Capitolo VII.La via sotterranea.
Ma la pace perfetta goduta in quelle quattro notti dagli abitanti della rôcca di Camia potevasi paragonare alla bonaccia di mare precurritrice quasi sempre di spaventose procelle.
Pellegrino di Leuthen — noi lo sappiamo — non s’era punto ingannato; e se i Nicelli riuniti in Castel Canafurone non avevano dato compimento a’ loro feroci propositi nel tempo e nel modo deputati, lo si doveva appunto allo averne egli istrutto Giovanni il Grosso e alle disposizioni assunte da costui.
Per mezzo de’ loro parziali, disseminati qua e là nella valle, eglino pure erano stati, a lor volta, messi in su l’avviso del frettoloso accorrere che i Camia facevano dai dintorni al castello paterno e avevano compreso come il loro divisamento di cogliere il nemico alla sprovista e di sopraffarlo fosse interamente frustrato. — Il vecchio Camia era avvertito: impossibile, quindi, trovarlo con le mani alla cintola; arduo già forse il solo avvicinarsi al suo covo senza destare l’allarme. — Due cose decisero però: l’una di aggiornare la loro spedizione; l’altra di affidarla piuttosto all’astuzia che alla violenza.
Come il più dei castelli medioevali anche la rôcca di Camia possedeva una via sotterranea, che — dalle sue casematte — andava a riuscire in un punto rimoto su l’alveo della Nure.
Destinata ad offrire uno estremo scampo quando il sostenere la piazza fosse reso impossibile; e del suo accesso nello interno della rôcca e del suo sfogo in riva al torrente, il segreto era gelosamente custodito dal signore del luogo, siccome quello da cui sapeva dipendere e la sua propria salvezza e quella de’ suoi.
Eravi tuttavia qualcun’altro che lo conosceva: l’ottuagenario Luca Rinolfo, antico castaldo de’ Camia, il quale, allora, viveva ritirato, con la moglie ed un unico figliuolo, nel vicino casolare della Chiappa appiedi di monte Osèro.
Fu sopra di costui che volsero il pensiero i Nicelli e principalmente il conte di Monte Ochino, che — se non certezza — ragioni molte inducevano a supporre dovesse Luca non ignorare del tutto il segreto di quella via.
Con un drappello de’ suoi tra’ più resoluti ed audaci, camuffati da villano al pari di lui, ma con le vesti soppannate di stocchi e pugnali, scese egli però la quarta sera dopo il convegno in Castel Canafurone sino alle falde del monte Osèro e — a notte chiusa — intorniò ed invase la modesta casuccia del vecchio castaldo.
Non ci tratteremo molto su i particolari di tale invasione.
Troppe scene di sangue sono destinate a cadere sotto la nostra penna, perchè non accogliamo, con piacere, la opportunità di accennarne a pena talune e di sopprimerne altre del tutto.
Basti al lettore, che gli sgherri del Monte Ochinocolsero l’infelice vegliardo nel più intenso del sonno lo imbavagliarono per soffocarne le grida; lo avvolsero entro un lenzuolo per schermirlo dal freddo pungente della notte e — gittatoselo così su le spalle più a mo’ di cosa chè di persona — lo portarono via.
Il Monte Ochino, rimasto ultimo — mal sapendo come chetarne la consorte che strillava a squarciagola e per tema il compromettesse col denunziar l’accaduto — stimò del suo meglio assecurarsene il silenzio con due stilettate che la freddarono sul colpo quindi raggiunse i suoi cagnotti, i quali — col loro fardello umano su gli omeri — si erano intanto ridotti presso la sponda della Nure a pochi tiri d’arco dal castello di Camia.
Buon per costoro che il figlio delle loro vittime fosse stato costretto ad abbandonare i vecchi ed amati suoi genitori, per chiudersi nella rôcca insieme agli altri vassalli, e non dovesse chè due dì dopo apprendere in parte ed in parte indovinare l’atroce colpo che gli era toccato. — Sventura a loro se fosse stato presente! — E il Monte Ochino lo sapeva così che s’era fatto accompagnare da dodici scherani scelti fra’ più arrisicati; mentre — lui assente — due sarebbero stati più che sufficenti a sbrigar la bisogna.
Arcangelo Rinolfo — meglio conosciuto per tutta la valle sotto il nomignolo diTerremoto— era, infatti, tale uomo da lottare da solo anche contra quei dodici e da fornir loro una brutta gatta da pelare.
