroghe con lui, e siamo arrivati qua, dove io mi sono innamorato della figliuola di Tolteomec, della dolce Abarima. Vorrai tu concedere la tua mano a Damiano, che t'ama? Vorrai tu ricusargliela, per tener dietro a Cosma, che è innamorato di un'altra donna, laggiù.... in Azatlan?—Abarima stette un istante sovra pensiero, come se volesse nella sua mente pesare il pro ed il contro; poi sentenziò:—Damiano buono; Cosma....taorib.Il buon Damiano si morse le labbra.—È la tua ultima parola?—diss'egli.—Cosmataorib;—ripetè la capricciosa selvaggia.[pg!275]—Sta bene;—conchiuse Damiano.—Ti saluto.—E si alzò dal sedile, che ormai gli pareva fatto di carboni ardenti.—Parti?—diss'ella.—E dove vai, ora?—Vado.... a quel paese, dove tu mi hai gentilmente mandato;—rispose Damiano.L'ingenua selvaggia ebbe la crudeltà di ridere. Ma in verità, ella non poteva fare altrimenti. Era così buffo, il dolore di Damiano!—So bene che tu ritorni alla grande piroga;—riprese Abarima, rimettendosi al grave.—Sia dolce il tuo sonno, Damiano. E salutami il tuo fratello Cosma, e digli che venga domani nella casa di Tolteomec.—Qui il nostro Damiano, che già stava male in sella, perdette a dirittura le staffe.—Oh, per questo, stai grassa, se lo speri,—gridò egli, stizzito.—Non sai tu che un uomo, per buono che sia, non cede ad un altro la donna ch'egli ama?—E Catarina....—domandò la selvaggia.—Non hai tu ceduto Catarina, al tuo fratello Cosma?—Che paragoni son questi?—replicò Damiano.—Per tua norma, io non ho ceduto nulla. Se Catarina mi avesse detto: «Tolomeo, andatemi a cercar Cosma, e mandatemelo qua», le avrei risposto.... mandandola a quel paese.—Brutto!—gridò Abarima, facendogli il viso arcigno.—Cara,—rispose Damiano,—se non ti piace, sputala! Oh, per tutti i diavoli!—soggiunse mentalmente.—Le ho detto una cosa che non è da cavaliere. Fortuna, che non può averla capita.—Infatti, lo sapete, Damiano mescolava spesso, a quel po' d'haitiano che conosceva, lo spagnuolo, [pg!276] l'italiano, e il suo vernacolo genovese. Con tutti questi ingredienti, egli impastava la frase; e la sua interlocutrice non riusciva sempre ad intenderlo.Rassicurato per quel verso, Damiano fece una bella riverenza alla dolce Abarima, e subito dopo una giravolta sui tacchi.—Non ci vedremo più, cara!—borbottava egli tra i denti, muovendo verso la casa e infilando l'uscio per cui doveva andare alla sua liberazione.—Ho fatto un marrone, ma di quelli!... Ci vuol pazienza.... sicuro, ci vuol pazienza. E per ritrovarla, questa pazienza benedetta, dovrò bestemmiarci un giorno e una notte, peggio d'un turco. Ma per l'anima.... delle radici, da questo giorno in avanti, mi capiti pure una donna tra' piedi; se prima non mi casca in ginocchio....—Damiano esciva in quel momento sulla piazza. Tolteomec era là. Veduto Damiano, lo fermò al varco, per dirgli qualche cosa. Damiano non intese sillaba di quello che diceva il suo suocero fallito. Ma le buone creanze volevano che egli rispondesse qualche parola. E Damiano rispose, facendo bocca da ridere, con gesti cortesi, con inchini ossequiosi, ma tutti in lingua.... d'Azatlan.—Oh, caro amico, che il diavolo ti porti! Vecchio cane. Lestrigone, antropofago! Perchè tu lo sei di sicuro, un antropofago. Qui dovete esserlo un po' tutti, sebbene non vogliate averne l'aria, con noi. E mentre voi stritolate gli ossicini coi denti, le vostre donne bevono il sangue del prossimo. Cara gente! ed io avrei dovuto imparentarmi con voi? Alla larga! Ma che idea pazza mi era venuta alla mente? È stata un'ubbriacatura, come a Cuba; senza liquore, senza kohiba, e nondimeno un po' più lunga di quell'altra. Ora, vedi, caro antropofago, dalla faccia incartapecorita, io mi sento risanato, e ti mando [pg!277] gentilmente al diavolo, senza eufemismi, senza complimenti, senza bugie d'uomo civile.—Tolteomec rideva e ringraziava, senza intendere per qual ragione o capriccio il suo ospite ed amico Damiano gli facesse quel giorno i suoi convenevoli nella lingua del cielo, anzi che in quella dei miseri mortali d'Haiti.—Chi sa? forse il grande Spirito gli ha intenebrata la testa;—diss'egli tra sè, poi che Damiano si fu allontanato.Damiano frattanto infilava la discesa, per ritornarsene a bordo dellaNina. Cosma era laggiù, seduto sul cassero di prora, accanto all'interpetre Cusqueia. Un'occhiata corse tra i due, e dopo l'occhiata un cenno di saluto, breve breve, secondo l'uso di quegli ultimi giorni. Ma se in Cosma un certo riserbo era abituale, non doveva parere egualmente naturale l'arcigna taciturnità di Damiano, che era sempre tanto espansivo, non solamente nell'allegria, ma ancora nella tristezza. Cosma, per altro, non mostrò di far caso della taciturnità di Damiano. E questi, vedendolo accanto all'interpetre, disse stizzosamente tra sè:—Studia, bambino! studia l'haitiano, e fatti onore. Ci starai tu, nell'isola, e magari la imbiondirai. Quanto a me, non vedo l'ora di scioglier le vele.—Quella sera, il nostro Damiano si buttò nel suo rancio prima del solito. Non voleva pensare a nulla, e mezz'ora dopo russava come un mantice. Ma i molesti pensieri che non aveva voluto accogliere desto, lo visitarono addormentato. Damiano sognò che Abarima si attaccava ai panni di Cosma, e che Cosma era stato obbligato a sposarla, per alta ragione di governo. Infatti, dipendeva da quel matrimonio la quiete della piccola colonia spagnuola nell'isola di Haiti. Le nozze si celebravano in chiesa. [pg!278] In una chiesa che non c'era ancora; ma si sa, il sogno non bada a queste piccolezze, e quello che non c'è, se lo fabbrica. Gli sposi erano dunque in chiesa, davanti all'altare, e Cosma stava mettendo l'anello rituale al dito di Abarima, quando si udì una sonora risata, che fece voltare tutti gli astanti. Catarina Bescapè compariva da una navata laterale, e, seguitando a ridere, si avvicinava agli sposi; faceva a Cosma un inchino canzonatorio, poi si accostava alla figliuola di Tolteomec, la guardava ironicamente, la fiutava sopra una spalla, e poi torceva il viso, dicendo: «Che olio usate, ragazza mia? che olio usate, per farvi la pelle lucida?» E il cavaliere di madonna Catarina, il vecchio e sofistico legista Giasone del Maino, aggiungeva del suo, rivolgendosi a Cosma: «Ragazzo mio, perchè non aspettare che madonna Catarina si fosse annoiata di me? Ella è vedova; potevate sposarla voi. Quanto a me, lo sapete, io voglio restar celibe, aspettando che il papa mi mandi il cappello di cardinale.»A farvela breve, Damiano sognò un visibilio di sciocchezze, sul far di queste, che vi ho fedelmente riferite. La mattina seguente, si svegliò con la testa pesante, ma felice di essersi liberato da tutte quelle immagini sciocche. Balzato dal suo rancio e uscito in coperta, trovò l'almirante che si disponeva a scendere nel palischermo.—Signore,—gli disse,—voi andate alla fortezza?—Sì, messer Damiano,—rispose Cristoforo Colombo.—Volete forse accompagnarmi?—Un tratto di strada, se permettete; fin lassù ed oltre, se è per vostro comando.—Eh, senza comandarvelo, desidero che veniate. Oramai il lavoro è finito, e non sarà male che ci intendiamo per la distribuzione delle parti.[pg!279]—Ah, sì, le parti.... sicuramente, bisognerà distribuirle;—disse Damiano, seguendo sul palischermo il suo grande concittadino.—Ma appunto per questo, signor almirante....—Che cosa?—Appunto per questo, se non vi paresse offesa un cambiamento di opinione da parte mia....—Non istate a mendicar le parole, messer Damiano;—interruppe Cristoforo Colombo, ridendo.—Voi non volete più rimanere alla Spagnuola?—No, non ho detto, non intendevo dir questo;—rispose Damiano.—Alludevo al posto che la vostra bontà mi vorrebbe affidare. Esso è troppo alto per me; io non mi sento da tanto.—Modestia!—esclamò l'almirante.—Eh, signore, così fosse! che avrei merito di una bella virtù. Ma ho fatto il mio esame di coscienza, e mi son ritrovato dappoco; ho riconosciute le mie forze....quid valeant humeri quid ferre recusent....—Messer Damiano, la vostra non è più modestia; è canzonatura del prossimo;—rispose l'almirante.—Un uomo che parla latino, e mi cita Orazio, pretenderà dunque di essere gabellato per semplice marinaio e per semplice soldato?—Come tale son pur venuto;—replicò Damiano, schermendosi.—Soffrite che tale io rimanga.—Ma che strano pensiero è il vostro? E come v'è saltato in mente? Spero bene che vorrete dirmelo. Per intanto, saltiamo a terra, mio caro.—Così dicendo, poichè il palischermo era giunto alla riva, l'almirante balzò sulla rena colla grazia agile e pronta del marinaio. E Damiano lo seguì, per ripigliare il suo discorso.—Il pensiero, signor almirante, mi è venuto così. Non credeva da principio che Cosma, il mio buon amico e concittadino, volesse restare nell'isola. Ieri [pg!280] finalmente, ho saputo che il suo desiderio sarebbe di rimanere. E in questo caso mi pare che il posto di aiutante spetterebbe a lui, piuttosto che a me. Cosma ha ben altre doti, che io so di non possedere. Perchè io mi conosco, signore. Non ho ragioni per essere modesto; ne ho invece per essere sincero. Ho l'umor gaio e mattacchione, io: quando mi saltano i grilli in capo, addio gravità! Cosma è grave, anche quando dorme; ha l'indole e l'aspetto più confacenti a chi deve esercitare un comando. Io dunque vi prego, messere, vogliate metter Cosma in mio luogo, come aiutante di don Diego di Arana.—Cristoforo Colombo era stato a sentirlo con molta attenzione, senza mai interromperlo. Quando vide che aveva finita la sua perorazione, gli disse:—Ma sapete, messer Damiano, che voi siete la perla degli amici?—Voi mi date la baia, signor almirante!—rispose Damiano, abbassando la fronte, in atto di grande umiltà.—La perla degli amici è Cosma, ed io troppe prove n'ho avute. Per una volta tanto, vorrei pagarlo delle sue cortesie.—Se volete ad ogni costo....—disse Cristoforo Colombo.—Se così siete intesi tra voi....—No, nessuna intesa è corsa tra noi;—rispose Damiano.—So che Cosma rimarrebbe volentieri; tanto che da due giorni non fa altro che studiare la lingua di questi naturali, insieme coll'interpetre Cusqueia. Vorrei che fosse contento: vorrei che restando avesse un ufficio degno di lui. E se voi, messere, mi amate....—Certamente, vi amo. Siete mio concittadino; siete un gentiluomo, quantunque il vostro nome mi sia sconosciuto; siete stato anche un buono e intelligente compagno di fatica per noi; debbo dunque amarvi e pregiarvi grandemente. Mi duole che ricusiate [pg!281] un ufficio che vi avevo offerto, stimandovene degno; ed oggi ancora ve l'offro.—Ed io ve ne ringrazio, signore, e torno a pregarvi di conferire l'ufficio a Cosma. Egli, badate, non sa che voi avete offerto un tal comando a me; voi, messere, non ne avevate ancora parlato a nessuno....—A nessuno,—rispose l'almirante.—Ebbene, gli verrà dunque offerto da voi come cosa nuova; l'avrà come una primizia, ed io sarò, doppiamente felice se il mio buon amico e fratello Cosma ignorerà che l'onore gli è fatto per mia intercessione.—Voi dunque, messer Damiano, volete proprio così? Sarete contento.—E già contento mi vedete fin d'ora, signor almirante, e pieno di gratitudine per voi. Posso dunque dire a Cosma che voi volete vederlo alla fortezza?—Che fretta è la vostra?—esclamò l'almirante.—Signore, non dicevate voi dianzi che sarà utile vedere fin d'oggi, con gli ufficiali, come possano essere distribuite le parti lassù?—È vero, è vero, e voi avete buona memoria. Sia dunque chiamato il vostro amico. Manderemo indietro qualcuno.—Vado io, se permettete. Tanto, poichè non ho da comandare, non è necessario che io venga a studiare i particolari del servizio.—È giusto; andate dunque, messer Damiano,—conchiuse Cristoforo Colombo.—E sia fatta la volontà di un uomo, che vuole ad ogni costo.... obbedire.—Damiano non istette a ribattere la celia del signor almirante; fatto un profondo inchino, si allontanò sollecitamente, ritornando verso la spiaggia. [pg!282] Il palischermo non era ancora partito, ed egli ebbe tempo di rimontarvi su, per farsi condurre a bordo della caravella.—Ah, caro il mio Cosma!—mormorava egli, avvicinandosi allaNina.—Uomini di Plutarco come me, non ne troverai ad ogni canto di strada. Tu volevi rubarmi il posto nella casa di Tolteomec, ed io te lo lascio. Un po' per forza, è vero; ma qual è l'atto di virtù che non costi uno sforzo? Aggiungi che un altro posto ti lascio, e questo era mio, destinato a me dalla espressa immutabile volontà del signor almirante. Io ho filato, e son nudo; tu non hai filato, ed hai due camicie. Ti compensino esse di quella che hai regalata all'interpetre. Caro il mio Cosma, che facevi l'inconsolabile! il messer Francesco Petrarca, senza lo sfogo del Canzoniere! Ma già, anche del Petrarca e del suo costante amore, sappiamo che cosa si debba pensare.—Damiano sorrise a se stesso, contento com'era del suo ragionamento.—Vediamo,—proseguì, dopo essersi padroneggiato;—che cosa faccio io? Mi vendico, forse?... Eh sì, un pochettino. Il mio caro ed amato Cosma resterà preso al suo laccio. Egli non era invaghito di Abarima; dovrà giulebbarsela, e si seccherà.... oh, si seccherà, molto prima che non avrei fatto io. Perchè certamente io mi sarei seccato, con quella pelle rossa. Che idea è stata la mia? Ma già, con le donne, si pigliano certe ubbriacature! Un po' la galanteria, che è sempre viva nell'uomo, un po' il sangue, che non è acqua, un po' il puntiglio, che è sempre appiattato nel fondo dell'anima, in compagnia dell'orgoglio suo padre, e addio roba! Lì per lì, sembra di toccare il cielo col dito; e poi.... oh vile umanità!...—L'arrivo del palischermo contro il bordo della [pg!283]Ninainterruppe un trattato di filosofia pratica, che avrebbe potuto durare dell'altro, magari dalle acque di Haiti fino alle coste di Spagna.Cosma, che aveva veduto partire Damiano mezz'ora prima, fu maravigliato di vederlo ritornare; e più maravigliato di vederselo venire incontro, con aria risoluta ed allegra, come se nessun dissapore fosse mai stato tra loro. Ma se di ciò poteva maravigliarsi Cosma, non si maraviglierà certamente il lettore. Damiano poteva star grosso con l'amico, fino a tanto che l'amico gli dava noia, contrariando i suoi disegni. I disegni di Damiano erano per allora tutt'altri, e l'animo suo si era mutato del pari. Egli poteva andare incontro a Cosma, ridendo e canterellando, come andò incontro ai ladri il viandante della favola, poichè fu alleggerito della borsa.—Tu sei di buon umore;—disse Cosma, dopo avergli fatto un cenno di saluto.—Sì, caro, come sempre, quando le cose vanno a modo mio.—Ah, me ne congratulo.—Grazie, non t'incomodare; avremo tempo, se resti in Haiti, come mi hai annunziato.—Certamente;—rispose Cosma, guardandolo negli occhi.—Ma perchè non sei lassù, nelle tue solite occupazioni?—Comando dell'almirante;—disse Damiano.—Ha dimenticato certe faccende, che son tornato io a sbrigare per lui. Sai che domani egli parte, dopo aver messa a posto la colonia?—Domani?—Sicuramente; tutto è all'ordine, lassù. Non resta che di destinarvi il presidio. Anzi, tra le cose che dovevo fare, c'è questa, di avvisar te che il signor almirante ti vuole a terra, e subito.—Vuol me? per che fare?—esclamò Cosma, stupito.[pg!284]—Non so; mentre ero sul punto di ritornare, mi ha detto: a proposito, avvertite il vostro amico messer Cosma, che lo aspetto alla fortezza; devo parlargli. Così mi ha detto, nè più nè meno.—Cosma stette un pochino sovra pensiero, cercando dentro di sè che cosa potesse volere l'almirante da lui. Ma non trovò nulla di nulla; perciò si strinse nelle spalle, e si alzò, per andare alla scaletta di bordo.—Debbo aspettarti?—diss'egli a Damiano, prima di giungere al capo di banda.—No, io non potrò sbrigarmi così presto;—rispose Damiano.—Ho da cercare qualche cosa fra le carte del signor almirante. Poi ho da far raccogliere e portare a terra certe minuterie per gli scambi, che a lui non bisognano più e che serviranno meglio a noi altri. Addio, dunque, e a rivederci più tardi.—Cosma, ingannato dalla calma apparente, e più dalla parlantina dell'amico, scese nel palischermo e si fece condurre alla spiaggia. Damiano lo guardava intanto con la coda dell'occhio.—E dire,—pensava egli,—e dire che mi rincrescerà di piantarti, all'ultim'ora!... Perchè, infine, si era amici per la vita e per la morte. E se non era questa selvaggia capricciosa, la nostra amicizia sarebbe durata fino alla morte. Aveva già superate tante prove! E perchè non dovrebbe superare quest'altra?... No, per tutti i diavoli, no;—soggiunse Damiano, cacciandosi la destra sotto il corpetto di lana e comprimendosi il cuore.—No, viscere infame, stai zitto! La mia vendetta, per questa volta deve passare avanti tutto. Una gran vendetta, poi! Vi faccio un regalo, miei cari sposini. Vivete felici, crescete, moltiplicate, e ch'io non senta più parlare di voi.—[pg!285]

