Capitolo II.La bianca chinea.

Capitolo II.La bianca chinea.

Quantunque il medio evo avesse compiuto la sua parabola con lo spirare del secolo XV e fossero insieme cessate le sanguinose lotte fratricide de’ guelfi e de’ ghibellini, che ne furono sintesi; non s’erano tuttavia ancora totalmente attutite certe rivalità di famiglia, che, da quelle fazioni, ripetevano il loro antico rancore.

Nel piacentino, in particolare, scoppiettavano pur sempre, sotto la cinigia de’ nuovi tempi, le mal sopite faville di quegl’intestini dissidi e, tra le possenti casate de’ guelfi Camia e de’ ghibellini Nicelli, emoli nel contrastrarsi il primato del Valnurese, durava sempre acerrimo l’odio, perenni gli sfregi e l’arrecarsi vicendevole danno.

Notammo già del basso amore che il legato pontificio risiedente a Piacenza nudriva per una misera mendicante di quelle istesse regioni. Ora, siccome costei era già stata vassalla dei Camia e dalle costoro famiglie frequentemente beneficata, egli, di rimpatto, mostravasi verso di loro sovrammodo benevolo e parziale; dal che un sempre maggiore argomento all’astio de’ Nicelli. I quali, irritati da un siffatto contegnoe resoluti di muoverne querela alla istessa Sede Pontificia; come riseppero che il papa in persona, traendo di Roma, doveva trattenersi alcuni giorni a Parma, fermarono spedirgli il conte Stefano, loro capo principale, ed il marchese Giambattista da Cattaragna, affinchè gli denunziassero i tristi procedimenti del cardinal Del Monte e ne suscitassero le ire contro i loro abborriti rivali. — Ma del partito preso e dello scopo di tale deputazione questi s’ebbero vento e non mancarono, a tempo acconcio, d’inviargli eglino pure i loro più validi rappresentanti.

I due Nicelli contavano in Parma vari aderenti ed amici, primi tra’ quali un Andrea Baiardi ed un Massimiliano Balestieri, giovinastri arrischiati, lesti di mano e facili al sangue, che già più volte avevano stretto parentela con la berlina e sculacciato la pietra e — forse per quell’adagio francese chequi se ressemble s’assemble— fu su costoro che quelli fecero il loro maggiore assegnamento, per trovare appoggio presso la persona del papa.

Abbigliati de’ loro abiti più sfolgoranti; tutti broccato, oro, gemme, pennacchi; seguiti da una serqua di ceffi patibolari in livrea; mossero quindi ad incontrarlo insieme alla folla e lo accompagnarono sino alla piazza del duomo, dov’era proposito di Stefano Nicelli il farglisi inanzi e presentargli certo suo memoriale.

Paolo III — sempre a cavallo della sua bianca chinea — andò ad arrestarsi appiè della gradinata, su cui lo stava aspettando il nipote cardinale, e — mentre questi gli reggeva umilmente la staffa — scese di sella. — Colse la propizia occasione il Nicelli per islanciarsi, nel duplice intento di stendergli il suo memoriale e sostenerne la mula pel morso, onore dique’ giorni ambitissimo; ma un altro il prevenne: un altro, che — circondato pure da congiunti e famigli — teneasi su la scalea poco discosto dal vescovo, si avanzò in pari tempo e, prima di lui, afferrò le briglie della cavalcatura papale.

Quell’altro era un Camia.

Misurando tutto il proprio svantaggio, Stefano Nicelli intravide, d’un tratto, di quale odioso maneggio fosse stato vittima insieme a’ suoi: i Camia, istrutti de’ loro intendimenti e forti dell’amicizia de’ conti di Santafiora e dello stesso vescovo di Parma, li avevano prevenuti e soverchiati in guisa, che non c’era più nulla a sperare.

Acciecato, quindi, da un subitaneo accesso di rabbia:

— Nicelli! Nicelli! — si pose a gridare e, dato un passo inanzi, ghermì quelle istesse briglie che già stavano in mano del suo avversario.

— Camia! Camia! — gridò questi, a sua volta, e, indietreggiando, trasse a sè la chinea, che — per non voler salire su la gradinata — cominciò a recalcitrare e a scuotere impazientemente la testa.

Alla chiamata di Stefano, accorsero subito i suoi, insieme al marchese di Cattaragna, capitanati dal Baiardi e dal Balestrieri, con nuda in pugno la spada: altrettanto fecero i seguaci del Camia al suo grido di allarme; onde ne nacque una colluttazione, una zuffa, un parapiglia d’inferno.

