Capitolo XVIII.

Capitolo XVIII.In fretta e in furia.LaNinaera uscita dal Rio di Grazia, salutata dalle grida dei selvaggi, riconoscenti a Cristoforo Colombo per la liberazione di quei loro compagni che aveva catturati Martino Alonzo Pinzon. Seguitando il suo viaggio lungo la costa, l'almirante vide un bel promontorio, a cui, per ricordo della figliuola di Tolteomec, impose il nome della Innamorata. Ma ilcabo de l'Enamoradanon seppe conservare il suo poetico nome; si chiama oggi assai volgarmente il capo Cabron. Proseguendo il cammino, si entrò in una vasta baia, le cui rive erano abitate da una forte tribù, armata di lunghi archi, e spade di legno di palma, dure, pesanti come il ferro, e tanto affilate da poter tagliare il cuoio delle corazze, e perfino la lamiera degli elmi, come se fossero state d'acciaio. Quei selvaggi erano fieri ed intrepidi; ma non diedero molestia agli uomini bianchi; ai quali anzi vendettero due archi, che essi desideravano portare come esemplari in Ispagna.Cristoforo Colombo immaginò che fossero quelli i Caribi, tanto temuti da Guacanagari. E ne domandò a quei naturali; ma essi risposero che i Caribi erano [pg!342] in un'isola verso greco, chiamata per l'appunto da loro. E soggiunsero (se pure gl'interpetri riferivano giustamente le parole) che di rincontro all'isola dei Caribi ne era un'altra, chiamata Mantinino, abitata solamente da donne; le quali accoglievano una volta all'anno i loro vicini, affinchè non si estinguesse la stirpe. Tutti i fanciulli maschi nati da quelle nozze si consegnavano ai padri; le figlie dimoravano con le madri loro. Insomma, la storia delle Amazzoni ripetuta di là dall'Oceano.Che c'era egli di vero in quella chiacchiera? La tribù dei Siguaiani, tra cui si trovava allora Cristoforo Colombo, parlava un dialetto poco intelligibile agli interpetri della forza di Cusqueia. Qualche frase male intesa, tirata ad un senso nuovo dal desiderio di vedere da per tutto confermati i racconti di Marco Polo, poteva bene indurre Cristoforo Colombo nella credenza di essere capitato in vicinanza delle due isole che Marco Polo aveva descritte, collocandole presso la costa orientale dell'Asia, abitate spartitamente da donne e da uomini. Ed anche messer Marco Polo, così veridico narratore di ciò ch'egli aveva veduto, che cantonate non aveva prese, quando si fidava ai racconti degli altri!L'isola delle Amazzoni avrebbe dovuto tentare la curiosità degli uomini bianchi. Ma la stanchezza si era impadronita degli spiriti. Lo stesso Damiano, richiesto dall'amico se gli sorridesse l'impresa, rispose che oramai di donne del nuovo mondo ne aveva fin sopra i capelli. Se questi li avesse avuti biondi, chi sa?... Ma erano neri, ed egli faceva conto di portarli alle donne di Scandinavia o d'altre terre settentrionali, molto settentrionali d'Europa, dove sarebbero stati apprezzati un po' meglio.Anche l'almirante si era risoluto di dar volta. Dopo un altro giorno di esplorazione in quel golfo, che egli [pg!343] chiamò delle Frecce, e dove accadde a sette dei suoi uomini di far baruffa con una cinquantina di Siguaiani, ferendone due, e mettendoli nel debito rispetto verso gli uomini bianchi, Cristoforo Colombo pensò che fosse venuto il tempo di ritornare in Europa. Un bel vento gagliardo si era levato da ponente, e invitava a far vela. E più che il vento lo persuadevano parecchie altre ragioni: il cattivo stato delle sue caravelle, la poca fedeltà della sua marinaresca, e la slealtà di Martino Alonzo Pinzon, da cui non poteva aspettarsi che il peggio.—Mettiamo le fatte scoperte al sicuro dai colpi di fortuna;—diss'egli.—Un'altra volta, e con migliori auspicî, ritenteremo la prova.—Fu un mercoledì, 16 gennaio del 1493, che l'almirante lasciò il golfo delle Frecce, detto ora di Samana, per navigare alla volta di Castiglia. Seguitando il cammino con tempo buono, le due caravelle corsero tanto, che il 10 di febbraio, al parere dei piloti, dovevano ritrovarsi al mezzodì delle isole Azzorre. Ma l'almirante, avendo osservato attentamente nel ritorno i limiti estremi del mar di sargasso che attentamente aveva osservati all'andata, conchiuse che si fosse un quaranta leghe più indietro. Ed egli ragionava dirittamente, come poi si vedrà.Il 12 di febbraio già speravano di veder terra da un momento all'altro, quand'ecco il vento incominciò a soffiare con violenza, e il mare a gonfiarsi. Il giorno dopo, fu anche peggio; incominciò a balenare da greco, e tosto si scatenò un temporale dei più grossi che mai si fossero veduti. Quei deboli navigli, sprovveduti di ponte, non erano troppo in istato di resistere ai fortunali dell'Atlantico. Bisognò per tutta la notte andare con le vele imbrogliate, abbandonandosi alla discrezione del vento e [pg!344] del mare. Un po' di calma seguì nella mattina del 14; ma fu di breve durata. Un vento impetuoso si era levato da ostro, durando tutto quel giorno e la notte seguente. Le povere caravelle andavano palleggiate sui flutti come gusci di noce, non avendo più modo di sostenere quella furia degli elementi, e rinunziando quasi del tutto a governare. Il buio della notte non permettendo di vedere laPinta, l'almirante fece sospendere il fanale all'albero di maestra, come per significare allaPintadi imitarlo, affinchè potessero le due navi andare di conserva. Ma laPintaaveva poco saldo il trinchetto, e non potendo tener testa al vento, fu costretta a riceverlo in fil di ruota, correndo verso tramontana, mentre laNinasi sforzava di governare per greco. LaPintaparve rispondere per qualche tempo al segnale dell'almirante; ma il suo lume a grado a grado si allontanava; nel cuor della notte era sparito del tutto.Cristoforo Colombo aveva l'anima oppressa da funesti presagi sul destino dellaPintae della stessa sua nave. Alla punta del giorno, il mare gli offerse un pauroso spettacolo. Non si vedevano tutto intorno che cavalloni inferociti e ruggenti. Della caravella di Martino Alonzo Pinzon non appariva più traccia sull'orizzonte. LaNinaspiegò alcune vele per tenersi di prora al mare, e non andarne sommersa. Si levò il sole, e con esso crebbero il vento e le ondate; per tutto il corso di una terribile giornata laNina, non più in grado di resistere, fu trascinata, sbalestrata per ogni dove dal furore dell'uragano.Vedendosi perduti oramai d'ogni soccorso terrestre, i marinai dellaNinasi volsero al cielo; ed estrassero a sorte il nome di quello tra loro che dovesse andare in pellegrinaggio per tutti alla Madonna di Guadalupa, portandole un cero del peso [pg!345] di cinque libbre. La sorte designò lo stesso almirante. Un altro pellegrino fu sortito per andare alla Madonna di Loreto, e fu designato un marinaio, a nome Pedro de Villa, a cui l'almirante promise di rifar le spese del viaggio. Indi fu gittata la sorte d'un terzo pellegrino, il quale andasse a vegliare una notte a Santa Chiara di Moguer; e la sorte designò un'altra volta l'almirante. Ma crescendo tuttavia il fortunale, tutti quelli della caravella fecero voto di andar scalzi e in camicia al santuario della Vergine, nella prima terra a cui fossero approdati. Il cielo non di meno si mostrava sordo ai lor voti; la burrasca si faceva sempre più spaventosa, e non fu alcuno che non si stimasse perduto. La mancanza di zavorra rendeva più difficile la condizione della nave, avendola alleggerita il consumo delle vettovaglie. L'almirante immaginò di far riempir d'acqua salsa le botti vuote; e questo fu di qualche aiuto, operando in guisa che meglio si potesse sostentare il naviglio, senza così grande pericolo di travolgersi.Cristoforo Colombo si sarebbe rassegnato di buon animo alla morte, che già tante altre volte s'era veduta innanzi agli occhi, se fosse stata in rischio la sua persona soltanto. Ma gli era di pena e di dolore infinito il pensare che con la morte sua si perdeva il frutto e la gloria di tante fatiche. E lo crucciava ancora il vedersi attorniato da gente, che egli aveva trascinata a forza in quella impresa, e che, presa da terrore, malediceva il giorno in cui si era imbarcata, e l'autorità di lui che l'aveva costretta a proseguire il viaggio, quando tutti si erano ammutinati, e potevano obbligarlo al ritorno.Già, sopra una pergamena, egli aveva scritta una concisa relazione del suo viaggio e delle sue scoperte, indirizzando lo scritto al re e alla regina di [pg!346] Castiglia. Su quella pergamena, piegata e suggellata, scrisse che chiunque la consegnasse alla sua destinazione senza aprirla avrebbe dalle Loro Altezze mille ducati di premio. Poi, ravvolto il plico in una fascia di tela cerata, e chiusolo in un pane di cera, pose l'involto in un barlozzo che gittò subito in mare, lasciando i suoi marinai nella credenza che egli sciogliesse in tal guisa un voto di religione. E un'altra copia del memoriale, suggellata e custodita nel medesimo modo, collocò sulla poppa del naviglio, con la speranza che il barlozzo potesse galleggiare, ed essere spinto a qualche spiaggia, nel caso che la caravella andasse travolta negli abissi del mare. Queste precauzioni calmarono alquanto il suo spirito. E nuovo conforto gli arrecò il vedere sull'alba il cielo meno fosco ad occidente: indizio di vento che si sarebbe levato da quella parte. Infatti, poco dopo incominciò a