Capitolo XIV.In che salsa vanno accomodati gli amici quando ci guastano le uova nel paniere.Damiano si aspettava di tutto, fuorchè quella notizia, ricevuta così a bruciapelo dal suo dilettissimo Cosma. O, per dire più veramente, se anche un vago sospetto di quella novità gli era venuto allo spirito, egli si aspettava di tutto, fuorchè di sentirselo confessare con tanta tranquillità.Ma perchè gli tornava così ostico che Cosma avesse deliberato di restare? Non restava ancor egli? E non era naturale che, vedendo lui tanto fermo nel suo proposito, Cosma avesse finito con adattarsi alla medesima fine? Tutto considerato, si poteva ricostituire benissimo la serie di argomentazioni per cui era passato l'amico. Da principio aveva tentato di persuadere Damiano a ritornare in Europa; poi si era stizzito vedendo la sua ostinazione, e aveva lasciato trapelare il disegno di ricorrere all'autorità dell'almirante. Di lì la risoluzione di scendere a terra anche lui, e di salire alla fortezza, dove l'almirante era andato. Ma per via si era pentito, o perchè gli paresse che le sue ragioni non sarebbero bastate a muovere l'almirante, o perchè temesse di [pg!247] render ridicolo il suo compagno, con la esposizione di quelle ragioni. E allora, non sapendo più a qual santo rivolgersi, era avvenuto a Cosma un quissimile del caso del profeta Balaam, che, andato per maledire, si era voltato di schianto a benedire. Damiano voleva restare ad ogni costo? Ebbene, non bisognava lasciarlo solo in quella terra lontana; anche Cosma, il vecchio amico, sarebbe rimasto laggiù; e la sua risoluzione avrebbe fatto arrossire di vergogna l'ingrato Damiano, per cui Cosma si disponeva ad un sacrifizio così grande.Questa risoluzione tornava sicuramente a grande onore dell'amicizia. Si era detto, nei tempi antichi, Damone e Pizia, Niso ed Eurialo, Oreste e Pilade; si sarebbe detto, nei tempi moderni, Cosma e Damiano. È sempre bene che certi tipi, belli ma antiquati, si rinnovino, in quella stessa guisa che si rinfrescano i vecchi dipinti.Eppure, no, la ricostituzione delle fasi psicologiche per cui poteva esser passato Cosma, non finiva di persuadere Damiano. Egli sentiva Cosma, da parecchio tempo, come uno che gli vogasse sul remo. Senza volerlo, sì, forse; ma infine, non è necessario che uno sia innocente dell'averci pestato un piede, se ci dà noia e dolore pestandolo; e tutti abbiamo in uggia il nostro compagno di passeggiata, che, senza farlo a posta, solo per vizio d'abitudine, ci dà l'eterno colpettino sul braccio.Damiano, adunque, sentiva da qualche tempo riuscir molesto l'amico. La noia che Cosma gli aveva data in altre isole non poteva dargliela pure in Haiti? E qui certe idee vaghe, ma dolorose, passavano per la mente di Damiano. Abarima che sapeva il nome di Cosma.... E perchè ciò? Come poteva ella ricordarlo, avendo veduto una volta sola, e alla sfuggita, l'amico di Damiano, mentre questi [pg!248] non ricordava di averne proferito il nome, vedendolo apparire nella sala del convito?E poi, quel desiderio, manifestato da lei, che Cosma restasse! Gli amici dovrebbero star sempre uniti; bella ragione! Ma deve passare per la mente di una donna, che ami l'uno dei due? L'opposto dovrebbe essere, precisamente l'opposto.E finalmente, quella discesa di Cosma a terra, subito dopo di lui, ma senza lasciarsi vedere da lui!... Abarima diventata ad un tratto così capricciosa, che non pareva più quella del giorno innanzi!... Il rumore venuto dal bosco, dove ella non aveva voluto più ritornare con Damiano!... Ah, per tutti i diavoli!...Lettori, vi è mai avvenuto di almanaccare su certi fatti che vi riguardassero, e di cui non sapeste darvi ragione? Voi mettevate in fila tutte le ipotesi più ragionevoli, facevate le deduzioni più logiche, ricavandone una spiegazione naturalissima del problema che vi affaticava lo spirito. Un matematico se ne sarebbe contentato; voi no. Voi andavate a cercare un fatto da nulla, quasi un fuscellino dimenticato per via, e su quello fondavate un altro ragionamento, più leggero, più sottile, più vano. Ed era quello che vi contentava di più. Perchè ciò? perchè un vago sospetto, un presentimento sordo, come la voce dell'istinto, vi diceva: la traccia è quella; tutto il resto è.... logica; e la logica, in questa materia, non serve.—Ah, per tutti i diavoli!—aveva detto Damiano, tra sè, mentre uno sprazzo di luce ideale gli balenava alla mente.—Se è così come io vedo, ti aggiusto io, bell'amico.—Quell'altro, stando sempre a capo chino, rovesciava acqua a secchie sul tavolato del cassero, e subito dopo ripigliava a lavorare di strofinaccio. La [pg!249] posizione non si poteva tenere, col pericolo continuo di essere innaffiati come gambi di cavolo. Damiano colse l'occasione d'uno spruzzo che gli era venuto più vicino; e borbottando ridiscese dal cassero di poppa nella corsìa.Ivi si trattenne un pezzo a far le volte del leone, seguitando a svolgere la sua coroncina. Non erano avemmarie nè paternostri, come vi potete immaginare.—Ah sì, eh? Mi guasti le uova nel paniere? Vedrai, vedrai in che salsa ti accomodo. Perchè, non c'è dubbio, egli ha veduta Abarima.... Questa volta, per altro, è arrivato un po' più tardi del solito. Sono meglio avviato, qui, che non fossi a Cuba. Ma qui mi preme assai più di vincere il giuoco. Fossi pazzo!... Ho detto di voler diventare l'Infante di Haiti, il principe ereditario..... e vivaddio, lo sarò, in barba a tutti i biondi dell'universo. Purchè quell'altra non sia rimasta stregata dai suoi capelli d'oro!... Strano, del resto, questo capriccio delle donne, al Nuovo Mondo! Hanno l'oro a bizzeffe, lo dànno in cambio del vetro e del bronzo, e rimangono incantate davanti a quattro fili di quel colore. Ma non corriamo tanto coi sospetti, via! Abarima non ha ancor lasciato trapelare di avere di questi gusti sciocchi. Comunque sia, qui bisogna lavorare di fine, mio caro Damiano; «qui si parrà la tua nobilitate.», come ha detto il poeta.—Così mulinava Damiano dentro di sè, quando vide Cosma che scendeva dal cassero di poppa. Non volle più rimanere, e si affacciò al capo di banda, per chiamare una piroga delle solite, che si aggiravano intorno allaNina.Cosma si fermò presso di lui, in atto di voler appiccare discorso. Ma egli non aveva nessuna voglia di tenergli bordone.[pg!250]—Ti saluto;—gli disse.—Te ne vai?—Sì, vado a terra.—Bravo! e dàtti bel tempo.—Che credi?—brontolò Damiano, seccato di quella licenza.—Che ci sia solamente da sollazzarsi, a terra? Ho il mio da fare, lassù. Non debbo anche prepararti l'alloggio?—A me?—disse Cosma.—Certamente. Non mi hai annunziato poc'anzi che hai mutato opinione, e che vuoi restare alla Spagnuola anche tu?—Ah sì, è vero;—rispose Cosma, che aveva l'aria di risovvenirsi in quel punto.—Ma tu parlavi di un alloggio per me; ed io mi contento di poco!—Sei camere ti bastano?—Anche dodici.—Benissimo; le avrai.... E la tredicesima, per il buon peso.—Ciò detto per metà ad alta voce, e trattenendo il resto nella chiostra dei denti, Damiano scavalcò il capo di banda e saltò nella piroga.—Ora, facciamo giudizio;—mormorò egli mentre lo schifo scivolava leggero sull'acqua.—Prima di tutto, niente a quella capricciosa principessa, che possa metterla in sospetto. Già, col poco che so della lingua di Haiti, potrei fare poco lungo discorso; non potrei di sicuro addentrarmi nelle sottigliezze di una conversazione agrodolce.—Prima ch'egli giungesse albohiodi Guacanagari, Damiano aveva stabilito il suo disegno di battaglia. Per verità, egli si disponeva ad usare di tutte armi, e la coscienza gli rimordeva un pochino.—Oh, infine!—esclamò, dando una scrollata di spalle.—La mia è difesa legittima. Un uomo mi [pg!251] vuol mettere il piede addosso, ed io non devo mandarlo a gambe levate? S'intende che io metterò mano agli estremi spedienti solo nel caso che egli abbia veduta Abarima. Se l'ha veduta, il suo intento di nuocermi è chiaro, ed io non debbo più usare riguardi.—Si, tutto bene; ma come sapere se Cosma avesse veduto Abarima? Sospettarlo non bastava; era necessario di averne certezza. Ora, con una donna, sia pure selvaggia, non c'è mai verso di sapere quel che vi preme. Le accennate in coppe, vi risponde bastoni.Poco sicuro del modo in cui avrebbe condotte le prime avvisaglie, Damiano salì al villaggio di Guacanagari; e come fu sulla piazza, si volse alla casa di Tolteomec. I servi stavano certamente in vedetta, perchè due naturali, che si stavano soleggiando all'aperto, entrarono subito in casa, e poco stante apparve il vecchio sull'uscio.—Mandavo a cercare di te,—disse Tolteomec.—È l'ora di metterci a tavola.—Ah si? molto bene!—rispose Damiano, affrettando il passo.L'accoglienza festosa del vecchio gli parve di buon augurio. Entrò più allegro nella casa ospitale.—Purchè tu non mi stia sempre alle costole, benedetto patriarca!—diss'egli tra sè, muovendo verso la sala del banchetto, che era già tutta preparata come pochi giorni addietro.Abarima comparve, più bella che mai e con un'altra ghirlanda di fiori sulle chiome nerissime. Sorrise all'ospite, parve anche guardarlo con attenzione, tra curiosa e benevola, come le donne usano, che non si sa mai quale sentimento sia il vero.Damiano, per altro, non ci badò tanto nel sottile. Era in presenza della donna amata, la vedeva sorridere [pg!252] e dimenticava volentieri una parte delle sue inquietudini. Aggiungete che a tavola trovava il medesimo posto al fianco di Abarima, e immaginate che egli fosse molto disposto a dimenticare anche l'altra metà.Un pranzo non si racconta, se non quando sia da trarne occasione per descrivere le sensazioni gastronomiche dei personaggi. Del resto, il pranzo è sempre eccellente, fosse pur quello di un avaro, quando l'ospite è innamorato, e siede accanto a lui la donna ch'egli ama. Se a Damiano avessero servito in tavola un coccodrillo arrosto, metto pegno che il nostro eroe non ci avrebbe badato. Se poi gli avessero domandato come lo trovasse, di sicuro avrebbe risposto: squisito! Un pranzo è come il tempo, che si tinge sempre del colore dell'anima nostra. Il cielo è sempre azzurro, quando siamo al fianco di una cara creatura.Or dunque, poichè torna inutile raccontarlo, finiamola con questo pranzo di Tolteomec. Abarima si è alzata, e Damiano la segue all'aperto. Ella prende un canestro di vimini, in cui sono parecchi manipoli di filamenti erbacei, disseccati e tutti di variati colori; snoda due o tre manipoli, prende alcune fila tra le dita, e si mette ad intrecciarle. È quello il suo ricamo. Damiano vuole imparar l'arte, o dice di volerla imparare, e prende occasione da questo suo desiderio, per aver sempre la faccia china sul braccio della bella selvaggia.Tolteomec stette un pochettino a vedere. Ma egli non ci aveva le stesse ragioni, per imparare a tessere una stoia. Perciò si mosse di là, e andò in casa a prendere alcune foglie secche, arrotolate in forma di fusi.—Ne vuoi?—diss'egli, ritornando, e offrendo uno di quegli arnesi a Damiano.[pg!253]Damiano fece un gesto di orrore.—No, grazie;—rispose.—non mi piace.—Molto buono!—disse Tolteomec.—Questo discaccia dalla casa gli spiriti della sera.—Per cacciare i miei ci vuol altro!—rispose Damiano.Ma egli aveva parlato nel suo vernacolo genovese. Col gesto, intanto, ringraziava, ricusando l'offerta.Tolteomec si fece portare dei carboni ardenti dal focolare domestico, accese la sua foglia, e poscia si allontanò. Aveva sulla piazza i notabili del villaggio, e se ne andava volentieri a barattare due chiacchiere con loro. I vecchi, si sa, hanno poco a mettere del proprio nei discorsi dei giovani. Così restarono soli sul prato Abarima e Damiano.—Voglio imparare a tessere le stoie;—aveva detto Damiano, stringendosi più presso alla fanciulla.—È facile;—rispose Abarima.—Vedi, come si fa?—Vedo, ma bisognerebbe avere le tue mani. Con la tua sveltezza, del resto, e con la tua grazia, credo che non lavori nessun'altra donna.—Abarima crollò il capo, e sorrise. Damiano incominciò a pensare di essere corso troppo innanzi coi sospetti.E si accostava via via. Ma si accostò forse un po' troppo, ed ella incominciò a trarre indietro la spalla ignuda, su cui veniva a morire l'alito caldo della belva umana. Egli finse di non avvedersi dell'atto, e si avvicinò tanto, quanto ella si era tirata indietro. Abarima non poteva ritirarsi dell'altro, senza rimuovere il sedile. Perciò si volse a lui e gli disse:—Per imparare a tessere le stoie, puoi stare anche più in là.[pg!254]—Dove?—chiese Damiano.—A questa distanza.... così.—E fattolo alzare, lo mise a posto lei, due spanne più in là dal suo braccio.—Troppo lontano!—mormorò egli, con voce piagnolosa.—Oh, basta così! Sei vicino anche troppo.—Così dicendo, la bella Abarima sorrideva ancora. Anzi, diciamo più veramente, sorrideva senz'altro.Donna che ride è di buon umore, ha detto il savio. E con una donna di buon umore si può fare a fidanza. Damiano prese animo ad entrarle in discorso dei suoi disegni nuziali.—Oggi dunque,—diss'egli,—parlerò a Tolteomec.—Di che cosa?—Del nostro matrimonio, mia cara.—No; non ancora, ti ho detto.—Ma perchè?—diss'egli,—Perchè questi ritardi? Ed è male, sai? Vedi tu e giudica se non devo aver fretta, anche dopo la ragione principale dell'amor mio per te, Abarimataorib. Fra pochi giorni la nostra fortezza è finita, e il capo degli uomini bianchi fa stender le ali alla sua grande piroga per ritornarsene.... inAzatlan. Prima che l'almirante se ne vada, io vorrei potergli dare una buona novella. Gli farei tanto piacere, a dirgli che sono il tuo sposo.—Abarima volse la faccia sulla spalla, a guardare il suo interlocutore.—E perchè tutto questo piacere?—domandò.—Perchè egli mi ama, e la mia felicità deve esser la sua. Aggiungi che egli dovrebbe assistere alle nostre nozze.—Come te le fai vicine!—esclamò la fanciulla, con un risolino asciutto e sarcastico.[pg!255]—Ma....—disse Damiano.—Se tuo padre è contento.... mi pare....—Ed anche se fosse contento mio padre, credi tu che le nozze, da noi, si facciano così presto? Prima di tutto, bisognerebbe aspettare la luna piena: poi la risposta del grande Spirito; poi....—Oh diavolo?—esclamò Damiano, interrompendo la filastrocca.—C'è ancora più difficoltà qui che in Europa, per metter la corda al collo di un galantuomo!—Che cosa hai detto?—Niente, non badare; sono sbruffi di lingua patria, e vengono così naturalmente alle labbra! Ma parliamo chiaro, e nella lingua di Haiti. Vuoi, o non vuoi?—La fanciulla rimase un istante sovra pensiero; poi brevemente rispose:—Tolteomec comanda.—Damiano, a sua volta, ristette un poco, masticando la sua stizza; poi, col medesimo accento, ripigliò:—Ma tu? che ne pensi?—Quello che Tolteomec vuole;—rispose Abarima.E doveva essere stizzita un pochino anche lei, perchè aveva smesso d'intrecciar le sue fila di sparto, e guardava davanti a sè, verso la macchia, non mostrando a Damiano che la sua guancia in isbieco.—Perchè sfuggi il mio sguardo, Abarima?—diss'egli.—Perchè guardo di là.—Di là! c'è la macchia, di là; ed oltre la macchia, c'è la fontana.—Ebbene?Ebbene,—rispose Damiano, che perdeva la [pg!256] pazienza;—la fontana, presso la quale tu hai veduto.... ier l'altro.... un altr'uomo.—Abarima diede un sobbalzo, e si volse turbata a guardare Damiano.—Sicuramente,—ribadì egli,—un altr'uomo; il mio compagno Cosma... il cui nome ti è noto.—Come lo sai?—diss'ella, fissandolo negli occhi, con un'aria di stupore.—Il come importerebbe poco;—rispose Damiano, gustando, in mancanza di meglio, la feroce voluttà di avere indovinato il secreto.—Ma tu immagina pure che io lo abbia saputo dal grande Spirito. Cioè, dico male, dal piccolo spirito. Voi altri interrogate il grande, quando la luna è piena; noi abbiamo il piccolo, che vive con noi, e ci avverte, ad ogni quarto di luna.—Abarima era rimasta lì, come trasognata.—Di tutto?—chiese ella.—Di tutto, e d'altro ancora. Io dunque so che Cosma è venuto qua, dalla macchia; che ti ha veduta, che ti ha parlato, e ti ha detto.... tante belle cose, che tu non hai capite, perchè egli non ha potuto parlarti nella tua lingua.—Abarima si era a grado a grado riavuta dal suo alto stupore. E Damiano, per apparirle tanto bene informato dal suo genio tutelare, incominciava a parlare un po' troppo.—Il tuo piccolo spirito si è ingannato!—gridò ella, ridendo.—Il tuo piccolo spirito ha occhi, ma non ha orecchi.—Come sarebbe a dire?—Che non ha orecchi, e non sa riferire quello che è stato detto,—rispose Abarima, seguitando a ridere di gusto.—Lascia stare gli orecchi del mio piccolo spirito;—disse Damiano, pentito di essersi cacciato troppo [pg!257] avanti sulla via delle scoperte.—Sono migliori che tu non creda. Fermiamoci agli occhi, che hanno veduto giusto. Puoi tu negare di aver parlato a Cosma?—No;—rispose Abarima.—E sentiamo;—soggiunse Damiano, dopo essersi morse un pochino le labbra;—che cosa ti è sembrato.... della sua faccia?—Taorib.—Non è vero, che ètaorib, il mio caro amico Cosma? Sono proprio contento che tu abbia su questo particolare la mia stessa opinione. E quei capelli, poi....—Turey.—Eh, dovevo immaginarmelo, che li avresti giudicatiturey. È una maledizione, oramai. Tutte queste figliuole del nuovo mondo amano i capegli d'oro. E quelle del vecchio, niente?... Ah, se ritorno in Europa, com'è vero Dio, mi faccio radere come una pelle di capretto, e mi compero una parrucca, per fare la mia bella figura tra le genti. Vedrete allora, mie belle capricciose, che capelli d'oro filato saranno i miei! Febo Apollo, con la sua raggiera, potrà andarsi a nascondere. Ma ci vorrà del tempo, ad esser laggiù; e qui bisogna vederne l'acqua chiara. Senti, Abarima, parliamoci schietto. Io sono un buon figliuolo, e non voglio dar noia a nessuno. Sono anche capace di un atto eroico. Tutto sta a prendermi per il mio verso, a non carezzarmi di contrappelo. Dimmi dunque una cosa, ma sinceramente, come la diresti al sacerdote del grande Spirito, quando vai a fare le tue divozioni. Lo ami tu?—Io non t'intendo;—rispose Abarima, che era stata fin allora a sentirlo con gli occhi tesi, ma non venendo a capo di nulla.—Ti domando se ami Cosma.[pg!258]—Cosma è bello;—rispose Abarima.—E viva la tua faccia!—gridò Damiano.—Tu almeno, figlia delle isole dell'Oceano.... Ma no, che dico io? Anche in Europa si dànno, questi esempi d'audacia. Non creder dunque che la sincerità sia privilegio dei tuoi paesi.—Che dici?—chiese Abarima, che ritornava a non intendere.—Niente, niente; i soliti sbruffi di lingua patria. Tu dunque lo ami. E se egli chiedesse di sposarti?...—Abarima mise un piccolo grido, abbassò le ciglia e rannicchiò il collo tra le spalle.—Brava!—esclamò Damiano.—Io aspettavo che tu mi rispondessi: Tolteomec comanda.... quello che Tolteomec vuole.... il grande Spirito.... la luna piena.... Brava la mia principessa selvaggia! Ma io ho il dolore di doverti dire una cosa, Abarima taorib.... una cosa che ti raffredderà un pochettino il sangue nelle vene. Il mio amico Cosma non può amare la figliuola di Tolteomec.—Abarima si scosse, e diede un'occhiata curiosa a Damiano.—Come lo sai?—gli disse.—Eh lo so;—rispose Damiano.—Lo so bene, perchè Cosma è mio amico da tanti anni.... come fratello. L'esser venuto a vedere la bella del suo amico, te ne faccia fede solenne. È il nostro uso, inAzatlan, di vogarci sul remo, ed è prova di un affetto, di una cortesia, di una lealtà, veramente ammirabili. Incominci a non capire? Hai ragione; ritorno alla lingua di Haiti. Vuoi tu sapere, Abarima, perchè Cosma non ti può amare? Vuoi tu sapere la storia della sua gioventù?—Racconta;—disse Abarima.Damiano si raccolse un istante, pensando.[pg!259]—Vengo meno alla data parola. Ma in fine, perchè mi guasta egli le uova nel paniere? Io sono guarito di questa passione.... sicuramente, sono guarito.... lo voglio essere.... ho un diavolo per occhio, e non patirò mai che mi si pestino i piedi. Animo dunque, e non usiamo riguardi.—Racconta;—ripeteva Abarima.—Sì, racconterò, non dubitare. Cosma, per tua regola, è innamorato di un'altra donna; di un'altra donna, capisci?... di un'altra donna, che ha i capelli biondi come l'oro.... anzi, più che l'oro, biondi come il sole, quando è nel segno del Leone. Ah, che bei capelli di sole ha la donna amata dal mio caro compagno, dal mio fratello Cosma!—Ci sono donne con capelli d'oro, inAzatlan?—chiese Abarima, con aria di stupore.—Eh, sicuramente, mia bella. In Azatlan, oramai, non c'è altro che capegli d'oro. E si dànno via, come le perline di vetro, come i sonagli di bronzo. Ami una donna, in Azatlan! Glielo dici, ed ella subito si taglia una ciocca dei suoi capelli d'oro, e te ne fa un presente. Domanda a Cosma che ti faccia vedere quella ciocca di capelli d'oro, che porta sempre sul cuore, entro una borsa di cuoio. Vedrai che bellezza! Ma già, capisco che tu vorrai sapere la storia di Cosma, la storia dei suoi amori, non è vero?