S’imagini il lettore un colosso di due metri d’altezza, con un torace da cavallo meclemburghese, le spalle larghe e quadrate, il dorso leggermente curvo e le braccia e le gambe con quegl’istessi muscoli esagerati che si osservano in alcune statue del Buonarroto. — La testa aveva piccina, i capelli biondi,occhi cilestri, i lineamenti dolci e regolari e sarebbesi anche potuto dir bello, se un fendente buscatosi in guerra non gli avesse mozzato il naso e parte del labro superiore sì da renderlo orribilmente deforme. — Ad una forza eccezionale, prodigiosa, tale da accreditare le mitologiche e bibliche leggende dell’Ercole greco e dello israelita Sansone, accoppiava la destrezza del ginnasta, la elasticità di membra dell’acrobata: nessuno che — al paro di lui — fosse capace di sollevare enormi pesi, di abbattere una giumenta di un pugno, di puntarsi alla spalla una colubrina come altri un archibugio ordinario; ma e nessuno che lo sapesse vincere al corso e lo eguagliasse nella rapidità con la quale s’arrampicava s’un albero, o si lasciava scivolare giù da una fune.
Lo dicevanoTerremotoe, all’opera, lo era dassenno.
Sotto gli ordini di un Camia e al soldo di Spagna aveva militato più volte in Lombardia e operato prodigi di valore. — Pei suoi signori professava una devozione ed una reverenza che avevano del culto. Il suo carattere somigliava a quello dei cani di Terranova: non troppa intelligenza, ma una fedeltà a tutte prove. Ciò che non gli suggeriva il cervello, il cuore glie lo dettava; dove non giungeva con la mente, toccava col braccio.
Ci siamo dilungati alcun poco a ragionare di costui, appena ci accadde di nominarlo, per la parte rilevante che deve rappresentare in questa nostra istoria.
Torniamo adesso al suo misero padre, che inutilmente si dibatteva fra le braccia de’ suoi rapitori.
Come costoro l’ebbero steso supino su le ghiare del torrente e toltogli d’in su la bocca il bavaglio, il conte di Monte Ochino gli si chinò sopra col ferrosguainato in pugno e tinto ancora del sangue della sua vecchia compagna e:
— Suvvia — gli susurrò con voce sorda e imperiosa all’orecchio — tu sai dove si trova lo sbocco della via sotterranea che mena alla rôcca di Camia: o indicamelo subito, o tu se’ morto!
— Ah, è per codesto — rispose quasi tranquillamente l’antico castaldo — che voi mi avete in cotal maniera azzannato e tratto sin qui?
— È per codesto.... parla!
— Nemmanco se mi minacciaste di tôrmi di corpo l’anima che è del buon Dio e di darla al demonio: pensate la vita!
— Non vuoi?... bada, Rinolfo, che tu giuochi un’assai mala carta!... hai lasciato in casa la tua donna anch’essa nelle mani de’ nostri.... parli, ed è salva, e, salvo a tua volta, torni immediatamente a raggiungerla.... taci, ed è morta, morta con te, morta prima ancora di te.
— Oh, la mia Annalena! — sospirò il malcapitato senza null’altro aggiungere.
— Ti decidi! — soggiunse il Nicelli, coi denti stretti per l’impazienza.
— Lo sono.
— Ebbene?
— Penso che se io tocco gli ottant’uno alCorpus Domine, Annalena ne compie settantasette a Natale... abbiam vissuto sin di troppo amendue.... ella stessa preferirà sapermi morto e morire con me, a trascinar meco qualche anno ancora di grama esistenza esacerbata dal disprezzo e dall’ignominia.
Il Nicelli si rodeva pel dispetto e durava fatica a contenersi; tuttavia, facendosi forza:
— Sia pure — continuò — ma, dopo tua moglie, c’è il tuo figliuolo....
— Arcangelo? — fece il vegliardo, fissando gli occhi spaventati sul suo tormentatore.
— Appunto, quello smargiasso, quel cospettone, quello ammazzasette e storpiaquattordici del tuo figliuolo.... noi lo abbiamo ridotto al dovere... egli è laggiù, poco stante da Revigozzo, legato come un prosciutto mani e piedi ad un albero, che aspetta la sua sentenza.
— O Vergine Santa da’ sette dolori! — si dètte a gemere il meschino.
— Se parli — insistè cinicamente il Nicelli — sciogliamo lui pure e, prima che aggiorni, tornate a ritrovarvi uniti nella vostra capanna; se no, tienlo per ispacciato insieme a te e alla tua vecchia.
— Oh, ma no... ma no — mormorò l’ottuagenario, cominciando a sbattere i denti un po’ pel freddo, un po’ pel terrore — voi lo dite per spaurirmi; ma non è vero, non può esser vero!.... il mio Arcangelo è troppo destro, è troppo forte per lasciarsi pigliare.... e poi chi siete voi per volerci sì male.... a noi, povera gente?
— Chi sono?.... non mi riconosci alla voce?
— No, no.... prima d’ora non l’ho mai più udita!
— Sono Giovanni Nicelli.... il conte di Monte Ochino!