soffiare il ponente. Le onde, per altro, erano sempre così alte e ribollenti, che nella notte si potè camminare con poche vele soltanto.La mattina del 15, allo spuntar del giorno, Ruy Garcia, un marinaio della Santogna, dall'alto dell'albero di maestra dove stava in vedetta, gittò il grido di terra. La gioia manifestata dall'equipaggio nel rivedere l'antico Mondo, eguagliò quella che esso aveva manifestata alla vista del nuovo.Appariva la terra a greco levante, argomento di subita controversia fra i piloti: uno di essi sostenendo che quella era l'isola di Madera; un altro che era la rocca di Cintra sulla costa del Portogallo; un altro ancora qualche punto della costa di Spagna. L'almirante, forte de' suoi computi e delle sue osservazioni, giudicò essere una delle isole Azzorre.Era infatti l'isola di Santa Maria, la più meridionale di quel gruppo. Per due giorni, a cagione del [pg!347] vento contrario e del mare agitato, non fu possibile l'approdo. La sera del 17 si stava per gittar l'áncora, quando si spezzò il canape, e da capo fu necessario avventurarsi in alto mare. Finalmente, la mattina del 18, fu possibile allaNinadi ancorarsi dalla parte settentrionale dell'isola.Gli abitanti della Santa Maria si maravigliarono molto di due cose: che quel fragile schifo avesse potuto sostenere tanta furia di mare, e che un Nuovo Mondo fosse stato scoperto. Del dire chi fossero e donde tornassero, male incolse ai reduci dalla memorabile impresa. Discesa a terra una parte dell'equipaggio per sciogliere il suo voto ad un santuario della Vergine, che si vedeva a mezza costa, furono presi prigioni dal capitano dell'isola e catturato il palischermo sul quale erano venuti a terra. Quel capitano, certo Castaneda, avrebbe volentieri pigliato anche Cristoforo Colombo, che era rimasto a bordo con l'altra parte della sua gente, aspettando che la prima squadra ritornasse. Furono molti, per quattro giorni alla fila, i discorsi e le tergiversazioni del signor capitano; il quale, finalmente, la sera del 22 mandò una barca con due preti e un notaio, che domandassero in nome suo di vedere le carte di Cristoforo Colombo, assicurandolo esser egli disposto a prestargli ogni servizio dipendente da lui, purchè fosse davvero almirante dei reali di Spagna.Cristoforo Colombo intese esser quello un raggiro del Castaneda, per dissimulare una ritirata e abbandonare con un po' di decoro il contegno ostile che aveva assunto prima. Represse allora il suo sdegno; rispose ringraziando delle cortesi profferte, e riconoscendo che la loro domanda, rispetto alla commissione regale a lui affidata, era secondo l'uso e la ragione del mare; perciò si fece a mostrare [pg!348] la lettera generale di raccomandazione dei Re Cattolici, indirizzata a tutti i loro sudditi e agli altri principi; e parimente la commissione che gli avevano data di imprendere il suo viaggio di scoperta oltre l'Atlantico. Il che veduto dai tre inviati, questi se ne ritornarono a terra soddisfatti, e rimandarono il palischermo, coi marinai sostenuti fin allora in prigione.L'almirante non vide altrimenti il Castaneda, nè approfittò delle sue tarde profferte di servizi. Il 24 di febbraio, partì dall'inospite lido della Santa Maria, facendo vela per levante. Ma non erano ancor finite le peripezie del ritorno. Il 3 di marzo, la poveraNinadovette sostenere un altro temporale, donde riportò le vele squarciate. La furia del vento e quella del mare erano tali, che l'equipaggio si stimò un'altra volta in gravissimo pericolo. Un altro voto fu fatto, di mandare un altro pellegrinaggio al Santuario di Santa Maria della Centa, presso di Huelva; e la sorte ancora una volta designò l'almirante.Nella orribile notte che seguì, fu veduta al chiarore dei lampi la terra. Ma quella vista non fu salutata con giubilo, temendo tutti che la caravella non fosse sbalestrata contro gli scogli. Dov'erano andati a parare? Se ne avvidero la mattina del 4 marzo, riconoscendo la rocca di Cintra e la foce del Tago.L'almirante diffidava delle disposizioni dei Portoghesi verso di lui. Ma la burrasca, che sempre più infuriava, non gli dava modo di scegliere un altro rifugio. Entrò nel Tago, andando a gettar l'áncora dirimpetto a Rastello, bene accolto dagli abitanti, che tutta la mattina avevano osservata da lungi la povera caravella in continuo pericolo.Un corriere fu subito spedito dall'almirante ai [pg!349] reali di Castiglia, per dar nuova del suo ritorno e delle fatte scoperte. Un'altra lettera al re di Portogallo, che si trovava allora a Val Paraiso, chiedeva licenza di avanzare la sua nave fino a Lisbona, dove sarebbe stata maggiormente al sicuro. Per dissipare intanto ogni dubbio nella mente del re, Cristoforo Colombo soggiungeva di non essere stato sulle coste di Guinea, nè in nessun'altra delle colonie portoghesi, ma di essere venuto dalla estremità orientale delle Indie.Innanzi di muovere per Lisbona, l'almirante del mar Oceano ricevette la visita solenne di don Alvaro di Acuna, capitano della nave grossa che stava a guardia del porto di Rastello. Seguirono le visite d'una moltitudine di barche e di burchielli, con gente venuta perfin da Lisbona, dove la notizia del maraviglioso viaggio era corsa. Uomini d'alto affare, grandi ufficiali della corona, gentiluomini, ed ogni sorte di curiosi, tutti si affollavano intorno alla caravella che ritornava dalla scoperta di un Mondo; nè fu poca la tristezza di coloro che vedevano assicurata quella strepitosa conquista alla Spagna, mentre il Portogallo era stato il primo a cui Cristoforo Colombo aveva offerto di tentare l'impresa. Ma tardi si pente chi ultimo arriva.Don Martino di Norogna, gentiluomo della Corte portoghese, giunse il giorno 8 con una lettera del re Giovanni, che invitava il fortunato scopritore alla sua residenza. Partì Cristoforo Colombo quella medesima sera; giunse a Val Paraiso, ricevuto da una grande cavalcata, ed ebbe dal re accoglienze cortesi. Non mancarono per altro le allusioni ai diritti del Portogallo, che potevano essere stati offesi da quel viaggio di scoperta, e l'almirante dovette penar molto a persuadere il re Giovanni e i suoi consiglieri che le conquiste portoghesi non erano [pg!350] punto in questione. Quelle, del resto, erano faccende da potersi trattare direttamente fra la Corte di Portogallo e la Corte di Spagna.Dopo parecchi giorni di dimora a Val Paraiso, ebbe Cristoforo Colombo licenza di ritornarsene alla sua caravella. E giunto a bordo, come Dio volle, il mercoledì 13 marzo, a due ore di giorno, fece vela per andare alla Corte di Spagna. Il venerdì seguente, sull'ora del meriggio, girava la punta dell'isoletta di Saltes, donde, addentrandosi nel fiume, venne a dar fondo nel piccolo porto di Palos.Da quel porto era egli uscito il 3 di agosto dell'anno antecedente 1492, cioè sette mesi e undici giorni prima.Quivi fu ricevuto da tutto il popolo in processione, e con una festa, con un giubilo così alto e chiassoso, che parve piuttosto un delirio.La prima visita dell'almirante e dei suoi marinai fu alla chiesa principale della città. Il grande navigatore passò per le vie in mezzo ad una calca acclamante e plaudente; quella stessa calca che lo aveva maledetto un anno prima, come un avventuriere, per il cui pazzo orgoglio erano condannati a morte sicura tanti valorosi marinai di Castiglia.Cristoforo Colombo non pensò neanche alle contrarietà, agli ostacoli, alle esecrazioni dell'anno antecedente. Pensò piuttosto al giorno in cui, oscuro e povero, col suo figliuoletto Diego per mano, era giunto a Palos, e di là, non trovandoci modo di vivere, si era avviato per l'erta della collina sovrastante, fino al convento dei francescani di Santa Maria della Rabida. Lassù aveva egli trovato il sorso d'acqua e il tozzo di pane, da cui era dipesa la sua vita, e la scoperta di un mondo.Ma mentre egli pensava con gratitudine alla Rabida, don Juan Perez di Marcena scendeva dal [pg!351] colle ad incontrare l'amico. E con lui veniva il medico don Francisco Garcia.L'incontro dei tre amici fu commovente. Corsero abbracci e baci senza fine; ed anche si piansero molte di quelle buone lacrime, che provano all'uomo la bontà sua, e perfino la bontà della esistenza; almeno in qualche momento solenne.Echeggiava ancora la piccola città di Palos delle acclamazioni al grande almirante del mare Oceano, quando nel suo porto entrava un'altra caravella, laPinta. Nessuno badava alla nuova arrivata; nessuno, del resto, poteva badarci, poichè le calate erano deserte, e sulle navi ormeggiate nel porto non apparivano marinai.Un palischermo si staccò dallaPinta, venendo alla calata, e ne smontò il comandante della caravella, Martino Alonzo Pinzon, molto maravigliato di quel silenzio, di quella solitudine. Solo un pescatore, un povero storpio, stava seduto là presso, con le gambe penzoloni sull'orlo della calata, in atto di innescare la sua lenza.—Che cos'è, Sancio?—gli chiese il Pinzon, riconoscendolo.—Son tutti morti, a Palos?—Al contrario, più vivi e più allegri che mai;—rispose il pescatore.—Ma sono tutti fuori; hanno accompagnato il grand'uomo sulla collina, al santuario della Rabida.—Il grand'uomo!—esclamò Martino Alonzo Pinzon.—Chi è questo grand'uomo?