—Abarima stava con tanto d'occhi a guardarlo, come se volesse cavargli le parole di bocca. E ne capiva così poche! Damiano s'ingegnava come poteva, a farsi intendere; ma su cento parole ne diceva ottanta in tutt'altro idioma da quello di Haiti.—Incomincio,—riprese Damiano,—Il mio buon Cosma è nato a Genova. Non sai che cosa sia Genova? È unbohio, come questo, ma venti, trenta volte più grande. In quelbohio, che si chiama Genova, [pg!260] lo zio di Cosma è doge. Sai che cosa è il doge? È il cacìco di Genova. Ci sei?—Racconta;—disse Abarima.—Ecco, dunque. Cosma, appena fu giunto all'età di vent'anni, volle studiar medicina. Sai che cos'è la medicina? È l'arte di guarir le malattie del corpo, o di lasciarle durare, aspettando che il grande Spirito le guarisca lui. Il medico è quello che conosce la virtù delle erbe....—E dice le parole magiche;—soggiunse Abarima;—t'intendo.—Oh, benedetta ragazza! Tu sei dotata di una intelligenza rara. Torniamo dunque a Cosma. Egli partì da Genova, per andare a Pavia, dove poteva studiare la medicina. Andare allo studio di Pavia è una vecchia abitudine per noi naturali di Genova, fin dal tempo che il re Liutprando ci portò via i resti mortali di sant'Agostino.... Ma tu non capisci queste cose, Abarima; nè io trovo le parole per fartele capire. Oltre di che, ci vorrebbe un corso di storia.... Bene, capisci quello che puoi, e lascia stare il rimanente. Anch'io ero a Pavia; c'ero prima di Cosma, e soltanto in quella città ebbi modo di conoscerlo. Eravamo naturali dello stessobohio; ci legammo subito in amicizia; studiavamo insieme, o fingevamo di studiare, che finalmente è tutt'uno. L'arte è lunga, si sa; ma quando si hanno i vent'anni, pare anche lunga la vita.—Abarima non capiva più, e non si studiava neanche di capire. A Damiano parve anzi di vedere che ella reprimesse uno sbadiglio.—Questi particolari ti annoiano, non è vero? E tu vorresti sbadigliare, deliziosa selvaggia? Sbadiglia pure liberamente, e consentimi soltanto di bere quello sbadiglio sulle tue labbra di cinabro.—Abarima non represse solamente lo sbadiglio, ma [pg!261] anche un atto di Damiano, che veramente meritava il garofano di cinque foglie.—Buon segno!—pensò Damiano.—La mano di una bella donna è come la lancia di Achille; ferisce, ma può risanare le piaghe che ha fatte. E siccome è una lancia intelligente, non ne farà, voglio sperare, senza avere in animo di risanarle.—Abarima non gradiva il silenzio di Damiano. Era una selvaggia, ma era donna, e sapeva che quando l'uomo sta zitto, c'è sempre pericolo che pensi. Ora, il pensiero che non ci si manifesta con parole, è come le armi insidiose, come le pistole di corta misura, che il nostro vicino può avere in tasca, e trarle da un momento all'altro, per farci un brutto partito.—Racconta;—gli disse Abarima, dopo la lunga pausa che era seguita al suo amabilissimo ceffone.—Racconterò;—rispose Damiano.—Ti ho detto che eravamo a Pavia, per lo studio della medicina. Naturali del medesimobohio, ci riconoscemmo per tali e ci legammo subito di grande amicizia, sebbene le nostre famiglie a Genova si vedessero di mal occhio. Avevamo preso a vivere insieme, eravamo inseparabili, come quei vostri piccoli pappagalli che stanno sempre a coppie, e non c'è' caso che uno si discosti un passo dall'altro. Ma l'uomo non è fatto per l'uomo, e l'amicizia non gli basta: Cosma s'innamorò di una bellissima donna, della bionda che ti ho detto poc'anzi.—Come si chiamava quella donna?—chiese Abarima.—Oh, non dubitare; non voglio defraudarti del nome. Si chiamava Catarina.... Catarina Bescapè. Vecchia ed illustre famiglia, la sua, come la tua in Haiti. Donna Catarina abitava sulla piazza del Regisole. Hai capito? No certamente. Ma queste sono minuzie, che non importano affatto. Importa invece [pg!262] moltissimo il dire che donna Catarina era bellissima, quantunque avesse i capelli d'oro.—Non ami i capelli d'oro, tu?—Ohibò, che roba!—gridò Damiano, facendo un gesto di orrore.—Eccoli, i capelli che amo.—Lascia stare, e racconta.—È già un'ora che racconto, e capirai che qualche riposo ci vuole. Ma ritorniamo a Catarina. Un grande amico di Cosma se ne era innamorato.... e prima di Cosma. L'amico poteva sperare di essere riamato dalla bellissima donna; anzi, ti dirò che poteva esserne certo.... come si può esser certi di queste cose, specie avendo da fare con la più cruda metà del genere umano. Ma un giorno l'amico si avvide che Cosma andava troppo volentieri anche lui nella piazza del Regisole; s'insospettì, stette in agguato, disdisse la sua amicizia al rivale. Incominciarono a guardarsi in cagnesco, erano già per venire alle brutte, quando Cosma capitò d'improvviso nella casa dell'amico, gli si gittò fra le braccia, e gli pianse sul petto tutte le lagrime dei suoi occhi. Cosma non poteva più vivere, se non gli si lasciava amare la bella Catarina; Cosma si sarebbe buttato nel fiume Ticino, dove è più profondo, se l'amico non lo lasciava libero di far la corte alla sua dama. Allora io....—Tu?.... sei tu l'amico?—interruppe Abarima.—No, cara; non ti ho già detto che io non amo il turey nei capelli? Volevo dire: allora io mi misi in mezzo ai due contendenti: e tanto dissi, che persuasi l'amico di Cosma a ritirarsi dal giuoco, a lasciare che Cosma facesse liberamente l'occhio languido a donna Catarina Bescapè.—L'amico si è contentato? Amava dunque assai poco.—Oh cara, come t'inganni! Egli amava moltissimo. [pg!263] Ma era un'anima grande. Se fosse nato due mil'anni prima, sarebbe stato un eroe Romano, o Greco, o giù di lì, e Plutarco ne avrebbe scritta la vita, mettendolo in parallelo con qualche Scipione. Tutte cose che non capisci, lo so; fa conto che io non te ne abbia parlato. Del resto, l'amico non si chetò mica alle prime. Egli fece a Cosma questo ragionamento: «Senti, bambino, queste cessioni non si possono fare; bensì è la donna che deve scegliere. Io posso credere che ella veda me di buon occhio: ma posso anche ingannarmi. E tu, dal canto tuo, che cosa puoi dire?» Cosma non poteva dir nulla; pure, sentendo che l'amico si sarebbe inchinato alla scelta della dama, Cosma si rallegrò; si buttò un'altra volta nelle braccia del rivale, s'inginocchiò, gli abbracciò le ginocchia, fece un visibilio di pazzie. «Caro il mio Tolomeo!» gli disse: «Io sono un uomo morto, se quella donna non mi ama. Che perdi tu ad esplorare l'animo di lei? a lasciare che i fati si compiano?» Insomma, tanto pregò, tanto pianse, che io.... consigliai all'amico rivale di andare da madonna Catarina e di parlarle chiaramente. Povero amico, tanto generoso, e tanto.... come chiamarlo? Di nome si chiamava Bartolomeo; gli amici, per abbreviazione gli dicevano: Tolomeo; altri più sbrigativamente Tomèo. Di cognome, poi.... Ma lasciamo il cognome, che non importa al racconto.—E Catarina, seppe tutto?—Aspettami, impaziente creatura. Tolomeo andò dalla bella Catarina e le disse: «Io amo Cosma come un fratello. Le nostre famiglie, a Genova, sono nemiche, appartengono a due fazioni diverse. Ma qui, siamo fuori di casa nostra, lontani dalle ire cittadine, avvicinati dal medesimo studio. Per altro, è strano che dobbiamo innamorarci della medesima [pg!264] donna. Sapete, Catarina? Egli è pazzamente innamorato di voi.»—Tolomeo ha parlato così?—Sì, cara; egli è stato tanto.... Tolomeo. Ma chi avrebbe mai preveduto?... Basta, quel ch'è fatto è fatto. L'amico Tolomeo parlava da uomo leale, senza immaginare che madonna Catarina lo piantasse lì per quell'altro.—Catarina ha fatto bene;—disse Abarima, sentenziando alla svelta, come una dama di Provenza in una corte d'amore.—Diciamo pure che Catarina ha fatto bene;—rispose Damiano.—Ma Tolomeo ha fatto male. Non credi?—Chi sa?—rispose Abarima.—E Catarina, che cosa disse a Tolomeo?—Due sole parole: «povero giovane!» Ma se tu avessi sentito con che accento!—Tu c'eri?—Si capisce. Io ero un po' da per tutto. E come io capii il senso di quella esclamazione, così l'amico fu pronto a capirlo. Si chiuse la sua rabbia nel cuore, e andato da Cosma gli parlò in questa guisa: «Senti, Cosma, tu mi hai tradito. La tua è un'azione da coltello. Tu sei più avanti nelle grazie della Bescapè di quello che io potessi immaginarmi. Ella mi ha tutto confessato. Tu la segui quando io non sono con te, ed ella ti guarda con benevolenza. Perchè non dirmi tutto? Mi avresti risparmiata la figura.... dell'uomo che fa ridere.»—Ah, ah!—gridò Abarima, ridendo la parte sua.—Capisco,—riprese Damiano,—che è lo stesso anche in Haiti, e che le donne, sotto ogni cielo, ridono saporitamente.... dei poveri Tolomei. Ma non importa. Ritorniamo a Cosma. Egli non rideva; egli ricavava maggior profitto dal piangere. «Perdonami, [pg!265] Tolomeo!» diss'egli all'amico. «Io non so nulla di quello che tu mi racconti. Che confessioni può averti fatte madonna Catarina? L'amo, ecco tutto. Se n'è ella avveduta? È possibile. Io credo che tutti abbiano dovuto avvedersene, come te n'eri avveduto anche tu.»—«Bella forza!» scappò detto all'amico.—E poi?—disse Abarima.—E poi, avvenne tutto ciò che avviene in simili casi. Tolomeo amava anch'egli davvero. Ma non si può stare per forza nel cuore di una donna, ne convieni? Tolomeo non ci stette; e disse a Cosma: «fai la tua strada, e crepi l'avarizia! se quella donna ti ama, sia tua.»—E Cosma la sposò?—Ecco....—disse Damiano.—C'era una piccola difficoltà. Madonna Catarina non era libera. C'era di mezzo.... un Bescapè.—Non capisco;—disse Abarima.—Oh cara! è meglio che tu non capisca. È sempre bene che ti rimanga qualche cosa di oscuro. Altrimenti, che cosa ci avresti più da studiare, nei costumi di Azatlan? Per ora, Abarimataorib, ti basti di sapere che Cosma non sposò madonna Catarina. Ma egli l'amava, e ne fu riamato. Fu allora che la bella donna gli regalò una ciocca dei suoi capelli d'oro, quella ciocca di capelli che egli porta sempre sul cuore, entro una borsa di cuoio.—E Tolomeo?—Tolomeo.... era l'uomo più infelice della cristianità. Non sai che cosa sia la cristianità? Ebbene, non te ne dolere; è un'ignoranza felice, la tua. Se tu sapessi infatti che bestie feroci son mai, a comporla! Quanto a Tolomeo, egli aveva finito il suo studio di medicina. Sarebbe rimasto ancora, sarebbe rimasto per sempre, se Catarina lo avesse [pg!266] amato. Ma ella non lo amava; ella rideva di lui, vedendolo passare per via. Che vergogna! che rabbia! In quei momenti, vedi? io.... essendo in compagnia di Tolomeo, arrossivo per lui. Lasciai Pavia, in quell'anno; e Tolomeo mi seguì. Ce ne ritornammo verso il mare, nel nostrobohiodi Genova. Laggiù si viveva sempre in guerra gli uni con gli altri, e noi, da buoni naturali di Genova, partecipammo alle civili discordie.—Che è ciò?—Ecco.... è un po' difficile a dirsi. Ma figurati che Genova sia come Haiti, e che da quattrocento anni i Caribi siano entrati a far parte di questa popolazione. Per un po', secondo la fortuna, comandano i Caribi, per un po' gli Haitiani, e una volta il cacìco è Caribo, un'altra volta è Haitiano. Ti capacita?—Se è l'uso di cambiare così....—No, non è l'uso; è la forza, o l'inganno, che comanda. E quando il cacìco di Genova è un Haitiano, i Caribi sono abbattuti, dispersi, cacciati dalbohio. Quando il cacìco è un Caribo, gli Haitiani hanno la peggio. Ora veniamo a noi. Tolomeo era, come tutti quelli della sua famiglia, amico degli Adorni, i Caribi del paese. Perciò era nemico dei Fregosi, che erano gli Haitiani, e che in quel mentre erano al governo, essendo un Fregoso il cacìco di Genova. Divampò la guerra in città, per ragioni che è inutile di dirti. Tolomeo si trovò un giorno con le armi alla mano, con quelli della sua gente, contro quelli della parte contraria. Era con gli Adorni, ti ho detto; diede addosso ai Fregosi. Tutte ire che, essendo fuori di Genova egli aveva dimenticate, ma che gli tornarono vive nel cuore appena ebbe respirate le dolci e fraterne aure della patria! Nel fitto della mischia fu un punto di vittoria per [pg!267] lui: poteva uccidere il capo della squadra nemica; già aveva alzata la scure su lui, quando riconobbe il nemico che aveva sotto il ginocchio. Quel nemico era Cosma.—Ah, povero Cosma!—gridò Abarima sbigottita.—Sì, povero Cosma, che da un mese appena era ritornato in patria, e anch'egli aveva riprese tutte le care abitudini delbohio! Ma io ti ho detto, Abarima, che Tolomeo aveva un'anima grande. Tolomeo, alla vista del fortunato rivale, sentì tutte le sue ire ribollenti nel sangue; calò la scure.... ma senza colpire; e perdonò al suo nemico.—Bravo Tolomeo!—gridò Abarima.—Lo amo.—Amami, deliziosa selvaggia; perchè Tolomeo.... sono io.—Ah!—esclamò Abarima, ridendo.—Lo avevo immaginato; e l'ho detto a bella posta.... per farti parlare.—Assassina!—gridò Damiano.—Ebbene, tanto fa. Potevo uccidere Cosma, e non l'ho ucciso. Anzi, l'ho tratto in salvo, l'ho ricoverato nelle nostre case. Era ferito; io l'ho curato; e quantunque fossi medico, l'ho guarito. Che te ne pare? Non sono io un uomo di Plutarco?—Abarima lasciò cadere l'accenno classico, e per una buona ragione, che non è mestieri di dirvi.—E Catarina?—diss'ella.—Ecco: madonna Catarina si era lasciata amare da Cosma. L'amico aveva i capelli d'oro, i capelli di sole, di cielo, di tutto l'altro che dite voi in Haiti. Ma pare che una provvida legge di natura non permetta alle bionde di amar lungamente i biondi. Venne un giorno che le due capigliature d'oro non andarono più d'accordo. Madonna Catarina incominciò a seccarsi di Cosma. E allora si lasciò amare [pg!268] da un altro, che non aveva i capelli biondi, che non gli aveva neanche più neri. Quell'uomo, per altro, era un gran professore.—Professore! che cos'è?—Come fartelo intendere? Voi altri, in Haiti, non avete professori. Già, molte razze d'animali vi mancano. Figurati dunque una bestia rara; uno che insegna agli altri tutto quello che sa lui, ed anche quello che non sa; uno che ti sa dire come devi parlare, e come devi tacere, se devi ber fresco o caldo, sputar tondo o quadrato. Quello è un professore, mia cara. Tu sai che Catarina era moglie di un Bescapè. Il Bescapè, per certe sue ragioni di possesso, aveva bisogno del parere del professore, che era un gran conoscitore delle leggi, e i suoi pareri se li faceva pagare a peso d'oro, in tutti ibohiodell'Italia dove era stato. Oh, un gran professore, quel Giasone del Maino! Quando doveva parlar lui nella scuola, c'era tanta folla, che non c'entrava più neanche una mosca, o se c'entrava, non ardiva più di farsi sentire.—Ma lei?... Catarina?...—Ci vengo. Catarina conobbe il professore. Giason del Maino andò nella casa di lei, sulla piazza del Regisole. Madonna Catarina andò nella casa di lui, alla Torre del pizzo in giù. Questo è un particolare che non occorre spiegarti. Qui non ci sono torri, nè campanili, e l'idea di una torre il cui tetto a campanile sia voltato all'ingiù e posi sopra una grossa colonna, sullo spigolo della casa, non la potresti comprendere. Ti basti sapere che madonna Catarina andò nella casa del grande legista, e che, dopo esserci andata, ci ritornò. Cosma ne aveva avuto un sospetto; Cosma si appostò, conobbe che era vero, fece il geloso, e fu mandato gentilmente.... a quel paese. Da noi, cara, è l'uso costante. Quando [pg!269] una persona ci è venuta a noia, la mandiamo a quel paese; un paese sconosciuto, di cui nessuno sa darci notizia, e quando c'è andato non può portarcela di sicuro.—E Cosma?—Cosma non andò a quel paese; ritornò in patria, al suobohiodi Genova. Ma egli era sempre più innamorato che mai. Non ha più potuto levarsi Catarina dal cuore. L'ama ancora, l'amerà sempre. È fatto così, quel povero ragazzo. Io sono guarito, egli no. E tu capirai, dolce Abarima, che egli, seguitando ad amare Catarina Bescapè, non può amare la figlia di Tolteomec.—Abarima fece un gesto di compassione. Ma non era di compassione per il triste amore di Cosma, bensì per lo storto ragionamento di Damiano, o, se vi piace, meglio, di Tolomeo.—Capisco, sì, capisco;—diss'ella.—È un sortilegio.—Come, un sortilegio?—Sì, Catarina ha detto una parola magica, perchè Cosma sia sempre innamorato di lei;—rispose Abarima, con accento di grande sicurezza.—E quella parola magica l'ha pronunziata sopra qualche cosa che Cosma porta sempre indosso. Sì, ora ci sono; su quella ciocca di capelli d'oro che Cosma ha fatto male a non gettar via.—Mettiamo pure che sia così;—disse Damiano.—Che ci vuoi fare? Cosma non rinunzierebbe a quella ciocca di capelli per tutto l'oro del mondo.—Effetto del sortilegio;—rispose Abarima.—Devi rubargli la borsa di cuoio, mentre egli dorme.—Io? sei pazza? me ne guarderei bene.—Non hai coraggio; lo farò io;—disse Abarima.—Tu? e come?—Verrà nella casa di Tolteomec, ci dormirà, ed [pg!270] io strapperò il sortilegio. Io guarirò Cosma, povero Cosma! ed io allora sarò amata da Cosma.—Ah briccona!—esclamò Damiano.—Ma guardate che Tolomeo sono stato io! Valeva proprio la pena di tradire il segreto dell'amico, per giungere a questo bel resultato!—Dopo questi ed altri ragionamenti interiori, Damiano si volse ad Abarima, dicendole:—Ed io, Abarimataorib! ed io che ti amo?—Tu....—rispose la capricciosa selvaggia,—vai a quel paese.—Damiano ammirò la prontezza d'ingegno di quella figlia d'Haiti, che imparava così presto le usanze della civile Europa. E dopo avere ammirato, voleva andarsene di là, per ismaltire la sua rabbia. Immaginate quanta ne avesse in corpo, mista alla vergogna della sconfitta patita. Gli era parso di avere così buone armi, per mettersi in guerra, e quelle armi gli si erano spuntate nel primo assalto; peggio ancora, egli se l'era sentite crocchiare nel pugno. Ma a proposito d'armi, non è la gelosia un'arma a due tagli? Andate a dire ad una donna: «il tal di tale non può amar voi, perchè egli è innamorato di un'altra» e sentirete che cosa ella sarà capace di rispondervi. «Ah si! di un'altra? Volete vedere che cosa ne faccio io, di quell'altra?» Il frutto proibito non sarà che una mela; la butteremo via, magari dopo averla manimessa; fors'anche la passeremo al vicino; ma per intanto, e perchè si tratta d'un frutto proibito, un morso glielo vogliamo dare ad ogni costo. E così faceva Abarima, dando a modo suo, e senza pure saperlo, una prova della unità di origine delle stirpi umane.Ma lasciamo queste sottigliezze. Damiano era sul punto di andarsene; Abarima lo trattenne, e non già, voglio sperare, per prendersi giuoco dei tormenti [pg!271] di lui. Queste raffinatezze di crudeltà non dovevano essere in lei. Unità di origine, sta bene, fin che si vuole; ma la civiltà è di molti gradi, e quella figliuola di Haiti doveva essere ai primi scalini.—Raccontami ancora;—diss'ella.—Come si è deciso Cosma ad andare così lontano da questa Catarina sciocca?—Ah, debbo narrarti di lui vita e miracoli? E sia, parliamo ancora di questo amatissimo Cosma;—rispose Damiano.—Ti ho detto che io lo avevo raccolto ferito, e lo avevo ricoverato e guarito. Di ritornare presso madonna Catarina non era più il caso. Saremmo andati ad ornare della nostra presenza il trionfo di messer Giasone del Maino. Del resto, noi siamo fatti così;—soggiunse Damiano, con un tal piglio aspretto che non era senza grazia;—quando una donna ci tratta male, possiamo amarla ancora, come fa Cosma, o dimenticarla, come ho fatto io, ma la rispettiamo sempre e non ci ostiniamo a darle noia. Restammo dunque nelbohiodi Genova. E fu allora, nei nostri colloqui amichevoli, che io seppi da Cosma tutta la serie delle sue disgrazie amorose. Quel giorno, vedi la grandezza dell'animo mio!... quel giorno, gli perdonai tutto quello che egli mi aveva fatto soffrire.—Soffriva anche lui!—esclamò maliziosamente Abarima.—Ah, bene! lo avete anche in Haiti, il proverbio: mal comune è mezzo gaudio? Ne ho piacere, perchè vi vedo già ben preparati per godere i frutti della nostra civiltà. Quel giorno, adunque, ci giurammo un'amicizia eterna, molto più forte di prima. E stavamo sempre insieme, non uscivamo a diporto che insieme, con grande maraviglia di tutti i naturali di Genova.[pg!272]—E perchè questa maraviglia?—Oh bella! perchè si era tutti in guerra, gli uni contro gli altri; e noi soli, di diverso partito, uno Caribo e l'altro Haitiano, eravamo in pace.—Si, è vero; ti capisco, ora.