Il mastro di stalla pontificio — dabben galantuomo, più tenero delle sue bestie che non madre de’ figli — erasi intanto introdotto fra’ due litiganti, che a furia di strappate di morso, squarciavano brutalmente la bocca della sua preziosa giumenta, e si destreggiava in varie guise pur di riuscire a levarla loro di mano.

Non lo avesse mai fatto!

L’impetuoso Baiardi — tratto presumibilmente in abbaglio dallo incerto ed oscillante chiaror delle faci — credendo tôrre di mezzo il principale antagonista dell’amico suo; gli vibrò tale una stoccata nel petto da trapassarlo fuor fuora, sì che il meschino andò a ruzzolare boccheggiante traverso i gradini della scalea, mettendo gemiti disperati e contorcendosi nell’agonia.

A simil vista, il papa spaurito e commosso, corse a rifugiarsi entro la chiesa insieme a’ più del suo seguito; il magnifico messer Tarusio Tarusi impartì l’ordine a’ suoi uomini e a quelli del Capitan di Giustizia di far forza d’armi e di sgomberare la piazza; e la folla incalzata e sgomenta, cominciò ad agitarsi, a strillare, a fuggire.

Fu in questo punto che sovraggiunse il nostro giovine soldato.

La fanciulla, di cui s’era creato difensore e campione, non aveva assistito al solenne ingresso di Paolo III in città, ma ne aveva atteso l’arrivo da piedi della scalinata del duomo. — Erale compagno e scorta un vecchio signore di venerando e maestoso esteriore, il quale, non così vide il pontefice scendere d’arcione, che le si staccò dal fianco per essere ammesso tra’ primi al sommo onore del baciapiede. — In quello istesso momento scoppiò l’alterco a cagione della bianca chinea. — Le grida furibonde dei contendenti e, forse più ancora, certe occhiate di fuoco, onde la facea segno un gentiluomo del seguito papale venuto a situarlesi presso, spaurì siffattamente la giovinetta, che, senz’altro riflettere, si dètte a correre verso il Battistero, mentre il gentiluomo, o fosse per trattenerla o fosse per chetarla con rassicuranti parole, spronava il cavallo e le galoppava dietro,cagionandole un sempre maggiore sbigottimento. — Fu allora che intervenne il nostro giovine soldato e che il gentiluomo si allontanò.

Per chi, raffigurando in costui il signor principe Pierluigi Farnese, figliuolo di Sua Santità, duca di Castro e di Nepi e Gonfaloniere della Chiesa, del quale erano abbastanza noti i rotti costumi, si fosse arrestato a contemplare la sgomentata e fuggente fanciulla; facile sarebbe riuscito il trovare una ragione allo strano contegno di quello nella rara bellezza di questa.

Si narra d’uno statuario greco, il quale, volendo plasmare la più bella imagine di Venere, che mai fosse uscita da scalpello scultorio, ricorse allo spediente di modellarne le varie parti su di altrettante donne di beltà peregrina, senza che un simile avvedimento lo facesse approdare a nulla di buono. — Vera o fittizia che sia, questa leggenda giova, se non altro, a mostrare come non basti la innappuntabile perfezione delle forme a rendere una donna attraente, ove non congiunta a quella cara leggiadria dello assieme, che è già, per sè sola, la più efficace estrinsecazione del bello; è l’armonizzanza omogenea di contorni e di tinte, che i pittori diconointonazione; la qualità che aumenta pregio alle gemme e che i gioiellieri chiamanoaqua. Ed era appunto di cosiffatte doti, che si abbelliva particolarmente la giovinetta di cui favelliamo.

Per avventura, quella sua taglia sottile e flessibile, quel pallido sembiante, quei suoi grandi occhi bruni languidi e vellutati, ed una certa cascaggine di tutta la gentile personcina; tradivano in lei alcunchè di un po’ troppo gracile e dilicato. Ma queste leggere pecche — seppur tali apparivano agli occhi di chisa di stare alla donna come broncone alla vite — venivano largamente compensate da una espressione di angelica dolcezza e di elevato sentire, che le traspariva da tutta la bella persona come profumo da fiore. — E le sue molte attrattive attingevano anco una grazia maggiore da una specie di vezzoso camauro, guarnito di trine, che le stringeva le copiose trecce, e da una veste di ciambellotto cilestrino a leggeri punti di argento, sparata nel mezzo della gonna, con maniche ampie e cadenti, e sovrammessa ad una semplice sottana di bianco zendado.

Tale era la fanciulla, che il nostro giovine soldato aveva impreso a proteggere e che — addossata ad una delle colonnette spirali fiancheggianti la porta del Battistero — teneva le mani incrociate, come pregasse, e gli occhi fisi verso il punto, in cui ferveva tuttora la mischia.