—L'almirante, don Cristoval Colon, che ha scoperte le nuove isole. Non lo sapete? Non eravate con lui?—Sì, sì;—borbottò il Pinzon.—Ma quando è egli arrivato?—Questa mattina. E si è fatta una gran festa, in paese. Ma dove eravate voi, Martino Alonzo? rimasto indietro, non è vero?[pg!352]—Sì, rimasto indietro;—replicò il Pinzon;—quantunque io per il primo abbia toccata la costa di Spagna. Ma io ho avuto la disgrazia d'essere spinto dal fortunale nel golfo di Biscaglia. Perciò arrivo tardi.... e chi tardi arriva, male alloggia, a quel che vedo.—Beato voi che per alloggiare avete una bella casa, Martino Alonzo;—disse il pescatore.—Ma voi andrete ora incontro al signor almirante, m'immagino. Egli sarà ben contento di vedervi.—Non andrò;—rispose il Pinzon.—Ci sarà tempo domattina. E tu bada, Sancio, non dire di avermi veduto. Voglio andarmene a riposare nella mia bella casa, amico Sancio; nella mia bella casa, dove non isperavo di dormire.—Eh, certo! dopo tanti mesi di fatiche, il vostro letto vi piacerà. Ma sarete l'unico a dormire, questa notte; tanta è l'allegrezza del nostro paese.—Dove io sono accolto come un cane;—brontolò Martino Alonzo.—E come un cane me ne andrò ora alla cuccia. Ti ripeto, non dire a nessuno di avermi veduto; altrimenti....—E accentuò la sospensione della frase con un gesto di minaccia.—Non dubitate, Martino Alonzo;—rispose lo storpio.—Sarete obbedito.—Il comandante dellaPintasi allontanò dalla calata, andando verso la casa sua, dove non era aspettato. E giunse nella sua casa senza avere incontrato nessuno per via; e nella sua casa si chiuse, col suo mal talento nell'anima.Che cos'era avvenuto, per renderlo tanto scontroso quel giorno? Sicuramente, era triste il giungere a quel modo in patria, non veduto, non salutato da alcuno. Ma questo era un caso naturalissimo, di cui Sancio gli aveva data la spiegazione. [pg!353] Ed anche si capiva che nell'animo di Martino Alonzo Pinzon ci fosse molta amarezza, per la disgrazia d'esser giunto troppo tardi, e di non avere avuta la sua giusta parte nelle accoglienze di Palos ai suoi marinai reduci dalla spedizione portentosa dell'Atlantico. Ma era questa una buona ragione perchè Martino Alonzo Pinzon corresse a nascondersi in casa?Diciamo subito, senza tenere i lettori alla corda, quali fossero le ragioni della tristezza e della rabbia di Martino Alonzo Pinzon. La sua caravella, separata dalla capitana per la violenza dell'uragano, era stata spinta in un'altra direzione, verso il golfo di Biscaglia, ove, non senza stento, aveva approdato a Baiona. Ignorando se Cristoforo Colombo fosse sfuggito a quella fortuna di mare, impaziente di precorrerla ad ogni costo, preoccupando a suo favore il giudizio della corte e del popolo di Castiglia, Martino Alonzo aveva scritto subito al re e alla regina, informandoli delle fatte scoperte. Ma il linguaggio suo, in quella lettera, non era di un ufficiale subalterno, che riferisse al suo comandante la gloria dell'impresa; era quello di un millantatore, che volesse attribuirne a sè tutto il merito. Di Cristoforo Colombo egli non faceva parola; forse aspettando dal tempo la certezza di un naufragio che gli pareva molta probabile, si disponeva a non parlare che di sè, dimenticando il comandante supremo. E frattanto, chiudeva la sua lettera domandando licenza di recarsi alla Corte, per esporre alle Loro Altezze la peripezie del suo viaggio e l'ordine e la importanza delle scoperte, che aveva fatte di là dall'Oceano. Il tempo, frattanto, si era abbastanza rabbonito; e Martino Alonzo Pinzon aveva spiegate nuovamente le vele, per muovere verso la spiaggia di Palos, dove si faceva sicuro di essere accolto in [pg!354] trionfo. Quanto alla nave capitana, egli avrebbe potuto assicurarsi in quel tragitto di ciò che poteva esserne avvenuto. Se egli non ne aveva notizia da Baiona a Palos, certamente laNinasi era inabissata; l'Oceano aveva sepolta per sempre la gloria del navigatore straniero; e trionfava due volte il Pinzon.Martino Alonzo aveva fatti male i suoi conti. LaNina, non che perdersi, era giunta prima di lui; e quella tal lettera ch'egli si era affrettato a mandare da Baiona ai reali di Castiglia, correva rischio di essere interpetrata e giudicata molto severamente, così per le millanterie del suo autore, come per il silenzio serbato intorno al comandante della spedizione, al vero scopritore delle nuove terre di là dall'Atlantico. E con tante orgogliose speranze nel cuore si era egli appressato all'isolotto di Saltes! Con tanta baldanzosa fiducia aveva rimontato il corso del suo fiume natale! Povero orgoglio! povera baldanza! Finivano ambedue nella vergogna; e in una vergogna tanto più grande, in quanto che essa gli capitava nella sua patria, in quel porto di Palos, dove fino allora egli era stato riverito come il primo fra i primi navigatori di Castiglia.E come fu grande la vergogna, così fu grande il rimorso. Martino Alonzo pensò all'arroganza, alla insofferenza d'ogni freno e d'ogni autorità, di cui aveva fatto prova in tante occasioni, durante il viaggio; ed anche all'atto di vera disobbedienza a cui si era lasciato trascorrere, abbandonando il suo almirante nelle acque di Cuba, così rendendo impossibile al grande navigatore di proseguire le sue scoperte. Ricordando queste cose, era naturale che non osasse mostrarsi per le vie, fino a tanto che l'almirante era ospite di Palos. Aspettò dunque che fossero finite le feste, e che Cristoforo Colombo fosse [pg!355] partito di là. Il fatto seguì assai prima che egli non isperasse. L'almirante aveva mandato un corriere alla Corte, che si ritrovava di quei giorni a Barcellona; il giorno seguente, disceso dal convento della Rabida, dove aveva passata la notte, Cristoforo Colombo si avviò, per via di terra, alla volta di Barcellona.E allora anche Martino Alonzo Pinzon uscì dal suo nascondiglio. Un buon pretesto per quel suo rimanersi sotto la tenda, lo aveva; e se anche non fosse stato buono, egli non doveva render conto degli atti suoi a nessuno. Era giunto tardi, perchè il temporale lo aveva mandato a parare in Biscaglia; giunto tardi, non aveva voluto disturbare le feste fatte al suo comandante; era stanco morto; più che esser portato in trionfo gli premeva di riposarsi qualche ora. Si era riposato, era uscito; qual colpa era la sua, se non aveva veduto l'almirante? Per tanti mesi di seguito si erano veduti ogni giorno. E anch'egli, uno di quei giorni, si sarebbe messo in viaggio per raggiungerlo a Barcellona. Intanto, egli approfittava di quel riposo a Palos, per mettere in sesto le cose sue, che ne avevano bisogno. Questa era la gloria vera del lavoratore; lavorar sempre, o in una cosa o nell'altra, senza un giorno di tregua.Con questi ragionamenti, fatti a pezzi e bocconi, quando l'occasione si offriva, Martino Alonzo Pinzon credette di giustificare la sua dimora prolungata a Palos. Ma intanto ch'egli si consumava di rimorsi e di rabbia, gli giungeva una lettera dalla Corte. I sovrani non tenevano verun conto delle sue millanterie; lo rimproveravano in quella vece della sua disobbedienza all'almirante, e finivano dispensandolo da una visita che sarebbe stata penosa per tutti.[pg!356]Martino Alonzo Pinzon non rèsse a quel colpo. Già poco ci voleva per abbattere quella rovina d'uomo. Vittima dell'invidia sua, dei rimorsi, della vergogna ond'era stato oppresso così duramente, il comandante dellaPintain capo a pochi giorni fu trovato morto nel suo letto. Gli stenti del fortunoso viaggio, un vizio del cuore, un insulto apoplettico, diedero ragione sufficiente di quella morte improvvisa.La storia non sarà disumana con Martino Alonzo Pinzon. Essa, obbligata ad essere la più umana di tutte le scienze, poichè ha per sua materia gli uomini e le opere loro, ha certamente il diritto di ridurre a più giusta misura gli eroi, fabbricati o ingranditi da vecchi narratori sulla traccia dei grandi eventi a cui ritrovarono il loro nome associato. Ma essa può e deve essere compassionevole, senza tralasciare di esser giusta, con quei modesti cooperatori delle grandi imprese, i quali ebbero il torto di voler parere più alti del vero. Quanti eroi della leggenda, ed abbastanza rispettati dalla critica, non si mostrano da meno di quel povero Martino Alonzo Pinzon! Intrepido marinaio, ma di poca coltura, in un tempo che ai suoi pari non se ne richiedeva nessuna, egli cedette in un cattivo momento ai demoni della superbia e della cupidigia. In lui erano potentissimi gl'istinti, e non dominati dalla ragione. Ma la storia non dimenticherà che Martino Alonzo Pinzon, in un felice momento, udì le voci del suo buon genio, che lo chiamava ad una nobile impresa, avversata dagli invidiosi, non approvata dai dotti. Fu egli il primo marinaio di Spagna che si persuase della verità e della grandezza delle idee di Cristoforo Colombo. Se egli non era, il povero Martino Alonzo, se egli non si persuadeva, se egli non dava l'esempio di avventurare la sua vita col navigatore [pg!357] Genovese, nessun marinaio di Palos, di Huelva, di Moguer, avrebbe osato prendere il mare per quella nobile impresa, ed ogni ordinanza reale sarebbe rimasta lettera morta. Quell'atto redime molti falli, e può farne dimenticare molti altri. E noi deponiamo un fiore sulla tomba del povero Martino Alonzo Pinzon.[pg!358]