—Sia lodato il cielo! E non volevano capire, i nostri concittadini. Gli Haitiani dicevano a Cosma: perchè vai tu a braccetto con quel Caribo? E i Caribi dicevano a me: perchè vai tu a braccetto con quell'Haitiano? E gli uni e gli altri, con questi discorsi, non ci lasciavano aver pace. A sentirli loro, non si poteva essere buoni uomini, se non si sposavano tutte le ire della propria fazione. Così ad ambedue era venuta in uggia la patria. Triste quelbohio, dove non si può essere amici per elezione di cuore, dove si è condannati dalle collere accumulate di cinque o sei generazioni di matti, o d'imbecilli, a vivere in guerra con le persone che piacciono, a far lega con altre che si manderebbero volentieri....—A quel paese!—soggiunse Abarima.—Si, cara. La frase ti è rimasta impressa nell'anima? Ricordati almeno che te l'ho insegnata io, e non ne usare contro di me, ferocissima donna. Io ritorno al racconto. Seccati di quelle discordie, pensammo di andarcene. Ma dove? La sorte decida, fu detto tra noi. E allora si mise mano alle sorti Virgiliane.—Sorti?...—ripetè la selvaggia.—Virgiliane;—rispose Damiano.—Vediamo di farti capire questo bel giuoco. Si piglia un libro.... Ma sapete voi altri che cosa sia un libro, gente felice? Si piglia qualche cosa dove ci sono molti segni, molte parole dipinte.... E le parole su cui cadono gli occhi, sono il responso del grande Spirito. Noi dunque prendemmo un libro.... mucchio di parole [pg!273] dipinte da un gran mago, chiamato Virgilio, e leggemmo, aprendo a caso, queste parole:Nos patriae fines, nos dulcia linquimus arva.Tu non lo capisci? è latino; e significa: noi ce ne andiamo da casa nostra. Il grande Spirito, adunque, ci faceva sapere in tal modo che aveva capito il nostro desiderio. Ma il suo consenso? e l'indirizzo che noi chiedevamo? Voltammo i fogli, e gli occhi ci caddero su quest'altro verso:Bella cient primâque vetant consistere terra.Il che significa, mia cara; qui c'è guerra, e non ci si può rimanere. Ma dove andare? dove? Altra consultazione allora, con parecchie voltate di fogli; e gli occhi ci cascarono su quest'altre parole:Qualia multa mari nautae patiuntur in alto.In mare, adunque, in alto mare, a far vita di marinai, e cercar ventura.—«E sia» disse Cosma. «Non abbiamo noi sentito per l'appunto discorrere di un nostro concittadino, chiamato Cristoforo Colombo, che ha formato il disegno di cercar nuove terre di là dai mari d'Occidente? Egli è andato alla presenza del grande cacìco di Spagna, e gli ha detto: dammi tre grandi piroghe con uomini volenterosi, ed io ti scoprirò un nuovo mondo? Il grande cacìco di Spagna ha risposto a Cristoforo Colombo: sia; ti darò gli uomini volenterosi, e le grandi piroghe; va e trova le isole di là dai mari, per onor tuo e della Spagna.»—Colombo!—esclamò Abarima.—Il capo degli uomini bianchi! Come sapeva egli che dopo il mare avrebbe trovate queste isole?[pg!274]—Non saprei dirtelo;—rispose Damiano.—Ma si può credere che glielo avesse detto il suo piccolo Spirito, a lui mandato dal grande.—Capisco;—disse Abarima.—Ah, bene! tu capisci tutto, Abarimataorib. Capisci dunque ancora come arda il mio cuore per te; mentre quello di Cosma è freddo.... come la notte in un bosco. Vorrei dir neve, o ghiaccio;—soggiunse mentalmente Damiano.—Ma bisognerebbe saper la parola. Chi sa se conoscono la cosa, in questo tiepido clima!—Continua;—disse Abarima.—Voi due, allora, avete voluto raggiungere il capo degli uomini bianchi.—Sicuramente, dopo aver consultato ancora una volta le sorti. Il libro dalle parole magiche fu riaperto a caso, e diede quest'altra risposta:Fata viam invenient.... Che cosa si voleva di più chiaro! So bene che non è ugualmente chiaro per te. Ma tu potrai intendere approssimativamente che la volontà del grande Spirito avrebbe fatto ritrovar la via delle isole lontane. Allora noi siamo corsi a cercare il capo degli uomini bianchi; siamo saliti sulle grandi piroghe con lui, e siamo arrivati qua, dove io mi sono innamorato della figliuola di Tolteomec, della dolce Abarima. Vorrai tu concedere la tua mano a Damiano, che t'ama? Vorrai tu ricusargliela, per tener dietro a Cosma, che è innamorato di un'altra donna, laggiù.... in Azatlan?—Abarima stette un istante sovra pensiero, come se volesse nella sua mente pesare il pro ed il contro; poi sentenziò:—Damiano buono; Cosma....taorib.Il buon Damiano si morse le labbra.—È la tua ultima parola?—diss'egli.—Cosmataorib;—ripetè la capricciosa selvaggia.[pg!275]—Sta bene;—conchiuse Damiano.—Ti saluto.—E si alzò dal sedile, che ormai gli pareva fatto di carboni ardenti.—Parti?—diss'ella.—E dove vai, ora?—Vado.... a quel paese, dove tu mi hai gentilmente mandato;—rispose Damiano.L'ingenua selvaggia ebbe la crudeltà di ridere. Ma in verità, ella non poteva fare altrimenti. Era così buffo, il dolore di Damiano!—So bene che tu ritorni alla grande piroga;—riprese Abarima, rimettendosi al grave.—Sia dolce il tuo sonno, Damiano. E salutami il tuo fratello Cosma, e digli che venga domani nella casa di Tolteomec.—Qui il nostro Damiano, che già stava male in sella, perdette a dirittura le staffe.—Oh, per questo, stai grassa, se lo speri,—gridò egli, stizzito.—Non sai tu che un uomo, per buono che sia, non cede ad un altro la donna ch'egli ama?—E Catarina....—domandò la selvaggia.—Non hai tu ceduto Catarina, al tuo fratello Cosma?—Che paragoni son questi?—replicò Damiano.—Per tua norma, io non ho ceduto nulla. Se Catarina mi avesse detto: «Tolomeo, andatemi a cercar Cosma, e mandatemelo qua», le avrei risposto.... mandandola a quel paese.—Brutto!—gridò Abarima, facendogli il viso arcigno.—Cara,—rispose Damiano,—se non ti piace, sputala! Oh, per tutti i diavoli!—soggiunse mentalmente.—Le ho detto una cosa che non è da cavaliere. Fortuna, che non può averla capita.—Infatti, lo sapete, Damiano mescolava spesso, a quel po' d'haitiano che conosceva, lo spagnuolo, [pg!276] l'italiano, e il suo vernacolo genovese. Con tutti questi ingredienti, egli impastava la frase; e la sua interlocutrice non riusciva sempre ad intenderlo.Rassicurato per quel verso, Damiano fece una bella riverenza alla dolce Abarima, e subito dopo una giravolta sui tacchi.—Non ci vedremo più, cara!—borbottava egli tra i denti, muovendo verso la casa e infilando l'uscio per cui doveva andare alla sua liberazione.—Ho fatto un marrone, ma di quelli!... Ci vuol pazienza.... sicuro, ci vuol pazienza. E per ritrovarla, questa pazienza benedetta, dovrò bestemmiarci un giorno e una notte, peggio d'un turco. Ma per l'anima.... delle radici, da questo giorno in avanti, mi capiti pure una donna tra' piedi; se prima non mi casca in ginocchio....—Damiano esciva in quel momento sulla piazza. Tolteomec era là. Veduto Damiano, lo fermò al varco, per dirgli qualche cosa. Damiano non intese sillaba di quello che diceva il suo suocero fallito. Ma le buone creanze volevano che egli rispondesse qualche parola. E Damiano rispose, facendo bocca da ridere, con gesti cortesi, con inchini ossequiosi, ma tutti in lingua.... d'Azatlan.—Oh, caro amico, che il diavolo ti porti! Vecchio cane. Lestrigone, antropofago! Perchè tu lo sei di sicuro, un antropofago. Qui dovete esserlo un po' tutti, sebbene non vogliate averne l'aria, con noi. E mentre voi stritolate gli ossicini coi denti, le vostre donne bevono il sangue del prossimo. Cara gente! ed io avrei dovuto imparentarmi con voi? Alla larga! Ma che idea pazza mi era venuta alla mente? È stata un'ubbriacatura, come a Cuba; senza liquore, senza kohiba, e nondimeno un po' più lunga di quell'altra. Ora, vedi, caro antropofago, dalla faccia incartapecorita, io mi sento risanato, e ti mando [pg!277] gentilmente al diavolo, senza eufemismi, senza complimenti, senza bugie d'uomo civile.—Tolteomec rideva e ringraziava, senza intendere per qual ragione o capriccio il suo ospite ed amico Damiano gli facesse quel giorno i suoi convenevoli nella lingua del cielo, anzi che in quella dei miseri mortali d'Haiti.—Chi sa? forse il grande Spirito gli ha intenebrata la testa;—diss'egli tra sè, poi che Damiano si fu allontanato.Damiano frattanto infilava la discesa, per ritornarsene a bordo dellaNina. Cosma era laggiù, seduto sul cassero di prora, accanto all'interpetre Cusqueia. Un'occhiata corse tra i due, e dopo l'occhiata un cenno di saluto, breve breve, secondo l'uso di quegli ultimi giorni. Ma se in Cosma un certo riserbo era abituale, non doveva parere egualmente naturale l'arcigna taciturnità di Damiano, che era sempre tanto espansivo, non solamente nell'allegria, ma ancora nella tristezza. Cosma, per altro, non mostrò di far caso della taciturnità di Damiano. E questi, vedendolo accanto all'interpetre, disse stizzosamente tra sè:—Studia, bambino! studia l'haitiano, e fatti onore. Ci starai tu, nell'isola, e magari la imbiondirai. Quanto a me, non vedo l'ora di scioglier le vele.—Quella sera, il nostro Damiano si buttò nel suo rancio prima del solito. Non voleva pensare a nulla, e mezz'ora dopo russava come un mantice. Ma i molesti pensieri che non aveva voluto accogliere desto, lo visitarono addormentato. Damiano sognò che Abarima si attaccava ai panni di Cosma, e che Cosma era stato obbligato a sposarla, per alta ragione di governo. Infatti, dipendeva da quel matrimonio la quiete della piccola colonia spagnuola nell'isola di Haiti. Le nozze si celebravano in chiesa. [pg!278] In una chiesa che non c'era ancora; ma si sa, il sogno non bada a queste piccolezze, e quello che non c'è, se lo fabbrica. Gli sposi erano dunque in chiesa, davanti all'altare, e Cosma stava mettendo l'anello rituale al dito di Abarima, quando si udì una sonora risata, che fece voltare tutti gli astanti. Catarina Bescapè compariva da una navata laterale, e, seguitando a ridere, si avvicinava agli sposi; faceva a Cosma un inchino canzonatorio, poi si accostava alla figliuola di Tolteomec, la guardava ironicamente, la fiutava sopra una spalla, e poi torceva il viso, dicendo: «Che olio usate, ragazza mia? che olio usate, per farvi la pelle lucida?» E il cavaliere di madonna Catarina, il vecchio e sofistico legista Giasone del Maino, aggiungeva del suo, rivolgendosi a Cosma: «Ragazzo mio, perchè non aspettare che madonna Catarina si fosse annoiata di me? Ella è vedova; potevate sposarla voi. Quanto a me, lo sapete, io voglio restar celibe, aspettando che il papa mi mandi il cappello di cardinale.»A farvela breve, Damiano sognò un visibilio di sciocchezze, sul far di queste, che vi ho fedelmente riferite. La mattina seguente, si svegliò con la testa pesante, ma felice di essersi liberato da tutte quelle immagini sciocche. Balzato dal suo rancio e uscito in coperta, trovò l'almirante che si disponeva a scendere nel palischermo.—Signore,—gli disse,—voi andate alla fortezza?—Sì, messer Damiano,—rispose Cristoforo Colombo.—Volete forse accompagnarmi?—Un tratto di strada, se permettete; fin lassù ed oltre, se è per vostro comando.—Eh, senza comandarvelo, desidero che veniate. Oramai il lavoro è finito, e non sarà male che ci intendiamo per la distribuzione delle parti.[pg!279]—Ah, sì, le parti.... sicuramente, bisognerà distribuirle;—disse Damiano, seguendo sul palischermo il suo grande concittadino.—Ma appunto per questo, signor almirante....—Che cosa?—Appunto per questo, se non vi paresse offesa un cambiamento di opinione da parte mia....—Non istate a mendicar le parole, messer Damiano;—interruppe Cristoforo Colombo, ridendo.—Voi non volete più rimanere alla Spagnuola?—No, non ho detto, non intendevo dir questo;—rispose Damiano.—Alludevo al posto che la vostra bontà mi vorrebbe affidare. Esso è troppo alto per me; io non mi sento da tanto.—Modestia!—esclamò l'almirante.—Eh, signore, così fosse! che avrei merito di una bella virtù. Ma ho fatto il mio esame di coscienza, e mi son ritrovato dappoco; ho riconosciute le mie forze....quid valeant humeri quid ferre recusent....—Messer Damiano, la vostra non è più modestia; è canzonatura del prossimo;—rispose l'almirante.—Un uomo che parla latino, e mi cita Orazio, pretenderà dunque di essere gabellato per semplice marinaio e per semplice soldato?—Come tale son pur venuto;—replicò Damiano, schermendosi.—Soffrite che tale io rimanga.—Ma che strano pensiero è il vostro? E come v'è saltato in mente? Spero bene che vorrete dirmelo. Per intanto, saltiamo a terra, mio caro.—Così dicendo, poichè il palischermo era giunto alla riva, l'almirante balzò sulla rena colla grazia agile e pronta del marinaio. E Damiano lo seguì, per ripigliare il suo discorso.—Il pensiero, signor almirante, mi è venuto così. Non credeva da principio che Cosma, il mio buon amico e concittadino, volesse restare nell'isola. Ieri [pg!280] finalmente, ho saputo che il suo desiderio sarebbe di rimanere. E in questo caso mi pare che il posto di aiutante spetterebbe a lui, piuttosto che a me. Cosma ha ben altre doti, che io so di non possedere. Perchè io mi conosco, signore. Non ho ragioni per essere modesto; ne ho invece per essere sincero. Ho l'umor gaio e mattacchione, io: quando mi saltano i grilli in capo, addio gravità! Cosma è grave, anche quando dorme; ha l'indole e l'aspetto più confacenti a chi deve esercitare un comando. Io dunque vi prego, messere, vogliate metter Cosma in mio luogo, come aiutante di don Diego di Arana.—Cristoforo Colombo era stato a sentirlo con molta attenzione, senza mai interromperlo. Quando vide che aveva finita la sua perorazione, gli disse:—Ma sapete, messer Damiano, che voi siete la perla degli amici?—Voi mi date la baia, signor almirante!—rispose Damiano, abbassando la fronte, in atto di grande umiltà.—La perla degli amici è Cosma, ed io troppe prove n'ho avute. Per una volta tanto, vorrei pagarlo delle sue cortesie.—Se volete ad ogni costo....—disse Cristoforo Colombo.—Se così siete intesi tra voi....—No, nessuna intesa è corsa tra noi;—rispose Damiano.—So che Cosma rimarrebbe volentieri; tanto che da due giorni non fa altro che studiare la lingua di questi naturali, insieme coll'interpetre Cusqueia. Vorrei che fosse contento: vorrei che restando avesse un ufficio degno di lui. E se voi, messere, mi amate....—Certamente, vi amo. Siete mio concittadino; siete un gentiluomo, quantunque il vostro nome mi sia sconosciuto; siete stato anche un buono e intelligente compagno di fatica per noi; debbo dunque amarvi e pregiarvi grandemente. Mi duole che ricusiate [pg!281] un ufficio che vi avevo offerto, stimandovene degno; ed oggi ancora ve l'offro.—Ed io ve ne ringrazio, signore, e torno a pregarvi di conferire l'ufficio a Cosma. Egli, badate, non sa che voi avete offerto un tal comando a me; voi, messere, non ne avevate ancora parlato a nessuno....—A nessuno,—rispose l'almirante.—Ebbene, gli verrà dunque offerto da voi come cosa nuova; l'avrà come una primizia, ed io sarò, doppiamente felice se il mio buon amico e fratello Cosma ignorerà che l'onore gli è fatto per mia intercessione.—Voi dunque, messer Damiano, volete proprio così? Sarete contento.—E già contento mi vedete fin d'ora, signor almirante, e pieno di gratitudine per voi. Posso dunque dire a Cosma che voi volete vederlo alla fortezza?—Che fretta è la vostra?—esclamò l'almirante.—Signore, non dicevate voi dianzi che sarà utile vedere fin d'oggi, con gli ufficiali, come possano essere distribuite le parti lassù?—È vero, è vero, e voi avete buona memoria. Sia dunque chiamato il vostro amico. Manderemo indietro qualcuno.—Vado io, se permettete. Tanto, poichè non ho da comandare, non è necessario che io venga a studiare i particolari del servizio.—È giusto; andate dunque, messer Damiano,—conchiuse Cristoforo Colombo.—E sia fatta la volontà di un uomo, che vuole ad ogni costo.... obbedire.—Damiano non istette a ribattere la celia del signor almirante; fatto un profondo inchino, si allontanò sollecitamente, ritornando verso la spiaggia. [pg!282] Il palischermo non era ancora partito, ed egli ebbe tempo di rimontarvi su, per farsi condurre a bordo della caravella.—Ah, caro il mio Cosma!—mormorava egli, avvicinandosi allaNina.—Uomini di Plutarco come me, non ne troverai ad ogni canto di strada. Tu volevi rubarmi il posto nella casa di Tolteomec, ed io te lo lascio. Un po' per forza, è vero; ma qual è l'atto di virtù che non costi uno sforzo? Aggiungi che un altro posto ti lascio, e questo era mio, destinato a me dalla espressa immutabile volontà del signor almirante. Io ho filato, e son nudo; tu non hai filato, ed hai due camicie. Ti compensino esse di quella che hai regalata all'interpetre. Caro il mio Cosma, che facevi l'inconsolabile! il messer Francesco Petrarca, senza lo sfogo del Canzoniere! Ma già, anche del Petrarca e del suo costante amore, sappiamo che cosa si debba pensare.—Damiano sorrise a se stesso, contento com'era del suo ragionamento.—Vediamo,—proseguì, dopo essersi padroneggiato;—che cosa faccio io? Mi vendico, forse?... Eh sì, un pochettino. Il mio caro ed amato Cosma resterà preso al suo laccio. Egli non era invaghito di Abarima; dovrà giulebbarsela, e si seccherà.... oh, si seccherà, molto prima che non avrei fatto io. Perchè certamente io mi sarei seccato, con quella pelle rossa. Che idea è stata la mia? Ma già, con le donne, si pigliano certe ubbriacature! Un po' la galanteria, che è sempre viva nell'uomo, un po' il sangue, che non è acqua, un po' il puntiglio, che è sempre appiattato nel fondo dell'anima, in compagnia dell'orgoglio suo padre, e addio roba! Lì per lì, sembra di toccare il cielo col dito; e poi.... oh vile umanità!...—L'arrivo del palischermo contro il bordo della [pg!283]Ninainterruppe un trattato di filosofia pratica, che avrebbe potuto durare dell'altro, magari dalle acque di Haiti fino alle coste di Spagna.Cosma, che aveva veduto partire Damiano mezz'ora prima, fu maravigliato di vederlo ritornare; e più maravigliato di vederselo venire incontro, con aria risoluta ed allegra, come se nessun dissapore fosse mai stato tra loro. Ma se di ciò poteva maravigliarsi Cosma, non si maraviglierà certamente il lettore. Damiano poteva star grosso con l'amico, fino a tanto che l'amico gli dava noia, contrariando i suoi disegni. I disegni di Damiano erano per allora tutt'altri, e l'animo suo si era mutato del pari. Egli poteva andare incontro a Cosma, ridendo e canterellando, come andò incontro ai ladri il viandante della favola, poichè fu alleggerito della borsa.—Tu sei di buon umore;—disse Cosma, dopo avergli fatto un cenno di saluto.—Sì, caro, come sempre, quando le cose vanno a modo mio.—Ah, me ne congratulo.—Grazie, non t'incomodare; avremo tempo, se resti in Haiti, come mi hai annunziato.—Certamente;—rispose Cosma, guardandolo negli occhi.—Ma perchè non sei lassù, nelle tue solite occupazioni?—Comando dell'almirante;—disse Damiano.—Ha dimenticato certe faccende, che son tornato io a sbrigare per lui. Sai che domani egli parte, dopo aver messa a posto la colonia?—Domani?—Sicuramente; tutto è all'ordine, lassù. Non resta che di destinarvi il presidio. Anzi, tra le cose che dovevo fare, c'è questa, di avvisar te che il signor almirante ti vuole a terra, e subito.—Vuol me? per che fare?—esclamò Cosma, stupito.[pg!284]—Non so; mentre ero sul punto di ritornare, mi ha detto: a proposito, avvertite il vostro amico messer Cosma, che lo aspetto alla fortezza; devo parlargli. Così mi ha detto, nè più nè meno.—Cosma stette un pochino sovra pensiero, cercando dentro di sè che cosa potesse volere l'almirante da lui. Ma non trovò nulla di nulla; perciò si strinse nelle spalle, e si alzò, per andare alla scaletta di bordo.—Debbo aspettarti?—diss'egli a Damiano, prima di giungere al capo di banda.—No, io non potrò sbrigarmi così presto;—rispose Damiano.—Ho da cercare qualche cosa fra le carte del signor almirante. Poi ho da far raccogliere e portare a terra certe minuterie per gli scambi, che a lui non bisognano più e che serviranno meglio a noi altri. Addio, dunque, e a rivederci più tardi.—Cosma, ingannato dalla calma apparente, e più dalla parlantina dell'amico, scese nel palischermo e si fece condurre alla spiaggia. Damiano lo guardava intanto con la coda dell'occhio.—E dire,—pensava egli,—e dire che mi rincrescerà di piantarti, all'ultim'ora!... Perchè, infine, si era amici per la vita e per la morte. E se non era questa selvaggia capricciosa, la nostra amicizia sarebbe durata fino alla morte. Aveva già superate tante prove! E perchè non dovrebbe superare quest'altra?... No, per tutti i diavoli, no;—soggiunse Damiano, cacciandosi la destra sotto il corpetto di lana e comprimendosi il cuore.—No, viscere infame, stai zitto! La mia vendetta, per questa volta deve passare avanti tutto. Una gran vendetta, poi! Vi faccio un regalo, miei cari sposini. Vivete felici, crescete, moltiplicate, e ch'io non senta più parlare di voi.—[pg!285]