Sino da’ primi rumori, i valletti della Curia e dell’Anzianato, s’erano posti in salvo, l’un dopo l’altro, o nella chiesa o nel palazzo vescovile; attalchè, grado grado, non rimaneva più un solo sprazzo di luce a diradare le tenebre. — Intanto gli armigeri del Vicelegato e della Corte di Giustizia — respinti per le strade adiacenti que’ più arrischiati de’ curiosi, cui la paura non avea fatto spuntare le ali — ritornarono in mezzo alla piazza, nel proposito di far cessare la zuffa e d’impadronirsi de’ tumultuanti. — Ma, caduto nel proprio sangue uno de’ Camia e rifugiatisi anche costoro nella cattedrale, solo i Nicelli ed i loro aderenti restavano sul terreno; di maniera che il tafferuglio si poteva considerare finito. — Senonchè il Baiardi e il Balestrieri, che, pe’ castighi frequentemente patiti, avevano il sangue grosso contro il Vicelegato, non paghi ancora del trambusto promosso,vollero compier l’opera, ribellandosi ed opponendo resistenza a’ suoi birri; e così, tra il buio pesto della notte, ammenando giù colpi da ciechi, all’uno squarciarono sconciamente il viso, all’altro fracassarono bestialmente le gambe; poi — battendosi in ritirata — si evasero con gli amici per le minori viuzze, che toccano al fianco settentrionale del duomo.

Pochi minuti dopo, i soli gemiti dei feriti e dei morienti rompevano il silenzio di quella notte funesta.

Affrettiamoci, intanto, a dire che il giorno 12 del susseguente mese di maggio, raunatisi gli anziani, deliberarono unanimi il partito di dimostrare la «displicentia» grande per la «noglia» causata al pontefice dall’orrendo caso occorso, nella notte fra il sabato e la domenica delle Palme, con lo imporre e promettere «talea di quattrocento ducati d’oro da pagare a ciascuno che amazarà gli capi, cioè Andrea Baijardo et Maximiliano Balistrero, et gli altri loro sequaci cento per ciascuno di loro come rebelli de N. S. et inimici de la patria propria.» — I Nicelli e i Camia, siccome assai meno noti e non cittadini di Parma, andavano compresi tra i «sequaci» del Baiardi e del Balestrieri.

Come parve sedato il tafferuglio, si schiusero le porte della cattedrale, e papa Paolo III, seguito da tutta la sua Corte e da’ più ragguardevoli rappresentanti della cittadinanza, traversò la piazza portandosi al Vescovado; mentre i confratelli della Misericordia raccoglievano d’in sul lastrico i morti ed i malvivi.

Il nostro giovine soldato erasi frattanto mantenuto in fazione su la porta del Battistero, nel vano della quale stava rimpiattata, gemendo e piangendo sommessamente, la leggiadra creatura, ch’egli aveva presoin tutela e su la quale non sapeva astenersi dal volgere, tratto tratto, sguardi improntati del più vivo interessamento. — Avrebbe voluto e non osava indirizzarle la parola, e, siccome gli pareva di scorgerla sempre più accuorata ed inquieta, cominciava a sentirsi in qualche imbarazzo sul partito, cui meglio gli convenisse appigliarsi; quando — all’uscire del corteo pontificio, che tornò a rischiarare la piazza con le sue faci — vide un vecchio gentiluomo guatare ansioso tutto all’ingiro e, preceduto da un fante che recava una torcia, dirigersi verso di lui: nel tempo istesso la giovane sua protetta slanciarsi dal proprio ripostiglio e corrergli incontro a braccia aperte.

Il vecchio se la strinse al seno affettuosamente, chiedendole sollecito ove fosse riparata e per qual modo scampata ad ogni pericolo e — come lo intese — si avvicinò premurosamente al soldato e:

— Il tuo nome, giovinotto? — gli dimandò.

— Neruccio Nerucci — questi rispose.

— Bene! — soggiunse il vecchio, traendosi di collo e porgendogli una pesante catenella di oro — serba questa in ricordo nostro: quanto a noi, stà riposato che nulla al mondo potrà mai farci dimentichi del servigio che tu ci hai reso!

E, con la fanciulla ed il servo, tirò via alla volta della Piazza maggiore.

Quella, per altro, prima di andarsene, rivolse al suo difensore un così tenero sguardo di viva riconoscenza, che a lui riuscì anco più caro del prezioso monile.

Rimasto solo, stette in forse un momento, poi lasciò egli pure la piazza.


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