Capitolo XVIII.In fretta e in furia.LaNinaera uscita dal Rio di Grazia, salutata dalle grida dei selvaggi, riconoscenti a Cristoforo Colombo per la liberazione di quei loro compagni che aveva catturati Martino Alonzo Pinzon. Seguitando il suo viaggio lungo la costa, l'almirante vide un bel promontorio, a cui, per ricordo della figliuola di Tolteomec, impose il nome della Innamorata. Ma ilcabo de l'Enamoradanon seppe conservare il suo poetico nome; si chiama oggi assai volgarmente il capo Cabron. Proseguendo il cammino, si entrò in una vasta baia, le cui rive erano abitate da una forte tribù, armata di lunghi archi, e spade di legno di palma, dure, pesanti come il ferro, e tanto affilate da poter tagliare il cuoio delle corazze, e perfino la lamiera degli elmi, come se fossero state d'acciaio. Quei selvaggi erano fieri ed intrepidi; ma non diedero molestia agli uomini bianchi; ai quali anzi vendettero due archi, che essi desideravano portare come esemplari in Ispagna.Cristoforo Colombo immaginò che fossero quelli i Caribi, tanto temuti da Guacanagari. E ne domandò a quei naturali; ma essi risposero che i Caribi erano [pg!342] in un'isola verso greco, chiamata per l'appunto da loro. E soggiunsero (se pure gl'interpetri riferivano giustamente le parole) che di rincontro all'isola dei Caribi ne era un'altra, chiamata Mantinino, abitata solamente da donne; le quali accoglievano una volta all'anno i loro vicini, affinchè non si estinguesse la stirpe. Tutti i fanciulli maschi nati da quelle nozze si consegnavano ai padri; le figlie dimoravano con le madri loro. Insomma, la storia delle Amazzoni ripetuta di là dall'Oceano.Che c'era egli di vero in quella chiacchiera? La tribù dei Siguaiani, tra cui si trovava allora Cristoforo Colombo, parlava un dialetto poco intelligibile agli interpetri della forza di Cusqueia. Qualche frase male intesa, tirata ad un senso nuovo dal desiderio di vedere da per tutto confermati i racconti di Marco Polo, poteva bene indurre Cristoforo Colombo nella credenza di essere capitato in vicinanza delle due isole che Marco Polo aveva descritte, collocandole presso la costa orientale dell'Asia, abitate spartitamente da donne e da uomini. Ed anche messer Marco Polo, così veridico narratore di ciò ch'egli aveva veduto, che cantonate non aveva prese, quando si fidava ai racconti degli altri!L'isola delle Amazzoni avrebbe dovuto tentare la curiosità degli uomini bianchi. Ma la stanchezza si era impadronita degli spiriti. Lo stesso Damiano, richiesto dall'amico se gli sorridesse l'impresa, rispose che oramai di donne del nuovo mondo ne aveva fin sopra i capelli. Se questi li avesse avuti biondi, chi sa?... Ma erano neri, ed egli faceva conto di portarli alle donne di Scandinavia o d'altre terre settentrionali, molto settentrionali d'Europa, dove sarebbero stati apprezzati un po' meglio.Anche l'almirante si era risoluto di dar volta. Dopo un altro giorno di esplorazione in quel golfo, che egli [pg!343] chiamò delle Frecce, e dove accadde a sette dei suoi uomini di far baruffa con una cinquantina di Siguaiani, ferendone due, e mettendoli nel debito rispetto verso gli uomini bianchi, Cristoforo Colombo pensò che fosse venuto il tempo di ritornare in Europa. Un bel vento gagliardo si era levato da ponente, e invitava a far vela. E più che il vento lo persuadevano parecchie altre ragioni: il cattivo stato delle sue caravelle, la poca fedeltà della sua marinaresca, e la slealtà di Martino Alonzo Pinzon, da cui non poteva aspettarsi che il peggio.—Mettiamo le fatte scoperte al sicuro dai colpi di fortuna;—diss'egli.—Un'altra volta, e con migliori auspicî, ritenteremo la prova.—Fu un mercoledì, 16 gennaio del 1493, che l'almirante lasciò il golfo delle Frecce, detto ora di Samana, per navigare alla volta di Castiglia. Seguitando il cammino con tempo buono, le due caravelle corsero tanto, che il 10 di febbraio, al parere dei piloti, dovevano ritrovarsi al mezzodì delle isole Azzorre. Ma l'almirante, avendo osservato attentamente nel ritorno i limiti estremi del mar di sargasso che attentamente aveva osservati all'andata, conchiuse che si fosse un quaranta leghe più indietro. Ed egli ragionava dirittamente, come poi si vedrà.Il 12 di febbraio già speravano di veder terra da un momento all'altro, quand'ecco il vento incominciò a soffiare con violenza, e il mare a gonfiarsi. Il giorno dopo, fu anche peggio; incominciò a balenare da greco, e tosto si scatenò un temporale dei più grossi che mai si fossero veduti. Quei deboli navigli, sprovveduti di ponte, non erano troppo in istato di resistere ai fortunali dell'Atlantico. Bisognò per tutta la notte andare con le vele imbrogliate, abbandonandosi alla discrezione del vento e [pg!344] del mare. Un po' di calma seguì nella mattina del 14; ma fu di breve durata. Un vento impetuoso si era levato da ostro, durando tutto quel giorno e la notte seguente. Le povere caravelle andavano palleggiate sui flutti come gusci di noce, non avendo più modo di sostenere quella furia degli elementi, e rinunziando quasi del tutto a governare. Il buio della notte non permettendo di vedere laPinta, l'almirante fece sospendere il fanale all'albero di maestra, come per significare allaPintadi imitarlo, affinchè potessero le due navi andare di conserva. Ma laPintaaveva poco saldo il trinchetto, e non potendo tener testa al vento, fu costretta a riceverlo in fil di ruota, correndo verso tramontana, mentre laNinasi sforzava di governare per greco. LaPintaparve rispondere per qualche tempo al segnale dell'almirante; ma il suo lume a grado a grado si allontanava; nel cuor della notte era sparito del tutto.Cristoforo Colombo aveva l'anima oppressa da funesti presagi sul destino dellaPintae della stessa sua nave. Alla punta del giorno, il mare gli offerse un pauroso spettacolo. Non si vedevano tutto intorno che cavalloni inferociti e ruggenti. Della caravella di Martino Alonzo Pinzon non appariva più traccia sull'orizzonte. LaNinaspiegò alcune vele per tenersi di prora al mare, e non andarne sommersa. Si levò il sole, e con esso crebbero il vento e le ondate; per tutto il corso di una terribile giornata laNina, non più in grado di resistere, fu trascinata, sbalestrata per ogni dove dal furore dell'uragano.Vedendosi perduti oramai d'ogni soccorso terrestre, i marinai dellaNinasi volsero al cielo; ed estrassero a sorte il nome di quello tra loro che dovesse andare in pellegrinaggio per tutti alla Madonna di Guadalupa, portandole un cero del peso [pg!345] di cinque libbre. La sorte designò lo stesso almirante. Un altro pellegrino fu sortito per andare alla Madonna di Loreto, e fu designato un marinaio, a nome Pedro de Villa, a cui l'almirante promise di rifar le spese del viaggio. Indi fu gittata la sorte d'un terzo pellegrino, il quale andasse a vegliare una notte a Santa Chiara di Moguer; e la sorte designò un'altra volta l'almirante. Ma crescendo tuttavia il fortunale, tutti quelli della caravella fecero voto di andar scalzi e in camicia al santuario della Vergine, nella prima terra a cui fossero approdati. Il cielo non di meno si mostrava sordo ai lor voti; la burrasca si faceva sempre più spaventosa, e non fu alcuno che non si stimasse perduto. La mancanza di zavorra rendeva più difficile la condizione della nave, avendola alleggerita il consumo delle vettovaglie. L'almirante immaginò di far riempir d'acqua salsa le botti vuote; e questo fu di qualche aiuto, operando in guisa che meglio si potesse sostentare il naviglio, senza così grande pericolo di travolgersi.Cristoforo Colombo si sarebbe rassegnato di buon animo alla morte, che già tante altre volte s'era veduta innanzi agli occhi, se fosse stata in rischio la sua persona soltanto. Ma gli era di pena e di dolore infinito il pensare che con la morte sua si perdeva il frutto e la gloria di tante fatiche. E lo crucciava ancora il vedersi attorniato da gente, che egli aveva trascinata a forza in quella impresa, e che, presa da terrore, malediceva il giorno in cui si era imbarcata, e l'autorità di lui che l'aveva costretta a proseguire il viaggio, quando tutti si erano ammutinati, e potevano obbligarlo al ritorno.Già, sopra una pergamena, egli aveva scritta una concisa relazione del suo viaggio e delle sue scoperte, indirizzando lo scritto al re e alla regina di [pg!346] Castiglia. Su quella pergamena, piegata e suggellata, scrisse che chiunque la consegnasse alla sua destinazione senza aprirla avrebbe dalle Loro Altezze mille ducati di premio. Poi, ravvolto il plico in una fascia di tela cerata, e chiusolo in un pane di cera, pose l'involto in un barlozzo che gittò subito in mare, lasciando i suoi marinai nella credenza che egli sciogliesse in tal guisa un voto di religione. E un'altra copia del memoriale, suggellata e custodita nel medesimo modo, collocò sulla poppa del naviglio, con la speranza che il barlozzo potesse galleggiare, ed essere spinto a qualche spiaggia, nel caso che la caravella andasse travolta negli abissi del mare. Queste precauzioni calmarono alquanto il suo spirito. E nuovo conforto gli arrecò il vedere sull'alba il cielo meno fosco ad occidente: indizio di vento che si sarebbe levato da quella parte. Infatti, poco dopo incominciò a soffiare il ponente. Le onde, per altro, erano sempre così alte e ribollenti, che nella notte si potè camminare con poche vele soltanto.La mattina del 15, allo spuntar del giorno, Ruy Garcia, un marinaio della Santogna, dall'alto dell'albero di maestra dove stava in vedetta, gittò il grido di terra. La gioia manifestata dall'equipaggio nel rivedere l'antico Mondo, eguagliò quella che esso aveva manifestata alla vista del nuovo.Appariva la terra a greco levante, argomento di subita controversia fra i piloti: uno di essi sostenendo che quella era l'isola di Madera; un altro che era la rocca di Cintra sulla costa del Portogallo; un altro ancora qualche punto della costa di Spagna. L'almirante, forte de' suoi computi e delle sue osservazioni, giudicò essere una delle isole Azzorre.Era infatti l'isola di Santa Maria, la più meridionale di quel gruppo. Per due giorni, a cagione del [pg!347] vento contrario e del mare agitato, non fu possibile l'approdo. La sera del 17 si stava per gittar l'áncora, quando si spezzò il canape, e da capo fu necessario avventurarsi in alto mare. Finalmente, la mattina del 18, fu possibile allaNinadi ancorarsi dalla parte settentrionale dell'isola.Gli abitanti della Santa Maria si maravigliarono molto di due cose: che quel fragile schifo avesse potuto sostenere tanta furia di mare, e che un Nuovo Mondo fosse stato scoperto. Del dire chi fossero e donde tornassero, male incolse ai reduci dalla memorabile impresa. Discesa a terra una parte dell'equipaggio per sciogliere il suo voto ad un santuario della Vergine, che si vedeva a mezza costa, furono presi prigioni dal capitano dell'isola e catturato il palischermo sul quale erano venuti a terra. Quel capitano, certo Castaneda, avrebbe volentieri pigliato anche Cristoforo Colombo, che era rimasto a bordo con l'altra parte della sua gente, aspettando che la prima squadra ritornasse. Furono molti, per quattro giorni alla fila, i discorsi e le tergiversazioni del signor capitano; il quale, finalmente, la sera del 22 mandò una barca con due preti e un notaio, che domandassero in nome suo di vedere le carte di Cristoforo Colombo, assicurandolo esser egli disposto a prestargli ogni servizio dipendente da lui, purchè fosse davvero almirante dei reali di Spagna.Cristoforo Colombo intese esser quello un raggiro del Castaneda, per dissimulare una ritirata e abbandonare con un po' di decoro il contegno ostile che aveva assunto prima. Represse allora il suo sdegno; rispose ringraziando delle cortesi profferte, e riconoscendo che la loro domanda, rispetto alla commissione regale a lui affidata, era secondo l'uso e la ragione del mare; perciò si fece a mostrare [pg!348] la lettera generale di raccomandazione dei Re Cattolici, indirizzata a tutti i loro sudditi e agli altri principi; e parimente la commissione che gli avevano data di imprendere il suo viaggio di scoperta oltre l'Atlantico. Il che veduto dai tre inviati, questi se ne ritornarono a terra soddisfatti, e rimandarono il palischermo, coi marinai sostenuti fin allora in prigione.L'almirante non vide altrimenti il Castaneda, nè approfittò delle sue tarde profferte di servizi. Il 24 di febbraio, partì dall'inospite lido della Santa Maria, facendo vela per levante. Ma non erano ancor finite le peripezie del ritorno. Il 3 di marzo, la poveraNinadovette sostenere un altro temporale, donde riportò le vele squarciate. La furia del vento e quella del mare erano tali, che l'equipaggio si stimò un'altra volta in gravissimo pericolo. Un altro voto fu fatto, di mandare un altro pellegrinaggio al Santuario di Santa Maria della Centa, presso di Huelva; e la sorte ancora una volta designò l'almirante.Nella orribile notte che seguì, fu veduta al chiarore dei lampi la terra. Ma quella vista non fu salutata con giubilo, temendo tutti che la caravella non fosse sbalestrata contro gli scogli. Dov'erano andati a parare? Se ne avvidero la mattina del 4 marzo, riconoscendo la rocca di Cintra e la foce del Tago.L'almirante diffidava delle disposizioni dei Portoghesi verso di lui. Ma la burrasca, che sempre più infuriava, non gli dava modo di scegliere un altro rifugio. Entrò nel Tago, andando a gettar l'áncora dirimpetto a Rastello, bene accolto dagli abitanti, che tutta la mattina avevano osservata da lungi la povera caravella in continuo pericolo.Un corriere fu subito spedito dall'almirante ai [pg!349] reali di Castiglia, per dar nuova del suo ritorno e delle fatte scoperte. Un'altra lettera al re di Portogallo, che si trovava allora a Val Paraiso, chiedeva licenza di avanzare la sua nave fino a Lisbona, dove sarebbe stata maggiormente