Capitolo IX.Prime gesta di Terremoto.
All’apparire di Bianca, il Monte Ochino mise come un ruggito di gioia selvaggia e, chinandosi su la balaustrata, gridò al vecchio prigioniero che i suoi trasportavano altrove:
— Sai, vecchio barbagianni?... ci ho qui anche la tua colombina, che viene a cacciarsi di sua sponte tra gli artigli del nibbio!... ah, ah, povera colombina!
E, ghignando d’un infernale cachinno, si lanciò contro la vezzosa fanciulla, che già s’arretrava atterrita, e:
— Fermati, fermati! — le intimò — e che non ti sorgesse mai per lo capo di opporci resistenza, o di commuoverci co’ tuoi squasilli!... e’ ti tornerebbe come il fare la zuppa nel paniere!... siamo Nicelli, intendi? Nicelli, conti e cavalieri, anco, se vuoi.... ma stanotte, tutt’altro che disposti a metterci in vena nè di cavalleria, nè tampoco di misericordia!
— Ah, messere! — sclamò Bianca, continuando a indietreggiare — le sono ben sconce parole coteste per la bocca d’un gentiluomo!
— Non sono in vena, ti replico.
— Ma del conte Giovanni, del mio povero nonno, cosa ne avete voi fatto?
— Fatto?... nulla!... è anco presto!... e’ viaggia carina!... oh, non pigliarti fastidio di lui! — stà riposata che, sinora, è il meglio sano di tutti!
— E mio zio Gilberto?
— Vedilo laggiù, che scoppietta come un lucignolo annaffiato.... oh, ce n’ha ancora per poco!... due guizzi e.... buonanotte!
— Santi del paradiso! — fece la giovinetta, incrociando le mani in segno d’orrore e mutando un ultimo passo indietro.
— Basta! — continuò il Monte Ochino, incalzandola — non cercar di fuggire!...
E stese il braccio per ghermirla.
— E voi, messere, non cercate toccarla! — gl’ingiunse una voce, armoniosa a un tempo, ma e resoluta, mentre una mano aperta gli si appoggiava sul petto ed un giovine soldato gli sbarrava la via.
Era il nostro Neruccio.
— Per la croce di Dio! — tuonò il Monte Ochino, rinculando di un passo e squadrando minaccioso il temerario, che lo arrestava in tal guisa — e d’onde vieni, e chi sei tu, traditore, perchè ti basti l’animo di dire: non voglio! ove io dico il converso e di levarmi sopra le mani?
— Ero al vostro soldo, messere — gli rispose tranquillamente Neruccio — ma, da questo momento, non più! combatto i miei pari, ma non presto il mio braccio contro femine imbelli.... anzi: le difendo; non le lascio oltraggiare sotto a’ miei occhi!... sono un uomo, come voi, come quanti vi attorniano, messere, e vi ripeto: non toccate a madonna, o vivaddio ve ne avrete pentire!
— Oh, grazie! — mormorò Bianca, riparandosi dietro di lui — qui, come a Parma, sarete voi che mi avrete salvato.
Con vivo sentimento di gioia, Neruccio riconobbe da quelle sole parole, come alla nobile donzella non fossero tornate nuove le sue sembianze, nè caduto di memoria il poco già fatto per lei. — In esse trovava un primo compenso a’ generosi suoi sforzi un maggiore eccitamento al suo coraggio.
— Ed io ti dico — gli gridò intanto il Nicelli — che, se non mi ti levi, e subito, da’ piedi; io ti fo pigliare a vergate da’ miei valletti ed impiccare al più alto merlo di questo nido di gufi.
E mise mano alla spada.
Neruccio fece altrettanto.
— Animo, animo! — soggiunse allora inframmettendosi, il capitano Lorenzo Villa — lasciamo andare le baggianate!
E rivoltosi a Neruccio:
— Che roba è cotesta? — continuò — io t’ho ingaggiato a’ confini, insieme ad altri, che venivate dal genovese, d’onde il signor marchese del Vasto, dopo la tregua, ha licenziato gli avveniticci... e vi ho forse taciuto di che si trattasse?.... no, eh?.... servire i magnifici signori Nicelli contro de’ Camia loro nemici, e di costoro forzare le castella ed ammazzarne quanti più si potesse.... patti: due ducati il giorno, le razioni e, in caso di sacco, bazza alle mani lunghe! chi piglia, piglia!.... o, dunque, cosa ci hai tu a sindacare, se a messer Giovanni, mio buon padrone, talenta per sua parte cotesta tua schifalpoco?
— Ci ho a sindacare — rimbeccò animoso il giovine soldato — che io conosco personalmente madonna, che le sono ligio e divoto e che non lascerò mai, me presente e me vivo le si arrechi fastidio di sorta.
— Fulmini del cielo! — urlò il Monte Ochino, facendo l’atto di avventargli addosso e dibattendosi tra le mani del Villa, che il ratteneva.
