Capitolo XLVIII.La investitura.

Capitolo XLVIII.La investitura.

S’era in sul finire di agosto dell’anno così detto di grazia 1545 e nella città di Piacenza.

Entro un ampio salone di pianterreno, tappezzato in cuoio liscio e grezzo a borchiellature di rame, e col mobiliare più antico di un secolo della voga corrente a que’ dì; teneansi in colloquio due uomini, nell’uno de’ quali — alla barba puntuta, al naso piovente e alle volatiche onde avea chiazzata la pelle del volto — facile tornava il riconoscere il signor duca di Castro.

L’altro era messere Alessandro Viustino, dottore in leggi ed allora di lui rappresentante nel reggimento della podesteria di Novara.

Sin dal maggio, il Farnese trovavasi albergato nella casa di quella sua creatura, dove, senza fallo, attendeva gli pervenisse da Roma la buona novella.

La buona novella doveva essere la sua investitura nel ducato di Parma e Piacenza, pel trattamento della quale causa Sua Beatitudine il Papa avea già tenuto due distinti concistori.

L’ospite e l’ospitato stavano conversando delle difficoltà più o meno grandi, che il pontefice avrebbepotuto incontrare a spuntarla: quando un donzello — dopo aver bussato pianamente all’uscio — si fe’ inanzi ad annunziare l’arrivo di tale, che chiedeva istantemente parlare a monsignore il duca.

Pierluigi sobbalzò dalla sua scranna, con quel movimento irresistibile di ansietà che è tutto proprio delle prolungate aspettazioni e:

— Fa entrare, fa subito entrare — intimò al valletto.

Il quale poco istette ad introdurre un’altra nostra conoscenza, il tedesco Pellegrino di Leuthen.

Pellegrino giungeva direttamente da Roma.

Figurarsi se doveva essere il benvenuto!

Il duca gli corse incontro, come lo avrebbe fatto con una vezzosa dama di corte e — stringendogli tutte le due mani nelle sue:

— Ebbene, ebbene, mastro di Leuthen — gli addimandò premuroso — quali notizie mi recate?

— Pone! pone! — fece il tedesco, assidendosi s’uno scannello, che, nel frattempo, il Viustino gli aveva profferto — gasa Farnese gasa biù fordunate di gueste monte!

— Storia vecchia, Pellegrino: veniamo alle nuovità.

— Cranti, crantissime nuofità!... fostre eccellensce difenute nonne tue folte in una folta sola.

— Cosa volete dire?

— Foler tire che fentisette gueste medesime mese Sua Magnificensce tonna Marcherite t’Afstrie bartorito e tato alla luce tue cemelli, che patezzati coi nomi di Alessantre e di Garle....

— Ah, mia nuora?... brava! è di buona razza; ma di cotesto assai mediocremente mi preme... io bramerei piuttosto sapere come siano ite le faccende....

L’astuto raccoglitor di cimeli interruppe il ducad’un cenno e strizzando maliziosamente dell’occhio al Viustino che stava curioso in ascolto:

— Monscignore — riprese a dire — subone io dimendicarmi suoi inderessi.... ma sua eccellensce fare crantissime torte sue fetelissime serfitore.... gome!... io breferire bartoriscione tonna Marcherite t’Afstria a crante, imbordantissime afenimente fostre infestimente?... ah, monscignore....

— Bene! bene! vi chiedo scusa del dubio... ma spiegatevi, spicciatevi una volta.... chè vi caschi la lingua!

— Domine! domine! guante siede imbasciente!... se lincua tofesse cascare fostre tefotissime serfe, fostre defotissime serfe non essere gabace tarfi sbiecascioni tesiterate!...

— La vorrete finire una volta?

— Sùpito! sùpito! sùpito!...

— Ah, sia ringraziato il Signore!

— Tunque, fostre eccellensce tefe sabere tue goncistore state tenute Sua Peatitutine per fostre facente.... fostre fetelissime secredarie, messere Abollonie Filarete fatta crante berorascione in fostre fafore; ma Antalot e Marquina, ministri serenissime imberadore, niente folere.... folere infece infestite feute fostre tegnissime figlie, signor tuca di Camerine... tenute tunque prime goncistore alli totici questo mese e trofate molte, crante, ostinatissime obbosiscione... gartinali di Cupis e di Purgos fatta obbosiscione abertamente; gartinale di Pologna timantate crascia tacere; gartinali Bisano, Garpi e Satolete barlate molto contro e gartinali Trifulscio, Garaffa e Armagnac niente interfenuti goncistore.... oh, faccente brese pruttissime bieche!...

— Per la croce di Dio, pare anco a me! — sclamò Pierluigi.