al sicuro. Per dissipare intanto ogni dubbio nella mente del re, Cristoforo Colombo soggiungeva di non essere stato sulle coste di Guinea, nè in nessun'altra delle colonie portoghesi, ma di essere venuto dalla estremità orientale delle Indie.Innanzi di muovere per Lisbona, l'almirante del mar Oceano ricevette la visita solenne di don Alvaro di Acuna, capitano della nave grossa che stava a guardia del porto di Rastello. Seguirono le visite d'una moltitudine di barche e di burchielli, con gente venuta perfin da Lisbona, dove la notizia del maraviglioso viaggio era corsa. Uomini d'alto affare, grandi ufficiali della corona, gentiluomini, ed ogni sorte di curiosi, tutti si affollavano intorno alla caravella che ritornava dalla scoperta di un Mondo; nè fu poca la tristezza di coloro che vedevano assicurata quella strepitosa conquista alla Spagna, mentre il Portogallo era stato il primo a cui Cristoforo Colombo aveva offerto di tentare l'impresa. Ma tardi si pente chi ultimo arriva.Don Martino di Norogna, gentiluomo della Corte portoghese, giunse il giorno 8 con una lettera del re Giovanni, che invitava il fortunato scopritore alla sua residenza. Partì Cristoforo Colombo quella medesima sera; giunse a Val Paraiso, ricevuto da una grande cavalcata, ed ebbe dal re accoglienze cortesi. Non mancarono per altro le allusioni ai diritti del Portogallo, che potevano essere stati offesi da quel viaggio di scoperta, e l'almirante dovette penar molto a persuadere il re Giovanni e i suoi consiglieri che le conquiste portoghesi non erano [pg!350] punto in questione. Quelle, del resto, erano faccende da potersi trattare direttamente fra la Corte di Portogallo e la Corte di Spagna.Dopo parecchi giorni di dimora a Val Paraiso, ebbe Cristoforo Colombo licenza di ritornarsene alla sua caravella. E giunto a bordo, come Dio volle, il mercoledì 13 marzo, a due ore di giorno, fece vela per andare alla Corte di Spagna. Il venerdì seguente, sull'ora del meriggio, girava la punta dell'isoletta di Saltes, donde, addentrandosi nel fiume, venne a dar fondo nel piccolo porto di Palos.Da quel porto era egli uscito il 3 di agosto dell'anno antecedente 1492, cioè sette mesi e undici giorni prima.Quivi fu ricevuto da tutto il popolo in processione, e con una festa, con un giubilo così alto e chiassoso, che parve piuttosto un delirio.La prima visita dell'almirante e dei suoi marinai fu alla chiesa principale della città. Il grande navigatore passò per le vie in mezzo ad una calca acclamante e plaudente; quella stessa calca che lo aveva maledetto un anno prima, come un avventuriere, per il cui pazzo orgoglio erano condannati a morte sicura tanti valorosi marinai di Castiglia.Cristoforo Colombo non pensò neanche alle contrarietà, agli ostacoli, alle esecrazioni dell'anno antecedente. Pensò piuttosto al giorno in cui, oscuro e povero, col suo figliuoletto Diego per mano, era giunto a Palos, e di là, non trovandoci modo di vivere, si era avviato per l'erta della collina sovrastante, fino al convento dei francescani di Santa Maria della Rabida. Lassù aveva egli trovato il sorso d'acqua e il tozzo di pane, da cui era dipesa la sua vita, e la scoperta di un mondo.Ma mentre egli pensava con gratitudine alla Rabida, don Juan Perez di Marcena scendeva dal [pg!351] colle ad incontrare l'amico. E con lui veniva il medico don Francisco Garcia.L'incontro dei tre amici fu commovente. Corsero abbracci e baci senza fine; ed anche si piansero molte di quelle buone lacrime, che provano all'uomo la bontà sua, e perfino la bontà della esistenza; almeno in qualche momento solenne.Echeggiava ancora la piccola città di Palos delle acclamazioni al grande almirante del mare Oceano, quando nel suo porto entrava un'altra caravella, laPinta. Nessuno badava alla nuova arrivata; nessuno, del resto, poteva badarci, poichè le calate erano deserte, e sulle navi ormeggiate nel porto non apparivano marinai.Un palischermo si staccò dallaPinta, venendo alla calata, e ne smontò il comandante della caravella, Martino Alonzo Pinzon, molto maravigliato di quel silenzio, di quella solitudine. Solo un pescatore, un povero storpio, stava seduto là presso, con le gambe penzoloni sull'orlo della calata, in atto di innescare la sua lenza.—Che cos'è, Sancio?—gli chiese il Pinzon, riconoscendolo.—Son tutti morti, a Palos?—Al contrario, più vivi e più allegri che mai;—rispose il pescatore.—Ma sono tutti fuori; hanno accompagnato il grand'uomo sulla collina, al santuario della Rabida.—Il grand'uomo!—esclamò Martino Alonzo Pinzon.—Chi è questo grand'uomo?—L'almirante, don Cristoval Colon, che ha scoperte le nuove isole. Non lo sapete? Non eravate con lui?—Sì, sì;—borbottò il Pinzon.—Ma quando è egli arrivato?—Questa mattina. E si è fatta una gran festa, in paese. Ma dove eravate voi, Martino Alonzo? rimasto indietro, non è vero?[pg!352]—Sì, rimasto indietro;—replicò il Pinzon;—quantunque io per il primo abbia toccata la costa di Spagna. Ma io ho avuto la disgrazia d'essere spinto dal fortunale nel golfo di Biscaglia. Perciò arrivo tardi.... e chi tardi arriva, male alloggia, a quel che vedo.—Beato voi che per alloggiare avete una bella casa, Martino Alonzo;—disse il pescatore.—Ma voi andrete ora incontro al signor almirante, m'immagino. Egli sarà ben contento di vedervi.—Non andrò;—rispose il Pinzon.—Ci sarà tempo domattina. E tu bada, Sancio, non dire di avermi veduto. Voglio andarmene a riposare nella mia bella casa, amico Sancio; nella mia bella casa, dove non isperavo di dormire.—Eh, certo! dopo tanti mesi di fatiche, il vostro letto vi piacerà. Ma sarete l'unico a dormire, questa notte; tanta è l'allegrezza del nostro paese.—Dove io sono accolto come un cane;—brontolò Martino Alonzo.—E come un cane me ne andrò ora alla cuccia. Ti ripeto, non dire a nessuno di avermi veduto; altrimenti....—E accentuò la sospensione della frase con un gesto di minaccia.—Non dubitate, Martino Alonzo;—rispose lo storpio.—Sarete obbedito.—Il comandante dellaPintasi allontanò dalla calata, andando verso la casa sua, dove non era aspettato. E giunse nella sua casa senza avere incontrato nessuno per via; e nella sua casa si chiuse, col suo mal talento nell'anima.Che cos'era avvenuto, per renderlo tanto scontroso quel giorno? Sicuramente, era triste il giungere a quel modo in patria, non veduto, non salutato da alcuno. Ma questo era un caso naturalissimo, di cui Sancio gli aveva data la spiegazione. [pg!353] Ed anche si capiva che nell'animo di Martino Alonzo Pinzon ci fosse molta amarezza, per la disgrazia d'esser giunto troppo tardi, e di non avere avuta la sua giusta parte nelle accoglienze di Palos ai suoi marinai reduci dalla spedizione portentosa dell'Atlantico. Ma era questa una buona ragione perchè Martino Alonzo Pinzon corresse a nascondersi in casa?Diciamo subito, senza tenere i lettori alla corda, quali fossero le ragioni della tristezza e della rabbia di Martino Alonzo Pinzon. La sua caravella, separata dalla capitana per la violenza dell'uragano, era stata spinta in un'altra direzione, verso il golfo di Biscaglia, ove, non senza stento, aveva approdato a Baiona. Ignorando se Cristoforo Colombo fosse sfuggito a quella fortuna di mare, impaziente di precorrerla ad ogni costo, preoccupando a suo favore il giudizio della corte e del popolo di Castiglia, Martino Alonzo aveva scritto subito al re e alla regina, informandoli delle fatte scoperte. Ma il linguaggio suo, in quella lettera, non era di un ufficiale subalterno, che riferisse al suo comandante la gloria dell'impresa; era quello di un millantatore, che volesse attribuirne a sè tutto il merito. Di Cristoforo Colombo egli non faceva parola; forse aspettando dal tempo la certezza di un naufragio che gli pareva molta probabile, si disponeva a non parlare che di sè, dimenticando il comandante supremo. E frattanto, chiudeva la sua lettera domandando licenza di recarsi alla Corte, per esporre alle Loro Altezze la peripezie del suo viaggio e l'ordine e la importanza delle scoperte, che aveva fatte di là dall'Oceano. Il tempo, frattanto, si era abbastanza rabbonito; e Martino Alonzo Pinzon aveva spiegate nuovamente le vele, per muovere verso la spiaggia di Palos, dove si faceva sicuro di essere accolto in [pg!354] trionfo. Quanto alla nave capitana, egli avrebbe potuto assicurarsi in quel tragitto di ciò che poteva esserne avvenuto. Se egli non ne aveva notizia da Baiona a Palos, certamente laNinasi era inabissata; l'Oceano aveva sepolta per sempre la gloria del navigatore straniero; e trionfava due volte il Pinzon.Martino Alonzo aveva fatti male i suoi conti. LaNina, non che perdersi, era giunta prima di lui; e quella tal lettera ch'egli si era affrettato a mandare da Baiona ai reali di Castiglia, correva rischio di essere interpetrata e giudicata molto severamente, così per le millanterie del suo autore, come per il silenzio serbato intorno al comandante della spedizione, al vero scopritore delle nuove terre di là dall'Atlantico. E con tante orgogliose speranze nel cuore si era egli appressato all'isolotto di Saltes! Con tanta baldanzosa fiducia aveva rimontato il corso del suo fiume natale! Povero orgoglio! povera baldanza! Finivano ambedue nella vergogna; e in una vergogna tanto più grande, in quanto che essa gli capitava nella sua patria, in quel porto di Palos, dove fino allora egli era stato riverito come il primo fra i primi navigatori di Castiglia.E come fu grande la vergogna, così fu grande il rimorso. Martino Alonzo pensò all'arroganza, alla insofferenza d'ogni freno e d'ogni autorità, di cui aveva fatto prova in tante occasioni, durante il viaggio; ed anche all'atto di vera disobbedienza a cui si era lasciato trascorrere, abbandonando il suo almirante nelle acque di Cuba, così rendendo impossibile al grande navigatore di proseguire le sue scoperte. Ricordando queste cose, era naturale che non osasse mostrarsi per le vie, fino a tanto che l'almirante era ospite di Palos. Aspettò dunque che fossero finite le feste, e che Cristoforo Colombo fosse [pg!355] partito di là. Il fatto seguì assai prima che egli non isperasse. L'almirante aveva mandato un corriere alla Corte, che si ritrovava di quei giorni a Barcellona; il giorno seguente, disceso dal convento della Rabida, dove aveva passata la notte, Cristoforo Colombo si avviò, per via di terra, alla volta di Barcellona.E allora anche Martino Alonzo Pinzon uscì dal suo nascondiglio. Un buon pretesto per quel suo rimanersi sotto la tenda, lo aveva; e se anche non fosse stato buono, egli non doveva render conto degli atti suoi a nessuno. Era giunto tardi, perchè il temporale lo aveva mandato a parare in Biscaglia; giunto tardi, non aveva voluto disturbare le feste fatte al suo comandante; era stanco morto; più che esser portato in trionfo gli premeva di riposarsi qualche ora. Si era riposato, era uscito; qual colpa era la sua, se non aveva veduto l'almirante? Per tanti mesi di seguito si erano veduti ogni giorno. E anch'egli, uno di quei giorni, si sarebbe messo in viaggio per raggiungerlo a Barcellona. Intanto, egli approfittava di quel riposo a Palos, per mettere in sesto le cose sue, che ne avevano bisogno. Questa era la gloria vera del lavoratore; lavorar sempre, o in una cosa o nell'altra, senza un giorno di tregua.Con questi ragionamenti, fatti a pezzi e bocconi, quando l'occasione si offriva, Martino Alonzo Pinzon credette di giustificare la sua dimora prolungata a Palos. Ma intanto ch'egli si consumava di rimorsi e di rabbia, gli giungeva una lettera dalla Corte. I sovrani non tenevano verun conto delle sue millanterie; lo rimproveravano in quella vece della sua disobbedienza all'almirante, e finivano dispensandolo da una visita che sarebbe stata penosa per tutti.[pg!356]Martino Alonzo Pinzon non rèsse a quel colpo. Già poco ci voleva per abbattere quella rovina d'uomo. Vittima dell'invidia sua, dei rimorsi, della vergogna ond'era stato oppresso così duramente, il comandante dellaPintain capo a pochi giorni fu trovato morto nel suo letto. Gli stenti del fortunoso viaggio, un vizio del cuore, un insulto apoplettico, diedero ragione sufficiente di quella morte improvvisa.La storia non sarà disumana con Martino Alonzo Pinzon. Essa, obbligata ad essere la più umana di tutte le scienze, poichè ha per sua materia gli uomini e le opere loro, ha certamente il diritto di ridurre a più giusta misura gli eroi, fabbricati o ingranditi da vecchi narratori sulla traccia dei grandi eventi a cui ritrovarono il loro nome associato. Ma essa può e deve essere compassionevole, senza tralasciare di esser giusta, con quei modesti cooperatori delle grandi imprese, i quali ebbero il torto di voler parere più alti del vero. Quanti eroi della leggenda, ed abbastanza rispettati dalla critica, non si mostrano da meno di quel povero Martino Alonzo Pinzon! Intrepido marinaio, ma di poca coltura, in un tempo che ai suoi pari non se ne richiedeva nessuna, egli cedette in un cattivo momento ai demoni della superbia e della cupidigia. In lui erano potentissimi gl'istinti, e non dominati dalla ragione. Ma la storia non dimenticherà che Martino Alonzo Pinzon, in un felice momento, udì le voci del suo buon genio, che lo chiamava ad una nobile impresa, avversata dagli invidiosi, non approvata dai dotti. Fu egli il primo marinaio di Spagna che si persuase della verità e della grandezza delle idee di Cristoforo Colombo. Se egli non era, il povero Martino Alonzo, se egli non si persuadeva, se egli non dava l'esempio di avventurare la sua vita col navigatore [pg!357] Genovese, nessun marinaio di Palos, di Huelva, di Moguer, avrebbe osato prendere il mare per quella nobile impresa, ed ogni ordinanza reale sarebbe rimasta lettera morta. Quell'atto redime molti falli, e può farne dimenticare molti altri. E noi deponiamo un fiore sulla tomba del povero Martino Alonzo Pinzon.[pg!358]