In che salsa vanno accomodati gli amici quando ci guastano le uova nel paniere.

Damiano si aspettava di tutto, fuorchè quella notizia, ricevuta così a bruciapelo dal suo dilettissimo Cosma. O, per dire più veramente, se anche un vago sospetto di quella novità gli era venuto allo spirito, egli si aspettava di tutto, fuorchè di sentirselo confessare con tanta tranquillità.

Ma perchè gli tornava così ostico che Cosma avesse deliberato di restare? Non restava ancor egli? E non era naturale che, vedendo lui tanto fermo nel suo proposito, Cosma avesse finito con adattarsi alla medesima fine? Tutto considerato, si poteva ricostituire benissimo la serie di argomentazioni per cui era passato l'amico. Da principio aveva tentato di persuadere Damiano a ritornare in Europa; poi si era stizzito vedendo la sua ostinazione, e aveva lasciato trapelare il disegno di ricorrere all'autorità dell'almirante. Di lì la risoluzione di scendere a terra anche lui, e di salire alla fortezza, dove l'almirante era andato. Ma per via si era pentito, o perchè gli paresse che le sue ragioni non sarebbero bastate a muovere l'almirante, o perchè temesse di [pg!247] render ridicolo il suo compagno, con la esposizione di quelle ragioni. E allora, non sapendo più a qual santo rivolgersi, era avvenuto a Cosma un quissimile del caso del profeta Balaam, che, andato per maledire, si era voltato di schianto a benedire. Damiano voleva restare ad ogni costo? Ebbene, non bisognava lasciarlo solo in quella terra lontana; anche Cosma, il vecchio amico, sarebbe rimasto laggiù; e la sua risoluzione avrebbe fatto arrossire di vergogna l'ingrato Damiano, per cui Cosma si disponeva ad un sacrifizio così grande.

Questa risoluzione tornava sicuramente a grande onore dell'amicizia. Si era detto, nei tempi antichi, Damone e Pizia, Niso ed Eurialo, Oreste e Pilade; si sarebbe detto, nei tempi moderni, Cosma e Damiano. È sempre bene che certi tipi, belli ma antiquati, si rinnovino, in quella stessa guisa che si rinfrescano i vecchi dipinti.

Eppure, no, la ricostituzione delle fasi psicologiche per cui poteva esser passato Cosma, non finiva di persuadere Damiano. Egli sentiva Cosma, da parecchio tempo, come uno che gli vogasse sul remo. Senza volerlo, sì, forse; ma infine, non è necessario che uno sia innocente dell'averci pestato un piede, se ci dà noia e dolore pestandolo; e tutti abbiamo in uggia il nostro compagno di passeggiata, che, senza farlo a posta, solo per vizio d'abitudine, ci dà l'eterno colpettino sul braccio.

Damiano, adunque, sentiva da qualche tempo riuscir molesto l'amico. La noia che Cosma gli aveva data in altre isole non poteva dargliela pure in Haiti? E qui certe idee vaghe, ma dolorose, passavano per la mente di Damiano. Abarima che sapeva il nome di Cosma.... E perchè ciò? Come poteva ella ricordarlo, avendo veduto una volta sola, e alla sfuggita, l'amico di Damiano, mentre questi [pg!248] non ricordava di averne proferito il nome, vedendolo apparire nella sala del convito?

E poi, quel desiderio, manifestato da lei, che Cosma restasse! Gli amici dovrebbero star sempre uniti; bella ragione! Ma deve passare per la mente di una donna, che ami l'uno dei due? L'opposto dovrebbe essere, precisamente l'opposto.

E finalmente, quella discesa di Cosma a terra, subito dopo di lui, ma senza lasciarsi vedere da lui!... Abarima diventata ad un tratto così capricciosa, che non pareva più quella del giorno innanzi!... Il rumore venuto dal bosco, dove ella non aveva voluto più ritornare con Damiano!... Ah, per tutti i diavoli!...

Lettori, vi è mai avvenuto di almanaccare su certi fatti che vi riguardassero, e di cui non sapeste darvi ragione? Voi mettevate in fila tutte le ipotesi più ragionevoli, facevate le deduzioni più logiche, ricavandone una spiegazione naturalissima del problema che vi affaticava lo spirito. Un matematico se ne sarebbe contentato; voi no. Voi andavate a cercare un fatto da nulla, quasi un fuscellino dimenticato per via, e su quello fondavate un altro ragionamento, più leggero, più sottile, più vano. Ed era quello che vi contentava di più. Perchè ciò? perchè un vago sospetto, un presentimento sordo, come la voce dell'istinto, vi diceva: la traccia è quella; tutto il resto è.... logica; e la logica, in questa materia, non serve.

—Ah, per tutti i diavoli!—aveva detto Damiano, tra sè, mentre uno sprazzo di luce ideale gli balenava alla mente.—Se è così come io vedo, ti aggiusto io, bell'amico.—

Quell'altro, stando sempre a capo chino, rovesciava acqua a secchie sul tavolato del cassero, e subito dopo ripigliava a lavorare di strofinaccio. La [pg!249] posizione non si poteva tenere, col pericolo continuo di essere innaffiati come gambi di cavolo. Damiano colse l'occasione d'uno spruzzo che gli era venuto più vicino; e borbottando ridiscese dal cassero di poppa nella corsìa.

Ivi si trattenne un pezzo a far le volte del leone, seguitando a svolgere la sua coroncina. Non erano avemmarie nè paternostri, come vi potete immaginare.

—Ah sì, eh? Mi guasti le uova nel paniere? Vedrai, vedrai in che salsa ti accomodo. Perchè, non c'è dubbio, egli ha veduta Abarima.... Questa volta, per altro, è arrivato un po' più tardi del solito. Sono meglio avviato, qui, che non fossi a Cuba. Ma qui mi preme assai più di vincere il giuoco. Fossi pazzo!... Ho detto di voler diventare l'Infante di Haiti, il principe ereditario..... e vivaddio, lo sarò, in barba a tutti i biondi dell'universo. Purchè quell'altra non sia rimasta stregata dai suoi capelli d'oro!... Strano, del resto, questo capriccio delle donne, al Nuovo Mondo! Hanno l'oro a bizzeffe, lo dànno in cambio del vetro e del bronzo, e rimangono incantate davanti a quattro fili di quel colore. Ma non corriamo tanto coi sospetti, via! Abarima non ha ancor lasciato trapelare di avere di questi gusti sciocchi. Comunque sia, qui bisogna lavorare di fine, mio caro Damiano; «qui si parrà la tua nobilitate.», come ha detto il poeta.—

Così mulinava Damiano dentro di sè, quando vide Cosma che scendeva dal cassero di poppa. Non volle più rimanere, e si affacciò al capo di banda, per chiamare una piroga delle solite, che si aggiravano intorno allaNina.

Cosma si fermò presso di lui, in atto di voler appiccare discorso. Ma egli non aveva nessuna voglia di tenergli bordone.

[pg!250]

—Ti saluto;—gli disse.

—Te ne vai?

—Sì, vado a terra.

—Bravo! e dàtti bel tempo.

—Che credi?—brontolò Damiano, seccato di quella licenza.—Che ci sia solamente da sollazzarsi, a terra? Ho il mio da fare, lassù. Non debbo anche prepararti l'alloggio?

—A me?—disse Cosma.

—Certamente. Non mi hai annunziato poc'anzi che hai mutato opinione, e che vuoi restare alla Spagnuola anche tu?

—Ah sì, è vero;—rispose Cosma, che aveva l'aria di risovvenirsi in quel punto.—Ma tu parlavi di un alloggio per me; ed io mi contento di poco!

—Sei camere ti bastano?

—Anche dodici.

—Benissimo; le avrai.... E la tredicesima, per il buon peso.—

Ciò detto per metà ad alta voce, e trattenendo il resto nella chiostra dei denti, Damiano scavalcò il capo di banda e saltò nella piroga.

—Ora, facciamo giudizio;—mormorò egli mentre lo schifo scivolava leggero sull'acqua.—Prima di tutto, niente a quella capricciosa principessa, che possa metterla in sospetto. Già, col poco che so della lingua di Haiti, potrei fare poco lungo discorso; non potrei di sicuro addentrarmi nelle sottigliezze di una conversazione agrodolce.—

Prima ch'egli giungesse albohiodi Guacanagari, Damiano aveva stabilito il suo disegno di battaglia. Per verità, egli si disponeva ad usare di tutte armi, e la coscienza gli rimordeva un pochino.

—Oh, infine!—esclamò, dando una scrollata di spalle.—La mia è difesa legittima. Un uomo mi [pg!251] vuol mettere il piede addosso, ed io non devo mandarlo a gambe levate? S'intende che io metterò mano agli estremi spedienti solo nel caso che egli abbia veduta Abarima. Se l'ha veduta, il suo intento di nuocermi è chiaro, ed io non debbo più usare riguardi.—

Si, tutto bene; ma come sapere se Cosma avesse veduto Abarima? Sospettarlo non bastava; era necessario di averne certezza. Ora, con una donna, sia pure selvaggia, non c'è mai verso di sapere quel che vi preme. Le accennate in coppe, vi risponde bastoni.

Poco sicuro del modo in cui avrebbe condotte le prime avvisaglie, Damiano salì al villaggio di Guacanagari; e come fu sulla piazza, si volse alla casa di Tolteomec. I servi stavano certamente in vedetta, perchè due naturali, che si stavano soleggiando all'aperto, entrarono subito in casa, e poco stante apparve il vecchio sull'uscio.

—Mandavo a cercare di te,—disse Tolteomec.—È l'ora di metterci a tavola.

—Ah si? molto bene!—rispose Damiano, affrettando il passo.

L'accoglienza festosa del vecchio gli parve di buon augurio. Entrò più allegro nella casa ospitale.

—Purchè tu non mi stia sempre alle costole, benedetto patriarca!—diss'egli tra sè, muovendo verso la sala del banchetto, che era già tutta preparata come pochi giorni addietro.

Abarima comparve, più bella che mai e con un'altra ghirlanda di fiori sulle chiome nerissime. Sorrise all'ospite, parve anche guardarlo con attenzione, tra curiosa e benevola, come le donne usano, che non si sa mai quale sentimento sia il vero.

Damiano, per altro, non ci badò tanto nel sottile. Era in presenza della donna amata, la vedeva sorridere [pg!252] e dimenticava volentieri una parte delle sue inquietudini. Aggiungete che a tavola trovava il medesimo posto al fianco di Abarima, e immaginate che egli fosse molto disposto a dimenticare anche l'altra metà.

Un pranzo non si racconta, se non quando sia da trarne occasione per descrivere le sensazioni gastronomiche dei personaggi. Del resto, il pranzo è sempre eccellente, fosse pur quello di un avaro, quando l'ospite è innamorato, e siede accanto a lui la donna ch'egli ama. Se a Damiano avessero servito in tavola un coccodrillo arrosto, metto pegno che il nostro eroe non ci avrebbe badato. Se poi gli avessero domandato come lo trovasse, di sicuro avrebbe risposto: squisito! Un pranzo è come il tempo, che si tinge sempre del colore dell'anima nostra. Il cielo è sempre azzurro, quando siamo al fianco di una cara creatura.