A questo nome, il disgraziato Luca Rinolfo rimase mutolo, allibito, con gli occhi sbarrati come se avesse dinanzi la Versiera.
E non c’era a stupirne.
Quanta fama godeva suo figlio di coraggioso e di forte per tutta la valle di Nure, altrettanta il Monte Ochino di feroce e di tristo. — Le costui minacce, che il vecchio s’era sforzato di considerare sino allora come un semplice spauracchio, gli apparvero in quel momento in tutta la loro disperante realtà; dietrogli sgherri che gli facevano corona gli parve scorgere orrendamente squarciati e sanguinanti i cadaveri della moglie e del figlio; sentì la fredda lama del suo carnefice penetrargli nel cuore: e lo spavento, l’angoscia lo vinsero così che si mise a piangere e a tremare in tutta la persona, come scosso dalla terzana.
Il Nicelli ghignò di diabolica gioia: quel pianto, quel tremito segnavano il suo trionfo.
Raddolcendo però del proprio meglio l’aspro metallo della voce:
— Perchè accuorarti? — gli disse — la tua sorte e quella de’ tuoi non è forse in tue mani?.... parla, e non avrai più nulla a temere nè per te, nè per loro.
— Ma, Eccellenza — balbutì, fra singhiozzi, il misero Luca — se v’hanno dato a credere che io vi possa giovare in cotesto, foste tratto in errore.... io so nulla; vi assicuro, Eccellenza, che so proprio nulla!
Era un ultimo tentativo.
— Ah, ti ostini in siffatto modo? — ruggì il Nicelli con piglio rabbioso — e facciamola dunque finita!
E, voltosi a due de’ suoi:
— A te, Bislacco da Grondone — disse loro — subito al tugurio di costui e scannami quel suo carcame di vecchia.... e tu, Picchione Scianchino....
— No, no.... — lo interruppe allora il vegliardo, stendendo le ignude braccia fuor del lenzuolo — no, magnifico messere... che restino, che restino e... dirò tutto!
— Ah, finalmente! — mormorò fra sè stesso lo scellerato e si pose in ginocchio per non perdere nessuna delle parole di Luca.
E questi cominciò sospirando:
— Poco più in qua della rôcca, c’è il navalestro,nevvero?.... ebbene. Eccellenza: da codesto luogo, camminando verso qui, dove siamo, contate dodici passi incirca e vi troverete a un punto della ripa, dove sorgono due grossi ed alti pioppi abbinati; tra l’uno e l’altro, proprio nel froldo, c’è una sorta di sassaia, che sembra formata dal caso... ivi è lo sbocco che voi cercate.
— Davvero?
— Quanto è vero che io soffro adesso le pene dell’inferno!
— Stà cheto — fece nel rialzarsi il conte Nicelli in tono di mal celato sarcasmo — stà cheto che cesseranno tra breve, non appena mi consti che non hai voluto ingannarci.
E andò a susurrare alcuni ordini all’orecchio di tre o quattro de’ suoi, i quali si allontanarono frettolosi costeggiando il torrente in direzione della rôcca di Camia.
Mezz’ora dopo ritornarono e scambiarono a bassa voce poche parole con lui.
Nel frattempo, il vecchio Rinolfo s’era andato congegnando in cervello tutto uno ingenuo piano di condotta, mercè il quale si confortava di uscirne pel rotto della cuffia, tanto nello interesse della sua famiglia che de’ suoi padroni, e di salvare capra e cavoli a un tempo. — Nella sua dabbenaggine, mai più supponendo che un personaggio della levatura del conte Nicelli potesse covare un tradimento a suo danno; e’ si vedeva già libero e restituito al suo casolare, d’onde sarebbesi avacciato alla rôcca per istruire Giovanni il Grosso di quanto eragli occorso e dello stremo a cui s’era visto ridotto per scampare la vita propria e de’ suoi. — Messer Giovanni non avrebbe mancato a mettersi in collera; ma poi, buono qual era — sbollito il primofurore — avrebbe finito per perdonargli ed avvisare al modo più acconcio affinchè i Nicelli non potessero trarre nessun profitto dello estorto segreto. — In tal maniera, tranquillava la propria coscienza e seco medesimo si rallegrava della usata scaltrezza.
Stava appunto in simili pensieri, quando gli stessi uomini del Monte Ochino, reduci allora dalla loro breve escursione — su di un cenno di costui — gli si accostarono e se lo tolsero nuovamente in groppa e — siccome egli protestava e chiedeva se il riconducessero a casa, o che intendessero fargli — per non essere importunati o compromessi da’ suoi clamori, gli cacciarono un’altra volta il bavaglio alla bocca.
Il meschino vegliardo comprese allora, ma troppo tardi di aver fatto assai male i suoi calcoli.