In fretta e in furia.

LaNinaera uscita dal Rio di Grazia, salutata dalle grida dei selvaggi, riconoscenti a Cristoforo Colombo per la liberazione di quei loro compagni che aveva catturati Martino Alonzo Pinzon. Seguitando il suo viaggio lungo la costa, l'almirante vide un bel promontorio, a cui, per ricordo della figliuola di Tolteomec, impose il nome della Innamorata. Ma ilcabo de l'Enamoradanon seppe conservare il suo poetico nome; si chiama oggi assai volgarmente il capo Cabron. Proseguendo il cammino, si entrò in una vasta baia, le cui rive erano abitate da una forte tribù, armata di lunghi archi, e spade di legno di palma, dure, pesanti come il ferro, e tanto affilate da poter tagliare il cuoio delle corazze, e perfino la lamiera degli elmi, come se fossero state d'acciaio. Quei selvaggi erano fieri ed intrepidi; ma non diedero molestia agli uomini bianchi; ai quali anzi vendettero due archi, che essi desideravano portare come esemplari in Ispagna.

Cristoforo Colombo immaginò che fossero quelli i Caribi, tanto temuti da Guacanagari. E ne domandò a quei naturali; ma essi risposero che i Caribi erano [pg!342] in un'isola verso greco, chiamata per l'appunto da loro. E soggiunsero (se pure gl'interpetri riferivano giustamente le parole) che di rincontro all'isola dei Caribi ne era un'altra, chiamata Mantinino, abitata solamente da donne; le quali accoglievano una volta all'anno i loro vicini, affinchè non si estinguesse la stirpe. Tutti i fanciulli maschi nati da quelle nozze si consegnavano ai padri; le figlie dimoravano con le madri loro. Insomma, la storia delle Amazzoni ripetuta di là dall'Oceano.

Che c'era egli di vero in quella chiacchiera? La tribù dei Siguaiani, tra cui si trovava allora Cristoforo Colombo, parlava un dialetto poco intelligibile agli interpetri della forza di Cusqueia. Qualche frase male intesa, tirata ad un senso nuovo dal desiderio di vedere da per tutto confermati i racconti di Marco Polo, poteva bene indurre Cristoforo Colombo nella credenza di essere capitato in vicinanza delle due isole che Marco Polo aveva descritte, collocandole presso la costa orientale dell'Asia, abitate spartitamente da donne e da uomini. Ed anche messer Marco Polo, così veridico narratore di ciò ch'egli aveva veduto, che cantonate non aveva prese, quando si fidava ai racconti degli altri!

L'isola delle Amazzoni avrebbe dovuto tentare la curiosità degli uomini bianchi. Ma la stanchezza si era impadronita degli spiriti. Lo stesso Damiano, richiesto dall'amico se gli sorridesse l'impresa, rispose che oramai di donne del nuovo mondo ne aveva fin sopra i capelli. Se questi li avesse avuti biondi, chi sa?... Ma erano neri, ed egli faceva conto di portarli alle donne di Scandinavia o d'altre terre settentrionali, molto settentrionali d'Europa, dove sarebbero stati apprezzati un po' meglio.

Anche l'almirante si era risoluto di dar volta. Dopo un altro giorno di esplorazione in quel golfo, che egli [pg!343] chiamò delle Frecce, e dove accadde a sette dei suoi uomini di far baruffa con una cinquantina di Siguaiani, ferendone due, e mettendoli nel debito rispetto verso gli uomini bianchi, Cristoforo Colombo pensò che fosse venuto il tempo di ritornare in Europa. Un bel vento gagliardo si era levato da ponente, e invitava a far vela. E più che il vento lo persuadevano parecchie altre ragioni: il cattivo stato delle sue caravelle, la poca fedeltà della sua marinaresca, e la slealtà di Martino Alonzo Pinzon, da cui non poteva aspettarsi che il peggio.

—Mettiamo le fatte scoperte al sicuro dai colpi di fortuna;—diss'egli.—Un'altra volta, e con migliori auspicî, ritenteremo la prova.—

Fu un mercoledì, 16 gennaio del 1493, che l'almirante lasciò il golfo delle Frecce, detto ora di Samana, per navigare alla volta di Castiglia. Seguitando il cammino con tempo buono, le due caravelle corsero tanto, che il 10 di febbraio, al parere dei piloti, dovevano ritrovarsi al mezzodì delle isole Azzorre. Ma l'almirante, avendo osservato attentamente nel ritorno i limiti estremi del mar di sargasso che attentamente aveva osservati all'andata, conchiuse che si fosse un quaranta leghe più indietro. Ed egli ragionava dirittamente, come poi si vedrà.

Il 12 di febbraio già speravano di veder terra da un momento all'altro, quand'ecco il vento incominciò a soffiare con violenza, e il mare a gonfiarsi. Il giorno dopo, fu anche peggio; incominciò a balenare da greco, e tosto si scatenò un temporale dei più grossi che mai si fossero veduti. Quei deboli navigli, sprovveduti di ponte, non erano troppo in istato di resistere ai fortunali dell'Atlantico. Bisognò per tutta la notte andare con le vele imbrogliate, abbandonandosi alla discrezione del vento e [pg!344] del mare. Un po' di calma seguì nella mattina del 14; ma fu di breve durata. Un vento impetuoso si era levato da ostro, durando tutto quel giorno e la notte seguente. Le povere caravelle andavano palleggiate sui flutti come gusci di noce, non avendo più modo di sostenere quella furia degli elementi, e rinunziando quasi del tutto a governare. Il buio della notte non permettendo di vedere laPinta, l'almirante fece sospendere il fanale all'albero di maestra, come per significare allaPintadi imitarlo, affinchè potessero le due navi andare di conserva. Ma laPintaaveva poco saldo il trinchetto, e non potendo tener testa al vento, fu costretta a riceverlo in fil di ruota, correndo verso tramontana, mentre laNinasi sforzava di governare per greco. LaPintaparve rispondere per qualche tempo al segnale dell'almirante; ma il suo lume a grado a grado si allontanava; nel cuor della notte era sparito del tutto.

Cristoforo Colombo aveva l'anima oppressa da funesti presagi sul destino dellaPintae della stessa sua nave. Alla punta del giorno, il mare gli offerse un pauroso spettacolo. Non si vedevano tutto intorno che cavalloni inferociti e ruggenti. Della caravella di Martino Alonzo Pinzon non appariva più traccia sull'orizzonte. LaNinaspiegò alcune vele per tenersi di prora al mare, e non andarne sommersa. Si levò il sole, e con esso crebbero il vento e le ondate; per tutto il corso di una terribile giornata laNina, non più in grado di resistere, fu trascinata, sbalestrata per ogni dove dal furore dell'uragano.

Vedendosi perduti oramai d'ogni soccorso terrestre, i marinai dellaNinasi volsero al cielo; ed estrassero a sorte il nome di quello tra loro che dovesse andare in pellegrinaggio per tutti alla Madonna di Guadalupa, portandole un cero del peso [pg!345] di cinque libbre. La sorte designò lo stesso almirante. Un altro pellegrino fu sortito per andare alla Madonna di Loreto, e fu designato un marinaio, a nome Pedro de Villa, a cui l'almirante promise di rifar le spese del viaggio. Indi fu gittata la sorte d'un terzo pellegrino, il quale andasse a vegliare una notte a Santa Chiara di Moguer; e la sorte designò un'altra volta l'almirante. Ma crescendo tuttavia il fortunale, tutti quelli della caravella fecero voto di andar scalzi e in camicia al santuario della Vergine, nella prima terra a cui fossero approdati. Il cielo non di meno si mostrava sordo ai lor voti; la burrasca si faceva sempre più spaventosa, e non fu alcuno che non si stimasse perduto. La mancanza di zavorra rendeva più difficile la condizione della nave, avendola alleggerita il consumo delle vettovaglie. L'almirante immaginò di far riempir d'acqua salsa le botti vuote; e questo fu di qualche aiuto, operando in guisa che meglio si potesse sostentare il naviglio, senza così grande pericolo di travolgersi.

