Capitolo LIV.Preliminari.

Capitolo LIV.Preliminari.

Erano, nel frattempo, ritornati di Milano i nostri due amici Anguissola e Neruccio ed inutilmente avevano ricercato di Terremoto, acciocchè gl’informasse della situazione delle cose: Terremoto non c’era. — Voci vaghe e strane correvano, per altro, tra il popolo minuto ed in particolare tra i birri ed i lanzichenecchi di palazzo. — L’arresto del gigante e la sua fuga di cittadella, con una donna misteriosa, ch’ivi il Farnese tenea serrata e prigioniera, non erano omai più un segreto per nessuno. Solamente nulla se ne sapeva di certo: chi diceva bianco, chi nero; chi ingrossava la faccenda sino a darle proporzioni e caratteri fantastici, leggendari, diabolici; chi l’ammenciva al grado di una ridevole farsa.

Posti in sospetto da un sì incerto ondeggiare di dicerie, i nostri due amici pensarono venirne in chiaro col ridursi alla presenza del medesimo duca. — Lo trovarono circondato da’ maggiorenti di corte; il Filareto ed il Caro gli stavano a’ fianchi e — dietro tutti come nascoso nella penombra, tenevasi un giovine paggio, che — al loro ingredere — dètte un trabalzo e subito si allontanò. Non così presto, tuttavia, che il conte Anguissola non avesse prima agio di fissargli gli occhi negli occhi e di ravvisarlo.

Era Olimpia de’ Marazzani.

Partecipò, lì per lì, tale sua scoperta all’amico, il quale — almanaccando in quel punto quale potess’essere la donna, che diceasi fuggita insieme a Terremoto — ne fu tratto a conchiudere che — se non era Olimpia — doveva essere necessariamente Bianca.

E un simile persuadimento gli cacciò una spina nel core.

Il duca li ricevette, con apparenza di cordialità e di sodisfazione; ma non senza un cotal ghignolino sarcastico e malauguroso, che lasciava indovinare com’e’ sapesse, o sospettasse almanco, la parte tutt’altro che propizia a’ suoi fini ch’eglino aveano sostenuto nelle cose di Genova.

E così Neruccio, come l’Anguissola lessero chiaro in quel ghigno la loro sentenza: la mano, che loro stendeva il principe, era coperta di un morbido guanto di velluto; ma quel guanto celava a stento artigli di ferro acuti e retrattili.

Bisognava pensare a uno scampo.

Mentre stavano interrogando questo e quello su i casi, di cui aveano inteso ciaramellare popolino e sbirraglia; un novo personaggio fece irruzione nella grande sala ducale. Era il Trentacoste.

Pierluigi — malgrado gli acciacchi, che lo chiovavano su l’ampio suo seggiolone — si drizzò in piedi sollecito e mutò un passo per muovergli incontro.

— Ebbene? — domandò ansioso al suo capitano.

Costui gli si abassò quasi all’orecchio, susurrandogli alcune parole, che a lui dovettero tornare oltremodo gradevoli, poichè:

— Potenzinterra! — sclamò, giugnendo le mani in atto di gioiosa meraviglia — tu se’ così fortunato e felice nelle intraprese tue, Trentacoste, ch’io vuo’perderci il nome se non ti fo’ patrizio e cavalier speron d’oro.... comecchè vi si opponga il tuo nascere e poco legittimo e niente affatto illustre!

— Vostra Magnificenza mi ricolma — fece inchinandosi, lo scherano.

— Sei tu, invece — gli rispose il duca, stendendogli amichevolmente la mano e riassidendosi barcollante — sei tu, che ricolmi il tuo sovrano di gioia, e il tuo sovrano, rammentalo bene! non iscorda mai nè i buoni servigi nè i tradimenti e sa, del paro, compensare gli uni e gastigare gli altri!

E, in ciò dire, lanciò una bieca occhiata su l’Anguissola.

Il conte strinse di sottomano il gomito all’amico e gli mormorò:

— È d’uopo romper gl’indugi!

Ed uscirono, senza nulla aver potuto appurare delle dicerie che li interessavano.

Una volta fuori del palazzo, l’Anguissola si portò alla propria casa, d’onde spiccò immediatamente un corriere suo fidato a don Ferrante Gonzaga a Milano.

Con questo principe egli aveva già scambiato molti propositi per liberare Piacenza dalla odiosa signorìa farnesiana e darla in sudditanza dello impero.

Vari — come già ci accadde indicarlo — erano gli argomenti di livore che il governatore di Milano covava in animo contro Pierluigi Farnese. Oltre a’ dissensi avuti secolui pel Priorato di Barletta e i possessi Dalvermeschi del Romagnese, altri motivi di dissidio faceva sorgere egli medesimo adesso, con le sue pretese sul castello di Poviglio e le terre di Soragna scadute dai Lupi nei Meli. Ed, a maggiormente aizzare il suo imperiale signore contro il novo duca di Piacenza, non ristava dal mettergli continuamentesott’occhio i costui amori per la casa e la signoria di Francia, e la sua immistione nella congiura de’ Fieschi, e il malgoverno che faceva delle cose e de’ sudditi, ond’era stato infeudato.

Carlo V chiudeva un orecchio ed apriva l’altro a siffatte denunzie e — se esitava nel dare un assenso alla macchinazione tramata dal suo luogotenente contro colui, ch’egli s’ostinava a chiamar sempre: il duca di Castro — era unicamente in riguardo della propria figlia Margherita, che — volere o volare — trovavasi stretta a costui con vincoli di sangue.

Ma — dinanzi alla ragione di Stato — i vincoli di sangue si allentano sempre e — dàlli e dàlli — anche il sommo monarca di Lamagna finì a lasciarsi cascare il capo sul petto in modo così equivoco, che il Gonzaga s’ebbe tutta agevolezza di prenderselo per un segno adesivo.