Or dunque, poichè torna inutile raccontarlo, finiamola con questo pranzo di Tolteomec. Abarima si è alzata, e Damiano la segue all'aperto. Ella prende un canestro di vimini, in cui sono parecchi manipoli di filamenti erbacei, disseccati e tutti di variati colori; snoda due o tre manipoli, prende alcune fila tra le dita, e si mette ad intrecciarle. È quello il suo ricamo. Damiano vuole imparar l'arte, o dice di volerla imparare, e prende occasione da questo suo desiderio, per aver sempre la faccia china sul braccio della bella selvaggia.

Tolteomec stette un pochettino a vedere. Ma egli non ci aveva le stesse ragioni, per imparare a tessere una stoia. Perciò si mosse di là, e andò in casa a prendere alcune foglie secche, arrotolate in forma di fusi.

—Ne vuoi?—diss'egli, ritornando, e offrendo uno di quegli arnesi a Damiano.

[pg!253]

Damiano fece un gesto di orrore.

—No, grazie;—rispose.—non mi piace.

—Molto buono!—disse Tolteomec.—Questo discaccia dalla casa gli spiriti della sera.

—Per cacciare i miei ci vuol altro!—rispose Damiano.

Ma egli aveva parlato nel suo vernacolo genovese. Col gesto, intanto, ringraziava, ricusando l'offerta.

Tolteomec si fece portare dei carboni ardenti dal focolare domestico, accese la sua foglia, e poscia si allontanò. Aveva sulla piazza i notabili del villaggio, e se ne andava volentieri a barattare due chiacchiere con loro. I vecchi, si sa, hanno poco a mettere del proprio nei discorsi dei giovani. Così restarono soli sul prato Abarima e Damiano.

—Voglio imparare a tessere le stoie;—aveva detto Damiano, stringendosi più presso alla fanciulla.

—È facile;—rispose Abarima.—Vedi, come si fa?

—Vedo, ma bisognerebbe avere le tue mani. Con la tua sveltezza, del resto, e con la tua grazia, credo che non lavori nessun'altra donna.—

Abarima crollò il capo, e sorrise. Damiano incominciò a pensare di essere corso troppo innanzi coi sospetti.

E si accostava via via. Ma si accostò forse un po' troppo, ed ella incominciò a trarre indietro la spalla ignuda, su cui veniva a morire l'alito caldo della belva umana. Egli finse di non avvedersi dell'atto, e si avvicinò tanto, quanto ella si era tirata indietro. Abarima non poteva ritirarsi dell'altro, senza rimuovere il sedile. Perciò si volse a lui e gli disse:

—Per imparare a tessere le stoie, puoi stare anche più in là.

[pg!254]

—Dove?—chiese Damiano.

—A questa distanza.... così.—

E fattolo alzare, lo mise a posto lei, due spanne più in là dal suo braccio.

—Troppo lontano!—mormorò egli, con voce piagnolosa.

—Oh, basta così! Sei vicino anche troppo.—

Così dicendo, la bella Abarima sorrideva ancora. Anzi, diciamo più veramente, sorrideva senz'altro.

Donna che ride è di buon umore, ha detto il savio. E con una donna di buon umore si può fare a fidanza. Damiano prese animo ad entrarle in discorso dei suoi disegni nuziali.

—Oggi dunque,—diss'egli,—parlerò a Tolteomec.

—Di che cosa?

—Del nostro matrimonio, mia cara.

—No; non ancora, ti ho detto.

—Ma perchè?—diss'egli,—Perchè questi ritardi? Ed è male, sai? Vedi tu e giudica se non devo aver fretta, anche dopo la ragione principale dell'amor mio per te, Abarimataorib. Fra pochi giorni la nostra fortezza è finita, e il capo degli uomini bianchi fa stender le ali alla sua grande piroga per ritornarsene.... inAzatlan. Prima che l'almirante se ne vada, io vorrei potergli dare una buona novella. Gli farei tanto piacere, a dirgli che sono il tuo sposo.—

Abarima volse la faccia sulla spalla, a guardare il suo interlocutore.

—E perchè tutto questo piacere?—domandò.

—Perchè egli mi ama, e la mia felicità deve esser la sua. Aggiungi che egli dovrebbe assistere alle nostre nozze.

—Come te le fai vicine!—esclamò la fanciulla, con un risolino asciutto e sarcastico.

[pg!255]

—Ma....—disse Damiano.—Se tuo padre è contento.... mi pare....

—Ed anche se fosse contento mio padre, credi tu che le nozze, da noi, si facciano così presto? Prima di tutto, bisognerebbe aspettare la luna piena: poi la risposta del grande Spirito; poi....

—Oh diavolo?—esclamò Damiano, interrompendo la filastrocca.—C'è ancora più difficoltà qui che in Europa, per metter la corda al collo di un galantuomo!

—Che cosa hai detto?

—Niente, non badare; sono sbruffi di lingua patria, e vengono così naturalmente alle labbra! Ma parliamo chiaro, e nella lingua di Haiti. Vuoi, o non vuoi?—

La fanciulla rimase un istante sovra pensiero; poi brevemente rispose:

—Tolteomec comanda.—

Damiano, a sua volta, ristette un poco, masticando la sua stizza; poi, col medesimo accento, ripigliò:

—Ma tu? che ne pensi?

—Quello che Tolteomec vuole;—rispose Abarima.

E doveva essere stizzita un pochino anche lei, perchè aveva smesso d'intrecciar le sue fila di sparto, e guardava davanti a sè, verso la macchia, non mostrando a Damiano che la sua guancia in isbieco.

—Perchè sfuggi il mio sguardo, Abarima?—diss'egli.

—Perchè guardo di là.

—Di là! c'è la macchia, di là; ed oltre la macchia, c'è la fontana.

—Ebbene?

Ebbene,—rispose Damiano, che perdeva la [pg!256] pazienza;—la fontana, presso la quale tu hai veduto.... ier l'altro.... un altr'uomo.—

Abarima diede un sobbalzo, e si volse turbata a guardare Damiano.

—Sicuramente,—ribadì egli,—un altr'uomo; il mio compagno Cosma... il cui nome ti è noto.

—Come lo sai?—diss'ella, fissandolo negli occhi, con un'aria di stupore.

—Il come importerebbe poco;—rispose Damiano, gustando, in mancanza di meglio, la feroce voluttà di avere indovinato il secreto.—Ma tu immagina pure che io lo abbia saputo dal grande Spirito. Cioè, dico male, dal piccolo spirito. Voi altri interrogate il grande, quando la luna è piena; noi abbiamo il piccolo, che vive con noi, e ci avverte, ad ogni quarto di luna.—

Abarima era rimasta lì, come trasognata.

—Di tutto?—chiese ella.

—Di tutto, e d'altro ancora. Io dunque so che Cosma è venuto qua, dalla macchia; che ti ha veduta, che ti ha parlato, e ti ha detto.... tante belle cose, che tu non hai capite, perchè egli non ha potuto parlarti nella tua lingua.—

Abarima si era a grado a grado riavuta dal suo alto stupore. E Damiano, per apparirle tanto bene informato dal suo genio tutelare, incominciava a parlare un po' troppo.

—Il tuo piccolo spirito si è ingannato!—gridò ella, ridendo.—Il tuo piccolo spirito ha occhi, ma non ha orecchi.

—Come sarebbe a dire?

—Che non ha orecchi, e non sa riferire quello che è stato detto,—rispose Abarima, seguitando a ridere di gusto.

—Lascia stare gli orecchi del mio piccolo spirito;—disse Damiano, pentito di essersi cacciato troppo [pg!257] avanti sulla via delle scoperte.—Sono migliori che tu non creda. Fermiamoci agli occhi, che hanno veduto giusto. Puoi tu negare di aver parlato a Cosma?

—No;—rispose Abarima.

—E sentiamo;—soggiunse Damiano, dopo essersi morse un pochino le labbra;—che cosa ti è sembrato.... della sua faccia?

—Taorib.

—Non è vero, che ètaorib, il mio caro amico Cosma? Sono proprio contento che tu abbia su questo particolare la mia stessa opinione. E quei capelli, poi....

—Turey.

—Eh, dovevo immaginarmelo, che li avresti giudicatiturey. È una maledizione, oramai. Tutte queste figliuole del nuovo mondo amano i capegli d'oro. E quelle del vecchio, niente?... Ah, se ritorno in Europa, com'è vero Dio, mi faccio radere come una pelle di capretto, e mi compero una parrucca, per fare la mia bella figura tra le genti. Vedrete allora, mie belle capricciose, che capelli d'oro filato saranno i miei! Febo Apollo, con la sua raggiera, potrà andarsi a nascondere. Ma ci vorrà del tempo, ad esser laggiù; e qui bisogna vederne l'acqua chiara. Senti, Abarima, parliamoci schietto. Io sono un buon figliuolo, e non voglio dar noia a nessuno. Sono anche capace di un atto eroico. Tutto sta a prendermi per il mio verso, a non carezzarmi di contrappelo. Dimmi dunque una cosa, ma sinceramente, come la diresti al sacerdote del grande Spirito, quando vai a fare le tue divozioni. Lo ami tu?

—Io non t'intendo;—rispose Abarima, che era stata fin allora a sentirlo con gli occhi tesi, ma non venendo a capo di nulla.

—Ti domando se ami Cosma.

[pg!258]

—Cosma è bello;—rispose Abarima.

—E viva la tua faccia!—gridò Damiano.—Tu almeno, figlia delle isole dell'Oceano.... Ma no, che dico io? Anche in Europa si dànno, questi esempi d'audacia. Non creder dunque che la sincerità sia privilegio dei tuoi paesi.

—Che dici?—chiese Abarima, che ritornava a non intendere.

—Niente, niente; i soliti sbruffi di lingua patria. Tu dunque lo ami. E se egli chiedesse di sposarti?...—

Abarima mise un piccolo grido, abbassò le ciglia e rannicchiò il collo tra le spalle.

—Brava!—esclamò Damiano.—Io aspettavo che tu mi rispondessi: Tolteomec comanda.... quello che Tolteomec vuole.... il grande Spirito.... la luna piena.... Brava la mia principessa selvaggia! Ma io ho il dolore di doverti dire una cosa, Abarima taorib.... una cosa che ti raffredderà un pochettino il sangue nelle vene. Il mio amico Cosma non può amare la figliuola di Tolteomec.—

Abarima si scosse, e diede un'occhiata curiosa a Damiano.

—Come lo sai?—gli disse.

—Eh lo so;—rispose Damiano.—Lo so bene, perchè Cosma è mio amico da tanti anni.... come fratello. L'esser venuto a vedere la bella del suo amico, te ne faccia fede solenne. È il nostro uso, inAzatlan, di vogarci sul remo, ed è prova di un affetto, di una cortesia, di una lealtà, veramente ammirabili. Incominci a non capire? Hai ragione; ritorno alla lingua di Haiti. Vuoi tu sapere, Abarima, perchè Cosma non ti può amare? Vuoi tu sapere la storia della sua gioventù?

—Racconta;—disse Abarima.

Damiano si raccolse un istante, pensando.

[pg!259]

—Vengo meno alla data parola. Ma in fine, perchè mi guasta egli le uova nel paniere? Io sono guarito di questa passione.... sicuramente, sono guarito.... lo voglio essere.... ho un diavolo per occhio, e non patirò mai che mi si pestino i piedi. Animo dunque, e non usiamo riguardi.

—Racconta;—ripeteva Abarima.

—Sì, racconterò, non dubitare. Cosma, per tua regola, è innamorato di un'altra donna; di un'altra donna, capisci?... di un'altra donna, che ha i capelli biondi come l'oro.... anzi, più che l'oro, biondi come il sole, quando è nel segno del Leone. Ah, che bei capelli di sole ha la donna amata dal mio caro compagno, dal mio fratello Cosma!

—Ci sono donne con capelli d'oro, inAzatlan?—chiese Abarima, con aria di stupore.

—Eh, sicuramente, mia bella. In Azatlan, oramai, non c'è altro che capegli d'oro. E si dànno via, come le perline di vetro, come i sonagli di bronzo. Ami una donna, in Azatlan! Glielo dici, ed ella subito si taglia una ciocca dei suoi capelli d'oro, e te ne fa un presente. Domanda a Cosma che ti faccia vedere quella ciocca di capelli d'oro, che porta sempre sul cuore, entro una borsa di cuoio. Vedrai che bellezza! Ma già, capisco che tu vorrai sapere la storia di Cosma, la storia dei suoi amori, non è vero?—

Abarima stava con tanto d'occhi a guardarlo, come se volesse cavargli le parole di bocca. E ne capiva così poche! Damiano s'ingegnava come poteva, a farsi intendere; ma su cento parole ne diceva ottanta in tutt'altro idioma da quello di Haiti.

—Incomincio,—riprese Damiano,—Il mio buon Cosma è nato a Genova. Non sai che cosa sia Genova? È unbohio, come questo, ma venti, trenta volte più grande. In quelbohio, che si chiama Genova, [pg!260] lo zio di Cosma è doge. Sai che cosa è il doge? È il cacìco di Genova. Ci sei?

—Racconta;—disse Abarima.

—Ecco, dunque. Cosma, appena fu giunto all'età di vent'anni, volle studiar medicina. Sai che cos'è la medicina? È l'arte di guarir le malattie del corpo, o di lasciarle durare, aspettando che il grande Spirito le guarisca lui. Il medico è quello che conosce la virtù delle erbe....

—E dice le parole magiche;—soggiunse Abarima;—t'intendo.

—Oh, benedetta ragazza! Tu sei dotata di una intelligenza rara. Torniamo dunque a Cosma. Egli partì da Genova, per andare a Pavia, dove poteva studiare la medicina. Andare allo studio di Pavia è una vecchia abitudine per noi naturali di Genova, fin dal tempo che il re Liutprando ci portò via i resti mortali di sant'Agostino.... Ma tu non capisci queste cose, Abarima; nè io trovo le parole per fartele capire. Oltre di che, ci vorrebbe un corso di storia.... Bene, capisci quello che puoi, e lascia stare il rimanente. Anch'io ero a Pavia; c'ero prima di Cosma, e soltanto in quella città ebbi modo di conoscerlo. Eravamo naturali dello stessobohio; ci legammo subito in amicizia; studiavamo insieme, o fingevamo di studiare, che finalmente è tutt'uno. L'arte è lunga, si sa; ma quando si hanno i vent'anni, pare anche lunga la vita.—

Abarima non capiva più, e non si studiava neanche di capire. A Damiano parve anzi di vedere che ella reprimesse uno sbadiglio.

—Questi particolari ti annoiano, non è vero? E tu vorresti sbadigliare, deliziosa selvaggia? Sbadiglia pure liberamente, e consentimi soltanto di bere quello sbadiglio sulle tue labbra di cinabro.—

Abarima non represse solamente lo sbadiglio, ma [pg!261] anche un atto di Damiano, che veramente meritava il garofano di cinque foglie.

—Buon segno!—pensò Damiano.—La mano di una bella donna è come la lancia di Achille; ferisce, ma può risanare le piaghe che ha fatte. E siccome è una lancia intelligente, non ne farà, voglio sperare, senza avere in animo di risanarle.—

Abarima non gradiva il silenzio di Damiano. Era una selvaggia, ma era donna, e sapeva che quando l'uomo sta zitto, c'è sempre pericolo che pensi. Ora, il pensiero che non ci si manifesta con parole, è come le armi insidiose, come le pistole di corta misura, che il nostro vicino può avere in tasca, e trarle da un momento all'altro, per farci un brutto partito.

—Racconta;—gli disse Abarima, dopo la lunga pausa che era seguita al suo amabilissimo ceffone.

—Racconterò;—rispose Damiano.—Ti ho detto che eravamo a Pavia, per lo studio della medicina. Naturali del medesimobohio, ci riconoscemmo per tali e ci legammo subito di grande amicizia, sebbene le nostre famiglie a Genova si vedessero di mal occhio. Avevamo preso a vivere insieme, eravamo inseparabili, come quei vostri piccoli pappagalli che stanno sempre a coppie, e non c'è' caso che uno si discosti un passo dall'altro. Ma l'uomo non è fatto per l'uomo, e l'amicizia non gli basta: Cosma s'innamorò di una bellissima donna, della bionda che ti ho detto poc'anzi.

—Come si chiamava quella donna?—chiese Abarima.

—Oh, non dubitare; non voglio defraudarti del nome. Si chiamava Catarina.... Catarina Bescapè. Vecchia ed illustre famiglia, la sua, come la tua in Haiti. Donna Catarina abitava sulla piazza del Regisole. Hai capito? No certamente. Ma queste sono minuzie, che non importano affatto. Importa invece [pg!262] moltissimo il dire che donna Catarina era bellissima, quantunque avesse i capelli d'oro.

—Non ami i capelli d'oro, tu?

—Ohibò, che roba!—gridò Damiano, facendo un gesto di orrore.—Eccoli, i capelli che amo.

—Lascia stare, e racconta.

—È già un'ora che racconto, e capirai che qualche riposo ci vuole. Ma ritorniamo a Catarina. Un grande amico di Cosma se ne era innamorato.... e prima di Cosma. L'amico poteva sperare di essere riamato dalla bellissima donna; anzi, ti dirò che poteva esserne certo.... come si può esser certi di queste cose, specie avendo da fare con la più cruda metà del genere umano. Ma un giorno l'amico si avvide che Cosma andava troppo volentieri anche lui nella piazza del Regisole; s'insospettì, stette in agguato, disdisse la sua amicizia al rivale. Incominciarono a guardarsi in cagnesco, erano già per venire alle brutte, quando Cosma capitò d'improvviso nella casa dell'amico, gli si gittò fra le braccia, e gli pianse sul petto tutte le lagrime dei suoi occhi. Cosma non poteva più vivere, se non gli si lasciava amare la bella Catarina; Cosma si sarebbe buttato nel fiume Ticino, dove è più profondo, se l'amico non lo lasciava libero di far la corte alla sua dama. Allora io....

—Tu?.... sei tu l'amico?—interruppe Abarima.

—No, cara; non ti ho già detto che io non amo il turey nei capelli? Volevo dire: allora io mi misi in mezzo ai due contendenti: e tanto dissi, che persuasi l'amico di Cosma a ritirarsi dal giuoco, a lasciare che Cosma facesse liberamente l'occhio languido a donna Catarina Bescapè.

—L'amico si è contentato? Amava dunque assai poco.

—Oh cara, come t'inganni! Egli amava moltissimo. [pg!263] Ma era un'anima grande. Se fosse nato due mil'anni prima, sarebbe stato un eroe Romano, o Greco, o giù di lì, e Plutarco ne avrebbe scritta la vita, mettendolo in parallelo con qualche Scipione. Tutte cose che non capisci, lo so; fa conto che io non te ne abbia parlato. Del resto, l'amico non si chetò mica alle prime. Egli fece a Cosma questo ragionamento: «Senti, bambino, queste cessioni non si possono fare; bensì è la donna che deve scegliere. Io posso credere che ella veda me di buon occhio: ma posso anche ingannarmi. E tu, dal canto tuo, che cosa puoi dire?» Cosma non poteva dir nulla; pure, sentendo che l'amico si sarebbe inchinato alla scelta della dama, Cosma si rallegrò; si buttò un'altra volta nelle braccia del rivale, s'inginocchiò, gli abbracciò le ginocchia, fece un visibilio di pazzie. «Caro il mio Tolomeo!» gli disse: «Io sono un uomo morto, se quella donna non mi ama. Che perdi tu ad esplorare l'animo di lei? a lasciare che i fati si compiano?» Insomma, tanto pregò, tanto pianse, che io.... consigliai all'amico rivale di andare da madonna Catarina e di parlarle chiaramente. Povero amico, tanto generoso, e tanto.... come chiamarlo? Di nome si chiamava Bartolomeo; gli amici, per abbreviazione gli dicevano: Tolomeo; altri più sbrigativamente Tomèo. Di cognome, poi.... Ma lasciamo il cognome, che non importa al racconto.