— Bella gloria — seguitò imperterrito Neruccio — e degna dassenno di così nobili sèri e di tanto apparecchio d’armi e di armati!.... vincere e vilipendere una misera ed innocente fanciulla, che null’altro saprebbe opporvi se non le sue preghiere ed il suo pianto!.... ma che nessuno di voi abbia nè sorelle, nè figlie?... io faccio bastevole conto degli stessi uomini che vi hanno venduto il loro braccio per non supporre che molti di loro debbano dividere i miei sentimenti e la repugnanza che m’ispira il vostro procedere!
— Sì, sì — esclamarono arditamente taluni, facendosi inanzi — hai ragione! ben detto!
Erano que’ medesimi, ch’egli s’era avuto commilitoni in Piemonte, i quali — per la sua valentia ed il suo alto sapere — s’erano abituati a tenerlo in conto più di superiore chè di semplice compagno.
Avvalorato dalla loro adesione, egli si accingeva già a concionarli, per raffermarne sempre più i favorevoli intendimenti; quando il Monte Ochino, che più non sapeva frenarsi, spigliatosi dalle strette del capitano:
— Una rivolta? — gridò — a me! a me!.... diamo una buona lezione a cotesti marrani!
E gli rovinò addosso, brandendo ferocemente la spada, mentre gli sgherri fidati della sua famiglia s’avventavano alla cernite raccogliticce che s’erano pronunziate per lui.
Ne nacque un’altra orribile mischia.
I lupi divoravano i lupi.
Contro a Neruccio ed alla sua protetta, che si trovavano allo estremo del corridoio parallelo alle stanze di costei, si slanciarono — in uno col Monte Ochino — il capitano Villa, il da Ebbio ed il marchese diCattaragna; ma fortunatamente per lui, l’angustia del luogo non permise loro di schierarsi tutti quattro su d’una fila: egli però non s’ebbe di fronte che i due primi, e — siccome soltanto il capitano portava una face e che i soldati, nell’arruffarsi, erano scesi tumultuariamente, dall’alto della scala, sin giù nel cortile — venne a trovarsi con Bianca quasi nascosto nella penombra.
Comprendendo di quanto maggiore vantaggio gli avrebbero potuto tornare le tenebre complete, assestò, senza indugio, un vigoroso manrovescio sul braccio sinistro del Villa; gli fece scappar di pugno la torcia e ne spense col piede la vampa.
La notte li avvolse.
Traendo seco la fanciulla, che, in pari tempo, gli serviva di guida, indietreggiò rapidamente ed — infilati, prima il corridoio settentrionale, e, poi, quello a ponente — si propose di toccare il ramo della scala opposto a quello che aveva dato sfogo alla mischia de’ sgherri, prima che i suoi quattro avversari gli fossero alle calcagna.
Nè fallì nel suo intento.
I quattro — rimasi inopinatamente al buio — si impacciavano a vicenda: dovettero abbassare le armi per non correre il rischio di bucarsi l’un l’altro; procedere confusamente tastone lasciare che, intanto, Neruccio si slontanasse.
Seguendo le indicazioni di Bianca, questi, infatti, aveva attinto e superato il primo rampante della scala e già stava per profittare del tumulto dominante il cortile, per tentare d’attraversarlo inosservato; quando — ad un richiamo del Monte Ochino — i suoi scherani, che — sotto il comando del conte di Niceto — erano pervenuti ad aver ragione de’ ribelli;si riversarono in massa nel vestibolo e gli sbarrarono improvisamente il passaggio.
Dinanzi, una fitta siepe di spade, di picche, di partigiane, tutte pronte a ferire; dietro, i suoi quattro inseguitori che s’avacciavano alla riscossa e de’ quali s’udiva già il calpestìo. Neruccio si riconobbe perduto e, stringendo con effusione la mano della fanciulla, in pro’ della quale s’era così temerariamente esposto:
— Il vostro nome, madonna! — le susurrò a bassa voce — che, prima di morire, io sappia almeno per chi do questa mia povera vita!
— Oh, non mi parlate in tal modo! — gli rispose ella con tenerezza — io mi chiamo Bianca della Staffa; ma questo nome mi diverrebbe odioso, se non dovessi più udirmelo ripetere da voi!
— O Bianca! Bianca! — ripetè egli in uno slancio di sublime entusiasmo e, sollevatala sul braccio, mosse resoluto per gittarsi contro la barriera vivente che gl’impediva la via e schiudersi, ad ogni costo, un passaggio.
Ma non aveva così mutato un passo che dovette abbandonar la fanciulla, la quale lo vide vacillare, incespicare, cadere: un terribile colpo di punta ammenatogli alle spalle lo fece stramazzar boccone e ruzzolare sino a pie’ della scala, rigando i gradini di una striscia di sangue.
Era il Monte Ochino, che — sopravvenuto in quel punto — lo aveva conciato in tal guisa.
Povero Neruccio!