Cristoforo Colombo si sarebbe rassegnato di buon animo alla morte, che già tante altre volte s'era veduta innanzi agli occhi, se fosse stata in rischio la sua persona soltanto. Ma gli era di pena e di dolore infinito il pensare che con la morte sua si perdeva il frutto e la gloria di tante fatiche. E lo crucciava ancora il vedersi attorniato da gente, che egli aveva trascinata a forza in quella impresa, e che, presa da terrore, malediceva il giorno in cui si era imbarcata, e l'autorità di lui che l'aveva costretta a proseguire il viaggio, quando tutti si erano ammutinati, e potevano obbligarlo al ritorno.

Già, sopra una pergamena, egli aveva scritta una concisa relazione del suo viaggio e delle sue scoperte, indirizzando lo scritto al re e alla regina di [pg!346] Castiglia. Su quella pergamena, piegata e suggellata, scrisse che chiunque la consegnasse alla sua destinazione senza aprirla avrebbe dalle Loro Altezze mille ducati di premio. Poi, ravvolto il plico in una fascia di tela cerata, e chiusolo in un pane di cera, pose l'involto in un barlozzo che gittò subito in mare, lasciando i suoi marinai nella credenza che egli sciogliesse in tal guisa un voto di religione. E un'altra copia del memoriale, suggellata e custodita nel medesimo modo, collocò sulla poppa del naviglio, con la speranza che il barlozzo potesse galleggiare, ed essere spinto a qualche spiaggia, nel caso che la caravella andasse travolta negli abissi del mare. Queste precauzioni calmarono alquanto il suo spirito. E nuovo conforto gli arrecò il vedere sull'alba il cielo meno fosco ad occidente: indizio di vento che si sarebbe levato da quella parte. Infatti, poco dopo incominciò a soffiare il ponente. Le onde, per altro, erano sempre così alte e ribollenti, che nella notte si potè camminare con poche vele soltanto.

La mattina del 15, allo spuntar del giorno, Ruy Garcia, un marinaio della Santogna, dall'alto dell'albero di maestra dove stava in vedetta, gittò il grido di terra. La gioia manifestata dall'equipaggio nel rivedere l'antico Mondo, eguagliò quella che esso aveva manifestata alla vista del nuovo.

Appariva la terra a greco levante, argomento di subita controversia fra i piloti: uno di essi sostenendo che quella era l'isola di Madera; un altro che era la rocca di Cintra sulla costa del Portogallo; un altro ancora qualche punto della costa di Spagna. L'almirante, forte de' suoi computi e delle sue osservazioni, giudicò essere una delle isole Azzorre.

Era infatti l'isola di Santa Maria, la più meridionale di quel gruppo. Per due giorni, a cagione del [pg!347] vento contrario e del mare agitato, non fu possibile l'approdo. La sera del 17 si stava per gittar l'áncora, quando si spezzò il canape, e da capo fu necessario avventurarsi in alto mare. Finalmente, la mattina del 18, fu possibile allaNinadi ancorarsi dalla parte settentrionale dell'isola.

Gli abitanti della Santa Maria si maravigliarono molto di due cose: che quel fragile schifo avesse potuto sostenere tanta furia di mare, e che un Nuovo Mondo fosse stato scoperto. Del dire chi fossero e donde tornassero, male incolse ai reduci dalla memorabile impresa. Discesa a terra una parte dell'equipaggio per sciogliere il suo voto ad un santuario della Vergine, che si vedeva a mezza costa, furono presi prigioni dal capitano dell'isola e catturato il palischermo sul quale erano venuti a terra. Quel capitano, certo Castaneda, avrebbe volentieri pigliato anche Cristoforo Colombo, che era rimasto a bordo con l'altra parte della sua gente, aspettando che la prima squadra ritornasse. Furono molti, per quattro giorni alla fila, i discorsi e le tergiversazioni del signor capitano; il quale, finalmente, la sera del 22 mandò una barca con due preti e un notaio, che domandassero in nome suo di vedere le carte di Cristoforo Colombo, assicurandolo esser egli disposto a prestargli ogni servizio dipendente da lui, purchè fosse davvero almirante dei reali di Spagna.

Cristoforo Colombo intese esser quello un raggiro del Castaneda, per dissimulare una ritirata e abbandonare con un po' di decoro il contegno ostile che aveva assunto prima. Represse allora il suo sdegno; rispose ringraziando delle cortesi profferte, e riconoscendo che la loro domanda, rispetto alla commissione regale a lui affidata, era secondo l'uso e la ragione del mare; perciò si fece a mostrare [pg!348] la lettera generale di raccomandazione dei Re Cattolici, indirizzata a tutti i loro sudditi e agli altri principi; e parimente la commissione che gli avevano data di imprendere il suo viaggio di scoperta oltre l'Atlantico. Il che veduto dai tre inviati, questi se ne ritornarono a terra soddisfatti, e rimandarono il palischermo, coi marinai sostenuti fin allora in prigione.

L'almirante non vide altrimenti il Castaneda, nè approfittò delle sue tarde profferte di servizi. Il 24 di febbraio, partì dall'inospite lido della Santa Maria, facendo vela per levante. Ma non erano ancor finite le peripezie del ritorno. Il 3 di marzo, la poveraNinadovette sostenere un altro temporale, donde riportò le vele squarciate. La furia del vento e quella del mare erano tali, che l'equipaggio si stimò un'altra volta in gravissimo pericolo. Un altro voto fu fatto, di mandare un altro pellegrinaggio al Santuario di Santa Maria della Centa, presso di Huelva; e la sorte ancora una volta designò l'almirante.

Nella orribile notte che seguì, fu veduta al chiarore dei lampi la terra. Ma quella vista non fu salutata con giubilo, temendo tutti che la caravella non fosse sbalestrata contro gli scogli. Dov'erano andati a parare? Se ne avvidero la mattina del 4 marzo, riconoscendo la rocca di Cintra e la foce del Tago.

L'almirante diffidava delle disposizioni dei Portoghesi verso di lui. Ma la burrasca, che sempre più infuriava, non gli dava modo di scegliere un altro rifugio. Entrò nel Tago, andando a gettar l'áncora dirimpetto a Rastello, bene accolto dagli abitanti, che tutta la mattina avevano osservata da lungi la povera caravella in continuo pericolo.

Un corriere fu subito spedito dall'almirante ai [pg!349] reali di Castiglia, per dar nuova del suo ritorno e delle fatte scoperte. Un'altra lettera al re di Portogallo, che si trovava allora a Val Paraiso, chiedeva licenza di avanzare la sua nave fino a Lisbona, dove sarebbe stata maggiormente al sicuro. Per dissipare intanto ogni dubbio nella mente del re, Cristoforo Colombo soggiungeva di non essere stato sulle coste di Guinea, nè in nessun'altra delle colonie portoghesi, ma di essere venuto dalla estremità orientale delle Indie.

Innanzi di muovere per Lisbona, l'almirante del mar Oceano ricevette la visita solenne di don Alvaro di Acuna, capitano della nave grossa che stava a guardia del porto di Rastello. Seguirono le visite d'una moltitudine di barche e di burchielli, con gente venuta perfin da Lisbona, dove la notizia del maraviglioso viaggio era corsa. Uomini d'alto affare, grandi ufficiali della corona, gentiluomini, ed ogni sorte di curiosi, tutti si affollavano intorno alla caravella che ritornava dalla scoperta di un Mondo; nè fu poca la tristezza di coloro che vedevano assicurata quella strepitosa conquista alla Spagna, mentre il Portogallo era stato il primo a cui Cristoforo Colombo aveva offerto di tentare l'impresa. Ma tardi si pente chi ultimo arriva.

Don Martino di Norogna, gentiluomo della Corte portoghese, giunse il giorno 8 con una lettera del re Giovanni, che invitava il fortunato scopritore alla sua residenza. Partì Cristoforo Colombo quella medesima sera; giunse a Val Paraiso, ricevuto da una grande cavalcata, ed ebbe dal re accoglienze cortesi. Non mancarono per altro le allusioni ai diritti del Portogallo, che potevano essere stati offesi da quel viaggio di scoperta, e l'almirante dovette penar molto a persuadere il re Giovanni e i suoi consiglieri che le conquiste portoghesi non erano [pg!350] punto in questione. Quelle, del resto, erano faccende da potersi trattare direttamente fra la Corte di Portogallo e la Corte di Spagna.

Dopo parecchi giorni di dimora a Val Paraiso, ebbe Cristoforo Colombo licenza di ritornarsene alla sua caravella. E giunto a bordo, come Dio volle, il mercoledì 13 marzo, a due ore di giorno, fece vela per andare alla Corte di Spagna. Il venerdì seguente, sull'ora del meriggio, girava la punta dell'isoletta di Saltes, donde, addentrandosi nel fiume, venne a dar fondo nel piccolo porto di Palos.

Da quel porto era egli uscito il 3 di agosto dell'anno antecedente 1492, cioè sette mesi e undici giorni prima.

Quivi fu ricevuto da tutto il popolo in processione, e con una festa, con un giubilo così alto e chiassoso, che parve piuttosto un delirio.

La prima visita dell'almirante e dei suoi marinai fu alla chiesa principale della città. Il grande navigatore passò per le vie in mezzo ad una calca acclamante e plaudente; quella stessa calca che lo aveva maledetto un anno prima, come un avventuriere, per il cui pazzo orgoglio erano condannati a morte sicura tanti valorosi marinai di Castiglia.

Cristoforo Colombo non pensò neanche alle contrarietà, agli ostacoli, alle esecrazioni dell'anno antecedente. Pensò piuttosto al giorno in cui, oscuro e povero, col suo figliuoletto Diego per mano, era giunto a Palos, e di là, non trovandoci modo di vivere, si era avviato per l'erta della collina sovrastante, fino al convento dei francescani di Santa Maria della Rabida. Lassù aveva egli trovato il sorso d'acqua e il tozzo di pane, da cui era dipesa la sua vita, e la scoperta di un mondo.

Ma mentre egli pensava con gratitudine alla Rabida, don Juan Perez di Marcena scendeva dal [pg!351] colle ad incontrare l'amico. E con lui veniva il medico don Francisco Garcia.

L'incontro dei tre amici fu commovente. Corsero abbracci e baci senza fine; ed anche si piansero molte di quelle buone lacrime, che provano all'uomo la bontà sua, e perfino la bontà della esistenza; almeno in qualche momento solenne.