—E Catarina, seppe tutto?

—Aspettami, impaziente creatura. Tolomeo andò dalla bella Catarina e le disse: «Io amo Cosma come un fratello. Le nostre famiglie, a Genova, sono nemiche, appartengono a due fazioni diverse. Ma qui, siamo fuori di casa nostra, lontani dalle ire cittadine, avvicinati dal medesimo studio. Per altro, è strano che dobbiamo innamorarci della medesima [pg!264] donna. Sapete, Catarina? Egli è pazzamente innamorato di voi.»

—Tolomeo ha parlato così?

—Sì, cara; egli è stato tanto.... Tolomeo. Ma chi avrebbe mai preveduto?... Basta, quel ch'è fatto è fatto. L'amico Tolomeo parlava da uomo leale, senza immaginare che madonna Catarina lo piantasse lì per quell'altro.

—Catarina ha fatto bene;—disse Abarima, sentenziando alla svelta, come una dama di Provenza in una corte d'amore.

—Diciamo pure che Catarina ha fatto bene;—rispose Damiano.—Ma Tolomeo ha fatto male. Non credi?

—Chi sa?—rispose Abarima.—E Catarina, che cosa disse a Tolomeo?

—Due sole parole: «povero giovane!» Ma se tu avessi sentito con che accento!

—Tu c'eri?

—Si capisce. Io ero un po' da per tutto. E come io capii il senso di quella esclamazione, così l'amico fu pronto a capirlo. Si chiuse la sua rabbia nel cuore, e andato da Cosma gli parlò in questa guisa: «Senti, Cosma, tu mi hai tradito. La tua è un'azione da coltello. Tu sei più avanti nelle grazie della Bescapè di quello che io potessi immaginarmi. Ella mi ha tutto confessato. Tu la segui quando io non sono con te, ed ella ti guarda con benevolenza. Perchè non dirmi tutto? Mi avresti risparmiata la figura.... dell'uomo che fa ridere.»

—Ah, ah!—gridò Abarima, ridendo la parte sua.

—Capisco,—riprese Damiano,—che è lo stesso anche in Haiti, e che le donne, sotto ogni cielo, ridono saporitamente.... dei poveri Tolomei. Ma non importa. Ritorniamo a Cosma. Egli non rideva; egli ricavava maggior profitto dal piangere. «Perdonami, [pg!265] Tolomeo!» diss'egli all'amico. «Io non so nulla di quello che tu mi racconti. Che confessioni può averti fatte madonna Catarina? L'amo, ecco tutto. Se n'è ella avveduta? È possibile. Io credo che tutti abbiano dovuto avvedersene, come te n'eri avveduto anche tu.»—«Bella forza!» scappò detto all'amico.

—E poi?—disse Abarima.

—E poi, avvenne tutto ciò che avviene in simili casi. Tolomeo amava anch'egli davvero. Ma non si può stare per forza nel cuore di una donna, ne convieni? Tolomeo non ci stette; e disse a Cosma: «fai la tua strada, e crepi l'avarizia! se quella donna ti ama, sia tua.»

—E Cosma la sposò?

—Ecco....—disse Damiano.—C'era una piccola difficoltà. Madonna Catarina non era libera. C'era di mezzo.... un Bescapè.

—Non capisco;—disse Abarima.

—Oh cara! è meglio che tu non capisca. È sempre bene che ti rimanga qualche cosa di oscuro. Altrimenti, che cosa ci avresti più da studiare, nei costumi di Azatlan? Per ora, Abarimataorib, ti basti di sapere che Cosma non sposò madonna Catarina. Ma egli l'amava, e ne fu riamato. Fu allora che la bella donna gli regalò una ciocca dei suoi capelli d'oro, quella ciocca di capelli che egli porta sempre sul cuore, entro una borsa di cuoio.

—E Tolomeo?

—Tolomeo.... era l'uomo più infelice della cristianità. Non sai che cosa sia la cristianità? Ebbene, non te ne dolere; è un'ignoranza felice, la tua. Se tu sapessi infatti che bestie feroci son mai, a comporla! Quanto a Tolomeo, egli aveva finito il suo studio di medicina. Sarebbe rimasto ancora, sarebbe rimasto per sempre, se Catarina lo avesse [pg!266] amato. Ma ella non lo amava; ella rideva di lui, vedendolo passare per via. Che vergogna! che rabbia! In quei momenti, vedi? io.... essendo in compagnia di Tolomeo, arrossivo per lui. Lasciai Pavia, in quell'anno; e Tolomeo mi seguì. Ce ne ritornammo verso il mare, nel nostrobohiodi Genova. Laggiù si viveva sempre in guerra gli uni con gli altri, e noi, da buoni naturali di Genova, partecipammo alle civili discordie.

—Che è ciò?

—Ecco.... è un po' difficile a dirsi. Ma figurati che Genova sia come Haiti, e che da quattrocento anni i Caribi siano entrati a far parte di questa popolazione. Per un po', secondo la fortuna, comandano i Caribi, per un po' gli Haitiani, e una volta il cacìco è Caribo, un'altra volta è Haitiano. Ti capacita?

—Se è l'uso di cambiare così....

—No, non è l'uso; è la forza, o l'inganno, che comanda. E quando il cacìco di Genova è un Haitiano, i Caribi sono abbattuti, dispersi, cacciati dalbohio. Quando il cacìco è un Caribo, gli Haitiani hanno la peggio. Ora veniamo a noi. Tolomeo era, come tutti quelli della sua famiglia, amico degli Adorni, i Caribi del paese. Perciò era nemico dei Fregosi, che erano gli Haitiani, e che in quel mentre erano al governo, essendo un Fregoso il cacìco di Genova. Divampò la guerra in città, per ragioni che è inutile di dirti. Tolomeo si trovò un giorno con le armi alla mano, con quelli della sua gente, contro quelli della parte contraria. Era con gli Adorni, ti ho detto; diede addosso ai Fregosi. Tutte ire che, essendo fuori di Genova egli aveva dimenticate, ma che gli tornarono vive nel cuore appena ebbe respirate le dolci e fraterne aure della patria! Nel fitto della mischia fu un punto di vittoria per [pg!267] lui: poteva uccidere il capo della squadra nemica; già aveva alzata la scure su lui, quando riconobbe il nemico che aveva sotto il ginocchio. Quel nemico era Cosma.

—Ah, povero Cosma!—gridò Abarima sbigottita.

—Sì, povero Cosma, che da un mese appena era ritornato in patria, e anch'egli aveva riprese tutte le care abitudini delbohio! Ma io ti ho detto, Abarima, che Tolomeo aveva un'anima grande. Tolomeo, alla vista del fortunato rivale, sentì tutte le sue ire ribollenti nel sangue; calò la scure.... ma senza colpire; e perdonò al suo nemico.

—Bravo Tolomeo!—gridò Abarima.—Lo amo.

—Amami, deliziosa selvaggia; perchè Tolomeo.... sono io.

—Ah!—esclamò Abarima, ridendo.—Lo avevo immaginato; e l'ho detto a bella posta.... per farti parlare.

—Assassina!—gridò Damiano.—Ebbene, tanto fa. Potevo uccidere Cosma, e non l'ho ucciso. Anzi, l'ho tratto in salvo, l'ho ricoverato nelle nostre case. Era ferito; io l'ho curato; e quantunque fossi medico, l'ho guarito. Che te ne pare? Non sono io un uomo di Plutarco?—

Abarima lasciò cadere l'accenno classico, e per una buona ragione, che non è mestieri di dirvi.

—E Catarina?—diss'ella.

—Ecco: madonna Catarina si era lasciata amare da Cosma. L'amico aveva i capelli d'oro, i capelli di sole, di cielo, di tutto l'altro che dite voi in Haiti. Ma pare che una provvida legge di natura non permetta alle bionde di amar lungamente i biondi. Venne un giorno che le due capigliature d'oro non andarono più d'accordo. Madonna Catarina incominciò a seccarsi di Cosma. E allora si lasciò amare [pg!268] da un altro, che non aveva i capelli biondi, che non gli aveva neanche più neri. Quell'uomo, per altro, era un gran professore.

—Professore! che cos'è?

—Come fartelo intendere? Voi altri, in Haiti, non avete professori. Già, molte razze d'animali vi mancano. Figurati dunque una bestia rara; uno che insegna agli altri tutto quello che sa lui, ed anche quello che non sa; uno che ti sa dire come devi parlare, e come devi tacere, se devi ber fresco o caldo, sputar tondo o quadrato. Quello è un professore, mia cara. Tu sai che Catarina era moglie di un Bescapè. Il Bescapè, per certe sue ragioni di possesso, aveva bisogno del parere del professore, che era un gran conoscitore delle leggi, e i suoi pareri se li faceva pagare a peso d'oro, in tutti ibohiodell'Italia dove era stato. Oh, un gran professore, quel Giasone del Maino! Quando doveva parlar lui nella scuola, c'era tanta folla, che non c'entrava più neanche una mosca, o se c'entrava, non ardiva più di farsi sentire.

—Ma lei?... Catarina?...

—Ci vengo. Catarina conobbe il professore. Giason del Maino andò nella casa di lei, sulla piazza del Regisole. Madonna Catarina andò nella casa di lui, alla Torre del pizzo in giù. Questo è un particolare che non occorre spiegarti. Qui non ci sono torri, nè campanili, e l'idea di una torre il cui tetto a campanile sia voltato all'ingiù e posi sopra una grossa colonna, sullo spigolo della casa, non la potresti comprendere. Ti basti sapere che madonna Catarina andò nella casa del grande legista, e che, dopo esserci andata, ci ritornò. Cosma ne aveva avuto un sospetto; Cosma si appostò, conobbe che era vero, fece il geloso, e fu mandato gentilmente.... a quel paese. Da noi, cara, è l'uso costante. Quando [pg!269] una persona ci è venuta a noia, la mandiamo a quel paese; un paese sconosciuto, di cui nessuno sa darci notizia, e quando c'è andato non può portarcela di sicuro.

—E Cosma?

—Cosma non andò a quel paese; ritornò in patria, al suobohiodi Genova. Ma egli era sempre più innamorato che mai. Non ha più potuto levarsi Catarina dal cuore. L'ama ancora, l'amerà sempre. È fatto così, quel povero ragazzo. Io sono guarito, egli no. E tu capirai, dolce Abarima, che egli, seguitando ad amare Catarina Bescapè, non può amare la figlia di Tolteomec.—

Abarima fece un gesto di compassione. Ma non era di compassione per il triste amore di Cosma, bensì per lo storto ragionamento di Damiano, o, se vi piace, meglio, di Tolomeo.

—Capisco, sì, capisco;—diss'ella.—È un sortilegio.

—Come, un sortilegio?

—Sì, Catarina ha detto una parola magica, perchè Cosma sia sempre innamorato di lei;—rispose Abarima, con accento di grande sicurezza.—E quella parola magica l'ha pronunziata sopra qualche cosa che Cosma porta sempre indosso. Sì, ora ci sono; su quella ciocca di capelli d'oro che Cosma ha fatto male a non gettar via.

—Mettiamo pure che sia così;—disse Damiano.—Che ci vuoi fare? Cosma non rinunzierebbe a quella ciocca di capelli per tutto l'oro del mondo.

—Effetto del sortilegio;—rispose Abarima.—Devi rubargli la borsa di cuoio, mentre egli dorme.

—Io? sei pazza? me ne guarderei bene.

—Non hai coraggio; lo farò io;—disse Abarima.

—Tu? e come?

—Verrà nella casa di Tolteomec, ci dormirà, ed [pg!270] io strapperò il sortilegio. Io guarirò Cosma, povero Cosma! ed io allora sarò amata da Cosma.

—Ah briccona!—esclamò Damiano.—Ma guardate che Tolomeo sono stato io! Valeva proprio la pena di tradire il segreto dell'amico, per giungere a questo bel resultato!—

Dopo questi ed altri ragionamenti interiori, Damiano si volse ad Abarima, dicendole:

—Ed io, Abarimataorib! ed io che ti amo?

—Tu....—rispose la capricciosa selvaggia,—vai a quel paese.—

Damiano ammirò la prontezza d'ingegno di quella figlia d'Haiti, che imparava così presto le usanze della civile Europa. E dopo avere ammirato, voleva andarsene di là, per ismaltire la sua rabbia. Immaginate quanta ne avesse in corpo, mista alla vergogna della sconfitta patita. Gli era parso di avere così buone armi, per mettersi in guerra, e quelle armi gli si erano spuntate nel primo assalto; peggio ancora, egli se l'era sentite crocchiare nel pugno. Ma a proposito d'armi, non è la gelosia un'arma a due tagli? Andate a dire ad una donna: «il tal di tale non può amar voi, perchè egli è innamorato di un'altra» e sentirete che cosa ella sarà capace di rispondervi. «Ah si! di un'altra? Volete vedere che cosa ne faccio io, di quell'altra?» Il frutto proibito non sarà che una mela; la butteremo via, magari dopo averla manimessa; fors'anche la passeremo al vicino; ma per intanto, e perchè si tratta d'un frutto proibito, un morso glielo vogliamo dare ad ogni costo. E così faceva Abarima, dando a modo suo, e senza pure saperlo, una prova della unità di origine delle stirpi umane.

Ma lasciamo queste sottigliezze. Damiano era sul punto di andarsene; Abarima lo trattenne, e non già, voglio sperare, per prendersi giuoco dei tormenti [pg!271] di lui. Queste raffinatezze di crudeltà non dovevano essere in lei. Unità di origine, sta bene, fin che si vuole; ma la civiltà è di molti gradi, e quella figliuola di Haiti doveva essere ai primi scalini.

—Raccontami ancora;—diss'ella.—Come si è deciso Cosma ad andare così lontano da questa Catarina sciocca?

—Ah, debbo narrarti di lui vita e miracoli? E sia, parliamo ancora di questo amatissimo Cosma;—rispose Damiano.—Ti ho detto che io lo avevo raccolto ferito, e lo avevo ricoverato e guarito. Di ritornare presso madonna Catarina non era più il caso. Saremmo andati ad ornare della nostra presenza il trionfo di messer Giasone del Maino. Del resto, noi siamo fatti così;—soggiunse Damiano, con un tal piglio aspretto che non era senza grazia;—quando una donna ci tratta male, possiamo amarla ancora, come fa Cosma, o dimenticarla, come ho fatto io, ma la rispettiamo sempre e non ci ostiniamo a darle noia. Restammo dunque nelbohiodi Genova. E fu allora, nei nostri colloqui amichevoli, che io seppi da Cosma tutta la serie delle sue disgrazie amorose. Quel giorno, vedi la grandezza dell'animo mio!... quel giorno, gli perdonai tutto quello che egli mi aveva fatto soffrire.

—Soffriva anche lui!—esclamò maliziosamente Abarima.

—Ah, bene! lo avete anche in Haiti, il proverbio: mal comune è mezzo gaudio? Ne ho piacere, perchè vi vedo già ben preparati per godere i frutti della nostra civiltà. Quel giorno, adunque, ci giurammo un'amicizia eterna, molto più forte di prima. E stavamo sempre insieme, non uscivamo a diporto che insieme, con grande maraviglia di tutti i naturali di Genova.

[pg!272]

—E perchè questa maraviglia?

—Oh bella! perchè si era tutti in guerra, gli uni contro gli altri; e noi soli, di diverso partito, uno Caribo e l'altro Haitiano, eravamo in pace.

—Si, è vero; ti capisco, ora.

—Sia lodato il cielo! E non volevano capire, i nostri concittadini. Gli Haitiani dicevano a Cosma: perchè vai tu a braccetto con quel Caribo? E i Caribi dicevano a me: perchè vai tu a braccetto con quell'Haitiano? E gli uni e gli altri, con questi discorsi, non ci lasciavano aver pace. A sentirli loro, non si poteva essere buoni uomini, se non si sposavano tutte le ire della propria fazione. Così ad ambedue era venuta in uggia la patria. Triste quelbohio, dove non si può essere amici per elezione di cuore, dove si è condannati dalle collere accumulate di cinque o sei generazioni di matti, o d'imbecilli, a vivere in guerra con le persone che piacciono, a far lega con altre che si manderebbero volentieri....

—A quel paese!—soggiunse Abarima.

—Si, cara. La frase ti è rimasta impressa nell'anima? Ricordati almeno che te l'ho insegnata io, e non ne usare contro di me, ferocissima donna. Io ritorno al racconto. Seccati di quelle discordie, pensammo di andarcene. Ma dove? La sorte decida, fu detto tra noi. E allora si mise mano alle sorti Virgiliane.

—Sorti?...—ripetè la selvaggia.

—Virgiliane;—rispose Damiano.—Vediamo di farti capire questo bel giuoco. Si piglia un libro.... Ma sapete voi altri che cosa sia un libro, gente felice? Si piglia qualche cosa dove ci sono molti segni, molte parole dipinte.... E le parole su cui cadono gli occhi, sono il responso del grande Spirito. Noi dunque prendemmo un libro.... mucchio di parole [pg!273] dipinte da un gran mago, chiamato Virgilio, e leggemmo, aprendo a caso, queste parole:

Nos patriae fines, nos dulcia linquimus arva.

Nos patriae fines, nos dulcia linquimus arva.

Nos patriae fines, nos dulcia linquimus arva.

Tu non lo capisci? è latino; e significa: noi ce ne andiamo da casa nostra. Il grande Spirito, adunque, ci faceva sapere in tal modo che aveva capito il nostro desiderio. Ma il suo consenso? e l'indirizzo che noi chiedevamo? Voltammo i fogli, e gli occhi ci caddero su quest'altro verso:

Bella cient primâque vetant consistere terra.

Bella cient primâque vetant consistere terra.

Bella cient primâque vetant consistere terra.

Il che significa, mia cara; qui c'è guerra, e non ci si può rimanere. Ma dove andare? dove? Altra consultazione allora, con parecchie voltate di fogli; e gli occhi ci cascarono su quest'altre parole:

Qualia multa mari nautae patiuntur in alto.

Qualia multa mari nautae patiuntur in alto.

Qualia multa mari nautae patiuntur in alto.

In mare, adunque, in alto mare, a far vita di marinai, e cercar ventura.—«E sia» disse Cosma. «Non abbiamo noi sentito per l'appunto discorrere di un nostro concittadino, chiamato Cristoforo Colombo, che ha formato il disegno di cercar nuove terre di là dai mari d'Occidente? Egli è andato alla presenza del grande cacìco di Spagna, e gli ha detto: dammi tre grandi piroghe con uomini volenterosi, ed io ti scoprirò un nuovo mondo? Il grande cacìco di Spagna ha risposto a Cristoforo Colombo: sia; ti darò gli uomini volenterosi, e le grandi piroghe; va e trova le isole di là dai mari, per onor tuo e della Spagna.»

—Colombo!—esclamò Abarima.—Il capo degli uomini bianchi! Come sapeva egli che dopo il mare avrebbe trovate queste isole?

[pg!274]

—Non saprei dirtelo;—rispose Damiano.—Ma si può credere che glielo avesse detto il suo piccolo Spirito, a lui mandato dal grande.

—Capisco;—disse Abarima.