S’affrettò, quindi, a intendersi con l’Anguissola e col nostro Neruccio, che il suo fedel Gozzelini gli avea designato come i due uomini meglio acconci a condurre l’ardua faccenda a buon porto.

Ma l’Anguissola — nelle sue trattative col Gonzaga — voleva, a giusto titolo, mandare inanzi il debito di buon cittadino e di patriota alla sodisfazione del proprio risentimento: esigette, quindi, che alla città sua, a lui ed a quanti contava aversi compagni nel periglioso cimento, venissero fatte ampie, profittevoli e secure condizioni.

Le prime di tali condizioni, accettate da don Ferrante, erano contenute in una nota d’istruzioni, che egli stesso dètte al capitano Federigo Gazino e che suonavano così:

«La prima, che mandano ad offerire della città (Piacenza) all’Imperatore, et a me, come suo luogotenente,con che dentro il termine di un giorno mi debbia risolvere di accettarla insieme con le altri conditioni, che si dicono appresso, altramente, che, passato il termine di un giorno s’intendono esser liberi di tale offerta; perchè havendo a far con nemici tanto potenti, non si assecureno di star senza patrone, per non haver forze bastanti a poter difendersi per se stessi, et che quando non possano havere Sua Maestà per patrone, come desiderano essi, non ne mancherà loro degli altri.

«La seconda, che vogliono, ch’io prometta loro di far che tutti i feudatarj così di Piacenza, come di Parma, venghino alla devotione di Sua Maestà, et a quelli che recusassero si confiscassero i beni.

«La terza di far, che Sua Maestà non facci relassar Pierluisi per assecurarsi di non haver andar a dar conto a Parma.

«La quarta, ch’io abbia a procurar, che la città di Parma si reduca alla medesima devotione, et obedientia di Sua Maestà, acciocchè rimanendo quella città sotto altro patrone non havesse a causar guerra nel paese con rovina, et destruttione d’ambedue dette città.

«La quinta, ch’io non habbi a disponer de la persona di Pierluisi finchè detta città di Parma non sia in potere di Sua Maestà.

«La sesta ed ultima, che di quello fussi seguito il dì del caso, o di morti homini, o di guadagni facti non si abbia a parlar, nè cercar conto, ma reputarsi, et tenersi come cose fatte, et acquistate di buona guerra.»

Ed è grazioso l’osservare come ad un omicidio ed un sollevamento di popolo premeditati e, con ogni finezza di avvedimenti e cautele, complottati e condotti,si dèsse lo ingenuo e semplice nome dicaso; non altrimenti che, de’ giorni nostri, ad uncasodi vaiuolo o di colèra.

Ma di quelle sei condizioni, i congiurati non si chiamarono per sodisfatti. E’ sapeano bene — per lunga sperienza — che — nel volersi sottrarre alle prepotenze di un Pierluigi Farnese, per affidarsi alla protezione di un Ferrante Gonzaga — il misero burchiello delle loro aspirazioni e speranze rischiava molto d’andar sbattuto fra Scilla e Cariddi, imperocchè si potesse dire di quei due che, se quello un galeotto, e questi un marinaro. Laonde — mentre si ribellavano contro le bricconate dell’uno — studiavano premunirsi contro le presumibili insidie dell’altro.

Non tornava, per altro, agevole troppo il condurre don Ferrante a fare in tutto e per tutto il piacer loro e — prima che fossero giunti a mettersi secolui di accordo — ce ne volle del bello e del buono.

Intanto sopravenne novella cagione d’indugio.

Il Duca Ottavio — come n’ha lasciato scritto il buon padre Affò — partitosi dalla Corte Imperiale senza aver nulla rilevato delle trame già ordite giunse in questi giorni a Piacenza vicino al padre. Questo inaspettato arrivo parve di grande ostacolo all’impresa, della quale impazientissimo dimostravasi l’Auguissola, e davasi a conoscere deliberato di ultimarla a tutto costo. Conobbe don Ferrante macchinare i congiurati fra loro di voler ammazzare Pierluigi; della qual cosa mostrò dolersi, e chiesta la mente loro, e raccomandata la persona d’Ottavio genero dell’Imperatore a’ medesimi, ebbe in risposta che non si assicuravano di poterlo salvare.

L’odio dell’Anguissola, semprepiù aizzato dalla recentevista d’Olimpia Marazzani, e quello di qualcun altro fra’ compagni suoi, era giunto a tale, che — ne’ loro sanguinarî proponimenti — e’ chiarivansi pronti ad ogni estremo, pur di finirla. Ma il Gonzaga fece tanto «che promisero di star a segno sino alla partenza di Ottavio.»

Il duca di Camerino arrivò a Piacenza su i primi di agosto, poco dopo, cioè, che sua sorella Vittoria fu andata sposa a Guidobaldo Dalla Rovere, duca d’Urbino, e che il suo fratello naturale Orazio s’ebbe impalmato in Francia la figlia adulterina di re Enrico II e della contessa d’Estampes; e vi si trattenne sino al penultimo giorno del mese istesso, nel quale trasse per alla volta di Roma.

Nel frattempo, e col proposito forse di conciliare un po’ al padre l’animo de’ cittadini, che ben gli riconobbe alieno ed avverso, massime in causa del pazzo dispendio occasionato dalla costruzione del castello; e’ si mostrò oltre ogni dire manieroso ed affabile e cercò mansuefarli con ogni maniera divertimenti e sollazzi, tra cui una grande giostra tenuta il giorno di San Bartolomeo. Ma non approdò: pochissime dame v’intervennero e le sue blandizie caddero tutte a terra come freccie spuntate.


Back to IndexNext