Bianca mise uno strido d’orrore e, sentendosi mancar sotto le gambe, s’abbrancò a’ balaustri della scala per non cadere a sua volta; ma il feroce Nicelli le fu subito sopra e — malgrado ogni sua riluttanza — sela tolse in braccio e la levò alto come trofeo. Poi sceso con gli altri nel vestibolo:
— Ed ora — gridò in tono di trionfo a’ suoi cagnotti — un tanto di saccheggio per vostro sollazzo e compenso!
L’agognata proposta venne accolta con un urlo di gioia selvaggia da quella immonda accozzaglia di farabutti, i quali — ringuainati i ferri e gittate l’armi più pesanti in un fascio — s’affrettarono a porsi in moto per l’opera di spogliazione che formava il precipuo obbiettivo del loro ladro mestiere.
In quella, un essere strano, meraviglioso, quasi fantastico, apparve improvisamente tra loro, come se sbucato di sotto terra.
Era un uomo di forme atletiche, di smisurate proporzioni, dal volto diforme e la testa, le braccia e le gambe completamente ignude, il quale — presentatosi appena e senz’altro profferire che una specie di sordo grugnito — s’avventò d’un balzo sul Monte Ochino e gli strappò Bianca della Staffa di braccio.
— Miserabile! — sbraitò questi, traballando per l’urto ricevuto e dando indietro di un passo.
— Ammazza! ammazza! — soggiunse il capitano Villa, precipitandosi con una picca in pugno sul nuovo giunto, il quale rinculava frettoloso tra le due branche della scala.
— Terremoto! Terremoto! — mormorarono sommesso i più paurosi de’ birri ritraendosi in disparte; mentre que’ molti de’ loro compagni, che o nol conoscevano, o non lo avevano ravvisato, inanimiti dalle grida e dallo esempio del capitano, correvano eglino pure sopra di lui.
Terremoto, con la sua preda in braccio, trovavasi già sul vano della postierla, che ammetteva a’ sotterranei,quando il Villa gli giunse presso e gli misurò un colpo della sua picca.
Il gigante, in luogo di continuare a retrocedere, spiccò un salto inanzi, stese il braccio destro che solo gli rimaneva libero ed, afferrata l’arma a mezz’asta mentre scendeva, glie la svelse di mano: poi, ghermitolo al petto, lo sollevò di peso come fosse un bambino e lo scaraventò contro l’onda d’armigeri, che giungeva in seconda linea con le spade appuntate. — Il corpo del capitano, rovinando sconciamente sopra di loro, produsse il medesimo effetto d’una granata: molti ne fe’ tentennare, molti cascare a terra, tutti li sbaragliò.
E Terremoto riprese la sua marcia regressiva.
A ritentare la prova sì mal riuscita al capitano, si fece inanzi il conte da Niceto, con una daga nell’una ed una pertugiana nell’altra mano, e — raggiuntolo quando già dispariva ne’ sotterranei — gli si gittò sopra, con tutta violenza, e con l’armi in resta, nella fiducia di trapassarlo fuor fuora. Ma il colosso — come il dicemmo — ad una forza eccezionale accoppiava una felina destrezza; per cui nè cercò sfuggirgli, nè fargli resistenza, ma — deposta a terra Bianca e respintala garbatamente da parte — si lasciò cader boccone subito al di là della soglia della postierla.
Tratto dalla irruenza della propria corsa, il da Niceto inciampò di tal guisa nell’ostacolo imprevisto, che, a sua volta, andò a dar del naso su’ gradini della scala, fracassandosi la faccia.
Terremoto allora — risorgendo d’un salto nel tempo stesso che quello tracollava — lo aggavignò con la mano destra alle reni, mentre con l’altra risollevava la donzella, e mantenendosi dinanzi il corpo di lui maniera di scudo — tornò a retrocedere, camminandoa ritroso e sul fianco sinistro, sino allo sbocco del secreto cuniculo, rimasto aperto e senza presidio.
Malgrado ciò, i nicelleschi si misero ad aormarlo passo passo, nel persuadimento che una volta pervenuto a quello sbocco, o dovesse arrestarsi, o, qualora ne uscisse, offrir loro il modo di attaccarlo di ricapo.
Ma il Monte Ochino, che incoraggiava i suoi alla impresa, confortandoli di simile speranza, anco nello intento di liberare il congiunto; mostrava di non conoscere ancora con qual sorta d’uomo si avesse a che fare.
Costui, infatti, giunto allo estremo della intercapedine e senza punto uscirne, tornò a far sdrucciolare Bianca a terra; quindi — preso per così dire, il rincorso — rinnovò l’esperimento già sì felicemente tentato col corpo del Villa, lanciando quello del da Niceto contro i suoi medesimi difensori. Poscia, dato di piglio agli enormi massi, che costoro istessi avevano smosso dal froldo per schiudersi il varco e quante altre grosse pietre trovò a portata di mano nell’alveo del torrente, cominciò a fulminarli con tanto impeto e frequenza, che, non solo li costrinse a fermarsi ed a rinculare; ma ebbe in breve nuovamente otturato la foce della via sotterranea.
Allora si tolse in braccio anco una volta la sua giovine signora e — traverso stoppie e brugaie — si ricondusse al suo diserto casolare della Chiappa.