—Ah, bene! tu capisci tutto, Abarimataorib. Capisci dunque ancora come arda il mio cuore per te; mentre quello di Cosma è freddo.... come la notte in un bosco. Vorrei dir neve, o ghiaccio;—soggiunse mentalmente Damiano.—Ma bisognerebbe saper la parola. Chi sa se conoscono la cosa, in questo tiepido clima!

—Continua;—disse Abarima.—Voi due, allora, avete voluto raggiungere il capo degli uomini bianchi.

—Sicuramente, dopo aver consultato ancora una volta le sorti. Il libro dalle parole magiche fu riaperto a caso, e diede quest'altra risposta:Fata viam invenient.... Che cosa si voleva di più chiaro! So bene che non è ugualmente chiaro per te. Ma tu potrai intendere approssimativamente che la volontà del grande Spirito avrebbe fatto ritrovar la via delle isole lontane. Allora noi siamo corsi a cercare il capo degli uomini bianchi; siamo saliti sulle grandi piroghe con lui, e siamo arrivati qua, dove io mi sono innamorato della figliuola di Tolteomec, della dolce Abarima. Vorrai tu concedere la tua mano a Damiano, che t'ama? Vorrai tu ricusargliela, per tener dietro a Cosma, che è innamorato di un'altra donna, laggiù.... in Azatlan?—

Abarima stette un istante sovra pensiero, come se volesse nella sua mente pesare il pro ed il contro; poi sentenziò:

—Damiano buono; Cosma....taorib.

Il buon Damiano si morse le labbra.

—È la tua ultima parola?—diss'egli.

—Cosmataorib;—ripetè la capricciosa selvaggia.

[pg!275]

—Sta bene;—conchiuse Damiano.—Ti saluto.—

E si alzò dal sedile, che ormai gli pareva fatto di carboni ardenti.

—Parti?—diss'ella.—E dove vai, ora?

—Vado.... a quel paese, dove tu mi hai gentilmente mandato;—rispose Damiano.

L'ingenua selvaggia ebbe la crudeltà di ridere. Ma in verità, ella non poteva fare altrimenti. Era così buffo, il dolore di Damiano!

—So bene che tu ritorni alla grande piroga;—riprese Abarima, rimettendosi al grave.—Sia dolce il tuo sonno, Damiano. E salutami il tuo fratello Cosma, e digli che venga domani nella casa di Tolteomec.—

Qui il nostro Damiano, che già stava male in sella, perdette a dirittura le staffe.

—Oh, per questo, stai grassa, se lo speri,—gridò egli, stizzito.—Non sai tu che un uomo, per buono che sia, non cede ad un altro la donna ch'egli ama?

—E Catarina....—domandò la selvaggia.—Non hai tu ceduto Catarina, al tuo fratello Cosma?

—Che paragoni son questi?—replicò Damiano.—Per tua norma, io non ho ceduto nulla. Se Catarina mi avesse detto: «Tolomeo, andatemi a cercar Cosma, e mandatemelo qua», le avrei risposto.... mandandola a quel paese.

—Brutto!—gridò Abarima, facendogli il viso arcigno.

—Cara,—rispose Damiano,—se non ti piace, sputala! Oh, per tutti i diavoli!—soggiunse mentalmente.—Le ho detto una cosa che non è da cavaliere. Fortuna, che non può averla capita.—

Infatti, lo sapete, Damiano mescolava spesso, a quel po' d'haitiano che conosceva, lo spagnuolo, [pg!276] l'italiano, e il suo vernacolo genovese. Con tutti questi ingredienti, egli impastava la frase; e la sua interlocutrice non riusciva sempre ad intenderlo.

Rassicurato per quel verso, Damiano fece una bella riverenza alla dolce Abarima, e subito dopo una giravolta sui tacchi.

—Non ci vedremo più, cara!—borbottava egli tra i denti, muovendo verso la casa e infilando l'uscio per cui doveva andare alla sua liberazione.—Ho fatto un marrone, ma di quelli!... Ci vuol pazienza.... sicuro, ci vuol pazienza. E per ritrovarla, questa pazienza benedetta, dovrò bestemmiarci un giorno e una notte, peggio d'un turco. Ma per l'anima.... delle radici, da questo giorno in avanti, mi capiti pure una donna tra' piedi; se prima non mi casca in ginocchio....—

Damiano esciva in quel momento sulla piazza. Tolteomec era là. Veduto Damiano, lo fermò al varco, per dirgli qualche cosa. Damiano non intese sillaba di quello che diceva il suo suocero fallito. Ma le buone creanze volevano che egli rispondesse qualche parola. E Damiano rispose, facendo bocca da ridere, con gesti cortesi, con inchini ossequiosi, ma tutti in lingua.... d'Azatlan.

—Oh, caro amico, che il diavolo ti porti! Vecchio cane. Lestrigone, antropofago! Perchè tu lo sei di sicuro, un antropofago. Qui dovete esserlo un po' tutti, sebbene non vogliate averne l'aria, con noi. E mentre voi stritolate gli ossicini coi denti, le vostre donne bevono il sangue del prossimo. Cara gente! ed io avrei dovuto imparentarmi con voi? Alla larga! Ma che idea pazza mi era venuta alla mente? È stata un'ubbriacatura, come a Cuba; senza liquore, senza kohiba, e nondimeno un po' più lunga di quell'altra. Ora, vedi, caro antropofago, dalla faccia incartapecorita, io mi sento risanato, e ti mando [pg!277] gentilmente al diavolo, senza eufemismi, senza complimenti, senza bugie d'uomo civile.—

Tolteomec rideva e ringraziava, senza intendere per qual ragione o capriccio il suo ospite ed amico Damiano gli facesse quel giorno i suoi convenevoli nella lingua del cielo, anzi che in quella dei miseri mortali d'Haiti.

—Chi sa? forse il grande Spirito gli ha intenebrata la testa;—diss'egli tra sè, poi che Damiano si fu allontanato.

Damiano frattanto infilava la discesa, per ritornarsene a bordo dellaNina. Cosma era laggiù, seduto sul cassero di prora, accanto all'interpetre Cusqueia. Un'occhiata corse tra i due, e dopo l'occhiata un cenno di saluto, breve breve, secondo l'uso di quegli ultimi giorni. Ma se in Cosma un certo riserbo era abituale, non doveva parere egualmente naturale l'arcigna taciturnità di Damiano, che era sempre tanto espansivo, non solamente nell'allegria, ma ancora nella tristezza. Cosma, per altro, non mostrò di far caso della taciturnità di Damiano. E questi, vedendolo accanto all'interpetre, disse stizzosamente tra sè:

—Studia, bambino! studia l'haitiano, e fatti onore. Ci starai tu, nell'isola, e magari la imbiondirai. Quanto a me, non vedo l'ora di scioglier le vele.—

Quella sera, il nostro Damiano si buttò nel suo rancio prima del solito. Non voleva pensare a nulla, e mezz'ora dopo russava come un mantice. Ma i molesti pensieri che non aveva voluto accogliere desto, lo visitarono addormentato. Damiano sognò che Abarima si attaccava ai panni di Cosma, e che Cosma era stato obbligato a sposarla, per alta ragione di governo. Infatti, dipendeva da quel matrimonio la quiete della piccola colonia spagnuola nell'isola di Haiti. Le nozze si celebravano in chiesa. [pg!278] In una chiesa che non c'era ancora; ma si sa, il sogno non bada a queste piccolezze, e quello che non c'è, se lo fabbrica. Gli sposi erano dunque in chiesa, davanti all'altare, e Cosma stava mettendo l'anello rituale al dito di Abarima, quando si udì una sonora risata, che fece voltare tutti gli astanti. Catarina Bescapè compariva da una navata laterale, e, seguitando a ridere, si avvicinava agli sposi; faceva a Cosma un inchino canzonatorio, poi si accostava alla figliuola di Tolteomec, la guardava ironicamente, la fiutava sopra una spalla, e poi torceva il viso, dicendo: «Che olio usate, ragazza mia? che olio usate, per farvi la pelle lucida?» E il cavaliere di madonna Catarina, il vecchio e sofistico legista Giasone del Maino, aggiungeva del suo, rivolgendosi a Cosma: «Ragazzo mio, perchè non aspettare che madonna Catarina si fosse annoiata di me? Ella è vedova; potevate sposarla voi. Quanto a me, lo sapete, io voglio restar celibe, aspettando che il papa mi mandi il cappello di cardinale.»

A farvela breve, Damiano sognò un visibilio di sciocchezze, sul far di queste, che vi ho fedelmente riferite. La mattina seguente, si svegliò con la testa pesante, ma felice di essersi liberato da tutte quelle immagini sciocche. Balzato dal suo rancio e uscito in coperta, trovò l'almirante che si disponeva a scendere nel palischermo.

—Signore,—gli disse,—voi andate alla fortezza?

—Sì, messer Damiano,—rispose Cristoforo Colombo.—Volete forse accompagnarmi?

—Un tratto di strada, se permettete; fin lassù ed oltre, se è per vostro comando.

—Eh, senza comandarvelo, desidero che veniate. Oramai il lavoro è finito, e non sarà male che ci intendiamo per la distribuzione delle parti.

[pg!279]

—Ah, sì, le parti.... sicuramente, bisognerà distribuirle;—disse Damiano, seguendo sul palischermo il suo grande concittadino.—Ma appunto per questo, signor almirante....

—Che cosa?

—Appunto per questo, se non vi paresse offesa un cambiamento di opinione da parte mia....

—Non istate a mendicar le parole, messer Damiano;—interruppe Cristoforo Colombo, ridendo.—Voi non volete più rimanere alla Spagnuola?

—No, non ho detto, non intendevo dir questo;—rispose Damiano.—Alludevo al posto che la vostra bontà mi vorrebbe affidare. Esso è troppo alto per me; io non mi sento da tanto.

—Modestia!—esclamò l'almirante.

—Eh, signore, così fosse! che avrei merito di una bella virtù. Ma ho fatto il mio esame di coscienza, e mi son ritrovato dappoco; ho riconosciute le mie forze....quid valeant humeri quid ferre recusent....

—Messer Damiano, la vostra non è più modestia; è canzonatura del prossimo;—rispose l'almirante.—Un uomo che parla latino, e mi cita Orazio, pretenderà dunque di essere gabellato per semplice marinaio e per semplice soldato?

—Come tale son pur venuto;—replicò Damiano, schermendosi.—Soffrite che tale io rimanga.

—Ma che strano pensiero è il vostro? E come v'è saltato in mente? Spero bene che vorrete dirmelo. Per intanto, saltiamo a terra, mio caro.—

Così dicendo, poichè il palischermo era giunto alla riva, l'almirante balzò sulla rena colla grazia agile e pronta del marinaio. E Damiano lo seguì, per ripigliare il suo discorso.

—Il pensiero, signor almirante, mi è venuto così. Non credeva da principio che Cosma, il mio buon amico e concittadino, volesse restare nell'isola. Ieri [pg!280] finalmente, ho saputo che il suo desiderio sarebbe di rimanere. E in questo caso mi pare che il posto di aiutante spetterebbe a lui, piuttosto che a me. Cosma ha ben altre doti, che io so di non possedere. Perchè io mi conosco, signore. Non ho ragioni per essere modesto; ne ho invece per essere sincero. Ho l'umor gaio e mattacchione, io: quando mi saltano i grilli in capo, addio gravità! Cosma è grave, anche quando dorme; ha l'indole e l'aspetto più confacenti a chi deve esercitare un comando. Io dunque vi prego, messere, vogliate metter Cosma in mio luogo, come aiutante di don Diego di Arana.—

Cristoforo Colombo era stato a sentirlo con molta attenzione, senza mai interromperlo. Quando vide che aveva finita la sua perorazione, gli disse:

—Ma sapete, messer Damiano, che voi siete la perla degli amici?

—Voi mi date la baia, signor almirante!—rispose Damiano, abbassando la fronte, in atto di grande umiltà.—La perla degli amici è Cosma, ed io troppe prove n'ho avute. Per una volta tanto, vorrei pagarlo delle sue cortesie.

—Se volete ad ogni costo....—disse Cristoforo Colombo.—Se così siete intesi tra voi....

—No, nessuna intesa è corsa tra noi;—rispose Damiano.—So che Cosma rimarrebbe volentieri; tanto che da due giorni non fa altro che studiare la lingua di questi naturali, insieme coll'interpetre Cusqueia. Vorrei che fosse contento: vorrei che restando avesse un ufficio degno di lui. E se voi, messere, mi amate....

—Certamente, vi amo. Siete mio concittadino; siete un gentiluomo, quantunque il vostro nome mi sia sconosciuto; siete stato anche un buono e intelligente compagno di fatica per noi; debbo dunque amarvi e pregiarvi grandemente. Mi duole che ricusiate [pg!281] un ufficio che vi avevo offerto, stimandovene degno; ed oggi ancora ve l'offro.

—Ed io ve ne ringrazio, signore, e torno a pregarvi di conferire l'ufficio a Cosma. Egli, badate, non sa che voi avete offerto un tal comando a me; voi, messere, non ne avevate ancora parlato a nessuno....

—A nessuno,—rispose l'almirante.

—Ebbene, gli verrà dunque offerto da voi come cosa nuova; l'avrà come una primizia, ed io sarò, doppiamente felice se il mio buon amico e fratello Cosma ignorerà che l'onore gli è fatto per mia intercessione.

—Voi dunque, messer Damiano, volete proprio così? Sarete contento.

—E già contento mi vedete fin d'ora, signor almirante, e pieno di gratitudine per voi. Posso dunque dire a Cosma che voi volete vederlo alla fortezza?

—Che fretta è la vostra?—esclamò l'almirante.

—Signore, non dicevate voi dianzi che sarà utile vedere fin d'oggi, con gli ufficiali, come possano essere distribuite le parti lassù?

—È vero, è vero, e voi avete buona memoria. Sia dunque chiamato il vostro amico. Manderemo indietro qualcuno.

—Vado io, se permettete. Tanto, poichè non ho da comandare, non è necessario che io venga a studiare i particolari del servizio.

—È giusto; andate dunque, messer Damiano,—conchiuse Cristoforo Colombo.—E sia fatta la volontà di un uomo, che vuole ad ogni costo.... obbedire.—

Damiano non istette a ribattere la celia del signor almirante; fatto un profondo inchino, si allontanò sollecitamente, ritornando verso la spiaggia. [pg!282] Il palischermo non era ancora partito, ed egli ebbe tempo di rimontarvi su, per farsi condurre a bordo della caravella.

—Ah, caro il mio Cosma!—mormorava egli, avvicinandosi allaNina.—Uomini di Plutarco come me, non ne troverai ad ogni canto di strada. Tu volevi rubarmi il posto nella casa di Tolteomec, ed io te lo lascio. Un po' per forza, è vero; ma qual è l'atto di virtù che non costi uno sforzo? Aggiungi che un altro posto ti lascio, e questo era mio, destinato a me dalla espressa immutabile volontà del signor almirante. Io ho filato, e son nudo; tu non hai filato, ed hai due camicie. Ti compensino esse di quella che hai regalata all'interpetre. Caro il mio Cosma, che facevi l'inconsolabile! il messer Francesco Petrarca, senza lo sfogo del Canzoniere! Ma già, anche del Petrarca e del suo costante amore, sappiamo che cosa si debba pensare.—

Damiano sorrise a se stesso, contento com'era del suo ragionamento.

—Vediamo,—proseguì, dopo essersi padroneggiato;—che cosa faccio io? Mi vendico, forse?... Eh sì, un pochettino. Il mio caro ed amato Cosma resterà preso al suo laccio. Egli non era invaghito di Abarima; dovrà giulebbarsela, e si seccherà.... oh, si seccherà, molto prima che non avrei fatto io. Perchè certamente io mi sarei seccato, con quella pelle rossa. Che idea è stata la mia? Ma già, con le donne, si pigliano certe ubbriacature! Un po' la galanteria, che è sempre viva nell'uomo, un po' il sangue, che non è acqua, un po' il puntiglio, che è sempre appiattato nel fondo dell'anima, in compagnia dell'orgoglio suo padre, e addio roba! Lì per lì, sembra di toccare il cielo col dito; e poi.... oh vile umanità!...—

L'arrivo del palischermo contro il bordo della [pg!283]Ninainterruppe un trattato di filosofia pratica, che avrebbe potuto durare dell'altro, magari dalle acque di Haiti fino alle coste di Spagna.

Cosma, che aveva veduto partire Damiano mezz'ora prima, fu maravigliato di vederlo ritornare; e più maravigliato di vederselo venire incontro, con aria risoluta ed allegra, come se nessun dissapore fosse mai stato tra loro. Ma se di ciò poteva maravigliarsi Cosma, non si maraviglierà certamente il lettore. Damiano poteva star grosso con l'amico, fino a tanto che l'amico gli dava noia, contrariando i suoi disegni. I disegni di Damiano erano per allora tutt'altri, e l'animo suo si era mutato del pari. Egli poteva andare incontro a Cosma, ridendo e canterellando, come andò incontro ai ladri il viandante della favola, poichè fu alleggerito della borsa.

—Tu sei di buon umore;—disse Cosma, dopo avergli fatto un cenno di saluto.

—Sì, caro, come sempre, quando le cose vanno a modo mio.

—Ah, me ne congratulo.

—Grazie, non t'incomodare; avremo tempo, se resti in Haiti, come mi hai annunziato.

—Certamente;—rispose Cosma, guardandolo negli occhi.—Ma perchè non sei lassù, nelle tue solite occupazioni?

—Comando dell'almirante;—disse Damiano.—Ha dimenticato certe faccende, che son tornato io a sbrigare per lui. Sai che domani egli parte, dopo aver messa a posto la colonia?

—Domani?

—Sicuramente; tutto è all'ordine, lassù. Non resta che di destinarvi il presidio. Anzi, tra le cose che dovevo fare, c'è questa, di avvisar te che il signor almirante ti vuole a terra, e subito.

—Vuol me? per che fare?—esclamò Cosma, stupito.

[pg!284]

—Non so; mentre ero sul punto di ritornare, mi ha detto: a proposito, avvertite il vostro amico messer Cosma, che lo aspetto alla fortezza; devo parlargli. Così mi ha detto, nè più nè meno.—

Cosma stette un pochino sovra pensiero, cercando dentro di sè che cosa potesse volere l'almirante da lui. Ma non trovò nulla di nulla; perciò si strinse nelle spalle, e si alzò, per andare alla scaletta di bordo.

—Debbo aspettarti?—diss'egli a Damiano, prima di giungere al capo di banda.

—No, io non potrò sbrigarmi così presto;—rispose Damiano.—Ho da cercare qualche cosa fra le carte del signor almirante. Poi ho da far raccogliere e portare a terra certe minuterie per gli scambi, che a lui non bisognano più e che serviranno meglio a noi altri. Addio, dunque, e a rivederci più tardi.—

Cosma, ingannato dalla calma apparente, e più dalla parlantina dell'amico, scese nel palischermo e si fece condurre alla spiaggia. Damiano lo guardava intanto con la coda dell'occhio.

—E dire,—pensava egli,—e dire che mi rincrescerà di piantarti, all'ultim'ora!... Perchè, infine, si era amici per la vita e per la morte. E se non era questa selvaggia capricciosa, la nostra amicizia sarebbe durata fino alla morte. Aveva già superate tante prove! E perchè non dovrebbe superare quest'altra?... No, per tutti i diavoli, no;—soggiunse Damiano, cacciandosi la destra sotto il corpetto di lana e comprimendosi il cuore.—No, viscere infame, stai zitto! La mia vendetta, per questa volta deve passare avanti tutto. Una gran vendetta, poi! Vi faccio un regalo, miei cari sposini. Vivete felici, crescete, moltiplicate, e ch'io non senta più parlare di voi.—

[pg!285]


Back to IndexNext