— E com’è andata a terminare? — chiese, non senza qualche ansietà, il dottore Viustino.

— Antata derminare — rispose il tedesco — come tofefa antare derminare.... Sua Peatitudine fatte gorrere molte splentite bromissione gartinali regalcitranti.... settimana topo tenute segonto goncistore.... e allora tutti borborati abbrofata brobosiscione e, con crante, crantissimo blauso di tutti, fostre eccellensce broglamata tuche di Biacensce e di Barme.

— Davvero! — gridò il neo-monarca, balzando nuovamente in piedi, comunque un po’ a stento, acciaccato qual’era dai turpi malanni che lo affliggeano del continuo.

E ricascò subito su la propria sedia.

— Daffero! daffero! — confermò il tedesco — guante io lassiate Rome, Sua Peatitutine stare già brebarate foi espetire suo lecato ed emissario ingompensato bortarvi pone nofelle.

— Ah, finalmente! — sospirò Pierluigi.

E il Viustino, facendogli eco:

— Sia ringraziata la bontà del Signore.

— E guella tel suo Ficario — concluse filosoficamente Pellegrino di Leuthen.

Senz’attender altro, il Farnese inviò tosto persone di sua fiducia a render palese il lieto avvenimento a’ più ragguardevoli principi e così: Vincenzo Buoncambi a re Francesco I di Francia e il conte Agostino Landi alla serenissima di Venezia.

Su i primi del settembre — come lo aveva annunziato il tedesco — giunse a Piacenza l’emissario papale. Era quel medesimo Bernardino de’ Castellari, vescovo di Casale, dettoMonsignor dalla Barba, che già ci accadde di vedere a Perugia, dov’era ito a seppellire la guerra del sale e le libere guarentigiedi quella nobile contrada. Monsignor dalla Barba poteasi considerare, a buon dritto, quale uno augello di malo augurio, la cui presenza rispondeva mai sempre a qualche grave calamità di popolo. Egli, infatti, e sottomettere nel 1532 i ribelli anziani di Ancona, cui impose a legato un Benedetto degli Accolti, che, per conseguire il governo di quella città, aveva promesso pagare alla Camera Apostolica l’annuo canone di ventimila scudi; — egli — come vedemmo — a sostituire il medesimo Pierluigi nel governo della soggiogata Perugia, che assoggettò alle più dure taglie e privò de’ più antichi istituti, sino a cambiarle il supremo magistrato in unConservatore dell’obbedienza alla Chiesa; — egli, finalmente, apportatore al duca di Castro ed a’ piacentini dei brevi papali che quello costituivano duca di Piacenza e di Parma: nunzio egregiamente scelto a tanta sventura di popolo!

Il giorno ventitrè dello istesso mese di settembre, il vescovo dalla città, Monsignor Catellano Triulzio, il teatino Rocco de’ Tamburini, il conte Jacopo Mandello e secoloro, Antonello Manzio, Alberto Penna, Giannantonio Fasolo e Paolo Notari, cittadini piacentini, aventi insieme, quali testimoni, gli altri cittadini Agostino Fasolo e Giovan Battista Peragò; si portarono, con Monsignor della Barba, in cittadella dove questi presentò solennemente i brevi papali al novello duca, il quale trovavasi in letto.... dicono taluni cronisti, con la podagra; ma tutti sanno di quale razza di podagra si trattasse.

Il Consiglio Generalissimo della città avea dato incarico, perchè al nuovo signore prestassero giuramento di fede ligia e leal sudditanza, al priore cavaliere Barnaba Del Pozzo, agli anziani: cavaliere Marco Antonio Barattieri, conte Anton Maria Anguissola,Aurelio Cicala, Marco Antonio Zanardi-Landi, Giovanni Stefano Anguissola, Giovanni Bartolomeo da Fontana, Antonio Morselli, Giovan Battista Bonino, Benedetto della Corte e Gabriello da Cinquate, ed ai dottori in legge: Lazzaro Tedaldi, Alessandro Viustino, Pier Maria Pavesi, Marco Antonio Scotti, Pellegrino Casati, Fabio Capallati, Dionigi Rocca, Lodovico Anguissola e Battista Morselli.

Tutte cotali cerimonie vennero seguite da tre giorni di publiche feste con spari, giuochi pirotecnici, processioni, torneamenti e con la promulgazione di un bando, a tenore del quale rimaneva prescritto che tutti gli anni il ventitrè di settembre si dovesse in ugual maniera solennemente festeggiare.

Ma i bandi soventi propongono e chi dispone è quel grande laceratore e costitutore insieme di tutte le legalità che ha nome il volere del popolo.


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