Echeggiava ancora la piccola città di Palos delle acclamazioni al grande almirante del mare Oceano, quando nel suo porto entrava un'altra caravella, laPinta. Nessuno badava alla nuova arrivata; nessuno, del resto, poteva badarci, poichè le calate erano deserte, e sulle navi ormeggiate nel porto non apparivano marinai.

Un palischermo si staccò dallaPinta, venendo alla calata, e ne smontò il comandante della caravella, Martino Alonzo Pinzon, molto maravigliato di quel silenzio, di quella solitudine. Solo un pescatore, un povero storpio, stava seduto là presso, con le gambe penzoloni sull'orlo della calata, in atto di innescare la sua lenza.

—Che cos'è, Sancio?—gli chiese il Pinzon, riconoscendolo.—Son tutti morti, a Palos?

—Al contrario, più vivi e più allegri che mai;—rispose il pescatore.—Ma sono tutti fuori; hanno accompagnato il grand'uomo sulla collina, al santuario della Rabida.

—Il grand'uomo!—esclamò Martino Alonzo Pinzon.—Chi è questo grand'uomo?

—L'almirante, don Cristoval Colon, che ha scoperte le nuove isole. Non lo sapete? Non eravate con lui?

—Sì, sì;—borbottò il Pinzon.—Ma quando è egli arrivato?

—Questa mattina. E si è fatta una gran festa, in paese. Ma dove eravate voi, Martino Alonzo? rimasto indietro, non è vero?

[pg!352]

—Sì, rimasto indietro;—replicò il Pinzon;—quantunque io per il primo abbia toccata la costa di Spagna. Ma io ho avuto la disgrazia d'essere spinto dal fortunale nel golfo di Biscaglia. Perciò arrivo tardi.... e chi tardi arriva, male alloggia, a quel che vedo.

—Beato voi che per alloggiare avete una bella casa, Martino Alonzo;—disse il pescatore.—Ma voi andrete ora incontro al signor almirante, m'immagino. Egli sarà ben contento di vedervi.

—Non andrò;—rispose il Pinzon.—Ci sarà tempo domattina. E tu bada, Sancio, non dire di avermi veduto. Voglio andarmene a riposare nella mia bella casa, amico Sancio; nella mia bella casa, dove non isperavo di dormire.

—Eh, certo! dopo tanti mesi di fatiche, il vostro letto vi piacerà. Ma sarete l'unico a dormire, questa notte; tanta è l'allegrezza del nostro paese.

—Dove io sono accolto come un cane;—brontolò Martino Alonzo.—E come un cane me ne andrò ora alla cuccia. Ti ripeto, non dire a nessuno di avermi veduto; altrimenti....—

E accentuò la sospensione della frase con un gesto di minaccia.

—Non dubitate, Martino Alonzo;—rispose lo storpio.—Sarete obbedito.—

Il comandante dellaPintasi allontanò dalla calata, andando verso la casa sua, dove non era aspettato. E giunse nella sua casa senza avere incontrato nessuno per via; e nella sua casa si chiuse, col suo mal talento nell'anima.

Che cos'era avvenuto, per renderlo tanto scontroso quel giorno? Sicuramente, era triste il giungere a quel modo in patria, non veduto, non salutato da alcuno. Ma questo era un caso naturalissimo, di cui Sancio gli aveva data la spiegazione. [pg!353] Ed anche si capiva che nell'animo di Martino Alonzo Pinzon ci fosse molta amarezza, per la disgrazia d'esser giunto troppo tardi, e di non avere avuta la sua giusta parte nelle accoglienze di Palos ai suoi marinai reduci dalla spedizione portentosa dell'Atlantico. Ma era questa una buona ragione perchè Martino Alonzo Pinzon corresse a nascondersi in casa?

Diciamo subito, senza tenere i lettori alla corda, quali fossero le ragioni della tristezza e della rabbia di Martino Alonzo Pinzon. La sua caravella, separata dalla capitana per la violenza dell'uragano, era stata spinta in un'altra direzione, verso il golfo di Biscaglia, ove, non senza stento, aveva approdato a Baiona. Ignorando se Cristoforo Colombo fosse sfuggito a quella fortuna di mare, impaziente di precorrerla ad ogni costo, preoccupando a suo favore il giudizio della corte e del popolo di Castiglia, Martino Alonzo aveva scritto subito al re e alla regina, informandoli delle fatte scoperte. Ma il linguaggio suo, in quella lettera, non era di un ufficiale subalterno, che riferisse al suo comandante la gloria dell'impresa; era quello di un millantatore, che volesse attribuirne a sè tutto il merito. Di Cristoforo Colombo egli non faceva parola; forse aspettando dal tempo la certezza di un naufragio che gli pareva molta probabile, si disponeva a non parlare che di sè, dimenticando il comandante supremo. E frattanto, chiudeva la sua lettera domandando licenza di recarsi alla Corte, per esporre alle Loro Altezze la peripezie del suo viaggio e l'ordine e la importanza delle scoperte, che aveva fatte di là dall'Oceano. Il tempo, frattanto, si era abbastanza rabbonito; e Martino Alonzo Pinzon aveva spiegate nuovamente le vele, per muovere verso la spiaggia di Palos, dove si faceva sicuro di essere accolto in [pg!354] trionfo. Quanto alla nave capitana, egli avrebbe potuto assicurarsi in quel tragitto di ciò che poteva esserne avvenuto. Se egli non ne aveva notizia da Baiona a Palos, certamente laNinasi era inabissata; l'Oceano aveva sepolta per sempre la gloria del navigatore straniero; e trionfava due volte il Pinzon.

Martino Alonzo aveva fatti male i suoi conti. LaNina, non che perdersi, era giunta prima di lui; e quella tal lettera ch'egli si era affrettato a mandare da Baiona ai reali di Castiglia, correva rischio di essere interpetrata e giudicata molto severamente, così per le millanterie del suo autore, come per il silenzio serbato intorno al comandante della spedizione, al vero scopritore delle nuove terre di là dall'Atlantico. E con tante orgogliose speranze nel cuore si era egli appressato all'isolotto di Saltes! Con tanta baldanzosa fiducia aveva rimontato il corso del suo fiume natale! Povero orgoglio! povera baldanza! Finivano ambedue nella vergogna; e in una vergogna tanto più grande, in quanto che essa gli capitava nella sua patria, in quel porto di Palos, dove fino allora egli era stato riverito come il primo fra i primi navigatori di Castiglia.

E come fu grande la vergogna, così fu grande il rimorso. Martino Alonzo pensò all'arroganza, alla insofferenza d'ogni freno e d'ogni autorità, di cui aveva fatto prova in tante occasioni, durante il viaggio; ed anche all'atto di vera disobbedienza a cui si era lasciato trascorrere, abbandonando il suo almirante nelle acque di Cuba, così rendendo impossibile al grande navigatore di proseguire le sue scoperte. Ricordando queste cose, era naturale che non osasse mostrarsi per le vie, fino a tanto che l'almirante era ospite di Palos. Aspettò dunque che fossero finite le feste, e che Cristoforo Colombo fosse [pg!355] partito di là. Il fatto seguì assai prima che egli non isperasse. L'almirante aveva mandato un corriere alla Corte, che si ritrovava di quei giorni a Barcellona; il giorno seguente, disceso dal convento della Rabida, dove aveva passata la notte, Cristoforo Colombo si avviò, per via di terra, alla volta di Barcellona.

E allora anche Martino Alonzo Pinzon uscì dal suo nascondiglio. Un buon pretesto per quel suo rimanersi sotto la tenda, lo aveva; e se anche non fosse stato buono, egli non doveva render conto degli atti suoi a nessuno. Era giunto tardi, perchè il temporale lo aveva mandato a parare in Biscaglia; giunto tardi, non aveva voluto disturbare le feste fatte al suo comandante; era stanco morto; più che esser portato in trionfo gli premeva di riposarsi qualche ora. Si era riposato, era uscito; qual colpa era la sua, se non aveva veduto l'almirante? Per tanti mesi di seguito si erano veduti ogni giorno. E anch'egli, uno di quei giorni, si sarebbe messo in viaggio per raggiungerlo a Barcellona. Intanto, egli approfittava di quel riposo a Palos, per mettere in sesto le cose sue, che ne avevano bisogno. Questa era la gloria vera del lavoratore; lavorar sempre, o in una cosa o nell'altra, senza un giorno di tregua.

Con questi ragionamenti, fatti a pezzi e bocconi, quando l'occasione si offriva, Martino Alonzo Pinzon credette di giustificare la sua dimora prolungata a Palos. Ma intanto ch'egli si consumava di rimorsi e di rabbia, gli giungeva una lettera dalla Corte. I sovrani non tenevano verun conto delle sue millanterie; lo rimproveravano in quella vece della sua disobbedienza all'almirante, e finivano dispensandolo da una visita che sarebbe stata penosa per tutti.

[pg!356]

Martino Alonzo Pinzon non rèsse a quel colpo. Già poco ci voleva per abbattere quella rovina d'uomo. Vittima dell'invidia sua, dei rimorsi, della vergogna ond'era stato oppresso così duramente, il comandante dellaPintain capo a pochi giorni fu trovato morto nel suo letto. Gli stenti del fortunoso viaggio, un vizio del cuore, un insulto apoplettico, diedero ragione sufficiente di quella morte improvvisa.

La storia non sarà disumana con Martino Alonzo Pinzon. Essa, obbligata ad essere la più umana di tutte le scienze, poichè ha per sua materia gli uomini e le opere loro, ha certamente il diritto di ridurre a più giusta misura gli eroi, fabbricati o ingranditi da vecchi narratori sulla traccia dei grandi eventi a cui ritrovarono il loro nome associato. Ma essa può e deve essere compassionevole, senza tralasciare di esser giusta, con quei modesti cooperatori delle grandi imprese, i quali ebbero il torto di voler parere più alti del vero. Quanti eroi della leggenda, ed abbastanza rispettati dalla critica, non si mostrano da meno di quel povero Martino Alonzo Pinzon! Intrepido marinaio, ma di poca coltura, in un tempo che ai suoi pari non se ne richiedeva nessuna, egli cedette in un cattivo momento ai demoni della superbia e della cupidigia. In lui erano potentissimi gl'istinti, e non dominati dalla ragione. Ma la storia non dimenticherà che Martino Alonzo Pinzon, in un felice momento, udì le voci del suo buon genio, che lo chiamava ad una nobile impresa, avversata dagli invidiosi, non approvata dai dotti. Fu egli il primo marinaio di Spagna che si persuase della verità e della grandezza delle idee di Cristoforo Colombo. Se egli non era, il povero Martino Alonzo, se egli non si persuadeva, se egli non dava l'esempio di avventurare la sua vita col navigatore [pg!357] Genovese, nessun marinaio di Palos, di Huelva, di Moguer, avrebbe osato prendere il mare per quella nobile impresa, ed ogni ordinanza reale sarebbe rimasta lettera morta. Quell'atto redime molti falli, e può farne dimenticare molti altri. E noi deponiamo un fiore sulla tomba del povero Martino Alonzo Pinzon.

[pg!358]


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